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Twitter: non dire ancora addio ai 140 caratteri

Questa volta Jack Dorsey sembrava averla fatta grossa: ampliare il limite dei caratteri di un tweet da 140 a 10.000 avrebbe sicuramente stravolto la ragion d’essere di Twitter. Eppure, leggendo con attenzione la notizia riportata in anteprima dal blog Re/Code, il progetto “Beyond 140” sembra puntare a nuove, interessanti, possibilità anziché sconvolgere così radicalmente l’identità di Twitter. E a confermarlo ci sono non solo le stesse fonti da cui la notizia è stata ripresa e poi diffusa in Italia, ma anche alcune considerazioni che potrebbero arricchire il dibattito.
Vediamole insieme.

 

Un fraintendimento alla fonte

“Twitter sta attualmente testando una versione del prodotto in cui i tweet appaiono allo stesso modo in cui lo fanno ora, visualizzando solo 140 caratteri, con una sorta di invito all’azione in cui si segnala che c’è ancora più contenuto che non si vede. Cliccando i tweet si espanderanno per rivelare più contenuto”.  Leggendo le parole esatte con cui Re/Code ha riportato l’indiscrezione ci accorgiamo che con “Beyond 140” Twitter non sta lavorando a tweet espansi ma testi espandibili. Dunque, il newsfeed avrà sempre lo stesso aspetto, con in più la possibilità di accedere a un’esperienza nativa sempre più completa. Mantenere la nostra attenzione all’interno della piattaforma è anche la scelta strategica di Facebook che con la sezione shopping e gli instant article sta integrando due tra le attività più importanti in rete. Così Twitter sta intercettando un bisogno già espresso dagli utenti o almeno è quello che ha dichiarato Jack Dorsey in quella che al momento è l’unica risposta ufficiale sul tema.

Se Twitter è un motore di ricerca, i tweet sono titoli

L’operazione però  solleva qualche dubbio sulla soluzione grafica da adottare in modo da avere una news feed con più contenuti ma senza perdere in scorrevolezza.

Il rischio altrimenti è di indebolire l’usabilità di una delle risorse più preziose offerta da questa piattaforma: un motore di ricerca interno completo, multimediale ed efficace rispetto ai nostri intenti. Quando cerchi qualcosa vai su Google, quando vuoi avere informazioni immediate o partecipare a conversazioni globali vai su Twitter, e questo perché  grazie al limite dei 140 caratteri ogni tweet è un titolo per un link o una vera testimonianza che guida in maniera efficace la nostra ricerca.

Vogliamo davvero pensare che un’azienda a corto di utenti metta a rischio il suo vero punto di forza rispetto ai suoi concorrenti?

Una conversazione senza pause è solo un monologo

Ampliare il numero di caratteri scatena nella nostra mente un facile parallelismo con la nostra esperienza come utenti di Facebook, ma proviamo a pensare cosa significherebbe per le aziende che hanno fatto di Twitter il canale del loro servizio clienti, ma anche solo lo usano per monitorare le menzioni del brand e il sentiment. Per instaurare una conversazione è necessario mettere un limite: una pausa quando parliamo, il numero dei caratteri quando twittiamo. Twitter sa bene di essere un piccolo paradiso delle conversazioni altrimenti non avrebbe lanciato i conversational ads, un nuovo formato pubblicitario irrealizzabile senza la volontà di mantenere i 140 caratteri ancora per molto tempo. La struttura di queste inserzioni infatti prevedono una parte di messaggio confezionato dal brand – l’hashtag, il contenuto creativo, la call to action – e una parte personalizzabile dall’utente, per un contributo progettato entro un certo limite.

 

Vedremo se queste considerazioni potranno smentire o meno l’ipotesi circolata in questi giorni. Certo è quei 140 caratteri non sembrano più un limite così odioso leggendo quanti tweet rivendicano il diritto alla sintesi. Siamo di fronte alla testimonianza di un’esigenza comunicativa che prima di Twitter si esprimeva attraverso gli sms? Forse l’unica modifica utile potrebbe essere quella di non diminuire il numero dei caratteri disponibili quando si allega un contenuto.  Anche tu pensi che i 140 siano intoccabili o ti piacerebbe scrivere tweet più lunghi?

Come avere un’identità su Instagram e conquistare follower?

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Instagram è tra i Social Media maggiormente in crescita, non più utilizzato solo come mero appagamento della propria vanità ma come strumento per fare branding e storytelling.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Orazio Spoto, docente del Master in Social Media Marketing di Ninja Academy, che ci anticipa alcuni argomenti che verranno approfonditi durante il suo modulo dedicato ad Instagram.

1. Un’azienda apre un profilo su Instagram. Quali sono le prime cose da fare per avere un’identità e conquistare follower?

Prima ancora di creare il profilo deve avere un preciso piano editoriale in mente e possibilmente una “scorta” di contenuti da usare.

Poi è importante lavorare sulla biografia inserendo un link al proprio sito. Questo è possibile dal momento in cui si completa il proprio profilo con alcune informazioni.

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2. La scelta degli hashtag è fondamentale per raggiungere gli Instagramers. Qual è secondo te il numero perfetto?

Non esistono regole certe. Tuttavia l’associazione igersitalia di cui sono cofondatore ha provato a darle con il progetto #taggaresponsabile. La nostra proposta è: 5 hashtag, ció non toglie di aggiungerne altri in un secondo tempo.

Più il tuo account è influente, meno avrai bisogno di hashtag. Questa regola vale per tutti. Nessuno escluso.

3. Esistono moltissime community e profili che fungono da aggregatori di contenuti: che tipo di strategia adottare per poter ritagliarci un posticino e conquistare altri Instagramers?

La cosa migliore è avviare progetti con una forte connotazione territoriale.

Le community sono sempre organizzate su base locale. Più l’attività è locale e collegata alla valorizzazione del territorio, più sarà facile e naturale collaborare con le community.

4. Pubblicità su Instagram: si o no? Come utilizzare tale strumento di advertising in modo corretto?

Pubblicità si. Senza dubbio. È uno strumento che funziona a patto che soddisfi due criteri:

Il primo è quello della segmentazione. L’inserzionista deve avere le idee chiare. Da questo punto di vista Instagram sta lavorando molto bene perfezionando sempre di più i criteri e l’efficienza nella segmentazione.

Il secondo è quello della creatività. La pubblicità su Instagram deve potersi amalgamare allo stream delle foto degli utenti o deve spiccare per bellezza e tematicità. Se non è bella, se non è coinvolgente e se non ha uno stile instagram, l’inserzione sarà un buco nell’acqua.

{ Scribble loop } • “A drawing is simply a line going for a walk.” No matter where it starts or ends, just relax and have fun.

Una foto pubblicata da Benedetto Demaio (@benedettodemaio) in data:

5. Ci consigli qualche profilo Instagram da prendere come buon esempio e tenere sott’occhio come fonte d’ispirazione?

Beh, ci sono diverse forme di ispirazione. Eccovi qualche esempio:

@sejkko per le sue case minimal impossibili

@ejota_seventyeight per la sua simmetria impeccabile

@alpha2graphic per la capacità di inserire soggetti inanimati nelle foto

@extremedepth per la sua tematicità (io poi adoro le prospettive)

Fra gli italiani citerei @benedettodemaio, disegnatore e fotografo.

LEGGI LE ALTRE INTERVISTE AI SUPEREROI DEL MASTER NINJA ACADEMY:

I trend 2016 nella comunicazione digitale? Social Caring e Social Shopping
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Lacoste si rifà il look con la street art

di Silvia Scardapane

Anche la storica marca d’abbigliamento francese Lacoste ha scelto la Street Art. Per la stagione Autunno-Inverno 2015, infatti, Lacoste Live ha rilasciato una capsule collection di prêt-à-porter basata completamente sul concetto di eleganza urbana, pensata in esclusiva con John Andrew Perello in arte JonOne, street artist di origine americana e parigino d’adozione, tra i più richiesti nel panorama europeo, come conferma la recente collaborazione con il luxury brand di cosmesi Guerlain.

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I segni lesti e furiosi che caratterizzano la produzione dell’artista sposano la nota eleganza dei capi sportivi Lacoste Live e, allo stesso tempo, rimandano alla giovinezza di JonOne, rifacendosi a quegli stessi segni che lo street artist realizzava durante gli anni Ottanta in metropolitana. La necessità di comunicare la forza e l’energia della strada viene restituita così dalle medesime sensazioni di un tempo, richiamando la potenza e la velocità dei treni, come avviene sulle grandi tele dell’artista.

Sulla collaborazione con Lacoste Live, JonOne ha dichiarato a Le Magazine:

“Ho sempre sognato di lavorare con Lacoste Live, poiché lo considero un marchio che collega tradizione e modernità. Sin da bambino, quando ancora abitavo a New York, indossavo capi Lacoste, e allora indossare una polo Lacoste significava che la vita non ti andava poi così male. Lacoste Live rappresenta il passaggio allo stile moderno e contemporaneo, ed amo molto l’energia che infonde, è qualcosa in cui mi immedesimo.”/blockquote>

Il look da strada dell’iconico coccodrillo verde è stato ufficialmente presentato con un evento tenutosi alla galleria La Rotonde nel 19° arrondissement di Parigi, dove tra moda, musica e performance artistiche, lo street artist ha svelato l’intera collezione, rendendo così noto anche il ritratto di René Lacoste, patron del marchio fondato nel 1933, che ha realizzato, senza tradire il suo stile, su una T-shirt basic, proprio come fatto in passato con Abbè Pierre e Marianne Delacroix.

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JonOne non è il primo street artist ad aver collaborato con Lacoste Live: nel 2013 la maison di moda aveva puntato sull’arte di Honet aka HNT, street artist e illustratore francese, dimostrando una vivace precocità nella produzione dedicata al mondo della Street Art.

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Streetness non poteva non cogliere la sintonia che Lacoste Live cerca con la strada e che trova collaborando con street artist francesi o che in Francia lavorano, rafforzando, allo stesso tempo, storia, tradizione e il rapporto con il proprio target giovanile.

CES 2016: 4 trend tecnologici che caratterizzeranno l’anno appena iniziato

Come ogni Gennaio che si rispetti, anche quest’anno ha avuto luogo l’International Consumer Electronics Show (International CES), la fiera dell’elettronica e dell’innovazione che si tiene a Las Vegas e dove tutto può succedere. E anche questa volta, i partecipanti non sono rimasti delusi!

Tra le tantissime soluzioni presentate da altrettante aziende di rilevanza globale, ho pensato di raggrupparne alcune per industry (baby, automotive, fashion, food), che credo caratterizzeranno (avrei voluto dire rivoluzioneranno, ma il termine è forse troppo forte!) il 2016 appena iniziato sia lato tecnologico che di business. Buona lettura!

Leggi anche: Ces 2016, ecco le novità mobile

Baby: l’innovazione al servizio dei più piccoli

Non sto parlando di un cambiamento banale, tutt’altro. Benché già da alcuni anni si possono trovare sul mercato device e soluzioni tech dedicate ai più piccoli, da sempre esiste una percezione diffusa della necessaria dicotomia tra bambini e tecnologia. Ovvero, molte volte si preferisce regalare ai propri figli (o a quelli di amici/conoscenti) giochi ‘analogici’, e device come lo smartphone – che per questa fascia di età è ancora cellulare – rimangono spesso un tabù.

Al contrario, player da sempre sono posizionati come sinonimo di mondo dell’infanzia stanno lavorando intensamente per unire il paradigma high-tech con il tema della crescita dei più piccoli. Un esempio? Nella sezione Tech abbiamo parlato spesso degli sforzi di Disney, come nell’articolo ‘Magic Band, il bracciale Disney che rende l’Internet of Things pura magia’, o ancora nel pezzo ‘Disney e Open Bionics: arrivano le protesi per bambini dedicate a Star Wars, Iron Man e Frozen’.

E anche il CES 2016 non è stato da meno, proponendo innovazioni che vanno esattamente in questa direzione. Il caso della connessione del wearable smart toy Moff Band con l’app per iPad di Pac-Man via Bluetooth è esemplare, per tracciare e misurare i movimenti fisici delle braccia dei più piccoli in modo divertente e stimolante.

Automotive: smart is more

Da alcuni anni, sembra che il CES faccia rima con Car. Sempre più spesso, infatti, l’evento internazionale di Las Vegas diventa vetrina per mostrare cosa aspettarsi dal mondo automotive nell’immediato futuro. E così, nel tempo, si è assistito a un trend interessante: da un concetto di macchina gigante, inquinante e ingombrante molto in voga fino ad alcuni anni fa (il famoso SUV), la nuova corsa è ora verso lo smart, il green, il connesso.

Si sono succeduti così diversi reportage internazionali sulle innovazioni automotive ammirate al CES 2016, come quello del Los Angeles Times ‘Carmakers show off tech innovations at CES’. L’obiettivo delle aziende più lungimiranti è quello di passare da una vision incentrata sull’auto, a un’altra focalizzata sull’innovazione tecnologica in senso lato. Cito le parole di Nick Sampson, Senior VP R&D in Faraday:

“Dobbiamo anticipare il futuro e agire in modo proattivo con velocità, decisione e volontà di essere più una technology company che un’automotive company.”

D’altra parte, nell’attuale mondo uberizzato un’altra soluzione vincente diventa quella di passare da possessori a provider, da aziende a piattaforme. Siete ancora scettici sull’uberizzazione in atto? Leggete il nostro articolo ‘Sharing economy e disruptive technologies: verso il futuro uberizzato delle istituzioni bancarie’ e vi ricrederete.

Tutte queste ragioni hanno fatto partire il fuggi fuggi dalle capitali tradizionali dell’industria automobilistica (come Detroit), verso le strade che trasudano innovazione e pensiero laterale della Silicon Valley. Tutto il settore è avvertito, dunque, e tra pochi giorni anche noi Tech Ninja ne approfitteremo per fare un riassunto delle innovazioni di rottura 2015 in ambito automotive di cui sentiremo parlare tutto l’anno. Stay tuned 😉

Fashion: il wearable e lo smart diventano vere leve competitive

Da sempre il mondo della moda e del luxury viaggia – e fattura – sui temi dell’eleganza senza tempo, dell’esclusività, dell’evergreen. Rimane da chiedersi quanto queste dimensioni siano ancora capaci di trasformarsi in leve di vantaggio competitivo per aziende e brand, ovvero se la tecnologia possa giocare un ruolo importante e nuovo nella corsa alla differenziazione.

A giudicare da alcune proposte viste al CES 2016, mi sembra di potere propendere verso il secondo scenario. Sto parlando di prodotti come Belty, una cintura smart (ma dalla linea elegante) che diventa il principale alleato di fitness di chi la indossa, o delle scarpe intelligenti che si allacciano da sole e si controllano con lo smartphone. Non è un caso che da diversi anni, parallelamente al CES si tenga il Fashionware Show, dedicato specificamente al mondo glitterato.

E non è finita qui! La fashion icon 94enne Iris Apfel ha debuttato con i suoi luxury wearable. Braccaletti co-progettati con WiseWear di cui sentiremo parlare, che esplodono in modo fashionable il tema degli smart bracelets. Da non perdere il recente report di Mashable sui prodotti.

Da geek a chic, da look&feel a functionality dunque, per seguire un consumatore che non si accontenta più solo dell’eleganza, ma che desidera anche una vita metropolitana più semplice.

Food: l’high tech entra a tutti gli effetti in cucina

Cucinare, una delle attività preferite da noi italiani. Lo dimostra un po’ tutto, dai numerosi ristoranti che troviamo in strada ai programmi in TV che si moltiplicano senza sosta. E allora, cosa c’è di meglio che ottimizzare i processi culinari, magari grazie all’aiuto delle tecnologie IoT? Al CES sono state presentate alcune soluzioni interessanti a questo proposito. In primis il Samsung Smart Fridge, un frigorifero capace di eliminare il problema dei cibi avariati e i disagi provocati dalla dimenticanza della lista della spesa a casa – magari proprio appiccicata al frigorifero stesso. High five!

E anche i più pigri possono consolarsi: stiamo entrando a tutti gli effetti nell’era del 3D food printing… non vedo l’ora di stampare il brodino, nei giorni invernali di febbre 😉

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5 modi per integrare Snapchat nella propria strategia di marketing

Usata dal 31% degli utenti di età compresa tra i 18 e 25 anni, Snapchat si sta confermando ogni giorno sempre di più come una popolare piattaforma social, al pari di Facebook e Instagram.

LEGGI ANCHE: Snapchat: quattro motivi per sceglierlo

La particolare e principale caratteristica della nuova applicazione è racchiusa nel tempo limitato in cui possono essere condivise foto, video e di conseguenza storie, da cui poi è possibile, secondo i marketer, creare vere e proprie campagne di marketing non-convenzionale.

Comunicare con i propri consumatori, inviare contenuti per presentare prodotti in anteprima, lanciare nuove iniziative commerciali, distribuire coupon, sono solo alcune leve con cui i brand di oggi non si lasciano sfuggire l’occasione per interagire con i propri consumatori e fruitori del servizio.

Ma vediamo meglio in che modo è possibile costruire campagne di comunicazione mirate ed efficaci utilizzando l’app.

#1 Contenuti unici, esclusivi e coinvolgenti

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Siamo in presenza di una comunicazione ormai effimera e informale e la natura di Snapchat, a questo proposito, incarna perfettamente la nuova forma condivisione. In particolare, la funzione di Snapchat Stories permette di creare storie o conversazioni, composte da contenuti che rimangono attivi solo 24 ore, per poi sparire definitivamente. Ed è proprio in questo modo che l’applicazione ha trovato il suo successo.

Di solito è proprio grazie alla possibilità di usufruire di maggior tempo d’interazione che i brand hanno potuto sperimentare nuove forme di marketing, ma l’esperienza garantita da Snapchat e generata di conseguenza dalle aziende, è completamente finita. Ciò implica necessariamente costruire e distribuire contenuti unici, esclusivi e altamente coinvolgenti, dotati di un alto valore affinché se ne aumenti la portata di visualizzazione.

Snapchat

La mancanza di filtri e funzionalità di editing, inoltre, fanno di Snapchat uno strumento estremamente utile per uno storytelling informale e autentico. I messaggi “veri” e cioè meno modificati, sono quelli che alla fine realmente coinvolgono l’attenzione e vengono più apprezzati dagli utenti.

#2 Coupon e promozioni

Snapchat permette la creazione e gestione di coupon personalizzati e promozioni con un limite temporale definito. L’elemento di forza di questa strategia risiede proprio in questo: nel poco tempo che gli utenti hanno a disposizione per accedere ad offerte e contenuti brandizzati.

In questo modo si può stimolare la curiosità degli user invitandoli, ad esempio, a visitare entro tempi brevi il proprio store, utilizzando la promozione ricevuta e rendendo più concreta anche la possibilità di finalizzare l’acquisto.

Riconoscendo il limite di queste offerte e coupon, gli utenti avranno poi un incentivo a rimanere sempre aggiornati con l’account aziendale e le sue promozioni. Inoltre, con la funzione di “auto-distruzione” dei contenuti, le aziende non hanno più bisogno di preoccuparsi di avvisare della scadenza della propria offerta.

#3 Anteprima di nuovi prodotti

Poiché i video e le foto esistono solo per pochi secondi, è possibile utilizzare Snapchat come piattaforma ideale per piccole anteprime su un nuovo prodotto da immettere sul mercato; si ha così la possibilità di coinvolgere i consumatori con anticipazioni di nuovi arrivi.

Generando buzz su nuove collezioni e prodotti, l’app diventa un ottimo modo per garantire visibilità e vendita una volta che il prodotto viene lanciato.

Rebecca Minkoff, ad esempio, con il suo fashion brand di abbigliamento, ha utilizzato Snapchat per questo scopo specifico. La stilista ha invitato i suoi fan ad aggiungere l’account Snapchat del brand per avere un’anteprima della nuova collezione proprio poco prima del debutto in passerella di questa.

Snapchat

#4 Informazioni su vendite ed eventi speciali

Snapchat può essere anche utilizzato per informare i follower di un brand ogni volta che c’è una vendita speciale o un evento esclusivo abbiamo detto, ma così si stimola anche la curiosità e l’engagement, e si rinforza il classico legame di comunicazione e fiducia tra produttore-consumatore.

#5 Snapchat e la promozione “dietro le quinte”

corso social media

Anche se spariscono dopo pochi secondi, i formati video di Snapchat permettono di ottenere un elevato impatto di autenticità sul potenziale cliente finale.

Infatti, creando messaggi mirati o video per i clienti che vorrebbero “dare uno sguardo” per esempio al processo di produzione del prodotto seguito, questo meccanismo diventa un’arma dal doppio valore aggiunto. Si tratta cioè di fornire contenuti preziosi, percepiti con un alto valore, da “dietro le quinte” per gli utenti.

LEGGI ANCHE: Snapchat come strategia di marketing: funziona?

In questo modo la comunicazione e la personalizzazione delle informazioni per l’azienda diventano ancor più leve fondamentali e necessarie per avvicinarsi ai propri consumatori finali.

Conosci gli eCommerce Trend per il 2016? Segui la Free Masterclass

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una importantissima crescita di opportunità per le imprese, PMI incluse, che sono riuscite ad ampliare sensibilmente il loro giro d’affari grazie al digitale. Dall’altra parte, però, è anche vero che è necessario maneggiare con dimestichezza gli strumenti che la rete ci offre, poiché in assenza di competenze e conoscenze specifiche potrebbe essere facile commettere errori fatali.

Gli eCommerce Trend per il 2016

Mercoledì 20 gennaio dalle 17, Daniele Vietri e Francesco Varuzza, docenti dell’eCommerce Lab ti insegneranno in un’ora di lezione gratuita alcuni segreti per lanciare un eCommerce di successo e massimizzare le vendite online del tuo business.

In particolare, scopriremo quali saranno gli eCommerce Trend per il 2016: quali tendenze animeranno le principali piattaforme dedicate alla vendita online? Ma soprattutto come riusciremo a convertire i trend in nuove opportunità di mercato?

I docenti spiegheranno anche come evolvere la comunicazione della tua azienda online e come familiarizzare con gli strumenti di gestione di un eCommerce. Insomma, un’ora davvero densa di contenuti dedicati a chi è pronto ad avvicinarsi al mondo delle vendite online o vuole migliorare le proprie doti di commerciante 2.0!

Partecipa alla Free Masterclass dell’eCommerce Lab

L’appuntamento è online ed è gratuito ma iscriviti subito, perché i posti sono limitati! Durante la Free Masterclass potrai seguirci in diretta anche utilizzando l’hashtag #ninjaCommerce su Twitter per iniziare a confrontarti in diretta con la Ninja Academy, i docenti e tanti altri professionisti che, come te, sono interessati ad approfondire l’argomento.

ninja academy

Ricapitoliamo:

FREE MASTERCLASS
eCommerce Lab
Gli eCommerce Trend per il 2016
Francesco Varuzza e Gabriele Taviani
Mercoledì 20 Gennaio 2016, dalle ore 17

ISCRIVITI ALLA MASTERCLASS

E non dimenticare di dare un’occhiata ai nostri prossimi corsi in programma!

Il team Ninja Academy resta a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

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Mobile: i trend che hanno segnato il 2015

Quali sono stati i top trend che anno rivoluzionato il settore mobile nell’anno che si è appena concluso?

Realtà virtuale, selfie, emoji, mobile payment, queste sono solo alcune delle tendenze più popolari del 2015.

L’anno appena terminato è stato molto importante per il mondo del mobile, Smartphone e Tablet hanno mantenuto la loro popolarità con una differenza rispetto al passato grazie alle innovazioni, alle applicazioni e alle nuove tecnologie. L’esperienza mobile è stata più unica che mai.

I selfie non passano di moda

Mobile i top trend del 2015

La mania dell’autoscatto, rigorosamente da cellulare, si conferma nel 2015 come una delle mode più amate dagli utenti.

Per ottenere il selfie perfetto  gli  appassionati non possono fare a meno degli ormai più che noti selfie stick, da qui l’originalità di alcune aziende che in modo creativo hanno proposto dei bastoni per i selfie del tutto singolari.
Grande successo ha riscosso Solocam il selfie stick per i videomaker. Niente più troupe televisive e attrezzature costose sostituite da Solocam, il bastone per i selfie che aiuta giornalisti e aspiranti tali a registrare i propri video.

Il selfie Stick è dotato di un microfono di alta qualità collegabile tramite Bluetooth ad un qualsiasi smarpthone, in più l’azienda produttrice ha sviluppato un’annessa applicazione che consente di visualizzare sullo schermo dei dispositivi mobile un gobbo virtuale, condividere e migliorare i video, risultando quindi molto utile per le riprese fai da te.

Non vengono trascurati tutti coloro che adorano scattarsi un autoscatto con il proprio cucciolo, per loro spopola PoochSelfie un supporto che si adatta alla maggior parte dei dispositivi mobile all’interno del quale è possibile fissare una pallina da tennis che senza ombra di dubbio attirerà l’attenzione di qualsiasi animale.

Emoji: la nuova lingua del mobile

Mobile i top trend del 2015

Quante volte nell’anno passato avete sentito la parola Emoji?
Diventato il principale linguaggio di comunicazione utilizzato dalla generazione dei Millenial, si è reso di certo appetibile per molti brand che cavalcando l’onda di questa tendenza ne hanno fatto protagonista le loro campagne di comunicazione.

Parlando di emoji un’ idea del tutto nuova è stata quella di Rebecca Evie Lynch che ha disegnato le Introji, una serie di Emoticons per le persone introverse, cercando così di aiutare i più timidi ad esprimere le proprie emozioni. Per dar voce a queste faccine animate è stata realizzata l’applicazione mobile Introji: 70 disegni per descrivere le più comuni situazioni e sensazioni familiari ai meno espansivi, l’app permette di inviare le Introji sia nella chat di Facebook che su WhatsApp.

Lo shopping diventa virtuale

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Emozioni, esperienze indimenticabili, mondi virtuali esplorabili tutto ciò grazie alla realtà aumentata.
Che la realtà aumentata sia stata regina indiscussa del 2015 è un dato di fatto e Big G lo sa bene tanto da renderla protagonista del suo primo e unico negozio monomarca aperto a Londra: il Google Shop dove si trovano tutte le linee di Tablet e Smartphone con sistema operativo Android.
Lo store di Big G può essere vissuto attraverso un tour virtuale e un paio di visori in cartone, ovviamente targati Google, uno schermo interattivo posto all’interno dello shop porterà i visitatori in giro per il mondo grazie a google earth.
Il direttore Marketing dell’azienda James Elias ha affermato:

“All’interno del negozio Google offriamo alle persone un posto dove testare, sperimentare e imparare ciò che abbiamo da offrire loro: da un’incredibile gamma di dispositivi a una vita online interamente connessa”.

Connessi ma divisi

Mobile: i top trend del 2015

 

Che noi Italiani fossimo una popolazione che ama il mobile si era ben intuito negli ultimi anni, ma “l’affetto” che tutti noi proviamo per lo smartphone è decisamente cresciuto nel 2015.

Connessi ovunque, immersi tra social network e messaggistica istantanea, spesso ci sfugge l’importanza delle relazione face to face.

A sottolineare questo aspetto negativo legato all’utilizzo prolungato e morboso delle nuove tecnologie ci ha pensato un designer cinese che ha dato vita ad una campagna: Phone Wall il cui claim recita “ The more you connect, the less you connect “, realizzata per il centro di ricerca psicologica Shenyang che si occupa della criminalità giovanile.

Elemento comune a tutte le immagini delle campagna un muro che si presenta come uno smartphone, tutto ciò con il fine di comunicare come spesso i dispositivi mobile creino delle barriere tra le persone.

Stesso messaggio e concetto espresso nella campagna della famosa designer americana Molly McLeod, la quale ha realizzato una serie di sfondi per i dispositivi mobile in cui sono presenti messaggi di sensibilizzazione come “smettila di guardare al tuo telefono, guardati intorno”,

Le etichette diventano smart

Mobile: i top Trend del 2015

Con l’ausilio delle nuove tecnologie anche le etichette dei prodotti diventano interattive e coinvolgono sempre più il consumatore, regalandogli emozioni ed esperienze.

Per fare un esempio di uno dei tanti brand che nel 2015 ha dato una nuova veste alle etichette citiamo il caso del whisky Johnnie Walker: il cartellino intelligente applicato alle sue bottiglie  può fornire informazioni  e consigli agli utenti che vi si avvicinano con lo smartphone.

I pagamenti diventano mobile

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Avreste mai immaginato di poter pagare la colazione al bar  utilizzando il vostro dispositivo mobile senza bisogno di contanti?

Niente più file e monete con la tazza eco-friendly  di  Frank Green con la quale in Australia i clienti possono pagare il caffè.

La tazza smart ideata dal designer è dotata di un chip RFID per i pagamenti, una volta collegata attraverso uno smartphone all’applicazione mobile CafèPay permette di ordinare, pagare e raccogliere punti fedeltà.

Nel 2015  l’uso sempre più diffuso dei dispositivi mobile ha stravolto le modalità di pagamento avvenute sempre più spesso da mobile .

Cosa possiamo aspettarci dal 2016?

Il meglio deve ancora venire?

Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università – Parte I

Digital for Italy: una grande occasione per il marketing italiano nelle PMI

Digital for Italy è stato lanciato pochi giorni fa: si tratta di un’iniziativa che vede come protagonisti, solo ad oggi, ben 85 tra i migliori professionisti del marketing digitale italiano che hanno deciso di offrire, gratuitamente, il loro apporto professionale alle piccole e medie imprese italiane che ne faranno richiesta e che saranno selezionate come soggetto di intervento da parte di questi professionisti.

Una bellissima iniziativa, che rappresenta innanzitutto un grande atto di fiducia nei confronti del tessuto economico italiano, costituito per la maggior parte da piccole e medie imprese: scegliere di lavorare per queste aziende, e per di più gratuitamente, da parte di professionisti impegnati già nelle loro attività, significa credere che queste aziende, se ripartono, se si sviluppano come meritano, potranno costituire davvero un volano economico determinante per la crescita dell’economia italiana.

E questa iniziativa costituisce anche un banco di prova non soltanto per l’industry del digitale italiano, ma anche per il marketing italiano nel suo complesso: ogni azione di digital marketing è necessariamente e prima di tutto anche un’azione di marketing e si tratta quindi di inserirla all’interno di una strategia di marketing più generale, all’interno di un piano di azione più ampio rispetto allo specifico raggio di azione del marketing digitale.

Ogni professionista che presterà la sua collaborazione in Digital for Italy si troverà quindi a dovere rispondere alla domanda: quale marketing può essere utilizzato efficacemente nelle PMI italiane?

Digital for Italy

Il corpo centrale del marketing è nato e pensato per la grande impresa industriale

Nel corso di questi venti anni di consulenza, e molta di questa svolta nelle PMI, mi è capitato spesso di sentire questa esclamazione di sconforto: “Ho letto e studiato Marketing Management di Kotler, ma nella mia azienda non so da che parte cominciare ad applicarlo”. Personalmente ho sempre risposto che non c’era da stupirsi: quel marketing è nato in certe aziende e per quelle aziende, e si tratta di aziende grandi e grandissime, perlopiù operanti nel settore industriale. Non c’è da stupirsi se in una piccola o media impresa risulti praticamente inapplicabile.

La strategia dei Gorilla Brand: lancio per la dominanza

Vediamo un esempio di lancio di una grande impresa, che descrive bene come le strategie di lancio, il cuore di ogni strategia di marketing, ed i loro strumenti così come previsti dal paradigma di marketing management industriale non siano affatto alla portata delle PMI. C’è un libro molto bello che descrive la strategia di lancio di Procter&Gamble, scritto da Charles L.Decker, manager che ha lavorato per molti anni in questa azienda. Il libro in questione porta il titolo “Winning with P&G 99”; non è stato tradotto in italiano e qui riporto la descrizione del lancio di Ariel in Austria:

“Per il lancio di Ariel in Austria, come d’abitudine nella maggior parte dei lanci P&G, la distribuzione di campioni presso le famiglie costituiva parte essenziale del programma di marketing. Il sampling è uno strumento di marketing estremamente costoso, e per questa ragione fu circoscritto a circa il 40% delle famiglie, quelle che si supponevano potenzialmente più suscettibili di diventare consumatrici fedeli della marca.

Il programma di sampling ebbe un successo straordinario, così P&G campionò un ulteriore 20% di famiglie. Anche questa volta fu un grande successo, e quindi P&G continuò fino quasi a raggiungere il 100% delle famiglie. Non fu certo un il programma di marketing più efficiente, ma fu certamente quello più efficace. E Ariel diventò il brand dominante.”

Per molte altre aziende, l’investimento di marketing è visto molto spesso come un’attività da diluire nel tempo in base ai ritorni. C’è una minore concentrazione dell’investimento sul lancio. Da questo atteggiamento deriva anche una minore attenzione nell’analisi di marketing, nella messa a punto del prodotto e nella gestione delle attività precedenti al lancio. Ed il leverage delle attività di marketing- ovvero il ritorno di ogni dollaro speso in marketing- è più importante dell’ottenere la posizione dominante.”

Da questa descrizione si capiscono due cose molto importanti: la prima è facile da capire e consiste nel fatto che lanciare un prodotto come Ariel richiede enormi risorse di marketing. La seconda cosa è meno intuitiva: quando un’azienda come P&G lancia un prodotto, il suo obiettivo è la dominanza. Questo significa che i Gorilla Brand, l’espressione con la quale Decker descrive le grandi marche industriali che lottano per la dominanza del mercato devono entrare nel mercato per dominarlo, ottenere cioè la leadership, e che per fare questo devono essere in grado di spendere enormi risorse:

“I Gorilla Brand che dominano la loro categoria merceologica ottengono efficienze ed economie di scala che portano loro un significativo vantaggio competitivo nei confronti dei loro competitor più piccoli – non soltanto economie di scala produttive ma anche di marketing e comunicazione.

Le marche dominanti sono di solito le più redditizie perché i costi di marketing e gestionali sono distribuiti su di un più ampio volume di unità di prodotto. Inoltre, le marche dominanti hanno una più forte presenza e credibilità agli occhi del consumatore, ed anche i rivenditori preferiscono trattare le marche dominanti. È per questa ragione che P&G investe pesantemente per acquisire la leadership. L’investimento spesso non porta profitti per anni.”

Ricapitoliamo: una grande azienda che lancia un nuovo prodotto per creare un Gorilla Brand deve lanciare per ottenere il dominio del mercato e per fare questo deve essere in grado di investire budget enormi, sia al lancio, sia negli anni successivi, come spiega ancora Decker:

“La Brand dominance è un principio importante in P&G. L’enfasi dell’azienda è sui volumi e sulla market share piuttosto che sulla profittabilità. Questo perché, alla fine dei conti, i brand dominanti, con alto volume di vendita sono i brand più profittevoli.”

La ragione di questa assoluta necessità di lanciare per la dominanza dipende da un concetto economico molto preciso: l’economia di scala. Chi riesce a conseguire i volumi di vendita più alti, consegue anche i costi di produzione più bassi: ciò permette, anche parità di prezzo di vendita, di avere margini più alti e quindi anche maggiori risorse da investire in attività di marketing. Ciò a sua volta permette di fissare prezzi di vendita più alti della concorrenza.

Risulta evidente a questo punto che una PMI non può certo lanciare per la dominanza e che dovrebbe anche evitare di entrare in concorrenza con le grandi aziende che sono in grado di ottenerla. Una PMI dovrebbe evitare di operare nelle aree di mercato dove sono presenti i Gorilla Brand. Ma a questo punto ci si potrebbe chiedere: dove può andare ad operare, a lanciare prodotti, una PMI, in un mondo che vede ormai presenti i Gorilla Brand in ogni settore merceologico? La risposta richiede un’analisi più precisa di quello che può essere definita un’area di mercato, e con questo cominciamo a delineare una strategia di marketing specifica per le PMI.

Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università

Dove dorme un gorilla di 800 libbre?

La risposta è: dove vuole!

In questa battuta americana c’è la sintesi della strategia del marketing industriale dei Gorilla Brand: queste aziende hanno una tale forza economica che possono decidere di operare nelle aree di mercato che preferiscono. Detto questo, quello che una PMI deve fare è capire bene quali siano queste aree ed evitarle accuratamente. Si tratta di aree descrivibili non soltanto in termini merceologici o geografici: sono aree strategiche, che devono essere individuate in base ad una serie di caratteristiche del prodotto, della sua strategia di lancio, del suo prezzo, della sua comunicazione. Vediamo quindi dove esattamente, da un punto di vista strategico, dormono i Gorilla Brand.

Dove dormono i Gorilla Brand: sulla cima della Curva di Moore

Quello che segue è stato descritto molto efficacemente da Seth Godin nel suo celebre libro “La Mucca Viola”: in questo libro Godin descrive la strategia di quello che definisce “il complesso industriale-televisivo”:

“Il sistema era semplice e si basava su questo meccanismo: individuare un’ampia nicchia di mercato in fase di espansione e non ancora dominata da alcun produttore, costruire una fabbrica e acquistare una quantità consistente di spazi pubblicitari televisivi.”

Godin evidenzia come questo tipo di strategia funzioni soltanto se il prodotto da lanciare può essere acquistato da una grande massa di persone: e qui introduce un concetto fondamentale, ovvero la diversa propensione all’innovazione dei consumatori, descritta dalla Curva di Moore.

La Curva di Moore è un concetto nato per descrivere il processo di diffusione delle innovazioni tecnologiche che mostra come la popolazione dei consumatori è segmentabile in base al loro diverso livello di apertura all’innovazione: i consumatori possono essere quindi nei diversi segmenti degli Innovatori, Adottatori Iniziali, Maggioranza Anticipatrice, Maggioranza Ritardataria e Conservatori. Questa segmentazione implica che, se lanci un prodotto innovativo, avrai inizialmente come audience e come acquirente soltanto una piccola nicchia di consumatori, quella degli Innovatori.

curva di moore

La Curva di Moore ci dice anche che il processo di diffusione delle innovazioni è un processo sociale, che avviene per imitazione, per contagio sociale. In pratica, i primi ad acquistare sono i consumatori Innovatori che poi contagiano, per imitazione, gli Adottatori Iniziali, i quali a loro volta trasmettono l’innovazione alla Maggioranza Anticipatrice. Si tratta di un processo che non può andare bene per un lancio per la dominanza, per le seguenti ragioni: in primo luogo, rivolgersi in fase iniziale ad una piccola nicchia di consumatori non consente di programmare ampi volumi di produzione; in secondo luogo, senza ampi volumi di produzione, non si possono stanziare ampi budget di comunicazione, anche perché andrebbero a rivolgersi comunque ad un piccolissimo numero di consumatori, gli Innovatori appunto.

Un lancio per la dominanza da parte di un Gorilla Brand richiede quindi di rivolgersi necessariamente alla maggioranza dei consumatori, cioè alla Maggioranza Anticipatrice e Ritardataria. Soltanto in questi segmenti ci sono i milioni di consumatori che possono permettere un lancio per la dominanza.

Sotto la cima della Curva di Moore c’è la cima della Curva del Ciclo di Vita del Prodotto

A questo punto dobbiamo chiederci: cosa comprano i consumatori della Maggioranza Anticipatrice e Ritardataria, ovvero il corpo centrale del mercato? La risposta ce la fornisce la curva del Ciclo di Vita del Prodotto: comprano prodotti che si trovano ormai nella fase di Maturità e non nella fase di Introduzione.

ciclo-di-vita1

Da questa osservazione ne segue un’altra: se devi effettuare un lancio per la dominanza non devi lanciare un prodotto fortemente innovativo o disruptive, ovvero che crea una nuova categoria merceologica: devi lanciare un prodotto che rientri nelle categorie merceologiche già esistenti. L’innovazione che puoi introdurre è quindi di natura migliorativa, definibile come Brand Extension Strategy, il miglioramento incrementale di categorie di prodotti già esistenti. Un’innovazione che deve creare certamente qualcosa di nuovo, ma di non troppo disruptive.

Questo significa che le grandi imprese industriali devono essere molto prudenti quando effettuano un lancio: dal momento che devono conquistare prima possibile la grande massa del mercato, devono rivolgersi a grandi masse di consumatori non innovatori e devono farlo con prodotti che siano da questi comprensibili, accettabili e acquistabili senza che ci sia il bisogno di contagio sociale ma semplicemente attraverso esperienza diretta gestibile dall’azienda, come il sampling o l’advertising. Si tratta di lanciare novità che possono essere adottate facilmente dalla maggioranza dei consumatori senza mediazione sociale.

I Gorilla Brand devono essere molto prudenti: le PMI invece devono essere coraggiose

Arrivati a questo punto, cominciamo a intravedere le aree dove una PMI può, e direi anzi deve, andare ad operare: nelle aree che riguardano l’innovazione.

Questo perché, in quanto a tutto ciò che è stato espresso in precedenza, le grandi imprese industriali non possono correre il rischio di effettuare lanci per la dominanza che implichino anche una minima possibilità di fallimento. Immaginate, ad esempio, la situazione di un’impresa automobilistica: i costi per lo sviluppo delle piattaforme industriali per il lancio di un nuovo modello sono enormi, i costi di marketing sono colossali. Sbagli un lancio: è un disastro. Ne sbagli due: è probabile che ti troverai in grande difficoltà.

Questa necessaria avversione al rischio dei Gorilla Brand lascia quindi uno spazio alla PMI: uno spazio che risiede nell’innovazione del prodotto. Per sfruttarlo, le PMI devono fare innovazione, correre maggiori rischi, sia perché possono farlo, dati i minori investimenti necessari per rivolgersi alla piccola nicchia degli Innovatori, sia perché non possono certo andare a fare concorrenza alle grandi imprese industriali sul loro terreno.

Perché la ricerca di mercato non è così utile per l’innovazione (e quindi anche per le PMI)

Quando prima ho affermato che le PMI devono essere coraggiose non mi riferivo soltanto al fatto che sono chiamate a lanciare prodotti innovativi, ma anche alla limitata utilità delle ricerche di mercato proprio nel caso di lancio prodotti innovativi.

C’è un esempio che trovo molto efficace, una case-history che appartiene al settore automobilistico, spiegato da C.H. Prahalad nel suo libro “Alla conquista del futuro” (Edizioni Sole 24 Ore):

“Sentite quanto ha da dirci Hal Sperlich, il padre delle monovolume, il quale trasferì tale  concetto da Ford a Chrysler, quando Ford rinunciò alla possibilità di trasformare tale concetto in realtà: “(Ford) temeva che non esistesse il mercato, perché non esisteva il prodotto. L’industria automobilistica attribuisce grande importanza agli studi storici sui segmenti di mercato. Ma questi non potevano fornire delle prove sull’esistenza di un mercato per le monovolume perché non esisteva nessun segmento storico da poter citare come esempio.

A Detroit, la maggior parte degli investimenti stanziati per lo sviluppo dei prodotti viene spesa per apportare piccole modifiche ai prodotti già esistenti e i fondi destinati alle ricerche di mercato vengono impiegati per capire quali prodotti i clienti preferiscono fra quelli esistenti. Nei dieci anni dedicati allo studio delle monovolume, non abbiamo mai ricevuto nessuna lettera in cui qualche casalinga ci chiedeva di inventarne una. Per gli scettici questa era la conferma del fatto che non esisteva mercato per questo prodotto.”

A presto per la seconda parte dell’articolo!

Xbox One e Philips Hue: luci colorate per l’indie game Chariot

Chariot è un videogioco lanciato dalla casa videoludica Frima nel 2014, disponibile per Xbox One Wii U, Ps3, Ps4 e Steam. È un platform tradizionale, un 2D cooperativo, tanto divertente da avere attirato milioni di download.

Fin qui, niente di strano: è un indie game ben fatto, come tanti se ne trovano. La particolarità è un’altra: la versione per Xbox One di Chariot permette l’integrazione con Philips Hue, il sistema di illuminazione wireless del famoso brand olandese di elettronica, che promette di “cambiare per sempre il modo in cui usi la luce”, dall’automatizzazione dell’illuminazione al controllo da remoto, dalla sincronizzazione delle luci con la musica e film alla creazione di atmosfere suggestive.

LEGGI ANCHE: 5 consigli preziosi per acquistare i videogiochi preferiti senza spendere una fortuna

Chariot e Philips Hue: un’esperienza visiva amplificata

Mentre ci si diverte con il platform di casa Frima, Philips Hue proietta centinaia di differenti tonalità di colori sul muro sulla base di ciò che sta succedendo sullo schermo:

Quando il nemico attacca, Hue lampeggia di rosso. Quando le piante colorate si sviluppano, i loro colori si riflettono nella stanza. Chariot è il primo gioco a integrarsi con il sistema di illuminazione domestico ed è perfetto per dimostrare le potenzialità di Philips Hue.

Ha dichiarato il management Philips, entusiasta della collaborazione con Frima.

Parliamo di un esperimento interessante che vuole rendere ancora più interattivo, spettacolare e coinvolgente l’arte di videogiocare. Per capire ancora meglio di cosa si tratta, guardiamo questo breve video proposto dalla pagina ufficiale Youtube di Frima:

Appassionati di videogiochi, attendiamo la vostra opinione: che ne pensate di questo esperimento?

social media master

Snapchat e WhatsApp non hanno nulla da invidiare ai social media

master social media marketing tommaso sorchiotti

Social Media sono un tassello importante della nostra giornata: in quanti sbirciano la bacheca di Facebook prima di uscire di casa ogni mattina? Quanti non resistono alla tentazione di quella notifica rossa su Instagram e vogliono capire di chi hanno catturato il cuore con lo scatto della sera prima?

Proprio questo attaccamento quasi maniacale a volte ai Social Media hanno reso la “piazza virtuale” il luogo ideale anche per i bran di farsi conoscere e creare connessioni più dirette e informali con i loro fruitori. Ora che, però, la piazza è così affollata e rumorosa c’è chi comincia a spostarsi su un terreno più intimo e privato: quello di Snapchat e Whatsapp.

Ne abbiamo parlato con Tommaso Sorchiotti, docente del Master Online in Social Media Marketing, che si occuperà proprio di raccontarci come queste due nuove applicazioni stiano prendendo piede anche come strumento di business.

Se tutti conosciamo molto bene WhatsApp, in pochi utilizzano Snapchat. Potresti raccontarceli brevemente e soprattutto spiegarci come questi possano diventare strumento per fare business?

Snapchat è un servizio nato nel 2011 che permette di condividere messaggi che si autodistruggono dopo un periodo limitatissimo di tempo.​ Attraverso un editor delle immagini è possibile modificare la propria foto con testo, emoji e lenses, ossia dei filtri dinamici. L’esperienza è quella di messaggi estemporanei che raccolgono l’essenza di un istante e che vanno vissuti in un attimo. Nessun like, nessuna condivisione.

Snapchat nasce come applicazione di messaggistica e mantiene questo DNA, rispetto ad un classico Social Network. Il focus è sempre stato sui contenuti. Non è un caso che a differenza di Instagram e Twitter ad esempio, dove appena effettuato l’accesso vediamo il flusso dei contenuti, su Snapchat la prima cosa che vediamo è la fotocamera dello smartphone.

Senza l’ansia del giudizio sociale, Snapchat vuole favorire la creatività e la libertà di espressione. Ed è diventato un attore importante nel rapporto tra millennial e Brand, o partiti politici come nel caso delle elezioni americane.

È Evan Spiegel a sintetizzare la vision di Snapchat:

Una delle cose più tristi che accade con la creatività è che a volte non si esprime a causa della paura. Tutti noi siamo nati molto, molto, molto creativi, ma ad un certo punto può essere spaventoso fare qualcosa di nuovo, di diverso.

Una delle parti più difficili dei social media è che sono così quantificati, si sente la pressione di dover fare qualcosa che si rivolge a più persone possibile. Non sono sicuro di come che si integri ciò con la creatività perché penso che la creatività è fare cose inusuali, inaspettate, e non immediatamente percepite come popolari.

Un paio di giorni fa la ragazza seduta accanto a me in treno ha aperto un episodio di una serie tv. Invece di mandare un messaggio all’amica, le ha fatto una foto del suo schermo, disegnando un cuoricino attorno alla protagonista della serie e le corna da diavolo all’antagonista. In 20 secondi ha espresso in maniera molto più evocativa quello che poteva raccontare in tre righe di testo.

corso social media

Come posso misurare la redemption di una campagna svolta su questi due canali?

​In modo non troppo diverso dagli altri social; sia WhatsApp che Snapchat possono essere attivati per iniziative o a supporto di campagne. A seconda delle azioni richieste agli utenti è possibile misurare l’impatto effettivo generato dai nostri messaggi.

Immaginiamo una piccola/media attività commerciale che invia aggiornamenti a gruppi ben profilati di clienti e che può attivare promozioni speciali in linea con specifiche esigenze o un Brand che utilizza Snapchat per generare interesse verso un certo tipo di iniziativa o su un nuovo prodotto che sta per essere lanciato. Si possono misurare traffico o lead generati su un sito o su una landing page, come visite in negozio o contatti diretti.

Sono canali molto più intimi e privati rispetto ad Instagram, Twitter o Periscope. Va quindi conquistata la fiducia delle persone prima di pensare di “attivarle” e stimolarle verso un’azione specifica.

corso social media marketing

La campagna meglio riuscita tramite WhatsApp?

​La recente campagna spagnola di Toyota per la sua Aygo che invitava i giovani a flirtare…con una macchina

​La campagna Absolute Vodka Argentina che a fine 2013 si era inventata una festa VIP e un buttafuori da corrompere tramite WhatsApp appunto

E su Snapchat? Qual è il case study aziendale secondo te di maggior successo?

​La campagna WWF #MyLastSelfie, che sfrutta l’idea del messaggio che scompare per sempre al fine di sensibilizzare le persone verso il problema dell’estinzione di alcune razze di animali.

La campagna Lacoste #SpotTheCroc invitava gli utenti a individuare prima di tutti il celebre coccodrillo nei video che il Brand pubblicava

Che cos’è il Dark Social e quando lo possiamo utilizzare per colpire il nostro target?

​Con il cosidetto “Dark Social” si intende l’insieme del​le condivisioni e relative conversazioni che passano attraverso canali privati come email, chat, app di messaggistica. E che può generare tanto traffico che non riusciamo a vedere.

Secondo una ricerca di qualche tempo fa, il Dark Social è molto più importante rispetto alle attività sui Social Network pubblici. Gli utenti condividono 3,5 volte in più un contenuto tramite un canale privato piuttosto che in modo pubblico.

Pensiamo a quante volte abbiamo condiviso un link su WhatsApp o segnalato un’offerta via email. Il 93% degli utenti attivi a livello mondiale usa i canali dark e il 70% di questi usa principalmente sistemi di condivisione privata.

​Di fatto una delle sfide dei prossimi mesi sarà proprio quella di capire come gestire queste attività “nascoste”​.

Per prima cosa le aziende devono rendersi conto che se producono contenuti, offerte e quindi se sono visibili si può presupporre che esiste una conversazione sottobanco che non riescono a raggiungere. Almeno non direttamente.

Poi si può lavorare sul visual content marketing per incentivare queste attività, predisponendo contenuti adatti ad essere condivisi, originali, non miseramente promozionali.
​Le aziende più strutturate stanno attivando canali di CRM, integrando anche app e messaggistica nella loro relazione col cliente.

Nei prossimi mesi vedremo anche ​l’adozione e l’implementazione all’interno di siti e piattaforme online di tool che permetteranno la condivisione diretta su spazi Dark.

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