Li-Fi: il futuro della connessione senza fili

Tante sono state le novità presentate quest’anno al Mobile World Congress, poche sono quelle che ci hanno realmente colpito. Li-Fi è una di queste: una tecnologia innovativa che permette di trasmettere dati ad alta velocità tramite luce a LED.

Ma andiamo per ordine. La tecnologia Li-Fi nasce nel 2003 dalla mente del professore Harald Haas, dell’Università di Edimburgo. Ma è solo dopo anni di sperimentazione che nel 2012 viene fondata l’azienda Pure Li-Fi, con l’obiettivo di commercializzare la tecnologia nel mondo. È questo il percorso che ha portato il CEO Hass, insieme al Chief Operating Officer Harald Burchardt, al MWC per presentare Li-Fi e le sue enormi potenzialità.

Li-Fi: il futuro della connessione senza fili

Come funziona?

Diversamente dal classico Wi-Fi, che necessita di segnali a radiofrequenza (RF), Li-Fi utilizza porzioni di luce visibile dello spettro elettromagnetico per trasmettere informazioni a velocità molto elevate.

Per ricevere i dati dalle luci basta munirsi di un dongle, il LiFi-X, che agisce come un modem wireless, e collegarlo ad un dispositivo mobile, tramite USB. Il dongle è un apparecchio di piccole dimensioni, più o meno come un mazzo di carte, dotato di un sensore che cattura la luce proveniente dall’ambiente circostante permettendo la connessione in rete. Ogni sorgente luminosa consente a più utenti di connettersi contemporaneamente e di spostarsi da una stanza ad un’altra, passando tra le varie sorgenti luminose, senza perdere la connessione.

La velocità del sistema è di 40 Mbps e la luce ha un raggio di copertura che raggiunge i 10 metri quadrati. La velocità di trasmissione dei dati può diminuire leggermente se ci si posiziona ai bordi della sorgente luminosa, ma non poi così tanto (circa del 75%) se consideriamo che la luce può rimbalzare sugli oggetti e continuare comunque a fornire un segnale.

Vantaggi e obiettivi futuri

I vantaggi nell’utilizzo della tecnologia a LED al posto delle onde radio sono notevoli. Primo fra tutti una maggiore sicurezza in termini di privacy. Per collegarsi ad Internet con Li-Fi, infatti, bisogna essere fisicamente presenti nella stanza dove si trova la fonte di luce. Questo elimina qualsiasi possibilità di intrusione esterna o di intercettazione sulle proprie attività online.

Non solo: Li-Fi può essere utilizzato in spazi in cui il Wi-Fi è di norma vietato, come ospedali e aerei, perché non crea alcun tipo di interferenza con le altre apparecchiature. Inoltre, l’utilizzo di questa nuova tecnologia consentirebbe anche una notevole riduzione in termini di consumo energetico.

Per permettere a questa tecnologia di conquistare il mercato, l’obiettivo dell’azienda è di ridurre al minimo le dimensioni del dongle, affinché possa essere direttamente incorporato nei dispositivi mobile, come: smartphone, tablet, pc portatili e wearable.

Li-Fi: il futuro della connessione senza fili

Le potenzialità sono tante e ad accorgercene non siamo stati solo noi. Dai rumor si vocifera che il prossimo iPhone 7 potrebbe essere uno dei primi apparecchi compatibili.

Chissà forse, in un futuro non troppo lontano, la tecnologia Li-Fi si sostituirà a quella Wi-Fi. Per ora ci atteniamo ai fatti, in attesa di ulteriori notizie al riguardo.

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Come sarebbe Internet senza Mark Zuckerberg?

Proprio l’altro giorno mi trovavo a passeggio nel centro del mio paese e ho notato due signore anziane che parlavano di Facebook. Ne parlavano a modo loro ovviamente, con pronunce irripetibili e commenti che mi facevano sorridere. Mi sono fermata ad osservarle e mi è venuto naturale domandarmi quanto siamo realmente consapevoli di come Mark Zuckerberg con il suo Facebook sia entrato nella vita di ciascuno di noi.

Se anche persone che non utilizzano internet, come anziani e bambini, sono ormai a conoscenza dell’esistenza di questo social così da arrivare a parlarne in mezzo alla strada, allora forse l’impatto che Mark ha avuto sulla nostra quotidianità è molto più importante di quello che pensiamo.

Poi sono andata a casa, ho acceso il mio Mac e ho trovato un interessante discorso sul tema di Peter Thiel, tenuto durante la premiazione a Berlino dell’Axel Springer Award a Mark Zuckerberg. Ed ecco allora che ho provato anche io a immaginare…

Al centro, le persone 

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Facebook, insieme agli altri compagni social, rappresenta la parte divertente del web, quella dedicata alle persone e al loro ‘passatempo’. Se fino a qualche anno fa l’intenzione era di creare una rete in cui poter attingere informazioni in tutto il mondo e l’obiettivo di arrivare a fare ciò che era umanamente impossibile, con l’avvento di Facebook le persone sono diventate invece il primo focus dell’universo internet

Gli utenti hanno avuto la possibilità di comunicare in tempo reale e, a differenza di alcuni strumenti già esistenti, di poter condividere passioni, lavori, contenuti di ogni genere attraverso un unico canale. Non a caso parliamo di social network, una vera e propria rete che connette più utenti di una società.

Abbiamo quindi assistito ad un importante cambiamento, quello cioè di lavorare verso una direzione in cui prima o poi internet avrebbe sostituito la persona umana, con un’altra direzione che vede invece la persona al centro di qualsiasi progetto e sviluppo. L’uomo e la sua capacità/necessità di creare legami sociali è divenuto a tutti gli effetti il più importante interesse del mondo internet.

Internet come luogo di incontro

Oggi per noi è normale aprire Internet e sapere che dentro vi troveremo i nostri amici, conoscenti, colleghi pronti a risponderci e a comunicare con noi. Ma prima dell’avvento di Facebook tutto questo sembrava impossibile. Internet veniva visto come un universo a sé, dove era anche un po’ rischioso cercare contatti, poiché non vi era prova che questi fossero reali e affidabili. Questo limitava anche i confini professionali, commerciali e relazionali di ciascuno, che rimanevo racchiusi nei pochi chilometri attorno alla propria zona di provenienza.

Con Facebook si è aperta una nuova era in cui non solo è possibile comunicare con gli altri, ma spesso attraverso i social network si intessono nuove reti professionali e di collaborazione. Io stessa ne sono testimonianza e se oggi sono a scrivere questo articolo, per esempio, è proprio perché grazie a questi strumenti sono entrata in contatto con Ninja Marketing. Come loro ho conosciuto tantissimi altri colleghi con cui ogni giorno mi confronto e a cui oggi devo molto della mia professionalità. E in mezzo a questi contatti, anche tanti amici, pur essendo lontani chilometri da casa mia.

Come faccio a sapere che posso davvero fidarmi di loro? Grazie a Facebook! Perché ciascuno di questi contatti pubblica regolarmente contenuti relativi alla propria vita privata e professionale e questo mi permette di capire molto della persona che ho di fronte.
Questo non esclude però che nel comunicare su Internet non si debba porre attenzione comunque.

Leggi anche: Quando l’identità è una questione di sicurezza

Per rispondere quindi al titolo di questo articolo, concludo dicendo che Internet senza Mark Zuckerberg sarebbe sicuramente incompleto e freddo.

Avremmo senza dubbio di fronte un’enorme scatola contenente informazioni su tutto il mondo, ma non avremmo quell’interazione e quella condivisione che oggi sono in parte fonte anche per quelle stesse informazioni. Probabilmente non avremmo nemmeno avuto i social network attualmente esistenti, con la conseguente assenza di tutti i benefici professionali e commerciali di cui molti di noi stanno beneficiando.

Forse, qualcuno avrebbe prima o poi inventato lo stesso un altro Facebook? O forse avremmo continuato ad attingere passivamente dalla grossa ‘scatola’?

Certa è una cosa: oggi non è più possibile immaginare un altro mondo – e un’altra internet!

Il Performance Marketing? Fondamentale in ogni business

Gianpaolo Lorusso, Web Marketing & Usability Professional, sarà uno dei docenti del Corso Online in Performance Marketing di Ninja Academy.

Durante il corso, Gianpaolo ci spiegherà i segreti e le tecniche di SEO, SEM ed email marketing e ci presenterà gli strumenti fondamentali per poterli gestire. Abbiamo intervistato Gianpaolo per avere alcune anticipazione di ciò che vedremo in aula.

Quali sono le industry in cui il performance marketing diventa cruciale per il successo?

Viene più facile dire quelle per cui non è un fattore critico! 😉
Nella mia esperienza il performance marketing è fondamentale in tutti i mercati Business to Consumer e nei mercati Business to Business dove il prodotto non è iper-specialistico e ci sono molti fornitori alternativi.  Quindi, a meno che non facciate componenti di missili termonucleari, la cosa vi riguarda.

LEGGI ANCHECome migliorare la performance delle tue campagne online? Iscriviti alla FREE MASTERCLASS

Quanto impatta la user experience sulle performance delle nostre azioni di comunicazione online?

L’influsso è indiretto e trasversale (ed è per questo che è così difficile da misurare). Però, lasciare una buona impressione generale della nostra presenza web è sempre e comunque un biglietto da visita importante.

Ux, advertisement, test.

Email marketing: ogni cliente riceve centinaia di email promozionali ogni giorno. Come fare per emergere dalla massa?

Dire cose interessanti.

Sembra banale come suggerimento, vero?
Tuttavia farlo è più difficile di quanto sembri, altrimenti lo farebbero tutti 😉

E invece fanno a gara a tentare di vendere i loro prodotti. Sul breve la cosa rende anche, ma nel medio e lungo periodo è chi ha saputo costruire un brand credibile che vende di più.

Imparare a misurare l’impatto della comunicazione online è uno degli obiettivi di questo corso. Quali sono gli strumenti di cui un marketer non può fare a meno?

Sicuramente un sistema di Analytics valido ed affidabile. Ci sono oggi soluzioni gratuite o low cost molto ben fatte. Non ci sono quindi più scuse per non configurarle correttamente e usarle per prendere le proprie decisioni di investimento on line.

Web Analytics Concept. Closeup Landing Page on Laptop Screen on background of Comfortable Working Place in Modern Office. Blurred, Toned Image. 3d Render.

Lo strumento di analisi più utilizzato è sicuramente Google Analytics. Un pregio e un difetto di questo strumento di Big G.

Pregio: è made in Google.
Difetto: è made in Google.

Il fatto di essere fatto da Google lo rende in assoluto lo strumento più facilmente integrabile con le sue piattaforme. E comunque Google sicuramente ha un discreto reparto sviluppo!

Usandolo però metto nelle mani di Google tutte le metriche del mio sito. Non che non mi fidi, ma se spendessi davvero molto in advertising mi porrei il problema di trovare qualche alternativa fornita da terze parti (oppure non importerei i dati dei miei ricavi).

 

Vuoi essere sicuro di non star sprecando il tuo budget pubblicitario? Scopri il Corso Online in Performance Marketing, “la potenza di Web Analytics, Social Media e AdWords al servizio delle vendite“, firmato Ninja Academy.

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

IKEA, H&M, IBM… certi brand sono ormai così famosi e universalmente conosciuti che al primo sguardo riusciremmo a riconoscerne il marchio tra un milione (ok, forse esagero) di marchi simili.

Per non parlare dei loro nomi: molti di essi, infatti, nascono da acronimi attentamente studiati. Tuttavia, se ci soffermassimo un attimo a pensare, ci renderemmo subito conto che nonostante siano parole entrate nel dizionario di tutti i giorni, nella maggior parte dei casi ne ignoriamo il vero significato.

Ebbene, se vi state interrogando sul significato dei nomi di certi brand famosi adesso avrete la risposta: eccoli qui!

LEGGI ANCHE: 12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

1. H&M aka HENNES & MAURITZ

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Dalla Svezia con amore, proprio lei: H&M, l’azienda di abbigliamento che ha salvato dalla crisi da cambio di stagione migliaia di persone! Ma da dove nasce questo nome? Dall’acronimo di Hennes & Mauritz: la prima parola vuol dire “lei” in svedese mentre la seconda è il nome del negozio acquisito dal fondatore di H&M.

2. LG aka LUCKY GOLDSTAR

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

“Happy Happy Good Times”: questo il nome originario di LG, forse un po’ troppo lungo, vi starete dicendo. Sarà per questo motivo che molti prodotti della società furono inizialmente venduti sotto il nome di “Goldstar” e molti altri ancora con il nome di “Lucky”. Da qui all’acronimo, il passo è stato breve: nel 1995 l’azienda diventa LG, e il nome è servito!

3. FIAT aka FABBRICA ITALIANA AUTOMOBILI TORINO

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Adesso passiamo a un’azienda nostrana: molti di voi non cadranno certo dalle nuvole ma altri probabilmente non lo sapevano ancora. FIAT, la celebre azienda italiana produttrice di automobili, nasce proprio dall’acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino, legando indissolubilmente il nome dell’azienda alla città che ne ha visto muovere i primi… chilometri!

4. IBM aka INTERNATIONAL BUSINESS MACHINES

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

L’inventrice del bancomat, del floppy disc, della scheda madre, in poche parole: IBM. Tra le maggiori aziende statunitensi al mondo nel settore informatico, IBM nasce nel 1911 da un semplicissimo acronimo: International Business Machines.

5. M&M’s aka MARS & MURRIE

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Impossibile parlarne senza un aumento considerevole della salivazione, ma dato che non possiamo sgranocchiarne qualcuna ne omaggeremo le origini svelandone il nome: stiamo parlando di M&M’s, l’azienda produttrice dei golosissimi confetti al cioccolato che prende il nome proprio dalle iniziali dei cognomi dei fondatori, Forrest Mars e William Murrie.

6. IKEA aka INGVAR KAMPRAD ELMTARYD AGUNNARYD

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Torniamo in Svezia con il colosso dell’arredamento pret-a-porter: IKEA! Da un’azienda esperta del montaggio non potevamo aspettarci altro che un acronimo incastrato ad hoc: la I e la K sono le iniziali del fondatore, Ingvar Kamprad, mentre la E e la A derivano da Elmtaryd e Agunnaryd, ovvero rispettivamente la fattoria e il villaggio in cui il fondatore è cresciuto. La fantasia non ti manca, vero Ingvar?

7. LEGO aka LEG GODT

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Mentre siamo in tema di “montaggio” e “smontaggio” di acronimi parliamo dell’azienda di costruzioni per eccellenza: LEGO! Il brand che ha incantato generazioni di bambini con gli incastri dalla fantasia più sfrenata nasce dall’abbreviazione (eh sì, lo sappiamo, non proprio un acronimo ma concedeteci questa libertà!) delle parole Leg Godot, che in danese significano “Gioca bene”. Un consiglio che, a distanza di un secolo esatto, non abbiamo ancora smesso di seguire!

8. CNN aka CABLE NEWS NETWORK

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Emittente televisiva di sole notizie visibile via cavo in America (e non solo), la CNN nasce nel 1980 da un tanto semplice quanto centrato acronimo: Cable News Networks. Tre singole parole che hanno cambiato il modo di intendere l’informazione.

9. NASA aka NATIONAL AERONAUTICS AND SPACE ADMINISTRATION

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Nata nel 1958 con il National Aeronautic and Space Act firmato dall’allora presidente Eisenhower, la NASA è l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America. Non ci è voluta certo molta fantasia per crearne il nome, che infatti è il semplice acronimo di National Aeronautics and Space Admnistration.

10. INTEL aka INTEGRATED ELECTRONICS

10 acronimi di brand famosi di cui ignoravi il significato

Chiudiamo la nostra rassegna con un altro colosso della tecnologia, ovvero INTEL: benché possa sembrare l’abbreviazione di “Intelligence” (e perché no, forse non è una semplice coincidenza!) il nome del brand deriva dalla combinazione delle parole “Integrated” ed “Electronics”. Anche in questo caso, la semplicità è alla base di un marchio divenuto immortale!

Resizer, il tool di Google che migliora lo sviluppo responsive

Google ha progettato un tool molto utile che migliora il lavoro di UX e UI designers.

Resizer è il nuovo viewer interattivo che permette di testare da subito i prodotti digitali sviluppati dai designer, scoprendo come si adattano alle dimensioni dei dispositivi desktop e mobile (smartphone e tablet).

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L’intento di Google è aiutare i web designers con uno strumento accessibile, che possa simulare in maniera immediata e semplice l’adattamento di un progetto digitale alle risoluzioni di tutti i dispositivi, verificando eventuali rework in tempo reale.

Utilizzare Resizer è molto semplice. Basta inserire l’url di riferimento per visualizzare l’adattamento desktop e mobile dell’interfaccia appena progettata.

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Nello stesso tool, Google mette a disposizione anche una sorta di manuale digitale – la Material Design guidance  – che contiene alcune linee guida, una griglia di progettazione flessibile per più layout differenti, consigli su come far fluire i contenuti su risoluzioni diverse e una spiegazione su come scalare in maniera efficiente la UI da schermi extra large a display di dimensioni ridotte.

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Infine, Google Design offre una dimostrazione pratica di alcuni potenziali pattern da seguire quando la dimensione di uno schermo cambia e la posizione dei componenti della pagina deve riadattarsi in maniera dinamica. Resizer aiuta i designer a visualizzare quale pattern potrebbe essere più funzionale per le loro esigenze specifiche.

In particolare, sono state progettate per intero alcune demo che si trovano all’interno del menu di Resizer e che funzionano come “pack” già pronti a cui ispirarsi.

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Se tutto questo ancora non vi bastasse – cari ninja designers – c’è un universo di risorse disponibili in Google Design, dalle icone di sistema a risorse per il resize crossdevice. Basta cliccare qui.

Indice digitalizzazione dell'economia 2016

Indice di digitalizzazione dell’economia 2016: Italia bocciata, Europa rimandata

Brutte notizie per chi pensava che l’era digitale fosse arrivata anche in Italia. Il risultato pubblicato attraverso l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) mostra che nel 2016 l’Italia si classifica venticinquesima su 28 in Europa, una media data dalla scarsità della connettività e delle competenze, ma da un miglioramento dell’utilizzo del commercio elettronico. Progressi rapidi, certo, ma non ancora sufficienti.

Il DESI europeo evidenzia come il vecchio continente sia, in generale, il fanalino di coda del mondo, con una crescita lenta paragonata a USA, Giappone e Corea.

Digital Economy and Society Index (DESI) le performance digitali in un indice

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L’indice di digitalizzazione economica e della società, in inglese Digital Economy and Society Index, rappresenta in una scala tra 0 ed 1 i progressi digitali che ogni stato membro ha ottenuto durante l’anno precedente, in questo caso il 2015. L’indice mostra sia l’andamento di ogni stato membro, sia l’andamento complessivo dell’Europa, attestandola ad uno 0.52.

Ma cosa viene preso in considerazione in questo dato?

  • Connettività: il DESI analizza la qualità della connessione presente e la possibilità di accesso da parte degli utenti ad una connessione veloce e a banda larga
  • Capitale Umano: le famose skills dei diversi utenti, dalle basi composte dall’utilizzo delle mail, alle vere e proprie digital marketing skills
  • Utilizzo di Internet: le persone perchè utilizzano la rete? Comunicazione, shopping, news…
  • Integrazione della tecnologia digitale in ambito aziendale
  • Il livello di digitalizzazione dei servizi di pubblica amministrazione, il cosiddetto eGovernment

La somma dei diversi punteggi ottenuti scatena il “momento verità” sul livello di digitalizzazione del Paese preso in considerazione.

Niente podio per l’Italia in digitale

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Momento pagella per l’Italia: 0,4, ossia venticinquesimo posto nella classifica europea.

Il Bel Paese ha le potenzialità, ma non si applica e i piccoli progressi fatti in questi anni non sono sufficienti. L’Italia, insieme a Lettonia, Croazia, Romania, Slovenia e Spagna, ha iniziato il recupero crescendo più velocemente di altri Paesi, ma la velocità ed i progressi non bastano per DESI 2016.

Nello specifico il livello basso di connettività boccia l’Italia attestata al ventisettesimo posto. Le cause sono da legare alla banda larga che, pur permettendo una velocità di connessione adeguata, non è accessibile a tutti.

Human Skills, stabili: un elevato numero di italiani (37% circa) non usa regolarmente internet ed il restante 63% lo utilizza solo per azioni di base. Questo perché, secondo alcune ricerche, il livello di digitalizzazione e di istruzione della popolazione è molto basso; a questo si aggiunge l’età media troppo elevata.

Utilizzo di internet, ultimi: il popolo italiano, secondo l’indice di digitalizzazione dell’economia, non utilizza internet a sufficienza per le azioni quotidiane di interazione, comunicazione o acquisto. Per noi una stretta di mano conta, forse, ancora troppo.

Integrazione del digitale nell’attività economica, buono: arriviamo al ventesimo posto grazie, soprattutto, all’incremento di importanza degli eCommerce considerati sempre più un importante canale di vendita anche da parte delle PMI Italiane.

eGovernment, promossi: anche se nessuno se lo aspettava, il voto positivo nella pagella del DESI è legato proprio ai servizi della PA. La disponibilità dei contenuti e dei servizi pubblici online è migliorata, ma solo un 18% di utenti si affida a tale tipo di informazione, causa mancanza di skills o assenza di informazioni ricercate.

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Troppe insufficienze da recuperare, insomma, ma c’è un anno di tempo per migliorare.

Indice di digitalizzazione dell’economia e della società: l’Europa cresce, lentamente

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Il DESI 2016 mette in luce anche i voti dell’Europaparagonata al resto del mondo. Spiccano progressi nella connettività e nell’integrazione delle tecnologie digitali, ma si legge una stagnazione nei campi eGovernment e capacità umane, passando da uno 0,5 ad uno 0,52.

Ovviamente all’interno del continente i Paesi si muovono secondo ritmi diversi, con i Paesi del Nord Europa tra i primi della classe, mentre un gruppo di Stati hanno registrato una crescita pressoché nulla durante il 2015 e una terza fetta che deve constatare una media inferiore a quella europea, ma con progressi che si stanno attuando velocemente (Italia compresa). Infine una serie di Stati membri la cui crescita risulta essere insufficiente.

La buona notizia? Il divario tra il primo Paese più virtuoso secondo il DESI e il meno virtuoso si sta stringendo, con un gap attestato a 0,33, cifra data dalla differenza tra lo 0,68 della Danimarca e lo 0,35 della Romania, con un conseguente miglioramento generale della situazione.

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Facebook Reactions: chi ci guadagna?

Le Facebook Reactions sono attive ormai da qualche giorno per tutti gli utilizzatori italiani (sia nella versione desktop, che per il mobile) e basta scorrere il news feed del social network per far “cadere l’occhio” su queste nuove piccole emote (love, ahah, wow, sigh, grrr) che affiancano il tasto “mi piace“, anche lui protagonista di un restyling grafico.

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È un aggiornamento da non sottovalutare perché potrebbe cambiare molte dinamiche sia per gli utilizzatori, sia per i social media manager che per gli ads manager: sarà meglio cominciare a riflettere sui modi migliori per cavalcare questa innovazione, evitando di commettere passi falsi.

Ma cosa potrebbe succedere? E chi potrebbe esserne avvantaggiato o penalizzato?

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Teen-ager

Lo stile grafico e la modalità di utilizzo delle reactions sembra studiato apposta per essere confortevoli al pubblico dei teenager. Facile ipotizzare che questa novità sia stata implementata, e verrà usata, soprattutto per questo target che non a caso è quello che negli ultimi anni ha presentato il calo numerico più vistoso su Facebook, a causa della migrazione verso Instagram e Snapchat.

Ecco quindi che chi ha una pagina seguita da questo pubblico (chat divertenti, immagini curiose, video virali, frasi d’amore, etc) potrebbe avere tante reactions ai post, magari fomentandole con qualche messaggio specifico che inciti proprio alla reazione preferita. (“per te è un WOW o un GRRR?“). Molto spesso infatti basta essere chiari e chiedere agli utenti cosa vuoi che facciano, per farglielo fare in maniera più frequente!

Malcontento e indignazione

Le pagine che cavalcano il malcontento popolare hanno sempre goduto di ampio successo su Facebook. Ora il piano editoriale di queste attività può avere un’arma in più, data appunto da reactions che danno la possibilità di esprimere per la prima volta uno stato d’animo negativo (da non confondere però col “non mi piace”).

Potrebbe essere quindi il momento adatto sia per cambiare i testi dei post (spingendo alle nuove reactions) sia per lanciare nuovi progetti legati alla diffusione dei sentimenti negativi (“Come ti fa sentire questa notizia?”).

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Impatto sui commenti

Un indicatore da monitorare sarà l’impatto delle reactions sul numero dei commenti ai post, che fino ad oggi erano un modo per esprimere, magari con poche battute, uno stato d’animo (confessa… quanti commenti con “ahahahaah” hai scritto?) e che potrebbero quindi diminuire drasticamente.

Sarebbe un bel problema soprattutto per la portata virale dei post, visto che un commento di un amico generalmente ha una importanza molto maggiore di un semplice “mi piace”.

D’altro canto però le reactions potrebbero aumentare il tempo di attenzione che un utente dedica a un post: banalmente, scegliere una reaction richiede maggior tempo ma soprattutto maggiore impegno rispetto al semplice click su “mi piace”, che ormai viene fatto quasi in auto-pilot. Questo potrebbe spingerlo a interagire di più, e con maggiore consapevolezza.

Moderazione delle reactions

Così come per i “mi piace”, non è possibile eliminare le reactions ai post. Questo è un problema da non sottovalutare soprattutto da chi lavora in categorie sensibili (gioco d’azzardo, finanza, prestiti, etc) o da chi pubblicizza prodotti ai limiti della truffa (ebbene si, ci sono e non sono pochi!).

Se infatti ogni giorno l’ads manager può cancellare decine di commenti offensivi o di denuncia che possono dare un feedback negativo per il visitatore successivo (tu compreresti un prodotto con decine di commenti del tipo “non funziona!!!”?), non avrà invece controllo sulle reactions negative.

Quindi ad esempio nel caso di un post che pubblicizza un “prodotto miracoloso” inondato da centinaia di reactions “grrr”, sarà ragionevole supporre che le conversioni della ads risentano di questa percezione negativa.

Il dato del CTR invece potrebbe addirittura andar in controtendenza, con esiti ancora peggiori! Il rischio è che le inserzioni ricevano più click (quindi maggior spesa ads!), perchè la gente viene incuriosita dalle reazioni (“perchè tutti sono incazzati? vediamo un po’ dove è la fregatura…”), senza però un vero interesse, anzi, a effettuare una conversione. Insomma un doppio autogoal!

Profilazione per marketing

Facile prevedere che, una volta raggiunto un volume attendibile, anche le reactions vengano implementate come opzione comportamentale negli strumenti di marketing di Facebook.

L'interpretazione molto simpatica dell'artista Arturo Brachetti a Facebook Reactions

Visto che già oggi è possibile profilare per “mi piace” e interessi generici, è presumibile che fra qualche mese sarà possibile effettuare una campagna ads profilando il target in base a tipologie di reazioni espresse.

Facendo viaggiare la fantasia possiamo immaginare un target ads che

  • ha messo una precisa reaction ai miei post passati;
  • ha una reaction che mediamente preferisce, in modo da avere info sul sentiment che l’utente ha sul social network;
  • ha una reaction più frequente ai post di una specifica fanpage;
  • ha una reaction più frequente ai post su uno specifico interesse

e tanti altri!

Le riflessioni da fare sono tante, ma sta al social media manager approcciarsi a questa novità vedendola come un’opportunità per fare sempre meglio, sia lato contenuti che lato inserzioni.
Il consiglio, come sempre, è usare la testa per capire cosa vogliono, e come si comportano, gli utenti!

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Gruppo Espresso: nasce il nuovo leader dell’informazione italiana

“Dopo oltre 40 anni, fuori da RCS”. Così Fiat Chrysler Automobiles ha annunciato un piano per la creazione di un gruppo leader nel settore dell’editoria e la volontà di distribuire ai propri soci la partecipazione detenuta nel settore.

L’operazione, finalizzata alla creazione del primo gruppo editoriale italiano operante nel settore dell’informazione si sviluppa di pari passo con la decisione di concentrare le proprie attività nel settore automobilistico, distribuendo ai propri soci tutte le partecipazioni detenute nel settore editoriale.

Il ruolo di FCA nella fusione

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FCA ha infatti sottoscritto un Memorandum d’Intesa che prevede la fusione di Itedi SpA, società controllata operante nel settore dell’editoria e dell’informazione, con la società italiana Gruppo Editoriale Espresso SpA.

Dalla fusione nascerà un gruppo leader italiano nel settore dei quotidiani e periodici, in cui FCA deterrà il 16% circa del capitale sociale del nuovo gruppo, mentre il socio di minoranza di FCA nel settore dell’editoria, Ital Press Holding SpA (controllata dalla famiglia Perrone), ne deterrà il 5% circa.

L’accordo dovrebbe chiudersi entro il 30 giugno del 2016, mentre il perfezionamento della fusione è previsto nel primo trimestre del 2017.

FCA ha sottolineato ieri nel comunicato stampa che annunciava la creazione del nuovo gruppo, che con questa operazione giunge a compimento il ruolo svolto, prima da Fiat e poi da FCA, nel corso di oltre quarant’anni, che ha permesso di salvare il Gruppo editoriale in tre diverse occasioni, assicurando le risorse finanziarie necessarie a garantirne l’indipendenza e a preservarne l’autorevolezza.

Cosa succede dopo la fusione del Gruppo Espresso?

Gruppo Espresso: Fca fuori, nasce nuovo gruppo editoriale

Cir avrà oltre il 40% dell’Espresso dopo la fusione con Itedi. Questo significa che testate storiche autorevoli come la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e i vari giornali locali del Gruppo Espresso, vedranno un futuro unitario. Nel 2015 i giornali hanno raggiunto nel loro insieme circa 5,8 milioni di lettori e oltre 2,5 milioni di utenti unici giornalieri sui vari siti web.

Per De Benedetti, presidente del Gruppo Espresso, l’accordo è una vera garanzia e segna una svolta importante in un nuovo percorso di sviluppo.

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Cir resterà dunque l’azionista di controllo di un gruppo ormai più grande dell’editoria italiana. Ma saranno i numeri del Gruppo Espresso a reggere il consolidamento di questa fusione.

Il Gruppo Espresso, che ieri ha visto in Borsa un balzo del +15,9%, ha registrato nel 2015 una crescita di circa 17 milioni di euro, il doppio rispetto agli 8,5 milioni dell’anno prima, con ricavi per 605,1 milioni, in calo del 6% rispetto al 2014.

Se la Repubblica, sulla base dei dati Ads, si è confermato come primo quotidiano d’informazione per copie vendute in edicola, abbonamenti e altri canali, e, sulla base dei dati Audipress ha registrato 2,2 milioni di lettori giornalieri dell’edizione tradizionale, i quotidiani locali, la cui readership media giornaliera ammonta a 2,9 milioni di lettori, hanno registrato un calo delle diffusioni decisamente meno pronunciato di quello settoriale. Anche la radio è cresciuta del 5,7%.

E mentre veniva annunciata la nascita del più grande gruppo editoriale italiano, la Camera approvava il testo sul sostegno pubblico all’editoria, con un nuovo vincolo relativo al contributo, che dovrà essere collegato alle effettive vendite.

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Slack annuncia il supporto per le chiamate in team

Conoscete Slack? Si tratta della piattaforma che permette la comunicazione interna ai gruppi di lavoro e che promette di ridurre tempi, email e difficoltà. Il suo motto è “Tutti i tuoi messaggi in un unico posto, tutto istantaneamente accessibile alla ricerca, dovunque tu sia”. È un servizio, fondato nel 2013 da Stewart Butterfield, Eric Costello, Cal Henderson e Serguei Mourachov che si avvale anche di una comodissima applicazione mobile.

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Slack ha annunciato una grande novità in occasione della conferenza dei clienti a San Francisco:  l’introduzione del supporto per le chiamate, con la chiara intenzione di stare al passo dei concorrenti.

La piattaforma ha già 2,3 milioni di utenti attivi al giorno, rispetto ai 2 milioni nel mese di dicembre 2015, e vuole dare loro più opzioni possibili per creare una user experience trasparente e produttiva.

La nuova feature è al momento in versione beta ed è disabilitata di default: per abilitarla è sufficiente recarsi nelle impostazioni del Team. Per alcuni account sarà necessario attendere comunque qualche giorno.

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Una volta attivata l’opzione avrete la possibilità di chiamare tutti i membri del vostro team, singolarmente o in gruppo. In questa prima fase le chiamate di gruppo supporteranno fino a 15 partecipanti.

È evidente che Slack mira a raggiungere i concorrenti Skype e Google Hangouts e lo fa grazie all’acquisizione del 2015 di Screenhero: in futuro è previsto anche l’aggiornamento al supporto delle videochiamate, ma al momento non si conoscono i tempi per l’update.

April Undewood, VP Product Management, ha annunciato in conferenza anche una novità dedicata agli sviluppatori: per rendere più facile per i developer la creazione di più potenti funzioni per la piattaforma, Slack sta anche organizzando un reparto Learning & Intelligence (SLI). La strategia di Slack è rivolta a diventare una piattaforma per team onnipresente, che possa includere al suo interno tutte le applicazioni aziendali più importanti. Un’unica app per una work experience completa: sarà sufficiente?

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Web design: cos’è, a cosa serve e come si fa

Web design significa, letteralmente, progettare siti web, curare lo sviluppo di un progetto sul web destinato a comunicare del contenuto all’utente. Definizione, questa, che lascia un po’ il tempo che trova se non si vanno ad indagare le competenze coinvolte in un lavoro di progettazione web, se non si affrontano le funzioni di un’interfaccia web, se non si rivolgono tutte le attenzioni, quando si fa web design, alle attese di chi un sito lo usa. Dell’utente, quindi, destinatario del lavoro del web designer.

Web design: progettare e realizzare siti web

Webdesign

Parlare di web design significa coinvolgere diverse professionalità del web: la sezione italiana dell’IWA/HWG, Associazione internazionale dei professionisti del web, stabilisce che ad oggi sono 24 i profili professionali Europei ICT di terza generazione: tra questi ce ne sono diversi che attengono alla sfera del web design, dall’User Experience Designer, al Frontend Web Developer, all’Information Architect.

Backend vs frontend, develoment vs design, UI vs UX

Oggi i confini tra ruoli una volta ben distinti, quando si lavora nel web, si sono fatti più liquidi. Programmatori e sviluppatori di interfacce web continuano sì a svolgere compiti diversi, ma spesso utilizzando i medesimi linguaggi, tanto da confondere le carte frequentemente sui compiti loro assegnati.

Chi lavora prevalentemente nel backend, ossia alle spalle di un sito, prevalentemente è il programmatore, un developer, con le mani “sotto il cofano”, su server e database, esperto in linguaggi di programmazione come PHP o ASP per citare i più noti.

Gestire il frontend, ciò che vede l’utente di un sito, è invece appannaggio esclusivo del designer, web designer in questo caso, che si occupa di realizzare la grafica, applicarla al web e renderla fruibile a tutte le esigenze del navigatore. E qui entrano in gioco le difficoltà dovute alla varietà di sistemi operativi, browser, dispositivi, dimensioni, comportamenti.

Hic sunt leones: interfaccia utente ed esperienza utente, UI (User Interface) e UX (User eXperience). Lo UX design consiste nel capire quali scelte dovrà effettuare l’utente all’interno di un sito e in che modo reagirà ad ognuna di esse, così che chi progetta un’interfaccia possa consentirgli un’esperienza soddisfacente.

Lo UI design è invece la traduzione in atti concreti tecnologici che permette all’uomo di relazionarsi con un prodotto multimediale, grazie all’intervento di chi realizza il sito. UX e UI design non vanno confusi, rappresentano due momenti diversi della produzione di un’interfaccia, ma sono anche due ambiti che lavorano insieme per definire la relazione che l’utente avrà con il prodotto web.

Il web designer, sintetizzando, nell’assumere il ruolo di UI designer deve fare attenzione a:

  • tipografia ed interfaccia, affinché dialoghino bene tra loro nel comunicare un messaggio contenutistico al pubblico destinatario;
  • schema di colori, che sia chiaro e guidi l’utente senza confonderlo nella direzione giusta;
  • struttura del sito, immediatamente riconoscibile, in modo che nei pochi secondi che un visitatore dedica al progetto capisca subito cosa deve fare, ovvero dove debba cliccare.

La via maestra per un buon UI design consiste nel non dimenticare di essere un fruitore, prima che un creatore del web: se in un frontend un designer impiega due secondi a orientare il suo click, un utente medio se ne andrà prima di aver capito cosa fare.

Quando effettua operazioni di UX design, il web designer deve invece tenere in considerazione:

  • semplicità ed immediatezza di navigazione, quindi ottimizzare l’usabilità del prodotto;
  • orientamento dell’utente, evitare che si perda, fornire guide visive per incanalarne l’esperienza;
  • pilotare il click del visitatore velocemente e senza indugi verso l’obiettivo.

Inoltre, mai ignorare gli standard: se un bottone non ha la forma di un bottone, un player non ha il triangolino, un link non si differenzia dal resto del contenuto, l’utente non cliccherà. Il web designer ha fallito. Per fortuna, da qualche tempo, ci hanno pensato i big players a fornire how to per non compiere grossolani scivoloni. Uno di questi è Google con il suo Material design, che vedremo tra poco.

Stabilire che UI sia competenza del web designer e UX del developer sarebbe semplicistico e non corrispondente a realtà: il prodotto web ottimale è quello frutto delle competenze multiple di più interazioni umane possibili. Non esiterebbero agenzie web, se bastasse una sola figura professionale a decretare il successo di un prodotto web.

A definitiva conferma è sufficiente uno sguardo a una qualsiasi offerta di lavoro del settore: sempre più spesso chi cerca un professionista della progettazione e realizzazione di siti web chiede una figura che sappia svolgere contemporaneamente sia operazioni di web development che di web design -quando va bene; troppe volte si richiedono anche competenze di community manager, account, analista, esperto SEO e sviluppatore app; offerte che non troveranno mai risposta-. Anche perché, ormai, un ingegnere informatico o un architetto, un sistemista o un grafico, da soli, sono figure professionali troppo esclusive per un progetto web che voglia avere un ampio respiro in un mercato sempre più sfaccettato.

Come riporta Wikipedia, «Il Web Designer è la fusione dello UX designer e dello UI designer, è dunque la figura al centro della catena di produzione di una web agency, colui il quale (sotto la guida dell’Art Director) concepisce il design del progetto, inteso non solo nella sua mera estetica ma in maniera funzionale ed emozionale». Ecco perché questa professione si sta imponendo come una delle più ricercate sul mercato.

Elementi fondamentali del web design, strumenti e linguaggi

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Non si produce un web design di qualità senza una conoscenza multisettoriale che vada dalla programmazione alla grafica ad altri ambienti con i quali l’esperienza prima o poi mette un web designer in contatto. Ma, soprattutto, bisogna amare la tipografia: elemento fondamentale del web, il carattere nella sua scelta, dimensione, colore, contribuisce in maniera essenziale a dare forma ai contenuti.

Ci sono parecchie differenze nell’uso della tipografia sul web rispetto alla carta stampata: chi progetta un sito web deve essere consapevole che formato, colore, contrasto e leggibilità saranno, in base al dispositivo con cui l’utente effettuerà l’accesso (che ovviamente non può conoscere, quindi deve prevedere ogni alternativa), gli strumenti che veicoleranno – o squalificheranno – il messaggio contenutistico.

Croce e delizia di ogni webdesigner, la tipografia è quindi un aspetto essenziale su cui un sito si gioca il primo impatto e la leggibilità, usando i font come strumento ma anche come elemento grafico.

Chiunque progetti siti web sa quanto le incompatibilità cross-browser possano rendere un lavoro difficile e i risultati frustranti, per questo due giganti di internet e del design, ossia Google e Adobe, sono venuti incontro agli architetti del web fornendo uno strumento che semplifica la loro attività e migliora l’esperienza dell’utente.

Chi volesse saperne di più può leggere “Webfonts: la tipografia di un sito migliora con Google e Typekit”.

Passando agli strumenti di lavoro più ampiamente utilizzati, sono essenzialmente software come editor per pagine web e fogli di stile e programmi di elaborazione grafica. Per una veloce panoramica sui più diffusi, blocchi note come Notepad++ o Sublime text su OS windows, Espresso o Coda su MAC e Gedit o Geany su GNU/Linux, grazie a sintassi e indentazione per una molteplicità di linguaggi, agevolano notevolmente la scrittura di codice markup come HTML o di stile in fogli CSS. Grafica raster o vettoriale può essere affrontata con i programmi della creative suite Adobe (PhotoShop, Illustrator) o con alternative libere come The Gimp – GNU Image Manipulation Program o Inkscape.

Accanto a questi più noti, una miriade di altri software che svolgono compiti analoghi, ognuno più o meno adatto alle esigenze di un particolare momento per un particolare compito. Attenzione, però, a non sopravvalutare i ferri del mestiere, tecnologia che non bisogna fare l’errore di rincorrere: i software servono a raggiungere un obiettivo e non importa chi usi quale né dove o come uno sia migliore di un altro. Un utente che affronta un’interfaccia non si domanda certo con quale tool sia stata sviluppata.

I linguaggi di base, pane quotidiano del web design, sono l’HTML per le pagine e il CSS per i fogli di stile collegati alle pagine, ma chiunque abbia dimestichezza con i CMS più diffusi un po’ di PHP lo avrà sicuramente masticato. E con la ricchezza di animazioni cui i nostri gusti si sono abituati, prima dell’avvento della combo HTML5/CSS3 molti webdesigner avranno trovato entusiasmate il Javascript utilizzando il framework jQuery (non che oggi sia caduto in disuso, anzi).

Con il passare degli anni sempre più utenti si sono trovati a improvvisarsi web designer grazie al recente fiorire dei più svariati compositori WYSIWYG, site builder, editor drag and drop e cms con editor friendly user; spesso anche con buoni risultati: oggi chiunque può costruire il suo sito “in casa” scegliendo un tema e personalizzandolo a suo piacimento, con pochi euro, o addirittura gratuitamente, sui principali CMS come WordPress o Blogspot, senza conoscere una riga di codice. Una piccola rivoluzione digitale che ha portato il contenuto in primo piano lasciando che il “lavoro sporco” lo facciano le automatizzazioni sempre più in voga nel web quasi 3.0.

L’influenza dei social network ha fatto il resto, con un democratico quanto anonimo appiattimento dello stile di ogni comunicazione sullo stesso registro visivo di interfaccia. Un vantaggio che ha dato possibilità anche a chi non poteva permettersi un proprio spazio web di dire la sua e allo stesso tempo ha dotato le aziende e chiunque altro volesse o potesse di un’opportunità in più: dimostrare una propria personalità all’interno di Internet staccandosi dai social per emergere con stile, distinguersi e stimolare un’utenza sempre più esigente. Chiaramente grazie a figure professionali che fanno del miglioramento della reputazione sul web delle aziende il proprio mestiere, web designer in testa.

Nuovi trend del web design nel 2016

Dal 1991 il web ne ha fatta di strada. Il web design con lui. Chi ha avuto la fortuna di assistere alla nascita di Internet ricorderà i primi siti simili a prodotti odierni privi di fogli di stile. Un digital designer tedesco, Fabian Burghardt, si è divertito a ricostruire un sito-tipo anno dopo anno in base alle tendenze del web design dei vari periodi in questo bel progetto.

La fisarmonica della storia ha prima popolato i siti di elementi per poi progressivamente eliminarli, dato ridondanza alle grafiche (ricordate gli effetti glass? le icone 3D? Ecco, passato. No, le GIF animate ancora non è il momento di appenderle al chiodo) eleggendo come faro la semplificazione del design (less is more), l’appiattimento grafico (flat design, come ha fatto Google col suo logo e con le icone geometriche pulitissime) e l’animazione degli elementi, tenendo come orizzonte il responsive design e gli standard imposti dai big players.

Elementi web di oggi e tendenze di domani

Recandosi in uno dei tanti siti che raccolgono esempi di web design e selezioni per premi di realizzazione siti web (awwwards per citarne uno tra i più importanti) ci si può fare un’idea di quali siano le tendenze attuali e i trend per il 2016.

  • La prima linea che salta agli occhi è l’influenza del responsive design, anche su versioni desktop di siti: tanta è la presenza di dispositivi mobili tra le mani del pubblico che quasi non ci si aspetta più di vedere un menu “esploso”, ecco perché l’hamburger menu – le tre barrette orizzontali sovrapposte da cliccare per espandere il menu – è ormai un elemento quasi irrinunciabile in un sito.
  • I consumi del web sono cambiati, negli anni, e oggi per mantenere un rapporto con un utente non si può sperare che sia questo a trovarci: bisogna cercarlo e, quando trovato, tenerselo stretto. Operazioni che attengono al campo del marketing e a competenze che un web designer può e deve conoscere, anche solo marginalmente, ma il suo compito è trovare il modo di agevolare chi lavora per catturare e gestire un’utenza. Una tendenza del web design che è sempre più raro non trovare nei moderni siti web è perciò un leads popup per ottenere contatti, permettere l’iscrizione di un utente, raccogliere informazioni. Meglio se i campi di input sono full screen.
  • Far atterrare un visitatore sulla propria pagina è il primo passo per raggiungere l’obiettivo che il sito si prefigge, ma il tempo di permanenza su una pagina di un qualsiasi utente medio è poco. Inutile frammentare i contenuti in troppe sezioni: vedremo sul web sempre più scroll page, lunghe e compatte, con tutte le informazioni concentrate verticalmente, che consentono di ottenere tutte le risposte in un solo luogo e in un solo indirizzo. Sempre più landing page che siti web, o meglio, landing page in aggiunta a siti web.
  • Tutto iniziò con Pinterest: il famoso mosaico, il template a blocchi che si ridispongono a seconda della superficie disponibile, dopo la fortuna dei primi anni non ha più abbandonato il web e ancora oggi i temi a blocchi (card style), con la loro grande adattabilità ai dispositivi mobili (si pensi alla popolarità del framework bootstrap) hanno ancora molto da dire e sicuramente lunga vita davanti.
  • Si chiama, in gergo, Hero image: è una grande immagine – o un filmato – a tutto schermo che fa da background al blocco di apertura di un sito. Cattura subito l’attenzione grazie all’alta qualità e al soggetto che rappresenta, oltre che alla posizione di primo piano, ed è consuetudine che contenga la call to action a fare qualcosa. Ultimamente se ne fa un uso sempre più intenso (anche in combinazione con l’effetto parallasse, che muove le sezioni con tempi di scorrimento diversi) e c’è da scommettere non vada in pensione troppo presto.
  • In quanto alle animazioni, con javascript o HTML5, nessuno può più farne a meno. Un sito statico e piatto non coinvolge e nessuno vuole più vederne, va da sé che si incontrano sempre maggiori ricchezze di loading animati, menu e navigazioni mobili, effetti visivi al passaggio sopra gli elementi o al click su di essi, gallerie di immagini e slideshow, interpolazioni di movimento e scorrimenti animati.

Responsive e Material design

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Come sottolineano tutti i trend, è il design ispirato alla navigazione su dispositivi mobili la tendenza che guida ogni realizzazione di siti web. Analizzando solo il segmento italiano – che per accesso a Internet, purtroppo, è sotto la media europea – risultano per Audiweb (dati 2015) 30,6 milioni gli italiani 11-74 anni che dichiarano di accedere a Internet da smartphone (+19,5% in un anno) e 11,6 milioni da tablet (+27,4%).

I dati Censis di fine 2015 sottolineano inoltre che gli utenti Internet in Italia sono il 70.9% della popolazione. Tra i giovani, 9 su 10 sono connessi. Gli smartphone sono impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani (il 52,8%), e i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione e diventano di uso comune per un italiano su quattro (26,6%). Visti questi numeri, data la prevalenza di dispositivi mobili per l’accesso a Internet e il loro sicuro aumento da qui ai prossimi anni, non poteva essere altrimenti.

Web design su ogni dispositivo: una guida per un’interfaccia web a prova di Google

Ma in pratica, come si realizza un web design multidispositivo? Quali indicazioni tenere in considerazione non sapendo con quale device l’utente effettuerà l’accesso ad un sito? Ad esempio, quanto deve essere grande un’icona su un particolare smartphone? Quali colori adottare per i link attivi e inattivi? Dove posizionare informazioni e elementi grafici in uno spazio ridotto? Che dimensioni dare al font?

Queste e mille altre domande hanno ora una risposta nel Material Design, standard già impostosi a livello mondiale dal quale non si potrà più trascendere, dato che l’utente ha imparato in breve tempo ad attendersi questi modelli in una pagina web. Material Design è l’interfaccia di Android che Google applica ai suoi dispositivi, con l’obiettivo di fornire una base comune per sviluppare siti ottimali in ogni loro elemento grafico.

Dalle animazioni agli stili, dal template ai componenti, un completo how to non solo per quanto attiene ai dispositivi mobili ma per ogni prodotto web. Un lungo elenco di specifiche, fornitissimo di do e don’t, che un web designer dovrebbe inserire tra i suoi segnalibri e consultare quotidianamente.

Le interazioni nel responsive design hanno regole precise, le loro animazioni direzioni obbligatorie in ingresso e in uscita, e il touch – così come il click: su desktop, in questo caso, valgono le stesse regole del mobile – deve innescare reazioni previste e prevedibili, pena un deficit di usabilità che può spingere l’utente a lasciare la pagina.

Su Ninja Marketing ne abbiamo parlato illustrando la guida online al Material design scritta da Google stesso per insegnarci cosa fare e come farlo, se vogliamo realizzare siti all’altezza dei gusti dell’utenza che l’azienda di Mountain View ha forgiato.

Più web design per tutti

Magari non tutti lo sanno, ma un po’ di web design, visto quanto analizzato finora, in un modo o in un altro sono molti gli utenti che lo mettono in pratica. Chi attivamente e chi come tester, siamo tutti un po’ designer nel web di oggi. Soprattutto se vediamo la realizzazione di siti web con l’ottica con cui un web designer si orizzonta: rendere ogni giorno il web più bello, piccolo contributo per fare di Internet un posto migliore.