Instagram: tre nuovi filtri ed emoticon hashtag

Quando Instagram decide di aggiornarsi lo fa in grande.
In un solo colpo, come annunciato nel blog ufficiale, il social di condivisione fotografica ci regala tre nuovi filtri e la possibilità di aggiungere gli emoticon negli hashtag (sempre per la filosofia che un’immagine vale più di mille parole).

Scopriamo insieme come cambierà Instagram con queste novità.

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Filtri

Nel mese di dicembre, abbiamo introdotto cinque nuovi filtri su Instagram, riscuotendo un consenso eccezionale da parte della comunità. Come parte del nostro impegno per la creatività, siamo lieti di annunciare il lancio di tre nuovi filtri.

Dopo Ludwig, Crema, Slumber, Aden e Perpetua, ecco a voi Lark, Reyes e Juno.
Sono tutti e tre filtri non troppo marcati, che permettono di illuminare e ridefinire le foto in modo sottile.
In particolare Lark permette di togliere saturazione al rosso, e migliorare la qualità dei verdi e dei blu; Reyes fornisce un look vintage quasi polveroso; e infine Juno aumenta la temperatura del bianco, rendendo le foto più vibranti.

Per gli appassionati, buone notizie: Instagram infatti sta pensando di introdurre regolarmente nuovi filtri in futuro.
Per chi ha paura di perdersi in questa selezione sempre più vasta, è possibile selezionare i filtri da vedere nei menù dell’applicazione.

Emoticon

Negli ultimi anni, le emoticon sono diventate parte di un linguaggio visivo universale. Proprio come per la condivisione di foto e video, usiamo le emoticon per comunicare emozioni e sentimenti in un modo comprensibile per chiunque, indipendentemente dalla lingua o dall’ambiente.

Questa l’opinione di Instagram sulle emoticon. Grazie agli hashtag di questo tipo, sarà possibile cercarle direttamente nella pagina Esplora.
Si possono inoltre aggiungere emoticon singole o anche stringhe di caratteri, per personalizzare sempre di più la propria esperienza su Instagram, rendendo universale la propria comunicazione.

Rischi per le startup, cosa può uccidere la tua idea

Quali sono i maggiori rischi per le startup? È statisticamente provato che almeno la metà delle startup fallisce entro i primi cinque anni di vita. Come sovvertire le statistiche?Evitare i soliti errori può essere un inizio.

Fare startup. Un’avventura in cui molti decidono di lanciarsi, ma che in pochi riescono a realizzare nel migliore dei modi. Quali sono i segreti per avere successo? La sfera di cristallo non estiste, ma abbiamo una base di certezze da cui partire: evitare di commettere errori che possono rivelarsi pericolosi, se non fatali, per il business.

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Rischi per le startup, è importante valutare nel migliore dei modi i rischi aziendali

Molte startup incontrano grossi problemi a causa di un’errata valutazione dei possibili rischi aziendali. Problemi oppure veri e propri disastri che possono essere evitati se valutati con maggiore attenzione.

Definire cosa s’intende con la parola “rischio” non è materia semplice; spesso i rischi e i problemi all’interno del business arrivano nei momenti più inaspettati, altrimenti non potremmo definirli tali.

È importante, però, ricordare che è proprio dai problemi e i rischi che nascono le opportunità inaspettate da cui ripartire.

I successi non arrivano mai senza la sofferenza, l’imprenditorialità non è né facile né priva di difficoltà ed è questo esattamente il motivo per cui più della metà di tutte le startup non riesce a diventare veramente grande. All’interno dello spirito imprenditoriale dev’esserci il rischio, e bisogna assolutamente imparare a conviverci e, anzi, saperlo sfruttare a proprio vantaggio.

Startup, un sistema per la gestione dei rischi

È denominata risk management l’arte di riuscire ad anticipare cosa potrebbe andare storto all’interno del proprio business, cercando quindi di limitarne gli effetti negativi in maniera pratica ed efficace.

Il quadro della gestione dei rischi può essere un sistema interessante per sapere come prevenire e sfruttare i pericoli in cui spesso ci s’imbatte per poi indirizzarli a proprio favore. Il rischio in un’azienda ha due caratteristiche principali: probabilità di avvenimento e gravità delle eventuali conseguenze.

È dall’analisi di queste due caratteristiche che bisogna partire per trasformare le debolezze in punti di forza.

Come gestire i rischi aziendali: i rischi ignorabili

I rischi sono di diverse entità. Ci sono quelli che hanno conseguenze relativamente minori, e di cui non vale la pena preoccuparsi molto.

Tra questi abbiamo uno dei grandi classici: la gomma bucata lo stesso giorno di un incontro di lavoro importante. Questo potrebbe essere un problema, ma certamente non insormontabile: una gomma a terra potrebbe causare, sì, un piccolo ritardo ma sicuramente non vi impedirà di giungere a destinazione.

Rischi per le startup: quelli di disturbo

Questo genere di rischi saranno chiamati di disturbo. Piccoli problemi inaspettati i cui effetti sono ancora facilmente controllabili. Un esempio? La stampante!

Alzi la mano chi, proprio nel momento di bisogno si è trovato costretto a inveire contro gli dei dell’antica stampa offset, proprio dieci minuti prima di una riunione aziendale. Oppure ritrovarsi di punto in bianco con la carta esaurita. Ecco io sono uno di questi! La soluzione è di tenere sempre un toner supplementare a disposizione (cosa che io, ovviamente, non faccio mai).

I rischi pericolosi per le startup

E poi ci sono quei rischi che sono tanto improbabili quanto incredibilmente pericolosi. L’unica cosa positiva di questi è che sono sempre soggetti ad assicurazione, per fortuna!

L’assicurazione è una pratica che non va mai dimenticata per evitare delle perdite tanto grosse quanto inaspettate. Un esempio? Un incendio, una catastrofe naturale o un incidente sul lavoro sono solo alcuni dei casi che possono cogliere di sorpresa una startup. Perciò ricordate sempre che è meglio prevenire che curare, e attivate tutte le assicurazioni del caso prima di lanciarvi in un’impresa.

I rischi killer

E adesso arrivano quei rischi veramente pericolosi, che possono affondare la vostra azienda in un attimo. Sono detti rischi killer.

Sono quei pericoli che se presi singolarmente possono anche essere gestiti, ma che se messi insieme…allora sono dolori! Ve li presento, tanto per non farvi trovare impreparati:

1. Nonostante gli sforzi, non avete identificato una reale necessità nel mercato.

2. Il vostro mercato di riferimento è più grande di quello che avevate predetto.

3. C’è poco da fare. Ci avete provato in tutti i modi, ve la siete studiata e ristudiata, ma niente! Il vostro prodotto non ha proprio le basi per vedere la luce all’interno del mercato.

4. Non riuscite a capire come vendere il vostro prodotto a un prezzo maggiore delle spese effettuate per realizzarlo.

5. Nonostante corriate senza sosta, la concorrenza è sempre un passo avanti.

6. Rimanete inesorabilmente sepolti dalla noiosa burocrazia di regolamentazione aziendale.

7. Vi ritrovate improvvisamente a corto di denaro.

Sono questi i terribili sette. Come abbiamo detto, la possibilità di sopravvivenza a tutti questi fattori messi insieme è molto bassa mentre risulta altissima la probabilità che la bomba possa esplodere da un momento all’altro.

Per cui carissimi è importante, qualora non vogliate rientrare nella pericolosa percentuale di startup fallimentari, prestare attenzione a ogni singolo rischio, perché anche il più piccolo dei problemi può rivelarsi fatale.

5 metriche per migliorare la performance del tuo email marketing


La bellezza dell’email marketing, e del performance marketing in generale, sta sicuramente nella possibilità di misurare i risultati di ogni azione e elemento delle campagne.

Ma qual è la misura che dobbiamo utilizzare per capire se la nostra strategia di email marketing è vincente? L’uomo, ci risponderebbe Protagora, filosofo greco secondo cui “l’uomo è la misura di tutte le cose”; il tasso di apertura (rapporto tra email inviate e email aperte), ci risponderebbe un marketing manager piuttosto approssimativo.

Ma un Ninja ha bisogno di precisione e alla meditazione filosofica fa sempre seguire l’azione pratica. Ecco perché abbiamo raccolto i consigli di alcuni esperti di email marketing e ve li proponiamo per migliorare la vostra strategia di email marketing.

#1 It’s all about the revenues

Se almeno una volta nella vita vi siete chiesti come mai nel 2015 la vostra casella di posta sia ancora inondata di spam per la ricrescita dei capelli, ecco il motivo. La risposta sta nella metrica suggerita da Dave Chaffey, CEO di Smartinsights: revenues/email inviate.

Un ragionamento meramente economico, ma in fondo stiamo sempre parlando di “perfomarce marketing”, e quale indicatore di performance migliore, per un business, se non il fatturato generato? Per inciso, è anche il motivo per cui anche la vostra casella di posta (quella fisica) è sempre piena di volantini dei supermercati.

#2 Ad ogni mail la sua metrica

Fonte: conversion-rate-experts.com

Guardare al fatturato generato potrebbe non essere abbastanza. Justine Jordan, direttrice marketing a Litmus, sottolinea giustamente che esistono diversi tipi di email, ognuna con obiettivo specifico. Ad esempio, la sottoscrizione ad un nuovo servizio o la visualizzazione di una certa pagina. Ci possiamo riferire ai diversi obiettivi con il temire di conversion.

Ogni volta che l’utente compie l’azione per cui la campagna era pensata, eccoci al momento magico della conversion. Ed è proprio il conversion rate una delle metriche più efficaci per analizzare il successo di una campagna di email marketing. Chad White, analista di Salesforce Marketing Cloud, e Kath Pay, direttrice marketing di Cloud.iq, consigliano entrambi di tracciare il processo-utente, dalla ricezione della mail alla conversione, per capire in che modo ottimizzare i risultati di una campagna.

Spesso infatti una campagna “che non converte” ha dei problemi che si nascondono più a valle rispetto al testo della mail inviata. La landing page, ad esempio, potrebbe essere il vero ostacolo che non vi permette di convertire.

Come capire dov’è il problema? Confrontando il conversion rate con le altre metriche a disposizione. Ad esempio, se avete un tasso di apertura alto e un tasso di click basso il problema è nel copy della email. Con un click rate alto e un conversion rate basso, qualcosa non va nel vostro sito. Agire in questo modo vi permetterà di isolare il problema e far volare le vostre conversion, di qualunque tipo esse siano.

#3 L’engagement conta, anche nell’email marketing

Jordie Van Rijn, fondatore di Email vendor selection, offre uno spunto interessante: non tutte le aperture di una mail hanno lo stesso valore. Pur essendo tutte raggruppate nell’open rate, ogni apertura ha un valore diverso perchè ogni utente ha una storia diversa alle spalle.

Così, l’apertura (e un successivo click) da parte di un utente già pazzamente innamorato di voi e del vostro prodotto, che interagisce regolarmente con le vostre email, non avrà di certo lo stesso peso di quella di un utente poco entusiasta che per la prima volta si fa incuriosire dalla vostra campagna.

Dividendo i vostri report per livelli di engagement, scoprirete dunque dati interessanti. Come? Potete utilizzare informazioni come la data dell’ultimo acquisto come proxy dell’engagement dei vostri utenti e creare dei segmenti, su cui poi costruire i report.

#4 Attenzione al mobile


Sempre Van Rijn fa notare che il 42% degli utenti elimina, ancor prima di leggerla, una email che non è visualizzata correttamente sul proprio dispositivo.

Mai più campagne non responsive, dunque. Dal punto di vista della misurazione, il fatto di avere più dispositivi (e quindi più design) richiede uno split all’interno dei nostri report, qualunque metrica voi utilizziate, dall’open rate alle revenues per email. Fare questo vi permetterà di capire l’efficacia dei singoli visual e di ottimizzare ciò che veramente non funziona, cosa impossibile con il solo dato aggregato.

Un’accortezza: attenzione a quegli utenti che cambiano device proprio prima della conversione. Per esempio, ricevono una mail bellissima su mobile ma “convertono” su desktop per questioni di comodità. Non tracciare questi “spostamenti” potrebbe fornirvi dati assolutamente distorti sulle diverse versioni della vosta email.

#5 Qualità della mailing list

Forse è scontato, ma avere una buona mailing list è fondamentale per costuire una buona campagna di email marketing: un utente che non riceve una mail, o la riceve con errori o con un copy personalizzato male, farà scendere in picchiata tutti gli indicatori di cui abbiamo parlato.

Controllare dunque il tasso di consegna (email consegnate / email inviate), ancor prima di quello di apertura, fornisce un’indicazione chiave. Se troverete problemi in questo dato, fermate tutto e agite prima di tutto sulla mailing list.

Aggiornate i dati degli utenti e chiedete spesso se questi hanno subito modifiche e le vostre mail avranno una performance sorprendente!

2Pay app, la moneta elettronica a portata di touch

Nonostante le carte di credito, Paypal e le ricaricabili, il pagamento in contanti resta il sistema preferito da molti. Perché?  Perché è semplice: avere il denaro in tasca vuol dire pagamento immediato, svincolato da conti e costi di transazione. Ma sappiamo che non è sempre possibile lo scambio di denaro in contanti: ci si può dimenticare il portafoglio a casa, ad esempio, o si sceglie di non portar con sé troppo denaro per paura di un furto.

Anche per i commercianti il pagamento in contanti resta il metodo preferito, ma oltre a non essere sempre possibile, non è a volte neanche il più sicuro.

Una startup italiana ha trovato l’alternativa ideale ai contanti: parliamo di 2Pay,  un sistema di mobile payment che permette di effettuare transazioni a distanza e in prossimità, in tempo reale, in modo semplice e sicuro. Stiamo parlando di Nfc? No. Di Apple Pay? No.

Parliamo invece di un’app da scaricare gratuitamente, disponibile per iOS e Android. E parliamo di moneta elettronica. Ma vediamo insieme il suo funzionamento e i vantaggi di questo sistema di pagamento mobile.

Come funziona 2Pay

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Non dovrete andare in banca, non dovrete fare la fila alla posta e non dovrete mettere firme su montagne di carta. Per iniziare basta scaricare l’app 2Pay e registrarsi (come azienda per i merchant, come privato per i consumer). Al momento dell’attivazione, il sistema creerà un IBAN 2Pay: la prima particolarità di questo sistema è che il conto IBAN  generato conterrà il vostro numero telefonico, così sarà difficile dimenticarlo.

Le transazioni avvengono semplicemente inserendo il numero di cellulare di chi ricevere il pagamento e il proprio pin di sicurezza. In alternativa è possibile pagare generando QR code univoci che il commerciante leggerà con il proprio smartphone come se fosse un semplice codice a barre.

Il conto 2Pay è ricaricabile dal conto in banca o da chiunque possieda un conto 2Pay. Così ovunque voi siate, anche se avete dimenticato il portafoglio a casa, non avrete problemi per pagare.

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Un sistema economico smart, equo e social

2Pay è un sistema di pagamento che ha come obiettivo quello di generare un sistema economico equo, dove sia il commerciante che il cliente hanno dei vantaggi concreti.

Il sistema cashback di 2Pay ne è un esempio: acquistando dai commercianti che aderiscono a 2Pay, al cliente verrà riconosciuta una percentuale dell’importo versato come credito spendibile quando, dove e come vuole.

Questo non è solo un vantaggio per il cliente, ma anche per i commercianti, che potranno utilizzare questo sistema come metodo di fidelizzazione.

Ovviamente non poteva mancare l’aspetto social: infatti  un cashback aggiuntivo può essere previsto per gli utenti che condividono l’esperienza d’acquisto sui propri canali social, trasformando l’acquisto in un momento di visibilità per il commerciante.

Facile da attivare e sicuro

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2Pay ha un primo grande vantaggio per gli utenti: è totalmente svincolato da conti e carte. Si ricarica con un semplice bonifico ed anche le transazioni come il trasferimento di denaro non prevedono costi aggiuntivi. Comodo per scambi di denaro in famiglia o per quelle tipiche situazioni come la classica colletta per il regalo di compleanno ad un amico o per una bolletta in casa.

Per gli acquisti su eCommerce, inoltre, grazie alla lettura del QR code, non è necessario inserire in rete alcun dato, né personale né di alcuna carta di credito.

2pay qrcode

Anche per i commercianti 2Pay non prevede costi di attivazione o percentuali sulle operazioni effettuate. I costi di transazione sono a soli 2 centesimi di euro, a prescindere dal valore del venduto. Il trasferimento di denaro è istantaneo, è garantita la certezza del pagamento e sono eliminati i rischi del salvo buon fine.

Un altro vantaggio per i commercianti è legato alla geolocalizzazione: grazie all’app i merchant ottengono maggiore visibilità perché gli utenti possono vedere gli esercizi che hanno attivo il pagamento con 2Pay vicini a loro.

Infine tocchiamo l’aspetto più importante quando si parla di mobile payment: la sicurezza. Abbiamo già detto che con 2Pay per i pagamenti via Internet non è necessario inserire alcun dato personale, inoltre 2Pay è anche un Istituto di Moneta Elettronica (IMEL) autorizzata e vigilata da Banca d’Italia.

 

 

 

Perché ai Webby Awards stravince Leo Burnett Toronto con Like a girl?

David Micheal Davies, executive director dei Webby Awards non ha dubbi. “Quest’anno le campagne vincitrici non sono quelle che vendono prodotti, ma quelle che prendono una posizione su temi sociali, che stanno a cuore alle persone”. Non a caso, #LikeaGirl, creata dalla Leo Burnett Toronto per Always, ha vinto quasi a mani basse, ed è la conferma di quello che già Seth Godin scriveva nel 2006, nella sua opera Tutte le Palle del marketing:

Il marketing è diffusione delle idee e la diffusione delle idee è l’elemento portante della nostra cultura

Corri più veloce che puoi

Ora, di effetti speciali in questo spot, non se ne vede nemmeno l’ombra. Stiamo parlando di prodotti igienici femminili: gli assorbenti della Always. Che cosa c’è di così romantico ed ingaggiante nelle mestruazioni? Molto poco, se non il dolore e gli sbalzi d’umore che tutte le donne condividono in quei giorni lì. 

LEGGI ANCHE: Procter & Gamble si affida al digital nella costruzione del brand

Eppure, Like a Girl diventa una vera e propria campagna sociale contro i pregiudizi sulle donne, soprattuto in età puberale. Come cambiano i punti di vista! Prova a chiedere ad una donna o ad un uomo, di mostrarti come corrono le donne. Rivolgi la stessa domanda ad una bambina. La risposta di quest’ultima ti stupirà.

like a girl campaign

Che cosa si porta a casa Leo Burnett Toronto, oltre al premio di Agency of the year, anche grazie a Like a Girl? Un sacco di riconoscimenti, tra cui premio per Best use of video (Social), premio per Short Form Branded Content Entertainment (Online Film Video), premio per Viral marketing (Interactive Advertising & Media) e Online Commercials (Interactive Advertising & Media).

E gli altri vincitori?

Tra i super premiati, Adage, cita la campagna di OgilvyOne, per British Airways, con Magic of flying interactive billboard, che tra gli award, si aggiudica anche quello di Best use of data driver media. La campagna non è passata inosservata nemmeno al Cannes Lions International Festival of Creativity del 2014, aggiudicandosi anche in quella occasione il Grand Prix.

Si tratta di una nuova esperienza di consumo e di fruizione del messaggio pubblicitario, attraverso un cartellone che invita i passanti, quasi a giocare col dito ed inseguire il volo di un aereo. Siamo nel pieno dell’era dell’Existential Marketing, così come inteso da Stefano Gnasso e Paolo Iabichino, che affermano:

Il consumo infatti va a immettersi in percorsi di vita ispirati dal gioco, dall’espressività, dalla ricerca del benessere e del piacere, in un clima disincantato

World Toughest Job

Un elemento ludico che a volte è portato agli estremi, eppure piace davvero, perché credibile e quasi plausibile. Così come la provocazione  presentata da American Greeting, con lo spot, World’s Toughest Job dell’agenzia Mullen, che peraltro si aggiudica ben due premi per la categoria Branded Content.

Curiosità dai Webby Awards

Ta i premi assegnati, scopriamo qualche piacevole curiosità anche in ambito social media. Tra i vincitori infatti, compare una Vine Star, Jerome Jarre per l’uso sapiente di Vine e Snapchat come strumenti di espressione artistica e personale. E a questo punto, come non menzionare l’Ice Bucket challenge. Ebbene, Pat Quinn, autore del contest, riceverà  un premio, per il ruolo che ha avuto, nel sensibilizzare le persone sulla SLA.

E ancora, per chiudere in bellezza, ecco il video di College Humor, che con If Google was a guy si è aggiudicato due riconoscimenti dalla giuria per le categorie Best individual performance e Best writing.

Un’ultima cosa. Se ti trovi a New York, il 18 maggio nei pressi del Cipriani in zona Wall Street, sappi che lì si terrà la cerimonia ufficiale. Che ne sai, nella vita, non si sa mai!

LOVEThESIGN, 4 milioni di dollari da United Ventures [INTERVISTA]

 

Un ecommerce dedicato al design, ma non un semplice ecommerce.  LOVEThESIGN è un vero e proprio brand che raccoglie intorno a sé una serie di servizi dedicati agli amanti dello stile, offrendo sì la vendita online di marchi e prodotti selezionati, ma abbinandovi opportunità accessorie come quella del designer a domicilio, la stampa trimestrale di cataloghi cartacei e una collezione customizzata.

Dopo un corposo round di finanziamento, l’ultimo successo al Fuorisalone anche grazie all’apprezzamento riscosso da Rodolfo, il divano modulare, primo prodotto della nuova collezione.

Ho rivolto alcune domande a Simone Panfilo, per capire il segreto del successo di LOVEThESIGN.

Un investimento da quattro milioni di dollari da United Ventures e il lancio dell’ecommerce anche per Francia, Stati Uniti e Spagna. Quanto conta essere italiani nel settore design?

Conta molto. Noi italiani abbiamo un senso estetico e creativo molto più sviluppato di altre culture e questo ci rende distintivi in molti campi che hanno a che vedere con lo stile ed il design.

I più grandi designer sono italiani così come anche molti dei più noti direttori creativi di alcuni tra i più rinomati brand internazionali. Inoltre la cultura proveniente dagli storici distretti manifatturieri, spesso sinonimo di vera eccellenza produttiva, ha contribuito a creare ecosistemi invidiati da tutto il mondo.

 

 

Oggi il design è solo questione di stile o conta ancora la funzionalità?

La funzionalità è sempre una componente fondamentale. Il design colpisce l’utente ma la funzionalità fa acquistare il prodotto.

Nel nostro lavoro quotidiano ci capita spesso di innamorarci di un design o di una aspetto più tecnico legato alla funzione ma il più delle volte ciò che guardiamo è il flusso design-funzione nel suo complesso.

A livello di profilazione, chi è l’acquirente tipo su LOVEThSIGN?

Single, coppie o famiglie che hanno la passione per il design (o iniziano a coltivarla) e che vogliono fare un gradino in più rispetto ad una scelta di arredo basico e semplice aggiungendo un pizzico di personalità alla propria casa.

 

 

Parlando di startup LOVEThESIGN è certamente un esempio di successo. Qual è il vero ingrediente per concretizzare un’idea?

Non ci sentiamo ancora un esempio di successo e non lo faremo fino a quando non avremo raggiunto gli obiettivi che ci poniamo per il futuro.

Comunque la nostra crescita è stata frutto di due fattori: l’esperienza ed il team.

Non potremmo aver fatto nulla di quanto fatto senza aver maturato importanti esperienze pregresse, motivo per il quale incoraggiamo sempre un minimo di “gavetta” prima di costituire una startup, e senza avere un team formato da persone fantastiche.

Oltre all’ecommerce, l’idea vincente di LOVEThESIGN è stata quella di unire altri servizi alla vendita, come il designer a domicilio. Considerata la vostra clientela, a quale bisogno rispondono i servizi accessori?

La nostra mission è quella di portare lo stile italiano nelle case e per farlo dobbiamo offrire i nostri prodotti al cliente in vari modi ed in varie fasi decisionali: oltre alla vendita diretta online offriamo un servizio di consulenza di interior design personalizzato (anche a domicilio, nel caso di Milano) ed anche una fruizione della nostra selezione di prodotti attraverso la stampa trimestrale di cataloghi cartacei.

 

 

Grandi marchi, ma anche una collezione customizzata, come è nata questa parte del business?

Grandi marchi ma non solo: oltre a partnership con le più grandi aziende italiane (Flos, Artemide, Alessi e Seletti solo per citarne alcune tra più di mille) ed in alcuni casi internazionali, abbiamo anche una vasta selezione di prodotti provenienti dalla autoproduzione di designer emergenti o dalla sapiente manifattura di eccellenti artigiani italiani.

Negli ultimi mesi ci siamo anche dedicati ad una nostra produzione con la creazione di Rodolfo, il primo prodotto della nostra collezione: è un divano modulare che è stato pensato per rispondere ad alcune specifiche esigenze da parte della nostra clientela, sia in termini estetico-funzionali che di pricing. Rodolfo ha riscosso un enorme successo durante la design week e ne siamo molto orgogliosi.

Facebook per il Nepal: Safety Check e donazioni

Facebook Safety Check attivato per il terremoto in Nepal

Del Safety Check di Facebook ve ne avevamo già parlato diversi mesi fa, quando Mark Zuckerberg lo aveva annunciato come il nuovo strumento per rendere davvero utile un social network. Safety Check permette infatti di far sapere ai tuoi amici e conoscenti, con un semplice click, la tua posizione e le tue condizioni di salute in caso di terremoti e calamità naturali di vario genere.

Questa funzione è stata – purtroppo, data la situazione drammatica – sperimentata anche durante l’ultimo terremoto in Nepal, durante il quale è stata abilitata e ha permesso alle persone presenti nell’area di avvisare i loro contatti sulla propria situazione. Lo stesso Mark, in un post su Facebook, sabato ha dichiarato:

This morning we activated Safety Check for people affected by the earthquake in Nepal. It’s a simple way to let family…

Posted by Mark Zuckerberg on Sabato 25 aprile 2015

“Questa mattina abbiamo attivato Safety Check per le persone colpite dal terremoto in Nepal. È un modo semplice per far sapere alla famiglia e agli amici che stai bene. Se sei in una delle zone colpite dal terremoto, riceverai una notifica che chiede se sei al sicuro, e se desideri controllare la situazione dei tuoi amici. Quando accadono disastri, la gente ha bisogno di conoscere se i loro cari sono al sicuro. È in momenti come questo che bisogna essere davvero in grado di connettersi! I miei pensieri vanno a tutte le persone coinvolte in questa tragedia.”

Facebook per il Nepal: Safety Check e donazioni

Ma questo non è tutto ciò che Mark ha fatto per il Nepal. Ieri ha infatti deciso di attivare una pagina di raccolta fondi per aiutare in modo concreto i terremotati del Nepal. Con un post sul suo diario – e come altrimenti? – ha infatti annunciato la possibilità di donare un importo a piacere all’associazione Medical Corps che aiuta la popolazione garantendogli l’assistenza medica.

Today we’re launching a special campaign to help raise funds for those affected by the Nepal earthquake.At the top of…

Posted by Mark Zuckerberg on Lunedì 27 aprile 2015

 

Twitter è sempre stato dichiarato il social network di eccellenza nelle situazioni di emergenza per la sua rapidità di comunicazione, ma che Facebook stia andando in una direzione tale da poter coprire anche questa peculiarità del social cinguettante?

Festival of Media Global 2015: "It’s Now More Than Media"

Festival of Media Global: "It’s Now More Than Media"

L’evento tanto atteso dal mondo Media sta arrivando. Il Festival of Media Global 2015, infatti, si terrà a Roma, dal 10 al 12 maggio. Il tema di quest’anno è”It’s Now More Than Media” ed a parlarne ci saranno oltre 140 brand leader a livello mondiale.

Per citarne alcuni: Apple, Coca-Cola, Expedia, Honda, Ikea, Aston Martin, P&G, RedBull, Shell, MediaCom, StarCom MediaVest, Havas Media Group, Universal McCann, BBC Worldwide, Fox International, The Guardian ecc.

Un evento che riunirà molti imprenditori per scambiare esperienze e plasmare il futuro del settore. Sicuramente l’unico momento per l’industria globale dei media che permette di tracciare le tendenze del futuro e mostrare come applicarle al business di oggi.

Festival of Media Global: "It’s Now More Than Media"

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Tantissimi gli eventi in programma, basti pensare alla tavola rotonda “We know where you are” che si concentrerà sull’argomento della geolocalizzazione ma non solo.

Inoltre, durante il Festival si cercherà di analizzare e spiegare come il mondo media si stia evolvendo. Tra le tematiche più importanti: il native advertising, il programmatic, il mobile.

Il consumatore è in continua evoluzione con abitudini che mutano ogni momento, questo significa che i brand lo devono continuamente “corteggiare”, proprio per questo i media e le agenzie devono sviluppare campagne innovative, creative e orientate alla tecnologia. Questo significa che i media guidano ed influenzano gli altri settori di business a livello globale.
Jeremy King, content director di C Squared.

Tra le tante domande: “How well does media reflect society?”
Ci sarà un gruppo di manager di diversa provenienza, tra cui Esther Franklin di SMG, Sam Phillips di OMG, e Lindsey Argilla di Thinkbox, che cercheranno di analizzare e spiegare al meglio i concetti chiave dei media nella società.

Vuoi saperne di più? Consulta il sito.

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Vuoi venire con noi a uno degli eventi più attesi dell’anno? Iscriviti sul sito dell’evento utilizzando il promo code “NIN10MPX” per usufruire di uno sconto del 10% sulla quota di partecipazione.

Every Hey: il profilo Instagram dei personaggi pop superflat

Siete sempre alla ricerca di ispirazione e Instagram è il vostro pane quotidiano? Se la risposta è sì (e sì), prendete nota e aggiungete alla lista dei 10 profili Instagram da seguire l’account dello studio spagnolo Hey.

LEGGI ANCHE: Instagram Marketing: cosa impariamo dai dati dei 100 account più seguiti al mondo

L’agenzia creativa iberica ha infatti aggiunto un tocco di colore al popolare social network grazie alla sua serie di illustrazioni “Every Hey”: un post al giorno dedicato alla reinterpretazione flat dei personaggi della cultura pop tra Woody Allen, David Bowie, Dracula e molti, molti altri.

In Every Hey la sintesi delle forme non penalizza l’estrema riconoscibilità di quei personaggi che hanno fatto e continuano a fare la storia della cultura mondiale. Divertitevi a riconoscerli tutti e continuate a seguirli per non perdervene nemmeno uno!

Life at L'Oréal: se il Digital Recruiting passa per Flipboard

Che L’Oréal rientri tra le realtà beauty più innovative e capaci di utilizzare le nuove tecnologie digitali non è di certo un segreto.

Tra gli strumenti più particolari attivati dal colosso della bellezza rientra a pieno titolo Flipboard, applicazione definita dai suoi stessi creatori una “rivista sociale”.

Flipboard, progettato in origine per telefoni e tablet e da pochi mesi è accessibile anche da PC, è stato scelto da L’Oréal come parte della sua strategia di digital & social recruiting.

Life @ L’Oréal: uno sguardo sulla vita aziendale tramite il virtual mag Flipboard

Coinvolgere l’utente sfruttando al massimo le opportunità fornite dal web è per L’Oréal una parte fondamentale del suo marketing mix, attraverso il quale emozionare il consumatore e coinvolgerlo.

Ma quali sono le possibilità offerte da Flipboard e perché in occasione di una primissima fase di recruiting dovrebbe funzionare più di altri strumenti come, ad esempio, i social network? La risposta è semplice e facilmente intuibile: Flipboard va oltre una fanpage o un account social approfondendo gli argomenti, e se da un lato offre all’utente un contenuto altamente fruibile, dall’altro permette al brand di mettersi alla pari con i propri lettori, che si sentono coinvolti in prima persona attraverso quello che potremmo definire uno scambio paritario; inoltre, raccontando la vita aziendale l’ipotetico candidato sa già cosa aspettarsi e come cambierà (in meglio, ovviamente!) la sua vita lavorativa.

Se, perciò, è vero che i digital media sono il modo più facile e veloce per connettere marchio e consumatore, non si può dire altrettanto per quel che riguarda la possibilità di creare un rapporto con l’utente che sia profondo, duraturo, e che vada oltre il customer care service. L’utente va, in primo luogo, fidelizzato, facendolo sentire come parte dell’azienda: in questo caso, ci si potrebbe addirittura “guadagnare” un nuovo talento.

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L’Oréal, un esempio da seguire

L’Oréal sta dimostrando di essere una delle compagnie più capaci di sfruttare al massimo i propri mezzi, creando digital engagement e ponendosi anche come ispirazione per gli altri brand per quanto riguarda le attività online. La compagnia cosmetica non si limita infatti all’attività svolta con Flipboard, ma vanta profili “career-oriented” oltre che sul virtual magazine anche su LinkedIn, Twitter, Facebook e YouTube, dove a detta di Zvi Goldfarb – a capo del Talent Acquisition Digital Lab di L’Oréal – “Viene servito il giusto contenuto, alla giusta audience, al momento più opportuno”.

Su Linkedin ad esempio è senza dubbio una case history di successo “Are you IN?”: dopo aver raggiunto lo scorso ottobre la ragguardevole cifra di 300.000 follower potenzialmente interessati in un’opportunità di carriera data la natura stessa della piattaforma, è nata questa iniziativa dove i follower, una volta reindirizzati ad un website, venivano invitati a selezionare il proprio “IN” factor (INternational, INnovative, INvolved, INfluential… e così via), dimostrare la propria unicità e le proprie competenze e, quindi, condividerle con il resto del mondo. Una tecnica che permette all’utente di mettere in mostra le proprie capacità con un ottimo potenziale di vitalità sia per il candidato che per L’Oréal.

Su Youtube la serie di oltre 70 video “Who you can be at L’Oréal” offre numerosi spaccati sull’azienda, trattando tematiche come “Who we are”, “What we offer”, “Corporate responsibility” e “Talent on campus”.

Così il magazine L’Oréal su Fliboard mostra come si svolge la vita all’interno della compagnia attraverso articoli e news, andando a toccare anche audience potenzialmente lontane come India e Brasile, con contenuti in lingua. Cliccando su @lorealcareers si verrà immediatamente trasportati nel mondo L’Oréal, che al momento in cui scriviamo conta 250 articoli per 12 riviste, incentrati sugli svariati aspetti della realtà beauty, sui brand che ne fanno parte, sui suoi dipendenti e sulle attività intraprese, per offrire al lettore un’intensa visione a 360°. L’Oréal non è di certo il primo brand a scommettere su Flipboard: ne è esempio celebre Levi’s, uno dei brand che meglio hanno saputo sfruttare a proprio vantaggio la piattaforma.

Chi ha detto che il Digital Content Marketing è morto?

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo letto più e più volte del Digital Content Marketing dato per “morto”, “spacciato”, “sepolto”. Eppure, una strategia come quella adottata da L’Oréal sembra andare in direzione contraria a questa teoria, facendo anzi del contenuto il proprio punto di forza grazie al quale contraddistinguersi dalla massa e dai propri competitor.