Digital for Italy: le storie delle PMI in attesa di adozione dai Mentor digitali

Le Piccole e Medie imprese sono tra le più importanti fonti di competenze imprenditoriali e di occupazione nell’economia italiana. Digital for Italy è un progetto di innovazione sociale di Ninja Academy, dedicato alle PMI italiane in condizioni di svantaggio e che necessitano del digitale per raggiungere nuovi ed importanti obiettivi nel 2016.

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Parliamo di PMI che sono state segnate dalla crisi o che si trovano in zone danneggiate da avvenimenti disastrosi, ma anche di ONG ed Onlus che desiderano cambiare il mondo.  Qui subentra la figura del Mentor digitale che, in base alla sua esperienza,  potrà adottare una PMI ed offrire il supporto necessario, facendole da guida per un intero anno.

Sei una PMI e vuoi candidarti? Hai tempo fino al 29 febbraio!
Esplora i Mentor a disposizione!

Abbiamo deciso di presentarvi alcune delle PMI che devono ancora essere adottate da un Mentor.

Kayros Onlus

Closeup shot of young friends leaning on railing. Happy friends smiling ina row. Portrait of happy girls and guys in a row thinking about their future.
È una comunità nata per iniziativa di Don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria di Milano, che accoglie minori in difficoltà, segnalati dal Tribunale per i Minorenni, dai Servizi Sociali e dalle forze dell’Ordine. Dal 2006 è stato anche avviato un progetto per maggiorenni che necessitano di un consolidamento del percorso educativo: infatti Kayros Onlus cerca di avviare questi ragazzi verso l’autonomia e la piena integrazione sociale, offrendogli possibilità concrete di reinserimento ed opportunità di lavoro.
L’associazione chiede supporto per l’efficacia e l’efficienza del suo eCommerce; l’obiettivo è valorizzare i servizi offerti con lo scopo di dare a questi ragazzi una seconda, reale, possibilità.

Teniamoci per Mano Onlus


È un’associazione di volontariato operante nell’ambito della clownterapia, con sede a Napoli ma che dal 2010 opera in molte regioni italiane. Infatti, è convenzionata con ben 13 strutture ospedaliere in Italia ed attualmente ha effettuato più di 2.000 giornate di clownterapia. Teniamoci per Mano Onlus è “una squadra di clown del soccorso speciale”, pronta a portare magia e allegria nei reparti di pediatria, oncologia ed ovunque ci sia bisogno del loro intervento.
Questa PMI chiede sostegno su come utilizzare e sfruttare al meglio la potenzialità dei social, non avendo nessuna guida in grado di indirizzarla. L’intento sarà quello di ampliare il numero di corsi di clownterapia, soprattutto al Nord.

Sei un Mentor che ha aderito all’iniziativa?
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Le altre PMI di cui vi raccontiamo la storia non sono associazioni di volontariato ma vogliono comunque fare del bene per la comunità. Ciò che ci ha colpito sono state le categorie che queste tre PMI intendono sostenere: i disabili, le famiglie e l’ambiente.

Spread your wings

whellchair
È un tour operator di nuovissima apertura, con solo 6 mesi di vita, specializzato nell’organizzazione di escursioni e gite giornaliere con accompagnatore, includendo visite delle classiche città d’arte quali Firenze, Siena e San Gimignano. Tuttavia la particolarità risiede nel voler adattare i vari tour a persone disabili, offrendo servizi ad hoc, come ad esempio minivan con pedana elettroidraulica per i vari spostamenti; dunque, l’obiettivo è quello di rendere la vacanza unica e senza barriere. In più, per ridurre al minimo le difficoltà, Spread your wings offre corsi di formazione per garantire guide competenti e preparate a disabilità sia di tipo motorio che sensoriale.
La richiesta di mentorship è stata inviata per ricevere più visibilità online, sia sul territorio nazionale che quello estero, cercando di coinvolgere attraverso il digitale anche le istituzioni.

Family Days

Multi Generation Family Giving Children Piggybacks OutdoorsInvece, nasce nel Maggio 2015 come canale di riferimento per le famiglie di un quartiere est di Milano, in cui è possibile trovare suggerimenti di ogni tipo, come strutture, attività ed eventi per famiglie della zona. Lo scopo di quest’azienda è poter attivare una rete di risorse, imprese locali e associazioni per far vivere il territorio e creare nuove collaborazioni fra le diverse realtà: un networking per le famiglie dei vari comuni limitrofi, per facilitare lo sviluppo di nuove relazioni e per incentivare gli abitanti della zona a promuovere attività ad esse dedicate.
Il sito ha bisogno di un perfezionamento che riguarda diversi aspetti: social, content, performance; la PMI vorrebbe sviluppare in modo strategico la struttura e la promozione del portale affinché possa essere considerato come un punto di orientamento per il target a cui si rivolgono.

Centro di Raccolta Ecologica SE.RI

Infine si ritorna in Campania, a Cava dei Tirreni: è un’azienda che opera nella messa in riserva, trattamento, riduzione, separazione e anche recupero di rifiuti riciclabili di vario tipo (industriale, artigianale e commerciale). Il trattamento dei rifiuti consiste in un insieme di tecniche volte ad assicurare che i rifiuti abbiano il minimo impatto sull’ambiente. Infatti, questa PMI è a favore dell’ambiente, e le sue attività, sia strategiche che operative, si fondano proprio sul valore del rispetto della natura.
Questa PMI chiede assistenza su come ampliare il pacchetto clienti per raggiungerne di nuovi su tutta la penisola, avvalendosi dei social media come canali di comunicazione per trasmettere i valori dell’azienda.

Ora non resta che adottare le PMI per iniziare questo nuovo percorso di mentorship, in cui non bisogna guardare solo il punto di arrivo, ma ogni singolo passo di tutto il percorso, perché “Dietro ogni impresa di successo, c’è sempre qualcuno che ha preso una decisione coraggiosa”– Peter Drucker.

Cos'è un piano editoriale e a cosa serve

Il Piano editoriale nel 2023: cos’è, a cosa serve, idee ed esempi

Content strategy, calendario editoriale, piano editoriale. Sono queste le nuove parole del tuo vocabolario del business, perché se davvero vuoi fare content marketing hai innanzitutto bisogno di una buona strategia e poi di pianificare le tue azioni. Lo so, ora ti starai chiedendo: “Ma cos’è un piano editoriale e a cosa serve?”

Per rispondere a questa domanda partiamo da un semplice esempio, che tutti abbiamo certamente sperimentato nella vita quotidiana. Hai presente il tuo diario scolastico? Quello su cui annotavi gli orari delle lezioni, le materie da studiare ogni giorno e i compiti da fare per il giorno successivo e per il resto della settimana? Ecco, il tuo piano editoriale è più o meno il diario per il tuo business. Dovrai innanzitutto imparare a compilarlo e a consultarlo per ottenere il tuo 10 e lode alla fine dell’anno.

Copiare? Non ti servirà a nulla, neanche in questo caso.

Piano editoriale: cos’è e come pianificarlo

Un piano editoriale è un insieme di azioni strategiche, che puntano al raggiungimento di un determinato target e di un certo obiettivo, quantitativamente e qualitativamente misurabile.

Cos'è un piano editoriale e a cosa serve

Al di là della definizione da manuale, un piano editoriale è quello che ti permette di trasformare la tua presenza online in uno strumento di marketing: non basta esserci, devi farti notare!

Il tuo piano editoriale, un po’ come il tuo diario, sarà la tua guida personale per sapere cosa, quando e come pubblicare online, per raggiungere il tuo obiettivo di business. Fai quindi fin da subito chiarezza sui goal che vuoi raggiungere e fallo con un criterio di consequenzialità: l’aumento delle conversioni sarà una conseguenza di una serie di micro-obiettivi che ti sarai posto prima, dal numero di pubblicazioni giornaliere, settimanali e mensili, al tipo di canali da utilizzare o rafforzare.

Per ogni canale di comunicazione, infatti, avrai bisogno di definire obiettivi e calendari specifici, risorse umane adatte e tipo di contenuti da produrre: il tuo piano editoriale generale alla fine comprenderà una integrazione perfetta tra social media, blog aziendale e canali offline.

Muovi i primi passi verso il perfetto piano editoriale

Comincia da una schematica tabella suddivisa in mese e giorni per stabilire quanti contenuti pubblicare e in quali momenti della giornata, sulla base dell’analisi dei dati già in tuo possesso: Google Analytics e gli Insight di Facebook saranno i tuoi migliori alleati.

Cos'è un piano editoriale e a cosa serve

Analizza il tuo brand, il messaggio che vuoi comunicare, il tone of voice e il target che vuoi raggiungere per stabilire gli argomenti da trattare. Oltre a contenuti di attualità e alle condivisioni di elementi interessanti da partner e collaboratori, cerca di trattare anche argomenti di carattere più generale: i cosiddetti evergreen o macro-argomenti sono uno strumento perfetto per parlare del tuo brand, comunicarne i valori e dare un’idea più chiara dell’azienda a utenti e clienti.

Dedica poi una parte dei contenuti ad eventi locali, nazionali o internazionali – in base al target geografico che vuoi raggiungere – e a iniziative legate a particolari periodi dell’anno. Che ti piaccia o no a Natale anche sul tuo sito dovrai prevedere un contenuto a tema: per il lettore-utente è rassicurante, dato che è quello che si aspetta di trovare. Il trucco è proporsi sempre in maniera originale e legata al brand.

Stabilisci quali contenuti offrirai sui vari canali: post, immagini grafiche, fotografie, video, articoli long-form. Riusciarai solo così ad identificare anche le figure professionali indispensabili per la tua strategia.

Se, ad esempio, analizzando i dati e studiando la tua strategia, hai stabilito di voler puntare su Snapchat, probabilmente nel tuo team sarà più utile un Millennial che un Graphic Designer navigato.

Social media e blog aziendale: come usare un piano editoriale

Un piano editoriale, come dicevamo, è la tua guida, la strategia che ti permetterà di condurre l’azienda verso nuovi potenziali clienti e rafforzare il rapporto con quelli già acquisiti. Ma il tuo piano editoriale è anche molto più di questo: ti permetterà infatti di non ripeterti, di misurare i risultati nel corso del tempo e di cambiare facilmente strategia sulla base dei nuovi dati.

Cos'è un piano editoriale e a cosa serve

Sarà, insomma, anche una sorta di mappa e come tutte le mappe ti porterà ad un vero tesoro: il dialogo con clienti e utenti. Solo una buona strategia e un piano editoriale organizzato ti consentono di apparire autorevole e affidabile agli occhi dei consumatori, che così saranno pronti a partecipare alla conversazione che genererai con in tuoi contenuti.

Dai attenzione a chi ti legge, offrendo la possibilità di replicare in modo semplice e naturale. Sarà un ottimo modo per conoscere i tuoi punti di forza e quelli di debolezza, da un altro punto di vista. Lavorare sul rafforzamento dei primi e sul superamento dei secondi renderà ancora più invitante il tuo brand e la tua azienda.

Anche se qualche volta i tuoi risultati non saranno esaltanti, considera gli insuccessi come momenti utili per capire cosa non ha funzionato e cosa del tuo piano editoriale va modificato. Avendo stabilito in modo chiaro argomenti, target, tempi e obiettivi, sarà molto più semplice identificare l’errore e soprattutto cambiare rotta.

Il web è uno sconfinato oceano di risultati e di siti web aziendali. Se vuoi che il tuo cliente raggiunga proprio la tua isola, non puoi lasciare nulla al caso, ma devi condurlo preparando la sua strada verso il tuo brand.

Come organizzare il Piano editoriale e quali KPI monitorare?

Non esiste un piano editoriale perfetto. Tutto dipende naturalmente dalle esigenze del progetto. Partire da alcune semplici domande può aiutarci concretamente a semplificare il lavoro. Ecco alcuni quesiti di partenza a cui è bene rispondere per poter determinare il nostro piano:

  • Con quale frequenza devono essere pubblicati i contenuti?
  • Per chi stai creando contenuti?
  • Quali risorse creative o informative possiedi?
  • Quante tipologie di contenuto hai intenzione di creare?
  • Quali sono le varie fasi che i contenuti attraversano prima di essere pubblicati?
  • Quale formato verrà utilizzato per organizzare il calendario?

Tuttavia, la creazione di una strategia editoriale efficace non si limita alla sola realizzazione di un piano, ma consiste nel ciclare le azioni, monitorare gli indicatori chiave di performance (KPI) e modificare le attività per garantire una crescita adeguata. Quando si tratta di KPI per i blog, in particolare, è necessario assicurarsi che i parametri di valutazione siano sufficientemente specifici da poter essere confrontati tra le varie piattaforme.

Per esempio tra i principali KPI da monitorare nel caso di un blog troviamo:

  • Il numero delle visite
  • La durata delle visita sul sito
  • Le pagine visualizzate, quante e quali
  • I click verso pagine o articoli specifici
  • La compilazione di un form

LEGGI ANCHE: Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Facebook Business Manager: strumento da sogno o da incubo?

Oramai lo sapete no? Se si desidera usare Facebook per promuovere una attività, che sia una piccola realtà locale o una grande impresa globale, occorre avere una pagina. E alla pagina sono associati diversi ruoli per chi debba occuparsene: ci si può occupare di lei per analizzarne i dati (analista) o pubblicare post (editor) o avere tutti i privilegi, compreso quello di attribuirli o revocarli (admin).

fbm

Da più di un anno Facebook ha rilasciato il Business Manager, uno strumento che dovrebbe proprio rispondere alle esigenze di chi deve affrontare questo arduo compito. Fin dall’inizio questo strumento è stato oggetto di critiche che, nonostante alcuni bug siano stati risolti, perdurano ancora oggi.

Facebook Business Manager: strumento da sogno o da incubo, quindi?

Tenteremo di dare una risposta, in questa prima parte, spiegando cosa sia e a cosa serva esattamente questo strumento e perché valga la pena utilizzarlo.

Chi dovrebbe usare Facebook Business Manager?

Chiunque debba gestire in maniera sicura e ordinata molte pagine, ad manager, o per editor e chiunque debba assegnare persone diverse a risorse o strumenti diversi.

Naturale pensare ad una agenzia che, occupandosi di social media, debba gestire pagine di tanti clienti diversi, con tema composti da personale proprio, freelance e personale del cliente stesso.

Ma Business Manager può essere prezioso anche per un semplice consulente o per la azienda, anche piccola, che voglia gestire i suoi canali Facebook in maniera autonoma.

Da Facebook Business Manager è possibile, infatti, avere rapidamente un panorama di quali siano le pagine, account pubblicitari, ruoli assegnati alle persone.

Da dove si inizia e come si configura?

Per prima cosa visitate business.facebook.com e create un vostro account.

facebook business manager

Non preoccupatevi: come Facebook, lo strumento è gratuito!

Pochi semplici dati e clic ed il vostro account è in funzione, e, come leggerete nella schermata di benvenuto, ora si potrà iniziare a reclamare risorse:  pagine, account pubblicitari e applicazioni.

Attenzione però: su Facebook Business Manager è ben diverso reclamare una risorsa, crearne una o aggiungerne una.

Si crea una risorsa se non esiste già da qualche parte su Facebook: la pagina (o account pubblicitario, persona, catalogo, metodo di pagamento) non è vostra ne di nessun altro.

Si reclamano invece tutte le risorse che esistono già e che sono di vostra proprietà, se non altro nel senso che ne siete amministratori.

Potete quindi reclamare tutte le risorse di cui avete il controllo e che non siano già state incluse in un altro business manager: ogni risorsa può essere reclamata soltanto da un utente di Business Manager.

Se invece la risorsa che intendete usare fosse stata già reclamata da un altro oppure non ne avete la piena disponibilità, allora dovrete richiederne l’accesso.

Fate molta attenzione alla differenza tra queste due azioni (reclamare e richiedere accesso) perché può causare gravi problemi ignorarla.

Se, per esempio, reclamate come risorsa propria un account pubblicitario che è di un vostro cliente, che vi affida la gestione, poi non potrete più rimuoverlo.

Molto meglio in questo caso richiedere tramite il Business Manager accesso alla risorsa del cliente: così, se sorgesse la necessità potrete restituirla, rimuovendola.

Le risorse devono naturalmente essere gestite da persone, e anche in questo caso, c’è una differenza importante da considerare: le persone, in questo contesto, sono individui che possono essere assegnati alle risorse da gestire e appartengono alla vostra agenzia o azienda.

Se si dovesse dare accesso alle risorse ad una azienda esterna allora conviene aggiungerla come partner al vostro Facebook Business Manager. Il partner così aggiunto potrà assegnare le proprie persone e collaboratori alle risorse che devono essere gestite.

Questo è il caso, per esempio, di una azienda che usa già Facebook Business Manager e desidera affidare la gestione di certe risorse ad una agenzia esterna: quest’ultima sarà aggiunta come partner nel Business Manager della prima.

Ultimo passaggio, se le risorse da gestire fossero tante, avete la possibilità di organizzarle creando  progetti sotto cui raggrupparle.

facebook business manager

I vantaggi di Facebook Business Manager

Si elimina la confusione tra profilo personale e amministrazione della pagina: l’accesso alla pagina assegnata non avverrà più direttamente ma attraverso Facebook Business Manager, che farà da filtro. Questo aspetto è da alcuni considerato erroneamente uno svantaggio, perché toglierebbe immediatezza: si tratta invece di un meccanismo che rende più sicura la gestione del canale.

Inoltre, chi deve assegnare i ruoli non deve per forza conoscere o stringere “amicizia” con chi riceve la delega di gestirla: chi è assegnato come gestore di una pagina attraverso questo meccanismo, non può accedere direttamente alla stessa ma dovrà farlo attraverso Facebook Business Manager. Questo facilità anche la delega ad una agenzia, ad esempio.

Si evita quindi non solo la possibilità di errori dovuti alla confusione tra profilo personale o profilo amministratore della pagina, ma non si corre mai il rischio di perdere la proprietà della risorsa.

Infine, è possibile gestire ruoli della pagina e account pubblicitari da un unico posto.

Gli svantaggi

Il primo, molto importante è quasi banale e ovvio: da Facebook Business Manager è possibile gestire solo le risorse che riguardano Facebook e (per certe operazioni) Instagram.

Difficilmente però, che siate una agenzia o lo facciate in proprio, dovrete gestire solo la presenza su Facebook dell’azienda. Tutti gli altri canali social dovranno essere gestiti con altri strumenti.

Secondariamente, la curva di apprendimento è elevata: la configurazione stessa e alcune procedure sono complesse e potenziale fonte di errori, con la possibilità di creare situazioni da cui potrebbe essere impossibile uscirne.

Nel quasi anno e mezzo in cui è stato rilasciato e adottato, sono stati segnalati numerosi bug (a onor di cronaca, alcuni sono stati risolti).

Spesso sono state anche gravi perdite: si va dall’impossibilità di riguadagnare accesso allo stesso Facebook Business Manager (per la cancellazione del account usato per gestirlo) alla perdita di possesso delle pagine gestite.

Anche se attribuite ad bug e malfunzionamenti del sistema, in realtà la causa è frequentemente una scarsa comprensione dello strumento e conseguente imperizia e superficialità nel suo uso.

Per ciò che riguarda la gestione “pratica”, da Facebook Business Manager non è possibile programmare post o condividerli da un’altra pagina.

Nella prossima puntata, saranno illustrate le procedure consigliate per adottare Facebook Business Manager, in modo che abbiate una piccola guida.

Se lo state usando, invece, fateci sapere sulla nostra fan page di Facebook quali sono le vostre impressioni e giudizi!

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MSQRD, l’app per video selfie che ha conquistato le celebrity

Se il fenomeno Dubmash, l’app per realizzare video divertenti con tracce musicali e campionamenti di film e molto altro, ti ha tenuto impegnato per mesi, MSQRD è l’app che ti conquisterà in pochi secondi!

Del resto questa semplice quanto esilarante applicazione mobile ha già fatto impazzire celebrity come Cara Delevingne, Kanye West, Kim Kardashian e Kylie Jenner che hanno invaso Instagram con bizzarri video selfie.

Di cosa si tratta? Di un’altra app per realizzare video animazioni in stile GIF, che utilizza però in questo caso il riconoscimento facciale del tuo volto. Infatti MSQRD, acronimo di MASQUERADE, riesce a riprodurre una maschera virtuale sul tuo viso e ti permette in questo modo di girare video selfie divertenti in cui puoi di volta in volta assumere le sembianze di un animale, di un cartone animato o di un altro dei tanti filtri della sua libreria.

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La formula vincente di questa app è sicuramente che tra i filtri proposti ci sono anche celebrity come l’attore Leonardo di Caprio (accompagnato da due statuette degli Oscar), la cantante Conchita Wurst, il magnate Donald Trump, il presidente Barack Obama.

Un video pubblicato da Cara Delevingne (@caradelevingne) in data:

Ma MSQRD offre tanti spunti per il divertimento e per questo motivo gli ideatori dell’app raccolgono nel loro profilo Instagram i risultati più divertenti!

@gospoja.koshka ・・・ Варя в теме ??? #msqrd #кошка #koshka #cat ❤️❤️❤️

Una foto pubblicata da MSQRD (@msqrdme) in data:

@laureva ・・・ Good night people ✌?️ #freddieismyqueen #msqrd

Un video pubblicato da MSQRD (@msqrdme) in data:

Se sei pronto per divertirti con MSQRD, puoi al momento scaricare l’app solo su iTunes, ma siamo certi che presto arriverà anche la versione Android. Sarai capace di frenare la voglia di condividere centinaia di video stupidi? 😉

Luxottica e Intel: ecco Radar Pace, gli smart glasses per allenarsi

Correre e allenarsi con l’aiuto di un coach a portata… di occhi. Sarebbe bellissimo, e potrebbe rientrare presto nella tua quotidianità grazie ad una collaborazione tra Luxottica ed Intel. Il progetto degli smart glasses dedicati a chi si allena e chiamato Radar Pace è stato presentato a Las Vegas durante il CES 2016, e promette di rendere il training sportivo efficiente e performante grazie alle numerose feature incluse, che andremo ad analizzare insieme. Pronti, attenti… Via!

Radar Pace: cosa sono e come funzionano?

Un paio di occhiali “intelligenti”, in grado di fornire le informazioni necessarie in quel momento e di allenare sono sicuramente un sogno per molti sportivi: il progetto mostrato in Nevada è nato all’interno dei laboratori californiani di Oakley, brand dedicato a sport e lifestyle di Luxottica, che ha lavorato con Intel per creare questi “coach” virtuali, da indossare e comandare vocalmente. Brian Krzanich, ceo di Intel, ha presentato gli occhiali Radar Pace nel corso del suo keynote, tenutosi durante il più importante convegno dedicato all’innovazione, attraverso una demo dove Craig Alexander, tre volte campione mondiale di Iron Man, ha posto dei quesiti al proprio wearable: “Qual è il mio programma di allenamento oggi?”, “Qual è il mio passo medio?”.

Sfruttando un paio di auricolari collegati all’occhiale i Radar Pace hanno risposto alle sue domande, spronando l’atleta e costringendolo a fare di più (già, come un vero e proprio personal trainer!). Il device promette risposte personalizzate, ottenute grazie ai sensori di cui è dotato ed elaborate attraverso l’esperienza: i Radar Pace sono in grado di apprendere, memorizzando l’attività di allenamento del proprio utilizzatore, diventando così molto simili a dei coach virtuale. Ancora i dettagli a disposizione sono pochi, ma è probabile che Intel Curie, il microcomputer di Intel dotato di processore, accelerometro e bluetooth, possa essere integrato all’interno degli occhiali.

Leggi anche: Google Glass: dove eravamo rimasti? Arriva Project Aura

Radar Pace - CES 2016

No, non sono i nuovi Google Glass

È quasi impossibile non fare paragoni con il prodotto Google, caratterizzato da una scarsa dose di fortuna e da un design piuttosto eccentrico. Seppur non sia ancora dato sapere se l’aspetto definitivo del prodotto corrisponderà o meno a quello del prototipo presentato durante il CES, Radar Pace riprende l’aspetto di alcuni occhiali Oakley, dedicati appunto a chi fa sport. Inoltre, il fatto di essere dedicati soprattutto a runner e ciclisti allontana ancora di più gli smart-occhiali di Luxottica da quelli di Google, nonostante entrambi i prodotti vantino la partecipazione di Intel. Intel sta infatti investendo molto nel settore del wearable computing, e sta spostando sempre di più il proprio focus su prodotti come occhiali, orologi, abiti, robot e droni, come ha spiegato in una nota:

Intel Corporation ha mostrato oggi la grande potenza della tecnologia, in grado di offrire nuove straordinarie esperienze in ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Dalla digitalizzazione dello sport ai progressi nel campo della salute e del wellness, fino a liberare la creatività umana attraverso la musica, l’arte, la robotica e le invenzioni.

Non sono ancora noti prezzo o data di release, ma si suppone che gli occhiali Radar Pace possano fare il proprio ingresso sul mercato già nella seconda parte del 2016. Intanto però, puoi iniziare con il riscaldamento… 😉

Così Giphy nacque da una bevuta fra amici

È nata prima la Gif o Giphy? I più attenti alla storia del web diranno certamente la prima, ma è difficile non riconoscere che con Giphy questo formato è diventato un fenomeno culturale e virale.

La Gif è ormai un contenuto estremamente malleabile, adatto per il trasporto emotivo ma anche per veicolare informazioni in maniera più godibile rispetto a un infografica, offrendo una serie infinite di possibilità per esprimere dei messaggi che non avrebbero lo stesso impatto sullo schermo. Eppure chi avrebbe puntato tutto sul Gif fino a qualche anno fa?

via GIPHY

In effetti, nell’inverno 2012 in due l’avevano fatto: durante una bevuta fra amici, Alex Chung si ritrovò a elogiare l’importanza del formato Gif in una società post alfabetizzata, immaginando una tecnologia dove la lettura e la scrittura fossero sorpassate dall’immagine.
L’idea lo colpì così tanto che, facendo una ricerca, Chung si accorse che non esisteva una piattaforma di creazione e condivisione delle clip, e scatta l’intuizione.

Chung non era nuovo a lanciarsi in imprese nel digital: aveva fondato diverse startup, tra cui un social chiamato Frigo acquisito da Google e un software per MTV e hardware per Intel.

In quel periodo, però, non era impegnato in alcuna startup: stava infatti vivendo il suo anno sabbatico, che aveva come obiettivo approfondire l’arte del jiu jitzu brasiliano (!).

LEGGI ANCHE GIF: come usarle nella tua strategia digitale

Chung si mise comunque all’opera: quando non era impegnato a tirare calci alla gente, scriveva il codice di Giphy.

Una volta messo a punto il prototipo, bastò inviare il link a qualche amico per registrare 30mila visualizzazioni della pagina in poche ore.

Abbiamo pensato che fosse qualcosa che stava per farci diventare fenomeni nel web per un giorno solo” dichiarò Chung ma nella stessa giornata abbiamo ricevuto diverse offerte di investimento tra cui un milione di dollari da Betaworks, che aveva contribuito a lanciare progetti del calibro di Kickstarter.

via GIPHY

La modalità di brain storming tra un bicchiere e l’altro restò anche quando Chung coinvolse nel progetto Adam Leibsohn, filosofo e star del tennis, ora Chief Operating Officer di Giphy.

Si racconta che nel corso della prima riunione fu interpellato persino il filosofo Ludwig Wittgenstein, o meglio il suo pensiero fu adattato per spiegare la vocazione di Giphy: Wittgenstein riteneva che la lingua scritta lascia troppo spazio alle interpretazioni e dunque – Leibsohn concluse – le GIF sono più efficienti perché si riempiono le lacune interpretative.

via GIPHY

Oggi Chung e Leibsohn hanno scelto di concentrarsi sulla crescita anziché sui ricavi, e con i 95 milioni di visitatori unici al mese che hanno registrato nel 2015 si può dire che i due abbiano raggiunto ottimi risultati.

Ciò non toglie che, per rendere ancora più produttiva e sostenibile la piattaforma, si debbano mettere in campo altre iniziative.
La prima è aprirsi agli inserzionisti, facendo diventare Giphy uno spazio in grado di occupare ADV a pagamento.

Per ora, certo, non è stato necessario: Giphy ha raccolto infatti circa 24 milioni di dollari d’investimenti e la cosa non sembra arrestarsi: Subway, Nba, Victoria’ s Secret e HBO sono solo alcune delle aziende che stanno sfruttando questa piattaforma per proporre contenuti inediti e allo stesso tempo estremamente economici da realizzare.

Forte di questa consapevolezza, la seconda ipotesi è che Giphy basi definitivamente il proprio business sulle consulenze per aziende che vogliono sfruttare al massimo questo strumento, come avvenne ad esempio per Star Wars alla fine del 2015.

via GIPHY

La nascita di concorrenti come Riffsy o Giffage non sembra preoccupare Chung che ha liquidato le nuove piattaforme come troppo distanti dalla cultura pop nella quale le Gif sono cresciute. Noi siamo convinti che le GIF abbonderanno sulle nostre bacheche per tutto il 2016, soprattutto se arriveranno gli strumenti per poterle produrle in maniera sempre più intuitiva e chissà, magari anche in maniera nativa negli stessi social. Per dirci la vostra a proposito di Giphy e GIF, scriveteci sulla nostra pagina Facebook!

Contenuti digitali e storytelling: gli strumenti dei Content Manager

Oggi incontriamo Alberto Maestri – Senior Consultant in OpenKnowledge, editor di Ninja Marketing e docente del Corso Online in Content Marketing – che ci svelerà i segreti del Content Marketing.

Durante il corso in aula ci spiegherà come creare strategie efficaci, imparando a capire e gestire contenuti diversi e di valore.

Qual è il plus di una strategia di contenuti ben pianificata e improntata sullo storytelling?

Il principale plus è di fare sognare le persone, presentando l’azienda con una veste umana e un preciso ruolo nella società. Fin dalle sue origini come disciplina codificata il marketing ha un problema di reputazione, e incontra la barriera di diffidenza degli individui. Come è solito dire il nostro Mirko Pallera, oggi marche e organizzazioni devono prendere posizione rispetto alla realtà e alla cultura: non c’è più spazio per entità sciatte. Ecco la magia del content marketing: abilitare questo posizionamento progettato attraverso lo storytelling sui diversi touch point con le persone.

Perché sempre più aziende devono considerarsi Media Company?

Per tantissime ragioni! In primis, differenziarsi dal punto di vista del prodotto diventa sempre più difficile. Diciamocelo: al di là del colore o della freschezza, tutti i dentifrici sono uguali. Ecco allora Captain Aquafresh che si pone come difensore a livello globale delle gengive delle persone, ‘snocciolando’ contenuti informativi e di entertainment verso l’audience.

Captain AQF Complete Care Original

Ciò porta però a un paradosso: oggi vengono prodotti tantissimi contenuti, tanto che qualcuno parla di content chaos. Dunque, la sfida non è più solo quella di diventare media company, ma media company efficaci, capaci di produrre i contenuti giusti al posto giusto a supporto della propria offerta di beni o servizi.

Contenuto, contenuti. Ce n’è di tutti i colori e per tutti i gusti. Come riconoscere quelli di valore?

Una checklist a 10 punti che personalmente utilizzo e consiglio di utilizzare per riconoscere (ed eventualmente progettare) contenuti di engagement riprende e sviluppa quella proposta da Simone Tornabene nell’articolo ‘Content Design: come creare contenuti d’engagement’:

  1. Ritmo: è stimolante?
  2. Semplicità: è facile e immediato da capire, nella forma e nel significato?
  3. Associazione: è strettamente legato alle associazioni di marca e all’universo semantico del brand?
  4. Bellezza: è bello da vedere?
  5. Riconoscibilità: spicca tra la folla?
  6. Azionabilità: ci spinge a svolgere la call to action verosimilmente contenuta al suo interno?
  7. Provocazione: stimola un pensiero, un discorso, un’opinione?
  8. Teasing: lascia il giusto pizzico di curiosità?
  9. Rilevanza: è capace di sintonizzarsi nell’hic et nunc dell’audience all’ascolto
  10. Accessibilità: è fruibile, indipendentemente dal device di accesso, dal tempo a disposizione e dai diversi ‘rumori di fondo’?
content marketing sacco con le frecce

Content Marketing – Three Arrows Hit in Red Target on a Hanging Sack on Natural Bokeh Background.

Perché è importante fare content audit per creare una nuova architettura dell’informazione?

Per due motivi principali. In primis, per un motivo etico: il tipico approccio del consulente è di arrivare e ripartire da zero, rivoluzionando completamente quanto fatto da chi è arrivato prima. Al contrario, spesso sono stati già progettati e condivisi contenuti belli, efficaci, inspirational. Oppure esistono stimoli nell’aria, che possono essere ‘calati a terra’ con successo. Secondariamente (ma non per ordine di importanza), è importante per il professionista di content marketing avere sott’occhio la situazione chiara dell’as is della strategia, dei canali, dei contenuti. Solo così potrà prendere le giuste decisioni, senza perdere tempo né sprecare preziose risorse.

Sono numerose le tue pubblicazioni e da queste emerge la tua passione per lo storytelling e la gamification. Come si influenzano questi due elementi tra loro per creare contenuti e strategie di valore?

Per rispondere, ti cito alcune righe contenute in ‘Giochi da Prendere sul Serio’, pubblicato alcuni mesi fa:

Che le narrazioni siano parte integrante di una quantità di giochi non ha bisogno di essere dimostrato giacché fa parte dell’esperienza di tutti. I videogame non sfuggono a questa regola generale e, sebbene non tutti, un gran numero di essi fa affidamento a sviluppi più o meno complessi di Storytelling per sostenere le capacità di coinvolgere e far appassionare i giocatori. Ma se è fondamentale nei videogiochi, lo Storytelling può essere di grande interesse anche nei progetti di Gamification. Di questo non dubitano Werbach e Hunter che, come notato, includono le narrative tra le forme più importanti di dinamiche di gioco, utili a impostare ad alto livello ogni progetto gamificato. Non è difficile mostrare che nuclei di racconto, più o meno sviluppati, pervadono molti dei casi di Gamification che hanno avuto negli ultimi anni maggior successo. Road Warrior è il sistema che SAP ha introdotto di recente per fare formazione al suo personale di vendita sui temi delle tecnologie mobili. Sviluppato da Salesforce, il progetto invita a reinterpretare il proprio ruolo di venditore, costretto a macinare chilometri di strade e autostrade, attraverso la metafora del Road Warrior (Guerriero della strada) e lo slogan Conquering Mobility. Il processo prevede di rispondere in chiave di simulazione a clienti che pongono questioni, vincendo punti e badges se si danno risposte adeguate e perdendoli se si richiedono linee di assistenza. Vi sono molti livelli da superare, spesso legati a problematiche tecniche, e i venditori possono sfidarsi gli uni con gli altri per confrontare i loro risultati. Il progetto mira, come tutti i corsi di formazione, a elevare le skill dei partecipanti; ma l’aspetto di Storytelling si rivela nel chiedere loro se si sentono di “Avere quel che ci vuole per essere un Road Warrior” e nell’estetica un po’ western dell’interfaccia. Il progetto ha dato ottimi risultati nel volgere la formazione in un momento di divertimento, nell’accrescere la motivazione, nello stimolare lo spirito di gruppo e – non ultimo – nell’aumentare le vendite.

road warrior

Se vuoi approfondire l’importanza dello storytelling ed imparare come impostare una strategia efficace, segui il Corso in Content Marketing targato Ninja Academy.

zoolander

Dimenticate Beckham, Derek Zoolander è il testimonial più desiderato

Derek Zoolander è tornato, e con lui il suo fascino da modello “bello bello in modo assurdo”. Dopo 15 anni dalla prima pellicola, Ben Stiller ha nuovamente indossato i panni del divo della moda, e anche questa volta il suo charme non ha risparmiato nessuno, brand compresi.

Vuoi per approfittare dell’hype generato dall’uscita nelle sale di Zoolander 2, vuoi perché l’endorsement di un personaggio di questo tipo non può che giovare all’immagine di un’azienda, sono stati numerosi i brand che hanno scelto di collaborare con la produzione hollywoodiana di Stiller in occasione della sua promozione.

Valentino

Tutto è cominciato quasi un anno fa, quando Derek Zoolander e Hansel McDonald comparirono sulla passerella di Valentino.

E la collaborazione continua ancora oggi, con risultati così belli da meritare di essere esposti in vetrina 😉

In the words of @asaprocky “Valentino for da party” @zoolander #Zoolander2

Un video pubblicato da Valentino (@maisonvalentino) in data:

Kiehl’s.

“The Derek Zoolander Center for People Who Don’t Age Good” è il centro aperto da Kiehl’s a New York, scimmiottando il “Centro Derek Zoolander per ragazzi che non sanno leggere bene” del primo episodio.

I visitatori vengono guidati da dei modelli alla scoperta di questo centro e dei suoi trattamenti contro l’invecchiamento, uno dei nemici più acerrimi di Derek.

Non stiamo più nella pelle! Vi presentiamo la Limited Edition Kiehl’s x Zoolander2: per una pelle GIOVANE GIOVANE IN…

Pubblicato da Kiehl’s su Giovedì 4 febbraio 2016

 

Fiat

Anche Fiat ha scelto Derek Zoolander come nuovo testimonial, con uno spot che ha fatto il suo debutto durante uno degli eventi più fashion dell’anno: i Golden Globe.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=60&v=KJext1d6KFA

Celebriamo l’uscita di Zoolander 2, nei cinema dall’11 febbraio, con una promozione bella bella in modo assurdo.

Pubblicato da Fiat su Venerdì 12 febbraio 2016

 

Mattel

Anche il seguitissimo account Instagram di Barbie nelle ultime settimane ha ospitato la famosa Blue Steel, con una serie di scatti che ritraggono la bambola in compagnia di un nuovo compagno, la versione doll di Zoolander.

Un’ottima scelta per Mattel, che proprio recentemente ha lanciato le sue nuove bambole e lanciato la campagna #TheDollEvolves.

So hot right now. ? #barbiezoolander #zoolander2 #barbie #barbiestyle

Una foto pubblicata da Barbie® (@barbiestyle) in data:

LEGGI ANCHE: Barbie curvy: politically correct o strategia di marketing

La stessa Paramount ha scelto di creare un trailer trasformandolo in uno spot pubblicitario per un nuovo profumo, N. 2, appunto.

 

Qual è la vostra campagna preferita?

Con Amazon e Uber, la Gig Economy irrompe nel mercato della logistica

Con il settore dell’eCommerce in continua crescita e una elevata percentuale di esercenti online che lo ritiene un servizio migliorabile (il 55% secondo il report “Ecommerce in Italia 2015” di Casaleggio Associati), è inevitabile pensare alla logistica – valore strategico per chiunque scelga di vendere online – come un settore in cui ci sia ampio spazio per l’innovazione.

Un servizio, quello della logistica, abitualmente appaltato ad aziende specializzate come i corrieri espresso e le poste. Almeno fino ad oggi, perchè ora che Amazon e Uber stanno provando a proiettare la logistica nella gig-economy, è lecito attendersi un cambiamento radicale in un settore che negli Stati Uniti ha un forte impatto anche sull’occupazione (Fedex e UPS hanno assunto 145 mila dipendenti stagionali solo per gestire le spedizioni natalizie di esercenti online).

Amazon Flex

“Make $18–$25/hr delivering packages for Amazon with your car and smartphone. Be your own boss: make great money, delivering when you want”, dice la landing page dedicata ad Amazon Flex attraverso la quale ci si può candidare come fattorini.

Oltre a dover passare un “background check”, come lo chiama Amazon, tutto quello che serve per farsi avanti è aver compiuto 21 anni e disporre di un’auto (e avere una patente di guida valida, ça va sans dire).

Quando la candidatura viene accettata basta scaricare sul proprio smartphone l’app dedicata (per ora disponibile solo su Android, ebbene sì!) che geo-localizza fattorini e pacchi da consegnare. A quel punto il fattorino non dovrà fare altro che prelevare gli ordini disponibili per l’evasione da uno dei magazzini presenti sul territorio e consegnarli al cliente entro 60 minuti.

amazon-flex

George Gracin, tra i primi fattorini on-demand, ha detto:

Non voglio diventi il mio lavoro a tempo pieno ma sono interessato perché sembra un modo per guadagnare un po’ di soldi extra nei fine settimana, come Uber. Con la differenza però” continua Gracin “che trattandosi di un servizio di consegna, non c’è alcun rischio di avere sconosciuti sul sedile del passeggero.”

Amazon Flex è attivo per ora in poco più di una dozzina di città americane, ma lo stesso Bezos avrebbe già manifestato l’intenzione di esportare il servizio non solo in altre città ma anche in altri Paesi. Sempre a proposito di Amazon, alcuni analisti hanno recentemente sostenuto che l’azienda di Seattle stia lavorando per costruire una propria compagnia di logistica, ma al momento non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale in merito.

Uber apre le proprie API a UberRUSH

E’ notizia di pochi giorni fa l’obiettivo da parte di Uber di voler espandere le proprie API ad UberRUSH, servizio che rende fattorini gli autisti di Uber. Autisti, ma non solo: perchè a differenza di Amazon Flex (che richiede di viaggiare in automobile) è possibile consegnare anche in bicicletta o a piedi.

Se fino ad oggi le API erano aperte solo a chi desiderasse integrare nelle loro applicazioni l’ormai famoso servizio di noleggio auto on-demand (Tripadvisor, con il pulsante “Raggiungi destinazione con Uber”, è stata tra le prime ad integrarlo), ora anche ristoranti ed esercenti online potranno integrare UberRUSH sul proprio sito web o sulla propria app per offrire il servizio di consegna in un’ora, senza far sì che gli utenti debbano accedere in maniera separata all’applicazione nativa.

shopify-uber-rush

Shopify, piattaforma che permette di creare un negozio online senza bisogno di competenze tecniche, grazie alla partnership stretta con Uber stessa offre questo servizio in Beta già da alcuni mesi: dallo scorso Ottobre chi acquista sui negozi Shopify che hanno abilitato UberRUSH come metodo di consegna, riceve un link che permette di vedere in tempo reale la posizione del fattorino che ha preso in carico il proprio ordine.

Attualmente UberRUSH è attivo a San Francisco, Chicago e New York.

Postmates

Nonostante Amazon e Uber siano brand riconosciuti in tutto il mondo, nel parlare di gig-economy applicata al mondo della logistica non si può non citare Postmates.

Disponibile oggi in oltre 100 aree metropolitane degli Stati Uniti, Postmates è arrivata nel 2001, ben prima di Amazon Flex e UberRUSH. Se nei primi anni era possibile richiedere di tutto, a patto che fosse trasportabile in bicicletta, recentemente Postmates ha aperto ad ogni altro mezzo di trasporto oltre che alle consegne di acquisti effettuati su Craigslist, noto sito di inserzioni online.

L’app assegna un corriere personale a cui affidare la consegna che, se non viene recapitata entro un’ora, sarà consegnata gratuitamente.

postmates

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Immaginalo. Sei pronto, davanti al monitor del tuo computer per preparare il piano di contenuti per il blog aziendale del nuovo cliente, il caffè è ancora caldo nella tazza accanto al mouse, post-it e matita pronti per annotare ogni idea, perché anche nell’era del digitale appuntare qualche parola qui e là riesce a ispirarti e a dare ordine ai tuoi pensieri.

Ma l’idea iniziale, quella che dà l’input a tutto il lavoro proprio non arriva. Il tuo caffè intanto si intiepidisce e il rischio è che anche il tuo entusiasta cliente faccia altrettanto, se la consegna non avverrà nei tempi stabiliti.

Se sei un copy o uno strategist alla disperata ricerca dell’idea giusta per studiare un piano di contenuti per il blog aziendale, inizia da qui. Ecco alcuni semplici consigli per dare forma al tuo content plan.

Come dovrebbe essere un piano di contenuti per il blog aziendale?

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Una content strategy può assumere forme diverse, dal più classico documento Word da decine di pagine a una presentazione di PowerPoint della durata di un’ora.

Non c’è insomma un modello standard da seguire, anche perché una strategia di contenuti è composta da molte parti variabili a seconda del tipo di azienda in questione, del target da raggiungere, dell’analisi dei dati già in nostro possesso, dell’obiettivo che ci fissiamo di raggiungere.

Parti sempre da una scaletta e da uno schema semplice che ti permetta di identificare in modo semplice articoli, post e immagini da inserire nella tua strategia e che ti consenta di pianificare in modo chiaro anche il calendario di pubblicazione.

Cosa inserire in un piano di contenuti?

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Per preparare un content plan efficace parti dall’analisi di tre elementi chiave, ponendoti queste tre semplici domande: quali contenuti sono stati pubblicati finora? Come dovrebbe essere il mio piano di contenuti per raggiungere il mio target e centrare il mio obiettivo? Qual è il contesto entro il quale il mio contenuto deve essere creato?

Le risposte a questi interrogativi ti permetteranno di dare coerenza al tuo piano rispetto al passato, prevedendo magari una fase di transizione in cui spiegare ai propri lettori, utenti e consumatori, cosa si andrà a fare da ora in avanti, perché potrebbero essere interessati ai tuoi contenuti e dovrebbero seguirti.

Inoltre, potresti trovare nel contesto aziendale di riferimento, un valido supporto per la creazione dei tuoi contenuti. Anche raccontare l’azienda dall’interno, scoprendo gli aspetti correlati rispetto al core business, può essere davvero di aiuto per trovare spunti interessanti, non solo per la strategia, ma anche per i lettori.

LEGGI ANCHE: Content Marketing, 5 idee per diversificare la tua strategia

Non dimenticare di dare un’occhiata ai contenuti dei competitor. Potresti trovare spunti interessanti non sviluppati appieno dai concorrenti, ma soprattutto questo ti permetterà di non ripetere gli stessi contenuti e distinguerti. Non vorrai mica essere confuso con il tuo antagonista!

Un piano di contenuti non vive solo online

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Dopo aver spiegato al cliente nel tuo piano di contenuti per il blog aziendale personas, obiettivi, analisi dei competitor e analisi dei dati e dei contenuti, dovrai passare a illustrare la tua strategia.

Innanzitutto cerca di mostrare al cliente – o tienilo presente se si tratta del tuo blog aziendale – che puoi raggiungere il target di riferimento attraverso diversi canali e che non tutti sono online.

Quando si parla di contenuti infatti, devi tener presente la coerenza del blog con il resto della comunicazione. La descrizione dei prodotti, le categorie, l’email marketing, la stessa Homepage del sito web, ma anche gli imballaggi o le fatture devono comunicare la possibilità di tornare sul sito, perché vi si possono trovare contenuti interessanti anche dopo l’acquisto.

Infine, dovrai includere nel tuo piano di contenuti, in modo chiaro ed esplicito, le linee guida del brand, il tono di voce, lo stile in generale. Ricorda di fissare tempi e modalità di pubblicazione (stabilire un calendario editoriale chiaro e puntuale è indispensabile), che prevedano un’integrazione anche con i canali social, e spiega le best practice per la scrittura sul web, con consigli SEO per non trascurare la search e individuare nuovi canali di acquisizione.

Un piano di contenuti per il blog aziendale è un racconto

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

Isla McKetta spiega in modo schematico e intuitivo sul blog di Moz in che modo sia possibile costruire una strategia di contenuti partendo dalle strutture base di una narrazione.

L’eroe della nostra storia è il brand e i coprotagonisti sono i clienti, mentre la situazione di partenza è il nostro contesto iniziale. Il desiderio da cui la storia prende le mosse è il nostro obiettivo di business, e i nostri competitor rappresentano gli antagonisti. La trama, il modo in cui la storia evolverà, è la nostra strategia.

Tracciare in modo chiaro, attraverso una scaletta, come evolverà la storia, permetterà al nostro eroe di superare gli ostacoli posti dagli antagonisti e realizzare il suo desiderio.

Ricorda sempre che i tuoi competitor aziendali potrebbero non corrispondere con i tuoi competitor in termini di SERP, dunque dovrai prendere in considerazione entrambi e lavorare su tutti gli aspetti dei tuoi contenuti.

Alcuni esempi di contenuti da cui trarre ispirazione

Come studiare un piano di contenuti per il blog aziendale

1. Classifiche e liste: sono un utile strumento per fare il punto della situazione su diversi argomenti e puoi trovare ricerche e top ten su quasi qualsiasi argomento o prodotto. Fai attenzione a non essere autoreferenziale, utilizza gli strumenti giusti per presentarle ai tuoi lettori e rendile accattivanti, magari creando una infografica che sia condivisibile anche sui social.

2. Analisi dei trend: soprattutto in determinati periodi dell’anno, analizzare i trend dei tuoi settori di riferimento aiuterà i potenziali clienti a capire dove va il mercato, la tecnologia o la moda e darà anche a te un ottimo strumento di rapida consultazione per le strategie strettamente aziendali e di prodotto.

3. Guide e How to: spiega ai tuoi lettori e clienti come funziona un determinato prodotto o illustrane gli usi alternativi e le applicazioni nella vita quotidiana. In questo caso, non tralasciare il potere dei video tutorial e cerca di integrare contenuti originali nei tuoi testi. Diventeranno un vero e proprio strumento di apprendimento e, utilizzando YouTube, ti daranno un sicuro vantaggio anche nel posizionamento nelle ricerche.

4. Contenuti del mese o della settimana: cerca nel calendario il modo per contestualizzare almeno un contenuto al mese con feste o eventi che anche un pubblico più ampio segue. Intercetterai interessi trasversali e raggiungerai potenziali clienti che non avresti mai immaginato di poter avere.

5. Rubriche: affida ad uno o più esperti l’ideazione di un contenuto mensile specifico sul tuo settore di riferimento. Può trattarsi anche di un’intervista, di una ricerca o di un sondaggio, ma sempre analizzata in modo specifico dal punto di vista aziendale.