Tra tags e fumetti, la Street Art si fa Furla?

di Giuseppe Arnesano

Dopo il coloratissimo tram di Milano, questa settimana Streetness osserva con attenzione un’importantissima realtà italiana che, da più di 80 anni, è leader internazionale nel campo della moda e degli accessori dedicati al mondo femminile. Oggi vi raccontiamo l’esperienza di Furla e di come, a suo modo, ha voluto richiamare la Street Art sulla propria nuova collezione di borse.

La storica azienda bolognese, che dopo la costituzione della Fondazione nel 2008 ha aggiornato la sua mission puntando maggiormente sulla creatività, l’arte e la moda dei giovani emergenti, da qualche mese ha lanciato la nuovissima.

In questo modo gli intramontabili modelli delle borse Furla, come il bauletto Candy, la pochette Royal, il portafogli Babylon e la borsa bandoliera Metropolis, cambiano decisamente design, stile e colori. Questa speciale edizione primavera-estate 2015, quindi, si presenta come un must accattivante ed esplosivo proposto in differenti abbinamenti cromatici.

In verità, le immagini che si distendono sui diversi modelli dell’azienda si ispirano, variamente, allo stile urban e, anche se alla lontana, alla pop art: gli stili ricordano il lettering, le tags e addirittura i fumetti, ma forse tutto questo è stato pensato con poca attenzione nei confronti di un fenomeno artistico decisamente trasversale e che gli ultimi tempi è riuscito ad attirare su se stesso l’attenzione dei maggiori market leader mondiali.

Come è stato raccontato negli articoli precedenti, anche altre e famose aziende italiane e non solo hanno guardato alla Street Art e creduto in contest particolari, ben strutturati e che hanno interessato in prima persona – questo è il vero plus che ci sentiamo di dire sia, oramai, irrinunciabile – i migliori street artist al mondo.

La questione a noi sembra semplice: un tempo bastava riferirsi al fenomeno per intero, sia per estetica sia per performance, per soddisfare una clientela, di varia specie e verso varia merceologia, desiderosa di collegare i propri acquisti alla percezione di un segno urbano e del suo capitale immaginifico; da qualche anno, tuttavia, occorre premiare l’autore, lo street artist con come e cognome, la sua storia, il suo premio estetico che rende agli oggetti commerciali per i quali la sua creatività viene ingaggiata.

Il pensiero è dunque che, forse, qualcuno avrà scritto Furla nello stile di graffiti o qualcosa del genere, campionando ed adattando segni e forme tipiche del fenomeno intero, e questo basta all’azienda e al mercato; ma questo mondo, il più recente, cresciuto nella lunga e lenta lievitazione culturale della street art probabilmente sarà appagato da qualcosa di più preciso, che ci auguriamo Furla doni al proprio target, coltivandone a suo volta il gusto e qualificando così il suo passeggio.

Fermi tutti: Netflix arriva in Italia

netflix_italia

No, non è una bufala o l’ennesimo articolo speranzoso fondato solo su rumours. L’annuncio che stavamo tutti aspettavamo è arrivato ed è ufficiale. Molti pensavano che mai e poi mai Netflix, il colosso dello streaming online, arrivasse in Italia e invece oggi Wired annuncia in esclusiva che dal prossimo autunno anche noi potremo abbonarci al servizio per accedere a una vasta selezione di serie tv e film in alta definizione.

Reed Hasting, il CEO dall’azienda californiana, dichiara sulle pagine di Wired di giugno: “Per cinquant’anni abbiamo avuto la tv lineare, ma ogni cosa ha il suo tempo e prima o poi viene sostituita: la tv del futuro sarà un grande iPad”.

Il servizio sarà disponibile in Italia da ottobre, i prezzi non sono ancora stati ufficializzati, masaranno comunque in linea con quelli degli altri paesi europei” , dove gli abbonamenti partono da 7,99 euro al mese.

È certo che l’offerta includerà alcune serie tv originali Netflix come Marvel’s Daredevil, Sense8, Bloodline, Grace and Frankie, Unbreakable Kimmy Schmidt e Marco Polo, documentari, docu-serie e spettacoli comici. Mancheranno, almeno all’inizio, Orange is the new Black (in esclusiva su Mediaset Premium) e House Of Cards, (in onda in Italia su Sky Atlantic).

L’applicazione sarà disponibile su smartphone, tablet, smart tv e console, e potrebbe essere inclusa anche nei decoder di Sky e Mediaset. Al momento non si parla di esclusive con nessun operatore. A fare concorrenza a Netflix in Italia ci sono già Sky Online e Mediaset Infinity oltre a servizi come Chili, Tim Vision, iTunes e Google Play Film.

Netflix eroga in circa 50 Paesi oltre 100 milioni di ore di show televisivi e film al giorno a più di 62 milioni di iscritti.

Quello che le risorse umane non ti dicono ai colloqui di lavoro

risorse umane

Negli anni della grande crisi trovare lavoro non è certo un’impresa semplice. Tanta è la concorrenza, poche le offerte. Molti invece, saranno i colloqui che dovrai affrontare, e non sempre le risposte saranno positive.

LEGGI ANCHE: Colloquio di lavoro, istruzioni per prepararsi alla selezione

Spesso succede di non superare la selezione con un’azienda per cui si desidera lavorare, senza ricevere nemmeno una spiegazione riguardo alle motivazioni del diniego. Questo rappresenta non solo un segno di maleducazione, ma anche un grosso ostacolo per il candidato di turno che si trova respinto senza nessuna causa apparente.

È sempre importante ricevere un feedback sul proprio colloquio, soprattutto se questo è negativo, poiché è proprio in conformità ad esso che si avrà la possibilità di imparare dagli errori e quindi di migliorare per il futuro.
La domanda che sorge spontanea, e che probabilmente molti di voi si saranno chiesti, però è un’altra: quali sono le vere motivazioni per cui un’azienda decide di scartare il tuo profilo? Cosa non ti dice?

Quello che non ti dicono: perché i datori di lavoro non offrono spiegazioni ai candidati respinti?

Risorse umane

Partiamo dal pensare che anche i responsabili delle risorse umane sono delle persone ed in quanto tali hanno le loro naturali difficoltà a spiegare le reali motivazioni di un rifiuto, soprattutto quando si tratta di profili di grande rilievo. Spesso la loro scelta si basa su diversi fattori, che non sempre possono essere spiegati a ogni singola persona in modo specifico ed esaustivo.

Non solo, a volte le motivazioni per un eventuale rifiuto possono essere molto dure, e quindi i direttori preferiscono non esporsi, sia per non ledere i sentimenti del candidato sia per non trasmettere un’immagine eccessivamente rigida dell’azienda.

Terzo punto, ma non per questo meno importante, è dato dall’aspetto legale. Se i tuoi selezionatori ti daranno subito un motivo negativo rispetto all’esito del colloquio, che può anche non essere prettamente lavorativo ma caratteriale, potresti interpretare questa decisione come un segnale di discriminazione.

È normale che sia i responsabili delle risorse umane sia i datori di lavoro cercheranno di tutelarsi da tutti questi rischi (almeno inizialmente).

Quello che non ti dicono: dagli errori si impara

Risorse umane

È vero però che non è sempre così; le grandi aziende spesso offrono un feedback in grado di aiutare il candidato.
Il nostro consiglio rimane quello di chiedere sempre alle società, che per svariati motivi ti hanno scartato, una spiegazione o delle indicazioni utili per imparare a conoscere e comprendere i propri errori al fine di migliorare per i futuri incontri lavorativi.

Non solo, una richiesta del genere dimostra sicuramente all’azienda che siete una persona responsabile, interessata e sempre pronta a mettersi in gioco e a fare meglio; tutti aspetti, questi, che potranno essere ricordati dalla stessa azienda in caso di selezioni future.
Nella ricerca del lavoro, non sottovalutare un rifiuto: potrebbe essere proprio questo il segreto del tuo prossimo successo.

 

Addio pigrizia! Ecco le app che ti faranno cambiare abitudine

 

L’estate è alle porte e tu, invece di essere al settimo cielo, ti senti stanco, senza forze, come se le energie fossero improvvisamente esaurite.

Sicuramente l’arrivo dei 30° non ti aiuta nello “sprint finale” ma una cosa è certa: “devi rimetterti in pista”. E come?

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Fase 1. Presa di coscienza: prendi carta e penna e pensa a tutte le cattive abitudini che hai assunto durante l’inverno e che stanno destabilizzando il tuo stato psico-fisico. Fatto? Bene, sei pronto a passare alla fase successiva.

Fase 2. Cambiamento: una volta presa coscienza di quali sono stati i tuoi errori è il momento di attivarti per porvi rimedio. Il tuo aiuto quotidiano è a “portata di click”. Sono le app che ti indicano la “strada maestra” per dire addio alle cattive abitudini. Ve le presento!

Svegliarsi in ritardo

 

A chi non è mai capitato di rimettere la sveglia dopo il primo allarme per dormire quegli interminabili “altri cinque minuti”? Ma se poi ricadiamo in un sonno profondo e ci svegliamo dopo circa due ore?  Panico!
Per evitare tutto ciò sono nate applicazioni, quali: Mathe Alarm Clock per iPhone o I Can’t Wake Up! per Android. Funzionano cosi: la sveglia inizia a suonare e smette di farlo solo quando avrai risolto alcune operazioni aritmetiche, come 788 +69. L’attività mentale richiesta dovrebbe bastare a svegliarti. Lo so, il suo meccanismo di funzionamento può spaventare soprattutto se l’impegno richiesto è alle prime ore del mattino ma ti assicuro che il risultato è garantito.

Essere fuori forma

  La prova costume si avvicina e aumentano le iscrizioni in palestra. I propositi sono buoni ma, molto spesso, non abbiamo fatto bene i conti con il fattore: pigrizia. Un fattore in grado di farci perdere tempo e denaro. Come incentivo a mantenerci in forma è nata Pact, un’app per iOS e Android.

Come funziona? Iniziamo con il porci degli obiettivi: per esempio andare in palestra tre volte a settimana o mangiare più frutta e verdura, e scommettiamo su di essi delle piccole somme di denaro (20 centesimi). Se le promesse saranno mantenute  guadagneremo quei soldi, altrimenti ci verranno sottratti. La tentazione di mentire è inevitabile e per questo dobbiamo farci tracciare con il gps ogni qual volta andiamo ad allenarci e fotografare i cibi che mangiamo. Insomma, quando l’autostima non basta, il controllo degli altri può risultare di grande aiuto.

Bere poca acqua

Anche se da sempre  i medici lo consigliano, purtroppo non è ancora buona abitudine per tutti trascorrere la giornata in compagnia della bottiglietta d’acqua. La mancata assunzione di acqua a sufficienza può essere la causa di mal di testa e disidratazione (per non parlare poi della cellulite,  bere molta acqua è il suo primo rimedio). Ed ecco che ad aiutarti a raggiungere il fabbisogno quotidiano scendono in campo: Carbodroid per Android e Waterlogger per iOS. Il funzionamento è semplicissimo, basta segnare ogni bicchiere d’acqua bevuto e sarà l’app stessa a dirti se hai assunto la quantità giusta giornaliera.

Mangiarsi le unghie

Lo so, per molti è un antistress, per altri un modo per concentrarsi, per altri ancora una dipendenza però vedere un uomo o una donna con le unghie mangiate, non è sinonimo di pulizia e cura. Come teniamo al nostro corpo e ai nostri capelli dobbiamo tenere alle nostre mani, per cui diciamo basta a questa cattiva ed antigenica abitudine grazie a StopBite per iOS e Stop Nail Biting per Android, due app che fotografano “lo stato dell’arte” delle vostre unghie e registrano i progressi fatti generando un effetto motivazionale che funziona davvero.

Stare seduti troppo a lungo

Dopo una giornata passata a lavorare seduti davanti al pc senza mai alzarsi, adottiamo posture sbagliate e la schiena ne risente notevolmente. Un piccolo rimedio c’è: basta prendersi una pausa ogni tanto per fare dei brevi esercizi che rilassano schiena e collo. Ma chi li conosce? Non c’è problema, prendi il tuo smartphone e scarica le applicazioni  Office Excercise & Stretch per Android e Office Stretches per iPhone e saranno loro a suggerirti, tramite video realizzati da fisioterapisti e persona trainer, dei brevi allenamenti da fare durante la giornata per rilassare la tensione muscolare. Provateli e la schiena vi ringrazierà!

Fumare

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Tra tutte le cattive abitudini, questa è sicuramente la più difficile da eliminare. È indubbio che prima di tutto ci vuole tanta forza di volontà e la consapevolezza di voler davvero dire basta (e non farlo solo perché ci è stato imposto); ma, se i libri e i film hanno aiutato molte persone perché non potrebbe fare lo stesso anche un’app? E allora ti presento Kwit, sia per iPhone che per Android, l’app che aiuta le persone a smettere di fumare puntando sull’aspetto motivazionale e su alcune strategie tipiche dei videogiochi. In base a quanti giorni non si fuma l’utente sale di livello e pian piano  si disegnerà un grafico con i miglioramenti sulla sua salute e con il risparmio di tempo e soldi. I risultati potranno essere condivisi sul proprio social network, ottenendo anche l’incentivo e il sostegno da parte di amici e parenti.

Insomma, con l’aiuto della tecnologia potrai finalmente dire addio alle cattive abitudini e tornare ad assumere uno stile di vita sano ed equilibrato. Che cosa stai aspettando? Scarica le app e buona fortuna!

Social Media Week: la settimana più social dell'anno arriva a Roma

social media week roma

Dopo Milano, la Social Media Week arriva nella Capitale per una settimana di incontri, workshop e networking in tema social. Dall’8 al 12 giugno, circa 60 conferenze e percorsi tematici saranno legati da un unico global theme: “Upwardly Mobile: the rise of the connected class”. La Social Media Week esplora quest’anno l’impatto della tecnologia ‘mobile’ che oggi è in grado di rivoluzionare il nostro presente secondo 3 grandi assi: vita privata, lavoro, creatività.

L’evento sarà in contemporanea con Los Angeles e Città del Messico e si svolgerà nelle tre sale della Casa del Cinema a Villa Borghese.

Iscriviti agli eventi

Per partecipare agli appuntamenti, tutti rigorosamente gratuiti, è necessario prima registrarsi. Crea un profilo utente sul sito e poi seleziona gli eventi a cui sei
interessato.

Non ti resta quindi che controllare il programma (in continuo aggiornamento) della Social Media Week e iscriverti ai panel! Sii veloce perché i posti vanno a ruba 😉

Social Media Week

La Social Media Week riunisce le menti più brillanti, le idee più innovative, i trend più attuali e le best practice di successo nella tecnologia, nella cultura, nella società e nel business. Attraverso le testimonianze di speaker italiani ed internazionali, l’obiettivo della Social Media Week è quello conoscere, esplorare e approfondire differenti stili di vita, modi di lavorare e modi di creare e produrre novità, che possano cambiare ed arricchire in modo significativo le nostre vite.

Lo spot più bello dei 10 anni di YouTube

10 anni di youtube

Il 2015 è un anno molto importante per Google e tutti gli amanti dei video. Per festeggiare i 10 anni di YouTube, da Mountain View -e in collaborazione con i Webby Awards– hanno deciso di coinvolgere gli utenti chiedendo loro di votare lo spot preferito tra quelli pubblicati nell’ultima decade.

Ecco quindi i risultati di questa particolare votazione per festeggiare i 10 anni di YouTube, dal 5° al 1° posto. Le nomination coprivano una lista di 20 spot, che potete rivedere in una playlist dedicata su #10YearsofYouTubeAds

5. Dove Real Beauty Sketches

Una pietra miliare della comunicazione Dove accanto all’altrettanto celebre ma meno recente Dove Evolution. Realizzato da Ogilvy Brazil, PHD e Mindshare, questo esperimento sociale ha raccolto su YouTube 65 milioni di views.

4. Volvo Trucks – The Epic Split feat. Van Damme

La spaccata di Van Damme ideata da Forsman & Bodenfors valsa quasi 80 milioni di view nonché infinite parodie si è piazzata al 4° posto nella classifica degli spot preferiti dagli utenti di YouTube.

3. Always #LikeAGirl

Reduce dal grande successo ai Webby Awards, Like a Girl di Always si riconferma uno dei video più apprezzati in assoluto negli ultimi anni. Merito di Leo Burnett e Starcom MediaVest Group.

2. The Force

Lo straordinario, tenero e divertente spot di Volkswagen che per anni, dopo il Super Bowl del 2011, ha campeggiato in cima alle classifiche di mezzo mondo dedicate a video virali e comunicazione commerciale. A distanza di quattro anni, lo spot di Deutsch Los Angeles e MediaCom ha totalizzato ben 62 milioni di views.

1. Kobe vs. Messi: The Selfie Shootout

Ammetto che personalmente non avrei puntato sulla vittoria di questo video. Ma a ben vedere (e soprattutto a leggere il contatore delle view!) questo spot ha tutte le carte in regole per essere il preferito della community di utenti di YouTube: due tra gli sportivi più amati e conosciuti del mondo che scherzano fra loro e si sfidano come tutti noi facciamo tra amici (solo che loro si possono permettere di farlo volando su deltaplani, viaggiando dall’altra parte del mondo per fotografarsi sulla Grande Muraglia o per fare immersioni alle Maldive). Aggiungiamo paesaggi incredibili, selfie, e abbiamo il grande successo da 140 milioni di views realizzato da Crispin Porter + Bogusky e Starcom.

Siete d’accordo? Se anche voi vi sentite in vena di festeggiare con YouTube, potete cimentarvi in questo mega quiz e scoprire quanto ne sapete della sua storia e dei suoi video più virali di sempre!

PrestaShop Day: tutti a Parigi per l'evento sull'eCommerce dell'anno [EVENTO]

PrestaShop Day

Programmi per la settimana prossima? L’11 giugno noi saremo a Parigi, per il PrestaShop Day, l’evento dedicato all’eCommerce e che ogni anno riunisce i leader del settore. Ci lasceremo ispirare dalle storie di successo di coloro che hanno imparato a trarre il meglio dal web e dalle nuove piattaforme che offre.

Saranno presenti agenzie, developer, commercianti ma non solo: chiunque potrò scoprire le le ultime innovazioni nel settore dell’eCommerce, incontrare esperti e imparare dagli imprenditori che hanno fatto crescere loro attività di eCommerce da zero a milioni di persone.

Vuoi partecipare? Prendi un ticket

C’è ancora qualche posto a disposizione, perché non acquisti un ticket e prenoti un volo per Paris? Ci vediamo lì!

PrestaShop

Il programma dei workshop

Presenterà l’evento Thomas Benzazon, Editor in Chief di WidooBiz, il blog francese dedicato agli imprenditori e punto di riferimento del settore. Dopo il benvenuto di Bruno Lévêque, co-founder di Prestashop, e un discorso introduttivo di Nicolas Ferrary, Country Manager France di Airbnb, si parte con i keynote, le tavole rotonde e i masterclass.

9:45 – WeCommerce is better e-commerce
Con Bruno Lévêque e Octave Klaba, Founder di OVH

10:15 – The Community at the Heart of the Collaborative Economy
Presentato dalla giornalista Annie Lichtner con Stéphanie Tramicheck, Country Manager France di Pinterest; Thomas Guignard, Country Manager France di Waze; Cyril Zimmermann, Presidente di ACSEL e Céline Saada-Benaben, Country Manager France di eBay.

11:15 – From Market Entry to Successful Business, how to Maintain Ecommerce store Growth?
Presentato da Catherine Barba con Anne-Laure Constanza, founder di Envies de Fraises; Agathe Molinar, founder di Lemon Curve
e Julien–Henri Maurice, Chief Marketing Officer di Bazarchic.

13:30 – Learn How to Optimize Conversion Rates
4 store online saranno analizzati da Benoit Gaillat e Mathilde Le Rouzic

14:45 – The FailConf: Il fallimento è parte del viaggio di un imprenditore di successo
Presentato da Annie Lichtner con Jérémy Emsellem, imprenditore seriale; Marie Dehayes, founder di Secret Velvet; Jacques Froissant, founder e CEO di Altaïde & Shake

15:45 – New Client Acquisition, learn the secrets from PrestaShop success stories
Presentato da Hugues Deschaux, giornalista di Maddyness con Loïc Magne, founder di Féerie Cake; Antonin Lefebvre, founder di Headict; Thomas Guegen, Ecommerce Director di ArmorLux e Herbert Knibiehly, VP Marketing di Twenga.

Durante la giornata ci saranno anche workshop su development, tecniche di conversione e SEO.

Bruno-Leveque

PrestaShop Awards: quali saranno i migliori eCommerce dell’anno?

Alle 16:45 Bruno Lévêque e Thomas Benzazon premieranno gli store online selezionati dal team PrestaShop nelle categorie Online stores (Design & Ergonomics, Originality, Marketing & Communication, Skill & development); Community Favorite; Most Promising Business Ide; Contributor Favorite; Addons Contributors e Forum Contributors.

Barcamp Area

Ognuno può proporre il proprio intervento di 20 minuti nell’area Barcamp, per condividere le migliori pratiche, consigli e feedback con gli altri membri della Community PrestaShop.

Non puoi partecipare?

Segui l’evento in live streaming su YouTube e il live tweeting con l’hashtag #PrestaShopday, anche sugli account Ninja Marketing!

Sai perché è importante fare Team Building? [INTERVISTA]

gianluca lisi

Il Team Building è diventato per molte aziende la regola organizzativa prioritaria per raggiungere risultati straordinari in termini di aumento della produzione e miglioramento del servizio al cliente. Il lavoro di squadra faciliterebbe, infatti, la comunicazione, avvicinando management e personale operativo, facendo emergere la leadership e veicolando con empatia vision, mission e valori aziendali.

Ma come si fa motivare, orientare e guidare gli altri verso il raggiungimento ottimale degli obiettivi di squadra? Abbiamo intervistato per questo Gianluca Lisi, docente del Percorso Esperenziale in Professional Empowerment della Ninja Academy.

team

1. Perché ad un’azienda conviene avere dei dipendenti felici?

Le aziende hanno due piani, due livelli di obiettivi: il primo è quello esplicitato nelle mission, nelle vision, nei budget, nei documenti e nelle dichiarazioni aziendali. Poi c’è il secondo, ed è un piano inconscio: l’azienda come gruppo umano forma un aggregato psicologico, una metapersonalità che si pone oltre quella delle singole persone che compongono l’azienda.

Quando le persone che lavorano in azienda non sono felici, il piano inconscio, che è quello che conta veramente, diventa una tendenza, non detta e non esplicitata ma presente e potente, verso la liberazione di quelle persone dall’infelicità tramite la distruzione dell’azienda. Avere collaboratori felici è quindi non solo conveniente per le aziende ma è una necessità vitale.

2. Quanto è importante oggi fare community e team building?

Recentemente è apparso sul Financial Times un articolo di Henry Mintzberg, uno degli esponenti più autorevoli del pensiero manageriale contemporaneo, nel quale si sostiene che il motivo principale della crisi economica attuale sia dovuto alla mancanza di spirito comunitario aziendale. In pratica, il disastro economico a cui assistiamo sarebbe dovuto alla mancanza di un vero spirito comunitario che ponga al primo posto il benessere della collettività, intesa sia come azienda che come società in generale.

Mintzberg fa rilevare come ci siamo spinti troppo oltre con l’individualismo economico e lo spirito competitivo: dobbiamo recuperare lo spirito di comunità e di cooperazione e con questo bilanciare la nostra tendenza culturale all’individualismo troppo estremo. Per questo, apprendere tecniche di lavoro che favoriscono la cooperazione tra le persone dell’azienda, è uno strumento essenziale per sviluppare questo spirito più comunitario e responsabile verso la collettività interna ed esterna all’azienda.

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3. C’è un trucco (a parte la gratificazione economica 😉 ) per motivare i collaboratori?

Il trucco c’è ed è semplice da capire ma difficile da mettere in pratica: diventare uno di quei manager o imprenditori che Jim Collins, un autore di grande valore nel campo del management, definisce Level Five Executive: un manager che rappresenti l’unione paradossale tra umiltà e volontà professionale. Più precisamente, occorre capire e poi mettere in atto l’idea che la leadership più vera e potente è quella che vede il leader al di sotto del gruppo, che sostiene gli altri. Robert K. Greenleaf ha definito questo approccio Servant Leadership, la leadership intesa come servizio agli altri, in primo luogo verso i propri collaboratori.

4. Dal grande dovere della leadership derivano più responsabilità o più soddisfazioni?

La soddisfazione vera deriva dall’assumersi le proprie responsabilità verso la vita, la sua evoluzione, verso quella corrente di energia che attraversa le persone e le fa crescere, soddisfa i loro veri bisogni e fa crescere le persone, le aziende e la società nel suo insieme. Non c’è contrasto tra i due termini, responsabilità e soddisfazione.

Il problema è che viviamo in un momento storico caratterizzato da una bolla culturale edonistica che tende a non distinguere la differenza tra piacere e gratificazione. La vera soddisfazione, quella che realizza i nostri bisogni è identificabile con la gratificazione: e ciò che è gratificante spesso non è piacevole. Ma è gratificante: servire gli altri con l’esercizio di una vera leadership è faticoso, spesso non è piacevole, ma è gratificante.

5. Durante il percorso esperienziale in Professional Empowerment parlerai di Co-Creation insieme a Mirko Pallera. Cosa devono aspettarsi i partecipanti?

Tutti noi siamo spinti verso le nuove esperienze dall’idea di andare là, oltre la nostra comfort zone, e portarci via qualcosa, portare a casa qualcosa. Quello che vorrei invece è che i partecipanti lasciassero qualcosa in questo corso, si liberassero cioè da alcuni pesi, pensieri o idee o atteggiamenti, che in qualche modo ostacolano la loro piena espressione personale e la loro crescita. C’è un futuro che vuole nascere attraverso di noi, come singoli e come gruppi, e per farlo deve trovare aperta la strada, il canale che noi siamo nei confronti di una grande volontà che vuole utilizzarci per realizzare un futuro migliore per tutti.

Quello che i partecipanti possono aspettarsi è quindi un nostro metterci in gioco con loro a livello profondo e sincero per capire chi siamo veramente, quali sono le nostre potenzialità ancora inespresse, e come possiamo metterci al servizio della forza creativa che ci chiede un nuovo e più profondo livello di impegno nella nostra vita professionale e nella nostra esistenza di persone.

Gengis Van: un viaggio di beneficenza di 13.000 km, da Roma a Ulan Bator [INTERVISTA]

La scelta del loro brand name pesa come un macigno. Gengis Khan, condottiero e sovrano mongolo nonché fondatore dell’Impero più vasto delle storia dell’uomo, è tutt’ora una leggenda asiatica, un nome che difficilmente si può scordare.

Vero anche che questo team, fatto da contemporanei Gengis Kha(Va)n, ha le idee ben chiare riguardo ai propri progetti.

Gengis Van è un team formato da Luca Marnetto, Lorenzo Monacelli, Manlio Garrone e Marco Scicchitano, che parteciperà al Mongolia Charity Rally, un incredibile viaggio a scopo benefico da compiere rigorosamente in automobile, lungo una rotta intercontinentale di circa 13.000 km che percorre più di 13 paesi attraversando catene montuose, deserti, e i luoghi più aridi e inospitali del pianeta, per concludersi nell’antica capitale della Mongolia: Ulan Bator.

Il Mongolia Charity Rally è stato ideato dalla onlus inglese Go Help con lo scopo di raccogliere fondi per sostenere i suoi progetti in Mongolia.

Ogni team iscritto ha un duplice compito: raccogliere almeno 1.300 euro da donare per sostenere i progetti della onlus e trasferire in Mongolia un veicolo da donare alla popolazione locale.

Il progetto di Gengis Van dentro il progetto di Go Help

Grazie alle competenze di Lorenzo Monacelli, fotografo e video maker professionista, e all’aiuto di Libera Università del Cinema, il team Gengis Van vorrebbe documentare la loro esperienza per diffonderla in una mostra video-fotografica per ottenere ulteriori fondi da donare in beneficenza.

A questo proposito hanno avviato una campagna di crowdfunding, attraverso la piattaforma Limoney, per coprire i costi residui del viaggio chiedendo altri 4.000 euro.
Abbiamo contattato un membro del team, Lorenzo Monacelli, per farci spiegare i motivi di questo viaggio.

Ciao Lorenzo, meritate un plauso per il vostro coraggio e per la vostra tenacia, ma ho alcune curiosità: nel vostro sito si legge: “dodici anni di amicizia”, come è nato il team Gengis Van, vi rifate a qualcuno che ha intrapreso un’impresa simile?

Grazie per il plauso, ma non parlerei di coraggio; forse più di incoscienza. Il coraggio verrà tra un po’ (si spera), quando cominceremo realmente a misurarci con le difficoltà concrete di quest’impresa, che finora possiamo solo immaginare.

Ad oggi mi limiterei alla tenacia; di quella sì ne abbiamo da vendere tutti e quattro.

Questo viaggio partirà effettivamente ad Agosto, ma è da Ottobre che pianifichiamo, raccogliamo fondi, cerchiamo contatti, sponsor, partecipiamo ad eventi e ne organizziamo di nostri, l tutto mentre portiamo avanti i nostri studi (qualcuno si è laureato), i nostri lavori e le nostre vite.

Di porte in faccia ne abbiamo prese (e ne continuiamo a prendere) un’enormità, di errori ne abbiamo fatti tanti, ma siamo sempre ripartiti dal team; da noi quattro e dagli amici che ci supportano. Ci vediamo, parliamo, cerchiamo di imparare la lezione e ripartiamo.Tutto ciò è possibile grazie soprattutto a quei famosi “12 anni di amicizia” che non avevamo neanche mai contato prima di doverlo scrivere sul sito.

Il Gengis Van nasce da lì: l’idea era di fare un lungo, avventuroso viaggio con gli amici, come ne abbiamo già fatti, spingendoci questa volta un po’ più in là.

L’idea del Mongolia Charity Rally l’ha proposta il buon Marco, quello grosso e barbuto; all’inizio il team era ben più numeroso, ma purtroppo il fatto di doversi vincolare con tanto anticipo e di doversi spendere tanto nell’organizzazione per i mesi a seguire, ha reso impossibile la partecipazione di tutti; così, al momento dell’iscrizione, eravamo noi quattro.

Il Gengis Van è quindi un piccolo nucleo di un gruppo di amici ben più esteso che collabora attivamente con noi aiutandoci ad organizzare, a coinvolgere gente, a raccogliere fondi (donandoli, spesso e volentieri) e anche nella scelta del nome. “Gengis Van” è infatti un’idea del nostro amico Niccolò Rossi, ed è stato scelto tra varie proposte coinvolgendo gli amici che ci seguono da prima che questa pazzia iniziasse.

Il richiamo è ovviamente a Gengis Khan, condottiero nonché fondatore e sovrano dell’Impero Mongolo, e al Van che speriamo di trovare presto.

Dire che il nostro viaggio è paragonabile alle sue imprese fa benissimo al nostro ego, per carità, ma ci limitiamo a dircelo tra di noi e per crederci dobbiamo essere almeno al quinto bicchiere di rosso.

Ci sono molti modi per fare beneficenza. Perché affrontare un viaggio di 13.000 km in un contesto così pericoloso, quali sono i motivi personali che vi hanno spinto ad affrontare un’avventura simile?

Questa domanda ce la fanno spesso in molti (le nostre madri ogni giorno).

Tutto parte dal desiderio di viaggiare come occasione di una duplice scoperta: quella “esterna” di una parte più o meno piccola di mondo, e quella “interiore” di una parte più o meno piccola di noi stessi.

Entrambi i tipi di scoperta pensiamo avvengano insieme e siano proporzionali a quanto si decide di faticare, sporcarsi, mettersi in discussione, rinunciando il più possibile a ciò a cui siamo abituati, incluse, oltre alle comodità, anche le nostre convinzioni e le nostre griglie di valutazione.

Avere il controllo su più cose possibili è una delle comodità a cui siamo abituati; ma più cose controlliamo, e meno spazio lasciamo all’imprevisto e quindi alla scoperta.

Il pericolo quindi, se così vogliamo chiamarlo, è incluso nel pacchetto. Ma chiamarlo pericolo è esagerato, è più una consapevole rinuncia a controllare tutto; una rinuncia a sapere quanto tempo ci metteremo, dove dormiremo, dove faremo benzina, dove e come ripareremo i guasti, come saranno le strade che percorreremo, come comunicheremo e così via. Ma rimane il fatto che si viaggia per arricchirsi, e questa ricchezza poi ce la vogliamo godere una volta tornati a casa, quindi non ci spingeremo oltre un certo limite.

L’idea di associarci la beneficenza rende sicuramente il tutto più difficile, ma siamo stati da subito tutti concordi sul fatto che cercare sponsor, organizzare eventi, raccolte fondi, creare il materiale adatto per farci apprezzare e obbligarci ad allargare le nostre conoscenze, sarebbe stata un’esperienza molto formativa che ci avrebbe arricchito come persone, ma anche – in un certo senso – professionalmente.

Non passa giorno in cui non ci chiediamo se abbiamo fatto il passo più lungo della gamba, ma rischiare fa parte del gioco; si cresce, e fallire è un’eventualità che, sebbene tolleriamo a fatica, ci spaventa relativamente.

 

Il progetto nel progetto. Come se non bastasse il lungo viaggio, avete in mente di documentare il viaggio e realizzare successivamente una mostra per ottenere altri fondi da destinare in beneficenza.  Perché scegliere una campagna di crowdfunding con Limoney e chi l’ha seguita?

Il documentario e la mostra, come anche tutta la comunicazione che facciamo attraverso i social e durante i nostri eventi hanno alla base tre motivazioni differenti:

La prima è che queste attività costituiscono per alcuni di noi un’importante opportunità a livello lavorativo. Per quanto mi riguarda, sarebbe impensabile non documentare quest’impresa nel modo più accurato possibile. Ritengo infatti che questo viaggio possa essere un’ottima occasione per sviluppare un progetto foto e video grafico di un certo spessore, e che possa essermi estremamente utile in ambito professionale.

La seconda è che la visibilità generata da eventi, comunicazione social (prima, durante e dopo il viaggio) e la realizzazione e la diffusione del documentario, patrocinato dalla Libera Università del Cinema di Garbatella, contribuiscono a fare della nostra impresa anche un’opportunità di marketing per aziende interessate a quello che facciamo, o che vogliano farsi conoscere dalle persone che ci seguono.

La terza è dovuta alla voglia, che segue ogni viaggio degno di questo nome, di condividere il più possibile quanto di meraviglioso vedremo durante il tragitto da Roma ad Ulan Bator con tutte le persone che ci sostengono e ci supportano.

Un documentario, sebbene difficile è impegnativo da realizzare, è più adatto a ritrarre quest’esperienza nella sua interezza, che comprende anche i dialoghi, gli incontri, le persone, nonché le dinamiche che si creeranno tra noi quattro ed in ognuno di noi singolarmente.

Per finire con ciò che in questo momento ci sta più a cuore, parliamo del crowdfunding appena partito. La premessa è che i fondi per realizzare il nostro viaggio provengono ovviamente in massima parte dai componenti del team, ma anche dalla vendita di magliette, da sponsorizzazioni e dall’organizzazione di eventi di musica e teatro realizzati grazie alla partecipazione ed al sostegno di amici, musicisti, dj e attori; ma purtroppo tutto questo non basta.

Il crowdfunding serve ad arrivare dove noi da soli non riusciamo sia per mancanza di tempo che per mancanza di mezzi; i nostri eventi muovono infatti principalmente un pubblico giovane e si svolgono per lo più a Roma con cadenza mensile (non sempre). Con il crowdfunding diamo la possibilità a chiunque di darci il proprio sostegno in qualsiasi momento e da qualsiasi posto (abbiamo un gruppo abbastanza nutrito che ci segue dalla Spagna). Non tutti possono venire alle nostre feste, ma desiderano comunque darci una mano, e anche molti di coloro che vengono ci vogliono dare un ulteriore sostegno economico.

Abbiamo deciso di dedicare il crowdfunding ad uno scopo ben preciso e immediato da comunicare: l’acquisto del veicolo. La scelta è ricaduta su Limoney perché è un portale nuovo, immediato, ben fatto e fondato da ragazzi italiani poco più grandi di noi.

Ad occuparsene è stato Luca che tiene un po’ di conti e cura la comunicazione. 
Più che un’idea è una necessità: abbiamo bisogno del massimo sostegno da chiunque voglia darcelo. In cambio offriamo una serie di ricompense simboliche, ma molto goliardiche. Tutto ciò che possiamo fare è invitare tutti a donare e a far conoscere il nostro progetto a quanta più gente possibile.

 

Grazie Lorenzo, non rimane che augurarvi di ottenere quello che chiedete e soprattutto un buon viaggio.

Come si coordina un progetto digitale? I suggerimenti di Salvatore Russo [INTERVISTA]

In qualsiasi progetto digitale, complesso o basic esso sia, è necessario seguire alcuni step essenziali: occorre ottimizzare la gestione del tempo, coordinare le risorse interne ed esterne al progetto, gestire ogni dettaglio con accuratezza e adattarsi ai cambiamenti, soprattutto improvvisi.

Come si gestisce tutto questo? Attraverso il digital project management che fornisce gli strumenti e gli approcci metodologici necessari per farlo. Per la gestione e l’organizzazione complessiva, la figura professionale designata, il digital project manager, deve mostrare doti tecniche e carisma. Occorrono infatti evidenti capacità decisionali; abilità nel comunicare, motivare e coinvolgere; apertura verso nuove idee e flessibilità ai cambiamenti; competenza nella gestione di un team e nell’individuazione di skill e potenzialità.

Quali sono i “trucchi” per diventare un Digital Project Manager di successo e coordinare progetti digitali importanti?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Russo, che da oltre dieci anni si occupa di programmazione, progettazione, sviluppo e gestione di importanti portali e piattaforme di e-commerce italiani. Tutte esperienze che oggi applica, da Marketing Manager, a 6sicuro.itun servizio gratuito di comparazione che aiuta a confrontare ed acquistare l’assicurazione più conveniente.
Approfittiamo della sua esperienza per capire strategie, trucchi, modus operandi del digital project management di successo.

Ciao Salvatore e benvenuto su Ninja Marketing. Tra visione generale dei flussi di lavoro, assegnazione risorse, rispetto dei tempi e degli obiettivi come si coordina un progetto digital?

Prima di tutto capendo le esigenze di ogni componente del team e facilitandone il lavoro, eliminando vicoli ciechi e zone d’ombra nel potere decisionale, è proprio lì che potrebbero prendere vita duelli alla Gangs of New York di Martin Scorsese.

Ho avuto la fortuna di gestire molteplici team per importanti progetti digital, la parte fondamentale non è creare grafici Gantt, ma comprendere le necessità della tua squadra e permettergli di lavorare senza intoppi, valorizzando il lavoro di ognuno. Importantissimo è scegliere la piattaforma di project management.

Pianificare fasi, strategie, budget: come si ottimizza un Digital Business Plan?

Definendo tutti i KPI e le modalità di monitoraggio degli stessi. Tramite la loro analisi costante è possibile prendere decisioni correttive e di ottimizzazione. Tenendo intatta la struttura di base, il Digital Business Plan deve essere modulabile, in grado di supportare perfettamente l’inserimento di nuovi moduli o la modifica di quelli in essere.

Secondo la tua esperienza quali sono gli strumenti di inbound marketing che un piano integrato e multicanale digital deve prevedere per ottenere performance soddisfacenti?

In una formula: Keyword Set* (Blog + Newsletter + Social Media) = WIN!

Blog, newsletter e social media. Il triangolo delle meraviglie che permette di instaurare una conversazione online efficace con il proprio target, a patto di aver definito l’insieme di keyword di riferimento, altrimenti si parla tanto, ma si conclude poco e si rischia di confondere il messaggio del brand.

Quali sono, secondo te, i tre requisiti fondamentali che un Digital Project Manager deve possedere per essere efficace?

Il Digital Project Manager è una figura mitologica, cambia forma, responsabilità e posizione gerarchica in ogni azienda, a volte anche nella stessa azienda in base al progetto, quindi è difficile definirlo. È come la minestra, ognuno può farla con ingredienti diversi, ma certo un ottimo Digital Project Mmanager deve essere un leader, comunicatore con sangue freddo.

Per non essere tritato negli ingranaggi della politica inter-dipartimentale e nelle faide tra fornitori esterni deve essere in grado di comunicare in modo efficace e funzionale agli obiettivi, comprendere i linguaggi dei diversi attori e disinnescare le varie incomprensioni che potrebbero rallentare il progetto.

Qualsiasi “pignoletto” può organizzare e monitorare le varie fasi di sviluppo, ma un vero Digital Project Manager ha la visione di insieme che gli permette di anticipare e risolvere i problemi in maniera sicura e gestendo al meglio le risorse umane grazie ad una leadership autorevole.

Grazie mille per i tuoi consigli Salvatore! Gli amici Ninja sicuramente apprezzeranno le tue dritte, esplicite e utili. Vero?