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5 strategie di mobile marketing senza l’uso di un’app

Se hai un’attività già avviata o sei sul punto di farlo, arriverà prima o poi il momento in cui ti dovrai chiedere come gestire i tuoi investimenti legati al web: nella creazione di un’applicazione mobile oppure in altre attività?

Rispondere a questa domanda non è facile, soprattutto perché le statistiche non vengono in tuo aiuto. Infatti, se da una parte la società di analisi Flurry dichiara che, nel 2015, in America l’uso di applicazioni è aumentato dall’80 all’86%; dall’altra, il rapporto comScore dello stesso anno contraddice quanto appena detto, riportando un dato a favore dell’accesso ai siti web da mobile, rispetto a l’uso delle app.

LEGGI ANCHE: Come il Mobile Marketing può incrementare il ROI delle piccole imprese

Dati contraddittori alla mano, come giungere a una conclusione? Partendo dalla considerazione che non sempre la realizzazione di un’applicazione rappresenta la soluzione migliore per tutti i tipi di business, ecco di seguito 5 alternative per fare mobile marketing di qualità, senza dover necessariamente ricorrere alla creazione di un’app.

1. Cura e distribuzione dei contenuti

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Il sito web mobile e l’applicazione hanno un obiettivo comune: trasmettere i contenuti in modo chiaro e funzionale a far conoscere e promuovere la propria attività. Quindi, se il tuo fine è la distribuzione ottimale dei contenuti, pensaci bene: “hai veramente bisogno di un’applicazione?!”

Per ottenere lo stesso risultato, dedica più tempo alla realizzazione di una strategia efficace di creazione e trasmissione dei contenuti, a l’indicizzazione del sito attraverso l’uso di meta tag, alla diminuzione dei tempi di caricamento delle pagine e altro ancora: fai tutto ciò in ottica mobile, tenendo conto dell’importanza di un sito web responsive, dell’importanza delle immagini e di contenuti testuali immediati e accattivanti
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Non ti scoraggiare se, inizialmente, una maggiore cura nei contenuti, ti sembrerà fornire solo un rendimento marginale; una volta combinata questa attività ad altre, i miglioramenti arriveranno, stanne certo!

2. Esperienza web mobile semplice e funzionale

L’esperienza d’uso di un’applicazione rispetto a un sito web, al quale si accede da mobile, è diversa. Ogni mezzo offre, infatti, delle funzionalità del tutto personali. L’applicazione, per esempio, si avvale di alcune caratteristiche, quali: local notification, push notification, offline mode, home screen installation e foreground detection.

Ma, anche in questo caso, stai attento a non giungere a soluzioni affrettate! Ricordati che alcune di queste funzioni possono essere simulate anche su un sito web mobile, rendendo l’esperienza dell’utente piacevole e funzionale.

3. Contenuti video

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L’uso dei video, per fare marketing, si sta rivelando sempre di più uno strumento efficace e produttivo per promuovere il tuo business. È un mezzo cross-channel che, paragonato a l’uso delle applicazioni, sta realizzando una vera e propria scalata. Dunque, è importante prendere atto di questo “avanzamento” e reagire di conseguenza.

Come? Considerando le fasi di progettazione e realizzazione di video come due momenti assolutamente da includere nelle previsioni di budget aziendali.

4. Vere e proprie campagne di email marketing

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L’email marketing è una strategia che si è rivelata più volte funzionale. D’altro lato, aprire un’email  da mobile è l’attività più diffusa tra i possessori di uno smartphone o di un tablet, più dell’utilizzo di applicazioni e dell’uso di Facebook. Inoltre ben il 45% delle email sono aperte da mobile. Ma, per ottenere degli ottimi risultati, non basta attivare una newsletter o distribuire messaggi di ringraziamento alla nostra mailing list di clienti; c’è bisogno di un’attività più sostanziosa!

E allora, invece di investire tempo e denaro nella realizzazione di un’applicazione mobile, perché non ti dedichi alla progettazione di una vera e propria campagna di email marketing ? Stai pur certo che nel breve periodo i ricavi ottenuti da un’attività del genere, se ben fatta, si faranno subito sentire e, molto probabilmente, saranno superiori rispetto a quelli che avresti ottenuto con un’app.

5. Social Media Marketing

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A questa lista di consigli su come fare marketing senza dover necessariamente ricorrere alla creazione di un’app, non può di certo mancare l’investimento nel Social Media Marketing, dal momento che proprio i social network come Facebook sono le piattaforme su cui gli utenti navigano per più tempo da mobile. Il social media marketing offre un ottimo ritorno aziendale a un basso costo, grazie: a una trasmissione chiara e aggiornata dei contenuti e a un supporto costante sulle vendite.

Certo, non bisogna dimenticare che ci sono alcune aziende, come Uber e Airbnb, che hanno fondato il loro business proprio offrendo un servizio tramite app ma, a differenza di queste, molte altre organizzazioni non hanno ottenuto gli stessi risultati o comunque quelli che avevano previsto. Detto questo, possiamo confermare che nel panorama del marketing, soprattutto quello web, una regola valida per tutti non esiste!

È sempre importante, prima di prendere qualsiasi decisione, analizzare ogni singola situazione e ciò che ruota intorno ad essa, in termini di: clienti, mercato e obiettivi al fine di adottare la soluzione più adatta alle tue esigenze.

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Cyberbullismo e anonimato: il caso dell’app Blindspot

L’app di cui parliamo oggi nella nostra rubrica App of the Week non è tra le nostre preferite, ma è indubbiamente un’app che ha fatto molto parlare di sé nel mondo e ha generato numerose critiche, anche molto accese.

Disponibile gratuitamente per Android e iOS, Blindspot è un’app di messaggistica one-to-one sviluppata  da Shellanoo Group, consente di inviare messaggi, note vocali, video e foto in maniera assolutamente anonima alle persone presenti nella tua lista contatti. Chi non possiede l’app non è escluso, sarà avvisato da una notifica e sarà invitato a scaricare Blindspot per accedere al contenuto. L’app ha ricevuto investimenti da celebrity come il proprietario della squadra di calcio Chelsea, Roman Abramovich e dagli artisti will.I.am e Nicki Minaj.

Bene, quello che resta da chiedersi è: perché inviare un messaggio anonimo? Per fare uno scherzo forse? Per dichiararsi alla persona amata perché manca il coraggio di farlo? Forse sì, a volte no!

Più spesso succede che evitiamo di farci riconoscere quando sappiamo che il nostro modo di agire non può essere reputato positivamente, quando quello che devi dire ha poco a che fare con sincerità, onestà e rispetto. Se anche tu sei d’accordo, sarà facile per te immaginare che per molti Blindspot non fa altro che legittimare bullismo, molestie sessuali e tutto ciò che può nascondersi dietro il mondo dell’anonimato.

Un’app troppo onesta o pericolosa?

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Come abbiamo già anticipato sopra, l’app non ha ricevuto una buona accoglienza né al di fuori degli app store, né al loro interno: al momento le recensioni nel Play Store sono molto negative. In Israele, luogo d’origine dell’app, alcuni membri del parlamento, esperti e opinion leader, nonché i giovani israeliani, ne hanno discusso pubblicamente e hanno manifestato il loro dissenso presidiando i social network con i loro reclami, oltre ad unirsi nella protesta contro Blindspot creando un video in cui si chiede chiaramente la morte della app.

L’applicazione è finita una settimana fa sotto il fuoco dei membri di una commissione della Knesset, il Parlamento israeliano. Durante un incontro, il deputato israeliano Merav Ben Ari si è detta preoccupata perché l’app potrebbe incoraggiare il cyberbullismo tra i giovani e avere responsabilità negli episodi di suicidio delle vittime.

Ben Ari ha affermato in seguito ad una riunione della commissione che “durante le due ore non abbiamo sentito nemmeno una cosa che era buona di questa applicazione”.  Ma David Strauss, portavoce della società sviluppatrice di Blindspot, ha risposto che l’anonimato online è  “semplicemente una evoluzione, che piaccia o meno”.

Ecco uno dei video di protesta contro Blindspot:

 

Nonostante le critiche e le proteste degli utenti, effettivi e potenziali, e all’attivismo di vittime di cyberbullismo, il team della app si difende ancora dicendo:

Blindspot non dovrebbe essere incolpata per le azioni dei suoi utenti, le persone potrebberlo usarlo per amore, situazioni romantiche.

E ancora:

Blindspot è l’evoluzione della messaggistica […] Consente agli utenti di dire ciò che vogliono realmente dire e non quello che ci si aspetta, ciò che si “dovrebbe” dire. Per le persone timide Blindspot è lo strumento per essere oneste senza paura.

In una delle ultime dichiarazioni Shellanoo Group infine rifiuta le critiche affermando:

Blindspot non è la prima applicazione anonima ma è di certo la più popolare. Inoltre i messaggi non sono pubblici ed esistono comunque delle precauzioni.

In effetti l’app prevede delle misure di sicurezza per chi non adotta un comportamento rispettoso, poiché le persone invadenti, insistenti o che feriscono in qualche modo la sensibilità del ricevente possono essere segnalate e bloccate all’istante. Inoltre se lo stesso mittente viene bloccato da almeno tre persone, sarà estromesso dalla app.

Insomma, Blindspot non vuole saperne in merito alle accuse che le sono state rivolte, continua a testa alta senza mostrare alcun dubbio sull’ambivalenza d’uso della propria app e sulla sua potenziale pericolosità, anzi, stando alle loro dichiarazioni il successo non manca: a un mese dal lancio gli utenti sono 750.000 e i messaggi inviati ammontano a 60 milioni.

Un dato che, comunque sia, fa riflettere e suscita una domanda: ne avevamo veramente bisogno? Sei d’accordo nel ritenere l’anonimato un’evoluzione nel campo della messaggistica o ritieni che, per valutarla soltanto positivamente, tra i rapporti umani ci sia ancora qualcosa da risolvere?

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Come il Mobile Marketing può incrementare il ROI delle piccole imprese

Che il mobile sia il futuro dell’advertising e del marketing ci è già chiaro da tempo. Ma può questo canale portare un profitto misurabile anche alle piccole imprese? La riposta è si, ma per trarre un profitto bisogna scegliere con cura i canali in cui investire e tenere in considerazione l’elevato livello di rischio dell’investimento.

L’azienda è pronta ad investire in Mobile Marketing

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Se la vostra azienda è presente online, prima di buttarvi nel mobile marketing assicuratevi di avere gli strumenti adeguati: il sito deve essere responsive e ottimizzato per qualsiasi tipo di dispositivo mobile, l’usabilità deve essere semplice e fluida. Ad oggi tutti i web designer utilizzano sistemi responsive per consentire una perfetta esperienza d’uso da qualsiasi dispositivo, quindi nel caso in cui non lo aveste già fatto, rinnovate il vostro sito web!

LEGGI ANCHE: Dall’eCommerce al negozio: come il mobile cambia lo shopping

Altra caratteristica che non deve mancarvi è la facilità di navigazione. È inevitabile, gli utenti interagiscono in modo differente su uno smartphone rispetto a quanto facciano su un PC. Quindi facilitate loro la navigazione a menu, fate attenzione alle dimensione dei caratteri e sopratutto alle vostre “call to action”.

Strategie di Mobile Inbound Marketing

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Assicuratevi che la vostra attività sia presente sulle principali piattaforme di localizzazione come Google Maps, Apple Map, Trip Advisor, Kayak: questo perché, come già saprete, gli utenti cercano risposte immediate mentre sono in movimento, e molto probabilmente Google gli mostrerà per primi i risultati localizzati su una mappa, quindi se avete un punto vendita dovete assolutamente essere presenti.

Le grandi aziende stanno da tempo spostando i loro investimenti anche sul mobile marketing con grandi investimenti in campagne a pagamento. Le piccole imprese devono però valutare attentamente i benefici e il ROI previsti prima di investire in queste strategie di marketing costose:

Geofencing: le aziende che hanno a disposizione un contatto diretto con i loro utenti possono trarre grande vantaggio da questa tecnica. Il geofencing consente all’azienda di inviare un messaggio a tutti gli utenti che entrano in una determinata area geografica. Molto semplicemente tutti gli utenti al volante in una determinata zona della città potrebbero ricevere un coupon sconto della vostra attività commerciale.

Targetting per app di terze parti:  le aziende che dispongono di un’app proprietaria o vendono prodotti online possono inviare messaggi personalizzati ad utenti mobile che si comportano in determinati modi. Ad esempio, con l’avvicinarsi delle vacanze aumenta la vendita degli smartphone. Quando un nuovo utente si registra in un Apple Store per esempio, l’azienda che ha stretto questo tipo di accordo con lo store può inviare un messaggio promozionale all’utente.

Sviluppo app proprietaria: Spesso capita che le aziende realizzino applicazioni che non apportano nessun reale valore al consumatore e di conseguenze le aspettative crollano velocemente. Le applicazioni proprietarie devono servire per vendere, promuovere o divertire l’utente, altrimenti non hanno ragione di essere scaricare e quindi rappresenterebbero un investimento senza ritorno.

Queste tecniche di promozione se gestite con attenzione possono produrre un buon livello di ritorno ma a fronte di molteplici investimenti e un elevato livello di rischio.

Attraverso l’esperienza mobile, le aziende hanno la possibilità di arrivare direttamente nelle tasche dei consumatori, ma la prima cosa da fare è guardare gli obiettivi dell’azienda, studiare i comportamenti mobile del nostro target di riferimento e di come si muovono i competitor per trovare il giusto approccio con l’utente finale.

Le novità digital più hot dal mondo Fashion

Questa è una nuova serie che rappresenta un viaggio alla scoperta di come si muovono le aziende moda in campo digitale: ti fornirò nel tempo spunti di riflessione, racconterò i nuovi trend e le case history più interessanti del panorama del digital fashion.

Allora, sei pronto per questa nuova avventura?

Dal 2015 al 2016

Il 2016 conferma alcuni dei punti fermi dell’anno da poco terminato:

  • ECommerce: il focus è sempre più sui “buy” buttons che portano traffico all’ecommerce partendo dai social media. Da Pinterest a instagram le aziende stanno sfruttando i social media per aumentare le vendite del proprio store online.
  • Video: nel 2015 è diventato ancora più chiaro quanto sia importante il formato video e quanto i social media, a partire da Facebook, stiano dando priorità a questo formato in ambito advertising.
  • Influencer: il settore moda e lusso è uno dei primi ad utilizzare blogger e influencer come brand ambassador, una tendenza in crescita ed evoluzione allo stesso tempo.
  • Omnicanalità: raggiungere il proprio target è sempre più complesso, ora è necessario raggiungerlo sfruttando tutti i canali a disposizione.
  • Native advertising e branded contents: giornalismo e advertising stanno subendo un enorme cambiamento e si stanno sviluppando nuove forme di “advertising editoriale” che coinvolgano l’utente offrendo un contenuto rilevante e, soprattutto, senza risultare pubblicità invasiva.
  • Wearable technology: dall’Apple Watch in poi è un argomento caldo.

Dopo avere ripreso i principali mega trend dell’ecosistema fashion, passo ora ad illustrarli attraverso alcune tra le digital case history che ho apprezzato molto nell’ultimo periodo.

Una mia top list di digital case history nel settore fashion

Etro

Tra i progetti speciali di fine 2015 quello che mi ha colpita maggiormente è di Etro e si chiama “The Circle of Poets”. Moda e arte si intrecciano dando vita a un dialogo tra poeti con l’obiettivo di generare viralità nei giovani. Etro ha selezionato 11 giovani personalità milanesi che incarnano diverse declinazioni del concetto di creatività: musica, tatuaggi, arte, design, fotografia, video e architettura.

Lo scopo è coinvolgere artisti provenienti da tutto il mondo che, attraverso il sito, potranno presentare le loro opere. Il progetto di storytelling è stato lanciato online attraverso il sito e i social media con un video di Adalberto Lombardo, uno degli 11 volti del progetto. L’articolo di Luxury Daily ‘Etro fortifies artistic identity through eclectic community’ spiega il progetto più nel dettaglio.

Emilio Pucci

Emilio Pucci ha lanciato un minisito con Yoox Net-A-Porter Group  per presentare The Pilot Episode, la prima collezione di Massimo Giorgetti per Emilio Pucci. Un progetto con l’obiettivo di raccontare una storia, un nuovo corso che il brand ha intrapreso (“Florence as a value. Respect for the past as the essence of progress, no nostalgia attached”). Il sito ha l’aspetto di un magazine e apre con il video ‘The Pilot episode’, su cui si concentra l’attenzione per poi lasciare spazio a suggerimenti tratti dall’eCommerce. Vuoi approfondire? Naviga all’interno del sito di Emilio Pucci.

Pimkie

A proposito di omnicanalità e di nuovi modi per arrivare al proprio target, ti segnalo “Mini fashion bar”, il nuovo progetto del brand Pimkie. Rappresenta un nuovo modo di concepire la shopping experience attraverso un canale di vendita completamente innovativo e mai sperimentato prima.

Come funziona? Il mini fashion bar viene inserito all’interno delle stanze di selezionati boutique hotel delle più importanti città europee e propone una selezione di capi adatti ad affrontare una giornata o una serata speciale nella città in cui si soggiorna. La cliente potrà provare i capi comodamente in camera e selezionare il look più adatto alle sue esigenze pagandolo direttamente al momento del check out, proprio come un minibar. Dai un’occhiata al loro sito Minifashionbar.

Armani

Armani ha realizzato una campagna digitale per celebrare il 40° anniversario del brand: il progetto è durato quaranta settimane durante le quali il brand ha caricato su un minisito creato per l’occasione una serie di contenuti volti a tenere alta l’attenzione dell’utente sul progetto.

In ottica user generated content, tutti gli utenti sono stati invitati a caricare foto che rappresentassero il loro legame con il brand. Ogni foto doveva essere corredata dall’hashtag #Atribute. Per approfondire, ti rimando all’articoloArmani wraps up 40th anniversary celebration with UGC‘.

Wearable Technology

Tante sono state le novità nel mondo Wearable technology nel 2015, dagli orologi ai reggiseni che leggono la frequenza cardiaca e le calze con sensori che tengono monitorata la pressione.

Nel settore calzaturiero abbiamo visto Vibram (azienda leader nella produzione di suole ad alte prestazioni) e Lenovo (produttore di personal computer) produrre un sistema di navigazione che – sfruttando il GPS – indica il punto in cui ci si trova e il percorso che si fa. Questa tecnologia inclusa nella suola ha segnato una rivoluzione nella calzatura ed è stata presentata anche all’ultima edizione di Decoded Fashion a Milano.

Il 2016 apre con una novità che arriva da New Balance che lancerà la prima scarpa da running con intersuola stampata in 3D. La suola utilizza il Selective Laser Sintering (SLS), un processo che converte materiali in polvere in materiali solidi, strato dopo strato. Non perdere ‘E’ New Balance la prima scarpa da running stampata in 3D‘.

Per i più curiosi segnalo inoltre #CoutureInOrbit, la collezione”spaziale” promossa dall’Esa e dallo Science Museum di Londra che coinvolge quattro accademie di moda in Europa con l’obiettivo di disegnare la futura linea di abiti per gli astronauti. I look saranno realizzati tenendo presente l’incontro tra estetica e tecnologia (tessuti collaudati e certificati per lo spazio, la sensoristica da incorporare, i materiali super-assorbenti). Per saperne di più, ti consiglio di leggere l’articolo ‘#coutureinorbit, abiti spaziali per la moda in orbita‘.

Infine showroomprive.com, uno dei uno dei principali player nel settore delle vendite private online in Europa, annuncia la prima edizione dei Premi Weareable. L’obiettivo è quello di riconoscere e promuovere lo sviluppo di quattro progetti imprenditoriali o startup legati ai settore moda e digitale. I premi si inseriscono all’interno di Weareable, una settimana dedicata all’innovazione nella moda, organizzata sempre da Showroomprive che avrà luogo tra il 9 e il 14 di febbraio presso Gaïte Lyrique.

I premi saranno assegnati a quattro imprenditori o startupper per le idee innovative apportate in campo moda. Verranno assegnati quattro premi tematici: Fashion Award, Experience Award, Relation Award, Special Award e un Grand Prix. Per approfondire, visita direttamente il sito di Weareable Awards.

Allora, cosa ne pensi di tutte queste innovazioni digitali legate all’affascinante mondo del fashion?

YouTube: arrivano i video in loop

Il loop sbarca su YouTube!

Siamo stati tutti ragazzi e abbiamo avuto tutti delle passioni musicali che hanno totalizzato le nostre giornate (e fatto sanguinare le nostre orecchie).

Ti ricordi quando mandavi avanti e indietro la cassetta di Thriller per ascoltarle l’omonimo pezzo leggendario di Michael Jackson? E quando hai consumato i bottoni Rewind e Play per risentire, per l’ennesima volta e a tutto volume, Smack My Bitch Up dei Prodigy?

Ogni generazione ha i suoi tormentoni e i suoi device con cui darsi gioia (e spesso dare agli altri tormento).

YouTube è ormai lo strumento preferito per ascoltare e vedere musica e, fino a pochi giorni fa, non aveva questa funzione.

Certo, sono sempre esistiti strumenti per farlo: Magic Actions for YouTube, Show Me No Stop, Tubereplay e chissà quanti altri…

Da oggi però, potete farlo senza uscire da YouTube o installare programmini di terze parti, solo cliccando sul play con il tasto destro e scegliendo la voce “Loop” (come apprendiamo dal sito wersm.com).

Ecco com’è stata annunciata la notizia dall’account Twitter di YouTube:

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Ed ecco la nuova voce nel menù:

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Da oggi, potrai commuoverti fino a finire tutte le lacrime con Hello, l’ultimo successo di Adele (o impazzire completamente e decidere di non ascoltarla mai più!)

Al di là della funzione ludica – bella, ma un filo stancante – pensiamo che il loop potrebbe trovare una sua ragione d’essere in ambito lavorativo.

Pensa a quanto sarà più facile mandare in loop un video durante una presentazione!

Al momento, la funzione loop non è disponibile su mobile, né su dispositivi iOS, né Android.

Non sarà la novità dell’anno per Youtube, ma siamo certi che in tantissimi useranno questa nuova, basilare, funzionalità.

E tu? Pensi di usarla?

Scrivici cosa ne pensi sulla nostra pagina Facebook!

La Digital Disruption che non ti aspetti è una disruption tecnontologica

L’articolo è scritto da Cosimo Accoto, Partner e VP Innovation; Lecturer in Digital Analytics e Big Data alla IE University (Madrid); Autore (‘Social Mobile Marketing’, Egea SDA Bocconi; ‘La Digital Business Disruption’, Harvard Business Review) e Researcher (BIT – UCLA, USI Università di Lugano).

La digital disruption che mercati e organizzazioni fronteggiano, oggi, rappresenta un fenomeno più radicale e più dirompente di quanto imprese e manager riescano, oggi, ad immaginare. Una miopia che deriva, a mio avviso, dal non aver compreso l’attacco eversivo – come l’ha etichettato di recente lo scrittore di fantascienza William Gibson – che le tecnologie emergenti stanno portando ai concetti tradizionali di spazio, tempo e soggetto, concetti che hanno guidato, finora, i modelli di business, di marketing e di creazione del valore delle imprese.

Le analisi comuni relative alla disruption tecnologica risultano, a mio parere, deboli e di superficie: si tratta, nella gran parte dei casi, di discorsi legati a paradigmi e modelli di pensiero (e quindi di strategia) ancora pre-disruption. Per beneficiare pienamente, invece, delle opportunità delle tecnologie emergenti è, invece, necessario scavare più a fondo l’impatto dell’eversione ontologica che si sta producendo sui modelli e le pratiche di business correnti. Vediamo come.

I vettori della business innovation: spazio, tempo, soggetto (Accoto 2016)

Sul rapporto tra spazio e codice

In molti considerano ancora la relazione tra spazialità e digitalità come una relazione distruttiva (il digitale annulla lo spazio, la distanza, la fisicità, la corporeità). Si tratta di una prospettiva obsoleta. In questi ultimi anni (e l’ultimo CES ne è un’ulteriore conferma), urbanisti informatici e geografi digitali stanno ripensando totalmente il rapporto tra spazio e codice software, oggi sempre più incorporato dentro ambienti, indossato grazie a device e accessori, messo in mobilità e socializzato attraverso le app, virtualizzato attraverso realtà aumentata e virtuale (vedi l’ultimo saggio di Dodge e Kitchin, Code/Space).

LEGGI ANCHE: CES 2016: 4 trend tecnologici che caratterizzeranno l’anno appena iniziato

La relazione tra spazio e codice è, invece, una relazione generativa e di modulazione. È rilevante, oggi, cominciare a parlare di transduzione dello spazio operata dalle tecnologie computazionali, in cloud e in mobilità: il codice software recepisce e riconfigura l’ambiente in cui si trova. Lo spazio e con esso la fisicità, la corporeità, la posizione geografica, il movimento sono infatti, da un lato input dei processi di calcolo (ad esempio, gli stati fisiologici o la posizione corporea avviano l’attività informazionale circa il contesto del consumatore) e al contempo, però, lo spazio viene esponenzialmente rimodellato dalla presenza di codice software (ad esempio, passare vicino ad uno store che manda un coupon contestuale sullo smartphone modifica la mia relazione e il mio comportamento rispetto allo store e da ultimo la natura di quello spazio). Le tecnologie digitali, di rete e in cloud sensorizzate danno vita ad una spazialità infinitamente modulabile e costantemente in divenire in cui è possibile creare servizi a valore aggiunto (“space is spacing” – come dicono i due geografi).

Parlare solo di “omnicanalità” o di “online/offline” è riduttivo e inefficace se non si comprende questa nuova relazione tra spazialità e digitalità.

Come il tempo incontra la digitalità

Anche il nostro tradizionale concetto di tempo è fortemente messo in questione dalle architetture digitali e di rete emergenti. Non si tratta, tuttavia, come si ritiene di solito, del tempo dei flussi nelle reti o di un tempo schiacciato o annullato sul presente (il “real-time”).

I filosofi digitali più avanzati parlano, invece, di operazionalità del tempo digitale che genera, costantemente, regimi e opportunità temporali nuove (vedi il saggio recente di Hansen, Feed-Forward). Il tempo digitale ha caratteri precipui: è sottopercepito, distribuito, incorporato e anticipato. Rappresenta la possibilità, quindi, di costruire servizi basati su temporalità distribuite e imbricate (incorporate) negli oggetti e negli ambienti oppure basati su temporalità sottopercepite dall’umano, ma che agiscono sul presente operazionale del consumatore. Per fare un esempio, le tecnologie in-memory, superando i limiti temporali tradizionali del processamento dei dati (la cpu accede direttamente ai dati senza i layer intermedi) sono in grado di creare nuovi servizi valorizzando le temporalità digitali che agiscono a livello di microsecondi.

Non è un caso che tra i trend emergenti nel service design ci sia proprio la progettazione di esperienze anticipatorie grazie alla potenza di calcolo delle macchine (di un IBM Watson o di un SAP Hana). Si può, anticipare, ad esempio, il comportamento dei consumatori potendo calcolare, congiuntamente e in frazioni millesime di secondo, abitudini d’acquisto, condizioni contestuali, proiezioni di preferenze con dynamic pricing come accade per Uber. Parlare di real-time del consumatore è banale e limitante, dunque, quando possiamo sviluppare servizi “feed-forward”, basati sul real-time delle macchine che sono in grado di processare informazione e servizi a livello di millisecondi.

Il soggetto (umano e non solo) in rete

Il terzo vettore della disruption tecnontologica è l’emergenza di soggettività (agenti nelle organizzazioni e nei mercati) che sono di natura o di dinamica algoritmica o distribuite dentro ecosistemi di attori molteplici e ambientali.

Designer di algoritmi progettano questi nuovi agenti/attori che emergono sia dalla codificazione dei soggetti umani in rete (le interazioni di consumatori, dipendenti e fornitori mediati da piattafome e applicazioni socializzate interne alle organizzazioni o esterne verso i mercati) sia dall’introduzione di algoritmi artificiali che hanno capacità di decisione e d’azione autonoma e autodiretta (su algoritmi, su comportamenti umani e sull’incrocio tra agenti umani, reti e algoritmi).

Il quantified self è un esempio di questa progressiva codificazione in rete della soggettività così come ne sono testimonianza le collettività collaborative emergenti attraverso le piattaforme di enterprise social collaboration (quantified organization). Ma nuovi “soggetti” sono anche gli algoritmi impiegati per le peer-recommendation o che i social media impiegano per creare social score e social ranking (per non parlare di social machine e robots). In questa prospettiva più ambientale, intelligenza collaborativa e intelligenza artificiale lavorano e si rinforzano congiuntamente per costruire nuove forme organizzative (come le organizzazioni esponenziali), nuovi mercati (l’on-demand service, l’api economy, il business dello sharing), nuovi modelli di generazione di valore (plug&play, dati, servizi), nuove forme di leadership e management (social leadership, self-management, trusted reputation). Per chi vuole addentrarsi in questi temi, consiglio ‘Smart Technologies and the End(s) of Law’ della Hildebrandt, un viaggio nelle nuove soggettività data-driven che animano organizzazioni e mercati.

La digital disruption oltre i big data

L’approccio tecnontologico che ho presentato ci consente anche di mettere in luce tutta la debolezza della definizione e dell’idea corrente di big data che semplifica in volume, velocità e varietà (le 3 V) gli elementi chiave della data revolution.

Dal mio punto di vista, invece, i big data non sono altro che un risultato, il più visibile ad oggi, dell’attacco che le tecnontologie portano alle categorie di spazio, tempo e soggetto.In questa prospettiva, la data revolution è il by-product di uno spazio sensorizzato ed esponenzialmente transdotto, di un tempo pervasivamente imbricato e anticipato e di un soggetto costantemente codificato, quantificato e distribuito.

I modelli operativi del digital business: valore, servizio, esperienza (Accoto 2016)

Queste tecnontologie, a partire dal ridisegno che operano di spazio, tempo e soggetto, stanno producendo trend trasformativi profondi che inevitabilmente impatteranno su forme organizzative e lavorative, modelli di business e di generazione del valore così come sulle strategie di marketing esperienziale, relazionale e di servizio.

Abbiamo bisogno di parole nuove

Se questa è la fase di innovazione e accelerazione che stiamo vivendo, è sempre più chiaro che dovremo cominciare a costruire anche un nuovo dizionario in grado di raccontare, con parole e concetti nuovi, le realtà disruptive che stanno emergendo.

Anticipo qui, in chiusura di questo pezzo, le prime quattro parole nuove, annunciando che avrò modo, nelle prossime puntate qui su Ninja Marketing, di dettagliarne il senso e gli usi potenziali: platfirm (le aziende come piattaforme), algorhythm (le vite algoritmiche/algoritmate), markething (il marketing dell’internet delle cose), leadershift (la leadership senza leader e boss). Ciascuna di queste rappresenterà il tentativo di raccontare il futuro a partire da una provocazione linguistica e concettuale, ma sempre con un occhio attento ai processi e alle pratiche di value innovation.

YouTube: dai primi passi alle milioni di visualizzazioni

Edoardo Scognamiglio master social media marketing

Il video è uno strumento di comunicazione veloce, immediato e sicuramente efficace se fatto nel modo giusto. Il punto è proprio questo, qual è il modo giusto?

Ne abbiamo parlato con Edoardo Scognamiglio, docente del Master in Social Media Marketing di Ninja Academy, autore del programma televisivo Le Iene e co-fondatore dell’agenzia Combocut.

1. Ho appena aperto il mio canale, quali sono le prime cose da fare per farlo trovare tra milioni di altri?

Il canale è più che altro un contenitore e, in quanto tale, trae importanza dal contenuto. Per questo è necessario capire che l’unico modo per fare trovare voi e il vostro brand on line è alimentare il vostro canale, ossia produrre e pubblicare dei video. La costanza in questi casi paga sempre.

A livello tecnico dovrete ottimizzare le clip. Quello che conta è che la vostra parola chiave sia presente nel titolo della clip, nella descrizione e tra le tag. Ricordatevi che YouTube è il secondo motore di ricerca al mondo: come ottimizzate un sito in ottica SEO, dovete fare lo stesso con un filmato.

In più, è fondamentale creare una relazione ossia rispondere ai commenti, innescare delle discussioni. Il canale non deve essere una vetrina asettica, ma un luogo dove si crea del movimento.

A livello strategico esistono altre mosse: potreste provare i vantaggi dell’affiliazione con altri canali, usare YouTube all’interno di marketing mix con altri canali social o, ancora, puntare sulle digital PR.

2. Si diceva che gattini e donne “generose” fossero un’ottima esca ed il nuovo fenomeno “escile” sembra confermarne la natura ever-green. Sei d’accordo o ci sono trend più forti in questo momento?

La tenerezza suscitata dagli animali e il voyeurismo credo che faranno sempre parte dell’Internet. E’ inutile opporsi, semplicemente conviviamoci. Detto questo, se il tuo obiettivo è quello di differenziarti e non diventare una goccia nel mare delle solite mode, il discorso cambia.

Non credo molto nei trend, a meno che tu sia il primo ad averne lanciato uno. Al contrario penso che l’ironia, la spontaneità, la sintesi e la costanza siano gli elementi veramente decisivi.

3. Negli ultimi anni assieme a YouTube sono nati anche gli YouTubers, potresti spiegarci chi sono e come fanno a portar a casa uno stipendio a fine mese?

Lo YouTuber ha un proprio canale su cui pubblica con molta frequenza clip in cui parla di un determinato argomento o si racconta attraverso una sua peculiarità. Per capirci, andiamo dai a tutorial sulle cose più varie, alle recensioni sui video games, fino ad arrivare a clip comiche e divertenti.

Diamo un volto, per esempio, alla categoria videogiochi: Felix Arvid Ulf Kjellberg è un  ragazzo svedese che si fa chiamare PewDiePie e su YouTube ha più di 41 milioni di iscritti. Cosa fa? Il genere si chiama Let’s play e lui si occupa di commentare i videogame. Nelle sue clip gioca al computer e fa le vocine. Il Wall Street Journal ha ipotizzato per lui un fatturato annuo di quattro milioni di dollari.

Perché la gente si iscrive al canale dello YouTuber? La risposta è semplice: è un esperto del suo settore ed è “vero”.

Spesso, infatti, la forza di uno YouTuber sta nella relazione che riesce a creare con il proprio pubblico.

Parte della monetizzazione deriva direttamente da YouTube, che premia i propri creators in base al numero di visualizzazioni che riescono a raggiungere: più persone seguono il canale, più pubblicità targettizzata riuscirà a vendere YouTube a quel pubblico. Una parte degli introiti sono divisi con l’autore dei contenuti.

L’altra variabile di guadagno, la più rilevante, deriva invece dalla collaborazione diretta con le aziende attraverso del product placement o branded content. Ma anche attività offline attraverso la partecipazione ad eventi. Per aiutare gli YouTuber sono nate le multi-channel network, agenzie che facilitano la triangolazione tra YouTube (che offre la tecnologia), le aziende e gli YouTuber.

4. Video free o video sponsorizzati? Quando ha senso investire nella pubblicità di YouTube e quando invece preferire, ad esempio, Facebook o Google AdWords?

Per poter scegliere con cognizione di causa come distribuire una clip è necessario partire da alcune riflessioni.

Prima cosa: il vostro brand dove è già presente? Dove ha un pubblico? Se state investendo energia e soldi su Facebook, partite da questa piattaforma. Se invece siete già presenti su YouTube allora utilizzate quest’altra.

Nel caso in cui il brand sia già presente sia su Facebook sia su YouTube, è necessaria una riflessione in più: userete YouTube se il video che avete prodotto risponde a delle domande che le persone potrebbero voler cercare online (es: come fare qualcosa). Al contrario, userete Facebook per distribuire un video che abbia le caratteristiche necessarie per essere facilmente condiviso online. Si dice che Facebook, a livello video, funzioni sul breve termine. YouTube sul lungo.

A partire da queste riflessioni, io consiglio di prevedere sempre del budget per la promozione, questo di sicuro accelera i tempi di crescita.

5. Potresti consigliarci qualche canale YouTube da prendere come buon esempio e tenere sott’occhio come fonte d’ispirazione?

Gli italiani li conosciamo bene, vi do qualche riferimento americano: Minutephysics, Ze Frank, Funny or Die, BuzzFeed.

C’è un’app che vi aiuterà a trovare le ispirazioni giuste e a muovervi nell’incredibile offerta di YouTube, si chiama Frequency.

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Dall’eCommerce al negozio: come il mobile cambia lo shopping

Oggi ci troviamo nel bel mezzo di un cambiamento epocale nel retail marketing. I dispositivi mobili hanno cambiato il modo in cui i clienti scoprono un brand, ricercano un prodotto e un servizio e su come e dove decidono di acquistare. In passato, i clienti online erano incatenati a una scrivania, le loro interazioni con le aziende online e in store erano chiaramente delimitate.

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I dispositivi mobile hanno trasformato i consumatori in un nuovo tipo di cliente omni-canale.
Il 57% dei millennials ad esempio afferma di consultare il web dai loro telefoni cellulari prima di acquistare nei negozi. Ecco perché avere un sito web non ottimizzato per il mobile è come restare chiusi un giorno ogni settimana.

Che cosa già sappiamo sull’eCommerce mobile?

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Gli acquirenti sono ben informati quando camminano nei negozi: un numero crescente di acquirenti entra nei negozi dopo aver consultato lo store online dal proprio smartphone o tablet. Entrano nei negozi per vedere i prodotti di persona e per provarli.

Sappiamo dunque che l’eCommerce non è un antagonista dello store fisico, ma è anzi uno dei suoi più importanti mezzi di promozione.
Ecco perché è oggi importante interagire con il cliente dal momento in cui naviga nel nostro shop online fino a quando sceglie di varcare la soglia del punto vendita, offrendo la possibilità di un’esperienza coerente e completa del marchio.

Quando un cliente si sente frustrato

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Ci sono due scenari principali che causano frustrazione per i clienti quando si spostano dall’eCommerce al negozio:

1. Quando in-store l’inventario non corrisponde a quello che è descritto sul sito web;
2. Quando le promozioni in-store non corrispondono alle promozioni online.

Frustrazioni come queste incidono sulle conversioni dal canale online a quello offline e viceversa. Gli acquirenti possono lasciare il negozio con l’intenzione di acquistare il prodotto online in seguito e nel frattempo cambiare idea e non acquistare più. Oppure può accadere che i clienti preferiscano l’acquisto in-store, per via di un’offerta, per poi rendersi conto che il rivenditore non ha il prodotto che desiderano.

Questo non significa che le promozioni dall’eCommerce allo store debbano corrispondere, ma che occorre valutare l’incidenza dei due canali. Inoltre proprio il mobile ci offre molte alternative: sconti in store per chi fa il checkin dall’app ufficiale, ad esempio; o, al contrario, la possibilità di acquistare sullo shop online e ritirare in negozio il rpodotto acquistato.

Integrare lo shopping in- store a quello online

Il mobile offre inoltre la possibilità di integrare le due tipologie d’acquisto: nei negozi gli addetti alla vendita possono fornire informazioni sui prodotti, la possibilità di un inventario aggiuntivo o avere disponibilità di prodotti out-of-season.

Possono così aiutare i clienti a completare un acquisto online prima di lasciare il negozio. È sufficiente che il venditore abbia un tablet ad esempio, così non dovrà nemmeno prendere il cliente alla cassa.

I dispositivi mobili non sono solo utilizzati a casa o on-the-go, in realtà influenzano l’esperienza di acquisto anche in-store. I rivenditori non possono permettersi di creare esperienze di shopping online escludendo quelle in negozio, devono invece fornire un percorso di shopping integrato attraverso i canali.

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La settimana sui social: dal crollo ai vertici di Twitter all’espansione di Facebook

Ci siamo, è di nuovo venerdì e torna puntuale #weekinsocial, l’appuntamento con tutte le novità in casa social della settimana. Settimana impegnativa che ha visto Facebook volare in Borsa mente Twitter perdere ben quattro vicepresidenti. Ma andiamo con ordine.

Il crollo di Twitter

Settimana nera per il microblogging d’eccellenza. Cinguettii strozzati dopo la decisione di un repentino cambio ai vertici e l’abbandono da parte di alcuni dirigenti. Cosa sia successo non ci è dato saperlo, ma voci di corridoio fanno intendere che ci siano stati problemi relativi alla crescita di utenti e alle insoddisfazioni degli investitori.

A diffondere la notizia e fare chiarezza è stato, tramite un tweet, lo stesso Jack Dorsey, Ceo della società che sarebbe già intenzionato a prendere il mano il prodotto direttamente. A quanto pare a lasciare la compagnia sono stati il responsabile di sviluppo e progettazione Kevin Weil, il responsabile dell’engineering Alex Roetter, il capo delle risorse umane Brian Schipper e la responsabile dei rapporti con i media Katie Jacobs Stanton. A questi si aggiunge Jason Toff, a capo del servizio di condivisione video “Vine” di proprietà di Twitter, che ha ufficializzato il suo passaggio a Google, dove si occuperà di realtà virtuale.

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A prendere in mano le redini ai vertici di Twitter almeno per il momento saranno il chief operating officer di Twitter, Adam Bain, e il chief technology officer Adam Messinger, ai quali, come dicevamo, dovrebbe affiancarsi lo stesso Dorsey. Tutto da rifare, e mentre aspettiamo aggiornamenti e news, le conseguenza in Borsa non si sono fatte attendere. Il titolo, infatti, e’ arrivato a perdere a Wall Street il 7% e viaggia ora a quota -4,15%

Mentre nei piani alti si fanno grandi manovre, Twitter cerca in qualche modo di ricorrere ai ripari, cercando di mantenere coinvolti sul social i membri più attivi. Come? Facendo un regalo ai suoi utenti Vip, quelli più attivi e con più seguito sul microblog. Ad alcuni di questi ha iniziato a offrire un’esperienza libera da pubblicità, mentre per altri il numero delle inserzioni visualizzate si è drasticamente ridotto. A quanto pare l’obiettivo è quello di mantenere coinvolti gli utenti più prolifici. Staremo a vedere.

L’espansione social di Facebook

Un’espansione fisica, virtuale e mobile. La settimana di Facebook è più che positiva. Il social di Zuckerberg vola in Borsa e festeggia il traguardo dei 1,59 miliardi di amici che si collegano ogni mese, di cui 1,44 miliardi lo fanno da smartphone o tablet.

Week in SocialMa passiamo alle novità tecniche. È notizia di qualche giorno l’espansione al mobile web di Facebook Audience Network. Di cosa stiamo parlando? Della possibilità per gli oltre 2 milioni e mezzo di inserzionisti di estendere l’erogazione di annunci all’interno dei siti Internet mobile.

LEGGI ANCHE: Facebook Audience Network si espande al mobile web

Ma non finisce qui, a quanto pare Facebook sta per lanciare Chat SDK ovvero uno strumento per creare bot interattivi personalizzati per inserire nuove funzioni su Messenger. Molte azioni potranno essere compiute dalla chat stessa, come per esempio pagare e acquistare servizi, ma non solo.

Accennavamo all’espansione fisica di Facebook. Ebbene si. Dopo circa tre anni dall’inaugurazione del primo data center in Europa (a Lulea in Svezia), Facebook ne annuncia un secondo che aprirà in Irlanda, a Clonee, fuori Dublino. Anche questo, spiega Mark Zuckerberg sul suo profilo Facebook, sarà alimentato al 100% da energie rinnovabili.

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Periscope e i live GoPro

Al via su Periscope i live dalla GoPro. Avete capito bene. il servizio per le dirette streaming dal cellulare di proprietà di Twitter integra i video “live” girati con le camera GoPro. A quanto pare per ora la trasmissione dei video funziona solo dall’app di Periscope per iPhone ed è compatibile col modello 5s o superiore e con la GoPro top di gamma Hero 4. I filmati si possono invece guardare da tutti i dispositivi dove è presente Periscope, anche iPad, telefoni e tablet Android e dal web.

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Come attirare (e trattenere) i migliori talenti nella tua azienda

Stando all’ultima classifica InDemand di LinkedIn, tra le aziende più desiderate dai talenti italiani restano ancora ben salde sul podio Apple, Google e Procter&Gamble. Tra le italiane, invece, seguono Gucci, Barilla e Ferrari.

Cosa hanno in comune queste aziende? Tutte hanno lavorato e lavorano continuamente sul proprio employer branding, per attirare i migliori talenti e poter contare su risorse di eccellenza che saranno in grado di far rimanere il brand sempre al passo con i tempi.

L’employer branding è essenzialmente un’attività di marketing, ma punta ad un obiettivo più sostanziale, dato che il miglioramento del valore di marca come “luogo di lavoro”, assicura un miglioramento del brand in generale. Rendere appetibile un brand evidenziandone il livello qualitativo dal punto di vista lavorativo migliora la percezione dell’azienda, non solo sotto il profilo dei dipendenti e dei candidati, ma si riflette a cascata anche sui consumatori.

Non si tratta, quindi, di una semplice strategia di retention, ma di un modo per costruire il brand attirando nuovo valore, grazie ai talenti che aspireranno alle posizioni lavorative aperte, generando a loro volta nuovo valore per la marca, in una sorta di circolo virtuoso. L’employer branding aiuta a completare il brand aziendale e mette in dialogo tra loro i diversi settori aziendali, coinvolgendo il marketing, le risorse umane e l’area comunicazione, per coordinare e rendere chiari i messaggi divulgati.

Un esempio? Pensando a Ferrari probabilmente la prima immagine che ti viene in mente è quella di un team, vincente, pronto a festeggiare l’ultimo podio conquistato. E questa visione di “squadra” incide certamente sull’opinione dell’azienda come luogo di lavoro, se Ferrari resta uno dei brand più ambiti per i migliori talenti dell’ingegneria.

Employer branding: i migliori talenti per i migliori brand

Come attirare i migliori talenti della mia azienda

Se stai pensando che l’employer branding sia una strategia valida solo per le grandi aziende, dovrai ricrederti, perché anche la tua PMI può trarre beneficio da una buona pianificazione di EB, magari utilizzando strumenti che ti aiutino nel complesso compito di attirare i migliori talenti nella tua azienda. Una piattaforma come Meritocracy, che attraverso immagini e storytelling, permette all’azienda stessa di raccontare la sua vision e presentare il suo team, sarà un ottimo supporto strategico.

Attraverso la tecnologia proprietaria di Meritocracy, che impara dalle scelte dei recruiters, i giovani talenti iscritti al sito ricevono le proposte lavorative che meglio li valorizzano ed entrano in contatto con il brand e con i suoi valori già in fase di candidatura, permettendo ai tuoi recruiter di valutare davvero skill e competenze.

Che la tua sia una multinazionale, una startup o una PMI con una lunga e solida storia familiare, ecco alcuni consigli per cominciare a costruire la tua strategia di employer branding e trovare i migliori profili per la tua impresa.

Sviluppa il tuo brand e getta le basi della tua strategia

Come attirare (e trattenere) i migliori talenti nella tua azienda

L’employer branding ti consente di presentare la tua azienda come un luogo piacevole in cui lavorare, sia per il personale già impiegato sia per quello futuro. La presentazione del valore dell’azienda con il giusto messaggio, le giuste immagini e la giusta scala di valori ti garantirà un vantaggio competitivo.

Prima di tutto domandati: che tipo di esperienza offro oggi ai miei collaboratori? Quale patto aziendale ho stabilito con loro per quanto riguarda l’ambiente lavorativo e l’approccio alle attività quotidiane? Cosa rende speciale la mia azienda? Perché la mia vision può essere condivisa e diventare attrattiva per i futuri dipendenti?

Partire da queste domande ti aiuterà a chiarire punti di forza e di debolezza e soprattutto ti permetterà di fare chiarezza anche sul messaggio che vorrai esprimere all’esterno della tua impresa.

Comunica la tua storia

Come attirare (e trattenere) i migliori talenti nella tua azienda

Una volta che i tuoi propositi saranno chiari, potrai pensare a come trasmettere il messaggio del tuo brand.

In che modo proporrai la tua offerta a potenziali nuovi collaboratori? Come gestirai i talenti intorno al tuo brand? Per diventare un datore di lavoro ambito, racconta la tua storia, spiega come gestisci i processi aziendali e mostra gli spazi di lavoro. Permetterai ai talenti che stai ricercando di entrare subito in contatto diretto con la realtà aziendale ed eliminerai il gap da “Ops, è il mio primo giorno”!

Offri ai tuoi recruiter nuovi strumenti per valutare i migliori talenti

Come attirare (e trattenere) i migliori talenti nella tua azienda

Esprimere chiaramente i valori del tuo brand e raccontare la tua storia permetterà di avere le idee più chiare sui candidati anche ai tuoi recruiter, sia che siano interni, sia che ti affidi a consulenti esterni per la gestione delle risorse umane.

Valorizzando il tuo brand potrai pensare a campagne di recruiting molto focalizzate, in grado di comunicare quali competenze e quali skill sono richieste per il profilo ricercato. Il candidato ideale conosce già il tuo brand e sa cosa stai cercando. Vi incontrerete a metà strada.