Facebook e lo slang di domani

Facebook prevederà lo slang di domani

Se ne parlava già da tempo, ma fino ad ora si trattava solo di una delle tante proiezioni del buon Mark sul futuro prossimo venturo.

Adesso che è stato ottenuto il brevetto, invece, il progetto può prendere il via: Facebook metterà a punto un software per analizzare post e commenti sul social in cerca di nuovi termini e modi di dire, abbreviazioni, acronimi, nickname e tutto quanto possiamo raggruppare sotto l’etichetta di slang.

Per quale motivo? Per dare vita ad un dizionario social che registri tutti i neologismi prima ancora che diventino popolari e di uso comune. È caccia al nuovo petaloso, insomma.

Retro image of male hands holding We listen sign. Conceptual of counseling or good customer service relations.

D’altra parte è soprattutto sui social che ogni giorno nascono, si diffondono e si contaminano nuovi modi di dire e nuovi significati per parole già esistenti. Le sottoculture non sono morte: sono solo polverizzate, continuamente ibridate e sicuramente effimere, ma non sono mai state tanto vive e prolifiche come nell’era dei social.

Essere sempre sul pezzo però non è da tutti e con la velocità con cui nascono (e muoiono) significati e significanti si fa presto a farsi sfuggire qualcosa. Sicuramente sarà capitato anche a te di imbatterti in qualche vocabolo o espressione che ti ha fatto pensare “cioè?”. Ci si sente un po’ tagliati fuori, ammettiamolo. Si invecchia all’istante. Poi si va su Urban Dictionary e si torna cool. Anzi, smart. O che altro?

Facebook e slang
Ad ogni modo, il dizionario social pensato da Facebook dovrebbe assolvere più o meno lo stesso compito dell’amatissimo dizionario urbano: il brevetto appena ottenuto parla anche della possibilità di costruire un’interfaccia che consenta agli utenti di aggiungere, modificare o rimuovere contenuti. Sarà comunque il software in primis a scovare i neologismi, in modo da poterli inserire nel dizionario social e monitorarne l’utilizzo e la popolarità: quando un termine o un’espressione inizieranno ad essere obsoleti o poco usati, verranno rimossi (come illustrato di seguito).

Facebook e slang

Foto credit: Business Insider

Non si conoscono ancora l’utilizzo specifico e le varie applicazioni che potrà avere il dizionario social. Come riporta Business Insider, il software potrebbe essere utile per realizzare un programma di suggerimento testuale avanzato con i termini non presenti nei normali dizionari.

Facebook per ora non si pronuncia. Ma di certo noi utenti avremo un ruolo chiave e non saremo gli unici a beneficiare di questo strumento: basti pensare ai risvolti per la sentiment analysis. Vai a spiegare agli algoritmi che belieber non è un errore di battitura, che il commento dope! è tutt’altro che negativo, o che mojo non è solo il nome del chihuahua dispettoso di Transformers!

Smart drugs, dalla Silicon Valley le sostanze che potenziano la mente

Nella Silicon Valley, in cui giovani startupper coltivano idee innovative e rincorrono il successo, le cosiddette smart drugs sembrano essere l’ingrediente top secret per aumentare la produttività.

Si ritiene infatti che le sostanze nootropiche siano in grado di aumentare la memoria, il livello di attenzione e le funzioni cognitive della persona che le assume. Sono generalmente utilizzate per trattare malattie neurodegenerative quali il Parkinson, l’Alzheimer e la Sclerosi Multipla.

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Possono essere di origine sintetica o derivare da alimenti di uso comune ricchi di acidi grassi e nutrienti bioattivi. Sono contenute anche in piante, tuberi, radici e cortecce utilizzati come integratori alimentari e spezie aromatiche.

In principio, le smart drugs si erano diffuse tra gli studenti delle più prestigiose università statunitensi, che le assumevano per arrivare lucidi agli esami dopo 48 – 72 ore di studio intenso. Ora sono approdate nella competitiva terra del Silicio.

Smart drugs come “nutrimento” per la mente

Una delle compagnie più note del settore è Nootrobox, startup di San Francisco fondata da Geoffrey Woo, ex product manager di Groupon e Michael Brandt, ex manager di YouTube.

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I loro prodotti di punta sono i Go cubes, cubetti di gelatina con un concentrato di caffeina, vitamine, teanina e zuccheri in grado di fornire un effetto eccitante simile a quello di un triplo caffè.

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La startup produce anche pillole che migliorano la memoria e la resistenza allo stress, che danno un una spinta di energia per aumentare focalizzazione nel lavoro, o che coadiuvano il sonno.

Come spiega Business Insider,  la società dichiara di utilizzare soltanto ingredienti generalmente riconosciuti come sicuri (GRAS) dall’FDA, ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Carburante per atleti mentali

I co-fondatori di Nootrobox hanno rivelato che i prodotti che stanno testando fanno parte di un piano più ampio che potrebbe diventare lo standard nelle tech company del futuro.

Gli impegni e i meeting di una giornata potrebbero essere scanditi sulla scia dei picchi energetici dei lavoratori, raggiunti grazie alle pillole e monitorati attraverso nuovi gadget indossabili.

“Ci vorrà molta disciplina – dice Woo – ma in futuro dovremo agire come se fossimo degli atleti mentali.”

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Afferma anche che stanno sperimentando il digiuno a intermittenza, pratica che secondo gli studi del professor Valter Longo aiuta ad aumentare la produttività, accelera la neurogenesi ed ha effetti positivi sulla longevità.

Seguendo questo regime, Woo dichiara che i suoi collaboratori riescono a lavorare 12 – 14 ore al giorno per sei giorni alla settimana.

Effetti collaterali

Quali sono i rischi legati all’utilizzo di queste smart drugs? Principalmente problemi cardiaci, nausea, insonnia.

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Tali sostanze, inoltre, non dovrebbero essere assunte dai giovani fino ai 25 – 30 anni, età in cui il cervello è ancora in fase di sviluppo, poiché gli stimolanti potrebbero avere l’effetto contrario.

Con un’assunzione prolungata si rischiano conseguenze ancor più gravi, soprattutto se i nootropi vengono impropriamente assunti con psicofarmaci per la cura di narcolessia o sindrome da deficit da attenzione.

Instagram

È la fine di Instagram come lo conosciamo?

Galeotto fu l’algoritmo e chi lo scrisse.

Lo scorso 15 marzo sul blog di Instagram è comparso un post che sta creando un bel po’ di discussione. Dal social spiegano che per venire incontro a non ben precisate richieste degli utenti, l’ordine in cui compariranno i post all’interno del feed non sarà più cronologico ma risponderà a criteri di interesse personalizzati.

Che cosa significa?

In altre parole il feed del social virerà su quello che da tempo già succede su Facebook: un algoritmo analizzerà secondo parametri qualitativi (like ed inserimento commenti) quali sono i profili e la tipologia di foto che ci piacciono di più, portandoli in cima all’elenco da consultare, anche se da un punto di vista temporale ve ne potrebbero essere di più recenti postati da altri.

Instagram Feed

Perchè Instagram vuole cambiare in maniera così radicale?

Le ragioni alla base di questo deciso mutamento sono da ricercarsi nelle dichiarazioni rese da Kevin Systroom, co-founder ed attuale chief executive, al New York Times:

“On average, people miss about 70 percent of the posts in their Instagram feed, what this is about is making sure that the 30 percent you see is the best 30 percent possible.”

Systroom quindi ammette candidamente che le dimensioni raggiunte dalla piattaforma provocano una dispersione d’attenzione che rende irraggiungibile il 70% di ciò che viene postato, e che si è reso quindi necessario aggiornare le modalità d’ingaggio e calendarizzazione.

Tutto sbagliato, tutto da rifare?

La decisione però non sta riscontrando consensi unanimi, tutt’altro.

L’ordine cronologico non è mai stato messo in discussione dagli utenti anzi, è sempre stato considerato un valore aggiunto che favoriva delle sessioni lunghe e modellava a priori le scelte su chi seguire.

La scelta di determinare quali post andranno in cima al feed potrebbe quindi essere vissuta più come una mossa business-oriented che a favore della community, col fondato sospetto che si cerchi di dare più importanza a ciò che si vede subito perché in quella porzione della bacheca sono allocati anche i promoted post.

LEGGI ANCHE: 10 funzioni di Instagram che tutti dovremmo conoscere

Petizione Change.org su Instagram Feed

 

 

 

Il carattere traumatico di questo annuncio ha addirittura provocato la sottoscrizione di una petizione su Change.org, la quale in meno di 24 ore ha già raggiunto la quota di 15 mila firme d’obiettivo.

Nom: il live video per gli appassionati di cibo

La grande passione del mondo dei media per la cucina ormai è un dato di fatto: sono innumerevoli i programmi TV, i libri, i blog, e anche le serie da quando ci si è messo Netflix (vedi Chef’s Table), che ruotano intorno al perno del cibo. A questo (e alla sua precedente esperienza lavorativa) pensava Steve Chen, co-fondatore di Youtube quando ha deciso di lanciare Nom.

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Nom è un’app che combina due delle grandi tendenze degli ultimi tempi – cucina e live video – al fine di costituire una piattaforma sulla quale chef famosi, ristoranti e comuni utenti possano lanciare live stream.

Chen e Vijay Karunamurthy, l’ingegnere di Youtube che l’ha seguito in quest’avventura, immaginano “una community in cui gli amanti del cibo possano creare, condividere e guardare le storie che li entusiasmano in tempo reale“.

Una sfida non facile, considerando i colossi che si ritrovano a sfidare nel mondo del live streaming: Periscope, Youtube e Facebook, per citarne qualcuno. Colossi che, tra l’altro, hanno già fatto di Meerkat la loro prima vittima. Qual è allora la differenza che farebbe di Nom una piattaforma diversa/preferibile?

Secondo Chen i punti di forza del neonato servizio sono due. In primo luogo si tratta di un’app fortemente targetizzata verso una categoria precisa di utenti, gli amanti del cibo e della cucina. Perciò punta tutto sul fatto che l’interesse degli iscritti faccia da legante. Inoltre non si tratta esclusivamente di un servizio di live streaming. Nom propone un feed di contenuti curati da un team che contengono da video live e pre-registrati, a foto, note e link a ristoranti di tendenza.

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Anche la componente interattiva delle trasmissioni in diretta si differenzia da quella offerta per esempio da Periscope. Gli utenti possono mettere, oltre al classico cuore, anche un like o un LOL; una sorta di set di reazioni Facebook per il live video. E i commenti in diretta possono anche essere popolati da GIF, foto e note. Un altro vantaggio tecnico di Nom è il supporto alla doppia videocamera, che permette in questo modo di vedere contemporaneamente il protagonista della trasmissione e le prelibatezze che sta preparando.

Ma per rendere davvero interessante la piattaforma c’è anche bisogno di qualche celebrità del mondo enogastronomico, ed è per questo che i fondatori si sono già messi in contatto e hanno arruolato il celebre chef stellato Corey Lee, il maestro sommelier Yoon Ha e molti altri che si occuperanno di trasmettere in diretta da eventi del settore o dai loro ristoranti.

Ora tocca a voi. Se avete sempre pensato di poter fare meglio di Benedetta Parodi, questa è la vostra occasione. Aprite il vostro canale e fate vedere a tutti cosa sapete fare in cucina!

PIAF 2016, partecipa all'evento europeo dedicato all'advertising

PIAF 2016: candida il tuo lavoro entro il 21 marzo

Advertising, passione e professionalità. Torna anche quest’anno il PIAF, il Festival Internazionale dell’Advertising di Praga, dal 26 al 27 aprile 2016.

Come ogni anno, anche per la sua settima edizione il festival offrirà speaker di fama internazionale che si confronteranno sulle nuove tendenze della comunicazione.

Clienti e agenzie uniscono le forze nella capitale della Repubblica Ceca per il successo della pubblicità: l’importanza della creatività dei professionisti del marketing e delle agenzie di comunicazione emergerà non solo nei talk e nelle conferenze, ma anche nella giuria dei PIAF Awards.

PIAF Conference, una due giorni dedicata all’advertising

PIAF 2016, partecipa all'evento europeo dedicato all'advertising

Durante la intensa due giorni di scambio e condivisione del know-how internazionale, oltre a conferenze e workshop, ci sarà anche un programma serale per gli studenti e la cerimonia dei PIAF Awards.
Con Strategist, Project Manager, Direttori artistici e tanti altri creativi dal mondo dei media e delle agenzie ascolteremo:

  • consigli sulla visual identity
  • case study di brand activation
  • consigli su come dare rilevanza ad un brand del luxury
  • focus sull’advertising nello sport
  • strategie e tecniche dello sport marketing

Altre buone ragioni per partecipare? Quest’anno tra gli speaker troverai anche David Görges, Head of New Media del Borussia DortmundJason Romeyko, Executive Creative Director di Saatchi & Saatchi.

LEGGI ANCHE: Digital Marketers: quali sono le strategie vincenti del futuro?

Scegli il ticket più adatto a te e iscriviti subito al PIAF 2016, un evento immancabile per tutti gli amanti dell’advertising.

PIAF Competition, we are watching you

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Se sei un creativo e vuoi sottoporre alla giuria i tuoi lavori, hai ancora tempo fino al 21 marzo, scegliendo per quale categoria del concorso vuoi candidarti.

Tra i premi speciali, anche quello dedicato al Best Beer Ad.

Non aspettare, i direttori creativi delle più importanti agenzie di comunicazione a livello mondiale, che comporranno la giuria, guarderanno e giudicheranno proprio il tuo lavoro.

Parigi VS Milano: la battaglia delle Fashion Week vista dai social media

Il marketing della moda sta cambiando e con esso anche le fashion week. Infatti, se prima i brand erano solo incerti sulla riuscita di una sfilata e quindi dei prodotti, adesso lo show si divide in due scenari: quello sulle passerelle e quello sui social network.

È ormai terminato il mese della moda per la Collezione Women’s Fall/Winter 2016, ma come si sono comportati i brand sui social media in questo periodo?

Molti brand francesi, durante la ParisFashionWeek, pur essendo dei big nel mondo della moda, non sono riusciti a cavalcare l’onda nel mondo dei social: tra questi spiccano Chanel e Lanvin che si sono limitati a strategie poco originali. Infatti la casa di moda di Coco ha preferito postare soltanto su Instagram foto del backstage con la presentazione dell’ambient e delle modelle pronte per entrare in scena. In più, non ha utilizzato il live streaming sul sito ufficiale pubblicando solo successivamente un video della collezione e alcune interviste del designer.

Lanvin, d’altro canto, dopo aver pubblicato un collage dell’invito al fashion show, ha deciso di postare foto degli ospiti che avrebbero partecipato alla sfilata, prendendole dai loro account. Anche questo brand ha deciso di non utilizzare la trasmissione in diretta, limitandosi a condividere su Instagram solo un video del finale della sfilata con “effetto amatoriale”, come se provenisse da uno smartphone di qualche spettatore. In più le foto pubblicate successivamente, oltre ad essere in numero molto esiguo, davano importanza alle star sedute tra il pubblico che indossano abiti firmati Lanvin.

D’altra parte, alcuni brand italiani e francesi hanno saputo accattivare i propri follower, permettendo loro di seguire la sfilata anche da casa. Ciò è avvenuto alla MilanFashionWeek, dove molti brand italiani tra cui Armani, Moschino e Ferragamo, sui social hanno esteso l’invito al fashion show a tutti gli utenti attraverso il livestreaming sul sito ufficiale del brand. Anche Louis Vuitton, poche ore prima dell’inizio dell’evento, ha mostrato la scenografia invitando gli utenti a seguire il live sul sito ufficiale. In più, LV ha preparato il suo pubblico condividendo il “making of” il giorno prima della sfilata attraverso foto professionali che mettessero in luce il marchio, riprendendo in dettaglio il logo e i materiali.


Lo stesso fa Valentino che, nonostante abbia scelto la città francese per il suo show, rimane pur sempre italiano sia nello stile che nelle strategia. A differenza dei brand francesi, Valentino ha messo in atto una buona strategia pubblicizzando innanzitutto il pre-show attraverso post e video su Instagram in cui è raffigurato il tragitto di un ospite che prende parte alla sfilata con l’invito in mano, e poi invitando gli utenti a guardare la catwalk in diretta sul sito ufficiale.

A differenza di Louis Vuitton, in seguito Valentino ha condiviso album su Facebook, Instagram e Pinterest, contenenti foto professionali della sfilata proprio come le performance delle case di moda italiane. Il brand francese in questione invece si è limitato a condividere, sia su Facebook che su Instagram, album di foto con i guest dello spettacolo, dando più importanza agli ospiti che alla collezione, con la speranza di aumentare le interazioni degli utenti.

Tuttavia, la maggior parte dei brand italiani ha mostrato decisamente una marcia in più durante la settimana della moda milanese, riuscendo a ricevere molte interazioni e un alto numero di contenuti e condivisioni.

L’idea geniale condivisa da Fendi e Versace è stata quella di introdurre nelle sfilate modelle molto apprezzate sui social. Kendall Jenner, che ha aperto la sfilata di Fendi, è una modella molto seguita dagli utenti: la sua foto ha raggiunto 38.3mila like su Instagram e ha portato un aumento evidente di follower all’account del brand. Lo stesso ha fatto Versace con la modella Gigi Hadid, già testimonial del brand e amica della Jenner, raggiungendo 40,2mila like.

Ma non finisce qui: altri brand hanno lasciato il segno applicando strategie molto accattivanti e particolari, con lo scopo di raggiungere quella fetta di utenti che risulta essere difficile da sorprendere.

Al primo posto troviamo Gucci e Roberto Cavalli, che hanno seguito le orme di Burberry dello scorso #fashionshow, in cui si dava appuntamento su Snapchat per guardare la sfilata; a seguire Dolce & Gabbana e Dior che hanno deciso di utilizzare quel particolare canale per mostrare il backstage. In più il brand italiano di Stefano e Domenico ha postato sugli altri social in realtime foto in una nuova modalità, ovvero scattate da una prospettiva diversa, come se chi le vedesse fosse seduto in prima fila in mezzo ad altri esperti del settore.

Infine troviamo Balenciaga che durante la settimana della moda parigina ha invitato gli utenti a guardare lo show in una modalità innovativa: per la prima volta è stato possibile guardare la sfilata attraverso l’app ufficiale del brand per un’esperienza a 360gradi in livestreaming, esclusivo per tablet e smartphone, attirando anche quella fetta di utenti che non si trova davanti al desktop ma che utilizza solo il mobile.

Le social performance non sono date solo dai numeri ma anche da idee innovative e uncoventional, dall’attenzione e voglia costante di interagire e affascinare il pubblico; purtroppo alcuni brand del lusso non lo hanno ancora capito!

20lines: come scrivere il futuro di una startup

Scrivere è vocazione e business, è l’evoluzione della passione per la lettura che sfocia nel voler lasciare un segno sulla carta, nelle persone e magari anche nel mercato dell’editoria online. Lo sa bene 20lines.

Se nello scorso decennio aprire una libreria era il sogno di molti amanti della carta stampata, oggi uno startupper intraprendente sa che libri e tecnologia vanno a braccetto, e che il segreto di questo business è nella community quanto nelle parole.

Dall’unione di questi due concetti nasce la scrittura collettiva, che può portare una piattaforma di social writing al successo dando la giusta caratterizzazione al progetto. I trend del settore confermano la centralità dei racconti brevi, scritti e letti dalle teenager.

Ma qual è il modo giusto (e redditizio) per dare visibilità a chi desidera scrivere un eBook, partendo da contenuti brevi pubblicati su un social network di autori e lettori?

Lo chiediamo ad Alessandro Biggi, fondatore di 20lines, una delle più importanti community di scrittori a livello mondiale, recentemente acquisita da HarperCollins Italia a coronamento di un percorso di startup ricco di sfide e soddisfazioni.

H-Farm e Silicon Valley. Cosa viene richiesto agli startupper in Italia e dall’altra parte dell’oceano?

20lines startup

La differenza basilare è che in Italia occorre essere molto proattivi nella ricerca di acceleratori e investitori, in Silicon Valley ti cercano loro, ma solo se sei il top. Partendo dall’Italia, conviene andare oltreoceano quando si hanno i numeri: è un circolo chiuso in cui entri attraverso il tuo network.

Oltre a questo, il giusto mix per entrare nella Silicon Valley comprende un buon prodotto, dati convincenti, il giusto buzz intorno all’idea e una certa dose di hype. Per una startup conviene essere almeno in fase seed.

Una volta entrati, tutte le porte sono aperte, ma i candidati provengono da tutto il mondo! In Italia si tende di più a costruire nel tempo, ma c’è meno concorrenza.

LEGGI ANCHE: I vip sbarcano in Silicon Valley

Business Model. Quale raccomanderesti o sconsiglieresti a chi oggi volesse fondare una piattaforma di social writing?

Scrivere contenuti brevi da mobile con 20lines

Per mancanza di tempo, su 20lines abbiamo implementato poco del modello iniziale. Abbiamo dato la possibilità agli autori, anche affermati, di promuovere i loro contenuti. È una strategia adottata anche da Amazon: in entrambi i siti c’è la possibilità di procedere all’acquisto cliccando il link diretto, con la differenza che su 20lines l’anteprima si legge direttamente dal sito.

20lines è diventato inoltre un vero e proprio procuratore, con la possibilità di operare azioni di scouting all’interno della community. Le possibilità aperte da queste due strade sono alla base dell’acquisizione operata HarperCollins Italia.

In fase di test abbiamo avuto riscontri positivi anche sul sistema dei micropagamenti, ossia la possibilità per gli utenti di “rateizzare” l’uscita monetaria mano a mano che si prosegue la lettura. Viceversa, un un modello che sconsiglierei è quello di proporre a pagamento alcuni contenuti selezionati, “i migliori del mese” o simili.

Feuilleton e 20lines. Il ritorno ai romanzi d’appendice potrebbe essere una via per rivitalizzare i quotidiani e uno sbocco per gli scrittori (scrittrici, se consideriamo la prospettiva di Harper Collins) emergenti?

20lines: come scrivere il futuro di una startup

Nella mia esperienza le ipotesi si sono verificate raramente: servono i numeri.

In questo senso mi pare utile riportare il successo del contest “Scrivere“, lanciato con Fabbri Editori. Dieci racconti collaborativi al mese, elaborati dalla community, sono stati allegati ai fascicoli del corso di scrittura “Scrivere”, ognuno dedicato ad un diverso genere narrativo.

Iniziative simili stimolano la community, portano nuovi autori alla pubblicazione e testimoniano la crescente popolarità dei contenuti brevi.

Cosa faresti se fossi CEO di una casa editrice? A parte acquistare 20lines, naturalmente.

Editoria online: dalla startup alla exit di 20lines

Difficile a dirsi: in Italia sono presenti molti limiti, anche culturali. Utilizzerei un approccio bottom up, come 20lines. Intercettare questo trend è della massima importanza, come testimonia anche l’esperienza di Wattpad, il nostro principale competitor. Entrambe le realtà confermano inoltre che il target più rilevante sono i teenager.

In generale, gli elementi sui quali punterei sono tecnologia, big data ed eBook.

La comodità degli eReader è davvero grande: magari è difficile cominciare, ma le possibilità di questo nuovo approccio alla lettura sono innegabili. Servirà dunque trasformare la funzione della carta, dedicata più a edizioni speciali e da collezione. Un buon esempio esempio sono i libri ricchi di fotografie di qualità, che diventano anche un arredo da esibire.

Un consiglio per gli startupper: quali sono le basi per “scrivere” una buona exit?

Pensare alla exit sin dal primo giorno: chi sono i tuoi interlocutori, come far percepire l’avanzamento del progetto, come presentare numeri convincenti. Per preparare tutto questo occorre minimo un anno.

Crescere rimane importante, ma occorre avere la exit in testa sin dall’inizio.

Come creare il portfolio perfetto di un Social Media Manager

Avere un portfolio chiaro e ben fatto aumenta le possibilità di avere successo nel mondo del lavoro. Ebbene sì, non è più solo “roba da grafici”: anche il Social Media Manager deve presentare se stesso ed i suoi lavori in un documento semplice e completo, dalla grafica semplice e coordinata. Poche regole da seguire: crea il tuo ninja portfolio e quel lavoro per il quale ti sei candidato sarà presto tuo.

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Il portfolio perfetto del SMM perfetto è, ovviamente, digital. Quindi, pc alla mano, il primo passo per fare un buon lavoro è essere sinceri. Per chi lavora nel campo del web, mentire non serve a nulla poiché è tutto facilmente rintracciabile: non esistono SMM con esperienza ventennale o una fan page con centomila follower e nessuna interazione.

L’onestà premia sempre e non bisogna aver paura di dimostrare la propria inesperienza: coerenza, prima di tutto, anche con il proprio profilo LinkedIn. Lavorare in ambito social presuppone che la persona in questione sia un buon esempio e una fonte di ispirazione.

Perché avere un portfolio?

Per aumentare la propria credibilità e, di conseguenza, la propria professionalità. Ed ovviamente per essere sempre più visibile: portfolio, cv e lettera motivazionale. Ed è tutto perfetto. Ecco, non c’è nessun buon motivo per non farlo.

LEGGI ANCHE: Arriva Ninja Gong!, la news app per fare colpo su capi e colleghi

Il portfolio perfetto può essere un blog nel caso tu sia un fotografo o un profilo su Behance nel caso tu sia un’artista. Ma sei “solo” un SMM o aspiri ad esserlo: poco importa, una semplice presentazione con un numero massimo di 10/15 slide è più che sufficiente per presentarti. Superare questo limite vuol dire annoiare chi è dall’altra parte: se la tua carriera è lunga, inserisci solo i lavori migliori. Conta la qualità, non la quantità.

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Poche, semplici regole

  1. Fondamentale, presentati: Nome, Cognome ed inserisci i tuoi contatti, anche social ovviamente. 
  2. Importante sottolineare la posizione lavorativa attuale ed inquadrare il proprio ruolo.
  3. La foto? Non è necessaria, ma a volte è importante metterci la faccia
  4. Evidenzia le tue capacità: non mettere in risalto lavori riusciti a metà o che hanno avuto poco successo.
  5. Sei un SMM e la tua strategia ha rivoluzionato un brand o un’azienda? Raccontala.
  6. Usa un tono leggero e professionale, evita espressioni inutili, non commentare.
  7. Elimina testi lunghi: hai fatto una campagna sui social? Mostrane i risultati. Hai incrementato le interazioni sulla fan page? Fai uno screen ed incolla l’immagine. Il tuo claim spopola come hashtag? Dimostralo. Fai parlare i fatti, non il resto.
  8. Dai i numeri, inserisci dati, analisi e mini report: è importante per convincere il futuro capo di quanto vali.
  9. Hai riconoscimenti o premi in questo ambito? Non avere paura: la modestia non esiste, quando la bravura parla chiaro.
  10.  Condividi il portfolio online, magari su LinkedIn: non solo per dare coerenza al tuo profilo, ma anche per renderlo disponibile agli interessati.

SOCIAL MEDIA

Ed ora, cosa aspetti a creare il tuo super portfolio? Il ninja-verbo è stato diffuso. Ora tocca a te!

Sul digital si vive in eterno: le app per continuare ad essere social anche dall’aldilà

Preoccupazione per cosa succederà alla nostra presenza sul web dopo l’ultimo viaggio? Nessun problema: ci sono un mare di soluzioni per gestire la cosa!

No, non stiamo scherzando: le app per aiutare i famigliari a gestire la morte di un caro sono sempre di più e puntano ai millenials. Si occupano di dettagli pratici e offrono servizi specifici, rispondendo però anche in modo nuovo alle grandi domande esistenziali.

Come sempre il primo ad individuare la richiesta era stato Facebook che con i suoi memorialized account rispondeva a “cosa succede al mio account se passo a miglior vita?”. Semplice, si crea una pagina remembring, ovvero dove amici  e parenti possono unirsi nel ricordo, condividere momenti e così via. Oppure lo si cancella. Ma questa è un’opzione che riguarda la conservazione dell’io digitale più che l’organizzazione puntuale del “dopo”.

La tendenza del momento, va oltre. A febbraio l’azienda Everest ha lanciato un video che ha come protagonista un ragazzo tra i 20 e i 30 che, scopriamo, è morto. Subito ci rassicura:  la sua famiglia, nonostante sia triste, non è stressata perché lui ha provveduto a tutto prima della sventura. Il motivo del video dai toni allegri è la decisione dell’azienda di puntare al mercato dei millennials, aprendosi al mondo dei social e lanciando un contest su Facebook.

Numerose, inoltre le app dedicate al tema. Cake ti aiuta a capire che soluzioni si adattano a te sottoponendoti una serie di domande, da cui emerge un profilo che provvederà a condividere con i tuoi cari creando una sorta di manuale con tutti i tuoi desideri, valori e preferenze per il giorno x.

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SafeBeyond arriva a promettere una forma di immortalità attraverso l’attenta organizzazione. Infatti potrai “esserci nei momenti importanti” programmando una serie di messaggi da lasciare a chi vorrai, dividendoli per data, momento o luogo. Portai mandare gli auguri di compleanno e fare le congratulazioni per matrimoni senza doverti disturbare di essere vivo. E se la data non è ancora certa, nessun problema, SafeBeyond organizzerà tutto per te. Inoltre, potrai fare un’uscita da rockstar, programmando il messaggio da lasciare ai tuoi amici su Facebook e Twitter.

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Everplans
nasce dall’esperienza vissuta dal co-fondatore su The Knot per l’organizzazione del suo matrimonio e offre un servizio simile nell’organizzazione dei dettagli, occupandosi di testamento, assicurazioni, account vari, informazioni sanitarie e tutto quanto si sia accumulato tra le pieghe di internet.

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Non si tratta soltanto di una moda, come la questione dei selfie at funerals, ma della necessità che emerge nel momento in cui millennials sono cresciuti e iniziano a mettere su famiglia, ponendosi domande sul futuro dei propri cari.

Secondo Everest, attualmente sono più di 25 milioni le persone che hanno accesso al servizio attraverso i benefit a contratto in Stati Uniti e Canada.

Che ne pensate, amici lettori? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook!

My Portfolio: ora puoi condividere la tua creatività

Gli strumenti per attestare e migliorare la propria professionalità sul web sono in costante evoluzione. Tutti i soggetti dell’universo digital devono però confrontarsi con un punto focale attorno al quale ruota la propria attività: la capacità di inserirsi ed interloquire all’interno di una comunità globale, virtuale sì ma non per questo meno determinante nei risultati di quella reale.

L’inizio dell’era digitale ha visto espandere i confini all’interno dei quali muoversi, rendendo insufficiente l’essere creativi come condizione primaria d’affermazione, portando all’attenzione il tema della giusta esposizione per ottenere i successi desiderati.

Alcune categorie professionali, come ad esempio coloro che si occupano di contenuti, hanno trovato nelle piattaforme di blogging il proprio contesto naturale, ed i social media, almeno nella loro fase iniziale, hanno contribuito enormemente a fare del testo l’epicentro dell’espressione artistica.

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Altre figure come fotografi, grafici, visual artists, esperti di fotoritocco, illustratori e art-director si sono paradossalmente imbattuti in maggiori difficoltà nel trovare un luogo in cui mostrarsi, entrare in contatto con i propri clienti e/o colleghi, incontrando quindi maggiori resistenze nell’uscire dai confini del mero passaparola.

Come fare per sancire la propria esistenza professionale e rendersi raggiungibili?

Questo vuoto è stato parzialmente colmato nel 2006, anno d’esordio di Behance, una piattaforma nata con lo scopo di offrire ai creativi un’agorà all’interno della quale esporre il proprio operato, intrecciare relazioni con chi condivideva interessi e competenze, digitalizzare il proprio portfolio in un ambiente che rispondesse finalmente come sistema.

L’apporto di Behance ha aiutato enormemente a restringere questo gap nelle connessioni di un settore professionale che si ciba della capacità di creare collegamenti e relazioni.

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Ma se Behance è stata la risposta al DOVE immettere il proprio portfolio digitale, la richiesta del COME farlo era tutt’ora inevasa, almeno sino alla creazione, all’interno del pacchetto di Adobe Creative Cloud, di uno strumento ad hoc per rispondere a questo tipo di esigenze: My Portfolio.

My Portfolio: cos’è, come si usa e come si apre alla connettività attraverso Behance

Adobe Portfolio ti aiuta nella costruzione di un sito web in pochi passaggi curando ogni singolo aspetto.

È contemplato per integrarsi con ogni piattaforma sulla quale sono stati ospitati i propri lavori, partendo innanzitutto da Behance. Quindi è possibile fare migrazione di contenuti (con un notevole risparmio di tempo), facendo del sito prodotto un vero e proprio aggregatore che unifica i canali di promozione su tutti i social massimizzando al contempo l’esposizione.

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Essendo previsto, a titolo gratuito, in Creative Cloud Photography, My Portfolio aggiorna Live i contenuti nel momento in cui questi sono prodotti attraverso le app disponibili nel pacchetto, manifestando la sua vocazione user-oriented.

Coniugando il come con il dove esporre il proprio lavoro, la sottoscrizione di un account in Adobe Portfolio garantisce in automatico l’apertura di un profilo su Behance, a meno che, come sottolineato in precedenza, non si sia già registrati sul portale.Adobe_Portfolio_3

Se sei un creativo e non vuoi che tempo prezioso sia sottratto al tuo lavoro per curare la vetrina sui social media, dovresti chiedere aiuto ad Adobe Portfolio.

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