Sebastiano Tomada Piccolomini sulla fotografia nell'era dei social media [INTERVISTA]

Abbiamo intervistato uno dei fotografi italiani emergenti con più personalità, per avere un punto di vista sull'attuale panorama della fotografia social.

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

In una fase molto agitata per quanto riguarda la fotografia su internet, dall’onnipresenza dei filtri “un tocco-e-via” al dilagante trend dei selfie, dalle quotazioni milionarie dei social media visivi all’aumento esponenziale del traffico dei servizi di messaggistica, abbiamo intervistato Sebastiano Tomada Piccolomini, emergente fotografo di guerra e recente vincitore del prestigioso World Press Photo Award, per avere un punto di vista professionale sull’attuale panorama della fotografia ai tempi della condivisione social.

Sulla fotografia: la democratizzazione della fotografia oggi conferisce a tutti la possibilità di condividere foto soprattutto tramite smartphone. Da osservatore e abitante dei social media, la cultura e la qualità visiva stanno aumentando o il livello si sta omogeneizzando?

È impossibile avere le idee chiare sul futuro della fotografia e del fotogiornalismo, specialmente in un’era in cui la nascita del giornalista partecipativo e dei social media stanno letteralmente stravolgendo il sistema dell’informazione. Sono arrivato al punto di credere che Instagram, Tumblr e i social media in generale possano darci una connessione più diretta con l’informazione e con la realtà, in quanto ci offrono molteplici opzioni su un tema in particolare.

Il problema è la qualità dell’informazione: purtroppo quello che sbilancia l’essenza dell’informazione visiva è la popolarità, che non è sinonimo né di qualità, né di credibilità. È una domanda complessa la tua, io faccio sempre riferimento al “giornalismo partecipativo” nell’accezione di Fred Ritchin descritta in “Bending the Frame: Photojournalism, Documentary and the Citizen”, che tralaltro consiglio a tutti di leggere:

“il giornalismo partecipativo non è solo il diritto di esprimersi secondo la propria personalità, ma anche il diritto di agire come un cittadino e non come un consumatore.”

Sulla manipolazione: al World Press Photo Contest 2013, dove hai ottenuto un prestigioso secondo posto nella categoria General News, si è consumata un’accesa discussione sulla manipolazione dell’immagine, soprattutto la vincitrice nella categoria Spot News. Qual è il tuo punto di vista da protagonista, quanto un trattamento/filtro influisce sulla retorica di una fotografia?

Sono dell’idea che il trattamento di un’immagine sia un elemento talmente personale che si muova di pari passo con la soggettività dell’istante che un fotografo sceglie di cogliere rispetto ad un altro.

Chiaramente ci sono dei limiti alla manipolazione, promosse tralaltro nel codice etico della National Press Photographers Association, ma dopotutto penso sia più importante capire come un fotografo cerchi di manipolare la realtà scattando un’immagine da un angolo diverso o includendo degli elementi nello sfondo che rendano l’immagine più o meno impressionante. Manipoliamo le immagini anche sulla pellicola, creiamo contrasti più o meno forti per dare risalto ai dettagli che vogliamo, è tutto così relativo e affascinante.

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Sull’esperienza: alcune analisi psicologiche, che abbiamo trattato in questo articolo, hanno dimostrato un calo della memorabilità dei momenti fotografati e poi condivisi sui social media, a causa di un’inconsapevole distrazione della mente che subordina alla macchina fotografica la memorizzazione e ai social media il ricordo. Considerati questi ostacoli nel vivere a pieno i momenti, a cosa pensi quando guardi nell’obiettivo?

Penso a due cose:

1 – cogliere l’attimo.

2 – cogliere l’attimo in modo non banale.

Sul selfie: è sempre più diffusa la condivisione dell’autoritratto, internazionalmente conosciuto come selfie. Queste foto servono come strumento di comparazione sociale o sono più un modo per avere il controllo sulla propria immagine?

Mi viene subito in mente il “Ritratto di Dorian Gray”, ma in poche parole schiette credo che il selfie sia un modo per sentirsi “potente”, e se sei qualcuno che suscita interesse allora i selfie diventano ancora più “potenti” e vantaggiosi.

Nell’era dei social media il selfie è anche un modo anche di introdursi, potremmo definirlo come il nuovo modo di guardare qualcuno negli occhi e dire “Ciao, sono io!”.

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Siria 2013 - Foto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Sull’immagine: in una selfie è impossibile restare obiettivi, il fotografo è il soggetto e forse basta questo per abbassare il significato della foto. Ma negli altri casi quanto conta il valore descrittivo dell’immagine?

Un tempo l’autoritratto era qualcosa di esclusivo, uno strumento a disposizione degli artisti visivi per raccontare la propria vita, i propri percorsi le proprie emozioni. Adesso tutti possono autoritrarsi in tempo reale attraverso il selfie, ogni individuo è manager attivo della propria immagine sociale ed è qui che nuovamente rientra il fatto della qualità.

Sono dell’idea che una foto che non necessiti di nessun tipo di analisi non sia una foto “riuscita”.

Sulla condivisione: c’è un momento giusto per scattare una foto, fermare l’istante che stiamo vivendo e conferire ad esso una rilevanza per essere condiviso?

Se avessi una risposta buona avrei più seguaci su Instagram.

Il semplice fatto che ci si chieda quando è il momento esatto per cogliere un momento mette in discussione l’originalità dell’immagine come entità concreta e realistica. Il fotografo, invece, sceglie cosa scattare in un ambiente che lo circonda a 360 gradi.

Afghanistan 2010 - Ritratto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Afghanistan 2010 - Ritratto di Sebastiano Tomada Piccolomini

Sebastiano Tomada Piccolomini, come descritto da America24,  è un fotografo di guerra e vive tra New York e il Medio Oriente. Cresciuto tra Udine e Firenze si è trasferito a New York dove ha studiato presso la Parsons University e la New School, laureandosi in media e fotografia. Ha iniziato a viaggiare in aree di guerra soprattutto in Medio Oriente e in Asia. Le sue foto sono pubblicate da Time, The Sunday Times, Vanity Fair, The New Republic, Zeit, The Atlantic e Businessweek. Sebastiano ha ricevuto diversi premi tra cui il World Press Photo Award, l’International Photo Award (IPA) e nel 2013 l’Humanitarian International Red Cross (ICRC) Visa d’or award.

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