La Singularity University arriva in Italia

Il mondo della formazione online ed offline è in costante espansione, ma l’Italia è sempre rimasta poco considerata – soprattutto dalle entità formative straniere. Una delle principali realtà globali ha deciso di “sbarcare” in Italia, più precisamente a Milano: stiamo parlando della Singularity University.

SingularityU arriva direttamente dalla Silicon Valley grazie a David Orban (Chapter Ambassador): l’arrivo a Milano fa parte del programma globale di espansione della stessa. Il SingularityU Global Program è stato creato appositamente per realizzare una diffusione capillare del vastissimo programma di formazione ma non solo, anche grazie alla vision. Troviamo l’intento di realizzazione numerosi eventi e la presenza di programmi innovativi, dalla medicina al manufacturing vero e proprio.

In Ninja Marketing avevamo già parlato in una intervista del progetto Singularity; ricordiamo che il 3 Dicembre 2015, ci sarà l’incontro 0 della SingularityU Milan.

Il 2016 sarà l'anno degli emoji

Sara_l_anno_degli_emoji

Per ogni anno trascorso Oxford Dictionaries sceglie una parola che si è distinta come novità nel modo di comunicare, e che molto probabilmente sarà una delle più gettonate nell’anno a venire, come è già capitato per “selfie” nel 2014 e poi esploso l’anno successivo come termine e come fenomeno.

Quest’anno per la prima volta la scelta non è caduta sul linguaggio alfabetico ma bensì su quello iconico, e la parola dell’anno è: ? o meglio l’espressione con le lacrime di gioia che rappresenta la categoria degli emoji. Secondo i dati riportati dall’Oxford Dictionaries l’uso di questi simboli è triplicata quest’anno, e alcuni esempi di comunicazione online ci fanno pensare che sarà anche una delle prossime tendenze social del 2016. A crederci è anche la Finlandia che per promuovere il turismo ha creato ben 30 emoji che descrivono le attività e la storia paese, come la tipica sauna, l’hard rock e il nokia 3310.

 

Le emoji creati dal Ministero degli Esteri finlandese per una campagna di promozione turistica

Il termine emoji viene dal giapponese, dall’unione del concetto di ‘immagine’ (e) con ‘lettera’ (moji), e ha sostituito il suo antecedente inglese emoticon non solo nella lingua ma anche nella pratica: mentre con questi ultimi si rappresentavano le emozioni attraverso espressioni del volto, l’ultima evoluzione si propone di includere molti oggetti, gesti e categorie che possono incorrere nelle nostre conversazioni. Decide e regola l’introduzione degli emoji un’organizzazione specifica, l’ Unicode Consortium, che si occupa di mantenere un comune sistema di scrittura dei caratteri e che dal 2011 – quando Apple ha introdotto gli emoji nella sua tastiera – ha visto un progressivo aumento delle attività legate a queste particolari icone.

Tre delle 36 nuove emoji che verranno rilasciate nel 2016

 

Insomma, gli emoji sono una cosa seria e non riguarda solo i teenager, ma chiunque abbia la necessità di aggiungere un’intonazione, una sfumatura, al testo scritto che precisa il significato del messaggio o comunica in maniera rapida ed efficace le proprie emozioni. Ed è per questo che gli emoji non solo sono uno strumento fondamentale per analizzare il sentimento delle conversazioni, ad esempio Instagram ha introdotto la possibilità di creare (e cercare) hashtag con gli emoji, ma rappresentano anche un’ opportunità da esplorare per avvicinarsi al modo di comunicare del nostro pubblico, trovando un modo nuovo per coinvolgerlo.

SARA_L’ANNO_DEGLI_EMOJI

Fra i primi esempi c’è la Chevrolet che a giugno 2015 ha lanciato un comunicato stampa completamente redatto con gli emoji  chiedendo agli utenti di cimentarsi nella traduzione fino alla pubblicazione del testo ufficiale. L’idea di utilizzare gli emoji come rebus è già abbastanza frequente da incontrare nella sfera anglofona, mentre c’è chi ne ha fatto un simbolo per sostenere  pubblicamente un causa e allo stesso tempo fare beneficenza. È la campagna #EndageredEmoji con cui il WWF ha invitato le persone a donare semplicemente twittando una fra le 17 emoji che rappresentano una specie in pericolo. Queste piccole icone sono in tutto e per tutto parole, con cui fare anche acquisti comuni come ad esempio ordinare una pizza da Domino attraverso un tweet.

emojiWWF

 

Interessante anche l’esempio che viene dritto dal profilo Twitter di Hilary Clinton, la quale ha chiesto ai suoi follower di esprimere attraverso gli emoji il proprio atteggiamento verso il debito rappresentato dai prestiti universitari. Allo stesso modo si potrebbe ingaggiare gli utenti in argomenti dove le emoji possano rappresentare le loro idee sul mondo o su se stessi, senza temere di cadere necessariamente in un linguaggio esclusivamente giovanile. Sono moltissime le creatività che possono essere realizzate provando anche solo a immaginare come far vivere gli emoji nei propri video – come nell’esempio di Lerdammer qui sotto – o come personaggi calati nella nostra realtà quotidiana.

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Stufi delle solite emoji? Sbizzarritevi con il nuovo set di golosissime faccine Leerdammer… ce n’è una per ogni spuntino! Qual è la vostra preferita? 😉 #provacigusto

Posted by Leerdammer on Sabato 12 settembre 2015

Negli ultimi mesi la creazione di emoji personalizzate per i brand è stata sicuramente la novità sul tema, introdotta prima da Coca-Cola e più recentemente anche da Durex con la campagna #condomEmoji  prendendo al balzo la polemica sull’uso degli emoji melanzana – in America, un riferimento al pene –  scatenata soprattutto a seguito della censura di Instagram considerandola a tutti gli effetti una forma di sexting.

Un episodio che ci fa riflettere sull’effettiva universalità di questo linguaggio, che decodificato alla luce delle culture locali può portare a significati diversi dalle intenzioni originali, o semplicemente può consolidarsi in maniera diversa nell’utilizzo comune: sapevi ad esempio che questo emoji ? avrebbe dovuto rappresentare una faccia corrucciata, non una triste? E tu hai mai pensato ad usare gli emoji come strategia social? Cosa ne pensi, sarà un fenomeno passeggero o una tendenza in crescita? Dicci la tua!

Digital Warriors: come sta cambiando il mercato digitale?

Digital Warriors come sta cambiando il mercato digitale

Sabato 28 novembre, dalle 9.30 alle 13.00, il clan di Ninja Marketing e i Guerrieri di Ninja Academy si riuniranno al Copernico Milano con i principali esponenti della digital industry italiana per una mattinata di formazione e networking.

Sarà anche l’occasione per discutere del mercato digitale, durante la tavola rotonda  “Digital Marketing Advisory Council”. Ecco qualche anticipazione dai relatori Francesco Gagliardi, Marco Agosti, Enrico Quaroni, Antonella La Carpia, Vito Flavio Lorusso, i board member dell’Advisory Council di Ninja Academy.

Iscriviti qui all’evento gratuito “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”

Come sta cambiando il mercato digitale? Ci fai il punto rispetto al tuo settore?

Marco Agosti, Digital Publisher Tiscali

Marco Agosti, Digital Publisher Tiscali

Mai come oggi il mercato presenta importanti opportunità per chi vi opera e il potenziale di crescita è esponenziale.

Il fattore critico, a mio parere, è esclusivamente l’execution: per esempio, per un operatore come Tiscali si apre una nuova era. Mi riferisco alla componente Media della mia azienda. In quanto Publisher di un sito di informazione, il portale tiscali.it, e grazie al fatto di essere service provider, con la mail @tiscali.it, in questi anni siamo risusciti a rimanere protagonisti nello scenario dei media digitali, mantenendo un reach del 10% (Dati audiweb database Settembre).

L’utente di Tiscali è un nostro amico, lo conosciamo, ed oggi, oltre alle news ed al servizio principe, la mail, siamo pronti a fornirgli molti degli strumenti di comunicazione che oggi tutti usano.

Parlo delle nostre piattaforme innovative, tutte sviluppate con nostre persone e investimenti diretti.
Istella.it, ad esempio è il motore di ricerca della lingua italiana, indoona.com è lo strumento per messaggiare e parlare esattamente come wahtsapp, instagram o skype, infine streamago.com permette di postare video live streaming direttamente sul tuo profilo e sulla pagina Facebook

Il goal per noi è la convergenza dei servizi sulla nostra audience. Come publisher siamo in grado di comunicare ad ogni singolo utente, esattamente come Facebook. E il controllo delle tecnologie ci permette di lavorare ad una user experience ricca ed esauriente che vuole essere la vera motivazione d’uso dei nostri servizi per i nostri utenti.

Prendendo come modello Istella, ai nostri utenti che utilizzano il portale e la mail possiamo proporre informazioni verticali, integrando il web, grazie ad Istella e ai suoi servizi news, per accedere da un solo sito a tutte le notizie suddivise per cluster, mentre mappe permette di accedere ai POI e addirittura per vedere come era il territorio grazie alle mappe storiche, e ancora Istella video che indicizza tutte le fonti videonews italiane e la grande offerta di VideoMediaset shopping, un comparatore di prezzi appena partito, da cui ci aspettiamo grandi cose.

Enrico Quaroni, Country Manager Rocket Fuel Italia

Enrico Quaroni, Country Manager Rocket Fuel Italia

Il mercato digitale si sta trasformando da far west della pubblicità a centro di ricerca avanzata per scienziati e professionisti di analisi dei dati.

Il mio settore, quello del programmatic buying fatto tramite intelligenza artificiale e utilizzo dei big data, rappresenta la frontiera di questo cambio di scenario.

Come dicono Viktor Mayer-Schonberger e Kenneth Cukier nel loro ottimo libro sui big data:”[…] Le correlazioni esistono: lo possiamo dimostrare matematicamente. Non possiamo fare agevolmente la stessa cosa per il collegamenti causali. Allora dovremmo fare a meno di cercare la ragione che sta dietro le correlazioni; di comprendere il perché invece del cosa”. Questo, appena citato, è il punto che sottende il cambio di paradigma del mio settore. Tutto è il resto è noia (cit. Franco Califano).

Antonella La Carpia, Marketing & Communications Director EMEA Teads.tv

Antonella La Carpia,
Marketing & Communications Director EMEA Teads.tv

Mobile first è il trend che meglio sta caratterizzando l’industria dei media digitali, nello specifico il segmento dell’adv online. A rivelarlo sono i numeri di eMarketer: la spesa mobile nel 2014 ha raggiunto, infatti 369 milioni di dollari nel nostro Paese e si prevede che sfiorerà 1,36 miliardi nel 2018.

Il video è il formato più diffuso per costruire oggi su Internet quella che io chiamo “La brand Experience perfetta”. Il video è segno, messaggio, seduzione. È la formula più immediata e coinvolgente per fare comunicazione.

Un altro dato interessante è rivelato da Nielsen in una ricerca condotta su 30.000 intervistati. Da essa è emerso che il 59% degli utenti trova più comodo e immediato guardare un video sul proprio smartphone. Però c’è un’altra tendenza che sta per mettere in crisi questa crescita interessante ed è la rapida diffusione degli ad-blocker. Un vero e proprio tsnunami che ha allarmato i principali player del mercato come Teads.

Il titolo “No banner no party”, campeggiava qualche giorno fa su una testata trade di settore. Mi viene da pensare che +40% di ad-blocker solo nel mese di giugno, significa che gli utenti sono stufi di contenuti video invasivi. Il settore entro cui opero ha colto questo segnale come un’opportunità per fare innovazione, partendo già da altri dati importanti relativi alla qualità della viewability, denunciati a fine 2013 da Comscore.

Il video ADV posizionato nel cuore del contenuto editoriale, è ad esempio la risposta “Nativa di Teads per fare pubblicità in maniera non intrusiva per l’utente e sempre contestuali con gli interessi degli utenti.

Vito Flavio Lorusso, Tech Evangelist Cloud Microsoft

Vito Flavio Lorusso,
Tech Evangelist Cloud Microsoft

Il mercato digitale è in una fase di profonda trasformazione. Cloud computing e mobility stanno cambiando il panorama e l’aspetto degli strumenti di lavoro che utilizziamo quotidianamente e stanno sconvolgendo l’offerta di mercato, offrendo a startup e idee innovative di arrivare in breve tempo nel nostro quotidiano professionale, integrandosi più facilmente con gli strumenti che già utilizziamo.

Il digital worker deve essere sempre pronto a recepire nuovi strumenti per ottimizzare il proprio modo di lavorare e per sfruttare sempre di più la possibilità di gestire i suoi tempi lavorativi, non facendo fagocitare la sua vita personale dai ritmi frenetici a cui la generazione del lavoro “reply-now” ci sta portando.

Per i creatori di software ed esperienze digitali questo è un periodo storico di grandi opportunità per ideare strumenti innovativi e cambiare in meglio il modo di essere produttivi delle persone.

I modelli di business a subscription e i software che consentono di essere produttivi e con i propri documenti di lavoro disponibili su qualunque dispositivo sono quelli destinati a diventare la nuova “cornerstone” del futuro digitale e di nuovi modelli di aziende più flessibili e con una distribuzione degli spazi di lavoro virtualizzata rispetto alla fisicità e alla circoscrizione dello spazio lavorativo a cui siamo abituati dalla nostra passata cultura.

Francesco Gagliardi, Vendor Sales Manager Google

Francesco Gagliardi, Socio Pronto Pro

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad un cambiamento notevole nel digitale di cui l’ultima manifestazione è stato il sorpasso del mobile rispetto al desktop, sia lato utenza che come priorità strategica delle principali aziende digitali.

Credo che il ritmo di questi cambiamenti vedrà un’accelerazione nei prossimi anni e una conseguente serie di simili rivoluzioni: le nostre case saranno sempre più intelligenti; crescerà il numero di prodotti che si collegano alla rete, dagli elettrodomestici ai vestiti, fino alle auto, con vantaggi in termini di controllo, monitoraggio dei consumi e sicurezza; interagiremo con le aziende e le istituzioni sempre più tramite applicazioni mobile; la robotica diventerà accessibile anche ad aziende piccole e innovazioni come le stampanti 3D renderanno il settore manifatturiero più veloce e flessibile, favorendo una maggiore personalizzazione.

In conclusione, è difficile riassumere in breve il futuro del digitale ma si può dire che darà nuova vita e potenzierà sempre più oggetti, aspetti della nostra vita e interi settori.

A lezione di chitarra e digital marketing con Claudio Cicolin [INTERVISTA]

IntervistaClaudio Cicolin è l’ideatore di Lezioni-Chitarra.it, sito italiano dedicato alla didattica chitarristica. Nato solo pochi anni fa, il sito registra oggi numeri notevoli raggiunti tramite un’attenta e strategica attività di digital marketing, fatta di lavoro sui social network, mailing, WhatsApp marketing e tanto altro.

Abbiamo scelto di parlarne poiché quello di Claudio è certamente un caso rilevante a testimonianza di come, a partire da un canale YouTube, sia possibile mettere in piedi un
progetto di successo in grado anche di differenziarsi in un mercato già saturo e competitivo. Forte dei 30.000 iscritti sul canale e oltre 15.000 utenti registrati sul sito, Claudio ha creato un interessante business di vendita di corsi online.

Ciao Claudio. I corsi di musica sono davvero abbondanti online, cosa ti ha spinto a creare un sito dedicato alla chitarra e come lo hai differenziato dall’offerta già presente?

Il tutto è partito come uno “spin off” dalla mia attività di insegnamento privato che ho sempre svolto, dove spesso si rendeva necessario realizzare dei video come integrazione di quanto visto a lezione. Ho provato a caricare questi video su Youtube e hanno subito iniziato a riscuotere un certo interesse, anche se in quel momento non avevo idea di ciò che saremmo andati a costruire successivamente. Quando le cose hanno iniziato a prendere una piega più strutturata, nel 2013, la differenziazione dall’offerta già esistente è diventata un’esigenza, e ho puntato tutto sulla “personalizzazione”. Ho cercato cioè di stare lontano da un modello che prevedesse l’inquadratura di mani che mostrano meccanicamente come svolgere degli esercizi, ma di proporre me come persona, che si rivolge ad altre persone. E credo che sia stata un’ottima scelta!

claudio cicolin lezioni chiatarra

Come utilizzi YouTube nel tuo progetto? Il tuo canale ha prevalentemente un ruolo di supporto al sito o lo gestisci autonomamente?

Youtube è arrivato cronologicamente prima nella mia attività e mantiene un ruolo trainante ancora oggi. È il principale veicolo che mi permette di portare traffico sul sito web, attraverso lo strumento delle annotazioni. Diciamo che è il responsabile di tutta la parte “freemium” della proposta. Da anni ogni settimana viene pubblicata una lezione gratuita, il lunedì. Le persone partono da lì, si interessano, si appassionano, e spesso alla fine comprano prodotti e corsi a pagamento.

Come gestisci la programmazione editoriale? Che strumenti utilizzi per fidelizzare i tuoi utenti e aggiornarli sui nuovi contenuti?

Come accennato poco fa abbiamo un’attività che io chiamo istituzionale, con una nuova lezione ogni settimana. Questo chiaramente ha alle spalle un lavoro di programmazione, che precede di mesi ciò che poi l’utente finale vede. Vengono programmati dei periodi per le riprese video, altri per le fasi di montaggio, upload, indicizzazione, pubblicazione e promozione. È tutto piuttosto complesso e scrupolosamente organizzato, anche se esternamente potrebbero sembrare “solo” delle lezioni di chitarra. Per quanto riguarda gli strumenti di fidelizzazione e aggiornamento utilizzo praticamente tutto quello che c’è a disposizione sul web: social, advertising, newsletter. Cerco di tenermi sempre aggiornato su nuove idee, non ultimo proprio su Ninja Marketing di cui sono assiduo lettore. Qui ad esempio ho preso lo spunto per attivare engagement via Whatsapp, che sta dando buoni risultati. Altre iniziative come contest vari, giveaway, promozioni, fanno il resto.

claudio cicolin

Non ti sei limitato a creare un sito di consultazione, ma hai anche creato una community e ne hai fatto un brand. Quanto ti è stato utile per far conoscere il tuo progetto?

Come si diceva all’inizio dell’intervista il mio settore, come altri, è assolutamente saturo, e nell’offerta ci si può davvero perdere. Il fatto di portare al centro gli utenti, o meglio le persone, è assolutamente vitale. Ho coniato il termine Guitar-Nauti, per indicare le persone che impazziscono (simpaticamente) sul web per cercare informazioni riguardo alla chitarra, e infine è diventato il nome e il simbolo della nostra community. Senza tale intuizione probabilmente le vendite dei corsi ci sarebbero comunque state, ma questa aura di affetto verso di me, e tra i membri della community ha dato un qualcosa in più, di speciale.

Utilizzi anche altre piattaforme video e/o social?

Attualmente sono attivo su Facebook, Twitter, Instagram. È possibile trovarmi anche su Pinterest e altre piattaforme minori. Spesso anche qui su Ninja si leggono interessanti riflessioni sui nuovi social, che sarebbero dei “far west”, pronti ad essere colonizzati con enormi prospettive di crescita. La verità è che, almeno in Italia, e almeno fino ad ora, la gente sembra rimanere ancorata ai social storici. Su Facebook è sempre più difficile farsi largo nella mischia e ottenere risultati rilevanti, ma la gente di fatto è li, e ancora per un bel po’ di tempo credo bisognerà prenderne atto.

Lezioni-Chitarra.it è un bel progetto italiano, un caso di successo di business digitale che siamo contenti di aver raccontato. Ringraziamo Claudio per la disponibilità.

Quanto conosci i Social Media? Le nozioni per metterti alla prova

Giovedì 19 novembre Simone Tornabene e Filippo Giotto, entrambi docenti del Social Media Marketing LAB, ci hanno svelato i fatti, le statistiche e i dati che solo i migliori Social Media Manager conoscono. Un ora di formazione che ti permetterà di capire cosa distingue un appassionato dei Social Network da un Social Media Manager professionista.

Se anche tu vuoi capire a quale delle due categorie appartieni ma ti sei perso il webinar in diretta, non ti preoccupare. Puoi recuperarlo quando vuoi seguendo la Free Masterclass on demand direttamente sul sito della Ninja Academy.

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Come seguire la Free Masterclass on demand

È facilissimo! Basta andare sul sito della Ninja Academy e iscriverti gratuitamente alla Free Masterclass “Quanto conosci i social media? Le nozioni per metterti alla prova“. Fatto questo nella tua area utente troverai tutti i contenuti della lezione, compreso il video.

Oltre alla visione della Masterclass, potrai curiosare sull’offerta Ninja Academy e trovare altri corsi online che fanno proprio al caso tuo.

WordPress: a chi chiedere aiuto quando hai bisogno di assistenza?

Business woman typing on keyboard. Shallow dof.

Quando si pensa al web, si dice sempre più WordPress. Quella nata come semplice piattaforma di blogging è oggi notevolmente cresciuta, diventando un punto di riferimento anche per siti, portali, addirittura eCommerce. Un’evoluzione che l’ha portata ad essere il CMS più utilizzato al mondo: ben il 23% dei siti presenti sul web è griffato WordPress.

La facilità d’utilizzo e l’ottima user experience sono fra gli elementi che più ne hanno sancito il successo, permettendo di dar vita e gestire un sito anche a chi non è propriamente uno “smanettone”. Ma chi, come me, utilizza quotidianamente WordPress sa benissimo che il concetto di “facile” non è applicabile proprio a tutti gli aspetti di WordPress.

Sono molte le funzionalità e gli elementi che necessitano di preparazione e notevole know-how per essere trattati nella maniera adeguata. Se è vero che per queste situazioni c’è il webmaster, lo è altrettanto che sono rare le figure davvero specializzate su WP. Saperci “mettere le mani” non significa infatti essere altamente focalizzati e pronti. Una concreta necessità visto il trend positivo di WordPress.

WordPress sempre più leader

stock exchange design, vector illustration eps10 graphic

Secondo un recente studio realizzato da W3Techs il suo ruolo predominante tra i CMS è destinato ad affermarsi e crescere. Entro fine anno un sito web su quattro utilizzerà WordPress. Un dato ancora più rilevante se si considera che il 57,4% dei website non prevedono sistemi di gestione dei contenuti. Non è un caso che i competitor di WP siano ai margini (nessuno raggiunge nella ricerca quota 3%). Gli stessi Drupal e TYPO3, sicuramente conosciuti, registrano dati tutt’altro che positivi.

La vasta gamma di possibilità e di plugin lo rende insomma la scelta più adatta per gli utenti (e non solo).

Un supporto per WordPress: ecco Yetidesk

stethoscope on laptop

Questa considerevole diffusione rende la perfetta conoscenza dello strumento un aspetto sempre più chiave.

Nasce da queste premesse Yetidesk, un servizio tecnico specializzato in WordPress rivolto alle agenzie di marketing e comunicazione. La mission è quella di supportare le realtà che necessitano di assistenza su WordPress con programmatori e professionisti altamente qualificati, operanti con esperienza già per agenzie in Spagna, Italia e Francia.

Know-how ed esperienza dedicata per utilizzare al meglio e in modo quanto più possibile performante la piattaforma WordPress e tutte le sue potenzialità.

Il servizio d’assistenza è molto flessibile e in grado di adattarsi alle innumerevoli necessità di realtà spesso così diverse tra loro. Per questo si lavora attraverso pacchetti, pacchetti realizzati con tariffe molto interessanti, così da rendere il servizio ampiamente accessibile.

Ognuno dei professionisti di Yetidesk è selezionato direttamente, garantendo consegne e lavori certi, ma soprattutto quella necessaria dose di qualità e riservatezza.

Yetidesk è un progetto Lextrend, impresa specializzata nel creare soluzioni customizzate per il web, con un’esperienza di 12 anni nel mercato e una lunga serie di clienti a sancirne successo e professionalità.

Vuoi maggiori info? Il personale Yetidesk e Lextrend sarà a Milano questa settimana. Un modo per presentare il progetto e rispondere a tutte le curiosità a riguardo. Aziende e agenzie potranno richiedere appuntamenti dedicati.

WordPress resta una risorsa fondamentale per il web odierno, ma come tutte le risorse va utilizzata al meglio. Cosa aspetti?

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Semplice e minimalista, vintage, elegante e al tempo stesso un po’ rustico, ricco di elementi decorativi. Lo stile hipster negli ultimi anni si è guadagnato un posto d’onore anche nella classifica delle tendenze di graphic design più amate e diffuse.

Da scelta alternativa a formula mainstream, come ogni cosa che diventa onnipresente e dominante, anche questo stile ha raccolto una lunga lista di rivisitazioni, ultima delle quali l’iniziativa della community di creativi di DesignCrowd.

Il sito marketplace, che riunisce migliaia di designer da tutto il mondo, ha invitato i suoi iscritti a partecipare ad un contest per ridisegnare i loghi di alcuni grandi brand. Questo il brief:

Inviate la più convincente svolta hipster del logo che possa trasformare il “grande brand” in piccolo, come fosse una piccola azienda di Brooklyn.

LEGGI ANCHE: Loghi di brand in chiave minimal: tornano i cerchi di Nick Barclay

Largo quindi a loghi handmade, font vintage, corsivi, badge. Di seguito la selezione delle proposte vincitrici, a partire dal logo vincitore che vede protagonista Nike.

Nike

loghi brand

Twitter

loghi brand famosi

Apple

loghi ridisegnati brand famosi

Subway

loghi multinazionali

KFC

12 loghi famosi ridisegnati

Virgin

12 loghi famosi ridisegnati

Reebok

12 loghi famosi ridisegnati

McDonald’s

12 loghi famosi ridisegnati

Microsoft

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Pepsi

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

JPMorgan

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

BP

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Mercedes

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Avete già scelto il vostro preferito? 😉

Come evitare le truffe su Facebook?

Facebook è uno straordinario strumento di web marketing per le imprese: ha una soglia di ingresso molto bassa, consente budget scalabili, è adatto a numerose tipologie di prodotti e servizi. Proprio per questi motivi a oggi forse è uno degli investimenti di marketing più azzeccati… a meno di non essere truffati!

Può capitare infatti di essere seguiti in questa piccola o grande avventura, oltre che da professionisti in gamba o da inesperti cugini (che a leggere on line sembra lavorino 24 ore su 24 in ogni settore!), anche dal temuto “truffarolo”: quello che approfitta dell’ignoranza del cliente per spillar quanti più soldi possibili in cambio di alcune “promesse”, per altro molto ben documentate.

Non stupirti: da un decennio un numero incredibile di piccole imprese si fa appioppare servizi del tipo “ti posizioniamo primo su google per 3€ al mese!“. Non è molto differente tutto sommato.

Ecco una guida dal doppio uso: se anche tu hai ricevuto questo trattamento forse dovresti cambiare social media manager…  Se invece sei un truffarolo dopo la pubblicazione di questo post sarai subito sgamato!

La visibilità

L’uomo-social è ossessionato dal concetto di visibilità: più persone vedono i suoi aggiornamenti, più gode. L’imprenditore è la naturale evoluzione della specie, e raggiunge l’estasi al solo sentire la frase “un milione di persone hanno visto questo post!“. Non importa che siano colombiani e che lui abbia un B&B in una cascina in Maremma: l’hai reso felice!

Come si concretizza la truffa? Semplice! Si sponsorizza il post con il più ampio target possibile, selezionando contestualmente quello più economico. Non occorre che clicchino, anzi più l’ads è fatta coi piedi meno rischi si corrono. Un bel doping di persone inutili raggiunte con quattro spicci: l’equivalente di fare volantinaggio in un paese di ciechi. Quindi, se promuovete post, occhio a chi ha veramente visualizzato il vostro contenuto..

I fan

E la metrica più desiderata e che più fa effetto sull’ignaro investitore, e quindi quella che consente più creatività nel taroccamento ad arte. Così come la gente impazzisce quando riceve richieste di amicizia, e accetta/aggiunge anche persone che non frequenterebbe manco nei peggiori bar di Caracas, allo stesso modo il cervello dell’imprenditore rilascia endorfine quando il contatore dei fan della sua pagina aziendale ticchetta verso l’alto.

Come si concretizza la truffa?

  • Se il truffarolo tutto sommato la notte vuol dormire senza troppi rimorsi può fare una campagna di acquisizione su target a basso valore.
  • Se è mediamente un infame sponsorizzerà qualche articolo con un popup obbligatorio con una call to action tipo: “Diventa fan e leggi la notizia”. Sì esatto, proprio quello che rompe le scatole a tutti!
  • Se Lucifero ha un suo poster in cameretta, comprarerà pacchetti tipo “1000 fan a 4€”: particolarmente conveniente sono quelli del medio oriente/ ex URSS / subcontinente indiano. Con questa zavorra non solo la truffa è nel breve, ma rovina anche le prospettive future. Eccezionale!

I clic

Sempre più difficile, sempre più soddisfacente. Questa metrica se correttamente usata in tanti casi è davvero utile e vantaggiosa per molti cliente, ma questo ostacolo non scoraggerà il truffarolo, che proverà comunque a truffarlo con stile, tentando una vera Mandrakata!

gigi-proietti-mandrake

Come truffare?

Il suo alleato in questo caso ha un solo nome: click-baiting. E’ sufficiente un post che faccia scalpore (non è manco necessario che sia vero!) sponsorizzato con copy e immagine che siano un’esca per il click: il risultato saranno migliaia di visite al sito del tuo cliente (Google Analytics le certifica!) a un prezzo irrisorio!

Non avere rimorsi, in fondo se lo fa Beppe Grillo e la maggioranza dei quotidiani italiani, che problema ti fai?

LEGGI ANCHE: Sono il CPC: non trasformarmi in una vanity metric!

Le views ai video

Questa rientra nella categorie delle truffe legalizzate perchè è proprio Facebook che ti invoglia, anzi quasi ti obbliga, a presentare numeri inutili. Le statistiche di visualizzazione dei video nativi di Facebook infatti, sia in organico che in paid, sono facilmente fraintendibili (‘autoplay, counter visite che scatta dopo pochi secondi, etc): nulla quindi di più facile che presentare un report al cliente mostrando migliaia di views a pochi euro per un video aziendale (bello o brutto, indifferente!).

Il truffarolo si dimentica però di dire che spesso è una cosa equivalente a mettere un 6×3 al lato dei binari di un treno ad alta velocità: sta arrivando…. un secondo…scorre… swaaaaam!

Non allarmarti subito!

In realtà le statistiche riportate fin qui possono comunque essere utili in molte campagne e per tanti clienti: è fondamentale però che siano solo un tramite per portare a obiettivi di web marketing tangibili e monitorabili. Ovvero a conversioni. Ovvero a soldi!

Non spaventarti quindi se in passato sei stato vittima o ignaro carnefice di queste truffe, ma cerca di analizzare il tuo intero rapporto col social media marketing, dall’inizio alla fine del ciclo: solo in questo modo riuscirai a evitare le truffe.

Forse.

Digital Warriors: scopri i mercati del futuro

Digital business mercati del futuro
Sabato 28 novembre, dalle 9.30 alle 13.00, il clan di Ninja Marketing e i Guerrieri di Ninja Academy si riuniranno al Copernico Milano con i principali esponenti della digital industry italiana per una mattinata di formazione e networking. Durante l’ evento, Digital Warriors,  ci sarà il panel  “Digital Business: i mercati del futuro”. Ecco qualche anticipazione dai relatori Alberto Maestri, Eugenio Pezone e Roberto Ascione.

Iscriviti qui all’evento gratuito “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”

Alberto, ti occupi di content marketing da abbastanza tempo ormai ed in uno dei tuoi libri parli della sua evoluzione, appunto. Che scenari t’immagini per questo strumento? Ci saranno topic più sensibili di altri? Come pensi si muoveranno gli investimenti?

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Alberto Maestri

In Content Evolution. La Nuova Era del Marketing Digitale, scritto insieme al collega Ninja Francesco Gavatorta, cerchiamo proprio di tracciare il percorso evolutivo del Content Marketing, partendo dalle sue origini (agli albori del business) fino all’attuale condizione di aziende come media company decodificata da Michael Brito nel suo libro Your Brand, the Next Media Company.

Ma non solo: sia dai servizi e prodotti offerti da alcune startup digitali innovative che vediamo moltiplicarsi sul mercato che dalle iniziative digitali intraprese da alcuni dei più importanti spender del marketing a livello globale (L’Oréal, Coca-Cola, Red Bull, Gatorade, etc.), stiamo notando quello che crediamo essere il principale trend evolutivo del Content Marketing. Ovvero, la progettazione di vere e proprie narrazioni immersive che fanno leva su quelli che abbiamo etichettato come HyperContents.

Vale a dire quei contenuti che trovano senso e compimento nella relazione con la condizione esistenziale puntuale e hic et nunc del fruitore dello stesso content, ovvero con il contesto in cui è calato nell’atto di content consumption. Questa suggestione ha risvolti molto importanti per gli stessi brand, e il lavoro di content design diventa sfidante.

Gli HyperContents, infatti, on rientrano in una determinata forma definita e “preconfezionata” dagli stessi indipendentemente dalle caratteristiche idiosincratiche del fruitore finale, ma trovano piuttosto compimento nella relazione instaurata con lo spazio e il tempo circostante di quest’ultimo.

In altri termini, attraverso gli HyperContent l’esperienza diventa contenuto, e le ultime tecnologie (pensiamo agli iBeacon, per citare un esempio) sembrano abilitare marche e aziende a sviluppare progetti orientati sempre più in tale direzione.

Non so come si muoveranno gli investimenti a livello macro, anche perché l’Italia rappresenta uno scenario a sè stante. Se dovessi però scommettere su un trend strettamente legato agli investimenti, vedo sempre più probabile l’ascesa del profilo del Chief Marketing Technologist: un professionista ibrido, con un portafoglio di competenze ben integrato tra marketing, digitale e tecnologie.

In effetti, proprio questi tre ambiti si contenderanno sempre più la spartizione del budget di content marketing, in parti uguali, senza nessun vincitore. Nessuna strategia di marketing del contenuto può infatti esistere senza la presa in considerazione di queste tre dimensioni, in contemporanea.

Classe 1992, sei un Millennial che aiuta a vendere ai Millennial. Quale credi sia la strada che i brand debbano percorrere per vincere nel 2016?

Eugenio Pezone

Eugenio Pezone

È complicato dire quale sia esattamente la strada per il successo. Quello che posso dire è che da millennial, mi autoriferisco la domanda e mi chiedo cosa cerco io da un brand. Lo ha scritto Kotler, ma lo sposo e lo condivido in pieno anche io: cerchiamo la felicità.

La prima cosa su cui devono puntare i brand è sempre il cliente, ma in toto. Non ci basta più che un prodotto sia buono, che abbia delle buone caratteristiche e che il prezzo sia adeguato. Cerchiamo che il brand risponda, con quel prodotto e con tutti i servizi connessi a quel prodotto, interamente al bisogno che stiamo andando a richiedere a quell’azienda.

Ci sono migliaia di prodotti che fanno la stessa cosa, centinaia di aziende che offrono lo stesso prodotto. Ma da adesso in poi, ciò che vogliamo è poterci fidare, cerchiamo che il brand si faccia carico dei problemi e delle istanze che ricerchiamo quando pensiamo di acquistare un prodotto e le soddisfi per intero. Non si deve limitare a venderci il prodotto ma a chiedersi: “l’ho reso davvero felice con questo servizio?”

Se vai a cena fuori, cerchi semplicemente una buona pizza, oppure in realtà stai andando a passare un momento felice con i tuoi amici/partner/famiglia ?

L’healthcare ha già fatto passi da gigante grazie alle nuove tecnologie. Cosa dobbiamo aspettarci per l’immediato futuro?

Roberto Ascione_RHW_President (1)

Roberto Ascione

La industry healthcare sta avidamente sperimentando, soprattutto grazie ad un crescente numero di startup, i vari archetipi tech che si sono resi disponibili in questi anni: mobile, cloud, realtà virtuale, wearable, etc.

In effetti molti di questi hanno delle ricadute in ambito health rendendo possibili servizi che prima semplicemente non erano realizzabili oppure migliorando in modo radicale processi già esistenti. Tutto ciò viene definito sempre più digital health.

Tra i filoni più promettenti possiamo citare i meccanismi di self empowerment che aiutano ad adottare comportamenti più salutari anche con l’utilizzo di sistemi di tracciamento wearable oppure le opportunità che la digital health offre per passare da una gestione della cura alla concreta prevenzione attiva.

A livello più di sistema le piattaforme di salute digitale supportano le organizzazioni a monitorare i pazienti a distanza, ad aumentare l’efficienza dei servizi, a facilitare l’accesso alle informazioni ed in generale a migliorare la qualità dei servizi in ambito salute, allo stesso tempo riducendone i costi.
La grande promessa delle tecnologie digitali nella salute è in ogni caso un maggiore accesso a prevenzione e cure di qualità per tutti noi indipendentemente dal reddito e dalla localizzazione geografica, garantendo allo stesso tempo una complessiva sostenibilità economica del sistema in special modo all’invecchiare della popolazione mondiale.

I social network possono prevedere i crimini?

i social media possono predirre i crimini

Philip K. Dick nel racconto che ha ispirato il film Minority Report di Spielberg, si inventò i poteri di premonizione dei Precog, tre persone con la capacità di sognare i crimini che sarebbero stati commessi nel futuro. Nel racconto una divisione speciale della polizia, la precrimine, utilizza i loro poteri per arrestare i criminali potenziali, rei di avere l’intenzione di commettere un crimine.

Da qualche anno alcuni dipartimenti di polizia americani, come quello Los Angeles che lo fa dal 2012, usano tecniche basate su particolari algoritmi e l’analisi dei dati per ottimizzare la presenza delle pattuglie sul territorio: il software sviluppato dalla Predpol e messo a loro disposizione permette infatti di creare delle mappe in cui viene visualizzata la probabilità che vengano commessi dei crimini: come le mappe termiche, la maggiore intensità indica una maggiore probabilità di attività criminali, e perciò l’opportunità di inviare le pattuglie. Secondo le loro dichiarazioni con queste tecniche in alcuni casi sono riusciti a ridurre la percentuale di crimini commessi di un 20%.

i social media possono predirre i crimini

Predpol  e Palantir non sono le uniche imprese private che propongono queste tecnologie: anche Hitachi ha pochi giorni fa annunciato di poter iniziare i test della loro tecnologia predittiva in alcune città americane. A differenza di altri sistemi, quello proposto da Hitachi utilizza il machine learning e i dati dei social, i tweet in particolare, per accrescere di un 15% l’accuratezza delle loro previsioni.

Tranne quello della Hiyachi, questi software e tecniche però non fanno uso dei dati presenti sui social, ma di quelli presenti nei database delle forze dell’ordine: si tratta quindi di analisi statistiche che non hanno impatto ne implicazioni sulla privacy, trattandosi di dati aggregati.

All’università della California hanno però creato l’istituto delle tecnologie predittive (UC Institute for Prediction Technology) che ha proprio come missione lo sviluppo e lo studio di tecnologie predittive del comportamento umano, sfruttando i dati presenti sui social network.

Fondato nel 2015 , l’istituto ha come aree di ricerca il tracciamento di comportamenti a rischio, per prevenire il diffondersi di malattie, la povertà (sic!) e il crimine, informando le autorità competenti. Altre aree di ricerca dichiarate sono l’individuazione dei fattori per predirre l’evolversi delle opinioni politiche, di valori sociali e morali, del successo accademico o del coinvolgimento della comunità e l’individuazione delle ragioni per cui le persone adottino certe tecnologie, comprino certi prodotti o seguano certe tendenze.

Queste tecnologie e idee sono le stesse che hanno ispirato le agenzie di spionaggio e controspionaggio ad attivare quel tipo di controllo e spionaggio di massa sfociato poi nel Datagate, grazie alle rivelazioni di Edward Snowden.

i social network possono predirre i crimini

Nonostante in apparenza non siano una novità, il dibattito è stato rilanciato del New York Times di recente, interrogando alcuni esperti sull’efficacia e l’eticità di queste tecniche poliziesche di prevenzione del crimine.

Tra coloro che sollevano qualche obiezione e chiedono cautela nell’adozione di queste tecnologie c’è Andrew Papachristos, professore di sociologia e direttore del centro di ricerca per le disuguaglianze della università di Yale, che invita alla prudenza e ad una supervisione dell’uso di questi dati da parte delle forze di polizia, chiedendo anche trasparenza sui metodi usati dalle compagnie private che forniscono la tecnologia. “Un approccio basato sul delinquente e sul profitto potrò solo esacerbare un sistema giudiziario punitivo e far nascere paure su uno stato di polizia in stile Minority Report”, afferma Andrew Papachristos.

Anche Faiza Patel, co-direttore del programma “Libertà e sicurezza nazionale” dell’università di New York, chiede cautela, nonostante l’entusiasmo che queste tecnologie possano destare, dichiarando : “la polizia predittiva non può diventare profilazione razziale con un diverso nome“, riferendosi al fatto che le minoranze di colore e latine potrebbero essere più danneggiate e vulnerabili.

Persino l’ex-pubblico ministero federale Kami Chavis Simmons (ora professore alla facoltà di legge dell’università Wake Forest e direttore del programma di giustizia criminale) indica che “la tecnologia è cruciale per le forze dell’ordine, ma non è mai una panacea”.

Dei sei esperti invitati a dibattere solo Sean Young, direttore del’istituto delle tecnologie predittive dell’Università della California, è apertamente e completamente entusiasta, e delegando ad altri lo studio delle implicazioni etiche relative all’uso di queste tecnologie, invita ad usarle in nome dell’innovazione e dei benefici per la comunità.

Ma sono davvero efficaci queste tecnologie? Nonostante la sorveglianza antiterrorismo e le leggi che riducono la privacy in favore di una maggiore sicurezza, sembrerebbe di no, dato che attentati come quello alla maratona di Boston nel 2013 e quelli recentissimi a Parigi o nel Mali non sono stati previsti.

In Gran Bretagna hanno creato nel 2013 il centro di ricerca “What Works – Crime reduction” (cosa funziona – riduzione del crimine), investiga e analizza quali siano le pratiche e interventi migliori per ridurre la criminalità.

Si preoccupano di capire le soluzioni anti-crimine in termini di costi, qualità, impatto, ragioni e contesti per cui funzionano e metodi di implementazione, producendo strumenti e guide per le forze dell’ordine.

Secondo una interessante tabella che chiamano “crime reduction toolkit” e in cui ogni tipo di intervento viene valutato in una scala che misura effetto sul crimine, meccanismo di funzionamento, contesto, implementazione e costi, il monitoraggio elettronico ha un modesto impatto nella riduzione del tasso di criminalità, minore addirittura di una tecnologia matura come le telecamere a circuito chiuso.

Crime-reduction-toolkit

I crimini, secondo alcuni risultati delle ricerche del centro, sono in generale associati ad una piccola porzione di luoghi, vittime e delinquenti, perciò risulterebbero efficaci anche azioni di prevenzione attraverso l’educazione e la deterrenza (per esempio, e oltre alle già citate telecamere, una maggiore illuminazione stradale e le vigilanza di quartiere).

Sembrerebbe che, da entrambe le sponde dell’atlantico, non si metta in discussione l’efficacia tecnica del monitoraggio dei social media (anche se non è elevata) ma l’impatto sociale e la rilevanza etica.

La tesi più popolare è che in nome della sicurezza sia consigliabile e opportuno sacrificare la propria privacy (o meglio, riservatezza), sostenendo che chi non ha nulla da nascondere non abbia nulla da temere.

Ma c’è da considerare che l’erosione lenta e continua dei nostri diritti civili in nome della sicurezza può portare a conseguenze nefaste sia per gli individui che per la comunità.

Non è solo da temere la nascita di un grande fratello Orwelliano che tutto vede e controlla, ma anche e soprattutto la possibilità che si subiscano processi Kafkiani, in cui siamo condannati e penalizzati senza sapere perché.

Basta un falso positivo e, secondo le tecniche di analisi della rete, potreste vedervi negare l’ingresso ad un paese perché troppo vicini a qualcuno non gradito, oppure potreste non essere ammessi ad una scuola, università o lavoro perché, potenzialmente, siete… criminali?

Sono purtroppo molti e sempre più frequenti i casi in cui giornalisti, ma anche persone comuni sono fermati alla frontiera, in quella terra di nessuno che negli aeroporti è prima dei controlli, e sottoposti a estenuanti (e secondo alcuni, vessatori) interrogatori e perquisizioni.
I motivi? Spesso inconsistenti, come aver partecipato ad un matrimonio musulmano, per esempio. (https://thenib.com/crossing-the-line-e765bf8ca85a#.us08i0jea)

Le tecniche di analisi delle reti e dei social in particolare sembrano poter dare un contributo, anche se non sostanziale, alla lotta contro il crimine. Ma il prezzo da pagare ne vale davvero la pena?