Project Imagination: The Trailer. Canon alla ricerca di nuovi cineasti

L’avvento degli smartphone ha, di fatto, cambiato la geografia dei rapporti tra le immagini, i professionisti che le curano, il modo in cui vengono usufruite dai clienti.

La facilità di accesso a strumenti di editing anche complesso ha ingenerato una sorta di processo virale di saturazione nella produzione di contenuto video. Se prima i nostri amici appassionati di fotografia erano quelli un po’ smanettoni ed un po’ intellettuali che giravano per la città con macchina fotografica al collo, adesso ci troviamo di fronte a schiere di direttori di fotografia e registi in erba pronti a lanciare nell’etere le loro opere.

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Se questo da un lato è da prendere come una notizia positiva, perchè è sempre da accogliere con entusiasmo il ritorno di fiamma per una forma espressiva, dall’alto rischia di mortificare passioni e competenze di chi ha investito anni nella propria formazione tecnico-artistica, rischiando di far diventare dei professionisti delle gocce in un mare di materiale visivo di difficile discernimento.

Da questo punto di vista forse è necessaria una forma di rieducazione ai mezzi di produzione video, un modo attraverso il quale venga sì garantita la libertà d’espressione più ampia, ma riavvicinando l’utenza media ad un approccio più tecnico volto alla scoperta di talenti veri.

In questo senso Canon, per il terzo anno consecutivo, prova a riaffermare questo principio attraverso la campagna “Project Imagination: The Trailer”.

Grazie al patrocinio prezioso del regista premio Oscar Ron Howard, il colosso della fotografia offre la possibilità a tutti coloro i quali vogliono avvicinarsi al mondo del cinema di produrre e pubblicare un trailer che racconti un momento significativo della propria vita. L’autore del trailer vincente vedrà il suo lavoro trasformarsi in un cortrometraggio che sarà interpretato dall’attore Josh Htucherson, il Peeta degli Hunger Games.

Canon ed i nuovi cineasti: cos’è il Project Animation

Il progetto è affascinante in quanto Canon ha deciso, pur nell’interesse di promuovere i propri prodotti di alto profilo (il corto infatti verrà girato con le macchine da presa Cinema EOS), di adottare un approccio quanto più friendly ed open-source possibile, lasciando ampia scelta ai candidati rispetto all’hardware da utilizzare. Sul sito sul quale vanno poi caricati i trailer, il cuore della campagna The Trailer, sono disponibili tutta una serie di suggerimenti tecnici ed una piattaforma di caricamento dedita alla produzione di un filmato che esalti le qualità dei partecipanti.

E’ fuori discussione quanto questa edizione rappresenti per Canon una ricerca di appropriazione di quella fetta di mercato, tra gli under 18 e gli under 35, che consideriamo nativi digitali o dei primi adottanti. Quelli che di fatto muovono il mercato milionario degli smartphone ai quali si cerca di instillare il piacere verso la fotografia e l’editing video di qualità fatto con strumenti ad hoc e non attraverso la componentistica dei prodotti di telefonia.

La scelta di Hutcherson è volta in questo senso per ammissione di Amy Tunick, presidente della Grey Activation, l’agenzia promotrice del progetto. Un volto che facesse da catalizzatore proprio per quella fascia di utenti così propensi alla condivisione per immagini di tutti gli aspetti della propria vita. Negli intenti della Canon si vuole unire alla freschezza di Josh la guida magistrale del “veterano” Howard, padrino di Project Animation sin dalla sua prima edizione.

Tutti coloro i quali volessero partecipare hanno tempo sino al 29 Aprile (ma purtroppo solo per i cittadini Usa) per caricare il proprio trailer con la speranza per Canon di trovare i nuovi premi Oscar a colpi di click.

3 casi innovativi di GoPro Marketing da non perdere

All’inizio era sinonimo di sport estremi, di avventura, di “pazzi” pronti a filmare le loro azioni spericolate. Oggi di campagne di Digital Marketing vincente.

Stiamo parlando di GoPro, la prima e più famosa tra le action camera in commercio: portatile, leggera, resistente al calore, all’acqua, agli urti, perfetta quindi per accompagnarci durante l’azione. Uno strumento che sta sempre più diventando chiave per i brand e la loro content strategy. 12 anni e milioni di video sono passati da quando un surfista, Nick Woodman, nel tentativo di trovare un modo per riprendere le sue calvalcate nell’oceano, diede forma al progetto GoPro, ed oggi, miliardi di visualizzazioni dopo, la piccola camera made in USA continua la sua incredibile ascesa anche e soprattutto nella visione di marchi e aziende.

Cambieranno pure i trend del marketing digitale, ma c’è una cosa che resta intatta: il valore dei contenuti di qualità. Content is the king, sempre e dovunque. Motivo valido, validissimo, che spinge i brand in una continua rincorsa a cercare sempre nuove tematiche e mezzi per migliorare la loro comunicazione, soprattutto nel mondo digitale e del social. GoPro racchiude tutto questo, dando la possibilità di creare video coinvolgenti e dalla forte capacità di engagement.

Una risorsa che non può quindi lasciare indifferenti, ancor di più in un anno, il 2015, che tutti i principali esperti di settore dicono essere all’insegna dei video. Il crescente impatto a livello di visualizzazioni dei video in Facebook, l’arrivo di quelli nativi in Twitter, sono solo alcuni esempi di questo trend.

Avete voglia di iniziare una strategia di di content con la GoPro ma non sapete da dove iniziare? Seguite questi esempi di grandi brand internazionali e lasciatevi ispirare.

1) GoPro

Forse ovvio come esempio, ma non potevo non partire da qui. Sarà la naturale dimestichezza con la Hero, ma GoPro in questi anni è riuscita a costruire una strategia di content marketing unica, capace di riconoscergli risultati ragguardevoli, come awareness, brand loyalty e reputation. Come? Non creando nessun contenuto (o quasi)

L’intuizione degli specialisti dell’azienda americana è semplice quanto geniale: non soffermarsi tanto sul prodotto, quanto più su quello che i clienti/utenti riescono a fare con esso, facendone “evangelisti di marca”. Proprio per questo il marketing team GoPro è sempre alla ricerca di video sul web realizzati con le loro camere. I migliori diventano così contenuti da riutilizzare e condividere attraverso le leve della content curation. Cosa meglio dei contenuti e dell’apprezzamento dei fan per dimostrare il valore dei propri prodotti? Probabilmente niente.

GoPro ci spinge a divenire “eroi” (ecco da dove deriva il naming “hero”) nella vita di tutti i giorni, vivendo e condividendo con il mondo i celebri “5 minuti di gloria”. L’azienda favorisce la voglia di condivisione dei fan creando contest e facendo propri i loro contenuti. Una lezione fondamentale quella di GoPro, tesa a valorizzare in primis le persone e le loro emozione.

Se aveste qualche dubbio gli oltre 7,9 milioni di fan su Facebook e i 3,2 milioni di follower su Instagram, sono la migliore dimostrazione di come questa strategia sia vincente. Se a ciò aggiungiamo la scelta da parte di Youtube di GoPro come caso di studio il gioco è fatto.

2) Red Bull

Ecco un altro brand che ha fatto di sport estremi ed azioni spettacolari un suo marchio di fabbrica. Red Bull da sempre è sinonimo di eventi mozzafiato: downhill, tuffi, sino ad arrivare alle imprese di Baumgartner. Una scelta da sempre chiara ed evidente, l’event marketing nella sua forma più spettacolare come principale strategia di marketing, occasione per associare al prodotto determinate caratteristiche (energia, forza, determinazione).

Ovviamente le potenzialità della GoPro non potevano passare inosservate al team Red Bull, che ormai da anni utilizza l’action camera ed i video in prima persona per immergere i propri utenti in questi eventi straordinari e farli sentire, anche solo per un istante, protagonisti. Non c’è iniziativa della bibita austriaca che non trovi terreno fertile nei video emozionali che la GoPro sa regalare.

Rispetto alla strategia dell brand GoPro, Red Bull punta ancor di più sull’utilizzo di testimonial celebri (solitamente campioni sportivi) da utilizzare nei video e soprattutto è maestra dello storytelling, creando veri e propri racconti capaci di coinvolgere l’utente. I video di Red Bull non sono mai one shot, ma nella stragrande maggioranza dei casi sono vere storie per immagini, seguendo passo passo il grande evento di turno (basti pensare a quanti video sono stati rilasciati solo per Stratos).

Strategia vincente? Stando ai numeri sì. Solo il salto di Stratos ha registrato 8 milioni di spettatori nel livestream ed un aumento di abbonati al canale YouTube di Red Bull dai 2142 media al giorno a 87.801 nel giorno dell’evento. I contenuti pubblicati sulla Fan Page Facebook durante il salto hanno avuto 900.000 interazioni, di cui 83 mila condivisioni. E se pensate sia solo questioni di social vi dico che nei sei mesi immediatamente successivi Stratos, le vendite di Red Bull sono aumentate del 7% nei soli Stati Uniti.

Red Bull mette le ali… anche ai suoi affari!

3) Vogue

Chi lo dice che la GoPro è cosa solo da sport estremo? Se ben studiati i video in soggettiva possono diventare strumento funzionale per campi molto diversi. La moda, anche se forse non l’avreste mai detto, è uno di questi. Provate anche solo ad immaginarne i numerosi utilizzi: dal video di una sarta che confeziona l’abito, alla modella che sfila, passando magari per la giornalista a bordo passerella. Situazioni potenzialmente interessanti, spesso ancora tutte da scoprire.

Ma c’è già chi ha compreso l’utilità della GoPro. Un esempio è Vogue, la nota rivista di moda, che alla scorsa New York Fashion Week ha dotato per un intera giornata la supermodella Karlie Kloss di una Hero. Passo dopo passo la camera ha registrato cosa significhi partecipare ad un evento unico e celebrato come la Fashion Week, regalando agli utenti la possibilità, seppur virtuale, di viverla in prima persona. Un vero e proprio video diario, capace di raccontare molto di più di qualsivoglia articolo o servizio.

Altro esempio firmato Vogue e GoPro è quello che ha visto protagonista il makeup artist James Kaliardos. Un racconto particolare del dietro le quinte delle sfilate, un modo di essere, anche solo per pochi minuti, un professionista del mondo della moda.

Certo, una collaborazione ancora agli albori, quella tra Vogue e GoPro, ma sono certo che il fashion business saprà regalare contenuti davvero interessati nei prossimi mesi. Non resta quindi che restare vigili.

Ninja, altre buone pratiche nazionali e internazionali da segnalare?

Pubblicità online: come funziona e quanto spendere

Il mio insegnante di marketing dell’università ci diceva sempre: “se la gente non lo sa, allora non esiste”.
Partendo da questa massima, possiamo ben intuire quanto far conoscere i nostri prodotti, servizi, location o eventi che siano, sia fondamentale. Se nessuno li conosce, nessuno potrà comprarli, usufruirne o recarcisi. Non ci si scappa.

Il mio professore di comunicazione si raccomandava tanto con noi: “dovete essere presenti in internet, o rimarrete confinati nel vostro quartiere”.
Altro consiglio: la nostra realtà oggi è nazionale, internazionale, globale e il web è il luogo che ci permette di accorciare le distanze, velocizzare i tempi, aumentare il numero e il livello delle connessioni e raggiungere mercati o utenze che fisicamente sarebbero decisamente improbabili.

Mark Pollard, allora Director of Planning Innovation a Saatchi & Saatchi a NY, mi suggerì: “impara a fallire, sii pronta a sbagliare. Si commettono errori, per poter poi far bene”.
Sono passati cinque anni da quando quelle parole confusero la mia mente di giovane studentessa abituata alla vergogna dell’errore, alla gogna del fallimento e ancora oggi mi rendo conto che tutto questo è ben poco riconosciuto dalla nostra società. Qui non puoi sbagliare ed è proprio così che lo facciamo meglio.

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Vi state chiedendo dove voglio andar a parare e perché ho voluto iniziare con questi tre punti? Perché credo che tutti e tre siano la base per una buona strategia di comunicazione, così come per un piano strategico di pubblicità online. Tre elementi imprescindibili da tener a mente prima di iniziare e dopo questo giro largo, avviciniamoci a quello che vi aspettate da questo post.

Per fare pubblicità online esistono moltissimi strumenti tra cui scegliere e vediamo di far una panoramica su quelli a nostra disposizione così da poter scegliere quello più adatto alle proprie esigenze. Il piano di comunicazione racconta l’azienda così come fa il nostro abbigliamento nella vita di tutti i giorni, dobbiamo scegliere con cura come raccontarci o rischiamo di investire tempo e denaro a vuoto, o peggio dar un’immagine sbagliata.

Immaginatevi di andare a fare shopping: prima di tutto dobbiamo sapere qual è lo stile che più ci rappresenta (ad esempio, hip-hop dal cavallo basso o un po’ posh con il risvoltino alto?), i nostri punti di forza e debolezza, i colori che meglio ci raccontano e il messaggio che vogliamo trasmettere .

Veniamo al punto:

Perché pagare per la pubblicità online?

È vero, esistono moltissimi strumenti gratuiti, o comunque molto economici, a disposizione per farci conoscere e sicuramente questi vanno utilizzati ma non sempre bastano e, ancora una volta, la sinergia di più strategie e più canali è la chiave giusta. Tenere un blog (o avere chi lo fa per noi), usare i social media, avere una strategia di email marketing o un sito ottimizzato per i motori di ricerca sono metodi che, se utilizzati nel modo giusto,  possono portare valore reale. Usiamoli.

Fare della pubblicità a pagamento ci consente, però, di colpire in modo più preciso il target a cui facciamo riferimento ed avere riscontri più precisi in termini di ROI (ritorno degli investimenti).

Da dove iniziare?

Sicuramente per rispondere a questa domanda dobbiamo sapere dove stiamo andando. Ricordate il vestito di poco fa? Ecco, è proprio questo il caso: la nostra campagna ci deve calzar a pennello e se non abbiamo definito degli obiettivi chiari, difficilmente sapremo qual è la strada migliore da prendere e rischieremo di perderci.

Quale piattaforma scegliere?

Come detto poco fa, se sappiamo a chi vogliamo parlare, che tipo di riscontro vogliamo avere, siamo già a metà dell’opera. Ogni piattaforma ha caratteristiche e potenziali diverse, scegliamo quelle più adatte a noi. Tra poco vedremo quali sono le opzioni a nostra disposizione tra cui scegliere e come misurarne i risultati.

Quindi prima di buttar soldi dalla finestra, come dicono gli inglesi, partiamo con tre domande che dobbiamo porci prima di iniziare qualsiasi azione, domande che ci aiutano ad aggiustare meglio il tiro:

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1. Quali sono gli obiettivi che vogliamo raggiungere?

Lo sto ripetendo alla nausea, me ne rendo conto, ma se non abbiamo chiaro il risultato che vogliamo raggiungere, beh, non ci arriveremo mai: continueremo a brancolare nel buio sprecando risorse preziose. So che uno dei tre punti iniziali diceva che è importante imparare a fallire, però con la testa. Vogliamo aumentare il numero di visitatori del vostro blog? Vogliamo attrarre più leads? Vogliamo che questi acquistino i nostri prodotti? Più chiara sarà la nostra idea, più semplice sarà lavorare ad una strategia per svilupparla.

2. Quali mezzi di misura utilizzeremo per leggere i risultati?

Esistono diversi modi per misurare il valore di una campagna pubblicitaria online, sta a noi scegliere quello più adatto alle nostre esigenze:

CTR (click through rate): la percentuale di click sulla nostra inserzione rispetto al numero di volte che questa è stata pubblicata

CONVERTION RATE: la percentuale di persone che hanno aderito alla nostra offerta rispetto a quelle che hanno cliccato per visualizzarla

NUMERO DI ISCRITTI: tener traccia di quanti si sono iscritti alla nostra pagina, newsletter o canale in relazione al tipo di annuncio fatto

COSTO PER ISCRITTO: una proporzione per capire quanto ci è costato ogni nuovo iscritto (costo della promozione / numero totale nuovi iscritti)

NUMERO DI LEADS: tener traccia di quanti di quanti possibili nuovi clienti sono arrivati sulla vostra pagina in relazione al tipo di annuncio fatto

COSTO PER LEAD: una proporzione per capire quanto ci è costato ogni nuovo lead (costo della promozione / numero totale nuovi leads)

DA LEAD A CLIENTE: proporzione per capire quanti potenziali clienti sono poi diventati tali grazie alla nostra promozione

RICAVI TOTALI: è importante tener, comunque, sempre traccia dei ricavi a seguito di un’operazione di promozione

RITORNO DEL ROI: mappare l’investimento a seguito di ogni campagna, è importante per aver chiari i risultati e poterli poi comparare con altre attività di comunicazione

3. Qual è il budget che abbiamo a disposizione?

Non so voi, ma se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando un cliente a questa domanda risponde “non abbiamo budget”, quindi di che cosa stiamo parlando? O ancora “abbiamo il budget che sarà necessario”, benissimo, ma che cos’è “necessario” direi che è abbastanza relativo. Mettere dei paletti è fondamentale per poter sviluppare un piano che abbia un senso e una continuità, se questo si esaurisce nei primi passi mossi, quelli che dovrebbero servire per tastare il terreno, allora saranno soldi buttati.

Stabilite un piano di marketing con il budget che siete disposti a investire e il periodo interessato suddividendolo a seconda di particolari momenti strategici, se ce ne sono, o in modo uniforme, se si tratta di un messaggio continuativo che va dato con la stessa intensità.

Avere un buon budget da investire, non per forza altissimo, permette di svolgere diversi test su differenti canali così da poter tirare le somme e capire quale ha funzionato meglio e perché, qual è stato il target più ricettivo e a quali messaggi. All’inizio si faranno dei buchi nell’acqua ma saranno un investimento.

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Le diverse tipologie di pubblicità

Ora vediamo quali sono le tipologie di ADV che il panorama web ci offre, ovviamente non c’è modo di sapere fin d’ora quale sia il più adatto a voi, soltanto sperimentando si potranno avere risposte certe e veri e propri numeri da confrontare.

GOOGLE ADWORDS

Le pubblicità di Google, così come quelle di altri motori di ricerca come Bing e Yahoo, si basano sul principio del PPC (pay-per-click), ovvero si paga soltanto se qualcuno ci clicca sopra. Il loro prezzo varia a seconda delle parole chiave che vogliamo siano collegate al nostro annuncio, quanto queste sono competitive e alla posizione all’interno della pagina (in alto o nella parte destra della pagina dei risultati della ricerca).

Una piccola curiosità, sapete qual è il settore più competitivo dove le parole chiave sono più costose in assoluto e i suoi fruitori se le contendono con il coltello tra i denti? O meglio, con la chiave inglese tra i denti? Già, quello degli idraulici, l’avreste mai detto?!

pro: sono molto targettizzati e la nostra pubblicità apparirà solamente a chi ha digitato le parole chiave che noi avremo scelto, non colpisce nel mucchio ma è mirata.

contro: il conto può risultare molto salato e bisognerà scegliere fin da subito se riferirsi a un grosso bacino di utenza (pagando, quindi, di più) o se andare più verso piccole nicchie (risparmiando, così, qualcosa ma rivolgendoci a meno persone).

ha senso se: avete a disposizione un buon budget da spendere, le risorse per fare una buona ricerca di quali siano le parole chiave su cui ha più senso per voi investire e potete contare su una costante ottimizzazione della campagna in relazione ai risultati ottenuti.

SOCIAL MEDIA ADS

Facebook, Twitter e Linkedin mettono a disposizione buone campagne pubblicitarie attraverso cui promuovere i vostri contenuti, post, campagne e incrementare il vostro numero di like e fan o followers.

pro: sono canali divertenti e meno istituzionali dove dar spazio alla creatività e attraverso cui coinvolgere un pubblico particolarmente attivo e proattivo, che ha voglia di partecipare. In più è possibile targetizzare l’annuncio così da andar a riferirsi al pubblico che più ci interessa.

contro: il successo delle pubblicità sui social è strettamente collegato al settore di riferimento e a quanto questo abbia community attive o meno. Se non esiste una buona presenza su questi canali, ha poco senso investirci in pubblicità.

ha senso se: il vostro target di riferimento è presente sui social media e il consiglio è, comunque, quello di testarne la risposta in tutte e tre le piattaforme per poter decidere su quale vale la pena investire di più.

BANNER

Si tratta di piccole vetrine dove rappresentare il proprio prodotto/servizio o la sua descrizione in diverse dimensioni e formati variabili di piattaforma in piattaforma. Possono essere statici, a pop-up o animati attraverso delle .gif.

pro: molto efficaci dal punto di vista visivo per un mercato B2C, specialmente per l’e-commerce.

contro: bassa conversione CTR, ovvero, questo tipo di strategia rischia di diventare particolarmente costosa se non genera i risultati di conversione che ci si è stabiliti.

ha senso se: si ha a disposizione un buon budget per poterlo testare, ci si affida a siti, app o comunque piattaforme altamente targettizzate e se l’impatto visivo della grafica è forte e accattivante.

CONTENT DISCOVERY

Sono molto positivi se il nostro interesse è quello di aumentare le visualizzazioni del nostro blog e aumentare il suo rate. Su queste piattaforme, infatti, è possibile condividere link che rimandano ai nostri contenuti e venir, magari, richiamati da grossi siti di interesse come la BBC, ad esempio.

pro: grande possibilità di esposizione anche su siti di alto interesse, aumento del traffico e generazione di nuovi leads.

contro:  è necessario testare più e più volte per cercare di individuare quali sono i tipi di testi più appetibili e in grado di generare il maggior numero di contatti, capire i fattori che lo renderanno in qualche modo virale. E’ altamente improbabile, invece, la conversione diretta.

ha senso se: il vostro scopo è quello di aumentare il traffico del vostro sito o del vostro blog.

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La parola d’ordine, insomma, è test. Fatene tanti e diversi, anche con budget ridotti, (quindi su campioni più piccoli), ma saranno fondamentali per indagare il vostro audience a capire qual è il modo migliore per attirare la sua attenzione e coinvolgerlo.

Se avete letto questo blog sperando di trovare le risposte facili a tutte le vostre domande, o a quelle dei vostri clienti, mi dispiace avervi in qualche modo deluso ma spero, comunque, che abbiate trovato qualche spunto nuovo e soprattutto che sia passata l’idea che, come si dice: “chi fa, falla; chi non fa, non falla” . Provate, sperimentate e costruite il vostro vestito su misura, the sky is the limit.

Flask, lo speakeasy bar nel negozio di sandwich

Cosa significa per voi speakeasy bar?
Locali fumosi, retrobottega loschi, alcolici illegali, swing, charleston, cocotte e feste forsennate da roaring twenties?

Ok, ci siete quasi. Adesso però ripensatelo in chiave contemporanea.

L’architetto italiano Alberto Caiola ha progettato uno speakeasy bar nascosto all’interno di The Press, un negozio di sandwich che si affaccia su una delle affollatissime strade di Shanghai.

Lo speakeasy bar si chiama Flask, ed è un cocktail lounge con un ingresso ben nascosto.
Dove? Esattamente dietro un distributore vintage di Coca Cola.

Entrando nella vending machine, l’atmosfera cambia: niente più sandwich e Shanghai, ma un mondo completamente diverso di whiskey, luci minimali e soffuse, elementi geometrici di design, toni scuri, affascinanti e misteriosi.

L’arredamento è vintage minimal: poltrone, divanetti e pouf in pelle marrone, pavimenti e arredi in legno con nuances tono su tono. Sugli scaffali ampolle e oggetti che rimandano al mondo della miscelazione di alcolici.

Su un lato troneggia il bancone, con le bottiglie protagoniste, valorizzate da una retroilluminazione perfettamente intonata con l’ambiente.

Un mix decisamente strano: si parte dal pop fluo, divertente e sbarazzino di The Press per passare all’eleganza di Flask.
Dietro il bancone di The Press troneggia una scritta a led: “get your hands dirty”.
Un messaggio che rimanda chiaramente al momento dell’assaggio di un sandwich, ma può calzare bene anche una doppia lettura riferita all’esperienza “proibita” nello speakeasy bar.

E voi, ninjas? Siete mai stati in uno speakeasy? Ne conoscete qualcuno?

A scuola di business dai monaci Shaolin

Il mondo sta cambiando. La globalizzazione è un tema ormai consolidato nel panorama mondiale e questa notizia ne è certamente la prova. Protagonista questa volta è l’estremo oriente: parliamo di templi e arti marziali. Alzi la mano chi non ha sentito parlare almeno una volta degli affascinanti monaci Shaolin e del celebre tempio, dove a fare da protagonista sono le meditazioni e il Kung fu, attività in grado di formare monaci e guerrieri unici al mondo. Ecco, chiunque di voi si sia fatto quest’idea, può anche cancellarla dalla propria mente utilizzando il neuralizzatore di Man in Black. Il suo ultimo abate, infatti, sta stupendo il mondo non certamente per la meditazione ma proprio per il business! Sì il business, poiché è stato lui a decidere di utilizzare la notorietà di cui il tempio gode da secoli per scopi del tutto commerciali.

Shaolin, il tempio che pensa in grande

Shaolin è un tempio buddhista sito in Cina, che per secoli è stato luogo di disciplina e meditazione, un tempio che negli ultimi decenni sembra aver almeno in piccola parte cambiato la sua politica. È nel 1989 che il predecessore dell’attuale monaco ha costituito un gruppo di lottatori con lo scopo di esibirsi in Cina e in tutto il mondo. Sempre lo stesso nel 1996 decise di portare internet nel luogo sacro, una grande novità per gli anni novanta.
Fin qui fu data una bella scossa in chiave comunicativa all’ordine del tempio, ma si trattava solo dell’inizio.

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È stato l’attuale monaco Shi Yongxin a portare una grande ventata d’innovazione all’interno dello storico tempio: Shi diviene monaco all’età di 16 anni e decide di formare la sua mente attraverso studi di marketing e managment, cercando di cucirsi addosso un profilo personale a misura di comunicazione. In questa maniera appena divenuto abate vuole portare il tempio Shaolin a uno step successivo e decide di farne un brand internazionale. In questa maniera nel giro di pochi anni inaugura una televisione, prodotti alimentari e farmaceutici con il nome del noto tempio. Ricavandone così un vero e proprio business. Come se non bastasse, è in tempi recenti che ha deciso di lanciarsi sull’e-commerce aprendo un negozio su Taobao, una sorta di eBay dell’estremo oriente. Non male per un monaco.
Il culmine viene toccato però negli ultimi mesi, quando il tempio è diventato veramente un’interessante gallina dalle uova d’oro.

Monaci Shaolin, meditazione e tanto business

Il movimento economico che ruota attorno al monastero non è affatto male. Milioni di turisti lo visitano ogni anno. E bisogna dire che fare una visita al suo interno non è qualcosa di unicamente spirituale: ogni biglietto ha il prezzo di 15 euro, una cifra da poco che, se sommata ai costi delle funivie interne, degli spuntini, delle esibizioni e dei souvenir, inizia a diventare importante. Sommate ogni incasso per le migliaia di persone che visitano il tempo ed ecco che vedrete realizzarsi un progetto di business a prova di bomba.
Non solo monastero: più di 40 sono le aziende all’estero e 130 i club di arti marziali sparsi per il globo, che creano forme interessanti di business.

Monaci Shaolin, pronti per il grande salto in Australia

Adesso l’abate è pronto per il grande salto. Portare la sua filosofia in Australia. La terra da cui partire, stando ai media australiani, è già stata acquistata nel New South Wales per il valore di quasi 3 milioni di euro dalla Shaolin Temple Foundation Australia.

C’è un grandissimo entusiasmo da parte della popolazione australiana che dimostra molto interesse verso i monaci Shaolin. Il sindaco Joanna Gash ha speso parole al miele per l’imminente opera: “È più di un tempio, significa anche turismo e occupazione”.
Non si tratta di sole arti marziali. Il complesso si arricchirà di un hotel a 4 stelle da 500 posti e un campo da golf a 27 buche. Un grande progetto di business quello Shaolin che può insegnare molto, anche a noi occidentali.
Oltre i problemi etici che possono emergere dalle scelte dell’attuale monaco in chiave marketing, bisogna fare un piccolo plauso alle intuizioni in chiave business: vedere un monastero antichissimo crescere e stare al passo con i tempi, che possa piacere o meno, rappresenta uno spunto positivo per gli studiosi di marketing e management.

Zomato in Italia, la startup indiana arriva a Milano e Roma [INTERVISTA]

Avevamo già parlato dello shopping sulle startup food italiane e ora, grazie alla recente acquisizione di Cibando, all’interno del portale Zomato in Italia sono già presenti più di 18.000 locali: ogni singola pagina permette di visualizzare il menu digitalizzato con i prezzi e le immagini dei locali e delle pietanze.

Sul mercato da pochissimi anni,  Zomato è diventata un vero fenomeno planetario, acquisendo aziende in tutto il mondo e annunciando l’ingresso nel mercato nordamericano con l’acquisizione dell’americana Urbanspoon. Cosa c’è dietro questo successo mondiale? Anche tanto social.

Guk Kim, fondatore di Cibando e attuale Country Manager di Zomato Italia, ha risposto alle mie domande sul portale che nei prossimi due anni investirà sei milioni di dollari per far crescere il proprio business: il team è formato da 25 persone ma si prevede di triplicare lo staff nei prossimi mesi.

Con Cibando Zomato è entrato nel mercato italiano del food proprio nell’anno dell’EXPO. Coincidenza?

Direi che si tratta di una coincidenza, sì: l’Expo non è il motivo principale per cui Zomato ha scelto di entrare nel mercato italiano quest’anno. L’acquisizione di Cibando, infatti, si inserisce in un percorso che ha visto l’espansione di Zomato a livello mondiale: negli ultimi mesi la multinazionale ha acquisito altre sei aziende leader in questo settore.

Zomato in Italia è solo a Milano e Roma. Sono i mercati più ricettivi o avete previsto una espansione progressiva nei prossimi anni?

Abbiamo previsto un’espansione progressiva, apriremo anche altri uffici, fino ad arrivare alla copertura di altre sei città italiane importanti, tra cui Firenze. Milano e Roma, in particolare, sono stati individuati come i primi due mercati principali da cui partire e rappresentavano anche i due mercati principali su cui si focalizzava Cibando.

Avete creato la più grande repository di informazioni sui ristoranti italiani, che permette ai ristoratori di interagire con i potenziali clienti fornendo una piattaforma pubblicitaria mirata. Il cibo è proprio l’ultimo dei servizi offerti​?

Il cibo è il filo conduttore e il focus su cui si puntano i riflettori, ma noi vogliamo costruire attorno al mondo della ristorazione un ambiente e una serie di opportunità per permettere agli utenti di trovare il loro ristorante ideale e al ristoratore di aumentare la propria visibilità, interagendo con gli utenti in un modo nuovo ed efficace.

Oltre ad essere un servizio di ricerca ristoranti, Zomato crea un network personalizzato fra gli utenti (i foodie). Questo è il suo valore aggiunto più importante?

Questo è uno dei valori aggiunti fondamentali unito alla digitalizzazione dei menù, che rappresenta un elemento nuovo rispetto ad altre realtà. Uno degli aspetti principali, però, è il fatto che ogni ristorante presente sulla piattaforma è stato visitato e “mappato” dai membri del nostro team. Si tratta di un’operazione a cui noi diamo molta importanza, perché grazie a questa azione offriamo agli utenti delle informazioni assolutamente complete e sempre aggiornate: i menù, infatti, verranno aggiornati ogni tre mesi.

Le vetrine tematiche offrono un nuovo modo di scegliere dove mangiare. Ma se arrivo al ristorante e non trovo ciò che mi aspettavo?

Se l’utente non trova ciò che si aspettava può segnalarlo e interagire con il nostro team. La condivisione è alla base di ogni opportunità e di ogni crescita, ogni realtà imprenditoriale deve saper prima di tutto ascoltare i suoi utenti, perché questa è la chiave per riuscire a creare ogni giorno qualcosa di veramente utile.

Il numero di "Mi piace" delle pagine Facebook diminuirà. Ecco perchè

A tutti coloro che gestiscono pagine Facebook per conto di aziende: preparate una mail. Dovete spiegare ai vostri clienti che, a breve, alcune novità di Facebook influenzeranno il numero di Like delle loro pagine.

Ci spieghiamo meglio.

Facebook ha recentemente annunciato, sul blog dedicato alle notizie per i business, che a breve cambierà il modo in cui conta i “Mi Piace” sulle Pagine di business e celebrità, sottraendo al conteggio gli account disattivati e quelli commemorativi (quelli “ricevuti in eredità” da qualcuno dopo la scomparsa del loro proprietario). Proprio per questo i gestori di pagine sono stati avvisati che potrebbero constatare una leggera diminuzione del numero di like.

È importante sottolineare che gli account considerati inattivi – quelli il cui proprietario non entra su Facebook da un po’, per intenderci – continueranno a contare. Spariranno dal conto solo quelli i cui proprietari hanno manualmente disabilitato il proprio profilo. Inoltre, se uno di questi account viene successivamente riattivato, verrà aggiunto nuovamente al numero di “Mi Piace” della pagina.

Come spiega Facebook, questa decisione è stata presa per offrire dati più precisi e significativi, con due fondamentali vantaggi:

  1. gli Insight a disposizione delle aziende includeranno solamente le persone che seguono effettivamente la pagina, con la conseguenza che sarà più facile trovare persone simili da impostare come target
  2. i risultati delle analisi saranno più coerenti, in quanto tra i “Mi piace” e i commenti ai post sono già stati esclusi da tempo quelli di account disattivati o commemorativi

Il cambiamento arriverà nelle prossime settimane con un rollout graduale, perciò avete il tempo di mettere le mani avanti. E se non avete voglia di preparare una mail, mandate al vostro capo il link di quest’articolo. 😉

Content Evolution, il manuale per esplorare la Nuova Era del Marketing Digitale [RECENSIONE]

Quelle del Content Marketing e dello Storytelling sono ormai diventate buzzword, parole chiave sempre più citate da blogger, manager e professionisti di marketing. Ma cosa si “nasconde” dietro questi termini, e – soprattutto – quale sarà l’imminente sviluppo futuro delle discipline?

A questi interrogativi risponde “Content Evolution. La Nuova Era del Marketing Digitale”, il nuovo manuale edito da FrancoAngeli Editore e scritto dai Ninja Alberto Maestri e Francesco Gavatorta, con una prefazione di Silvia ZanellaGlobal Social Media and Online Marketing Director in Adecco Group.

Digital Content Marketing e Brand Storytelling sono arrivati a un punto di svolta. In un contesto in cui la voce del consumatore ha sempre più influenza, la grande diffusione dei mobile device e la continua richiesta di esperienze di marca memorabili spingono le aziende a progettare nuovi modi per creare valore dalle interazioni con i pubblici di riferimento. Quale sarà, allora, la strada da percorrere?

Con un taglio che integra orientamenti strategici e consigli più pratici (quick wins) e ripercorrendo sia la recente storia del content marketing sia alcune case histories nazionali e internazionali (Coca-Cola, Diageo, Gatorade, Adecco, Red Bull, Mc Laren, ecc.), il manuale di Alberto Maestri e Francesco Gavatorta – che ritroviamo come docenti insieme a Simone Tornabene al corso online in Content Marketing firmato Ninja Academy – ha l’obiettivo di stimolare il lettore su più fronti, fornendo un’impostazione teorica e un toolkit pratico subito riutilizzabile in ambito professionale.

Organizzazione e struttura del libro

Più nello specifico, dopo l’introduzione di Silvia Zanella, nel capitolo iniziale gli autori propongono una prospettiva “evoluzionista” del digital marketing e del marketing dei contenuti, termini non solo citati ma anche (spesso) criticati da alcuni autori nazionali e internazionali.

Il secondo capitolo introduce il lettore nello scenario contemporaneo del Digital Content Marketing, sottolineando pregi e limiti degli attuali progetti di marketing dei contenuti impostati da aziende e organizzazioni di qualsiasi tipo e dimensione.

Partendo da tale presupposto, sono poi passati in rassegna tre principali macro-trend (cambiamenti nei consumatori [Persone], innovazioni dei device [Device] e sviluppo esponenziale del peso dell’economia delle esperienze nelle società contemporanee [Esperienza]) che stanno fortemente modificando e riplasmando lo scenario del marketing attuale.

Essi creano così un “ponte” ideale verso l’ultima parte del libro, che introduce l’innovativo concetto di HyperContents, contenuti sostanzialmente e fortemente “arricchiti” dalla dimensione esperienzale e dall’utilizzo dei mobile device da parte delle persone. In altre parole e come avremo modo di approfondire nei prossimi articoli dedicati al tema, gli HyperContents sono quei contenuti che non hanno una forma pre-definita dal Content Designer, ma che piuttosto… no, no, non vogliamo svelarvelo subito 😉

Leggi anche: Corso in Content Marketing: strategie di contenuto per i canali digital e social

Un libro, quello scritto dai nostri Ninja, dedicato a un pubblico appassionato e interessato ai temi di interesse nonché già in possesso di alcune nozioni di fondo sul social web e le logiche del marketing 2.0. Allora, curiosi di saperne di più su Digital Storytelling e Content Marketing innovativo? #ContentEvolution

La mia esperienza nello staff social del Festival di Sanremo 2015


UPDATE: Il titolo di questo post è stato modificato per meglio rappresentare il ruolo di Federico nello staff Social Media del Festival Di Sanremo.

Perché Sanremo è Sanremo è un vecchio ma celebre jingle utilizzato in una passata edizione del Festival. Da ragazzino mi sono sempre chiesto cosa significasse questa affermazione (che ho sempre, inconsciamente, trasformato in interrogativa) ma solo adesso riesco a capirlo.

Qualunque sia la risposta a questa domanda, posso raccontarvi la mia esperienza nello staff social media per il Festival di Sanremo 2015 e al #DopoFestival.

L’offerta web e social basava le sue radici sul sito ufficiale, su cui era possibile seguire la diretta streaming dell’evento preceduta dalla novità web del Pre-Festival e seguito dal #DopoFestival, per la prima volta in esclusiva web.

Le attività che i miei strategist mi hanno chiesto di eseguire sono state sostanzialmente due: la rivisitazione di una gamification – La Sanremo League – e un countdown in tema musicale, oltre alla normale amministrazione fatta di call to action e lanci giornalieri vari, di post e tweet.

La Gamification su Facebook è stata una delle mie più grandi soddisfazioni perché ha ottenuto risultati esilaranti rispetto alle edizioni passate: la sanremo league si basava su delle sfide tra artisti, e quindi brani, che avevano partecipato alle precedenti edizioni. Un excursus storico dei maggiori successi sanremesi.

Sappiamo tutti quanto sia importante la variabile competizione quando si tratta di ottenere interazioni con gli utenti, soprattutto se a sfidarsi sono i loro beniamini. Abbiamo ricevuto tantissimi commenti, ma chiaramente le scelte degli artisti sono avvenute solo dopo un’attenta analisi delle loro pagine Facebook, e quindi strategicamente.

Festival di Sanremo 2015 in versione social: tweet post e Laura Pausini

Una parte del merito di questo successo va a Laura Pausini che ha partecipato attivamente all’iniziativa, invitando i fans della sua pagina a giocare e generando una copertura incredibilmente vasta. Realizzare i contenuti con una certa cura grafica ha agevolato una buonissima diffusione, a conferma che i contenuti di qualità premiano.

La seconda attività prevalente è stata la creazione grafica e la gestione dei countdown per Facebook e Twitter, con numeri a forma di strumenti musicali e con citazioni di noti brani sanremesi. Grande risposta anche qui: siamo riusciti a coinvolgere gli utenti creando la giusta suspense.

Le mie riflessioni sulle critiche rivolte al Festival di Sanremo 2015

Vorrei adesso darvi un mio punto di vista sulle critiche che il Festival riceve dagli utenti social o più semplicemente dagli spettatori. Spesso accade, in qualsiasi contesto, che si dimentichi l’umanità alla base di qualsiasi messaggio o strategia sui social. Il problema non è tanto non avere idea di cosa succeda in una redazione come quella del Festival di Sanremo, quanto pensare di saperlo realmente.

Ho avuto modo di leggere diverse critiche degli utenti social durante il Festival e vorrei cercare spiegare cosa si nasconde dietro uno dei più grandi eventi social italiani. Fare parte attiva del team esteso di amministratori delle pagine e poter gestire tutto in modo impeccabile è veramente impegnativo e a volte complicato.

Vero, certe volte si rischia di cadere in errori banali, ma la variabile della diretta può portare a questo. Siamo persone, non sistemi operativi, per questo considero il lavoro svolto, da tutti, come un gran successo.

Ecco perché Sanremo è Sanremo, perché è un gigante difficile da gestire ma che può riempirti di soddisfazioni. Non bisogna dare per scontato che le cose filino liscio solo perché l’evento è molto importante: alle spalle di un’ottima attività social c’è il lavoro di un team che fa di tutto perché questo avvenga.

Resta il fatto (empirico) che #Sanremo2105 è stato primo tra i trending topic per tutta la durata del festival e oltre, e che le attività dei social media manager senior hanno avuto grandi risultati in termini di coinvolgimento, nonostante tutti i problemi che si nascondono dietro ogni attività.

Il Festival di Sanremo dovrebbe essere per noi italiani un evento di cui vantarsi e non un momento per fare della critica insensata. Sul quel palco misterioso, ogni anno si avvicendano maestri della musica, talenti dell’intrattenimento e dello spettacolo, donne bellissime ed ospiti internazionali. Che piaccia o meno la musica italiana ha fatto storia, emozionando generazioni.

L’esperienza col team della Multi Piattaforma di Rai 1 è stata indimenticabile ed emozionante e per questo li ringrazio.

Seejay, storytelling e analytics: super poteri alle tue storie

Seejay staff

Raccontarsi e raccontare. Lo ripetiamo all’infinito, tutti i giorni, quanto sia importante creare un dialogo, mantenerlo, svilupparlo. Seejay non fa solo questo, perché conferisce alle tue storie veri e propri super poteri.

Suona strano? Certo, per questo me lo sono fatto spiegare da Fabrizio Ferreri, chief operating officer di Seejay.

Per ogni brand, ma non solo, oggi è importante soprattutto raccontarsi. Perché?

Faccio sempre un esempio: sei seduto al tavolo di un ristorante con un’altra persona, e questa persona ti parla ininterrottamente di sé. Quando torni a casa penserai sicuramente a quanto sia stata noiosa la serata. Sentire parlare qualcuno di sé senza sosta, non avendo spazio per intervenire e per parlare un po’ è una delle esperienze più frustranti che ci sia.
Pensa invece ora alle emozioni e all’interesse che provi quando hai un libro aperto davanti e stai leggendo una storia accattivante e coinvolgente.
Tra le due esperienze vi è una differenza sostanziale: nel primo caso sei una presenza passiva, non riconosciuta nelle sue specificità e considerata con indifferenza dall’interlocutore. Al tuo posto potrebbe esserci chiunque altro e per l’interlocutore cambierebbe poco o nulla.

Nel secondo caso invece, la storia si rivolge a te, ha bisogno della tua immaginazione, del tuo pensiero e della tua partecipazione emotiva per esprimere pienamente il suo senso.
Ecco, per i brand è fondamentale raccontare perché oggi, giustamente, nessuno accetta più di incarnare il ruolo dell’interlocutore silenzioso e passivo del ristorante. Il racconto invece trasforma il pubblico da soggetto passivo ad ascoltatore partecipe, gratificando l’esperienza di fruizione dei contenuti trasmessi: il customer potenziale sente, grazie al racconto di cui è destinatario, che è richiesto un suo contributo, una sua attivazione, e questo scatto genera proprio quella forma iniziale di contatto con il brand che il brand dovrà saper tradurre in valore.

Seejay consente di costruire in tempo reale lo storytelling raccogliendo contenuti dai social network. Cosa avete più dei competitor?

Il nostro sistema si compone di quattro passaggi fondamentali,i l primo è storytelling, ovvero la costruzione della storia con i contenuti selezionati dai social.
Qui i competitor sono diversi e numerosi, e offrono tutti un servizio piuttosto analogo.

Noi ci distinguiamo per il tipo di user experience che abbiamo disegnato, concentrata più sulla qualità della content curation e sulla possibilità di editare la storia personalizzandone tutti gli aspetti.
Inoltre abbiamo reso disponibili, su richiesta, una serie di feature semantiche che facilitano la lettura dei contenuti inseriti soprattutto quando difficilmente leggibili per la gran varietà dei contenuti stessi.
Dopo aver costruito la Storia, ti consentiamo di promuoverla utilizzando uno strumento di marketing organico a Seejay, attualmente in funzione solo su Twitter, ma in poco tempo attivo anche sugli altri social network.
Il sistema che abbiamo sviluppato per Twitter è esclusivo, e questo è senza dubbio un vantaggio competitivo rilevante come strumento di marketing.

In sostanza, grazie a questa funzione, il publisher può promuovere direttamente la storia ad insiemi variegati di utenti Twitter che ritiene possano essere interessati al messaggio che contiene.
Con l’ analytics e analisi del sentiment,  il nostro cliente può controllare le performance della Storia e monitorare, in relazione ad uno o più hashtag, cosa stia esattamente accadendo sui social network.
Su questo punto, lo strumento di analytics che forniamo è molto più completo di quello che i nostri competitor mettono a disposizione.


L’ultimo passaggio è la profilazione della tua audience social.

Siamo già al lavoro su questo punto, attualmente su web esiste poco, si tratta di una delle nuove frontiere su cui si sta giocando la partita che riguarda il valore che publisher e brand possono ricavare dai social network.
In sostanza, per brand e publisher Seejay è ingaggio della propria audience social, espansione dell’audience social, comprensione dei principali aspetti della propria presenza nei social, profilazione della propria audience.
A differenziarci dai competitor è soprattutto l’aver costruito un servizio complesso capace di tenere insieme in un unico servizio tutti questi quattro punti.

Analisi del sentiment e profilazione degli utenti social: per le aziende la raccolta dei dati è appetibile quanto la raccolta dei contenuti?

Il nostro riscontro è questo: la raccolta dei contenuti senza il successivo momento di raccolta ed elaborazione del dato sull’iniziativa lanciata, rimane un’operazione incompleta.
Per brand e publisher è indispensabile l’intelligenza del dato, poter cioè integrare nel proprio sistema di business intelligence queste informazioni di secondo ordine sull’attività compiuta e in questo modo monitorare ed eventualmente perfezionare periodicamente le proprie strategie.

Il primo step da 20k euro della campagna equity based su Siamo Soci è stato raggiunto. Quali possibilità di sviluppo ci saranno al raggiungimento del goal di 150.000 euro?

Ci concentreremo su due aspetti in particolare: il primo è il potenziamento della funzione di promote organica al servizio per rendere lo storytelling sempre più uno strumento di marketing innovativo; in secondo luogo ci concentreremo sullo sviluppo della profilazione per consentire a publisher e brand di capire sempre meglio quale sia il loro pubblico sui social.

È inoltre nostra intenzione rafforzare la parte commerciale dell’azienda aprendo anche una sede operativa a Londra.

 

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La Repubblica e Il Messaggero hanno utilizzato Seejay per raccontare il processo di beatificazione di Papa Giovanni XXIII e  Papa Giovanni Paolo II, è questo il futuro del giornalismo?

Il futuro del giornalismo è uno scenario complesso, non dipende a mio avviso da un unico fattore. Mi sento però di affermare che una possibile strada per aggiornarsi e ritrovare la vitalità perduta è data dall’integrazione di tre elementi:
dal mantenimento dell’approccio autoriale con un rafforzamento del punto di vista del giornalista;

dall’integrazione all’approccio autoriale della visione proveniente “dal basso”, per una maggiore polifonia della notizia, per offrire al lettore un prisma prospettico piuttosto che una visione unilaterale;

dallo sfruttamento delle piattaforme mediatiche, in particolare i social network, non soltanto come pista di atterraggio dei propri contenuti, ma come luogo in cui creare un nuovo pubblico di lettori/contributori, seguendo pattern di interazione innovativi.