GoPro e action camera cambiano il modo in cui guardiamo lo sport

Sono passati più di dieci anni da quando Nick Woodman all’età di 26 anni prese la decisione di viaggiare in giro per il mondo seguendo la sua passione: il surf. Non avrebbe mai immaginato che la sua trovata di attaccare una camera da 35mm al palmo della mano avrebbe portato migliaia di persone negli anni successivi a guardare in rete un surfista che taglia un’onda insieme a un delfino.

O probabilmente era questo quello che in realtà desiderava: permettere alla gente di godere più da vicino, di assistere in prima fila seduti sulla sedia di casa, in tutto il mondo, alle acrobazie e alle imprese sportive di atleti che seguono le loro passioni.

Il segreto del successo di GoPro e del fenomeno delle microcamere è insito nel concept per cui sono nate: ci sono situazioni in cui non è possibile riuscire a immortalare con una camera “normale” le prodezze di cui è in grado un uomo. Siamo in un’era in cui il racconto non basta più, in cui è possibile mostrare a chiunque panorami accessibili a pochi, interamente in point of view, come le montagne del Perù o gli Iceberg del mare artico.

I primi ad essere attratti da questa possibilità, di indossare una camera e raccontare le propria gesta, sono gli atleti di sport estremi, che non vivono principalmente per una medaglia, ma per sfidare le leggi della natura. Che si tratti di montagne innevate da sciare o di onde da cavalcare, di 360 in moto da cross o atterraggi in parapendio, il mondo dello sport estremo sta vivendo una golden age soprattutto grazie alla possibilità di documentare e condividere in rete le gesta dei propri atleti.

Lo sa bene Red Bull che da sempre è main sponsor delle principali manifestazioni di sport estremi e che ha recentemente festeggiato il miliardo di visualizzazioni del suo canale, ricco di video girati con microcamere e GoPro.

Il fenomeno pian piano si sta espandendo anche verso il mondo degli sport più “tradizionali”, molto probabilmente aiutato dal boom di GoPro, che ha venduto lo scorso anno 4 milioni di camere (2.3 milioni nel 2012) con una media di circa 6.000 video condivisi ogni giorno.

L’idea di indossare una camera per dare una prospettiva diversa al modo usuale di osservare lo sport è un passo difficile, che stenta a esser compiuto per l’ingombro ancora importante delle GoPro per gli atleti, ma i primi esperimenti sono già iniziati.

A partire (ovviamente) dagli sport americani in cui lo show, l’intrattenimento è fondamentale quanto la gara stessa: Basket in primis, ma soprattutto Hockey sul ghiaccio. Nello scorso All Star Game infatti è stata inaugurata una partnership tra la NHL e Gopro in cui gli atleti come Zack Kassian hanno testato le Gopro montate sulle loro aste da gioco.

Sta quindi cambiando davvero il modo di raccontare lo sport? Se diamo un’occhiata al “vecchio mondo” più vicino a noi e a sport più praticati in Europa, ci sono già alcuni segnali forti che potrebbero essere un preludio al cambiamento. Per quanto sia paradossale, nel mondo del calcio, che è forse il più lontano tecnologicamente rispetto a sport come tennis, basket e volley ci sono stati dei rumors a riguardo.

In questo caso si tratta dei droni, che montano le microcamere e hanno la possibilità di osservare e registrare da nuove prospettive le gare sportive. Il presidente onorario del Bayern Monaco Franz Beckenbauer ha osato una predizione/provocazione affermando che i droni sostituiranno addirittura gli arbitri. Ne aveva parlato tempo addietro anche il presidente della Uefa Michel Platini assicurando passi da giganti per la tecnologia nel calcio in tempi brevi.

Una prima risposta dalle squadre è arrivata nelle sedute di allenamento: a Vinovo infatti sono volati i primi droni, quasi a spiare la tattica della Juventus; Orange invece ha realizzato un mini sito chiamato #Danslapeau (nella pelle) che mostra un mini allenamento dei giocatori del PSG, con la possibilità di scegliere la migliore visuale. Ci sono infatti microcamere indossate dai calciatori, un drone e camere posizionate in diverse parti del campo da calcio.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo del broadcasting, dell’intrattenimento e delle regole del mondo dello sport. La componente di wearability di queste camere si affinerà ancora nei prossimi anni e renderà possibile vivere match di calcio, finali di tennis e gare olimpioniche con il punto di vista della nostra superstar preferita. Arriveremo a poter scegliere se osservare dagli spalti o essere direttamente in campo.

YouTube, in arrivo i video multi angolo

youtube video multi angolo

Soltanto qualche settimana fa si diffondeva la notizia dell’introduzione dei video a 360° su YouTube. Ora sembra essere in arrivo un’altra importante novità che segna un ulteriore progresso nella user experience della piattaforma, ovvero i cosiddetti video multi angolo.

In cosa consiste questa nuova feature? Agli utenti sarà sostanzialmente permesso di cambiare l’inquadratura durante la visione dei filmati, inizialmente solo da desktop.

Potete sperimentare la visione multi angolo sull’unico video sul quale è attiva per ora, sul canale dell’artista Madilyn Bailey.

youtube multi angolo

Come potete vedere, in qualsiasi momento potete scegliere di cambiare l’angolo di visione del video semplicemente cliccando sulle miniature presenti sul lato destro del player (oppure selezionando la camera preferita attraverso la tastiera numerica del vostro pc).

Cosa ne pensate di questa novità?

Dimostri abbastanza affetto e supporto ai tuoi colleghi?

spreadloveweek

Quante volte litighi con il collega che hai di fronte? E con quel fornitore che ti consegna il lavoro sempre in ritardo? In tutti gli uffici possono nascere delle incomprensioni o esserci dei giorni in cui ci sembra di non riuscire a capirci, ma questo non vuol dire che non ci vogliamo bene. Proprio come in ogni famiglia che si rispetti, tra colleghi bisogna supportarsi (e sopportarsi :)), darsi una mano, sostenersi a vicenda e la #SpreadLoveWeek è l’occasione giusta per farlo.

Tutto è cominciato cinque anni fa, quando un’azienda, la Mindvalley, ha deciso che il giorno di San Valentino poteva essere una buona occasione per mostrare affetto e supporto nel luogo di lavoro. Da allora, l’iniziativa si è diffusa e Ninja Marketing non poteva fare a meno di proporla in Italia e di invitare tutti i guerrieri a partecipare!

L’amore può migliorare la cultura aziendale ed aumentare la produttività?

A tutti piace sentirsi apprezzati, e più siamo felici più lavoriamo meglio. Molti studi dimostrano che un sereno ambiente di lavoro migliori la produttività:

– Uno studio del 2008 di Gallup Consulting ha concluso che il coinvolgimento dei dipendenti è una forza che guida i risultati di business e che i dipendenti più coinvolti sono più produttivi.

– Secondo Shawn Achor, autore di The Happiness Advantage: The Seven Principles of Positive Psychology That Fuel Success and Performance at Work, il 95% delle persone che non forniscono alcun sostegno sul posto di lavoro non sono abbastanza coinvolti.

#SpreadLoveWeek: le regole

1. Prepara dei bigliettini con i nomi di tutti i dipendenti dell’azienda. Inseriscili in un cappello – o qualcosa del genere – mischiali e a turno fai pescare un nome ad ogni tuo collega. Il nome pescato è il tuo Umano, e tu sei il suo Angelo Segreto. Ok, questa parte con le denominazioni puoi cambiarla, l’importante è che nessuno riveli quale nome ha pescato!

2. Il tuo dovere di Angelo Segreto è quello di mostrare amore e apprezzamento per il tuo umano durante la Love Week in modo creativo, misterioso e segreto. Non essere troppo palese nei gesti.

3. Ricorda che se tu sei un Angelo Segreto, qualcun altro è anche un Angelo Segreto per te, quindi anche tu riceverai amore e apprezzamento in modi che non ti aspetti.

4. Mostra al mondo quanto amore stai dimostrando ai tuoi colleghi: condividi post, foto e video con l’hashtag #SpreadLoveWeek

5. Alla fine della settimana rivelate chi era l’Angelo Segreto di chi e fate in modo che l’amore e il supporto che vi ha guidato in questa Love Week resti per tutto l’anno!

Qualche suggerimento

– Per dimostrare il tuo affetto non è necessario spendere soldi. Per far felice un tuo collega basta anche una tazza di caffè o riordinare la sua scrivania.

– I tuoi colleghi sono sparsi per il Paese? Puoi mostrare affetto anche inviando loro una GIF su Skype.

– Ci sono un sacco di cose che puoi fare in 10 minuti e una connessione internet: crea una playlist su Spotify, invia motivational quote, struttura una board su Pinterest che raccoglie i suoi interessi.

– Porta la Love Week nella tua famiglia, tra i tuoi amici e falla diventare una tua campagna personale: diffondi affetto e supporto tutto l’anno!

Parteciperai con noi alla Love Week? Utilizza l’hashtag #SpreadLoveWeek e taggaci/menzionaci su Facebook e Twitter, raccoglieremo in un post tutti i momenti d’affetto e supporto nel tuo ufficio.

Cerchi lavoro? Prendi in ostaggio un hashtag su Instagram

we have your hashtag

In un mondo sempre più digital, rapido e inarrestabile, il protagonista in grado di scandire conversazioni, pensieri, contest e strategie di marketing diventa sempre più l’hashtag.

Introdotto ed utilizzato per la prima volta dagli utenti di Twitter, il simbolo “#” si è trasformato in un tool essenziale in tutte le piattaforme social, in grado di aggregare messaggi o di creare keywords che stimolino le conversazioni e l’engagement dei propri follower.

LEGGI ANCHE: “Il potere dell’hashtag”

Anche su Instagram, uno dei social network che fa della condivisione di immagini la sua principale mission, l’hashtag si converte in un digital tool dalle grandi potenzialità in ambito marketing, in grado di generare buzz, attenzione e visibilità attorno a brand, prodotti e servizi che le aziende offrono.

Nonostante si riveli sempre più uno degli strumenti migliori per emergere dal groviglio social, utilizzare hashtag – o abusarne – non risulta sempre sufficiente per poter creare interazioni e buzz sul proprio brand o prodotto. Bisogna ricercare modi innovativi per fare storytelling o creare contenuti virali ed originali sul web.

Uno studente olandese, in cerca di nuove opportunità, sembra esserci riuscito bene.

“I want to play a game”

we have your hashtag sito

Max Kurstjens è un giovane creativo olandese, studente in Svezia. Per rendersi appetibile nel mondo del lavoro, ha pensato bene di mostrare tutta la sua creatività e, così, invece di optare per un classico invio via email del proprio curriculum, ha ideato una strategia innovativa per poter catturare l’attenzione delle più importanti agenzie creative, scegliendo come strumento Instagram.

Appropiandosi – e burlandosene un po’ – di uno dei tool social più amati, utilizzati ed abusati da aziende e users, Max Kurstjens si è trasformato in un vero e proprio attentatore in versione 2.0, “sequestrando” gli hashtag di alcune delle agenzie più attive sul social network.
L’unica modalità di riscatto? Offrire un caffè o, meglio, un colloquio di lavoro al creativo olandese!

we have your hashtag instagram

Attraverso la creazione di account fake, ognuno dei quali dedicati agli hashtag presi in ostaggio, si è reindirizzati alla pagina web wehaveyourhashtag.com. Qui, evocando una delle più celebri pellicole horror, il creativo olandese si rivolge direttamente alle sue vittime.

Sulle parole minacciose di “Saw – L’enigmista”, il gioco di riscatto inizia nella homepage, dove è possibile ritrovare, dal menu a scomparsa sulla sinistra, l’elenco di tutti gli hashtag “in ostaggio”. Una volta selezionato, si è rinviati ad una sezione in cui sono specificate le condizioni di riscatto, per potersi riappriopiare del proprio # e salvaguardare la propria brand image su Instagram.

we have your hashtag

Un modo originale di richiamare l’attenzione dei selezionatori ed aspirare ad un colloquio di lavoro!

Dai mosaici di immagini creati attraverso gli hashtags su Instagram al sito web dedicato alla richiesta di riscatto, il giovane creativo si è rivolto in modo diretto alle agenzie, reiventando a proprio modo le regole di digital recruiting, rendendo l’hashtag un potenziale killer tool nelle strategie di job hunting sui social media.

Cari ninja, cosa ne pensate della creatività di Max Kurstjens?

Possiamo classificarlo come una innovativa strategia social di personal branding?

Ecco cosa ha imparato il marketer che ha analizzato 2000 cervelli [INTERVISTA]

pubblicità

Guru mondiale del brand, brand futurist e consulente di noti marchi come McDonald’s, American Express, Nestlé, Procter&Gamble, Microsoft. Martin Lindstrom è considerato “una delle 100 persone più influenti al mondo” ed è un esperto di neuromarketing.

Martin ci ha dedicato qualche minuto per raccontarci le sue ultime ricerche e parlarci del suo lavoro.

Le aziende chiedono i tuoi consigli per lanciare nuovi marchi o rilanciare quelli in crisi. Quale di questi due scenari consideri più impegnativo oggi?

So che suona strano, ma mi piace lavorare con i marchi che stanno affrontando una crisi. La ragione principale è che nel 90% dei casi riusciamo a superarla. La gioia di risollevare le sorti delle aziende, aiutare le persone il cui lavoro è in pericolo, e vedere i fondatori e i proprietari sorridere non ha prezzo.

In Brandwashed, riveli come i marchi manipolano i consumatori ad acquistare i prodotti. Significa che Vance Packard aveva ragione?

Aveva proprio ragione. Eppure, per dimostrare di aver ragione ha manipolato alcuni dei dati. Il che è ironico perché non era necessario che lo facesse – bastava aspettare e avrebbe condotto il tipo di studi che siamo in grado di condurre oggi (come l’utilizzo di fMRI), la prova sarebbe stata chiarissima.

In Buyology, spieghi le motivazioni psicologiche che stanno dietro i nostri acquisti. Mi puoi dire perché continuo a dare i miei soldi a Candy Crush Saga?

Si può incolpare un’area nel cervello chiamata Nucleus Accumbens – chiamato anche il nostro posto del “desiderio”. Qui è dove si genera e si mantiene la dipendenza. Numerosi studi recenti hanno esplorato perché Candy Crush è così coinvolgente e tutti hanno concluso che la ragione principale è che il gioco si adatta costantemente al tuo livello di performance assicurando che tu sia sul punto di ottenere una ricompensa – la sensazione di aver conquistato il gioco – poi il gioco regola il livello successivo leggermente in modo da sfidarti di più. Quel tic tac ci fa sentire sfidati in quanto esseri umani e quindi continuiamo a giocare.

I marketer sono bugiardi cronici o narratori eccezionali?

Entrambi – alcuni sono narratori eccezionali, la maggior parte sono narratori medi e alcuni sono bugiardi cronici.

Puoi darci un’anteprima della tua ricerca di neuromarketing? Che cosa hai scoperto analizzando 2.000 cervelli?

Abbiamo imparato che:

La pubblicità subliminale funziona davvero.

– Che il ruolo del logo è cambiato – infatti alcuni dei più potenti messaggi di marca non hanno più bisogno di un logo, ma hanno bisogno “simboli indiretti”.

– Quanto più si utilizzano i sensi quando si costruisce un marchio, più potente è il messaggio

– L’inserimento di prodotti funziona solo se fatto in un contesto.

– Le avvertenze sanitarie sui pacchetti di sigaretta hanno l’effetto contrario.

Sei un brand futurist. Se davvero puoi prevedere il futuro, mi puoi dire chi vincerà nel lungo periodo, Apple o Samsung? Che cosa accadrà ai Google Glass? Coca-Cola rivelerà la sua ricetta segreta?

Apple o Samsung: entrambi – proprio come ci sono diverse marche automobilistiche top, lo stesso avverrà nel caso di beni elettronici.

I Google Glass  falliranno a breve termine – ma sopravviveranno in un contesto professionale su lungo termine.

La ricetta segreta della Coca-Cola è già stata rivelata, eccola:

Estratti fluido di Coca: 3 dram USP
Acido citrico: 3 once
Caffeina: 1 once
Zucchero: 30 (quantità non chiara)
Acqua: 2.5 galloni
Succo di lime: 2 litri, 1 quarto
Vaniglia: 1 once
Caramello: 1.5 once (o più per il colore)
Ingrediente segreto 7x (utilizzare 2 once per 5 galloni sciroppo)
Alcol: 8 once
Olio di arancio: 20 gocce
Olio di limone: 30 gocce
Olio di noce moscata: 10 gocce
Coriandolo: 5 gocce
Neroli: 10 gocce
Cannella: 10 gocce

Fonte: TIME magazine 2011

Vanno a ruba le startup food italiane

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Sarà l’EXPO 2015 dedicato al food, sarà la nostra tradizione culinaria, o forse saranno le capacità degli imprenditori di startup italiane food; sta di fatto che quattro exit in due mesi sono un dato più che confortante per il nostro ecosistema startup.

Le irresistibili startup food italiane: Cibando, l’exit apripista

Il primo annuncio è di dicembre, riguardo all’acquisizione di Cibando da parte del colosso indiano di prenotazione ristoranti Zomato.
Guk Kim, fondatore di Cibando, app e website per la ricerca di ristoranti, che avevamo intervistato tra i 30 co-founder italiani, seguirà lo sviluppo del progetto per l’Italia, rafforzando in primis la mappatura di Milano come capitale dell’esposizione universale e Roma, per poi svilupparsi rispetto a tutto il territorio italiano.

Il brand Zomato già conosciuto ed attivo in 20 paesi, dove registra ben 310 mila ristoranti iscritti, sta espandendo la propria presenza su scala mondiale acquisendo startup locali, proprio come ha fatto in Italia con Cibando. Ha infatti di recente acquisito MenuMania in Nuova Zelanda, Lunchtime e Obedovat, in Repubblica Ceca e Slovacchia, e Gastronauci in Polonia, con una previsione di ulteriori 15 nazioni da lanciare durante il 2015.

Nella dichiarazione di Pankaj Chaddah, co-founder di Zomato, appare come Cibando con i suoi 82.000 ristoranti sia stata la scelta migliore per approdare in Italia, considerando solo Yelp come altro possibile competitor in Italia.

Intanto in Italia sono previste assunzioni per 30-40 persone, che andranno a supportare il team originario di Cibando.

Doppia acquisizione per Tripadvisor

Evidentemente Tripavisor non la pensava esattamente come Zomato, soprattutto perchè di startup tricolori ne ha acquistata ben due. La prima è Mytable, che consente di prenotare tavoli nei ristoranti ed ha già un forte partner come Groupon per le prenotazioni dei coupon. Il servizio, come Groupon del resto, è già stato integrato con le recensioni di Tripadvisor.

Il sito della startup Restopolis, fondata da Almir Ambeskovic, invece, è stato già sostituito dal motore di ricerca di ristoranti The Fork, già operativo in Francia, Spagna, Svizzera, Inghilterra e Belgio con più 20.000 ristoranti prenotabili e recensiti, di cui ora 5.000 in Italia. La differenza ed il punto cruciale rispetto a cui Tripadvisor ha scelto di investire nel maggio 2014 in La fourchette, startup francese che centralizza l’organizzazione di the fork, è proprio il sistema di recensioni, che rendendo possibile il commento solo a chi ha effettivamente consumato, evitando così le problematiche derivante dalle false recensioni.

Grazie a Thefork è possibile non solo trovare i migliori ristoranti in città, ma ottenere buoni sconto per le prenotazioni effettuate, fino al 50%.

LEGGI ANCHE: Tripadvisor rivela come gli utenti scelgono i ristoranti

Rocket Internet sempre più delivery-driven con Pizzabo

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Rocket Internet conferma con le ultime tre acquisizioni (Pizzabo, DeliveryHero, LaNeveraRoja), il trend in tema delivery food e l’obiettivo di diventare leader globale nel segmento takeaway come annunciato nella presentazione di Business Update di Febbraio 2015 intitolata “Building Global Giants in Food & Groceries – the new Frontier in eCommerce”.

Anche se non è dato sapere a quanto è stata acquisita Pizzabo, la startup di Pizza delivery fondata nel 2009 da Christian Sarcuni, sappiamo invece quanto è costato il 30% di DeliveryHero cioè 496 milioni di euro.

LEGGI ANCHE: Doppia IPO a Francoforte per Zalando e Rocket Internet

Storytelling e Internet of Things: la nuova frontiera della narrazione tra Smart Home e Augmented Reality

“Senza dubbio, questo è un momento magnifico per uno storyteller. Questo afferma Lance Weiler riferendosi alle possibilità offerte dall’Internet of Things alla storytelling: parliamo di “sfruttare” gli oggetti connessi alla Rete per ampliare le possibilità espressive del racconto. Una mutazione è in atto: la capacità di integrare concretamente le storie con la realtà grazie ad app, augmented reality, iBeacon, codici Qr e NFC.

Un ottimo spunto ci viene da Geoffrey Long quando parla di smart home e storytelling: è vero, le case traboccano di racconti, ogni spazio abitativo racchiude una storia. Le cucine sono piene di racconti, le fotografie bisbigliano gioie e dolori degli inquilini, giocattoli e vestiti hanno una loro storia, per non parlare dei mobili e dell’architettura di una casa. E una smart home può dare tracciare nuove strade su cui uno storytelling può avventurarsi: un piccolo schermo in una cucina che, leggendo un codice QR oppure attraverso un dispositivo NFC, racconta cosa ha ispirato la ricetta di uno chef, oppure un episodio legato a quel particolare oggetto, o ancora il racconto della nascita.
E che dire di un gioco simil-nascondino con un cartone animato virtuale che scorrazza per casa, proiettato attraverso piccole telecamere e che interagisce con l’utente attrverso lo smartphone?
Ancora, ogni casa potrebbe avere una sua voce: ogni stanza potrebbe raccontare una storia, anzi tante storie quanti oggetti contiene.

Per capire di cosa stiamo parlando, proviamo ad applicare una famosa tecnica narrativa di scuola anglosassone: Show, don’t tell! Vediamo qualche esempio interessante.

Lighthouse in the Woods: il progetto di Geoffrey Long

L’esperimento di Geoffrey Long, presentato il 23 aprile scorso durante l’Evening of Innovation, è interessante e inquietante allo stesso tempo. Parliamo di una storia di fantasmi immersiva, in cui l’utente, con un paio di Oculus Rift, si trova chiuso in una stanza senza finestre e pieno di quadri, a tu per tu con una voce che racconta la maledizione che ha colpito la sua famiglia. Ogni membro è introdotto uno alla volta: la voce racconta la tragica fine che ha colpito il malcapitato e il rispettivo ritratto si illumina. L’utente non può lasciare la stanza, ma può muoversi all’interno di essa, anche se non può modificare la storia.
Gli Oculus Rift garantiscono un’esperienza immersiva a 360 gradi, ma il passo ulteriore potrebbe essere un mix fra gamification, IoT e storytelling, in cui l’utente potrebbe avere un ruolo nella narrazione.

Bear 71, il documentario interattivo della NBF

“Un documentario come nessun altro”. Già, Bear 71 è un progetto di documentario che, nonostante abbia già quasi tre anni di vita, è ancora attualissimo. Girato nel parco nazionale Banff, in Canada, il documentario vuole mostrare il rapporto fra uomo e specie selvatiche, in particolare valutando l’impatto antropico sulla natura selvaggia. La storia di Bear 71, un orsa grizzly, viene raccontata da Mia Kishner, ma dalla prospettiva dell’animale, dal momento in cui i rangers la catturano per farle indossare il collare per seguirla fino al momento della sua morte. Ma Bear 71 non è solo questo: è un fantastico esperimento di documentario interattivo, il cui obiettivo è capire in che punto, in un mondo in cui la tecnologia è ovunque, finisce il mondo connesso e inizia il mondo selvaggio.
Il documentario, di certo, fa di tutto per rendere complicato dare una risposta: fra realtà aumentata, app per il  tracciamento degli animali, installazioni nei parchi e sensori di movimento probabilmente i confini tra civiltà e natura sono così labili da non essere riconoscibili.
Il progetto ha vinto il Gold Cyber Lions Award e il sito…beh, il sito è da vedere.

Le opportunità si moltiplicano per gli Storyteller

Forse ha ragione Lance Weiler: questo è un buon momento per essere uno storyteller. L’IoT amplierà le modalità espressive di una narrazione e permetterà agli utenti di interagire con la storia: ci aspettiamo un bel divertimento immersivo.

Content marketing: le 3 basi per una perfetta strategia

E-commerce e social media: il modo di comunicare e generare vendite è ormai cambiato in modo radicale. Un brand e i suoi prodotti, se non sono presenti sul web, non riusciranno ad esistere nella mente del consumatore.

Ad oggi è molto importante lavorare sui contenuti dei propri prodotti e servizi, elaborando un’efficace strategia di content marketing.

Ma cosa vuol dire, prima di tutto? Il concetto chiave è racchiuso all’interno di questa definizione:

“Content marketing is a strategic marketing approach focused on creating and distributing valuable, relevant, and consistent content to attract and retain a clearly-defined audience — and, ultimately, to drive profitable customer action.”

Content Marketing significa cambiare il comportamento di un consumatore attraverso le parole; una strategia a lungo termine è funzionale solo se costruita per portare una persona a riflettere, valutare, acquistare e, infine, giudicare.

LEGGI ANCHE: Visual Content Marketing: commetti questi errori?

Il piano per agire corettamente sul mercato è quello di presidiare le conversazioni e il web fin dal primo momento: è scorretto pensare di utilizzare il content marketing solo nella fase di post acquisto. Per poter entrare nella memoria del target è necessario farsi conoscere.

Il primo step è quello di capire come un consumatore ricerca le informazioni su un prodotto o riguardo ad un brand; Procter & Gamble e Google sono partiti da un approccio innovativo, basato solo su strumenti digital, per creare un efficace strategy plan.

Zero moment of Truth

Il momento perfetto per far parlare il nostro prodotto. Il consumatore ha percepito un bisogno ed è alla ricerca di informazioni!

In questa fase è necessario battere i competitor creando forme di comunicazioni accattivanti, da un lato e, dall’altro, cercare opinion leader in grado di costruire un’immagine veritiera e convincente del prodotto.

Azione concreta per una comunicazione accattivante: è rappresentata da un banner in primo piano sui motori di ricerca o un post sui social media per lanciare un prodotto.

Azione concreta per creare un’ottima opinione: ricercare blogger o influencer adatti, fargli testare e far parlare il nostro brand e la novità attraverso la loro esperienza.

First moment of truth

Il giorno della scelta del prodotto in store è arrivato: aver costruito contenuti solidi, prima, ha fatto entrare il prodotto nella mente del target di riferimento e potrà essere ricordato al momento della scelta.

Un’azione strategica, in questa fase, è quella di non lasciare da solo il consumatore, ma accompagnare la sua esperienza d’acquisto. Il fatto che si ricordi di noi non significa certezza.

azione concreta per spingere l’acquisto: i social possono svolgere un’azione importante in questa fase. Fate in modo che chi acquista possa condividere anche l’esperienza vissuta. I contenuti non sono solo brand ma soprattutto persone.

The second moment of truth

Attraverso questa definizione si indica il momento in cui le persone vivono un’esperienza con il prodotto. I social e la crescente interazione permettono ad ogni consumatore di condividere le sue idee ed impressioni con altri potenziali clienti.

Monitorare le conversazioni è il metodo migliore per capire se la strategia, implementata fino a quel momento, funziona o se deve essere migliorata.

Azione concreta per monitorare: in questa fase viene in aiuto il crisi management, una pratica che permette ad ogni impresa di osservare le opinioni che le persone hanno riguardo al prodotto, risolvendo dubbi o rispondendo a domande di approfondimento.

Da ultimo, mai dimenticare, anche per il content marketing, due tipi di analisi: la prima a livello di contenuti, affidandosi a strumenti che misurino le impression ottenute. Quest’attività aiuta a capire se i messaggi sono stati studiati in modo adeguato ed inseriti nel giusto contesto.

In secondo luogo mai dimenticarsi di analizzare l’andamento del prodotto: sono lo specchio del successo. Ad oggi, se un prodotto non ha funzionato, è dovuto in gran parte da attività di comunicazione scorrette e non misurate.

Un consumatore che ci osserva oggi, può essere un potenziale cliente domani e un opinion leader del nostro futuro.

Da Star Trek alla realtà: la tecnologia ci salverà la vita?

Roberto Ascione è un imprenditore e opinion leader internazionale nella digital health. Ha un’esperienza ventennale in marketing e comunicazione, trasformazione dei processi di business e innovazione applicati alla salute. Attualmente è Presidente di Razorfish Healthware parte di Publicis Groupe. Al via oggi una serie di suoi guest post su tecnologia, salute e innovazione.

Dopo 2 anni, oltre 300 partecipanti in lizza e 21 squadre in shortlist, manca solo un anno di lavoro per i 10 Team finalisti che si contenderanno il premio Qualcomm Tricorder XPRIZE, l’annuncio a Gennaio 2016.

Con background culturali e professionali differenti, i 10 team finalisti raccolgono giovani laureati, ricercatori e startup nel campo biotech ma anche player affermati nel settore dei dispositivi medici; tutti provenienti da diverse parti del mondo, dal Canada agli Stati Uniti, dall’Europa all’Asia.

Per chi non lo sapesse, il Qualcomm Tricorder X-Prize è un concorso di respiro globale che segna una rivoluzione nel settore della digital healthcare: l’innovazione e l’integrazione delle tecnologie diagnostiche alla base dello sviluppo di un dispositivo mobile incentrato sul consumatore (assimilabile al Tricorder medico di Star Trek® ), in grado di diagnosticare 15 patologie mediche di comune affezione – come il diabete, l’anemia, l’ictus – e di registrare parametri vitali come la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e la temperatura.

Mentre il backend del dispositivo sarà caratterizzato da una tecnologia diagnostica sofisticata e di precisione, il frontend dovrà essere il più user-friendly possibile, così da permettere a tutti di fare diagnosi sulla salute affidabili. In pratica l’assistenza sanitaria sarà nelle mani del consumatore stesso. E, chiaramente, aspetti quali la sicurezza dei consumatori e la conformità alle normative sono parte dei requisiti.

I team finalisti hanno tempo fino a maggio 2015; i prototipi di lavoro saranno poi sottoposti a test di sicurezza per il consumatore e valutazioni di esperienza diagnostica fino a gennaio 2016 quando, in occasione del 50 ° anniversario di Star Trek, sarà proclamato il vincitore.

Considerando l’ampia gamma di competenze presenti in questi team, l’output sarà sicuramente un interessante mash-up di tecnologie, design, ingegneria e scienze biomediche. E questo è ancor più vero se si considera che alcuni team come Aezon e DMI hanno definito partnership strategiche con colossi come la NASA, il National Institute of Health, la Bill and Melinda Gates Foundation e il Center for Bioengineering, Innovation and Design.

Rick Valencia, Senior VP e General Manager di Qualcomm Life ha affermato che “Le tecnologie che si stanno sviluppando per il Qualcomm Tricorder X-Prize potrebbero avere un impatto globale esponenziale, non solo nella diagnosi da remoto delle malattie, ma su una miriade di altre aree mediche, tra cui il monitoraggio continuo della salute, la prevenzione delle malattie e la gestione delle malattie croniche.”

Ecco, io non potrei essere più d’accordo ma soprattutto sono più che ansioso di vedere queste idee materializzarsi in prototipi di lavoro – e magari portarci vicini al riuscire a trasformare la fantascienza del XXIII secolo in una realtà medica del XXI secolo.

D’altra parte diventa sempre più attraente il mercato dei dispositivi indossabili, soprattutto dopo quello che è accaduto con il recente lancio della Apple Watch: Samsung e Sony hanno praticamente preceduto l’annuncio del loro rivale con una serie distinta di nuovi dispositivi e gadget. È chiaro che in questo scenario in rapida evoluzione, dove i dati sanitari possono essere monitorati e analizzati con dispositivi, applicazioni e piattaforme in grado di dare a chiunque una visione olistica, reale e contestuale della propria salute e benessere, il concetto di future health non sembra più così lontano.

5 lezioni dalle aziende più odiate d'America

Per farsi odiare dai propri consumers bisogna metterci impegno ma, nel 2014, molti colossi statunitensi hanno fatto un lavoro encomiabile.

Un recente rapporto del sito 24/7 Wall Street ha rivelato le 5 grandi aziende che si sono distinte per alienazione che, per motivi e con gravità differenti, vengono percepite in maniera pessima dal pubblico.

Ecco 5 esempi che servano dai quali trarre importanti lezioni  in termini di marketing e pr.

1. General Motors: il silenzio può essere costoso

C’era una volta in cui General Motors era una delle forme empiriche dell’American Dream. Crisi, recessione, scissioni, acquisizioni dopo, nel 2014 è diventata una delle aziende più odiate d’America. Complici anche 42 morti causate da problemi di accensione relativi ad alcuni modelli della grande casa automobilistica “made in U.S.A.”, General Motors è stata posta sotto indagine preliminare dal procuratore federale di New York anche per non aver comunicato il difetto delle automobili né tantomeno ritirato tempestivamente dal mercato le vetture coinvolte.

Le scuse ufficiali dell’AD Mary Barra e il ritiro dal mercato dei veicoli sono stati fatti solo nel 2014, dopo ben 10 anni dai primi problemi riscontrati. Aver soprasseduto sulla questione è costato alla GM il ritiro di 34 milioni di auto per un costo pari a 2,7 milioni di dollari nei primi sei mesi del 2014.

Il consiglio più ovvio – anche se vero – è quello di fare le cose bene ma la lezione più importante da trarne è che sorvolare su un errore e non affrontarlo pubblicamente  ed immediatamente può essere molto costoso, in termini di soldi e di reputazione. Gli effetti a lungo termine di errori invariati possono inoltre aumentare esponenzialmente la spesa per ricostruire la reputazione persa.

2. Uber: la cattiva pubblicità può far male

Se dovessimo premiare chi ha fatto del detto “no publicity is bad publicity” il suo mantra, una dei candidati sarebbe sicuramente Uber. La società ha fatto molto parlare di sè per la sua bollente adv “hot chicks” riuscita prevalentemente a sollevare, più che il consenso popolare, polemiche a non finire in quanto ritenuta sessista. Anche se la società ha cercato di virare verso l’umiltà il danno era fatto e , nel 2014, le azioni di Uber parlavano più forte di quante parole non si potessero dire per contenere la bagarre.

La lezione che impariamo da Uber, quindi, riguarda la qualità che vince sulla quantità: il “purchè se ne parli” non crea consumatori fedeli, nemmeno a breve termine.

3. Walmart: quando i dipendenti scontenti possono affossare un business

Che la mega catena di superstore Walmart abbia di fatto danneggiato la gran parte delle piccole e medie imprese statunitensi ponendola già come una delle imprese più odiate d’America, non è sorprendente. È tuttavia a causa del trattamento che subiscono i suoi dipendenti che rischia di far scappare molti dei suoi abituali clienti.


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Secondo la classifica fatta dal portale Glassdoor, il colosso del retail statunitense guadagna appena 2,8 stelle su 5 e meno della metà dei votanti afferma di approvare il CEO Doug McMillon. Walmart è il più grande datore di lavoro privato in America con più di 1,4 milioni di membri dello staff in attivo, un trattamento migliore – o la percezione di esso – porterebbe non solo al miglioramento delle relazioni con i dipendenti ma anche ad una migliore percezione da parte degli avventori.

I dipendenti sono le prime persone ad interagire con i consumatori e i suoi migliori promotori. Migliorare le relazioni con loro può diminuire il turnover e incrementare il miglioramento della shopping experience.

4. Comcast e DISH Network: il customer service è la chiave

Troppe aziende spendono cifre astronomiche in marketing e pr quando spesso – in relazione al servizio offerto – la vera chiave per il successo è un customer service preciso, puntuale e affidabile. Nella carta dei diritti dell’uomo 2.0 andrebbe aggiunto un comma importante, il diritto inalienabile dell’uomo a rescindere da un abbonamento. In italia le punte più elevate di stalking lo raggiungono le compagnie telefoniche, in America vanno forte anche i canali televisivi via cavo.

Comcast e DISH hanno sempre lesinato sul fronte del customer service ma una telefonata – diventata un fenomeno virale – di una coppia che voleva semplicemente disconnettersi dal servizio e che è stata trattata malissimo, è stata la peggior pubblicità possibile.

Si può essere i miglior media relation o community manager sul mercato ma prima o poi la gente scopre ” when you’re putting lipstick on a pig”.

I media non si sono certo farti scappare questa succulenta occasione, neanche il celebre New Yorker.

5. Spirit Airlines: si ottiene quello per cui si paga

Il prezzodei biglietti della Sirit Airlines è uno dei più competitivi sulla scena statunitense ma, secondo il Consumer Reports 2013 è la compagnia ad aver ottenuto il minor punteggio complessivo dato dai consumatori. La compagnia ha addirittura sposato questa immagine tanto che Paul Berry, il portavoce di Spirit, ha dichiarato: “L’unica cosa che i consumatori dicono di noi è che la cosa più importante è il prezzo. Noi competiamo su quello”.

Va bene essere competitivi ma l’amore e la fedeltà ripagano a lungo termine.