Hi-tech è bello: una riflessione sulle sfide e le opportunità delle nuove tecnologie digitali

Per Natale ho regalato alla mia mamma uno smartphone. Scartato il pacchetto, mamma con gli occhi pieni di gioia, simili ai miei da bimba davanti a ‘Barbie luci di stelle’, salta dalla sedia al grido di: “Ora anche io potrò avere whatsapp!”. Da qual momento hi-tech è iniziata la formazione e anche i miei dubbi: “Avrò fatto la cosa giusta? Mi sarò data la (whats)zappa sui piedi?”. Mia mamma avrebbe conosciuto ancora di più i miei orari monitorando gli accessi all’app, in particolare quelli in cui sarei andata a dormire, e avrebbe avuto la possibilità di sapere se avessi letto o meno un messaggio. Averle regalato lo smartphone era stata una scelta per migliorare la nostra comunicazione tramite la tecnologia, un modo per farla preoccupare di più e rinunciare così anche alla mia privacy?

Mi sono venute in mente le parole di Stefano Rodotà scritte nell’articolo “Persona, libertà, tecnologia”:

Quali sono le dimensioni della libertà nell’età della scienza e della tecnologia? È giusto invocare la protezione della vita privata, ma non basta. Il nostro modo di vivere è divenuto un flusso continuo di informazioni, inarrestabile, che noi stessi alimentiamo per avere accesso a beni e servizi.

A discapito forse di un pizzico di privacy ho infatti dato accesso a mia madre a un bene, lo smartphone, e a servizi… precisamene, infiniti servizi. Ho forse rivoluzionato in parte la vita di madre, rendendo anche lei ancora più digitale e contribuendo a dare un’ulteriore sforbiciata, dato che mamma se la cava egregiamente con il pc, a quel famoso digital divide di cui tanto si è parlato con l’avvento del web 2.0. Ho dato a mamma l’opportunità di condividere con me e tante altre persone emozioni ed esperienze, di ‘cercare’ e ‘conoscere’ in qualsiasi momento, di avere un collegamento con il mondo a portata di tasca: da Google a YouTube, fino alla mail e a Google Maps.

Ormai la società in cui viviamo è assolutamente tecnologica e anche gli italiani pare in parte ne siano consapevoli considerando i dati Istat pubblicati il 18 dicembre 2014 con la ricerca “I cittadini e le nuove tecnologie” :

Nel 2014, aumenta rispetto all’anno precedente la quota di famiglie che dispongono di un accesso ad Internet da casa e di una connessione a banda larga (rispettivamente dal 60,7% al 64% e dal 59,7% al 62,7%). Le famiglie con almeno un minorenne sono le più attrezzate tecnologicamente: l’87,1% possiede un personal computer, l’89% ha accesso ad Internet da casa. Nel 2014 oltre la metà delle persone con almeno 3 anni di età (54,7%) utilizza il pc e oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (57,3%) naviga su Internet. Rispetto al 2013 rimane stabile l’uso del personal computer mentre aumenta quello di Internet (+2,5 punti percentuali). In particolare aumenta l’uso giornaliero del web (+3,3 punti percentuali).

Certo, il nostro Paese ancora tanto deve lavorare nella diffusione della tecnologia considerando gli ultimi dati Eurostat:

Sono ormai quasi due terzi (65%) gli europei che usano quotidianamente internet, un numero ormai più che raddoppiato rispetto al 2006, mentre si è più che dimezzato il numero di chi in Europa non ha mai usato internet (18%). L’Italia resta però indietro, tra i paesi maglia nera in Europa con il maggior numero di persone che tuttora non si sono mai connesse (32%) e sotto la media Ue anche per il numero di utenti quotidiani (58%). Più indietro dell’Italia solo Romania (39%) Bulgaria (37%) e Grecia (33%), mentre all’opposto sono quasi tutti connessi in Danimarca (solo il 3% non ha mai usato internet), Lussemburgo (4%), Olanda (5%), Finlandia, Svezia e Gran Bretagna (6%).

L’utilizzo di internet in Italia non è al massimo rispetto agli altri paesi dell’Europa. Molto ancora si deve fare ma di certo che la tecnologia abbia influenzato la nostra vita è abbastanza evidente. Addirittura c’è chi sostiene empiricamente che l’hitech possa anche avere effetti negativi.

Secondo uno studio presso della Kent State University in Ohio condotto su 500 giovani da Jacob Barkley, Aryn Karpinski e Andrew Lepp e pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, un utilizzo troppo frequente del cellulare farebbe diventare ansiosi riducendo il livello di felicità, e influisce negativamente anche sullo studio. La tecnologia usata male produrrebbe effetti negativi anche sulla memoria: scattare ripetutamente foto di luoghi, viaggi o eventi ne ridurrebbe la capacità mnemonica di serbarli. Ciò perché non ci si concentrerebbe ad osservarli, rassicurati dalla possibilità di poter immortalarli in fotografia.

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Sinceramente non me la sento di biasimare queste rilevazioni anche se è abbastanza ovvio che tutte le cose se non usate con moderazione possono creare problemi. Ma la mia formazione universitaria, la mia esperienza lavorativa e anche interpersonale mi hanno reso fan della tecnologia. Sono profondamente convinta che per quanto possa avere degli effetti negativi, condizionare i nostri comportamenti, limitare la privacy e quanto altro… hi-tech è bello!

E’ bello poter fare un colloquio per una posizione dall’altra parte del mondo tramite Skype o con Hangout. E’ bello anche poter indossare un orologio e gestire il proprio smartphone grazie agli sviluppi della wearable tecnology. E’ bello monitorare la propria casa tramite un’app con l’evoluzione della domotica. Hitech è bello anche perché ci sono persone che hanno progettato un anello con la stampa 3d per far leggere gli ipovedenti, è bello perché i Google Glass rivoluzioneranno la medicina, è bello perché un microchip presto ci potrà evitare gli sprechi avvertendoci dei cibi in scadenza nel frigo. Hi-tech è anche bello perché ora potrò mandare a mia mamma su Whatsapp il link di questo post e renderla un po’ più orgogliosa di sua figlia!

Allora Guerrieri, pesate a come sarebbe più lenta la vostra vita senza la tecnologia: stavamo meglio quando stavamo peggio? No, non posso credere che un Ninja digital addicted pensi questo, se così fosse un bit vi seppellirà!

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

‘L’ironia è il sale della vita, il pepe, il pinzimonio; è il colore essenziale della gioia del distacco, della capacità di ridere, di sorridere, di guardare le cose da un punto di vista disincantato; l’ironia consente di non aderire al dramma, consente di sdrammatizzare, per l’appunto, di alleggerire, di guardare i problemi appesi a un palloncino, il che aiuta sicuramente a risolverli.’

Sicuramente la pensa così, anche Mercedes Benz che ha pubblicato, in occasione della settimana della moda di Berlino, un cortometraggio che prende in giro pose e sciocchezze del mondo fashion.

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

La Fashion Week di Berlino è un vero palcoscenico internazionale per la moda, non solo sulle passerelle ma anche al di fuori: lustrini, sfarzo ed esibizionismo la fanno da padrone; per tale motivo la casa automobilistica tedesca, sponsor della settimana fashion, ha deciso di non prendersi troppo sul serio.

Lo spot ridicolizza gli stati che appartengono ad ogni fanatico di moda che si rispetti.

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion
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Protagonisti dell’ironica parodia: una fantastica Mercedes C111 del 1970, Justin O’Shea (buying director di MyTheresa.com), la sua fidanzata e collega Veronika Heilbrunner e altri personaggi del mondo della moda come Julia Knolle (fashion blogger) e Gabe and Raffi Chipperfield.

Il film di tre minuti e mezzo, è stato girato straordinariamente da Danny Sangra. Da molti è stato considerato una pubblicità di moda interessante, peccato si tratti di una casa automobilistica.

CREDITS
Cliente: Mercedes Benz
Regia: Danny Sangra

AdBlock è realmente un problema? O lo sono i pubblicitari?

Già da qualche settimana alcune associazioni di editori francesi sono sul piede di guerra contro Eyeo GmbH, casa produttrice del programma AdBlock Plus, usato in tutto il mondo per bloccare i messaggi pubblicitari su internet. A minacciare di ricorrere alle vie legali sono la GESTE, un’organizzazione di editori di contenuti e servizi online, e IAB France, Interactive Advertising Bureau.

Questa situazione  porta alla luce un’evidente criticità nel mercato pubblicitario che ancora molti si ostinano ad ignorare. Se un gran numero di utenti ha deciso di bloccare fastidiosi pop-up o pre-roll su YouTube diviene chiaro che parte della questione scaturisce proprio nella pervasività dei contenuti promozionali. Purtroppo sono ancora in pochi a comprendere l’entità del problema.

AdBlock: lo stato dell’arte

Quante volte vi è capitato, aprendo un sito, che spuntassero 5 o 6 finestre di interstitial? Utilizzare AdBlock Plus non significa per forza essere schierato ideologicamente contro tutti i messaggi pubblicitari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi pop-up e animazioni, oltre che essere fastidiosi, rallentano il computer.

Quello che non sapevate su AdBlock

Secondo il report 2014 di Page Fair in collaborazione con Adobe gli utenti che fanno uso di AdBlock sono circa 144 milioni in tutto il mondo con una crescita del 70% tra giugno 2013 e giugno 2014. La maggioranza degli adblockers si è detta favorevole a ricevere formati annunci meno invadenti, sebbene abbia fermamente criticato forme pervasive come i pop-up e gli interstitial.

Acceptable Ads Manifesto

Dal canto suo, Eyeo GmbH ha dato vita all’Acceptable Ads Manifesto, una sorta di vademecum per il buon pubblicitario.

  • Una pubblicità accettabile non è fastidiosa.
  • Una pubblicità accettabile non interrompe né distorce il contenuto della pagina che stiamo cercando di leggere.
  • Una pubblicità accettabile ha una forma che ce la fa riconoscere come contenuto pubblicitario.
  • Una pubblicità accettabile è efficace senza urlarci addosso.
  • Una pubblicità accettabile è appropriata per il sito in cui stiamo navigando.

Insomma, per essere inseriti nella whitelist bisogna rispettare questi parametri. Per siti e blog di piccole e medie dimesioni questo procedimento è gratis. Ma chi è che decide? Siamo sicuri che il compito spetti ad un’azienda privata? Ricordate google e il diritto d’oblio?

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AdBlock è solo la punta dell’iceberg. Se le agenzie e i media planner continueranno ad ignorare il problema non basteranno le vie legali contro una sola azienda a salvare il mercato pubblicitario.

Traduci i tweet in tempo reale con un click

Twitter Bing traduzione

Immagine: Eufemia Scannapieco

Dopo Facebook tocca a Twitter introdurre lo strumento di traduzione automatica. Grazie al servizio Bing-Powered Tweet Translator, Twitter punta ad abbattere le barriere linguistiche nel microblogging e a favorire i cinguettii fra gli utenti in modo ancora più coinvolgente, con una traduzione istantanea nella propria timeline.
Volete attivare la funzione? Vi spieghiamo subito come fare!

Il procedimento è davvero semplice:

  1. accedete a Twitter;
  2. andate in “Impostazioni” account e scorrete fino alla sezione “Traduzione”, dedicata alla traduzione dei Tweet;
  3. cambiate l’impostazione relativa alla funzione, selezionando o deselezionando la casella (che dovrebbe comparire di default flaggata).

Twitter traduzione Bing

Per utilizzare la funzione sulla timeline del proprio profilo è sufficiente cliccare sull’icona del globo, che troverete nell’angolo superiore destro del tweet in lingua straniera, e con un clic o un tap espandere il messaggio e leggere la traduzione del testo originale.

Twitter traduzione Bing
Al momento sono supportate oltre 40 lingue ma la funzionalità è ancora da perfezionare. Twitter, infatti, avverte che il motore

si basa su un software di traduzione avanzato, ma i risultati continuano a variare e spesso non sono precisi e fluidi come potrebbe essere la traduzione fornita da un traduttore professionista.” 

Per gestire gli errori dei sistemi automatici, la versione nella lingua originale resterà sempre sopra quella tradotta.

La feature è disponibile su iOS, Android, TweetDeck e web. Per qualsiasi informazione o chiarimento Twitter ha dedicato una pagina alle FAQ (ma non è tradotta) e alle richieste di supporto.

Che ne pensate, il servizio riuscirà a facilitare la comunicazione internazionale tra gli utenti che non parlano la stessa lingua? Più cinguettii per tutti!

Aiuti di stato ad Amazon in Lussemburgo, l'Antitrust indaga

Aiuti di stato ad Amazon

L’accordo tra Amazon e Lussemburgo è sotto indagine da parte dell’ufficio antitrust dell’Unione Europea. Rilasciando una conclusione preliminare sull’accordo fiscale tra il colosso dell’ecommerce e il governo lussemburghese, lo ha definito un aiuto di stato ad Amazon, che avrebbe consentito un alleggerimento fiscale considerevole per oltre un decennio.

L’indagine fa parte di una operazione più ampia: a fronte della crisi economica, la politica europea ha assunto un atteggiamento più attento alle complesse operazioni fiscali che le multinazionali mettono in pratica per ridurre il proprio onere fiscale nel vecchio continente.

Aiuti di stato ad Amazon, l’indagine della Commissione

Catherine Robins, partner fiscale presso lo studio legale Pinsent Masons in Gran Bretagna, ha dichiarato: “I documenti della Commissione europea suggeriscono che questi accordi non sono stati esaminati a sufficienza. Chiunque abbia questo tipo di rapporti fiscali in Lussemburgo, dovrebbe considerare questo precedente per valutare le proprie operazioni”.

In particolare Amazon avrebbe utilizzato filiali in Lussemburgo, dove ha la sue sede europea, per ridurre i propri obblighi fiscali complessivi, come fanno molte altre aziende internazionali. Questo piccolo paese di 500.000 abitanti avrebbe permesso ad Amazon un vantaggio che si rinnova annualmente fin dal 2003.

 

Aiuti di stato ad Amazon

 

Naturalmente il colosso americano e il Ministero delle Finanze del Lussemburgo hanno negato con fermezza l’ipotesi degli aiuti di stato ad Amazon, che abbia cioè ricevuto un trattamento di favore o determinati benefici fiscali. Il Ministero delle Finanze ha qualificato la lettera della Commissione europea come una mera procedura formale che non contiene elementi nuovi. Le accuse di aiuti di stato sarebbero quindi prive di fondamento.

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La crisi economica e gli aiuti di stato ad Amazon

Il caso Amazon riflette l’ attenzione di Stati come Italia e Francia, schiacciati dalla crisi economica, per le bollette fiscali delle multinazionali ridotte di miliardi di dollari grazie ai regimi fiscali delle nazioni a bassa tassazione.
La stessa Commissione sta osservando i regimi fiscali di Starbucks nei Paesi Bassi, di Apple in Irlanda e di Fiat in Lussemburgo.

Aiuti di stato ad Amazon

 

Non è illegale di per sé attirare investitori stranieri con una bassa aliquota fiscale, ma “promozioni ed offerte speciali”, studiate su misura per alcuni soggetti, possono essere qualificate come aiuti di stato non consentiti, anche se non c’è al momento una valutazione economica di quanto Amazon dovrebbe compensare se l’indagine si rivelasse corretta.

I casi eccellenti del Lussemburgo, dove hanno sedi e accordi multinazionali come Microsoft e Apple, mettono in una posizione scomoda Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea che, pur ricoprendo il ruolo di supervisore delle indagini, avrebbe contribuito a rendere il Lussemburgo un paradiso fiscale nel corso degli ultimi due decenni.

Moltissime aziende, oltre 300,  sono accusate di aver usufruito di “corsie fiscali preferenziali”, da Pepsi a Ikea a FedEd, come emerge dall’intenso esame del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, pubblicato in un rapporto il 5 novembre.

Vittima degli eventi, storia e successo del fan movie su Dylan Dog [INTERVISTA]

vittima degli eventi

Vittima degli eventi è un web film ispirato a Dylan Dog e distribuito su YouTube. Tra i suoi creatori ci sono nomi di alcuni tra i più talentuosi, seguiti ed apprezzati vlogger e videomaker del tubo italiano: a sceneggiare il film è stato infatti Luca Vecchi (The Pills), a dirigerlo Claudio Di Biagio (Non aprite questo tubo), il tutto in collaborazione con The Jackal.

Abbiamo intervistato per voi Valerio Di Benedetto, l’attore che ha vestito i panni dell’investigatore privato più intrigante del mondo dei fumetti in “Vittima degli eventi“.

Si chiama “Vittima degli eventi”, molti per fare prima lo chiamano direttamente “Il film su Dylan Dog”; ma cos’è in realtà questo progetto di cui si è parlato a lungo e che ha fatto impazzire il web?

È un mediometraggio dalla durata di 50 minuti, scritto e diretto da professionisti come Claudio Di Biagio (della famiglia Freaks!) e Luca Vecchi (dalla famiglia dei The Pills), si autodefinisce Film NOprofit perché è un prodotto nato dal  crowdfunding ed è riuscito a prendere vita grazie al contributo economico dei suoi fan.

In Italia ha stupito tutti perché questo prodotto ha per l’ennesima volta aperto il discorso web VS grande schermo, e di quanta professionalità viva tra le giovani leve internettiane. Infatti oltre a Di Biagio e Vecchi nella produzione ci sono anche i The Jackal, perchè si sa, l’unione fa la forza!

E la fiducia dei fan verso questi volti noti del web e alla loro capacità creativa e di produzione ha permesso di realizzare quello che prima in Italia era un miraggio, ottenere soldi dal crowdfunding e realizzare il proprio progetto. Un metodo che  oltreoceano ormai sta diventando una prassi per sviluppare idee di giovani che non hanno fondi per realizzarle, qui in Italia forse questo sta per arrivare e Vittima degli eventi potrebbe essere stato l’ariete che ha sfondato un portone ben serrato fino a poco tempo fa.

Oggi vediamo come la televisione stia iniziando ad accettare crew e prodotti nati su Youtube perché capaci di linguaggi innovativi che arrivano ad un pubblico sempre più esigente; i produttori di Vittima degli eventi, i The Jackal, partecipano a un programma televisivo e Milano Underground, vincitore del Roma Web Fest, è arrivato in chiaro.

dylan dog youtube

Siete considerati “quelli che ce l’hanno fatta”. Nati su Youtube, continuate a viverci ma siete lo stesso arrivati al grande pubblico; qual è stata la chiave del vostro successo?

Credo che il successo, se così lo si vuol chiamare, sia figlio di una professionalità mischiata alla passione e alla voglia di fare. Non mi sento affatto uno di “quelli che ce l’hanno fatta”, perché essere conosciuti dal grande pubblico non è direttamente proporzionale a un ritorno economico, ma spesso, specie in questo periodo storico è il contrario. E siamo perciò costretti a fare altro per poter vivere! Il mio “altro” è sempre in ambito recitativo e di questo sono contento e posso considerarmi “uno di quelli che ha fatto della sua passione il suo lavoro!”

Nel 2010 Kevin Munroe ha tentato di portare al cinema Dylan Dog senza successo. Pensi che i tempi non fossero maturi, che il pubblico sia più pronto ora di 4 anni fa per un progetto dedicato al noir?

Non penso sia una questione di tempi, maturi o non, perché il genere noir è sempre esistito, e Dylan Dog è sulla scena da molto tempo. Il film americano non rispecchia quei canoni che sono specifici del prodotto Bonelli, e che non appartengono alla loro cultura! La loro visione dell’eroe è chiara e netta: alto, grosso e muscoloso. Dylan è più un antieroe.

I progetti per cui hai lavorato (come Spaghetti Story) sono il risultato di quello in cui molti credono, ovvero che il passaparola sia la migliore pubblicità per il successo.

“Successo” è una parola che mi stride molto ma se proprio la vogliamo usare… I progetti che hanno successo sono quelli che hanno un’idea alla base. Se poi si è onesti col pubblico senza millantare cose che nel film non vedranno, cosa che succede spesso in molte promozioni, allora il pubblico apprezza e ripaga spargendo la voce.

vittima degli eventi dylan dog

Youtube è il futuro di Vittima degli eventi?

Vittima degli eventi è, e rimarrà su Youtube. Non so se ci sarà un futuro diverso, per ora noi ci concentriamo sul presente.

In attesa della seconda parte (incrociamo le dita!) ecco a voi il film! Buona visione!

Digital marketing: tre errori da non compiere

Digital, Adwords e SEO; termini spesso utilizzati, a volte poco conosciuti. Le campagne digital marketing stanno diventando il focus principale di numerose imprese e brand di successo.

La prima domanda che ci si potrebbe porre è la seguente: perchè puntare sul digital? La diffusione di strumenti come smartphone e l’interesse crescente verso i social media sta portando le grandi aziende ad indirizzarsi in questo ambito, con notevoli budget stanziati a beneficio di progetti online.

Il digital marketing ha il vantaggio, infatti, di raggiungere quattro volte gli utenti rispetto ad una forma di comunicazione più classica e offline. Stimola inoltre la creatività dei consumatori, sfruttando meccanismi di viral marketing e buzz marketing.

Pur essendo uno strumento innovativo, il digital ha una gestione complessa; in generale, il pensiero comune è quello che basti un banner o un post sui social media per ottenere ottime visualizzazioni. Nella realtà, esistono tre errori, comuni e molto frequenti, da evitare per avere un grande successo.

LEGGI ANCHE:5 strategie di digital marketing per far crescere il tuo business

“Mai pianificare una campagna di digital marketing”

Ogni attività di comunicazione, classica o innovativa, necessità di un’accurata pianificazione; maggiore sarà l’attenzione al dettaglio, migliore sarà il risultato.

Quali dunque le regole per un ottimo piano d’azione? In primo luogo è necessario conoscere in modo approfondito il mercato; dai competitor, fino ai trend dell’anno e alle tendenza sviluppate in una determinata area geografica. Mai dimenticare che non tutti i mercati presentano le stesse dinamiche.

In secondo luogo è importante definire il proprio obiettivo: qual è il target cui ci rivolgiamo, quale sarà l’aspetto da comunicare e quali risultati andranno considerati e analizzati per questa attività.

Da ultimo: mai dimenticarsi di stanziare un budget! Fissati gli obiettivi, bisogna essere a conoscenza di quanto si potrà investire a livello aziendale. Quanto l’impresa ha come obiettivo la comunicazione digitale?

“Se non ora, quando?”

“Perchè non siamo la prima voce nella pagina di Google?” Alzi la mano a chi non è mai stata posta questa domanda. Spesso si trascura il fatto che sia il mondo digital sia quello dei motori di ricerca, è un ambiente in continuo cambiamento.

Diventa determinante dunque il miglioramento della propria campagna digital, ottimizzando i contenuti, migliorando i post in ottica SEO, monitorando i successi su Adwords.

Lato impresa, è necessario avere chiare le tempistiche per misurare i propri successi. Se si desidera raggiungere un risultato nel più breve tempo possibile, puntare sui social media può essere la chiave del successo.

Prima di tutto mai commettere l’errore di guardare la folla: delineare un target cui rivolgersi, localizzando i post ad esempio, permette di avere una misurazione dei risultati veritiera e una valutazione puntuale dell’efficacia sul mercato. Il periodo ideale per iniziare a considerare i risultati? 30 giorni dopo l’inizio della campagna.

Giocano un ruolo molto importante anche i contenuti: in poche, semplici ma efficaci parole devono essere in grado di catturare l’attenzione. Mettere sempre l’accento prima sul brand e, successivamente, sul prodotto o servizio da comunicare.

Se siamo interessati ad ottenere successo nel medio-lungo periodo: una campagna pay per click o ottimizzazione website in ottica SEO, ci permetterà di vedere il nostro successo dopo circa tre mesi.

Bisogna sempre prestare molta attenzione ai copy delle campagne pay per clik: molto spesso si notano messaggi poco accattivanti, che puntano più sulla quantità rispetto alla qualità dei consumatori. Se si desidera un risultato ottimale, è molto importante tramutare un contatto in un potenziale cliente.

“Digital marketing, l’illustre sconosciuto”

La chiave vincente è una sola: interesse. Tante imprese delegano la parte digital alle agenzie di comunicazione, mostrando disinteresse nello scambio costante di feedback. Conoscere ciò che si sta facendo è determinante, non importa se le competenze digital si fermino ad un post su Facebook.

La parola d’ordine deve essere informazione; osservare l’andamento giornaliero sui motori di ricerca, controllare le pagine social e l’incremento del numero di visitatori, notare le sfumature nei copy e, infine, creare un account adwords. Ciò non significa solo controllare ma soprattutto imparare a gestire e a migliorare le proprie attività.

Da ultimo, alcuni consigli. Il primo è quello di diversificare; mai rimanere troppo legati alla sola advertising online o ad un classico hashtag su Instagram. Anche la stampa può essere un ottimo supporto per una campagna digitale.

Essere su ogni canale a 360° permetterà al vostro brand di essere notato da tutti i consumatori che desiderate raggiungere.

Infine, mai trascurare l’analisi: la comunicazione non è fatta solo di contenuti, ma anche di risultati. Valutare, con cadenza settimanale, l’andamento delle vendite e comparandole con accessi ai canali digital, aiuta a comprendere se la direzione intrapresa è quella corretta.

La forza del digital…sia con voi!

LinkedIn: news inside e intra-office le novità per professionisti

 

Che i social network siano ormai alla base delle relazioni sociali non è una novità, come non lo è il fatto che il social network LinkedIn stia apportando delle modifiche per migliorare il proprio servizio ed in particolare le interconnessioni tra colleghi. Nonostante sia “solo” un social network, a Wall Street vale più di 200 dollari per azione. Il volume d’affari continua ad aumentare grazie al numero crescente degli utenti e delle pagine visitate.

LinkedIn, quale social network dei professionisti e servizio web di rete sociale, nasce nel 2002 dall’idea di Reid Hoffman. Ad oggi conta circa 161 milioni di soci in oltre 200 paesi, il che lo rende il più grande network professionale al mondo su Internet. Viene principalmente utilizzato per lo sviluppo di contatti professionali, consentendo agli utenti registrati di mantenere una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo.

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Mentre la crisi economica morde e i disoccupati aumentano, il lavoro è in continua evoluzione. Come testimonia la ricerca condotta dalla società londinese Link Humans, soprattutto nei Paesi dell’eurozona ancora alle prese con un alto tasso di disoccupazione, il numero degli iscritti a LinkedIn è in crescita. Nonostante questa tendenza non possa rappresentare di per sé la prova che attraverso i social network le persone riescano poi a trovare effettivamente un’occupazione, la ricerca segnala un orientamento quantomeno indicativo.

 

E’ superfluo sottolineare come le relazioni e le interconnessioni tra persone e mondo del lavoro siano cambiate, non ci stupisce infatti che il social network stia avendo sempre più successo e stia modificando e apportando novità per migliorare il suo servizio.

News inside: intra-office di LinkedIn

Le ultime due novità inserite da LinkedIn riguardano gli strumenti che aiutano gli utenti a connettersi con i propri colleghi. La piattaforma infatti sta sviluppando due prodotti in grado di migliorare i collegamenti tra datori di lavoro, dipendenti e collaboratori, quindi connessioni non solo orientate verso l’esterno del confine aziendale, piuttosto all’interno di esso. Gli strumenti riusciranno a ottimizzare e facilitare l’accesso alle informazioni dei dipendenti, condividendo in maniera quasi istantanea contenuti pertinenti al posto di lavoro.

InMail

La prima novità, che negli ultimi tempi è stata già provata da una manciata di clienti per testarne l’efficacia e l’efficienza, è quella che consente agli utenti di inviare InMail. Precedentemente la versione di posta elettronica di LinkedIn consentiva di inviare messaggi solo a persone tra le quali esisteva una connessione e quindi già collegate, ora la novità risiede proprio in quella di mandare mail a colleghi anche se non collegati tra loro. Il nuovo strumento dovrebbe permettere agli utenti di caricare tutte le informazioni sul contatto, come numero di telefono, mail, rendendo così più semplice per i colleghi accedere agli stessi.

Sharing

Condividere contenuti è la chiave alla base della seconda novità apportata dal social network. Questa permetterebbe agli amministratori aziendali di inviare le informazioni a più gruppi di lavoratori interessati. Inviare e condividere idee e lavoro con un sottoinsieme di dipendenti specifici, che a loro volta potrebbero condividerlo in rete. L’intra-office è il concetto chiave delle due innovazioni che saranno introdotte nella piattaforma: i gruppi di dipendenti potranno accedere a queste novità tramite app mobile, o direttamente dal desktop.

Expedia acquisisce Travelocity per 280 milioni di dollari [BREAKING NEWS]

Expedia ha acquistato Travelocity da Sabre Corp. per 280 milioni dollari, le aziende lo hanno annunciato oggi.

“Travelocity è uno dei marchi di viaggio più conosciuti in Nord America. Offre migliaia di destinazioni a più di 20 milioni di viaggiatori al mese“, ha dichiarato Dara Khosrowshahi, Presidente e CEO di Expedia.

“L’accordo di marketing strategico in atto è un matrimonio tra il marchio forte di Travelocity, la nostra piattaforma best-in-class di prenotazione e il servizio clienti. L’evoluzione di questo rapporto rafforza la capacità della famiglia Expedia Inc. di continuare a innovare e fornire le migliori esperienze di viaggio possibili per il più ampio numero di viaggiatori, in tutto il mondo”.

Travelocity ed Expedia, le storie di due successi

Creato nel 1996 come il primo sito che permetteva ai consumatori di prenotare voli on-line, Travelocity era una divisione della Sabre Holdings, prima di American Airlines, poi scorporata nel 2000. Sebbene Expedia sia stato il suo principale concorrente, un accordo del 2013 permetteva proprio ad Expedia di gestire le prenotazioni di Travelocity. Expedia è stata lanciata lo stesso anno di Travelocity come divisione di Microsoft.

L’acquisto arriva nella stessa settimana in cui Bloomberg ha riferito che Orbitz, altro rivale nell’ambito travel in America, sta “esplorando una vendita”.

Secondo esperti del settore alberghiero, ciò che sta accadendo nel settore dei viaggi online è un “classico scenario di consolidamento“. Nel momento in cui “ci sono troppi canali, siti e fornitori che forniscono servizi molto simili, non tutti possono sopravvivere”. Il consolidamento aiuta, invece, a creare economie di scala, mettendo in comune le funzioni di marketing e reparti IT.

Ma si può anche intuire un altro tipo di strategia, dato che dovrebbe concludersi presto anche un altro accordo tra la Sabre Inc. e la svizzera Bravofly, per l’acquisizione di Lastminute.com, spesso definita come la Travelocity europea.

Facebook va a caccia di bufale. Più o meno

Facebook world

È finita la pacchia! Facebook ha annunciato sul suo blog ufficiale l’inizio della battaglia contro le pagine che pubblicano notizie false, che hanno come unico obiettivo quello di attirare utenti e spingerli a cliccare sul link presente nel post per dirottarli sul proprio sito web.

Nel post pubblicato lo scorso 20 gennaio da Erich Owens, uno degli ingegneri di Facebook, si parla di “hoaxes”, che in italiano potremmo tradurre con il termine “bufale”, ovvero notizie inventate ma costruite e confezionate in modo da sembrare vere.

Cosa cambia

Con questo aggiornamento vedremo meno notizie false nel nostro NewsFeed? Si e no, perché affinché la bufala venga analizzata è necessaria la segnalazione da parte degli utenti, che potranno cliccare sulla freccetta in alto a destra nel riquadro del post incriminato e selezionare, tra le varie opzioni, la voce “It’s a false story”, un po’ come già avviene con lo spam e il materiale pornografico.

L’obiettivo di Facebook è quello di ridurre al minimo, o almeno contenere, l’utilizzo della piattaforma per perpetrare truffe ai danni degli utenti, in particolare con quei post che invitano a compiere un’azione, per approfittare di una super offerta o di fantomatici coupon omaggio, e così via.

Un esempio recente è la bufala che ha coinvolto Zara, il noto marchio di abbigliamento spagnolo, al centro dell’attenzione nei giorni scorsi a causa di un account non ufficiale che prometteva un bonus di 500 euro da spendere nei negozi della catena.

Limiti

Riusciranno i vertici del social network creato da Mark Zuckerberg a contrastare le pagine che pubblicano questo tipo di post? Beh, staremo a vedere, ma il modo in cui approcciano il problema presenta non pochi limiti.

Il più evidente è il fatto che la fase di controllo e verifica è affidata all’utente che, segnalando il contenuto falso, può contribuire alla sua eventuale rimozione.

Ma se l’utente non lo segnala? Se non se ne accorge? Se non è interessato a fare da “poliziotto” per il bene comune?

In alcuni post l’intento truffaldino è palese, ci sono pagine che vivono di click baiting e di sensazionalismi, ma altri sono fatti così bene che non è sempre facile capire che si tratta di una notizia falsa.

Chi stabilisce se una notizia è falsa oppure no? Il ragazzino di 13 anni può giudicare vera o falsa una notizia su, ad esempio, la scoperta di una forma di vita aliena?

Inoltre, alcune pagine sono create con intenti ludici, per puro intrattenimento, inventano notizie assurde col solo scopo di strappare una risata all’utente. Pensiamo a Lercio, ad esempio, che è diventato famosissimo e seguitissimo proprio pubblicando questo tipo di notizie.

Se qualcuno, non capendo l’obiettivo finale di Lercio, segnalasse i suoi post, cosa accadrebbe? Sarebbero giudicati allo stesso modo di pagine gestite con intenti criminali, oppure verrebbe fatta un’analisi approfondita, caso per caso?

Conclusioni

La verità è che la strategia di Facebook per contrastate gli editor che violando le policy è molto debole, perché si basa interamente sull’intervento da parte degli utenti.

Nel post si legge, inoltre, che se un contenuto riceve più segnalazioni il sistema ne ridurrà la diffusione, mostrandolo meno nei News Feed, ma non dice che verranno eliminati completamente. In pratica verrebbe inviato un messaggio al gestore della pagina in questione e il post segnalato continuerebbe ad essere mostrato ma con la dicitura “many people on Facebook have reported that this story contains false information”, scritto piccolo nella parte superiore.

Se solamente un utente si prendesse la briga di segnalare un contenuto considerato falso, gli effetti sarebbero minimi. Inoltre, quel post potrebbe essere sponsorizzato, e siamo sicuri che Facebook rinunci all’inserzione per amore della verità?

C’è anche un altro problema che in pochi hanno sottolineato. Facebook consente, in fase di pubblicazione di un link, di modificare immagine, titolo e descrizione; mettiamo il caso che un sito voglia mettere in atto una truffa, e che voglia sfruttare Facebook per veicolare traffico. Può, senza particolari difficoltà, inserire foto, titolo e descrizione “normali” e non rischiare di essere segnalato dall’utente. Certo, quest’ultimo potrebbe rientrare in Facebook e segnalarlo in un secondo momento, ma nel frattempo il sito lo ha visitato, e l’eventuale truffa potrebbe averla subita.