MasterCard cambia logo dopo 20 anni

MasterCard cambia logo dopo 20 anni

I tanto familiari cerchi arancioni e rossi di MasterCard, quelli che siamo abituati a vedere sulle nostre carte di credito, non saranno più gli stessi.

La compagnia ha infatti introdotto un nuovo logo, decisamente più minimalista, presentandolo giovedì scorso. Si tratta del primo cambiamento degli ultimi vent’anni: un segno che anche MasterCard è al passo con i tempi, per un settore che deve necessariamente cominciare a rispondere all’innovazione se vuole resistere all’impatto del FinTech.

MasterCard, ecco il nuovo logo in flat design

MasterCard cambia logo dopo 20 anni

Invece di intersecarsi e chiudersi nel centro con una sovrapposizione di linee, come le due circonferenze del vecchio logo, ora i due cerchi si fondono l’uno nell’altro, con un disegno che riproduce esattamente un diagramma di Venn.

Oltre all’icona semplificata e appiattita, in linea con le caratteristiche del flat design, anche il font è cambiato e la famosa scritta MasterCard caratterizzata dall’ombra in contrasto sovrapposta ai cerchi bicolore è stata spostata in basso, perdendo la caratteristica distintiva delle due maiuscole. Una semplificazione totale, quasi in chiave mobile, anche per la scritta, che possiamo ora tranquillamente digitare in un più rapido minuscolo mastercard.

Rebranding, una scelta in linea con i trend del mercato

MasterCard cambia logo dopo 20 anni

Il cambiamento, progettato dall’agenzia di branding Pentagram, si adatta alla moda del design contemporaneo per i loghi aziendali: semplici forme unidimensionali, con font sans-serif che si adattano più facilmente al digitale.

Verizon, Google e Enel si erano già mossi in questa direzione qualche anno prima.

LEGGI ANCHE: Enel cambia logo e visual identity: le ragioni del rebranding

In ultima analisi, comunque, il nuovo logo segna per MasterCard il vero cambiamento come piattaforma di pagamento online, nel trend della continua evoluzione dei servizi finanziari tecnologici.

Un primo tentativo di rebranding per MasterCard, in effetti era già stato fatto nel 2006, con il logo a più cerchi roteanti, ma è rimasto un logo aziendale secondario, mai diventato realmente rappresentativo dell’azienda, né mai introdotto sulle carte di credito.

Non solo #BlackLivesMatter: cosa sono i movimenti-hashtag e che succede dopo Dallas

Alla sede di Facebook a Palo Alto, in California, c’è un grande wall, una sorta di bacheca (reale, non virtuale!) dove dipendenti e ospiti possono scrivere liberamente il proprio pensiero. Forse non molti si ricordano che qualche mese fa alcuni impiegati vennero pubblicamente accusati di aver barrato la parola “black” nella frase “Black Lives Matter” ” (“Le vite dei neri contano”) sostituendola con “All”: “All Lives Matter” (“Tutte le vite contano”). L’indignazione di Zuckerberg non si fece attendere, difendendo quel motto, il fondatore del più importante social media al mondo, non si schierava soltanto dalla parte dei diritti dei neri ma, di fatto, difendeva una creatura nata e cresciuta tra le bacheche di casa propria. Ma cosa sarebbe successo se quest’episodio fosse accaduto adesso, dopo i tragici fatti di Dallas?

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#BlackLivesMatter: il movimento di protesta nato sui social

Quello che oggi viene definito, nel sito ufficiale, “Un movimento non un momento” vide la luce in seguito sull’onda lunga delle polemiche legate all’assoluzione di George Zimmerman, la guardia che sparò al 17enne Trayvon Martin. Correva l’anno 2013 e una scrittrice e attivista della California, di nome Alicia Garza scrisse su Facebook un celebre post: “Black people. I love you. I love us. Our lives matter, Black Lives Matter”.

L’immediatezza e la semplicità della riflessione di Alicia, ben si adattava a diventare uno slogan: l’hashtag #BlackLivesMatter iniziò a diffondersi a macchia d’olio. A differenza degli anni ’60 – dove servivano leader, strutture e organizzazione per veicolare la protesta – nell’epoca dei social meda la narrazione diventava orizzontale, la fruizione immediata, il nemico chiaro: la polizia, spesso colpevole protagonista di violenze gratuite sugli afroamericani.

I numeri dell’emergenza, rivelati di recente dal Washington Post, mostrano la portata del fenomeno: quasi mille persone sono state uccise dalla polizia americana nel solo 2015, di cui 494 bianchi, 258 neri e 172 latinos. L’hashtag #BlackLivesMatter torna in tendenza sui social media ogni qual volta accade un nuovo fatto di sangue. Tra gli hashtag che si sono contrapposti a BLM prima della sparatoria di Dallas spicca quello in supporto delle forze dell’ordine: #BlueLivesMatter. Il più grande rivale sui social media resta tuttavia #AllLivesMatter.

Rena Schild / Shutterstock.com

Rena Schild / Shutterstock.com

La foto simbolo di Dallas e la protesta nelle serie TV

L’immagine simbolo della protesta, diventata subito virale nei social media di tutto il mondo, è stata scattata a Dallas dal fotografo della Reuters Jonathan Bachman e ritrae una ragazza di colore, che rimane immobile davanti alla polizia con il suo vestito estivo al vento.

La narrazione della “issue” della protesta nera è diventata così popolare da arrivare perfino a coinvolgere una delle serie TV più acclamate: nella puntata 4×14 di “Scandal” il tema è proprio quello dell’uccisione di un nero da parte di un poliziotto bianco.

 

Le simpatie estremiste di Micah Xavier Johnson sui social

Nell’era Obama, primo presidente afroamericano della storia, lo scontro razziale sembra tornato di drammatica attualità. Il presidente americano in queste ore è in Texas per rendere omaggio alle vittime della sparatoria ed incontrare le loro famiglie. L’assassino di Dallas, il 25enne veterano Micah Xavier Johnson, che ha ucciso a sangue freddo cinque poliziotti, non nascondeva le simpatie per alcuni movimenti estremisti. Tra i “like” di Johnson su Facebook, oltre a BLM si annoverava anche l’“African American Defense League” che, in tempi non sospetti, ha incoraggiato i propri follower così: “Attack everything in blue except the mail man”.

Un altro movimento, il “New Black Panther Party“, ha recentemente dichiarato l’intenzione di portare armi alle manifestazioni programmate durante la visita di Obama a Dallas come durante la convention repubblicana di Cleveland.

Sfoggio di armi e toni minacciosi contraddistinguono invece il “Black Riders Liberation Party che su Facebook pubblica foto di miliziani con fucili automatici che studiano una mappa. Un video rap rilasciato su youtube il 26 giugno scorso, lascia poco spazio a dubbi circa le intenzioni, non propriamente pacifiche, del gruppo.

La battaglia per i diritti necessita di un clima diverso in America, a cui tutti devono contribuire: polizia, istituzioni e movimenti. Lo ha riassunto bene l’ex presidente George Bush, intervenuto ai funerali dei cinque poliziotti assassinati, che nel suo discorso ha sottolineato la necessità di evitare ogni forma di manicheismo: «Troppo spesso giudichiamo gli altri gruppi dai loro peggiori esempi, mentre giudichiamo noi stessi dalle nostre migliori intenzioni».

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Riusciranno questi movimenti a tenere a bada le frange più estreme? L’America è realmente divisa tra opposti estremismi? Come reagiscono i numerosi movimenti pacifisti che alle azioni bellicosi preferiscono la non violenza? E cosa bolle in pentola nell’America del “White Power”?

Ne parleremo nella seconda parte di questo viaggio nell’America del dopo Dallas.

Arriva lo Spector: lo Shazam dei font

Avete mai desiderato uno strumento che, come Shazam fa con le canzoni, vi possa aiutare a trovare il font di una scritta che tanto vi piace, magari vista su un giornale o su una rivista? Bene, non si tratta più di un sogno, ma di una realtà: è arrivato lo Spector.

Si tratta di un accessorio tascabile che nel giro di pochi secondi riesce ad analizzare un testo e ne identifica il font, il colore, la crenatura e l’interlinea. Per ora si tratta solo di un prototipo, ma le potenzialità di questo strumento sono tantissime.

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L’idea dello Spector è di Fiona O’Leary, una studentessa del Royal College of Art, che ha di recente messo a punto il primo prototipo. Lo Spector ha l’aspetto di uno di quei timbri auto-inchiostranti. In realtà, premendo il pulsante viene avviata la scansione dell’area su cui lo si appoggia.

In pochi secondi lo Spector è in grado di analizzare e riconoscere il font utilizzato sulla pagina, permettendoci così di applicarlo direttamente al documento in elaborazione o archiviandolo per il futuro.

Lo strumento è in grado di riconoscere non solo la famiglia di appartenenza di un determinato font, ma analizza anche le dimensioni dei caratteri, la crenatura e l’interlinea. Tutte informazioni utilissime per i designer e progettisti.

Lo Spector non funziona solo con i font, ma anche con i colori: se in un’immagine vedete proprio la tonalità di rosso che vi serve per il vostro progetto grafico, vi basterà un click dello Spector per riconoscere la tonalità utilizzata.

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Per il momento si tratta solo di un prototipo e non ci sono indiscrezioni relative alla possibilità della trasformazione dello Spector in un prodotto commerciale. Sognare però non costa nulla, no?

mappa di Pokémon Go

Pokémon Go punta all’advertising con le “sponsored location”

Dalla rivoluzione mobile in poi, GPS e Google Maps sono stati potenti alleati per esercenti e gestori di attività locali. Grazie ad essi era ed è possibile avviare campagne marketing online targettizzando le persone entro un certo raggio dal punto vendita, ottimizzando così gli investimenti pubblicitari.

Ora, a questi due strumenti se ne aggiunge un altro, l’Augmented Reality (AR), e a capitalizzare la combinazione di questi tre fattori è un’app sulla cresta della notorietà ancora prima di essere rilasciata ufficialmente in Italia: Pokémon Go.

LEGGI ANCHE: Pokémon GO: Nintendo riconquista il mondo delle gaming app

Pokémon Go-es local

schermate di Pokémon Go

In una recente intervista con il Financial Times, John Hanke, direttore generale dell’azienda che ha sviluppato Pokémon Go, Niantic, ha affermato che le “sponsored location” andranno ad aggiungersi agli acquisti in-app come strategia di monetizzazione.

Questa dichiarazione lascia spazio a varie speculazioni ma, analizzando l’esperienza offerta da Pokémon Go, è possibile formulare un paio di ipotesi.

Ogni giocatore vive la sua avventura in itinere a caccia di mostri tascabili (Pokémon è la crasi di poket e monster) interfacciandosi innanzitutto con una mappa stilizzata dei dintorni, in cui viene indicata la presenza di Pokémon, ma anche di PokéStop e Palestre. I primi sono punti di interesse reali come monumenti o edifici pubblici che nel gioco conferiscono degli oggetti bonus ai giocatori che li raggiungono; le seconde sono invece gli unici luoghi dove è possibile combattere con i propri animaletti digitali.

È proprio questa commistione di luoghi reali/vituali a suggerire un primo uso dell’advertising in game, ossia quello di inserire nella mappa anche retailer che abbiano acquisito questo tipo di visibilità a pagamento. La possibilità di elargire alcuni omaggi ai visitatori, al pari dei PokéStop, costituirà sicuramente un incentivo alla visita.

Il medesimo modello, d’altra parte, è già applicato in Ingress, un altro gioco della Niantic particolarmente popolare in Giappone.

La realtà aumentata

realtà aumentata di Pokémon Go

Un’altra interfaccia fondamentale del gioco si basa sulla realtà aumentata: all’ambiente ripreso dalla videocamera dello smartphone vengono sovrapposte le immagini digitali dei Pokémon nelle immediate vicinanze.

In questo caso un possibile impiego commerciale potrebbe ricalcare i filtri geolocalizzati offerti da Snapchat. In questo social network, agli inserzionisti viene data la possibilità di elaborare un messaggio grafico e testuale che verrà visualizzato da tutto coloro che realizzano uno snap all’interno di un’area disegnata.

Questo procedimento risulterebbe facilmente applicabile anche all’atto di cattura di un Pokémon. Registrato l’evento, l’app potrebbe visualizzare, ad esempio, l’invito a catturare uno sconto speciale in un negozio nelle vicinanze.

Un’esca per i clienti

pubblicità con Pokémon Go

Immagine di purple_snorklewacker su Reddit

In attesa che queste feature vedano la luce, un esercente può sempre acquistare una “Esca“, ossia un oggetto di gioco che “attrae i Pokémon”, aumentandone le apparizioni nei dintorni. Inutile specificare che insieme ai mostri digitali è prevedibile l’arrivo di avventori che, una volta lanciata la PokéBall, possono trasformarsi in altrettanti clienti.

Non mancano soluzioni più tradizionali, già sperimentate in America, come ad esempio quella di garantire sconti ai giocatori, magari in base alla fazione a cui appartengono tra le tre a disposizione: un cartello fuori dal punto vendita e il gioco è fatto, senza nemmeno avviare l’app.

“Gotta chatch ’em all” insomma, non è solo uno slogan, ma lo spirito giusto per sfruttare queste e altre possibilità di digital marketing offerte dall’ultimo successo Niantic.

Week in Social: Matrix in un tweet e Iron Man in un Live

Altra settimana, altra corsa! Le novità dal mondo social non finiscono mai, e noi siamo sempre qui pronti a raccoglierle per voi. Ancora una volta la maggior parte delle novità vengono da Facebook. C’era bisogno di dirlo?

Perciò iniziamo proprio da qua:

Facebook

A Menlo Park è periodo di test: in giro per il mondo stanno spuntando tante funzioni che potrebbero cambiare il modo in cui usiamo la piattaforma.

La più importante riguarda un nuovo modo di organizzare il newsfeed comparso in Australia, che permette di navigare in stream di contenuti suddivisi in base a un argomento. Per gli amanti degli animali, un feed fatto solo di gatti e cani. Per gli amanti della tecnologia, solo i post che parlano di smartphone.

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E se avete un interesse particolare, potrete creare voi stessi un feed appositamente dedicato al tema!

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Esperimenti anche sul fronte della condivisione degli stati, con il supporto al Rich Text Format preso in prestito dall’HTML. Molte indicazioni infatti puntano a un futuro fatto di testi in grassetto, corsivo, e sottolineato. Siete pronti a condividere stati simili a questo?

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Tranquilli, Facebook offre anche una piccola guida per imparare a formattare il vostro testo:

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Perdonateci, a breve parleremo di funzioni già attive e utilizzabili, ma ora dobbiamo chiudere con l’ultimo strumento in test. Si tratta delle notifiche interattive, dedicate ad agire immediatamente nei confronti di eventi e compleanni. D’altronde lo sapete anche voi: si riceve una notifica che avvisa di un evento o del compleanno di qualcuno, e poi ci  si dimentica completamente di dire se parteciperemo o di fare gli auguri. Facebook vuole invitarci a rispondere subito con tasti e box direttamente in notifica.

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E per concludere una funzione appena attivata, la più utile, quella che vi permette di trasformarvi in Iron Man. Grazie a MSQRD – la celebre app di maschere acquisita da Facebook – e Facebook Live, ora è possibile andare in onda indossando una delle maschere dell’app. Siete pronti a sentirvi Tony Stark?

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Instagram

Passiamo a un altro dei giganti del mondo social, questa volta in ambito fotografico. Instagram si sta dedicando da qualche tempo a rendere la piattaforma più adatta ai profili business. Tutto è partito dal supporto al multi-utente e ora si concentra sulla moderazione e gli analytics.

Per quanto riguarda la moderazione, tutti gli utenti che gestiscono un profilo business possono da qualche giorno attivare uno strumento che si occupa di eliminare automaticamente i commenti contenenti parolacce e spam. Uno strumento ancora rudimentale rispetto alle numerose opzioni che offrono altre piattaforme, ma che indica un movimento nella giusta direzione.

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Attualmente solo per alcuni utenti, ma ecco che Instagram inizia a offrire anche qualche insight sui contenuti. Numerose fonti infatti segnalano l’inclusione di nuove informazioni al di sotto delle foto, come visualizzazioni, reach ed engagement. La funzione è stata attivata sia a utenti business che non: forse gli sviluppatori stanno cercando di capire a chi fruttano di più gli analytics. Noi puntiamo sulle aziende; finalmente si potranno compilare report con qualche dato in più.

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Twitter

Concludiamo con Twitter, che da pochi giorni ha esteso il peso delle GIF allegabili ai tweet da 5MB a 15MB. Inutile dite? Secondo noi vi ricrederete dopo aver assistito a questa intera proiezione di Matrix sotto i 140 caratteri.

 

E anche questa settimana è tutto. Rimanete sintonizzati, ci trovate ogni venerdì in onda per tutte le novità dall’universo dei social!

Digital e PMI: le testimonianze di due mentorship targate Digital for Italy

Le piccole e medie imprese per affrontare le sfide della globalizzazione e del futuro, adeguarsi ai tempi che corrono, da sole non sempre riescono a tenere testa ai repentini mutamenti di sistema.

Ecco perché è nato Digital for Italy, un progetto di innovazione sociale firmato Ninja Academy, dedicato a tutte quelle PMI italiane che necessitano dell’esperienza di top tech manager del digitale per raggiungere nuovi ed importanti risultati nel 2016. Parliamo di aziende che sono state segnate dalla crisi o che si trovano in contesti difficili, ma anche di ONG ed Onlus che aspirano a trasformare il mondo ed hanno bisogno della giusta spinta.

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Sono passati già diversi mesi da quando alcune mentorship sono partite ed hanno dato luce a progetti e risultati che inorgogliscono sia i mentor che le aziende che sono state adottate, ed in questa occasione vogliamo raccontarti i progressi di due casi particolari.

Tommaso Vitali per AGIRE

Abbiamo parlato con Tommaso Vitali, Head of Marketing Consumer Mobile in WIND, il quale ha adottato AGIRE Onlus, l’Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze.

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Nata nel 2007, rappresenta un centro di raccolta fondi per 9 tra le più importanti organizzazioni non governative presenti in Italia; un’associazione che si batte per offrire un soccorso concreto durante e dopo gravi crisi umanitarie internazionali, in soccorso a quelle popolazioni che sono colpite dalle più gravi emergenze nel mondo.

Il network di ONLUS che fanno riferimento ad AGIRE hanno un’esperienza consolidata nei paesi emergenti, dove le infrastrutture sono molto fragili, i governi locali hanno limitate capacità di risposta e le popolazioni sono estremamente vulnerabili perché già soggette prima dell’emergenza a condizioni di povertà cronica.

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La Mentorship è iniziata lo scorso marzo e da subito si è deciso di fissare una call mattutina ogni 10 giorni. Tommaso ha partecipato anche dal vivo ad una riunione di coordinamento in sede con lo scopo di conoscere l’associazione nel profondo.

La struttura dell’azienda è stata giudicata da subito molto funzionale, ideale per evitare di creare intoppi nel workflow ed è proprio per questo che sta tutto procedendo nel miglior modo possibile. Ha incominciato ad interfacciarsi con AGIRE nel momento in cui quest’ultima aveva intrapreso da poche settimane un’operazione di rebranding, con la messa online del nuovo sito prevista per fine luglio.

Si sono stabiliti quindi gli obiettivi che avrebbe dovuto soddisfare la nuova piattaforma, come la conversione alla donazione, l’user experience e la giusta usability. Di seguito sono stati stabiliti i principali target di riferimento con lo scopo di realizzare le prossime campagne online. Adesso non manca che mettere in atto la seconda fare del progetto in cui verrà definito un nuovo piano digital della PMI che sarà operativo a partire da settembre.

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Federica Fiorillo per Tekla

Un altro caso molto interessante è quello della PMI Tekla, azienda di serramenti nel salernitano, sotto la guida di Federica Fiorillo, Digital & Social Media Specialist in BPER BANCA.

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Secondo la mentor il progetto si sta rilevando una bella avventura, portando grandi soddisfazioni per entrambe le parti.
Dopo aver stabilito gli obiettivi di aumento della visibilità online, dell’engagement online e delle conversioni, il lavoro si è basato sulla definizione di un’importante content strategy in cui la PMI è riuscita a rivoluzionare la propria comunicazione digitale attraverso i canali di comunicazione, raggiungendo importanti risultati:

  • un nuovo sito
  • una nuova strategia editoriale per la Fanpage di Facebook.

Tale strategia, concentrata maggiormente su Facebook, principale canale social di Tekla, ha visto la creazione di un content planning integrato tra i diversi canali di comunicazione: un piano editoriale mensile che va dal sito web, alle DEM e ai social.

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Infine la PMI ha ottenuto già i primi successi riguardo la Facebook Fanpage di Tekla, che senza nessun tipo di sponsorizzazione o advertising, in tre mesi è riuscita ad aumentare il numero dei fan e delle interazioni, portando gli utenti a parlare dell’azienda.

93mila follower e un solo hashtag: la qualità di #whatitalyis

Quante dritte conosciamo per avere successo Instagram? Selezionare gli hashtag di tendenza, usare sempre lo stesso filtro ad esempio. I ragazzi dell’account Instagram @whatitalyis invece pubblicano semplicemente delle foto grandiose. Una banalità forse, che pure in due anni e mezzo – senza usare altro hashtag che #whatitalyis e pubblicando due volte a settimana – li ha portati ad avere più di 98mila follower. Un risultato raggiunto agli inizi soprattutto grazie alla notorietà del team sui social, una rete di circa un milione di contatti, che è poi cresciuto grazie all’estrema cura dei contenuti. Quello che fa questo collettivo di creativi digitali è portare avanti un’idea di bellezza basata sulla profondità dell’esperienza.

Ogni scatto è il lieto fine del rapporto tra un’autore e una storia che viene raccontata in didascalia, rigorosamente in inglese. Perché il progetto vuole portare alla luce una nuova narrazione dell’Italia, che cerca di intercettare la prospettiva straniera divisa tra “le icone come il Colosseo o il Duomo, e l’immagine di un’Italia stantia, brava solo a pizze e mandolino. Una cartolina consumata non rappresentativa della grande varietà che il nostro paese esprime dall’interno”. Giuseppe Mondì, fondatore del collettivo e content marketing manager, ci racconta come l’idea sia nata su Skype con il digital creative director Simone Bramante, entrambi fotografi. Un progetto seguito da un collettivo di dieci persone sparse per l’Italia. Sono loro gli autori che si occupano di selezionare e pubblicare alcune fra le oltre 733mila foto taggate su Instagram con #whatitalyis, seguendo una linea editoriale basata sul racconto dal basso “dalla signora che fa la pasta in casa ai ragazzini che giocano a biliardino a mare”.

“All’inizio quando eravamo io e Simone ad usare quell’hashtag cercavamo un luogo specifico, adesso seguiamo tre macro aree da sviluppare: food, place, portaits” spiega Giuseppe “e così incrociando il topic che vogliamo seguire con le foto taggate, troviamo la foto adatta”. Come una piccola redazione, ognuno va caccia di una storia, alternando l’attività di content curation con la produzione di contenuti originali. “Cerchiamo di fare qualche domanda all’autore della foto, creando un rapporto che non si limita a sapere dove o con che macchina ha scattato. Sul nostro profilo non si parla di tecnicismi, ma di empatia”.

Sulle storie originali invece ogni storyteller ha il proprio modus operandi: “Io scatto con macchina o smartphone ed edito prima da Vsco e poi Snapseed, Simone ad esempio lavora in maniera quasi identica”. Tutti però partono da un’esperienza vissuta in prima persona, come nel caso di Cinzia che pur essendo bolognese ha raccontato molte volte la Puglia durante i suoi viaggi e da allora cura i contenuti che provengono da quella regione. “Sotto questo punto di vista siamo molto diversi dagli Igers, non è detto che siccome io vivo in Toscana devo raccontare solo questo luogo”.

Le differenze con la community più conosciuta di Instagram non si fermano qui: “Loro sono un’associazione a cui basta iscriversi per farne parte e durante gli eventi ci possono essere anche decine di Igers che postano centinaia di foto facendo quasi un live. Noi puntiamo ad avere più un portfolio, e quindi magari in una serata portiamo via un solo scatto. Dipende da cosa cerchi”. E dipende anche da come intendi Instagram, dove ora “ci sono due mondi: l’utente medio che usa Instagram come diario personale, postando continuamente durante la giornata, un po’ come doveva essere Twitter. Poi c’è chi lo usa come portfolio mostrando la parte migliore di sé”.

L’autenticità della loro voce, ormai riconoscibile su Instagram, tra qualche settimana diventerà una piattaforma “multi-editoriale, con storie più corpose sia nel numero di foto che nella lunghezza del testo, aggiungendo anche i video.

Vogliamo aprire a persone che desiderano raccontare la loro storia, ma che siano capaci di entrare in sintonia con la nostra linea visiva. Con la possibilità anche di accostare le foto di un autore al testo di un altro”. La sfida è evidente, un canale nuovo con contenuti realizzati in maniera innovativa e complessa. Quella che resta sempre limpida è la voglia di offrire “una qualità anche oltre le regole prestabilite”.

Chatbot, sistemi di messaggistica con un’anima

Chatbot è il nuovo amico di penna 2.0, un’interfaccia informatica in grado di rispondere correttamente e coerentemente con le domande dell’utente per un’interazione tutt’altro che robotica.

Un chatbot, insomma, è un qualsiasi software che dialoga con intelligenza umana.

La diffusione di questi nuovi software si deve al sempre più ampio utlizzo delle app di messaggistica istantanea che fondano sull’interazione one-to-one la loro ragione d’essere, in cui, cioè, scrivere o comunicare cosa si cerca in modo testuale e a volte gergale produce il risultato desiderato dall’utente, come un vero e proprio assistente virtuale.

Questa nuova opportunità si è già fatta strada tra i grandi brand, e non solo chi è nato per messaggiare come Facebook, ma anche in marchi prestigiosi di moda e eCommerce.

Serve anche un’anima, non solo un cervello

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I chatbot non sono, – e non possono essere considerati – solo software programmati per interagire con l’utente, ma rappresentano assistenti virtuali, operatori di call center e assistenti alle vendite, amici informati, con cui dialogare con un linguaggio umano, caratteristica che li differenzia profondamente da semplici distributori automatici intelligenti.

Programmare un chatbot non significa essere soltanto dei bravi smanettoni, ma vuol dire anche conoscere le dinamiche della coscienza umana e delle relazioni o degli interessi, programmando secondo quello che si chiama consciousness design.

Le componenti che fanno di un semplice bot un chatbot sono essenzialmente quattro:

  • personalità e valori: un chatbot degno di questo nome è il più simile possibile ad una persona in aspetti come esclamazioni o nell’esprimere emozioni attraverso l’utilizzo di parole gergali o modi di dire
  • voce: è importante che il chatbot sia in grado di parlare con una voce il più possibile naturale e con termini di uso comune e semplici, programmato per rispondere alle domande più frequenti
  • design: un chatbot non deve essere solo funzionale e correttamente programmato, ma, come un vero amico, deve presentare tratti somatici riconoscibili e avere un approccio informale, seppur professionale, nel dialogo. Infine è necessario che abbia un nome facilmente pronunciabile e ricordabile dall’utente come Mezi
  • empatia: un chatbot può essere considerato un assistente personale nel momento in cui l’utente deve fare un acquisto o è alla ricerca di risposte, ma è anche in grado di giocare un ruolo fondamentale nella customer care. Un cliente, infatti, si trova più a suo agio a lasciare feedback riguardanti l’azienda al suo bot personale che a un dipendente reale.

Proprio quest’ultimo punto rende i chatbot gli strumenti più desiderati dai grandi brand per costruire un rapporto continuativo con i clienti.

Da Facebook a Microsoft per tutti i grandi brand è chatbot-mania, nonostante qualche insuccesso

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Chatbot, per i brand, significa nuova frontiera della user experience, un mondo in cui le chat diventano il cuore di richieste e di engagement verso nuovi clienti o addicted.

Brand anche molto diversi tra loro stanno sviluppando bot in grado di rispondere alle domande dell’utente se stimolati, attraverso l’utilizzo di app di messaggistica già disponibili come Facebook Messenger, Kik, Slack o WhatsApp.

Con l’evoluzione di Internet, le chat e i dialoghi si stanno sempre di più affermando come motori di ricerca in cui l’utente può domandare direttamente a qualcuno per le sue necessità, ricevendo risposta da parte di bot completamente programmati per risolvere il problema o trovare alternative valide.

Ma il consumatore cosa ne pensa? I chatbot non sono il male, se l’utente è in grado di trovare le risposte che cerca in minor tempo, riuscendo anche ad avere sconti o divertendosi, ma è importante tenere presente che la componente umana del dialogo è ancora fondamentale per una customer care efficace.

Citando alcuni esempi di chatbot o iniziative che coinvolgono i nuovi software non ci si può sicuramente dimenticare di Facebook, neo entrato, e di Microsoft, epic fail del settore.

Per il social gestito da Mark l’entrata nel mondo chatbot significa la possibilità per i brand di utilizzare Facebook Messanger come strumento di connessione e conversazione con i loro clienti, coinvolgendo un bot in grado di interagire in modo naturale con l’utente; questo è possibile soprattutto grazie alla possibilità che Messanger lascia al programmatore nel plasmare un chatbot fuzionale alla app, con il vantaggio di regalare un’esperienza unica a chi vi dialoga, soprattutto in casi come la customer care o la richiesta di informazioni.

Se Facebook rappresenta un caso di successo, la storia dei bot non può sicuramente dimenticarsi di Microsoft e del suo Tay, nato e morto in pochissimo tempo. Il chatbot creato dal colosso informatico voleva essere un assistente tuttofare e onnisciente, in grado di dare informazioni all’utente su diversi campi, dai viaggi alla tecnologia, ma cosa più importante, programmato per codificare e parlare il gergo dell’utente.

L’epic fail si ha quando il bot, animato da vita propria, inizia a pubblicare Tweet e commenti scandalosi, razzisti ed offensivi. C’è chi parla di errore di programmazione e chi di pirati informatici fatto sta che Microsoft ha dovuto scusarsi pubblicamente e spegnere la sua creatura.

LEGGI ANCHE: Il futuro dei bot è nella customer care e nelle vendite

ConvComp2016 il primo evento italiano sui chatbot

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Se chatbot è ormai una parola comune nel resto del mondo, in Italia si è meno informati sulla nuova tecnologia e sui suoi sviluppi o utilizzi. Ecco perché lo scorso giugno, a Milano, si è tenuto per la prima volta in Italia un evento, ConvComp2016, a tema Conversational Computing e Chatbot presso lo spazio Venini24, per orientare i nuovi programmatori e le aziende, protagoniste di un cambio radicale nel loro rapporto con i clienti.

I temi che si sono affrontati hanno spaziato dalle app di messaggistica istantanea al ruolo del chatbot come assistente virtuale che risponde a comandi vocali, alla chat intelligente che sa esattamente cosa vuoi e ti risponde per ciò che chiedi, e infine come programmare un chatbot funzionale che, oltre ad essere programmaticamente corretto, abbia anche un vocabolario degno per sostenere una conversazione.

Un’ultima curiosità: il primo chatbot della storia era femmina, ELIZA (1966) creato solo per simulare una conversazione virtuale.

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Apple lancia un nuovo reality show: Planet of the Apps

All’inizio di quest’anno, Apple ha annunciato che stava lavorando su un reality show dedicato agli sviluppatori di applicazioni. Oggi Apple ha pubblicato il sito web dedicato al nuovo spettacolo: si tratta di Planet of the Apps, Il pianeta delle App. Un casting è stato già lanciato con lo slogan “100 creatori di app di maggior talento al mondo”: i creatori dello show chiedono agli aspiranti partecipanti di inviare informazioni sulla loro futura applicazione, nonché un video di un minuto di se stessi e del loro team.

Non è ancora pubblico l’esatto formato dello show: non è difficile immaginare che sarà ricco di sorprese, nonostante l’argomento non sia esattamente di interesse per un pubblico medio.

Insomma, nulla a che vedere con L’Isola dei Famosi, Jersey Shore o MasterChef: qui i concorrenti non si sfideranno per impressionare Gordon Ramsey o Carlo Cracco. Qui probabilmente gli sviluppatori dovranno stupire Tim Cook, Eddy Cue o Craig Frederighi e gli ospiti speciali saranno probabilmente i CEO di startup famose di app mobile.

A produrre lo show insieme ad Apple sarà anche Propagate, la società di produzione di Ben Silverman e Howard T. Owens, affiancata dall’artista e rapper Will.i.am.

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Planet of the Apps sarà “un trampolino di lancio e acceleratore per gli sviluppatori eccezionali”: i concorrenti saranno in competizione per il tutoraggio di “alcuni dei migliori esperti mondiali di tecnologia e intrattenimento” come si legge sul sito dedicato, così come il premio consisterà in finanziamenti da investitori di alto livello fino a $ 10 milioni e in marketing e promozione attraverso l’App Store. Per gli sviluppatori è sicuramente un traguardo più che interessante!

In un comunicato stampa (via 9to5Mac), Propagate ha dichiarato:

“Oltre 2 milioni di applicazioni sono disponibili su App Store, con nuove applicazioni pubblicate ogni giorno. Planet of the App darà ai creatori di app la possibilità di sfondare e condividere le proprie idee con il mondo. Si tratta di un formato emozionante che attinge ciò che sta guidando la cultura di oggi. Non vediamo l’ora di osservare le idee innovative in gara per lo spettacolo crescere in imprese redditizie”

Non è chiaro quando lo show andrà in onda, ma il casting prevede che i concorrenti presentino un’applicazione funzionante in versione beta dal 21 ottobre. Le riprese dovrebbero iniziare entro la fine dell’anno a Los Angeles. Planet of the Apps  sarà disponibile attraverso le piattaforme proprietarie di Apple (Apple TV, iTunes, ecc), ma non c’è nessuna news sulla possibilità che venga lanciato anche sulle reti televisive tradizionali o sui servizi di streaming come Netflix.

Se sei uno sviluppatore, ti ricordiamo che le domande per partecipare possono essere inviate entro il 26 agosto 2016 e che lo show prevede degli eventi nelle città statunitensi Austin, San Francisco, New York e Los Angeles.

iOS 10 cambia il modo di usare il tuo iPhone

Apple ha ufficialmente rilasciato la prima versione beta di iOS 10, il più grande aggiornamento di tutti i tempi, descritto dall’azienda come geniale, grandissimo e grintoso.

La versione definitiva, a seguito del keynote del 7 settembre, sarà rilasciata per tutti gli utenti il giorno 13.

La versione test è pubblica, quindi chiunque può cimentarsi nella prova della novità firmata Apple. Vediamo come cambierà il modo di utilizzare i device Apple con la moltitudine di funzionalità aggiuntive che il nuovo sistema operativo regala ai device. Prima di continuare a leggere, vi ricordiamo a proposito i dispositivi che possono passare all’aggiornamento a iOS 10: iPhone dalla generazione 5 all’attuale 6, iPad dalla quarta generazione all’attuale iPad Pro e iPad Air, iPad Mini dalla generazione 2, iPod Touch dalla sesta generazione.

Ci dispiace, questa volta anche iPhone 4 e iPhone 4S sono esclusi dall’update!

La schermata di blocco diventa multifunzionale

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Con iOS 10 muterà totalmente il modo di interagire con lo smartphone,  il nuovo sistema vi farà amare la vostra schermata di blocco, completamente ridisegnata.

Con le versioni precedenti  la modalità di blocco non consentiva di effettuare molte operazione se non quella di visualizzare le notifiche ricevute e aprire la fotocamera.

Con la nuova release, il blocco schermo è stato progettato per far si che l’utente possa compiere il maggior numero di azioni senza dover passare da un’applicazione all’altra e sbloccare lo smartphone.

Il più grande cambiamento è legato al noto “Slide to Unlock” presente sin dal 2007, diventato ormai icona del brand e tanto voluto da Steve Jobs, con il nuovo sistema operativo scomparirà totalmente, per sbloccare il telefono basterà sollevare il dispositivo.

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Le notifiche assumeranno un nuovo look, potrete visualizzare contenuti multimediali come foto o GIF,  consultare il calendario, rispondere ai messaggi il tutto senza dover scorrere il dito sullo schermo per sbloccare il telefono.

Le applicazioni preinstallate diventano removibili


Quante volte vi sarà capitato di voler rimuovere alcune applicazioni preinstallate presenti sul vostro telefono?

Con il nuovo aggiornamento sarà possibile: per la prima volta Apple permette agli utenti di eliminare le applicazioni di sistema come Note, Mappe, Watch, iTunes Store e altre ancora. Tranquilli se doveste pentirvi di averle rimosse, sarà possibile scaricarle nuovamente dall’App Store.

Nuova applicazione dedicata alla casa

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Sul display del vostro dispositivo mobile vi ritroverete una nuova applicazione chiamata Home, finalizzata alla gestione di tutti i dispositivi smart legati alla casa e alla  domotica. Per fare un esempio se il vostro citofono dispone di una fotocamera, potrete visualizzare chi bussa alla vostra porta e aprire direttamente attraverso il vostro smartphone, oppure se vi trovate fuori potrete aprire anche a distanza le luci della vostra abitazione.

Curiosi di testare l’aggiornamento beta di iOS10? Potete scaricarlo gratuitamente sul sito Apple.