Non solo download: ecco i KPI per valutare la performance della tua app

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Entro il 2015 il mercato delle app dovrebbe raggiungere 37 bilioni di dollari di fatturato. Già da tempo e in vari contesti, è iniziata la battaglia per la conquista dell’attenzione dell’utente e dati gli sforzi per vincere, come si fa a misurare se si sta procedendo nella direzione giusta?
Certamente i download danno una grossa mano in merito alla valutazione del successo dell’app e alla sua espansione, ma è davvero tutto qui?!

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L’86% del tempo speso su mobile device è impiegato nell’utilizzo di app, dunque un investimento che porti alla realizzazione di un’app ben progettata potrebbe essere una vera opportunità per dare più valore al vostro brand e alla vostra strategia.

Tempo fa, quando il mercato delle app non era così affollato, il numero di download poteva bastare, oggi non più. Resta comunque un indicatore da tenere presente, ma non l’unico e soprattutto non a garanzia di un successo di lungo periodo.

Tempo di nuovi indicatori

 

Lo smartphone è diventato ormai un’estensione corporea e un’app non può essere pensata e considerata solo come porta d’ingresso al vostro sito web. Attraverso questo mezzo il vostro brand è nelle mani del consumatore 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, i vostri prodotti e servizi sono disponibili con un semplice gesto e in ogni momento: vi sembra un’occasione da sprecare o da sottovalutare?

È per questo che, per avere il controllo della situazione ad ampio raggio, il solo numero di download non basta, vanno considerati altri KPI (Key performance indicator).

È necessario scegliere quelli che si adattano maggiormente alla vostra applicazione, quelli necessari ai vostri obiettivi aziendali e misurarli in un dato periodo di tempo. Secondo Neosperience, ecco i primi 10 KPI per misurare il successo delle applicazioni mobili:

Utenti attivi

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Avete la vostra app, magari è disponibile in versione free e i download aumentano. Sembrerebbe tutto ok se non fosse che la domanda che dovreste porvi è: quanti di questi “scaricatori compulsivi” sono effettivamente attivi? Oltre ad averla lì, sul proprio smartphone, la aprono e ne fanno uso? Ecco, un report che illustri utenti mensili e giornalieri realmente attivi potrebbe svelarvi se e quanto venga apprezzata nel mondo delle app.

Frequenza delle visite

Quante volte l’utente apre l’app e interagisce con i contenuti? Tenere sotto controllo la frequenza di accesso è un buon campanello di allarme soprattutto perché si ritiene che l’utilizzo durante la prima settimana sia un indicatore plausibile di ciò che avverrà in futuro.

Durata delle sessioni

La durata di una sessione è un indicatore di performance che andrebbe considerato in correlazione al numero di utenti attivi e alla profondità della visita.

Profondità delle visite

La profondità indica il numero di pagine visitate durante una sessione quindi è un indicatore utile che ci informa su due aspetti: se il contenuto è utile e coinvolgente e se l’app permette di usufruire dei contenuti con continuità, semplicità ed è in grado di offrire un’esperienza realmente smart.

Conversioni

Se l’obiettivo principale della vostra app è quello di vendere o condurre ad altro tipo di azioni come registrazioni o abbonamenti, esse andrebbero rilevate in un dato periodo di tempo. Attenzione a tenere presente che una sola azione di questo tipo non consente previsioni in termini di lifetime value.

Fatturato per utente

Il fatturato per utente è spesso trascurato, invece indica il valore complessivo di un utente per il vostro business.

Social share


Se l’app che volete promuovere è content-oriented, gli acquisti in-app non sono veri e propri indicatori. Piuttosto importante invece è la condivisione che ne fanno sui loro account social. Tutti sanno che condividere significa approvare, significa interesse per i contenuti e diventa un modo per accrescere il word of mouth e formare una comunità attorno al proprio brand.

Retention rate

Ora parliamo di fidelizzare il cliente, un’attività non facile ma alla quale è bene ambire, anche nel mobile. Il terreno delle app, in effetti, non si prospetta semplice da trattare e la fidelizzazione fatica un po’ ad attecchire. Stando ai dati sembrerebbe che il 65% degli utenti di un’app ne interrompa l’uso dopo non più di tre mesi dall’installazione. Non buone notizie di certo, ma ora che lo sapete potete procedere al monitoraggio e capire con questo ottimo indicatore quanto i clienti sono in realtà coinvolti.

Costo di acquisizione di un cliente

Per capire qual è il costo di acquisizione di un cliente è necessario conoscere come gli utenti esistenti sono entrati in contatto con la vostra app. Gli app stores sono solo uno dei canali, l’incontro potrebbe avvenire con search engine advertising, ricerca organica, consigli in-app e social network: strumenti diversi che hanno prezzi differenti. Questa metrica, accompagnata a una strategia di corretta attribuzione, delineerà nel tempo il modo più efficace di raggiungere il pubblico.

User experience

Non dimenticate che alla fine di tutto c’è sempre la felicità dell’utente e la sua user experience, non la vostra. Se l’app che avete lanciato non lo soddisfa, se ne andrà. Difettose UI (User Interface), bug e crash non lo conquisteranno e per questo è importante tenere sempre sotto controllo i commenti degli utenti per capire cosa ne pensano.

Nella corsa al mobile engagement oltre al download della propria app c’è di più!
Tanti tasselli che, messi insieme, sono in grado di assicurare un successo enorme. Certo, non è facile, però se prima eravate preoccupati che i download della vostra app mobile erano troppo bassi, ora potreste scoprire che dietro a quel numero spaventoso si nascondono invece buone notizie!
Ma attenzione, perché può valere anche il contrario!

Ecco perché una startup può e deve fallire

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Il fallimento startup è sicuramente un tabù per la nostra cultura, perché veniamo da un ben più ampio e radicato tabù insito nella cultura italiana. Lo raccontiamo attraverso tre punti di vista diversi per tre differenti figure: Adele la startupper italo-americana, Antonia avvocato esperto di M&A, Private Equity e Venture Capital,  ed Augusto l’investitore ed imprenditore

Tre personalità del mondo startup, casualmente tre docenti della Ninja Academy per il corso in startup management, e casualmente tutti e tre con nomi che iniziano con la lettera A.

L’obiettivo? Sono passati due anni dal famoso Restart Italia, quindi due anni dal decreto che ha dato avvio a quelle che sono state definite startup innovative, e di conseguenza, anzi, diciamo sinonimo di investimenti ad alto tasso di insuccesso.

Ma ci sono tre persone che hanno molta più esperienza in Italia e all’estero di me, che potrete leggere qui sotto e vi daranno diversi motivi, per fallire se la vostra idea di startup non è esattamente decollata, o per non aver paura di fallire in caso stiate affrontando ora il vostro investimento.

La startupper italo-americana, Adele Savarese Editor-in-chief di Ninja Marketing

Non ho fallito. Ho solo trovato 10.000 metodi che non funzionanoSolo chi non fa non sbaglia. Sul fallimento abbondano i detti, ma si sa che tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare. Come, infatti, catturare in maniera efficace quel misto di passione sofferta, sensazione di spreco, demotivazione e vuoto che può provare solo chi ha tra le mani un’impresa accartocciata a forma di ex-sogno?

E’ un’esperienza tanto universale quanto soggettiva. Eppure lo spirito di distruzione creativa non si spegne, neanche in chi ha accumulato più di un insuccesso. Anche io porto nel mio bagaglio una startup fallita: team sbagliato, inesperienza, lentezza d’azione: soldi ed entusiasmo sono risorse rinnovabili, il tempo invece no. E’ stato solo tempo perso, giusto? Sbagliato.

Ho imparato la differenza che può fare un UX Designer. Ho imparato a non far tremare la voce anche se stai spiegando la tua startup al co-founder di Skype. Ho imparato a valutare un co-founder esattamente per quello che è. Ho imparato, soprattutto, a fare tabula rasa ed a ripartire da zero.

Il simbolo dell’Uroboro viaggia dall’antico Egitto ed arriva fino a Jung. Il suo compito è quello di ricordarci la ciclicità dell’auto-riflessione, la teoria dell’eterno ritorno, l’iteratività delle cose che ricominciano nello stesso istante in cui finiscono e proprio perché finiscono. Il vero imprenditore non ha un DNA a forma di doppia elica ma a forma di serpente che tenta di mangiarsi la cosa: lo dimostra la sua forza di volontà inestinguibile ed inesorabile.

L’Uroboro è un simbolo drammatico che racchiude al suo interno l’assimilazione di due opposti, luce ed ombra, vittoria e sconfitta. L’una non può esistere senza l’altra ed è così che il fallimento non è altro che il veicolo scelto dall’innovazione per perdurare nel tempo. Lanciare un’impresa e portarla al successo è un gioco infinito il cui unico scopo è continuare a giocare. Sarà un caso che Steve Jobs, uno dei più grandi startupper dell’ultimo millennio, ha scelto One Infinite Loop come indirizzo del suo ufficio? Gli errori possono affossarti se non li vedi per quel che sono: gradini sui quali salire più in alto di prima.

L’approfondimento tecnico sul fallimento startup in Italia a cura di Antonia Verna, partner studio legale Portolano Cavallo

In considerazione dell’elevato rischio imprenditoriale proprio degli investimenti in attività ad alto livello di innovazione tecnologica, il legislatore italiano si è preoccupato di introdurre disposizioni ad hoc per la composizione della crisi della startup innovativa.

In particolare, la startup innovativa non potrà essere soggetta alle ordinarie procedure concorsuali (es. fallimento e concordato preventivo), ma sarà sottoposta in via esclusiva ad una delle seguenti procedure:  il procedimento di composizione della crisi da sovraindebitamento o il procedimento di liquidazione del patrimonio.

Si tratta di due procedure (alternative tra loro) introdotte in origine dalla Legge n. 3/2012 per le sole imprese non fallibili (in quanto ad esempio al di sotto degli indici di fallibilità previsti dall’art. 1 della Legge Fallimentare) e, successivamente, estese alle startup innovative.

In estrema sintesi: la prima (composizione della crisi da sovraindebitamento) consiste in un accordo stragiudiziale di ristrutturazione dei debiti con i propri creditori, da sottoporre successivamente alla definitiva approvazione dell’autorità giudiziaria, e si configura quindi come una sorta di “concordato preventivo semplificato”; la seconda invece (liquidazione del patrimonio) mira alla liquidazione della società, al pari di una procedura fallimentare (di cui tuttavia non presenta le complessità e i costi).

Unico requisito per accedere a queste procedure è l’iscrizione alla sezione speciale delle startup innovative del Registro Imprese di riferimento.

L’obiettivo primario del legislatore è stato quello di adottare procedimenti semplificati di soluzione delle situazioni di crisi della startup innovativa che, sebbene siano idonei a realizzare la segregazione del patrimonio sociale per il soddisfacimento dei creditori, tuttavia non privino l’imprenditore delle necessarie capacità giuridiche per intraprendere, anche nell’immediato futuro, nuove iniziative di business. In altri termini, l’imprenditore che ha avviato una startup innovativa non potrà essere “marchiato” come “fallito” nel caso in cui la sua iniziativa imprenditoriale non riesca a decollare e subentrino problemi di natura economico-finanziaria che rendano opportuna la cessazione di ogni attività, né sarà soggetto alle restrizioni normative ed incapacità giuridiche previste a carico dell’imprenditore dichiarato fallito.

Nell’ottica di tutelare la riservatezza dei soci della startup innovativa coinvolta nella procedura di liquidazione, il legislatore ha previsto che resteranno accessibili al pubblico solo le informazioni relative alla startup stessa, mentre i dati relativi ai soci della startup, assoggettata alla suddetta procedura di liquidazione, saranno accessibili esclusivamente su richiesta dell’autorità giudiziaria e delle autorità di vigilanza, decorsi dodici mesi dalla iscrizione nel registro delle imprese del decreto di apertura della procedura di liquidazione.

Augusto Coppola, imprenditore ed investitore co-Founder di InnovAction Lab

Anche in Italia è da qualche tempo arrivata la discussione sul valore del fallimento come elemento di crescita di un imprenditore. Il problema è che, come spesso accade, abbiamo preso una parola inglese “failure” e l’abbiamo tradotta senza pensare a quale sia il concetto dietro alla parola stessa.
Negli USA quando si parla di “failure” come elemento di crescita si intende solamente l’aver sbagliato, fatto degli errori e, in particolare, non essere riusciti a portare la propria azienda ad autosostenersi finanziariamente, bruciando inutilmente i soldi degli investitori e sprecando il proprio tempo e denaro. In genere, per “failure” non si intende aver portato qualcosa alla bancarotta, aver mancato di pagare i propri dipendenti e i fornitori. Ma questo è esattamente il senso che assume, in ambito imprenditoriale, la parola in italiano. E questo genera le comprensibili resistenze nell’accettare “la cultura del fallimento”.

La cosa è comprensibile, in quanto mancando nel nostro Paese investitori di rischio, coloro cioè che mettono le risorse finanziarie per far nascere delle nuove aziende ad alto valore innovativo, chi diventa imprenditore tende ad auto-finanziare oltre ciò che sarebbe saggio i propri progetti, col rischio di mantenerli attivi a dispetto dei risultati economico-finanziari perché oramai troppo esposto sul piano personale.

Io ho alle spalle un fallimento, una startup nella quale ho letteralmente bruciato i soldi miei e di coloro che hanno creduto nel progetto. Ogni volta che lo racconto noto in chi mi ascolta un velo di diffidenza che si scioglie solamente quando spiego che a dispetto della assoluta mancanza di qualsivoglia ritorno economico, ho sempre pagato i miei dipendenti e fornitori (incluso lo Stato) e che ho trovato un nuovo posto di lavoro per tutti coloro che lavoravano nella startup. La cosa sembra però meravigliarli, e non è sempre agevole fargli capire che questo è assolutamente normale nel mondo delle startup innovative finanziate da fondi di Venture Capital come quello per il quale adesso ho la fortuna di lavorare.

Il fondo di Venture Capital, infatti, si aspetta che un numero significativo dei propri investimenti darà, come si dice in gergo, “ritorno zero”, cioè non ripagherà neanche una parte dei soldi investiti. E’ nella natura del business: quando si vuole realmente creare qualcosa di innovativo, bisogna andare a cercare di cambiare il mondo e la cosa è più difficile di quanto molti tendano a pensare. Tale ambizione passa necessariamente attraverso un certo numero di “fallimenti” (intesi come errori di valutazione fatti investendo in startup a ritorno zero o comunque poco significativo), da cui imparare per cercare di finanziare quella startup che modificherà lo status quo, creando ricchezza per se stessa, i propri impiegati, il Paese e l’investitore che ci ha creduto.

Giovanni Minoli alla scoperta della storia di Ninja Marketing [PODCAST]

Cosa avrà chiesto Giovanni Minoli, uno dei conduttori e giornalisti che hanno fatto la storia dell’informazione televisiva in Italia, a Mirko Pallera, founder di Ninja Marketing e Ninja Academy? Scoprilo ascoltando il podcast della puntata “Nuove Forme di pubblicità: Il Guerrilla Marketing” della trasmissione Mix 24, su Radio24.

Ascolta l’intervista qui

Dopo aver fatto tremare leader politici ed imprenditori con le sue interviste in tv, con Mixer e La Storia siamo noiGianni Minoli ha, infatti, da qualche anno, lasciato il piccolo schermo per dedicarsi alla collaborazione con Radio24, dove conduce Mix 24, in onda tutti i giorni dalle 9 alle 11.

Proprio qualche settimana fa, ha voluto dedicare una parte del programma a Ninja Marketing e Ninja Academy e ha chiesto a Mirko Pallera le sue considerazioni su guerrilla marketing, social media e marketing transpersonale.

Una intervista che in un certo modo “storicizza” la saga dei Ninja riconoscendo a Ninja Marketing il suo ruolo di evangelizzatore culturale di un nuovo approccio alla professione.

Il marketing non-convenzionale oggi è diventato convenzionale? Questa è solo una delle domande che Minoli ha posto al nostro founder, che ha anche approfondito il tema di un marketing che diventa sempre più transpersonale, andando a rispondere a bisogni delle persone sempre più profondi che derivano da un “Io espanso” che arriva ad abbracciare la comunità e l’intero pianeta. Una visione ancora tutta da realizzare: “il segreto della pubblicità di oggi che va verso il futuro, perchè dobbiamo ancora arrivarci”, come dice Mirko. Ascolta tutta l”intervista nel podcast!

Cannes Lions 2015: chi vincerà il Festival della Creatività?

“Gli Oscar della pubblicità” li definisce Bruno Bertelli, direttore creativo di Publicis, in una recente intervista. Si tratta dei Cannes Lions, l’annuale competizione internazionale tra pubblicitari di tutto il mondo che ogni anno setta lo standard della creatività mondiale annunciandone i futuri trend.

Sono 40.133 le iscrizioni pervenute per questa 62esima edizione del Festival Internazionale della Creatività. “Si tratta di una delle più agguerrite arene competitive mai viste ai Cannes Lions ” – spiega Francesco Bozza, giurato italiano della competizione. Per l’Italia, tra le sigle che hanno iscritto il maggiore numero di progetti troviamo Publicis con 62 entry, Leo Burnett con 56, McCann Worldgroup Milan con 53, Y&R con 51, S&S con 48. Solo 9 iscrizioni in Lions Innovation e 17 in Lions Health.

In questa edizione, sono tanti i progetti che hanno avuto uno straordinario successo e che possono meritevolmente aspirare alla vittoria. Uno di questi è ‘Saving Aslan‘ realizzato da Saatchi&Saatchi Italia per Fixodent (P&G). Un documentario di sei minuti che in quindici giorni ha raggiunto quasi 7 milioni di visualizzazioni e che narra la storia dell’operazione dentistica ad un leone bianco, animale sacro in Africa, per restituirgli la capacità di mordere. Ma anche “The other side” di W+K per Honda, dove grazie all’elevato utilizzo della tecnologia applicata alla creatività si è avuto un risultato altamente sorprendente e innovativo.

Ecco una carrellata delle campagne di maggiore successo.

1. Fixodent – Saving Aslan

Aslan è un leone bianco che ha perso due dei suoi denti canini un anno fa, ed essere un leone è stata una sfida da allora. Il documentario racconta la storia di come Fixodent ha aiutato Aslan a riavere la sua vita come re della savana. Il parallelo del brand è quello tra gli esseri umani e i leoni, entrambi infatti perdendo i denti vivono una vita più complessa.

La storia di Aslan sensibilizza attorno alla, spesso difficile, transizione emotivo in seguito alla perdita dei denti. Realizzato da Saatchi&Saatchi Italy, attraverso questo viaggio, Fixodent vuole dimostrarci come anche quando ci sentiamo a dura prova, esso può aiutarci ad iniziare un nuovo capitolo e mai smettere di mordere la vita.

LEGGI ANCHE: Fixodent restituisce l’orgoglio al leone bianco

2. Beats by Dre – The game before the game

Prima del goal, prima della gloria, c’è un segno, un “gioco” che nessuno vede. Questo video musicale, realizzato da R/GA London per Beats by Dre, racconta in cinque minuti i rituali pre-partita di Neymar Jr., Cesc Fabregas, Luis Suarez e altri, il tutto mixato con “Jungle” di Jamie N Commons & The X Ambassador.

3. ONU World Food Programme – 805 Million Names

L’agenzia coinvolta è Forsman&Bodenfors e il testimonial è Zlatan Ibrahimović. Il 14 febbraio infatti, il capitano del Paris Saint-Germain ha segnato contro il Caen, poi si tolse la maglietta per rivelare una serie di tatuaggi temporanei particolarmente sorprendenti. Erano 50 nomi. Nomi che lui non aveva mai conosciuto ma che voleva tenere più vicino.

Erano i nomi dei 805 milioni di persone che oggi vivono una condizione che fa più vittime della malaria, della tubercolosi e dell’AIDS combinati. Erano i nomi delle persone che ad oggi soffrono la fame in tutto il mondo.

4. IKEA – The Power of a Bookbook

Durata della batteria eterna? Interfaccia touch flessibile? Pagine che caricano istantaneamente, con zero blocchi? Suona come una meraviglia tecnologica. Ed è, è il catalogo stampato Ikea! Questo è probabilmente il promo più sharato dell’ultimo anno. Un divertente e iconico video lanciado da BBH Singapore che va a colpire non solo il target più hi-tech del brand ma soprattutto che lascia parlare di sè.

Ci siamo sicuramente tutti chiesti però, Apple che ne penserà?!

5. P&G Always – Like a girl

Uno dei promo più favoriti dai giudici dei Cannes Lions per tutta la primavera è stato questo lavoro eccitante realizzato da Leo Burnett Toronto. In sostanza, Always, brand da sempre impegnato nella lotta contro le discriminazioni di genere, sfida gli spettatori a ridefinire la frase “come una ragazza” considerata tradizionalmente un insulto. Li si invita a ridefinirla invece come espressione di forza. Un video partito durante il Super Bowl 2014 e divenuto in virale in poco tempo.

6. Honda – The other side

The Other Side è il titolo del cortometraggio (no, non possiamo definirlo spot) che ritrae le due anime di questa azienda, catapultando lo spettatore in una doppia linea narrativa con risvolti da cardiopalma. Quello che dovete fare è far partire il video e, quando vi sentite pronti, premere il tasto R.

Il cortometraggio intero lo trovate qui: The Other Side

LEGGI ANCHE: The Other Side, la rivoluzionaria campagna di Honda firmata W+K London

7. Smart – Dancing in the traffic lights

A nessuno piace aspettare, per questo i semafori sono alcuni dei luoghi più pericolosi. Ma come si fa a fare in modo che i pedoni attendano fermi al semaforo rosso? Semplice, rendendo l’omino rosso più divertente! La casa automobilistica stavolta punta tutto sulla sicurezza, riuscendo anche a far divertire i pedoni.

8. Samsung – The Safety Truck

In un paese con un tasso di mortalità elevato auto-incidente, Samsung ha sviluppato la tecnologia per rendere le strade più sicure. Grazie a Leo Burnett Argentina, è stato progettato un sistema per i camion Samsung che hanno usato una telecamera senza fili nella parte anteriore e quattro monitor esterno sul retro per permettere ai piloti dietro i camion di vedere meglio la strada da percorrere.

9. Guinness Africa – Made Of Black

BBDO London per Guinness provocatoriamente connette il colore della sua birra allo spirito vibrante di giovani africani in questa campagna. Il pezzo era un montaggio di due minuti abbagliante di danza, performance art e surreali calci piazzati, spinto dalla pista Kanye West “Black Skinhead“.

10. Gatorade – Made In New York

Davanti a suoi ultimi giorni di gioco Derek Jeter si manifesta in una passeggiata nel Bronx. Questo spot sta facendo il giro via YouTube con gentile concessione di Gatorade. Ed è altrettanto buono, se non migliore, rispetto al mega-viral “RE2PECT” da all’inizio di questa stagione. Il capitano Yankees in pensione trascorre gran parte del video salutando i fan con gli occhi spalancati in rotta per lo Yankee Stadium. Con Frank Sinatra in “My Way” che condisce con il miglior sottofondo.

Im2Calories: Google stima le calorie con una foto

Im2Calories: così si chiama il nuovo progetto di Google che si rivolge ai food lovers che vogliono essere attenti alla propria dieta. Im2Calories è infatti un’applicazione che promette di riuscire a stimare le calorie del piatto che hai di fronte, semplicemente attraverso una foto.

L’idea è stata presentata da Kevin Murphy, ricercatore Google, al Rework Deep Learning Summit a Boston e fonda le sue radici sulla tecnologia di DeepMind, start up acquistata da Google nel 2014 per 400 milioni di dollari, che si occupa di intelligenza artificiale.

Murphy, durante l’evento, ha spiegato che l’applicazione è ancora in fase di sperimentazione, ma l’obiettivo sul quale lavorano i ricercatori di Google  è riuscire ad analizzare la profondità di ogni pixel dell’immagine e distinguere ogni singolo alimento dalla foto, comprendendo le quantità dalla capienza del piatto.
Il progetto è talmente ambizioso che Google promette di riuscire a fare un calcolo preciso anche a partire da immagini a bassa risoluzione, come quelle inviate tramite Whatsapp o caricate su Instagram (filtri permettendo?).
Una tecnologia che ha ancora bisogno di ulteriori progressi per definirsi ultimata: i calcoli sulle calorie hanno infatti un margine di errore di circa il 20%.

Come gran parte dei servizi di monitoraggio, il contributo degli user dell’app sarà di fondamentale importanza. Ogni utente avrà la possibilità di aiutare il sistema ad affinare calcoli, algoritmi e riconoscimento dei piatti, inserendo manualmente i dati interpretati in maniera erronea dall’app, aumentando e migliorando qualitativamente il database di Im2Calories.

Im2Calories non solo ironizza sulla tendenza contemporanea che spinge le persone a pubblicare foto dei deliziosi piatti che sta per addentare, ma permette di avere risvolti utili, aiutando le persone a rendersi conto di ciò di cui si sta cibando e magari combattere l’obesità.

Non sei curioso di scoprire quante calorie contiene il tuo piatto preferito?

Ballroom 2015 per gli Internazionali BNL Italia: analisi dell'evento digitale

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Metti un evento sportivo  di portata mondiale come quello degli Internazionali BNL, tenutosi dal 7 al 17 maggio a Roma, al Foro Italico. Metti il connubio tra la musica più vibrante dei dj più noti a livelli internazionale e l’idillio artistico con l’arte urbana. Metti un contesto reale che non può più fare a meno di quello digitale e pare proprio che il successo, se non altro in termini di risonanza e visibilità, per i più pignoli, di reach e di brand awareness, sia garantito.

LEGGI ANCHE: Perché tutti parlano degli Yuccies?

Per il secondo anno consecutivo, a Justbit, la digital factory italiana, in collaborazione con Tramp,  è stato affidato l’incarico di gestire l’evento per la parte digital e social. Squadra che vince, non si cambia, verrebbe da dire. Anche per l’edizione 2015 infatti, l’agenzia ha gestito la manifestazione attraverso il format interattivo di entertainment Ballroom dedicato alla musica e all’arte, sviluppando un sito, una app ,”Internazionali Ballroom” gratuita per i dispositivi Android e iOS e il Social Wall, una bacheca virtuale da cui poter seguire live l’evento.

Infografica sulle performance digitali dell’evento

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QR Code e tecnologia NFC

Come si evince dall’infografica, un dato inaspettato sicuramente riguarda il successo del QR code, che forse qualcuno aveva dato per morto, all’interno delle strategie di comunicazione. Invece, le evidenze dimostrano il contrario. Sarà che di code e file interminabili gli italiani non ne hanno proprio voglia, sarà che siamo tutti diventati più smanettoni, ma su 28.000 registrati sul sito o dalla app che hanno ricevuto il pass digitale, ben 10.000 hanno avuto accesso attraverso questo codice identificativo.

Grazie alla tecnologia NFC integrata sui braccialetti elettronici gli influencer e i vincitori del concorso Ballroom 2015 (che prevedeva un istant win al quiz o allo scatto della foto brandizzata da app) hanno varcato gli ingressi avvicinando il bracciale agli appositi dispositivi di tracciamento. Oltre 2.500 gli accessi registrati.

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La app e il sito

Si stimano ben 7.500 download dell’app nata per l’evento. Attraverso questo mezzo gli utenti hanno consultato il programma della manifestazione e hanno partecipato al concorso Ballroom, che tra i premi prevedeva la vincita dei biglietti della semifinale e finale degli Internazionali BNL.

85.726 utenti unici hanno visitato il sito per tutta la durata della manifestazione. Smartphone e tablet si confermano i dispositivi più utilizzati (71%) attraverso cui gli utenti hanno avuto accesso al sito. Oltre 11.000 le sessioni registrate nel solo giorno di apertura!

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I social network: Facebook e Twitter

Occhi puntati sulla fanpage dedicata: nel giro di breve, si sono contati 7.000 fan iscritti alla pagina social. L’account Twitter ha registrato in un mese 1.300 follower.

Chi non ha potuto essere presente alla manifestazione è riuscito a seguire comunque l’evento grazie ai due hashtag #ibi15 e #ballroom15. Infatti, attraverso il Social Wall, i fan si sono scatenati in un tripudio di foto e commenti dei loro beniamini costruendo in real time la cronaca degli Internazionali e catturando gli scatti più emozionanti delle serate musicali.

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Tutto questo conversare ha prodotto, numeri alla mano, 4.758.571 impression complessive su Facebook e almeno 56.800 visualizzazioni sull’account ufficiale Twitter. Un 30% di traffico al sito è stato generato proprio delle attività di ingaggio sui social e dalle attività di promozione.

L’edizione 2015 di Ballroom ha replicato il successo della scorsa edizione, memorabile anche perché nel 2014  la piattaforma si è aggiudicato il riconoscimento “Best Fan Experience” da parte dell’ATP Awards di Montecarlo. Quando si dice event marketing…

Mashable Social Media Day: ci vediamo il 29 e il 30 giugno a Milano

Il Mashable Social Media Day è uno degli eventi più attesi del settore che celebra la rivoluzione digitale, le dinamiche, le potenzialità dei social network e gli impatti da questi generate.

Quest’anno l’appuntamento si sdoppia: il 29 giugno presso l’Università cattolica del Sacro Cuore e il 30 giugno presso il Talent Garden, lo spazio di CoWorking degli innovatori digitali a Milano (Via Merano, 16).

Con oltre 30 milioni di pagine visualizzate al mese, Mashable si classifica come uno dei più grandi siti ed il terzo blog più popolare al mondo.

L’evento consisterà in due giornate di aggiornamento e formazione allo stesso tempo, che vedranno l’innovazione raccontata attraverso case study di successo presentate da professionisti del settore.

Come partecipare?

L’evento è gratuito e aperto a tutti. Per partecipare bisogna solo iscriversi qui.

Il programma

Oltre 40 eccellenze in campo digitale racconteranno come ottenere risultati di successo attraverso l’utilizzo dei principali strumenti in ambito social media. Tra i relatori figurano Orazio Spoto, Claudio Gagliardini, Diana Piemari Cereda e anche la nostra managing editor Nunzia Falco Simeone che parlerà di Shareable Content: divertire e conquistare la tua audience ogni giorno (il 29 giugno).

Cos'è l'Inbound Marketing e cosa fa davvero un SEO Strategist? [INTERVISTA]

fabio di gaetano inbound marketing

Nel nostro percorso di avvicinamento al corso in SEO e SEM Strategy della Ninja Academy, dopo aver parlato di SEO con Luca De Berardinis, vogliamo completare il discorso rispetto alle qualità e competenze che un SEO strategist deve mostrare.

Se Luca aveva incentrato le sue risposte sugli aspetti creativi legati al content marketing SEO oriented, Fabio Di Gaetano,  SEO Strategist e founder di Argoserv, ci mostrerà quali competenze bisogna avere per ideare e mettere in pratica una strategia di Inbound Marketing.

#1 Andiamo dritti al punto: spiegaci in poche e semplici parole cos’è l’Inbound Marketing e come può essere utile alle aziende.

Fare inbound marketing significa utilizzare al meglio gli strumenti del marketing digitale per attrarre visitatori, convertirli in clienti e possibilmente trasformarli in evangelist del proprio brand al fine di incrementare contatti, opportunità e contratti.

Come? Sfruttando i principi del permission marketing: non interrompendo o disturbando il proprio target potenziale ma intercettando le sue domande e rispondendo alle sue necessità. Alla base della strategia dell’inbound marketing sta la produzione di contenuto digitale (c.d. content marketing) da diffondere e veicolare al meglio in Rete attraverso la SEO, il social media marketing, l’email marketing, la SEM (o pay per click). La logica dell’Inbound Marketer è quella di incontrare il potenziale cliente (c.d. buyer persona) nel momento in cui questi decide di acquistare un prodotto o servizio (c.d. Zmot) presidiando tutti i luoghi digitali in cui ( i c.d. touch points del buyer’s journey) si ritrova la propria “tribù”. Naturalmente perché si possa parlare di inbound marketing bisogna fissare con chiarezza obiettivi (tramite indici di performance) per misurare risultati e Roi dell’attività svolta.

Se l’attività di inbound non aiuta l’impresa o il professionista ad accrescere fatturati ed opportunità e non è monitorabile, non serve a niente.

Spero di essere stato chiaro, ma se vuoi saperne di più e se hai tanta pazienza ti consiglio di leggerti questo mattone.

#2 Un professionista che vuole diventare un SEO strategist quale background deve possedere?

Ti rispondo con un ottimo grafico che ha postato Rand Fishkin:

t-shaped knowledge

Il moderno SEO strategist deve avere una conoscenza a forma di T (T-shaped). Deve essere curioso, conoscere almeno superficialmente le attività che compongono il web marketing e poi deve approfondire alcuni aspetti SEO che lo interessano particolarmente. Deve avere soprattutto una “visione” strategica di lungo periodo: deve studiare il ”campo di battaglia digitale” valutando minacce ed opportunità che si profilano all’orizzonte per il proprio brand. Google non deve essere l’unico fattore da tenere in considerazione.

#3 Diamo un piccolo assaggio del tuo modulo ai nostri lettori: ci dai 3 suggerimenti utili su come stilare un post che venga incontro alle esigenze dei motori di ricerca?

Perché un post venga incontro alle esigenze dei motori di ricerca deve necessariamente venire incontro alle esigenze dei potenziali lettori: deve rispondere cioè in maniera originale ed approfondita alle loro domande.

Io solitamente suggerisco di:

  • studiare le ricerche correlate alle tematiche affrontate nel post e cercare di considerarle ed approfondirle perché sono quelle che realmente destano interesse;
  • scrivere articoli in depth (o long form) che sviscerino a fondo l’argomento e dicano cose nuove ( evitate a tutti i costi i copia ed incolla!) ed utili;
  • creare un articolo” hub” che citi sempre fonti autorevoli ed interessanti. Spesso in Italia per miope paura di linkare il contenuto di un concorrente si perdono opportunità interessanti e non si comprende che tale modus agendi provoca un disservizio duplice:ai lettori ed a sé stessi.

#4 In questi anni, le tecniche SEO hanno subito una serie di modifiche impattando nel concreto nella struttura di siti istituzionali, blog aziendali etc. Cosa vedi all’orizzonte? Ti aspetti un nuovo cambiamento a breve e se sì, quale potrebbe?

Non ho la bacchetta magica, ma non credo all’efficacia di sole tecniche o stratagemmi SEO. La SEO è uno strumento di fondamentale importanza nel marketing digitale, ma da sola non basta e non porta frutti (o se ancora lo fa, lo farà sempre meno in futuro).

Per salire sui motori di ricerca sarà sempre più importare fornire qualità: il bravo SEO strategist sarà come il medico dell’attività online (credo che qualcuno lo abbia già detto in passato e mi scuso se non cito la fonte, non la ricordo), dovrà guardare non solo alla forma (l’attività o il sito devono essere Google friendly, device friendly ecc ecc) ma alla sostanza. Faccio un esempio concreto: immagina un sito di annunci (immobiliari, di auto usate, di promozioni), potrà essere realizzato in maniera eccellente, avere un milione di link in entrata, ma se poi avesse pochi annunci (ovvero poca sostanza) e fosse abbandonato dopo il primo click credi possa avere una vita lunga?

Ninja Social Oroscopo dal 18 al 24 giugno

oroscopoCari Ninja Segni, questo social oroscopo della settimana parte a tutta birra con Venere in Leone e Marte e Mercurio nei Gemelli. Il risultato è una carica espolosiva per il Leone, che riuscirà ad esprimere come un Empowerment tutto il potenziale inespresso dei mesi appena passati.
I Gemelli sono così euforici che faranno finta di non sentire alcuna lamentela nemmeno se la trasmettesse Spotify per non udenti, mentre il Cancro festeggia il suo compleanno liberandosi di più di un’ansia.

Grandi prove da superare per Pesci e Scorpione ma seguendo i sette migliori consigli per una carriera professionale di successo la spunteranno su tutto.
L’Acquario tende a vedere un po’ troppo il suo orticello (anche se ci starà benissimo) e il Toro avrebbe bisogno di una fresca STARTUP in amore.
Il Capricorno prova a mettersi in discussione ma dovrebbe provare a sfruttare di più le situazioni come un sito il proprio traffico web.

La Vergine smette di stare sulla difensiva mentre la Bilancia continua a fare la dura dando a credere a tutti di saperne una più degli Yuccies.
Sagittario in stato di Nirvana sentimentale mentre l’Ariete supera la crisi e passa alla fase 2.0 della propria relazione (magari fosse arietino anche il Social Media!!)

Buona settimana e che i Social Pianeti siano con voi!

Consigli per startupper da chi ce l’ha fatta: Davide Dattoli [INTERVISTA]

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Digital Strategist, innovatore e imprenditore, ma soprattutto co-creatore di Talent Garden, il network di co-working space che portato in Italia un nuovo modo di lavorare. Davide Dattoli sarà giurato dello Startup Pitch Lab, il Percorso Premium a numero chiuso in aula, 100% learning by doing della Ninja Academy.

Per l’occasione gli abbiamo fatto qualche domanda su come presentare un’idea innovativa e sulla sua esperienza da imprenditore di successo.

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1. Ricordi il tuo primo pitch? Quali consigli ti daresti per migliorarlo?

Il mio primo pitch è stato al primo Startup Weeekend in Italia. Quando ho cominciato non si parlava quasi di startup, pitch, presentazioni, investitori. Non c’erano neanche tutti questi corsi che ci sono ora per imparare a fare l’imprenditore. Chi comincia ora è molto avvantaggiato sotto questo punto di vista. Lo migliorerei soprattutto nei contenuti, più diretti e brevi.

2. In questi anni avrai sentito decine e decine di idee innovative. Quali sono gli errori più comuni che si tendono a fare nei pitch?

Gli errori più comuni sono la grafica poco chiara, troppe parole per pagina e la tendenza a dimenticarsi che è il cliente al centro del pitch e non il nostro prodotto. Deve essere tutto relazionato al vantaggio che possiamo offrire a chi ci ascolta e non a quanto potenzialmente possa essere innovativa la nostra idea.

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3. Hai una scrivania riservata in ognuno dei 14 TAG presenti al mondo? 😀 Scherzi a parte, quale credi sia il motivo che debba spingere un innovatore a condividere il proprio spazio di lavoro?

Non ho una scrivania riservata neanche in quello di Milano dove vivo di base! 🙂 La cosa positiva dei TAG è proprio la flessibilità di poter andare dove si vuole e sapere di avere una base. Così è anche per i talenti che vengono da noi.

Condividere lo spazio ti dà la possibilità non solo di entrare in contatto con persone che possono far crescere il tuo business, ma ha il vantaggio di poter essere il più dinamico possibile, sia per allargare il proprio team sia per quanto riguarda la mobililtà tra i campus. Privacy, proprio ufficio, spazio di lavoro chiuso sono concetti ormai sorpassati!

4. Ritieni la tua prima società, Viral Farm, un fallimento poiché “tra i soci fondatori non c’era accordo su nulla”. Quanto conta il feeling del team nel successo di un’impresa?

E’ una parte fondamentale. Bisogna aver ben chiaro perché lo si fa, come si deve fare e dove si vuole andare. Se c’è disaccordo non può funzionare. Nel mio caso ma anche in tanti altri non eravamo allineati sulla visione della società o del prodotto che stavamo creando, questo crea frizioni che in una sfida complessa come quella di creare un impresa non possono resistere.

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5. A 25 anni hai già aperto (e chiuso) un’agenzia, ideato un’app e creato la rete di co-working più famosa in Italia. Quali sono i tuoi progetti per il prossimo lustro?

Al momento stiamo crescendo tantissimo come Talent Garden e abbiamo grandi progetti per il futuro, vogliamo passare da 12 campus attuali in Europa a 50 nel mondo aggregando sempre più founder di talento. Stiamo poi allargando il nostro business in settori come gli eventi e la formazione quindi per il prossimo lustro abbiamo parecchio da fare!

6. Ci aggiorni sulle prossime attività dei TAG da non perdere?

La più importante è sicuramente il CodeMaster, un percorso di 12 settimane che porterà i ragazzi ad imparare a programmare e a diventare junior web developer per essere pronti per andare sul mercato del lavoro. E’ un grande progetto capitanato da Alessandro Rimassa e ha l’obiettivo di formare i giovani sulle nuove professioni richieste dalle aziende.