Conosciamo i Giovani Leoni che andranno alla conquista di Cannes

Sono stati annunciati i vincitori della XX edizione dei Giovani Leoni, premio promosso da Rai Pubblicità e Art Directors Club Italiano per premiare i giovani talenti italiani dell’advertising.

I vincitori, scelti da una giuria composta dai soci dell’Art Directors Club Italiano, parteciperanno al prossimo Cannes Lions International Festival of Creativity (18-25 giugno) per le rispettive categorie di appartenenza e saranno accreditati come delegati ufficiali per tutta la durata dell’evento.

Noi di Ninja Marketing abbiamo incontrato le vincitrici della categoria Film: Margherita Maestro (Copywriter) e Alessia Bonito Oliva (Art Director) , con la campagna “Tanto va la gatta al laser“.

Giovani Leoni
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Come è nata l’idea creativa dietro la campagna “Tanto va la gatta al laser”

È stata la prima che ci è venuta in mente dopo ore di arrovellamento sul brief della stampa. Ma l’abbiamo pagata tutta passando più di mezza giornata alla ricerca di un puntatore laser. E Una volta trovato, abbiamo scoperto che era verde, scarico e il gatto non aveva nessuna voglia di giocarci.

Quali sono secondo voi i punti di forza del progetto che vi hanno portato alla vittoria?

Funziona perché è semplice, ma racchiude due doppie letture interessanti: il gatto ciccione è simbolo della domesticità, ma il suo essere felino rimanda sempre a una dimensione selvatica e quindi al mondo della caccia. Idem per il laser, con la sua funzione di gioco o di mirino. Queste verità, una volta contrapposte, creano un cortocircuito diretto e immediato.

Giovani leoni

Cosa vi aspettate dalla partecipazione a quest’edizione dei Cannes Lions?

Dato che la jella è sempre dietro l’angolo, diciamo solo che stiamo già stringendo i cornetti e, una volta sulla Croisette, ci impegneremo come neanche alla Maturità.

Raccontateci qualche aneddoto o dietro le quinte del lavoro di una coppia di creativi come voi.

Vivendo praticamente da siamesi, va a finire che il copy bacchetta l’art sulle ombre e l’art raddrizza le headline. E poi, essendo una coppia multiculturale, non mancano le imprecazioni bilingue milanese-napoletano quando arriva la modifica un secondo dopo aver spento il computer la sera.

 

Ecco la lista completa dei vincitori:

  • Categoria Film: campagna realizzata da Alessia Bonito Oliva e da Margherita Maestro di Ogilvy One. La campagna è stata premiata da Sergio Spaccavento, Executive Creative Director di Conversion.
  • Categoria Cyber: campagna realizzata da Eugenio De Riso di STVDDB e Giuseppina Iaccarino di M&C SAATCHI. I vincitori sono stati proclamati da Davide Boscacci, Group Executive Creative Director di Leo Burnett.
  • Categoria Print: campagna realizzata da Fabio Dalla Venezia di Geometry Global e Giovanni Torraco di Brand Portal. Nicola Lampugnani, Executive Creative Director di TBWA ha annunciato in vincitori.
  • Categoria Design: campagna realizzata da Paul Jesus Benites Romero di Objectway e Valeria Farina di Chapeaux. La coppia è stata premiata da Federico Pepe, Executive Creative Director DLV BBDO.
  • Categoria PR Specialist: campagna premiata da Giorgio Cattaneo, Presidente di MY PR, che ha annunciato i vincitori
    Giulia Gabriele e Ludovica Monteforte di iCorporate.
  • Categoria Media Planner: campagna realizzata da Stefano Forcinetti e Davide Costantino di Havas Media. La coppia è stata premiata da Andrea Sinisi, Director Performance Strategy di Initiative.

Self-driving car:una nuova frontiera della pubblicità?

Ogni cliente può ottenere un’auto colorata di qualunque colore desideri, purchè sia nero

Cominciava così, nei primi del ‘900, la storia del settore automobilistico. Cominciava con la differenza basilare tra possedere un cavallo, oppure un’auto. Si è evoluta col possedere un’auto nera, oppure colorata. E si è arrivati ai giorni nostri, con la differenza non poi così fondamentale tra possedere una Ferrari o una Panda 4×4.

E da pochi mesi a questa parte, da quando si è resa ufficiale la partnership tra FCA ed Alphabet (società cui fanno capo Google ed altre imprese controllate operanti in diversi settori, dalla tecnologia agli investimenti finanziari), un’ulteriore rivoluzione che sta prendendo piede sempre più, che sta diventando realtà sempre più velocemente e nello stupore collettivo: l’auto senza conducente, la “self-driving car”.

Self-driving car:una nuova frontiera della pubblicità?

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Ci sono opinioni e stime contrastanti in merito al fenomeno: chi dice che nel giro di cinque anni ci saranno oltre 10 milioni di vetture senza conducente nel mondo, chi si attesta su stime più caute, ipotizzando questa futura realtà come normale tra oltre venti anni. L’unica certezza ad oggi è che non stiamo più parlando di un’utopia, bensì di una grandissima occasione, soprattutto per i colossi del mondo dell’advertising. Cerchiamo di capire il perché.

Partiamo da un presupposto fondamentale: mediamente, spendiamo circa 50 minuti della nostra giornata in macchina. 50 minuti, teoricamente, focalizzati sulla guida. Un’auto “self-driving” permetterebbe però di svincolare l’attenzione del conducente dalla strada, dandogli l’opportunità di dedicarsi ad altre attività lungo tutto il tragitto. Per noi guidatori, vuol dire più relax. Per le imprese, vuol dire 50 minuti in più di eventuale attenzione per vedere pubblicità, per utilizzare i nostri smartphone, per essere ancora più coinvolti nel mondo digitale che ci circonda.

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Tre sono dunque le principali modalità con cui la rivoluzione delle “self-driving car” influirà sul settore della pubblicità, che sia tra cinque o venti anni. Andiamo con ordine.

Che ne sarà della cartellonistica? Ancora oggi una delle principali fonti d’investimento, i cartelloni pubblicitari dovranno necessariamente vivere un’evoluzione per poter rimanere uno strumento utile ed efficace. Già adesso sappiamo tutti quanta importanza diamo ai vari cartelloni che intravediamo lungo la strada. Figuriamoci se non dobbiamo nemmeno guardarla, la strada.

Le nuove modalità prevedono dunque una cartellonistica “smart”, con la funzione principale di raccogliere dati piuttosto che attirare l’attenzione. Insomma, noi non vediamo il cartellone, ma lui vede noi. Big brother 2.0 in arrivo.

 

Che ne sarà della radio? Intrattenimento, compagno di lunghi viaggio, fedele amico. Ma fintanto che serve come passatempo per superare la noia, siamo onesti. E se potessimo guardare una serie televisiva? E se potessimo guardare un film? Chi, sinceramente, sceglierebbe di spendere cinque minuti per trovare la frequenza giusta? (Eccezion fatta per Radio Maria, ovviamente).

In ultimo, le mobile apps. Non appena si hanno due minuti liberi, le alternative sono poche: attacco un villaggio del clan rivale, supero quel dannato livello che mi blocca da un mese, mi guardo un video veloce su YouTube. E in questo caso la questione è molto semplice: più tempo speso sulle mobile apps vuol dire più spazio per il mobile advertising.
L’evoluzione del settore automobilistico verso le “self-driving car” porterà dunque a strade potenzialmente più sicure, certo, ma l’impatto che avrà sul mondo pubblicitario, soprattutto digitale e dei dispositivi mobile, non è assolutamente secondario o trascurabile: potremmo trovarci tra 15 anni a guardare la trentaquattresima stagione di Grey’s Anatomy in macchina, pensando a come le “sel-driving car” siano state l’inizio della fine della radio e dell’outdoor advertising.

I migliori tool per individuare gli hashtag

Saper ben utilizzare gli hashtag è un’arma fondamentale nell’arsenale di ogni buon social media marketer. Ottimi per filtrare le conversazioni e individuare i topic rilevanti sui social media, gli hastag possono essere anche uno strumento per promuovere prodotti e brand o per coinvolgere utenti, consumatori o partecipanti ad un evento.

Ma non basta aggiungere un “cancelletto” davanti una parola per creare un buon hashtag. Utilizzarne troppi o, peggio, scegliere le keyword sbagliate, può essere dannoso, oltre che rappresentare uno spreco di energie e tempo.

hashtag

Gli hashtag e i social network

La prima cosa che devi considerare è come le diverse piattaforme social utilizzano gli hashtag.

Su Twitter, dove sono “nati”, gli hashtag godono di estrema popolarità e sono ottimi per seguire conversazioni rilevanti o per commentare eventi con il live tweeting: dato il limite di caratteri, in ogni caso, è consigliabile utilizzare non più di tre hashtag per volta (meglio due), magari evitando le keyword troppo generiche.

Se Instagram è il regno degli hashtag, il suo fratellino Facebook invece è dove questo strumento, pur presente, gode di minor popolarità. Anche su Pinterest puoi usare hashtag nelle descrizioni dei tuoi pin, ma purtroppo non sono indicizzati nel motore di ricerca interno; cliccando su un hashtag di Google+, invece, puoi vedere una lista di community, persone e post rilevanti in relazione ad esso.

Alcuni tool da utilizzare

Una breve premessa: non sempre è consigliabile utilizzare solo gli hashtag più popolari. Perché? Proprio a causa della loro stessa diffusione: i tuoi contenuti potrebbero perdersi nel fiume di tweet e post su quell’argomento, raggiungendo poche persone o – peggio – finendo per essere completamente ignorati.
Ma quali tool utilizzare per identificare i migliori hashtag per le tue strategie?
Puoi provare Ritetag, che analizza i tag di Tiwtter per classificarli in ordine di popolarità, per poi potere aggiungere automaticamente quelli da te selezionati ai tuoi tweet o post di Facebook quando li condividi. È dotato anche di una comoda estensione per Chrome e strumenti per l’integrazione con Hootsuite e Sendible.

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Hashtagify.me è invece molto utile per trovare hashtag correlati a quelli più popolari o che usi già, per trovare nuovi spunti o per coprire fette di utenza che altrimenti potresti non raggiungere.

Molti conoscono Twitonomy come tool di social media analysis ma, con un pizzico di furbizia, può essere utilizzato anche per individuare glle “etichette” da implementare nella propria strategia. Analizzando gli hashtag più utilizzati dalle persone più influenti su un determinato argomento o di una nicchia, ad esempio, è possibile “prenderli in prestito” per coinvolgere utenti appassionati a determinati topic. E se dalla furbizia passiamo alla malizia, poi, è possibile anche scoprire gli hashtag più preformanti dei concorrenti per colpirli nel loro stesso terreno di gioco.

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Tagboard è un potente tool di ricerca di hashtag su piattaforme diverse. Tu scrivi un hashtag e lui mostra una serie di contenuti relativi ad esso: ottimo per scoprire su quali piattaforme social quella parola è più popolare o riscuote successo.

Iconosquare è uno dei più noti tool per Instagram. Ha una comoda funzione di ricerca per hashtag, mostrando il loro tasso di utilizzo; può visualizzare anche una classifica degli hashtag più popolari su Instagram, dai quale poi scegliere quelli più rilevanti per la tua attività.

Non dimenticarti della funzione “Tendenze” di Twitter: pur se generica, magari può mostrarti un trend in linea con il tuo business o l’evento che ti appresti a lanciare.

Insomma, quello degli hashtag è uno strumento che un buon social media marketer deve saper utilizzare con strategia, efficacia e consapevolezza. Implementati nel modo giusto, possono garantire ottima visibilità a contenuti validi: perché allora non chiedere un piccolo aiuto a questi tool per aiutarci nella ricerca della parola magica?

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Google AMP: una vera opportunità per il giornalismo digitale?

A tre mesi di distanza dal loro lancio, Google AMP, le Google Accelered Mobile Pages,  hanno ricevuto recensioni contrastanti da parte degli editori. Google AMP ha mantenuto la promessa di accelerare il web, ma sembra non aver generato molto traffico per i publisher.

https://www.youtube.com/watch?v=WrpkFROqR0Q

AMP, considerata la risposta di Google ai Facebook Instant Article, è fondamentalmente un codice open-source che “spoglia” le pagine web in modo da renderle più facili e veloci da caricare sui dispositivi mobile. È un’importante novità che gli editori non possono ignorare, per non rischiare di essere svantaggiati nei risultati di ricerca su Google.

Due editori che hanno già testato questa novità, SlateThe Atlantic, hanno dichiarato che le pagine AMP sono pari al 4% delle loro visite o anche meno. D’altro lato invece il magazine Mic ha dichiarato che il suo traffico di ricerca con AMP è migliorato, ma non ha voluto rilasciare dei dati numerici più chiari.

Questo può essere dovuto al fatto che Google AMP è un progetto che si sta evolvendo lentamente: le AMP sono emerse prima sul motore di ricerca generale di Google, poi sono state incluse nei risultati di Google News. Il 31 maggio, Google ha pubblicato una tabella di marcia che prevede che entro la fine di giugno le AMP saranno estese ad altri formati di contenuti, come le ricette e le inserzioni locali. Intanto anche In Italia dal 6 giugno possiamo visualizzare le Google AMP come possiamo leggere in una piccola nota sul blog ufficiale della piattaforma di Big G.

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Per gli editori la sfida è vendere agli inserzionisti le Google AMP dal momento che il volume di traffico non è ancora incisivo: inoltre le AMP non supportano tutti i tipi di annunci. Al contrario i Facebook Instant Articles hanno il potenziale per offrire agli editori più esposizione per i loro contenuti.

Il lato positivo è, al contrario, il fatto che implementare le AMP nel flusso di lavoro è stato meno impegnativo per gli editori rispetto ad altre piattaforme che richiedono che il contenuto da pubblicare sia creato in un certo modo.

È ancora presto per dare un’opinione definitiva su Google AMP: scopriremo col tempo come questo nuovo formato potrà portare un’evoluzione nel mondo del giornalismo digitale.

Deeptext: l’intelligenza artificiale Facebook

Facebook ha implementato un impressionante sistema di intelligenza artificiale: la struttura funziona grazie ad un cluster di GPU da 40 petaflops, un grappolo di processori che lavorano insieme, elaborando 40 milioni di miliardi di operazioni al secondo!

Questo ambiente è il cuore di gran parte della nostra esperienza da utenti su Facebook, ed è utilizzato da quasi il 25% degli sviluppatori di Facebook.

Traduzione dei post degli utenti, ricerca immagini, riconoscimento avanzato di immagini, classificazione dei video in tempo reale, sono alcuni degli usi che Facebook fa di questo sistema.

Ma ogni giorno sono condotti esperimenti su nuovi usi, ad un ritmo che è cresciuto di 50 volte rispetto all’anno precedente.

Il testo è, a dispetto di tutte le tecnologie digitali che abbiamo a disposizione, ancora un mezzo di comunicazione importante, e comprenderlo è fondamentale se si desidera mostrare contenuto rilevante agli utenti, filtrare lo spam o altri contenuti indesiderati.

Facebook ha quindi creato DeepText, un sistema di elaborazione del linguaggio basato su tecniche di deep-learning.

Sfruttando diverse architetture delle reti neurali (dalle reti convoluzionali a quelle ricorsive), DeepText riesce a capire l’argomento attorno al quale ruota un determinato post e quindi ad interpretare e cogliere il significato preciso delle parole che lo compongono.

L’espressione “Che acuto!” può essere riferirsi ad una persona intelligente o ad una nota particolarmente alta raggiunta da un cantante. DeepText è in grado di risolvere questa ambiguità.

La sfida per DeepText è particolarmente ardua se si pensa che deve affrontare una comunità di utenti che parlano molteplici lingue e che in ciascuna di esse esistono forme particolari di esprimersi, diverse per regione o generazione. Per non parlare dell’utilizzo della scrittura tachigrafica (abbreviazioni come la “x” al posto di “per”, o l’utilizzo della K in luogo del gruppo ch etc etc).

Con un approccio meno tradizionale, DeepText classifica le parole registrando anche la relazione semantica tra loro, anche tra lingue diverse.

Così, per esempio, “buon compleanno” e “happy birthday” saranno due espressioni classificate vicine tra loro, anche se una in italiano e l’altra in inglese.

DeeptText è già utilizzato in Facebook Messenger e per analizzare i post, in modo da poter dare suggerimenti utili all’utente (o dovremmo dire annunci pubblicitari?), o analizzare i commenti nelle pagine fan, alla ricerca dei migliori e più significativi, filtrando quelli più discutibili o lo spam.

Facebook dichiara che questa tecnologia sarà presto usata anche per capire meglio gli interessi degli utenti o per interpretare i contenuti misti in cui un testo accompagna un immagine.

Facebook d’altronde è l’ambiente più fertile per questa tecnologia, con un beneficio sia per l’azienda che per i ricercatori: il colosso dei social network potrà così interpretare meglio i contenuti creati dai suoi utenti, capendo meglio quali siano gli annunci pubblicitari più idonei per ciascuno di loro. E la mole di contenuti pubblicati e caricati su Facebook è una miniera d’oro ricchissima er i ricercatori, i sistemi di apprendimenti automatico e comprensione del testo, per quantità e varietà delle lingue utilizzate.

Un settore strategico per Facebook, quello dell’intelligenza artificiale, che è oggi in espansione e per questo settore dove trovare anche un’occupazione: se vi occupate di intelligenza artificiale, a quest link potete trovare alcune posizioni aperte.

Non se ne fa cenno in nessuno dei documenti pubblicati dal team di ricerca Facebook, ma si potrebbe speculare su un futuro prossimo in cui i community manager possano, almeno in parte, essere sostituiti da un sistema basato su DeepText. Sarebbe, dopo tutto, un naturale passo evolutivo dei chatbot. Voi che ne pensate? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook!

Michelle Obama e il marketing che renderà l'America più sana

Michelle Obama e il marketing che renderà l’America più sana

La First Lady Michelle Obama che balla un lento con un grande uccello giallo, mentre Billy Eichner, il conduttore del famoso show comico americano Billy on the Street, improvvisa una serenata con una canzone degli Aerosmith. No, non si tratta del delirio di un visionario, ma di una delle azioni delle campagne per promuovere un corretto regime alimentare e combattere l’obesità, voluta dalla First Lady degli Stati Uniti.

In un recente articolo comparso su AdWeek e firmato in prima persona dalla FLOTUS (First Lady of The United States), Michelle Obama ha ripercorso le tappe e le azioni di marketing che ha messo in atto per raggiungere importanti obiettivi nella sensibilizzazione verso un problema molto grave ma poco sentito per la popolazione americana, quello dell’obesità.

Nel 2010, quando ho lanciato Let’s Move! – uno sforzo a livello nazionale per affrontare la nostra epidemia di obesità infantile e far crescere una generazione più sana – la sfida era così grande e radicata che questo tipo di trasformazione nel modo in cui viviamo e mangiamo sembrava quasi impossibile.

Con queste parole Michelle Obama introduce l’elenco della serie di operazioni pubblicitarie che, nel corso dei due mandati del Presidente Obama, hanno puntato a far diventare cool per i ragazzi il mangiar sano, ma anche ad informare e responsabilizzare i genitori nell’acquisto e nella preparazione di cibi meno calorici e più salutari. Questo, naturalmente, ha significato innanzitutto incontrare la gente con approcci nuovi e interattivi, che generassero una reazione fondamentale: l’ispirazione.

Michelle Obama e il marketing che renderà l'America più sana

Il risultato di questa enorme operazione di marketing sono state una serie di azioni che hanno cambiato il modo di mangiare e di vivere di molti americani: Fenway Park, lo stadio di baseball più antico e famoso degli States, ha attrezzato un enorme orto sul tetto per fornire prodotti freschi ai suoi fan; 50 milioni di americani hanno visitato il sito web del governo, ChooseMyPlate, per conoscere come seguire una una sana alimentazione; le vendite di cavolo sono salite del 50% in soli quattro anni; 1,6 milioni di bambini hanno potuto avere accesso ad asili sani, in cui mangiare più di 225 milioni di snack e pasti salutari all’anno; più di 30 milioni di bambini hanno mangiato una colazione e un pranzo sano ogni giorno a scuola; Stephen Curry, il più quotato giocatore dell’NBA, ha scelto frutta, verdura e acqua come suoi principali sponsor.

Step 1: attirare l’attenzione del pubblico con l’orto della Casa Bianca

Michelle Obama e il marketing che renderà l'America più sana

Tutto è iniziato con un orto piantato in uno spazio tra i prati della Casa Bianca, insieme agli studenti, per contribuire a dare il via a un dialogo a livello nazionale sul modo corretto di mangiare e sulla provenienza dei cibi che gli americani portano in tavola.

L’orto alla Casa Bianca è stato il punto di partenza della fortunata campagna Let’s Move!, portata dalla First Lady, accompagnata dalle figlie Sasha e Malia e dalla mamma, anche a Expo Milano 2015, lo scorso giugno.

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Il Q&A su Vine

Parlare con le persone è stata la chiave dell’intera campagna di sensibilizzazione della First Lady. Quali migliori strumenti di Twitter e Vine, quindi, per generare conversazioni sull’argomento grazie al Question&Answer e rendere immediata e divertente qualsiasi risposta su mangiare sano, cucina dietetica e gardening?

Indimenticabile per gli americani sui social resta ad esempio il rap di Michelle Turnip for what?

https://vine.co/v/OqJKZVQami9

Michelle Obama si trasforma in cartoon

Comunicare con i bambini può essere una delle operazioni di marketing più complesse, ma allo stesso più divertenti : nessun errore è ammesso. Il rischio di non piacere ai genitori o ancora peggio di risultare antipatici e intollerabili ai bambini è altissimo, ma la First Lady ha adottato l’approccio più diretto possibile, comparendo in versione cartoon nell’episodio Doc McStuffins Goes to Washington di Dottoressa Peluche, un cartoon Disney trasmesso anche in Italia.

Michelle Obama Marketing

Così pure apparire in tv con la divertente Mom Dancing accanto a Jimmy Fallon ha assegnato svariati punti non solo alla First Lady in persona, ma anche alla sua campagna.

FNV e Eat Brighter, due campagne strutturate per frutta e verdura

Pma, Produce marketing association, è l’associazione statunitense specializzata nel marketing del fresco, che è stata in grado di mettere in pratica una nuova fase del programma della First Lady, reclutando le star dello spettacolo e del mondo dello sport in una campagna che ha avvicinato i giovani tra gli 11 e i 18 anni, spingendoli ad aumentare il loro consumo di frutta e verdura.

“Abbiamo lavorato per usare il potere della pubblicità a nostro favore”, ha commentato Michelle Obama nel suo articolo.

Un compito davvero arduo se si pensa che ogni anno vengono spesi circa 2 miliardi di dollari in pubblicità di cibo per ragazzi, mentre solo meno dell’1% di questa cifra è destinato al marketing di frutta e verdura, cibi che invece dovrebbero comporre almeno metà dei nostri piatti ad ogni pasto.

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La campagna Fruit ‘N’ Vegetables o, in breve FNV, è stata studiata in modo da essere complementare a quella analoga lanciata da Michelle Obama, Eat Brighter.

Frutta e verdura sono diventati prodotti di tendenza, da promuovere allo stesso modo di un paio di jeans da star dello show biz come Jessica Alba, Nick Jonas, o Stephen Curry, per arrivare all’obiettivo finale di creare un vero e proprio marchio targato FNV.

Michelle Obama e il marketing che renderà l'America più sana

Andy Nathan, responsabile marketing di Victors & Spoils ha sottolineato alcuni aspetti fondamentali del marketing di questa campagna:

I ragazzi sono i consumatori più attenti in assoluto ai brand mentre, al contrario, oggi la frutta e la verdura sono considerate soprattutto come commodities, piuttosto che dei brand. Per questo abbiamo deciso di iniziare a lavorarci sopra cercando di creare maggiore risonanza emotiva sui prodotti freschi con l’obiettivo di incrementare consumi e vendite.

La strategia su internet, con l’apertura del sito web e, la strategia social, su Facebook, Twitter, Instagram e YouTube, è stata completata da una serie di annunci televisivi e messaggi sulla stampa, rivolti a due mercati considerati chiave: Fresno in California e Hampton Roads, Virginia.

Solo lo scorso anno FNV ha registrato 1 miliardo di impression, e il 70% delle persone che hanno visto la campagna hanno ammesso di essere stati invogliati a mangiare più prodotti freschi.

Allo stesso modo anche la campagna Eat Brighter, grazie all’utilizzo dei pupazzi di Sesame Street, il programma televisivo educativo per bambini, diventato famoso per la partecipazione dei Muppet, ha permesso di promuovere frutta e verdura in 29.000 negozi di generi alimentari, ad esempio utilizzando adesivi simpatici per le mele, che richiamassero l’attenzione dei più piccoli sui prodotti alimentari sani.

michelle obama marketing

Step 2, comunicare informazioni importanti con MyPlate

Una volta superato il primo ostacolo, quello di conquistare l’entusiasmo della gente verso l’alimentazione sana, Michelle Obama e il suo staff sono passati alla definizione di un nuovo obiettivo, migliorare il modo in cui le informazioni nutrizionali vengono comunicate per aiutare le persone a compiere i propri acquisti in modo consapevole.

Michelle Obama e il marketing che renderà l'America più sana

Il secondo step è stato quindi il lancio di MyPlate, un’icona che ha sostituito la vecchia piramide alimentare, fornendo una guida chiara su come mettere insieme un pasto sano.

Inoltre, per la prima volta in vent’anni, la FDA (Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici) ha messo a punto una nuova e migliorata etichetta nutrizionale, con porzioni più realistiche, caratteri più grandi e leggibili per mostrare il conteggio delle calorie e le informazioni su quanto zucchero è stato aggiunto durante la lavorazione e su quanto proviene invece da ingredienti come frutta e verdura.

In questo modo, sono soprattutto i giovani ad aver avuto la possibilità di ascoltare messaggi nuovi e più corretti sull’alimentazione, per poter avere accesso ad una scelta più varia e corretta, sviluppando così abitudini più salutari.

Il risultato più importante per la First Lady e per la sua strategia di marketing è che i tassi di obesità infantile abbiano smesso di aumentare per la prima volta da decenni, anche se resta ancora molto da fare.

Google Spaces

Google Spaces: piccoli gruppi che condividono tutto

Mentre Facebook va letteralmente alla conquista dello spazio, Google ha da poco lanciato nella socialsfera Spaces, la nuova app che punta ad interessi specifici e gruppi di discussione tra utenti. Di cosa si tratta? Come funziona?

In effetti, dopo il buzz iniziale in fase di lancio, qualche settimana fa, se ne sta parlando ancora poco. La domanda che un po’ tutti si sono fatti è però sempre la stessa. C’era davvero bisogno di un nuovo social? E Google+?

Noi, da bravi social explorer, abbiamo cercato di mettere da parte i pregiudizi e ci siamo lanciati con Big G alla scoperta di nuovi Spaces.

Google Spaces

Google Spaces: piccoli gruppi che condividono tutto

Il social di Zuckerberg si diverte sempre di più a fare il pacman della situazione, inglobando quante più feature possibili, andando anche ben oltre l’aspetto prettamente social. Google, invece, ha scelto di semplificare e posizionarsi in un ambito ben preciso: quello dei gruppi di discussione attorno ad argomenti specifici – che sono appunto i famosi spaces – dove il fulcro è la condivisione di un interesse. Scelta coraggiosa, ma motivata.

Google Spaces

Tempo fa, cercando di comprendere come risollevare le sorti di Google+, era emersa infatti l’esigenza di “avere un posto dove parlare dei propri interessi […] e incontrarsi con altri utenti che condividono le loro passioni allo stesso modo”.

Google ha sicuramente fatto tesoro del suggerimento. Resta comunque da capire perché se ne sia servito per costruire un social tutto nuovo (inevitabilmente, ogni tanto torniamo anche noi a interrogarci sulle sorti del fratello maggiore).

Google Spaces

Credit: owlturd.com

Ad ogni modo la creazione degli spazi di discussione di Spaces si differenzia sicuramente da quanto già esistente altrove, almeno per come è strutturata. Ogni conversazione ha vita propria attorno ad un argomento ed è slegata dalle altre.

Forse, solo concettualmente, ricorda un po’ il social Galaxia (anche per nome e riferimenti allo spazio), in cui ogni più disparato interesse dell’utente è a sé stante e può avere vita propria. Dimentichiamoci quindi il flusso continuo di tuttologia dei profili alla Facebook, questa è tutta un’altra storia.

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Google Spaces: perché sì

  • viva la semplicità (e l’usabilità): dall’app o da desktop, sei immediatamente catapultato nel mondo di Spaces, spinto a creare un nuovo topic da personalizzare con titolo e tema. Poi puoi invitare chi vuoi a prendere parte alla discussione (tramite invio del link, email o Facebook). Provare per credere, intuitivo e superipermegarapido.

Google Spaces

 

Google Spaces

  • immediatezza: puoi cercare e condividere articoli, video e immagini in modo molto immediato. Con Ricerca Google, Chrome, Foto e YouTube incorporati, non c’è bisogno di passare da un’app all’altra. E in più puoi mantenere la chat attiva mentre guardi un video o qualsiasi altro contenuto anche da mobile. Comodo, no?
  • la photo search: forse la cosa più interessante. La ricerca per keyword funziona anche dentro le immagini: Spaces cerca la parola chiave nel loro contenuto (non testuale)

Google Spaces

 

Perché ni

  • anche l’occhio vuole la sua parte: va bene la semplicità, ma a volte abbiamo bisogno anche di qualcosa di accattivante davanti agli occhi, specie se dobbiamo scegliere di passarci del tempo per diletto, e la concorrenza è tanta. Un filino basic, insomma. È proprio vero, non ci va mai bene niente.
  • poca anima: nonostante l’estrema praticità, non possiamo fare a meno di interrogarci sull’effettivo appeal che possa avere Google Spaces nel mare magnum dei social. Insomma, forse manca quel quid che le dia la giusta personalità per competere sia nel social sharing che nell’instant messaging
  • il suo futuro: per ora è tutto da disegnare. Probabilmente, se sarà integrata con qualche tool (Docs, Drive, Calendar ecc.) potranno esserci ulteriori interessanti sviluppi. Chi già lo usa sembra chiederlo a gran voce. E Big G sa ascoltare, lo sappiamo…

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BuzzFeed rifiuta $1,3 milioni dal Partito Repubblicano

BuzzFeed rinuncia a un contratto pubblicitario, del valore di ben 1,3 milioni di dollari,  perché non accetta i toni e le idee dell’inserzionista: Donald Trump.

In una e-mail inviata ai dipendenti, il  fondatore Jonah Peretti ha spiegato che il sito non accetterà denaro dal Comitato Nazionale Repubblicano per ospitare advertising elettorale pro Trump nei suoi articoli, a causa dei commenti offensivi del candidato presidenziale verso le donne, i musulmani e gli immigrati.

BuzzFeed rifiuta $1,3 milioni dal Partito Repubblicano

BuzzFeed ha fatto spesso storcere il naso per decisioni fuori dagli schemi ed apparentemente irrazionali; ma tali scelte sono volte al rifiuto, con forza e determinazione, di promuovere contenuti dalla dubbia moralità.

Come è ovvio, un contratto da 1, 3 milioni non è un’offerta da poco e Mr. Peretti è consapevole di tale perdita.

Ma, a quanto pare, tutto questo denaro non è bastato a convincere BuzzFeed, che risponde No! Thank you! alle idee di Trump e dei suoi sostenitori:

Vorrebbero vietare ai musulmani di viaggiare negli Stati Uniti, hanno minacciato di limitare la libertà di stampa e hanno fatto dichiarazioni offensive verso le donne, immigrati, discendenti di immigrati e cittadini stranieri. Per questo motivo abbiamo cessato l’accordo con i repubblicani. BuzzFeed, gruppo internazionale con assunti di diverse nazionalità e religioni, non è compatibile con i proclami di Trump: la sua campagna è in diretta opposizione con la libertà dei nostri dipendenti negli Stati Uniti e nel mondo e, in alcuni casi, come nella proposta di fermare i viaggi dei musulmani, renderebbe impossibile il loro lavoro… Non ci piace certo perdere fatturato che finanzia il nostro lavoro, tuttavia, in alcuni casi vanno fatte delle eccezioni: non accettiamo sponsorizzazioni dai colossi del tabacco perché le sigarette sono pericolose per la nostra salute. Non accettiamo la pubblicità di Trump per lo stesso motivo.

BuzzFeed rifiuta $1,3 milioni dal Partito Repubblicano
Ma BuzzFeed non è l’unico a rifiutare le idee di Trump, tre canali tv (Nbc, Espn e Univision) hanno cancellato gli accordi presi per seguire spettacoli o iniziative sportive legate al personaggio politico.

Ed è di pochissimi giorni fa la decisione del PGA (Professional Golf Tour) che ha annunciato d’aver trasferito il World Golf Championship dai campi di Miami, di proprietà di Trump, ad un complesso in Messico. Gli organizzatori sostengono che non c’è una protesta in atto contro il candidato dietro questa clamorosa scelta, ma ammettono di non essere riusciti a trovare abbastanza sponsor per finanziare l’evento, e di averli invece trovati proprio in Messico.

In altre parole, aziende che prima erano contente di sponsorizzare iniziative legate al Partito Repubblicano, ora si tirano indietro.

Se il Ceo di una grande azienda si presentasse al lavoro e dicesse le cose che ha detto Trump, sarebbe licenziato in tronco ed è giusto che le aziende non abbiano contatti stretti con una persona che vuole vendere odio all’America. Rashad Robinson – Executive Director di ColorOfChange

Cornetto’s Commitment Rings: non tradire più il tuo partner guardando le serie tv da solo

Cornetto, il brand che da sempre celebra le più belle storie d’amore, ha presentato in questi giorni un gadget davvero speciale: i Cornetto’s Commitment Rings.

Una delle cause fondamentali della rottura di molte coppie è il tradimento. Qui però non stiamo parlando di scappatelle o storie parallele, ma di una forma di tradimento molto più comune di quanto si pensi: guardare gli episodi di una serie tv prima del tuo partner.

Siate sinceri, chi non l’ha mai fatto? E magari dopo aver visto gli episodi in anticipo avete anche finto stupore quando poi li avete rivisti con la vostra metà.

Non abbiate timore, con questo nuovo gadget non dovrete più preoccuparvi di essere traditi.

Come funziona

I due anelli sono compatibili con le più diffuse piattaforme di streaming video (Netflix, Amazon, Hulu ecc) alle quali possono essere collegati per 6 mesi.

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Attraverso la mobile app le coppie possono scegliere le serie che desiderano guardare insieme. A quel punto l’app sbloccherà la visione della serie soltanto quando rivelerà la vicinanza dei due anelli – attraverso la tecnologia NFC.

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Secondo AdWeek, Cornetto promette di distribuire questo gadget online ma non è ancora chiaro in che quantità saranno disponibili. Anche altri aspetti tecnologici sono ancora da chiarire, ma di sicuro non si tratta di uno scherzo.

E voi siete pronti ad impegnarvi “serialmente” con il vostro partner?

>>> Commentate su Twitter @ninjamarketing utiizzando l’hashtag ufficiale #SERIESCOMMITMENT

Gli strumenti del Web Marketing per te: recupera la Free Masterclass On Demand

Martedì 31 maggio Luca La Mesa e Filippo Giotto, docenti del Corso Online in Digital Strategy e Web Marketing,  hanno tenuto la Free Masterclass “Gli strumenti che semplificano la vita dei Web Marketer. Te la sei persa? Niente panico perché la trovi disponibile On Demand.

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Tra i punti centrali affrontati dai docenti:  la necessità della visione d’insieme nella creazione di campagne online, per capire come pianificare flussi editoriali e padroneggiare metriche vitali di performance. Una vera e propria cassetta degli attrezzi a cui potrai attingere per prendere le migliori decisioni strategiche e operative per le tue necessità.

Se ti stai chiedendo quali sono le piattaforme, gli strumenti e le app che compongono la cassetta degli attrezzi dei più bravi Digital Strategist e Web Marketer; se vuoi sapere con quali dashboard, procedure e metodi riescono a implementare piani di marketing digitale di successo, questa lezione ti piacerà.

Come seguire la Free Masterclass On Demand

Quello che devi fare è andare sul sito della Ninja Academy e iscriverti gratuitamente alla Free Masterclass “Gli strumenti che semplificano la vita dei Web Marketer”. A questo punto, nella tua Area Utente troverai tutti i contenuti della lezione, compreso il video.

Ti avvertiamo che, oltre a godere della Free Masterclass potrai curiosare tra l’offerta Ninja Academy e trovare tutti i corsi online disponibili. La fruizione del corso On Demand è gratuita e ti permetterà di arricchire gli strumenti che usi per organizzare il tuo lavoro, di semplificare procedure operative legate al Web Marketing, di velocizzare le decisioni da prendere per le strategie di marketing online. Che aspetti? Buon lavoro!