Il 19 marzo per Gillette: Perché non lo chiedi a papà?

Il 19 Marzo è un giorno che non tutti ricordano, capita che passi un po’ in sordina, defilato tra tante ricorrenze. Per il giorno in cui si festeggiano tutti i papà, P&G ha scelto di affrontare un tema attuale come la comunicazione tra figli e genitori con la campagna Perché non chiedi a papà? con il brand che più di tutti parla agli uomini, Gillette.

Gli insight alla base della campagna

Gli adolescenti preferiscono cercare le informazioni su internet piuttosto che fare affidamento ai proprio genitori (94% ). I ragazzi approcciano il mondo, fanno le prime scoperte non sulle orme del proprio padre ma su quelle del  famoso www.

Il 19 Marzo per Gillette Perchè non lo chiedi a papà 3

Il mantra dei video di P&G: la quotidianità che emoziona

Nel video virale di Gillette Perché non chiedi a papà?  troviamo adolescenti alle prese con le prime esperienze significative, quelle che segnano il passaggio: fare il nodo alla cravatta, approcciare una ragazza e naturalmente farsi la barba. Nella prima parte del video, viene chiesto loro di cercare le informazioni per compiere queste azioni su internet. Nella seconda parte i ragazzi di rivolgono direttamente al loro papà e fanno pratica insieme a loro.

Sono coppie padre-figlio traversali a nazionalità, ceto sociale, razza e qualsiasi ipotetica diversità: perché la guida e l‘esempio di un padre sono valori che accomunano ogni latitudine. Vi lascio immaginare quale sia la considerazione dei ragazzi dopo il confronto.

Ecco il mantra dei video di P&G: la quotidianità che emoziona. Finito il cortometraggio ti ritrovi davanti allo schermo, occhi lucidi e brividi generalizzati. Le situazioni raccontate sono quelle di vite normali, di relazioni e momenti in cui ti rivedi con facilità e per questo ti immedesimi subito. Empatia e coinvolgimento come se piovesse.

Il 19 marzo per Gillette Perchè non lo chiedi a papà

La strategia comunicativa di P&G

La strategia comunicativa di P&G è chiara: portare i consumatori ad associare momenti quotidiani felici, o comunque significativi, ai brand del suo portafoglio esaltando le relazioni. Perché non chiedi a papà? si aggiunge all’evocativo spot che celebra i 50 anni di Dash e a Thank you Mom. I testimonial non sono personaggi famosi ma persone come te che si raccontano, come resistere all’emozione?

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Questa campagna di Gillette sicuramente abbasserà la percentuale di italiani che fingono apprezzamento davanti ad un regalo deludente (80%) perché la complicità padre-figlio è indubbiamente il regalo migliore che un papà possa desiderare, non solo nel suo giorno.

Gillette ci dice di chiedere al papà, di fidarci. Dopo aver versato anche tu la tua lacrima davanti a questo video, cosa regalerai al tuo?

La street art di ExitEnter in esclusiva per DAMAI

di Silvia Scardapane

Anche questa settimana Streetness indaga l’interessante connessione tra Street Art e mondo della moda, proponendo un connubio tutto made in Florence tra il brand Damai e lo street artista ExitEnter.

I noti omini di ExitEnter sono visibili in molte città italiane ed europee, anche se hanno origine proprio a Firenze, dove l’artista è nato. Sono rappresentazioni leggere e delicate, come i palloncini con cui volano via, nonché alter ego dello stesso street artista anonimo, che ha poi scelto di portare queste minuscole popolazioni dai suoi personalissimi sketch book ai muri e, da oggi, anche su borse artigianali.

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A premiare il successo di figure non solo umanoidi, spesso fantastiche e accompagnate da note legate all’attualità, vi è sicuramente l’immediatezza con cui il pubblico e gli appassionati ne hanno recepito gli intenti, ed è evidente che Damai ha colto tale istantaneità generando una special edition pensata ad hoc per la produzione dell’artista.

A ben vedere, si tratta di disegni inediti realizzati da ExitEnter per raccontare una storia di amicizia in movimento con tre soggetti creati appositamente per tre modelli di borsa Mini-Eva dai colori blu, verde e rosso: un topino in volo con il caratteristico palloncino rosso, un topino in volo trattenuto da un gatto ed il gatto ed il topo insieme legati da un cuore, sempre rosso, a simboleggiare una vittoria suprema dell’amore. Con queste tre semplici caratteristiche, Damai ed ExitEnter hanno sintetizzato la ricerca di un look giovane ed urban, in linea con lo spirito che accompagna le presenze dello street artista in istrada.

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Damai, azienda ideata da Mauro Fabbri, è un brand elegante e femminile che presta attenzione alla praticità e allo stile, facendo del design, dei materiali e dell’e-commerce tre punti fondamentali su cui tessere la qualità dei propri prodotti, tutti lavorati a mano e realizzati esclusivamente in Italia. Sin dal principio Damai ha scelto di contare sul supporto degli artisti, soprattutto emergenti, proponendosi in una nuova forma tutta contemporanea, di ingegno e di bellezza, sollecitando il rimando ad un secondo Rinascimento italiano.

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La fusione tra Damai ed ExitEnter è un ulteriore esempio positivo attraverso cui Streetness analizza produzioni aziendali dall’ispirazione originale e giovanile che confermano di voler rinnovare la propria immagine con qualità e creatività, a partire da una scelta della Street Art fortunatamente non banale.

La performance della pubblicità su Facebook e Twitter

La partita del performance marketing, da qualche anno, non si gioca più solo sul campo SEM e SEO, ma si gioca anche sui social media con le campagne di social advertising. Ce ne parla Luca La Mesa, docente del Corso Online in Performance marketing di Ninja Academy, a cui abbiamo posto alcune domande.

Luca La Mesa

Quali sono gli obiettivi strategici su cui Facebook Advertising è maggiormente efficace?

Alla base del successo di Facebook Advertising c’è sicuramente una grande capacità di profilare il target. Si possono definire degli insiemi di caratteristiche estremamente specifiche per assicurarsi che il messaggio arrivi all’utente per noi maggiormente in target.

Già nel libro “The Road Ahead” di Bill Gates del 1995 si ipotizzava che in futuro avremmo visto solo la pubblicità che ci sarebbe interessata e non quella per la quale noi saremmo stati fuori target. Oggi sarebbe possibile se i 3.000.000 di inserzionisti di Facebook impostassero al meglio le campagne e gli utenti decidessero di condividere maggiori informazioni sui loro interessi.

obiettivi facebook advertising

Gli obiettivi strategici sono molteplici e ho notato che le inserzioni multiproduct o Carousel Ads sembrano molto efficaci (risparmio del 30-50% del CPA e fino al 30% del CPC) mentre stiamo testando la performance delle Lead Ads in confronto a campagne simili ottenute con altri canali (ad esempio tramite campagne google che puntano a un form di registrazione).

Mentre su Facebook può essere sicuramente più veloce il processo di acquisizione dei dati proprio attraverso le Lead Ads ciò che va considerato è quanto quel lead sia realmente interessato ad approfondire l’opportunità offerta dalla pubblicità. In parole semplici, seppur l’utente abbia lasciato i suoi dati per effettuare un test drive, potrebbe essere meno interessato a comprare una nuova auto rispetto all’utente che spontaneamente ha cercato su google “Ford Mustang Rossa”.

Sta inoltre aumentando molto il ritmo con cui Facebook rilascia nuovi strumenti e nuove opportunità di profilazione ed è veramente un’ottima notizia e il consiglio migliore che mi sento di dare è di dedicare sempre più tempo allo studio dei dati che Facebook ci mette a disposizione quasi in tempo reale per comprendere quali obiettivi stiamo raggiungendo realmente e quali azioni correttive intraprendere per quelli che sono ancora un po’ lontani.

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Ha senso per un’attività o un brand investire in pubblicità senza avere una fanpage?

Personalmente non consiglio di impostare campagne su Facebook senza aver creato una propria presenza in quanto denota un approccio più orientato a una comunicazione “dall’alto verso il basso” che non orientata all’interazione e al dialogo. Ciò nonostante Facebook consente di attivare la pubblicità senza avere una fanpage/pagina pubblica ma con una serie di limitazioni sia di posizionamento che di obiettivi percorribili.

Posizionamento: non è possibile pianificare la pubblicità nella sezione notizie (che sia desktop o mobile) o su Instagram, ma solo sulla colonna destra che però sappiamo non essere visibile da mobile.

fanpage di facebook

 

Obiettivi: non è possibile scegliere tra tutti gli obiettivi di advertising ma solo alcuni, come quelli che spostano l’azione dell’utente fuori da Facebook, come ad esempio clic sul sito web, conversioni sul sito, ecc.

In una logica di ottimizzazione dei costi è sempre meglio creare e gestire professionalmente una fanpage per poter testare il diverso posizionamento dell’inserzione e poter scegliere e mantenere attive solo le inserzioni che staranno portando i migliori risultati al costo più basso.

Come valuti lo strumento di Facebook per l’advertising?

Facebook advertising si sta dimostrando realmente uno strumento molto completo e ricco di opportunità. Consiglio di dedicare diversi minuti a navigare tutti i possibili criteri di profilazione perché cambiano spesso e permettono di farsi venire nuove interessanti idee su come impostare le prossime campagne.

Sono convinto che nel tempo Facebook tenderà ad integrare sempre più le informazioni che riesce a raccogliere sui nostri gusti anche attraverso altre tecnologie/app da lui acquistate. Bisognerà solamente stare attenti a mantenere un alto livello di trasparenza sulle modalità di acquisizione delle informazioni e non superare il limite oltre il quale gli utenti potrebbero reagire in maniera negativa.

Un esempio che mi colpì molto avvenne nel 2015 in America ad un ragazzo texano che suscitò grande dibattito su Reddit in quanto ipotizzava che Facebook sulla sua App (iOS e Android in America) utilizzava il microfono per captare i suoni ambientali per monitorare le conversazioni a fini pubblicitari.

La storia, documentata anche da altre importanti testate online, racconta che il ragazzo stava parlando con la sua ragazza della necessità di disinfestare il suo appartamento dagli insetti mentre aveva l’applicazione di Facebook aperta sul suo iPhone. Dopo poco vide comparire un banner pubblicitario “Ti serve una disinfestazione?”, pur senza aver mai effettuato ricerche online su insetti o disinfestazioni. Ipotizzò dunque che era stato ascoltato tramite il microfono del telefono.

Blank Card holded by hand and thumbs up

Il product manager di Facebook Aryeh Selekman dichiarò a Techcrunch che:

«Oggi non riusciamo a targettizzare pubblicità su questi post, ma è qualcosa a cui abbiamo pensato, e potenzialmente lo faremo in futuro».

Tecnicamente si tratterebbe di una tecnologia simile a Shazam che riconosce le parole e controlla se sono presenti nel database di Facebook. In caso positivo si potrebbe in futuro ipotizzare di impostare una pubblicità su quelle parole chiave. Uno scenario più delicato sarebbe se la stessa tecnologia fosse utilizzata per proporre pubblicità in base allo stato emotivo degli utenti.

Mi auguro che, seppur la tecnologia offrirà sempre maggiori opportunità di profilazione, i colossi come Facebook, Google, Twitter e Snapchat avranno sempre maggiore attenzione ad utilizzare queste tecniche nel modo migliore per far sì che il rapporto con gli utenti sia e rimanga sempre di grande fiducia e non si superi mai il limite dettato dal buon senso.

In quale occasione panificheresti una campagna Twitter rispetto a una campagna Facebook? (e viceversa)

Se dovessi sbilanciarmi a priori imposterei campagne su Twitter nel caso abbia interesse a colpire coloro che hanno utilizzato in passato precise #parolechiave che siano affini al mio brand. Per esperienza ci è capitato di impostare campagne cross-canale su più piattaforme e devo dire che, seppur Twitter è a volte risultato un po’ più costoso, è stato estremamente utile per alcuni criteri di profilazione.

Ad esempio lanciammo una campagna di crowdfunding per promuovere lo sviluppo del primo “bumper/cover” utilizzabile per l’Apple Watch che superò il target ottenendo il 161% dell’obiettivo. Decidemmo dunque di promuovere la pre-vendita del prodotto verso tutti coloro che i giorni dopo il lancio avevano fatto un tweet usando #AppleWatch. Fu un caso molto interessante ed sarebbe facilmente replicabile in tanti altri ambiti.

Internet

Su Facebook invece è incredibilmente performante quando si sponsorizza un contenuto sportivo verso coloro che tifano la squadra o l’atleta che ha vinto. Mi è capitato in diversi sport di pubblicare in tempo reale il post della vittoria e devo dire che attivare subito una campagna non verso tutti i fan ma solo verso coloro che sono contenti della vittoria è una tecnica che premia.

Immaginate la Serie A Tim che posta la notizia finale del Derby di Milano, Roma o Torino. Quanto sarebbe più performante se la pubblicità fosse impostata, ad esempio, solo verso i fan della Roma dopo una ipotetica vittoria contro la Lazio?

Allo stesso tempo però mi è capitato di vedere campagne di squadre di calcio che promuovevano l’abbonamento annuale a utenti che tifano squadre diverse per non dire “rivali”. E’ facile accorgersi di questi errori di profilazione perché i commenti al post diventano sempre terreno fertile per fare ironia.

In linea più generale la pianificazione delle campagne dipende molto dagli obiettivi e dal budget del cliente. L’ideale è fare sempre dei test preliminari per essere poi in grado di avere dei dati reali sui quali fare delle proiezioni di possibile performance dei vari canali e definire un piano media social più completo e corretto.

Ai clienti consiglio sempre di richiedere flessibilità nell’allocazione del budget in modo da poterlo spostare da un social all’altro in base a quello che sta performando meglio. Le agenzie dovrebbero sempre più ragionare in ottica imprenditoriale come se i soldi pianificati fossero i loro e chiedendosi dunque sempre se stanno facendo il massimo per ottimizzarli e se vale la pena tenere tutte le campagne attive o meno.

 

Vuoi imparare a strutturare una campagna su Fb e Twitter conoscendone le più importanti funzionalità avanzate? Scopri il Corso Online in Performance Marketing, “la potenza di Web Analytics, Social Media e AdWords al servizio delle vendite“, firmato Ninja Academy.

Hyperloop: nel 2020 il treno superveloce collegherà Slovacchia, Austria e Ungheria in 8 minuti

Da Bratislava a Vienna e Budapest in soli 8 minuti. Hai letto bene. Potrebbe essere il treno più veloce del mondo con i suoi 1200 km orari. Il condizionale è d’obbligo, perché per il momento è solo un progetto. Che, però, ha già delle fondamenta ben salde nella realtà. Sì, perché, azienda leader nel sistema di trasporto supersonico, per costruire non solo le capsule supersoniche ma anche un tubo depressurizzato in grado di facilitare il passaggio galleggiante di questi treni, tanto futuristici quanto possibili.

Hyperloop Transportation Technologies arriva in Europa nel 2020 e collegherà Bratislava e Vienna in 8 minuti

Hyperloop Transportation Technologies arriva in Europa nel 2020 e collegherà Bratislava e Vienna in 8 minuti

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Dimenticati, infatti, i convogli “normali”. Qui parlo di un treno superveloce con cabine da non più di 28 posti, alimentate da pannelli solari che coprono il percorso e da turbine eoliche interne, capaci di produrre elettricità ed immagazzinarla in batterie quando non si potranno sfruttare le energie rinnovabili, come ad esempio nei passaggi sott’acqua.

L’Hyperloop in Europa ridurrà le distanze e metterà in rete le città come non è mai avvenuto in passato.

Ha dichiarato il Ministro dell’Economia slovacco Vazil Hudak. Insomma Slovacchia, Austria e Ungheria non sono mai state così vicine. Attualmente, infatti, con l’auto si impiega almeno un’ora (e due con il treno) per collegare Bratislava con Vienna. Per Budapest i tempi, addirittura, si raddoppiano. Nei prossimi mesi la californiana Hyperloop Transportation Technologies farà un test su una pista di 8 km a Quay Valley, smart city a stelle e a strisce. Sullo sbarco di Hyperloop in Europa, però, c’è il massimo riserbo. Per il CEO dell’azienda, Dirk Ahlborn, “potrebbe avvenire abbastanza velocemente”. Secondo le indiscrezioni che si inseguono sul web, il treno supersonico potrebbe essere ultimato già nel 2020. Segnati in agenda questa data!

Art Night Out: il 18 marzo Milano è tutta una galleria d’arte a portata di smartphone

Che succede quando una città è ricca di verve artistica e culturale e voglio rendere sistema quel fuoco sacro e portarlo alla ribalta?

Milano da sempre ha una sua naturale proiezione verso il design innovativo, è culla di cultura pop e sede naturale per artisti, affermati o di strada, da ogni parte del mondo. Una città  quindi da osservare attraverso lenti sempre diverse che connotano un luogo rispetto ai nostri interessi.

Rendere quel percorso culturale visibile a tutti ed accessibile in termini economici, anche a chi per abitudine frequenta luoghi diversi, è una sfida impegnativa in cui anche il digital può giocare un ruolo determinante.

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Per questo Warsteiner, storico birrificio tedesco, da anni si fa promotore di un’iniziativa denominata Affordable Art Fair, una manifestazione che ha come missione dichiarata aprire l’arte ad un pubblico più ampio possibile e che avrà il suo culmine nell’evento Art Night Out, la sera del 18 marzo.

Art Night Out: un percorso artistico mappa in mano

Art Night Out è una vera e propria visita itinerante tra oltre 80 siti scelti in città. Chi vuole può iscriversi alla manifestazione e seguire il percorso scelto interfacciandosi quindi con l’evento in una maniera tradizionale, con Ivan Tresoldi, poeta e street artist milanese, che farà da gran cerimoniere e da guida tra le varie installazioni.

Ma ci sarà una seconda modalità di partecipazione:  sarà possibile scaricare l’app ufficiale (disponibile sia per iOs che Android) dalla quale consultare tutte le sedi che prendono parte all’iniziativa, vederle collocate sulla mappa di Milano e definire di conseguenza il proprio percorso.

Art Night Out

Gli itinerari creativi che si verranno a creare potranno essere condivisi sui canali social della manifestazione e contribuiranno a creare una una pluralità di racconti in cui ogni galleria, ogni artista ed ogni opera, potrà essere considerato un elemento comune a costruzione di una rete collettiva.

Il tour che avrà luogo dalle ore diciannove sino alla mezzanotte fonda la sua essenza sulla capacità di creare connessioni su due piani:

  1. quello tematico: la creazione un percorso coerente che leghi tutte le gallerie d’arte presenti sul territorio accendendo i riflettori e facendole diventare stazioni d’interesse.
  2. il rapporto offline ed online: attraverso l’applicazione e la promozione all’interno dei social, i meccanismi di partecipazione vengono allargati e la definizione di percorso artistico trascende l’esperienza diretta del luogo fisico manifestandosi come esperienza digitale.

Il circuito messo in atto da Art Night Out si fonda sulla capacità di far uscire da quella zona grigia e sommersa quei luoghi altrimenti “inaccessibili” lasciando però totale libertà di scelta rispetto alla costruzione di un percorso tematico.

Week in Social: Facebook lavora per la pace, Instagram introduce l’algoritmo più temuto

È venerdì! Dopo una lunga settimana lavorativa, il weekend è finalmente alle porte, ma è soprattutto giunto il momento della nostra rubrica “Week in Social”. La settimana che sta per concludersi ha portato con sé non poche novità sul piano social. Facebook, Twitter e Instagram la fanno da padrone, ma scopriamo tutte le novità una alla volta.

Facebook

Numerosi utenti di Facebook provenienti da India e Pakistan si stanno preparando per lo scontro di cricket tra India e Pakistan all’ICC World Cup T20 che si terrà il 19 marzo. L’evento sarà celebrato con un gesto di pace simbolico: gli utenti, grazie alla nuova funzione lanciata da Facebook, stanno cambiando l’immagine del profilo con i colori della squadra del paese avversario.

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Facebook ha permesso agli utenti di poter cambiare l’immagine del profilo per sostenere la propria squadra, ma approfittando di questo evento, diversi utenti hanno rilanciato la campagna online #ProfileforPeace iniziata l’anno scorso, che vedeva i sostenitori indiani mettere la foto profilo con una cornice dedicata al Pakistan sulle loro immagini e viceversa.

Lo stesso Zuckerberg in un post sottolinea come questa iniziativa nasceva per permettere agli utenti di sostenere la propria nazione, ma la risposta degli utenti mette in luce come “più siamo connessi tra di noi e più ci rendiamo conto di come ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide.”

Twitter

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È stato annunciato dal blog ufficiale l’arrivo di Twitter in versione mobile per i dispositivi Windows 10.

Le funzioni disponibili sono quelle caratteristiche della app, vale a dire la condivisione di contenuti, la possibilità di editare e twittare video, inviare messaggi di gruppo, condividere un tweet, citarlo e controllare i migliori tweet anche senza effettuare il login.

Inoltre, per quanto riguarda Twitter su Desktop e tablet è in arrivo la funzione più richiesta: il tema scuro. Sarà possibile cambiare il tema dell’applicazione direttamente dalle impostazioni>personalizzazione.

Instagram

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Instagram ha annunciato una novità che sta già facendo molto discutere: il nuovo algoritmo nella visualizzazione dei post.

I post saranno visualizzati in base alla popolarità e non più in ordine cronologico.
Come si può leggere dal comunicato ufficiale pubblicato sul blog del social network, si stima che gli utenti perdano circa il 70% degli aggiornamenti dei propri contatti.

Di qui l’esigenza di ordinare gli aggiornamenti in base a ciò che si pensa possa interessare di più al singolo utente.

I post saranno così ordinati in base al grado di relazione con la persona che posta il singolo contenuto, alle probabilità che quel preciso contenuto interessi all’utente e alla tempestività del post. I post saranno comunque tutti presenti e visibili all’utente, semplicemente con un ordine diverso. Se il nostro artista preferito posterà un video riguardante il concerto andato in scena la sera prima, non dovremo più affannarci: al nostro risveglio, sarà lì ad aspettarci. Da qualche giorno, inoltre, Instagram mosterà sotto ogni foto la data esatta in cui è stato postato: giorno, mese e anno. Se non vedete ancora questo aggiornamento, non preoccupatevi: arriverà presto!

LEGGI ANCHE: È la fine di Instagram come lo conosciamo?

Flickr

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Uno dei social network più importanti dedicati al mondo della fotografia cambia le regole: la funzione auto-uploadr, che permette all’utente di caricare migliaia di foto direttamente da pc, iPhoto o qualsiasi altro archivio, sarà disponibile solo a pagamento: 6 dollari al mese o 50 dollari all’anno.
Per rendere meno traumatico il passaggio da account free ad account pro, il social network offrirà uno sconto, con il primo anno a 35 dollari anziché 50, con il codice ‘FLICKRPRO30′.

Telegram

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La piattaforma di messaggistica istantanea ha annunciato il lancio di un nuovo bot che permetterà agli utenti di restare sempre informati sui topic di loro interesse.

Il bot invierà articoli contenenti le notizie da TechCrunch in merito agli argomenti che più interesseranno all’utente, a cui basterà esprimere le sue preferenze in merito ai topic, gli autori o le sezioni del sito. Se ad esempio dovessimo interessarci alle sezioni di Twitter, il bot ci invierà una raccolta di trend stories due volte al giorno. Sarà anche possibile fare delle domande al bot come ad esempio, “chi è Tizio?” o “cosa è Caio?

Dal mondo dei social network è tutto: arrivederci alla prossima settimana!

WeWork, il coworking da 16 miliardi di dollari

WeWork, il coworking da 16 miliardi di dollari

Quanto vale la sharing economy? La startup di office-sharing WeWork ha appena ottenuto un nuovo round di investimento da 430 milioni di dollari, che la porta attualmente ad un valore di 16 miliardi di dollari complessivi.

La stessa WeWork ha annunciato in un post sul proprio blog che i principali investitori erano le company cinesi Legend Holdings e Hony Capital.

WeWork, che era già l’undicesima startup più finanziata al mondo, ancora prima di questo ultimo round, ora può contare di affacciarsi anche su un nuovo mercato molto promettente, quello cinese appunto. “Il nostro investimento in WeWork è ovvio, ma anche strategico”, ha commentato il CEO di Hony Capital, John Zhao, convinto che il modello di WeWork sia perfettamente in linea con la cultura cinese.

Quanto alla propria quotazione, il testa a testa ora è con Snapchat per la sesta posizione a livello globale.

WeWork, WeLive: la condivisione è uno stile di vita

WeWork, il coworking da 16 miliardi di dollari

Oggi WeWork dispone di 80 spazi di coworking in 23 città in tutto il mondo, con 50.000 clienti che vanno dalle startup a grandi aziende come Merck e American Express.

Ma c’è di più, perché recentemente WeWork ha cominciato a sperimentare anche uno spazio di co-living, WeLive, dove chiunque può affittare parte di uno spazio comune e fruire dei servizi condivisi, come palestra e sala cinema, inclusi nel pacchetto. Una versione avanzata ed extra-lusso dello sharing che qualsiasi studente universitario ha provato almeno una volta nella vita.

Il coworking è un business sostenibile?

WeWork, il coworking da 16 miliardi di dollari

Ma WeWork ha anche i suoi critici. La società ha infatti dovuto risolvere una controversia sui propri servizi di custodia a fine 2015 e sotto il profilo finanziario, secondo alcuni scettici, potrebbe essere parte di una nuova bolla tecnologica.

Le critiche arrivano in particolare in merito alla sostenibilità del business model, dato che WeWork si muove essenzialmente nell’ambito del settore immobiliare. Tra grossi contratti di locazione e subaffitto ad aziende più piccole, uno dei campi economici più rischiosi, specie se si pensa che alcuni dei clienti delle diverse sedi di coworking sono essi stessi startup, quindi privi di una solida affidabilità in termini di pagamenti nel lungo periodo.

LEGGI ANCHE: Sharing Economy Act, primo passo verso una normativa dei nuovi modelli

A questi detrattori WeWork risponde sostenendo che “le società finanziate da Venture Capital costituiscono solo la metà del totale delle aziende associate a WeWork”. Le imprese che fruiscono degli spazi di coworking sono molto diversificate e operano in diversi settori, mentre il segmento in più rapida crescita è proprio quello delle grandi società, che si sono unite per la proposta di valore di uno spazio più accessibile, di una community e di un network, oltre che per la grande flessibilità di questa soluzione di locazione.

Storia di una startup miliardaria

WeWork, il coworking da 16 miliardi di dollari

Adam Neumann, CEO di WeWork, prima del lancio della sua startup era proprietario di una società di abbigliamento per bambini con sede a Brooklyn. Krawlers, questo il nome dell’azienda, vendeva vestitini con imbottiture sulle ginocchia per permettere ai bambini di gattonare ed aveva sede nello stesso edificio dello studio di Miguel McKelvey, architetto e co-founder di WeWork.

L’edificio nel quale entrambi lavoravano era occupato solo parzialmente, di qui l’idea di aprire uno spazio di coworking che permettesse anche ad altri imprenditori di lavorare negli stessi spazi. Dopo aver convinto il proprietario dello stabile, McKelvey e Neumann hanno aperto al primo piano la startup Green Desk nel 2008, una prima versione di quella che sarebbe diventata WeWork. L’obiettivo della società era quello di mettere a disposizione spazi di coworking sostenibili con mobili creati grazie a materiali riciclati ed energia elettrica proveniente da energia eolica.

Green Desk è decollata velocemente, ma i due soci hanno quasi subito deciso di cedere il loro business al proprietario dell’edificio Joshua Guttman. “Avevamo capito che l’essere green doveva essere più in generale in tutto ciò che facciamo, ma il vero futuro del lavoro si trovava nella community”.

Così, dopo aver intascato qualche milione di dollari, i due fondatori hanno lanciato il loro primo vero grande business: WeWork.

La Milano da bere sui social: una ricerca netnografica su Instagram

Milano da bere? E anche da esibire! Se siete nella capitale del fashion, per una serata in compagnia, in quale quartiere della movida vi dirigete per sorseggiare un bicchiere di vino? La scelta, possiamo ben immaginare, si restringe a 3 zone: Arco della Pace, Corso Como e Navigli.

È in questi quartieri particolarmente trendy che ‘raccontiamo’ le nostre imprese mondane e le rendiamo pubbliche. Ovviamente attraverso i social network! Scagli la prima pietra chi sul proprio profilo Instagram non ha almeno una foto scattata durante una serata con gli amici, che sia un selfie o una foto di gruppo o il bicchiere di vino che accompagna l’aperitivo.

Movida milanese

Ma attraverso un’analisi dei contenuti di Instagram si possono comprendere gli stili di consumo dei frequentatori di pub, bar, ristoranti e club milanesi?

Il Dipartimento di Netnografia di Viralbeat, ha prodotto un’analisi visuale qualitativa delle foto pubblicate su Instagram e geo-localizzate nelle tre aree della movida milanese, con l’obiettivo di indagare le pratiche di consumo di vino e come esse cambiano in base al contesto socio-spaziale.

Sono state scaricate 61.554 foto geo-localizzate e ne sono state selezionate circa 10.000, contenenti gli hashtag #vino, #wine, #winelover (e affini), per ogni zona è stato estratto, poi, un campione di 100 foto (quelle con il maggior numero di like).

La lente di ingrandimento della ricerca netnografica si è posata, innanzitutto, sui frequentatori delle tre zone di Milano. La prima evidenza emersa è che questi appartengono, per la stragrande maggioranza, alla cosiddetta creative class: un insieme di giovani lavoratori, spesso freelance, impiegati nei vari settori dell’industria culturale, quali quello del fashion, del design, del digital marketing, del giornalismo, del blogging, del food, o aspiranti tali, come gli studenti dello IED o della IULM. Questa classe, così come si rappresenta su Instagram, ostenta un lifestyle mondano, trendy e cosmopolita, a tratti anche un po’ upper class.

Nei due grafici che seguono possiamo notare la composizione dei consumatori di vino nelle zone di Arco della Pace e Navigli.

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Il milieu sociale delle due zone è praticamente lo stesso, tra i frequentatori ci sono, soprattutto, modelli e modelle (alcuni dei quali anche internazionali, come la tedesca Johanna Häring), lavoratori dell’industria del fashion, designer, studenti di moda, comunicazione e business e professionisti del digital e dell’editoria (come blogger, giornalisti e fotografi).

Per entrambe le zone emerge anche una consistente percentuale di utenti regular, che non è stato possibile categorizzare in maniera più precisa per mancanza di informazioni nelle bio degli account. Nonostante ciò, dall’analisi qualitativa delle foto dei loro profili, si scopre come essi incarnino ed emulino un lifestyle chic e mondano, proprio delle categorie sociali sopra elencate. Tra questi, ad esempio, i profili del super-mondano Salvatore Rubinacci e della ‘modella in erba@falcojules.

Gli utenti, per ostentare il proprio status sociale e raccontare le loro imprese mondane, cosa condividono su Instagram?

Con l’analisi visuale qualitativa delle foto pubblicate su Instagram, sono stati individuati i temi principali degli scatti condivisi dagli utenti.

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Relativamente alla zona Arco della Pace la maggior parte delle foto (ben il 40%) consiste in selfie individuali e collettivi. In questi scatti il vino gioca un ruolo marginale e spesso compare solo sotto forma di hashtag. Lo scopo primario di queste foto non è quello di comunicare il consumo di vino, ma quello di farsi vedere in un contesto cool e mondano. Nel 10% delle foto in cui compaiono, in primo piano, brand di aziende vitivinicole Dom Perignon la fa da padrone. Nelle foto in cui compare il brand c’è un’evidente ostentazione di status da parte degli utenti e si palesa uno stile di consumo di vino celebrity-oriented.

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Nelle foto geo-taggate nella zona dei Navigli, invece, si riscontrano sostanziali differenze.

Ricerca Netnografica Temi Scatti Navigli

Anche in questo caso compaiono molti selfie e ritratti (30%), ma questi sono molto meno celebrity-style e molto più ‘quotidiani’. C’è, inoltre, una maggior incidenza della categoria aperitivo (30%) e food (15%) – si tratta principalmente di foto di aperitivi minimal (salumi, formaggi) e di piatti ricercati.

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Navigli: Collage di foto con il più alto numero di like.

Quali sono gli hashtag correlati a #vino e #wine più utilizzati nelle due diverse zone? >> LEGGI LA RICERCA

L’analisi dei geo-tag inseriti nei contenuti pubblicati su Instagram, ha permesso di individuare anche quali sono i locali più taggati dagli utenti nelle due aree di Milano, circoscrivendo la ricerca sempre al consumo di vino. Nella TOP 10 dei locali ella zona di Arco della Pace al primo posto si piazza il Just Cavalli, seguito da Vinosfera e da Pandenus.

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Per quanto riguarda i Navigli, nella TOP 10 dei locali geo-taggati dagli utenti, primeggiano Anadima Bistrot e Viola Enoteca. Tra i locali associati al consumo di vino compaiano anche due Accademie dArte: Domus Academy e Naba.

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Dalla ricerca netnografica emerge, quindi, come nella definizione dell’immaginario e delle pratiche di consumo del vino, oltre al contesto urbano in sé, siano rilevanti anche altri fattori. Rispetto ad Arco della Pace, a plasmare lo stile di consumo di vino celebrity-oriented giocano un ruolo cruciale locali come Just Cavalli, Living, Pandenus, Deseo, Bhangra Bar e Cream Lounge, così come alcune micro-celebrità del fashion che lì vi gravitano, come la modella tedesca Johanna Häring (utente con 3.326 Follower).

Allo stesso modo, il consumo di vino più sofisticato e foodoriented dei Navigli è plasmato, oltre che dalla nuance bohèmienne del quartiere stesso, dalla presenza di enoteche come Anadima, Viola, Vino Vino, di locali hipster come Il Brutto Anatroccolo e il Movida, di spazi artistici come la Domus Academy e NABA e di circoli culturali come il Bocconi Students Wine Culture Club.

In questo scenario i brand vitivinicoli giocano (paradossalmente) un ruolo marginale. I principali ad essere citati sono: Dom Perignon, Cantine Varchetta, Ca dei Frati, Lamùri (Tasca d’Almerita), Feudi del Pisciotto.

Dal punto di vista del social media management operato dai brand, alcuni di essi hanno un canale ufficiale su Instagram ma non interagiscono con gli utenti, altri invece come Cantine Varchetta, Ca’ dei Frati, Feudi del Pisciotto sono addirittura assenti.

Dalla ricerca netnografica è emerso come non siano le classi sociali (ovvero i target) a definire le pratiche e l’immaginario del consumo di vino, ma il contesto socio-spaziale, definito da tre attori chiave: lo spazio urbano, i locali e gli Instagrammer influenti.

Winelover Su Instagram: Gli Stili Di Consumo Dei Milanesi >> LEGGI LA RICERCA

Sharing Economy Act, primo passo verso una normativa dei nuovi modelli

Si chiama sharing economy e più che la moda del momento è una nuova forma di economia che sta cambiando le dinamiche della catena del lavoro e del mercato. Giunta l’ora che gli Stati ne prendano coscienza e conoscenza, il 2 marzo 2016 ha segnato una data fondamentale per l’Italia, primo Paese aderente all’Unione Europea a presentare una proposta di legge volta a regolamentare la sharing economy e  già ribattezzata, Sharing Economy Act.

La proposta stessa è basata sul concetto di condivisione e partecipazione: rimarrà infatti online e consultabile fino al 16 maggio. Chiunque potrà commentare o proporre modifiche, quasi a sottolineare che la sharing economy colpisce proprio tutti, politica compresa.

Sharing Economy Act, contenuti e limiti della proposta Made in Italy

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“Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, bensì sottomettere il nemico senza combattere.”
Sun Tzu.

Se non puoi eliminare la sharing economy è meglio regolamentarla e far sì che si adegui alle normative vigenti in modo da integrarsi a pieno nelle dinamiche economiche italiane, seppur il quadro normativo sia ancora carente.

L’integruppo parlamentare “innovazione” ha presentato, il 2 marzo 2016, la prima proposta di legge per una regolamentazione ufficiale del fenomeno chiamato sharing economy.

I punti fondamentali del testo riguardano:

  • i soggetti coinvolti: fare chiarezza sulla distinzione esistente tra chi pratica la sharing economy come professione e chi la utilizza “per arrotondare”, dalle società che sono solo intermediarie di prestazioni, ma non possiedono il bene condiviso, fino all’esclusione di un rapporto di subordinazione tra datore di lavoro e collaboratore. La proposta va a colpire chi è impiegato nell’economia di condivisione per incrementare il suo primo reddito.
  • Il lato fiscale: con lo Sharing Economy Act si impone che i ricavi generati dalle piattaforme e dalle aziende vengano tassati del 10% fino ad un tetto massimo di 10.000 euro annui, oltre i quali gli introiti verranno accomunati a redditi veri e propri e soggetti a denuncia e dichiarazione. Nel primo caso sarà la stessa società operante in sharing economy a farsi sostituto di imposta e versare le tasse all’erario. Esclusi però ancora rimangono i servizi di mera intermediazione come Uber e la questione di determinazione della sede fiscale in Italia per il pagamento delle tasse nel Bel Paese.
  • La modalità di pagamento del servizio: elettronica.
  • Gli esclusi: lo Sharing Economy Act esclude dalla sharing economy i business che hanno tariffe fisse consultabili e stabilite dal gestore.
  • Chi controlla? Le autorità preposte sono state individuate nell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato (Agcm) che veglierà sulle dinamiche di mercato ed il rapporto con i consumatori analizzando preventivamente le policy dei diversi attori ed inserendo i nominativi nel registro (Registro elettronico nazionale delle piattaforme digitali dell’economia della condivisione).

Come ogni novità, anche lo Sharing Economy Act presenta dei limiti che dovranno essere migliorati alla prossima occasione.

Il primo dubbio sta nella definizione univoca delle aziende da includere nel panorama normativo della sharing economy, con una netta distinzione tra collaborative e rental economy; seconda questione è quella relativa a come differenziare fermamente le attività che coinvolgono un semplice scambio di beni e servizi e le attività prettamente economica; ultimo punto, la mancanza dei riferimenti previdenziali o di diritti sociali dei lavoratori coinvolti.

Differenti normative per un unico continente, la sharing economy chiede chiarezza all’UE

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Digital Single Market strategy, si chiama così la manovra che i big della sharing economy chiedono di attivare il prima possibile all’interno dell’Unione Europea, una normativa, cioè, unica per tutti gli stati membri che tuteli i soggetti economici dalle diverse prese di posizione dei singoli governi, permettendo alle aziende di sharing economy di attuare politiche ed attività di espansione che vadano bene per ogni Paese, senza doversi adattare confine dopo confine.

Da Uber ad Airbnb quello che viene chiesto all’UE è di prendere seriamente in considerazione i nuovi modelli di business emersi – ancora agli albori nel vecchio continente – per confermare un nuovo modo di fare economia in grado di cambiare il tessuto imprenditoriale, la catena del valore, il rapporto con il lavoratore e l’utente finale.

I cambiamenti spaventano sempre, ma un grosso passo sarebbe capirli e non soltanto limitarli.

“Supportarci significa comprendere il contributo della sharing economy alla crescita europea” scrivono le aziende europee ed americane protagoniste dell’economia di condivisione, che vedono in nuove leggi ed emendamenti l’unica strada per creare nuove regole di concorrenza e un diverso modo di rapportarsi al cliente, confinando le limitazioni subite negli ultimi anni.

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Sharing economy a Milano: il baratto amministrativo

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La sharing economy si sta radicando anche Milano, capitale di moda ed innovazione, che non poteva di certo rimanere indietro coi tempi.

Il baratto amministrativo, ad esempio, è la nuova possibilità nominata all’interno del decreto Sblocca Italia, iniziativa per la quale la Pubblica Amministrazione e i cittadini diventano i protagonisti. Con il baratto amministrativo i cittadini indebitati con il comune, ma impossibilitati a pagare le tasse dovute, possono convertire il debito in ore di lavoro da destinare al servizio pubblico, dalla cura del verde alla manutenzione delle scuole. Milano è la prima grande città italiana a metterlo in atto, esempio di una vera e propria pratica collaborativa tra cittadini e pubblica amministrazione.

Milano si fa protagonista di sharing economy, secondo una notizia dell’ultima ora, anche per un altro motivo: la città collaborerà con il colosso Airbnb per fornire a prezzi agevolati alloggi temporanei ai parenti dei pazienti in degenza negli ospedali meneghini, coinvolgendo l’Associazione Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano che si occuperà di organizzare e gestire l’accoglienza e l’ospitalità dei richiedenti.

Non solo la famosa “arte di arrangiarsi” insomma,  ma la voglia di tornare a condividere beni e servizi per vivere tutti un pochino meglio. Secondo le previsioni economiche anche il 2016 sarà l’anno della sharing economy e certamente siamo solo all’inizio.

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Facebook Canvas: i brand e il nuovo formato mobile

Instant article e instant adv si uniscono per dar vita al nuovo formato pubblicitario Facebook Canvas. Introducendo questa grande novità, Facebook, costantemente impegnato a migliorare l’esperienza mobile dei suoi utenti, vuole fornire agli inserzionisti uno strumento capace di coinvolgere il pubblico evitando che si esca dall’applicazione.

LEGGI ANCHE: Come creare il tuo primo Facebook Canvas

Il nuovo formato si presenta agli occhi degli utenti come una sorta di mini sito navigabile, all’interno del quale è possibile trovare elementi interattivi come animazioni, caroselli, cataloghi di prodotti, con una velocità di caricamento eccellente che garantisce una fruizione rapida e un’esperienza da mobile immersiva e a tutto schermo.

Quali sono i punti di forza degli annunci canvas?

Personalizzazione, storytelling, creatività, il giusto mix di foto ,video e call to action, se ben combinati tra loro questi elementi fanno del formato canvas uno strumento innovativo ed efficace, estremamente utile ai brand  per raccontarsi e promuoversi in modo del tutto originale.

Vediamo i primi esperimenti creativi realizzati da alcune aziende.

Crea il tuo panino con Wendy’s

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La celebre catena statunitense di fast food Wendy’s ha dato vita ad una campagna canvas molto divertente. Protagonista dell’annuncio un cheesburger, che scomposto in vari strati  mostra come viene realizzato il prodotto.

Punto di forza dell’idea creativa è  l’interattività: gli utenti vengono invitati a scorrere tra foto, video e GIF per ricomporre ingrediente per ingrediente e strato per strato il panino.

Il direttore marketing dell’azienda,  Mike Bueno, ha dichiarato a proposito:

” Abbiamo voluto raccontare la storia e la qualità dei nostri prodotti strato dopo strato, siamo sempre alla ricerca di modalità nuove e coinvolgenti capaci di far divertire i nostri consumatori.”

Ottimi i risultati ottenuti da Wendy’s: il tempo medio di visione del post è stato di 65 secondi e il 2,9% degli utenti si è lasciato coinvolgere arrivando fino alla fine dell’annuncio.

L’Occitanecanvas

L’Occitane ha costruito una campagna Canvas di forte impatto con l’obiettivo di far vivere al pubblico un’esperienza mobile volta alla scoperta della storia dei suoi prodotti.

L’azienda ha ricreato un catalogo interattivo che invita le persone a scorrere tra le varie categorie svelando informazioni e approfondimenti sugli ingredienti naturali utilizzati, mostrando le offerte in corso, per concludere con una call to action attraverso il pulsante  shop che rimanda in modo diretto sullo store online di L’Occitane.

Il brand ha iniziato a sperimentare i canvas lo scorso dicembre,  ancor prima del rilascio ufficiale del formato mobile, riscontrando degli ottimi  e inaspettati risultati, la campagna ha raggiunto 2,3 milioni di utenti Facebook, ottenendo un incremento dell’11% rispetto al semplice link pubblicitario.

Attiva il tuo stile con Zalando

 

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Anche Zalando con la giusta dose di creatività e personalizzazione parte con la sua campagna Canvas. Scorrendo e inclinando lo smartphone si entra a tutto schermo nel mondo Zalando per vivere un’esperienza unica da mobile.

Un’affascinante combinazione di colori, immagini e video coinvolgono l’utente e lo guidano alla scoperta dei trend e dei prodotti della nuova stagione.

Guinness

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Guinness ha  messo a punto il suo primo annuncio a schermo intero per un’evento esclusivo: comunicare alla sua community l’apertura al pubblico della Open Gate Brewery di Dublino.

Anche la nota azienda produttrice di birra fa dello storytelling il punto di forza della sua campagna immersive.  Attraverso il canvas creato per l’occasione Guinness racconta, emoziona e  fa rivivere agli utenti la storia dell’azienda e della sua fabbrica.

Quale brand è riuscito a coinvolgervi attraverso il vostro smartphone?