Social SEO: come ottimizzare i profili social per essere trovati nel web

Social SEO

La nostra vita parallela sul web è caratterizzata da profili social, abbiamo tanti “noi” virtuali che ci rappresentano e ci raccontano alla community digitale. Sia che lo utilizziamo per divertimento, per farci conoscere, per attività di personal branding o meglio ancora per il business, un profilo efficace è fondamentale perché dobbiamo convincere gli altri a prestare attenzione alle nostre attività sui social media.

Renderci interessanti o rendere accattivante il brand che vogliamo promuovere, vuol dire anche farci trovare nel modo più corretto. Hai mai pensato ad ottimizzare gli account social per la ricerca? Sai come utilizzare le keyword nei tuoi profili social? Vediamo cosa ci suggerisce la Social SEO.

Nelle attività di Social SEO, sono due le tipologie di ottimizzazione che ci interessa affrontare, la prima quella più immediata è quella che riguarda le ricerche all’interno del social network stesso, la seconda, a più ampio raggio, è quella che riguarda la ricerca sui motori di ricerca, Google per esempio.

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1.La Social SEO all’interno dei profili

Quotidianamente cerchiamo persone, pagine, account direttamente e comodamente all’interno del social stesso, che sia Facebook, Twitter, Istagram, Pinterest poco importa, quello che importa è che a cercarci potrebbe essere un contatto importante, un futuro capo o qualcuno di utile per accrescere il nostro network. Cosa dobbiamo fare affinchè ci trovino e soprattutto ci trovino nella nostra forma migliore? Di seguito alcuni consigli di massima su come fare:

  • Scegli un buon nome utente, possibilmente neutro. Come suggerisce Guy Kawasaki ( Chief evangelist di Canva) evita nomignoli, nomi falsi (ci penserà Facebook a punirti) o nomi legati alla tua occupazione attuale, potresti cambiare lavoro in futuro e la confusione nell’identità non ti aiuterebbe;
  • Scegli un’immagine del profilo che sia centrata sul tuo viso (foto in bikini, o insieme al tuo/a fidanzato/a  che sbaciucchi il tuo cane non sono la scelta migliore). Utilizza la stessa immagine per tutti i profili social che hai, in modo da aiutare gli altri a trovarti ovunque senza confondersi;
  • Scegli un’immagine di copertina che ti rappresenti, che parli di te, che dia informazioni aggiuntive su di te o sulla tua professione. Banale ma importante, cerca di centrare l’immagine. Le dimensioni delle cover cambiano spesso, è necessario essere sul pezzo;
  • Utilizza la bio per presentarti, far capire chi sei, cosa fai e perché lo fai meglio degli altri. (Su Linkedin molto spesso è quello che fa la differenza).

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2. La Social SEO per Google

Il tuo possibile futuro capo ha tra le mani il tuo cv, oppure un tuo potenziale cliente ha sentito parlare della tua azienda da un amico. Sai benissimo che una delle prime cose che faranno entrambi sarà quella di digitare il tuo nome, o quello della tua azienda su Google. Rassegnati, è così che andrà. Di seguito alcune buone regole per la Social SEO da seguire per facilitare e indirizzare la loro ricerca:

  • Utilizza una vanity url o url personalizzato (Facebook, Linkedin e Google + offrono questa possibilità). Il link che troveranno collegato ai tuoi profili conterrà già il tuo nome o quello della tua azienda e non serie di numeri e lettere incomprensibili;
  • Il titolo è quello che viene visualizzato per primo in un risultato di ricerca. Questo è costituito da 50 a 60 caratteri generalmente presenti nel titolo SEO di una pagina. Utilizza il tuo nome o il nome del Brand che ti rappresenta e non categorie generiche;
  • La descrizione della pagina si trova sotto l’URL ed è di circa 155 caratteri: utilizzali per descrivere in breve chi sei e cosa fai inserendo le parole chiave con le quali ti identifichi e vuoi essere trovato;
  • Le keyword: su Facebook la keyword deve essere presente nel nome della pagina o del profilo. Su Twitter la keyword deve essere presente nel nome utente. Stesso discorso per Linkedin e per gli altri profili social;
  • Prendi l’abitudine di nominare le immagini che scegli di utilizzare come foto profilo. Google indicizza anche quelle. Nominarle con il tuo nome e cognome e il social sul quale la stai utilizzando faciliterà la ricerca.

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Hai controllato se i tuoi profili sono ottimizzati nel migliore dei modi? Segui queste poche regole per facilitare la ricerca dei tuoi profili sul web.

La ricetta per il digital marketing del settore food

Qualcuno ha detto: il cibo è uno dei più grandi piaceri della vita.” Come dargli torto? Il food rappresenta: emozione, passione, gusto, convivialità e molto altro ancora. Ed è proprio per questo motivo che le nostre interazioni con esso aumentano giorno dopo giorno, soprattutto sui canali digital e social.

Non a caso siamo costantemente bombardati da programmi televisivi, blog, pagine FB etc. che ci mostrano varie esperienze con il cibo. Ammettilo, quando è stata l’ultima volta che hai postato una foto di un bel piatto di spaghetti alle vongole o di una gustosa fiorentina su Instagram?

Quali sono gli ingredienti per la ricetta perfetta?

La ricetta per il digital marketing del settore food

Food e digital marketing sembrano andare a braccetto. I consumatori utilizzano la funzionalità di ricerca per trovare informazioni (es. nutrizionali, ricette), leggono, guardano video, immagini e partecipano a discussioni sui canali social.

E come si può spiccare in un mondo così pieno di informazioni? Una bella immagine, un nome della ricetta accattivante, una descrizione avvincente, un alto rating del consumatore possono aiutare; ma la ricerca è solo l’inizio.

Vi è anche una grande quantità di strumenti a portata di mano dei consumatori per permettere raccomandazioni e/o la condivisione di informazioni. Inoltre, c’è da dire che le recensioni e le valutazioni hanno un valore inestimabile per il consumatore; poiché vanno a lavorare sul piano della fiducia.

La competenza è indispensabile per differenziarsi in questo settore, non a caso nascono sempre più corsi che offrono strumenti e conoscenze per lavorare nel campo, come il Master Food Wine 3.0 dello IUSVE.

La chiave del successo è quindi la condivisione. Una volta che un consumatore condivide una ricetta con un amico o con una community, la ricetta assume una vita propria.

In sintesi che si tratti di informazioni (di ricerca) o raccomandazioni (sociali) che i consumatori cercano, è essenziale che gli esperti di digital marketing abbiano una strategia, per coinvolgere ed emozionare il loro pubblico di riferimento.

Le piattaforme social hanno catturato i cuori, e piatti, di milioni di buongustai, cerca di sfruttarle al meglio, creando contenuti originali e condivisibili, ecco come:

  • Focus sulla qualità: crea un contenuto di valore.
  • Essere rilevanti: affidati alle parole chiave per determinare quale ricetta e/o cucina è più rilevante e popolare.
  • Test e learn: pensa al contenuto come un esperimento in corso. Se lo monitori potrai capire meglio ciò che funziona e ciò che non funziona.
  • Rivisitare e migliorare: costruisci sui contenuti di successo del passato. Riscriverlo, aggiungi e ricondividilo. Assicurati di averlo ottimizzato ai fini della ricerca e della condivisione. Quello che inizia come un tweet o blog potrebbe finire come un pezzo più grande di contenuti, raggiungendo un pubblico più vasto, e generando più interesse attorno al prodotto.

Ricorda sempre: sei ciò che mangi.. e ciò che condividi.

Un make-up tutorial che lascia davvero il segno [VIDEO]

make-op tutorial

Si apre come un comunissimo make-up tutorial, ma il suo obiettivo è ben più grande e si svela agli spettatori dopo poco secondi: “Beauty Tips by Reshma: How to get perfect red lips” è un video potente che vuole porre all’attenzione pubblica un tema molto delicato.

Protagonista del video ideato da Ogilvy&Mather è una giovane ragazza indiana, Reshma, che usa il pretesto del tanto apprezzato consiglio di bellezza per lanciare l’allarme su una questione spinosa come quella degli attacchi con acido alle donne.

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Pochi sanno infatti che in India è facilissimo procurarsi un bel rossetto rosso, ma è altrettanto facile procurarsi dell’acido per pochi spiccioli, secondo quanto confermato da Konbini e come recita la vlogger alla fine del video.

Reshma è anche autrice di un tutorial eyeliner.

La decisione di promuovere la petizione, rafforzata dall’ hashtag #EndAcidSale, è la conseguenza dell’inefficacia della legge indiana in materia. Nel 2012, in seguito ad un attacco con acido su una giovane ragazza di nome Nirbhaya, il governo ha approvato una legge che condanna da 10 anni di carcere fino alla pena di morte gli autori di simili atti. Nei due anni successivi gli attacchi sono aumentati del 250% senza repressione alcuna.

La petizione comprende una lettera al primo ministro indiano in cui si sottolinea l’importanza di regolare la disponibilità di acido.

Ogni giorno milioni di donne allo specchio devono fare i conti con le proprie cicatrici. E questo è ciò che rende il video, che fa parte della campagna Make Love Not Scars, così forte e convincente. La petizione attualmente conta circa 230.000 firme!

I grandi network tv verso la realtà virtuale: ecco DiscoveryVR

realtà virtuale

Dopo l’arrivo dei video a 360° su Youtube, avanzano i progetti di realtà virtuale tra le media company. La VR, per gli inglesi Virtual Reality, simula la realtà effettiva attraverso il computer, fornendo all’utente un’esperienza sensoriale più ampia rispetto alla normale fruizione di un video.

Lo abbiamo visto con la diffusione di migliaia di contenuti immersivi che permettono, attraverso un mouse o uno smartphone, di esplorare lo spazio in modo del tutto inedito; mentre l’aggiunta di nuovi livelli informativi e la sovrapposizione di elementi sia reali che virtuali consente la fruizione di una realtà aumentata o augmented reality (AR). Se volete capirci di più vi rimando a questo video:

Sembrano queste le nuove frontiere della tecnologia a cui si stanno ispirando le principali tech company internazionali. Con questo vogliamo dire che le cose sono andate parecchio avanti da quando Facebook ha acquistato Oculus VR, l’azienda che si occupa della produzione del visore per la realtà virtuale Oculus Rift.

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Per quanto riguarda i videogame, proprio questa settimana Sony ha presentato all’IFA di Berlino Project Morpheus (il rimando alla trilogia di Matrix c’è tutto). Si tratta di un visore, collegabile alla PlayStation 4, che consente di avere una semplice interazione con l’ambiente virtuale del gioco. Il Ceo della casa giapponese, Kazuo Hirai, crede fortemente nella realtà virtuale: “Morpheus è un’innovazione straordinaria che anticipa il futuro del videogioco perché offre un senso di immersione che è ben oltre quello cui siamo abituati, permette di esplorare mondi di profondità prima impensabili”.

realtà virtuale televisione

Project Morpheus, uscita prevista nella prima metà del 2016

Ma non è finita qui. Anche le compagnie televisive iniziano a mostrare attenzione verso queste nuove tecnologie: Discovery è tra i primi network a creare contenuti in VR. La compagnia televisiva, nota al grande pubblico soprattutto per i suoi canali via cavo, ha di recente investito nella VR experience lanciando discoveryvr.

Il servizio offre agli spettatori l’accesso a una serie di video a 360°. I video con realtà virtuale sono disponibili anche su app per iOs e Android, su Samsung Milk VR e YouTube. La sezione VR del network americano ripropone alcuni video e show già esistenti su Discovery Channel, come Survivorman e Mythbusters.

“Crediamo fortemente nel VR e siamo molto entusiasti di fornire contenuti a 360° a coloro che sono interessati” Barry Pousman, direttore della programmazione Discovery Digital Networks.

Per iniziare in bellezza, Discovery ha legato al progetto VR il lancio della nuova edizione di Shark Week, per una vera e propria immersione subacquea nel mondo degli squali, provare per credere.

Un selfie per promuovere il territorio? Meglio, un Giga Selfie

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Quello dei selfie è diventato un vero e proprio business, tra le new entry non possiamo non ricordare la “famosa asta” che, tra le iniziali critiche di chi pensava si stesse esagerando e gli apprezzamenti dei più affezionati, ha, via via, preso piede.

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Ma forse c’è ancora qualcosa di inesplorato nel mondo dei selfie, e ce lo fanno notare dall’Australia, che non smette mai di promuoversi e ha più volte scelto le iniziative più singolari fino ad arrivare al nostro smartphone.

Selfie con paesaggio

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L’ente del turismo australiano ha pensato bene di riconsiderare a suo vantaggio l’idea di selfie, spingendosi ben oltre al supporto dell’asta, intorno al classico autoscatto si è aperto un mondo, il mondo che ti circonda così da non sembrare più in un luogo non bene identificato e dimostrare che oltre a fronte, naso e mento il tuo corpo è munito anche di arti!

Si tratta di Giga Selfie meglio identificato come il servizio di selfie più grande al mondo.
Sulla Gold Coast, in alcuni punti strategici, sono state posizionate delle potentissime macchine fotografiche, collegate a un server, che è possibile attivare con un’app scaricabile sul tuo smartphone.

Recandoti in questi luoghi e posizionandoti in determinati punti, potrai scattarti un normalissimo selfie che però sarà del tutto anomalo. Premendo il pulsante della tua fotocamera stai in realtà azionando il dispositivo posizionato a circa cento metri. Lui elaborerà un filmato e te lo restituirà. Risultato? Avrai il tuo Giga Selfie, un videoclip che inizia con il tuo primo piano e lentamente, con l’effetto zoom out, mostra tutta la bellezza del paesaggio circostante.

https://www.youtube.com/watch?v=LQNexfnYg8E

Una bella trovata, simpatica, divertente e probabilmente vincente e virale: voi non lo condividereste subito sui vostri profili social?

Il futuro del fashion è in codice con Made with Code

Futuro del fashion

Dai braccialetti che registrano la frequenza cardiaca ai tessuti sensibili che si adattano alla temperatura del corpo, sempre più spesso i mondi della moda e della tecnologia oggi si intrecciano. Il futuro del fashion sembra orientarsi verso la programmazione e il codice da unire a stoffe e tessuti, per creare qualcosa che non è mai esistito prima.

Made with Code, il progetto di Google per il futuro del fashion

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In piena Settimana della Moda di New York, ecco come moda e tecnologia si uniscono in modo nuovo. Made with Code di Google e lo stilista Zac Posen stanno collaborando per mostrare come l’informatica può superare i confini del possibile nel mondo del fashion. Un abito disegnato da Zac Posen e con disegni codificati online da ragazze adolescenti debutterà come look finale della sua sfilata.

Lo scopo principale dell’operazione di Google è quello di ispirare le giovani ragazze che hanno un interesse per la moda a scoprire in che modo la programmazione può aiutarle a creare. Concretamente però si tratta anche di trovare una soluzione ad uno dei più grandi problemi dei wearable device: diventare belli.

Wearable device, utili ma brutti?

Futuro del fashion con made with code

Una delle critiche più forti nei confronti dei Google Glass al momento del loro primo lancio arrivò, per esempio, da Mark Newson, uno dei designer industriali più rinomati al mondo, che aveva sottolineato che quasi tutti i produttori di tecnologie, ad eccezione di Apple, hanno scarsissima attenzione per la moda e per il design, aspetti a cui invece dovrebbero dedicare maggiore cura perché “Se prendessero atto di come funziona il mondo della moda, di come il mondo della moda porta le cose sul mercato, con straordinaria efficienza, potrebbero imparare tantissimo”.

All’epoca un accordo con l’italiana Luxottica sembrava aver già reso esplicito il nuovo indirizzo di Google: tecnologia sì, ma anche attenzione alla moda.

Oggi Made with Code sembra essere un nuovo passo per sperimentare modelli di produzione del fashion sempre più legati non solo alla funzionalità che la tecnologia può assicurare, ma anche ad un aspetto estetico, che non va trascurato, dato che il fashion resta il segmento a maggior valore aggiunto del mercato internazionale.

Un vestito a LED per avvicinare le ragazze alla programmazione

Il Futuro del safhion con Made with Code

L’esperimento di Google è partito con la mission di ispirare le ragazze e avvicinarle al mondo della programmazione, magari anche come prospettiva di carriera futura, indipendentemente dalle applicazioni concrete del codice. Per questo progetto, ragazze provenienti da organizzazioni come Black Girls Code, Flatiron School, Girls Who Code e Lower East Side Girls Club, hanno codificato i disegni per un vestito a LED attraverso un progetto introduttivo online.

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Quando il vestito sfilerà in passerella, mostrerà i pattern di luci realizzati dalle ragazze, usando un micro controller sintonizzato con le 500 lampadine a LED che compongono l’abito. E le ragazze saranno in mezzo al pubblico per assistere alla presentazione della propria creazione.

Secondo Google già dallo scorso anno sempre più ragazze si sono avvicinate al mondo del coding, esplorando l’informatica. Più di 5 milioni di progetti di codifica sono stati provati da quando Made with Code è stato lanciato nel 2014.

Solo meno dell’1% delle ragazze delle scuole superiori, però, esprimono interesse oggi per l’informatica, per questo c’è ancora tanto lavoro da fare e Google vuole iniziare di qui.

L’Italia è ancora la patria del fashion?

Il futuro del fashion è in codice

In Italia, unire la tradizione artigianale del made in Italy alla tecnologia potrebbe ispirare nuove interessanti vie di sviluppo per l’economia di settore. E se esperimenti, startup e FabLab a lavoro su queste innovazioni non mancano, Google suggerisce di puntare sul girl power.

Andrea Bettini: ecco come anche le piccole imprese possono usare lo Storytelling [INTERVISTA]

© Alfredo Montresor www.alfredomontresor.com

Storytelling: un termine molto in voga (perché molto efficace!) in ambito marketing, HR, comunicazione e non solo, sempre più citato come risposta a tante delle sfide che coinvolgono le aziende del nuovo millennio verso i differenti target di stakeholder.

Spesso, però, con questo termine vengono anche citate realtà strutturate e di respiro globale, capaci senza ombra di dubbio di utilizzare la metodologia dello Storytelling con successo, ma a fronte spesso di grandi investimenti (economici, di tempo, di risorse).

Cosa possono fare allora le realtà più orizzontali e di minori dimensioni? Risponde a questa e ad altre domande il libro “Non siamo mica la Coca-Cola, ma abbiamo una bella storia da raccontare. Usare il Corporate Storytelling senza essere una multinazionale”. E per saperne di più sul tema, abbiamo il piacere di intervistare l’autore Andrea Bettini. Non perdete questa interessante chiacchierata sul legame tra PMI, storytelling e narrazione!

Cosa si intende per corporate storytelling? Una definizione “ufficiale”, una in un tweet e una… for dummies 😉

Come definizione “ufficiale” ti fornisco quella che utilizzo durante le mie presentazioni che consiste in questa: “il Corporate Storytelling (CS) è l’applicazione strategica della tecnica narrativa alle diverse funzioni aziendali”. In questa definizione sottolineo sempre due aspetti:

  • “l’applicazione strategica“, elemento fondamentale sul quale spesso si sorvola, ma senza il quale non si potrebbe parlare di CS. La strategia è alla base per una corretta applicazione di questa metodologia. Senza di essa, si possono raccontare belle storie, ma il rischio è quello di limitarsi ad un esercizio puramente creativo.
  • Il secondo aspetto invece è l’applicazione del CS alle “diverse funzioni aziendali”. Questo cerco sempre di rimarcarlo, perché il CS viene associato immediatamente in ambito Comunicazione, mentre si ha qualche difficoltà ancora a percepirne le sue potenzialità anche in ambito Prodotto, Risorse Umane o Marketing Strategico – ad esempio.

In un tweet, “Puntare il riflettore su tutti coloro che ogni giorno si prodigano nella costruzione di un nuovo capitolo della storia della loro impresa”.

For dummies“raccontare cosa c’è dietro un prodotto o un servizio” 😉

 

 

© Alfredo Montresor www.alfredomontresor.com

Tradizionalmente, il Corporate Storytelling viene avvicinato a realtà globali e strutturate come – appunto – Coca-Cola. Perchè è importante anche (soprattutto?) per organizzazioni di piccole e medie dimensioni?

Perché il tessuto economico e sociale del nostro Paese è fatto da una miriade di piccole e medie eccellenze. Straordinarie realtà imprenditoriali, talentuose nel loro “fare”, ma che spesso non si soffermano sull’importanza di raggiungere il loro pubblico. Purtroppo non è condizione sufficiente quel “saper fare”. Come non è più efficace una comunicazione tradizionale e patinata di un prodotto. Occorre invece entrare in empatia con una nuova figura di consumatore, che non si limita più semplicemente ad acquistare, ma vuole essere parte di un processo di realizzazione. E cosa c’è di più empatico di raccontare una storia? Questa leva non può e non deve solo essere appannaggio delle grandi organizzazioni aziendali, anzi proprio piccole realtà, singoli artigiani spesso hanno già straordinari canovacci, si tratta solo di raccontarli e farli giungere ad un pubblico sempre più vasto.

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Non solo web: quale è il “medium” e/o lo strumento che ti diverte di più utilizzare, nella tua professione quotidiana di Storyteller?

Parlare oggi di Storytelling senza prendere in considerazione il web sarebbe anacronistico e sbagliato. Il web con in particolar modo il sopraggiungere dei social media e il loro utilizzo mobile, ha completamente rivoluzionato il modo di comunicare e perciò anche di fare Storytelling. Personalmente sono molto legato alle parole e mi diverte molto la sfida di utilizzarle in maniera e forme differenti a seconda del medium utilizzato. Sono pure affascinato dal linguaggio fotografico, sintetizzare in un’immagine una storia è straordinario, com’è straordinario l’utilizzo del video in grado di racchiudere in una manciata di fotogrammi una miriade di emozioni. È per questo motivo che è sempre divertente e stimolante lavorare con professionisti diversi in grado d’interpretare attraverso le loro diverse soggettive situazioni differenti.
Questi sono solo alcuni esempi, ricordiamo che non ci sono limiti nell’utilizzo degli strumenti che si possono utilizzare in un progetto di CS; anzi, è spesso dalla loro coralità che ne esce il risultato migliore.

I passi fondamentali per strutturare un progetto efficace con la metodologia dello Storytelling.

  1. Ascoltare
  2. Fissare gli obiettivi
  3. Definire una strategia
  4. Presentare un piano operativo
  5. Ascoltare ancora
  6. Iniziare a raccontare

L’errore che invece noti più spesso.

Partire subito con il punto 6.

L'Internet of Things al servizio dei vigili del fuoco americani

internet of things e vigili del fuoco

Si dice spesso che la vera tecnologia è quella in grado di migliorare gli aspetti quotidiani della vita, applicandosi agli aspetti più comuni del nostro vivere. Le innovazioni legate al mondo web non sempre riescono a dare questa sensazione, troppo legate al semplice (ma limitato) esempio dato dai social. Ma non di solo Facebook prosperano web e startup.

E se ti dicessi per esempio che l’Internet of Things potrebbe salvare la vita ai vigili del fuoco durante i propri interventi? No, non sto affatto scherzando. Esperti del National Institute of Standards and Technology e della Fire Protection Research Foundation hanno avviato ricerche in questo senso, certi che l’uso delle nuove tecnologie possa essere un aiuto fondamentale per gli uomini sul campo, un aiuto in grado di limitare rischi e perdite. Strumenti e dati per integrare esperienza e capacità umana.

Tecnologia e Big Data, un aiuto per la sicurezza

internt of things al servizio dei vigili del fuoco

Troppo spesso i professionisti si lasciano guidare esclusivamente dal proprio background, senza avere nessun altro tipo di appoggio per valutare il da farsi. Intendiamoci, un’esperienza sul campo dall’indiscusso valore, ma che in molti casi non basta per limitare al minimo i possibili rischi e realizzare al meglio l’intervento. È qui che arrivano i big data e le conclusioni della relazione congiunta “Research Roadmap for Smart Fire Fighting”. Il documento propone infatti alcuni esempi di come una migliore  raccolta dei dati sulla scena, l’elaborazione degli stessi e la fruizione “live” da parte dei vigili del fuoco in azione. Una proposta che punta a combinare i punti di forza del cosiddetto Internet of Things con le grandi analisi legate ai dati. Ma come?

Per esempio, una volta sul posto una serie di sensori avrà il compito di raccogliere dati ambientali e distribuirli agli uomini tramite rete wireless, così da informarli in modo completo e rapido sulla situazione in essere. Sensori incorporati nei dispositivi di protezione individuale potrebbero tenere traccia della posizione dei diversi professionisti e della loro condizione di salute. Ma non solo. Avere a disposizione al volo le immagini delle telecamere di sorveglianza nel luogo dell’incendio per capire le persone coinvolte o i dati raccolti dai sistemi di ventilazione per capire la situazione all’interno dell’edificio.

“Oggi vi è una significativa varietà di informazioni accessibili dai vigili del fuoco e un grande potenziale come l’Internet of things continua a proliferare” dice Casey Grant,  direttore esecutivo della Fire Protection Research Foundationle informazioni in tempo reale saranno di grande aiuto in situazioni di emergenza, dando maggior consapevolezza, elemento particolarmente critico durante un evento in cui il tempo è prezioso. “

Anche i droni potrebbero avere un ruolo chiave. Oggi sono giù usati per monitorare gli incendi in luoghi aperti, ma un domani potrebbero anche essere impiegati per quelli negli edifici. La vasta gamma di sensori e telecamere raccoglierebbe dati in ambienti a rischio, pericolosi per gli uomini.

L’unico problema? Il fattore normativo (anche da loro esiste la burocrazia) e procedurale che non procede velocemente quanto quello tecnologico. Nuove prassi necessitano infatti di una adeguata formazione, soprattutto in casi in cui nulla può essere lasciato al caso.  L’altra possibile, ma concreta criticità, è il rischio di sovraccarico informativo. I vigili del fuoco, già messi alla prova dall’alto stress della situazione che stanno vivendo, potrebbero non essere in grado di gestire una mole tanto vasta di dati, con il rischio che questi diventino più un peso che una risorsa. Una problematica reale e che necessità di una preparazione adeguata per essere bloccata sul nascere.

Tecnologie di alto livello che nella maggior parte dei casi significa anche costose. Basteranno i fondi a disposizione di queste realtà per rendere accessibile tutto questo? Solo il tempo potrà dircelo.

Gli spazi di lavoro di John Lennon, Steve Jobs, Bill Clinton e altri personaggi famosi

Bob Dylan

Bob Dylan, Virgina Woolf, Martin Luther King e Steve Jobs, ogni grande personaggio della storia lo è diventato portando avanti un’idea, nata ed ispirata dalla normale vita di tutti i giorni in luoghi spesso inaspettati..

Uno spazio di lavoro può dire molto, non solo sulle abitudini del suo proprietario, ma anche sulla sua personalità. Le aree di lavoro di personaggi famosi offrono uno scorcio affascinante della loro vita privata, uno spaccato unico del modo in cui pensano e creano.

Non importa se si tratti di uno scrittore, di un politico o di un capitano di industria, chiunque abbia dedicato la vita, con passione, al proprio lavoro o alla propria arte passa più tempo in ufficio che a casa tanto che spesso, per comodità, si finisce per fondere entrambi i luoghi in un unico spazio dove possano convergere tutti gli aspetti della propria esistenza.

John Lennon e Yoko Ono


L’ambiente creativo di John e Yoko rispecchiava in pieno la loro relazione: intima, informale con la luce che penetra le zone d’ombra.

Karl Lagerfeld

Esattamente come ce lo aspettavano. L’ufficio di Unkle Karl non poteva che essere un luogo dove prendere ispirazione e celebrare il proprio lavoro.

Virginia Woolf


Un luogo scarno per permettere alle idee di formarsi e volare lontano, libere, fuori dalle pareti di una casa troppo stretta.

Pablo Picasso


La grandiosità di Pablo Picasso aveva bisogno di spazi ampi, luminosi, impregnati di estatica bellezza proprio come le sue opere.

Steve Jobs


Fino alla fine Steve Jobs non ha mai sfruttato il lusso che avrebbe potuto permettersi per lavorare; le sue idee nascevano dalla necessità, dal ormai leggendario “essere affamato”, e così, per restare concentrato, preferiva il piccolo spazio dell’ufficio di casa ai grandi attici da General Manager.

Martin Luther King

“I Have a Dream” diceva Martin Luther King di fronte a centinaia di migliaia di persone, e per sognare, si sa, non c’è bisogno di null’altro che chiudere gli occhi e immaginare un mondo diverso, magari migliore…..

Bill Clinton

Per mirare in alto bisogna guardare il mondo dall’alto? Chi sa se Bill Clinton, ex presidente della nazione più potente del mondo, ha mai pensato una cosa del genere? Certo non si è a conoscenza di un suo ufficio a piano terra!

Ray Eames

L’unica cosa che si può pensare guardando lo studio di Ray Eames (famosa designer & artist ) è: poverino chi deve ripulirlo!

Rudyard Kipling

Forse Kipling ha scritto tante storie avventurose per sfuggire al disturbo ossessivo compulsivo che lo costringeva a vivere in un imbarazzante ordine in cui i libri potevano stare vicini solo se erano della stessa misura ed avevano tutti un’ identica copertina!

Alliance for Open Media: Google, Amazon e gli altri big

 

Alliance for new media

A volte una sana concorrenza non basta, ma per soddisfare la domanda è meglio una solida alleanza. Di certo non è il primo caso in cui allearsi con i competitor ha permesso di raggiungere un obiettivo comune, più velocemente e in modo più economico. Nel caso di Alliance for Open Media però si parla di quei colossi del web e delle web tv che nessuno avrebbe mai immaginato di poter vedere seduti intorno allo stesso tavolo.

I big player di questo accordo sono Amazon, Cisco, Google, Intel, Microsoft, Mozilla e Netflix: insieme vogliono creare una nuova web tv, codificata, libera e fruibile da tutti gli utenti, che porti con sé anche i vantaggi di un servizio video ed audio con standard qualitativi elevati e declinabile per qualsiasi device e messaggio.

L’accordo è stato reso possibile da un’alleanza mirata, volta allo sviluppo di un progetto concreto e sotto la supervisione di regole predeterminate: The Alliance for Open Media, appunto.

Web Tv, l’unione fa la forza

Alliance for Open Media

Open. Fast. Royalty-free.

Questo il pay-off che accompagna la volontà dei partner che sottoscrivono The Alliance for Open Media, progetto di Joint Development Foundation. Un’alleanza volta a sviluppare una web tv composta da nuovi e migliorati standard nel codice, nel format e nella tecnologia, per migliorare l’esperienza d’uso per tutti gli utenti.

I protagonisti dell’alleanza sono aziende tra le più importanti sul mercato, dai provider di contenuti internet a chi produce fisicamente hardware e ora condividono tecnologie ed esperienze, per costruire insieme la web tv del futuro disponibile in alta qualità, declinabile per ogni formato e dispositivo.

“Customer expectations for media delivery continue to grow, and fulfilling their expectations require the concerted Energy of the entire ecosystem”. 

Gabe Frost, Executive Director. Alliance for Open Media

Aria di cambiamento, nuovi formati e nuove caratteristiche

Alliance for Open Media: Google, Amazon e gli altri big

Parlare di nuovi formati non era più sufficiente per un argomento come quello della web tv, ecco perché i partner aderenti ad Alliance for Open Media descrivono le caratteristiche del nuovo video format in fase di sviluppo: aperto e modellabile alle situazioni; ottimizzato per il web; declinabile per ogni device, anche il più moderno; disegnato con l’impiego di poco linguaggio codificato e ottimizzato per ogni hardware; in grado di supportare video di alta qualità e in diretta; flessibile, per contenuti commerciali e non.

Joint Development Foundation, fare network non è mai stato così semplice

Alliance for Open Media: Google, Amazon e gli altri big

L’alleanza, a ben guardare, è un progetto nato all’interno di Joint Development Foundation, un’organizzazione no-profit che fornisce supporto legale, spazi di co-working e collaborazioni a startup e progetti in fase embrionale.

La fondazione funziona come un incubatore, all’interno del quale è possibile mettere in piedi una struttura per dare il via ai progetti. L’organizzazione non partecipa direttamente al business avviato, ma fornisce tutto il supporto necessario.

Solo un vincolo: ogni business incubato qui deve essere caratterizzato da un’attività no-profit e modellato secondo le linee guida della fondazione.

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Il progetto delle big del web, anche se neonato, sta già suscitando interesse in altri attori del mercato IT con nomi altrettanto noti come Apple, Sony, Adobe, Facebook, Twitter, Roku, Vimeo e Hulu: anche queste società giocheranno probabilmente un ruolo tutt’altro che marginale.

Per citare Said Bryant, il progetto è solo all’inizio, ma chiunque ne abbia interesse è invitato a partecipare.