Il web in festa: arriva la Festa della Rete!

Siete pronti? Mancano solo 4 giorni all’inizio della nona edizione della Festa della Rete – BlogFest 2014, lo storico appuntamento di chi utilizza il web nel lavoro e nella vita che quest’anno si terrà dal 12 al 14 settembre a Rimini.

Per 3 giorni il capoluogo dell’omonima provincia dell’Emilia Romagna smetterà i panni a righe bianche e blu della famosa meta balneare e indosserà quelli Hi-Tech e luminescenti del web – con una copertura Wi-Fi gratis e su tutta la città –  per proporre un programma adatto a tutti i palati che celebrerà alcuni dei più apprezzati blogger, giornalisti, esperti di social network e tutti coloro che, proprio grazie alla rete, sono diventati volti famosi.

5 le macroaree che accoglieranno i visitatori: Economy, Fashion & Beauty, Food, Kids, Media (alle quali se ne aggiunge una sesta, denominata Fuori, che raccoglie  eventi speciali).

Dalle 10 alle 19 sarà un continuo di dibattiti workshop, tavole rotonde, conferenze, giochi, concerti e BarCamp a tema, presso i quali sarà possibile iscriversi e avere la possibilità di presentare il proprio speech di 15 minuti davanti a esperti del settore.

In questi giorni avrete modo di scoprire o approfondire, tra le altre, tematiche diverse quali il finger food, la carta dei diritti di internet, le web series, quanto influenzano davvero gli influencer, come usare lo storytelling digitale, come prepararsi all’anno dell’EXPO di Milano, come utilizzare al meglio i Social Network e come ricavare vantaggi dall’E-Commerce.

I nomi dei partecipanti alla nona edizione sono tantissimi e sarebbe davvero antipatico scordarne qualcuno, quindi vi rimandiamo direttamente al programma completo della manifestazione.

 

Un focus particolare merita quello che è, senza ombra di dubbio, il momento clou della Festa: la consegna dei Premi MIA, i Macchianera Italian Awards, riconoscimenti assegnati a personaggi e realtà che più e meglio si sono contraddistinti online nell’ultimo anno.

Nel 2013 il personaggio dell’anno fu Papa Francesco, che chiese di ritirare il premio in Vaticano…

 

Quest’anno chi sarà?

Ad affiancare i MIA quest’anno ci sono anche i Premi della Rete: n questo caso i lettori hanno scelto le nomination, e il vincitore sarà decretato, per il 50% da un’Academy composta dai vincitori delle passate edizioni dei MIA e per il l’altro 50% dagli utenti.

Leggete le categorie e i nomi di tutti i pretendenti ai titoli… Non fate mancare il vostro voto!

La mente dietro alla Festa della Rete è quella del blogger Gianluca Neri, con l’aiuto di Luciano Massa e Luca Leoni di Show Reel, Gianluigi Mazzeschi e Roberto Grassilli.

Nel 2013 lo score di fine manifestazione ha fatto registrare: 10.104 presenze per 92 eventi e 62 ore di workshop; inoltre sono stati coinvolti più di 500.000 utenti in rete e Festa della Rete è stata trending topic su Twitter per tutto l’arco della Festa.

Scommettiamo che quest’anno i numeri saranno ancora più alti?

Perché passiamo le ore davanti a monitor grandi come finestre o piccoli come portamonete, ma in fondo, non vediamo l’ora di socializzare in piazza, confrontarci sugli argomenti che ci appassionano di più e stringere nuove amicizie.

La Festa della Rete – BlogFest 2014 è tutto questo e molto di più!

Ci vediamo a Rimini!

E ci raccomandiamo: non dimenticatevi i due panel che vedranno ospiti anche i Ninja: il primo avrà come ospiti Mirko Pallera, Rudy Bandiera e Alessandro Caliandro (ne abbiamo parlato nel post Rudy Bandiera contro tutti: chi vincerà alla Festa della Rete? [INTERVISTA]). Il secondo, dal titolo La conoscenza distribuita e la restituzione di valore nei processi partecipativi, vedrà impegnato nuovamente Mirko Pallera, oltre che Adam Arvidsson, Andrea Crociani ed Emiliano Martano. Vi aspettiamo!

Pulci, Disegni e Bici: i migliori annunci stampa della settimana

Ben ritrovati cari guerrieri della comunicazione all’appuntamento settimanale con i migliori annunci stampa della settimana. Bando alle ciance, via alla creatività!

PREkolo: Rio/Alps/Mount Vesuvius


Ecco come vengono viste le vette più alte dalla bicicletta PREkolo. Grazie al suo motore elettrico rende agili le salite più impegnative.

Advertising Agency: WMC/GREY, Prague, Czech Republic
Creative Director: David Suda
Art Director: Roman Hynek
Copywriter: Miky Karas
Illustrator: Josef Plihal

Der Spiegel: Long story short

Leggete fra le righe. Rendere breve una notizia lunga può ingannare il lettore! Lezione di buon giornalismo dal Der Spiegel.

Advertising School: Miami Ad School, Hamburg, Germany
Creative Director: Niklas Fings-Rupp
Art Director: Daria Rustambekova
Copywriter: Francesca van Haverbeke

Faber-Castell: Just add water

Aggiungete un po’ d’acqua per trasformare il vostro bel disegno in un elaborato capolavoro. By Faber-Castell.

Advertising Agency: Ogilvy & Mather, Hong Kong
Chief Creative Officer: Reed Collins
Creative Directors: Nicoletta Stefanidou, Matthew Nisbet
Copywriter: Ollie Davis

Peugeot: Bike/Car/Kids



Il nuovo freno di emergenza Peugeot: se fai un errore, lui lo sistema.

Advertising Agency: Y&R, São Paulo, Brazil
Creative Director: Victor Sant’Anna
Executive Creative Director / Creative Director: Rui Branquinho
Creative: Luciano Sorrentino
Creative: Rodrigo Cunha

Baxter: Trojan Cat/Dog

I migliori amici dell’uomo trasformati in cavalli di Troia. Le loro pulci possono provocare fastidiose malattie all’uomo. Parola della multinazionale Baxter. 

Advertising Agency: WMC/GREY, Prague, Czech Republic
Creative Director: David Suda
Art Director: Richard Axell
Copywriter: Jan Ridl

Prossimo appuntamento fra una settimana con i migliori annunci stampa selezionati  da Ninja Marketing!

Hyperlapse, i primi video da brand e agenzie [VIDEO]

Hyperlapse, i primi video da brand e agenzie

Hyperlapse è stata rilasciata da un paio di settimane e sono già tantissimi gli utenti che l’hanno messa alla prova per realizzare video in timelapse “formato smartphone”. Tra questi anche molti brand e agenzie di comunicazione, che hanno approfittato della novità di casa Instagram chi per sfruttare il buzz, chi per fare un po’ di branding, chi per fare informazione in modo meno convenzionale.

Ecco dunque una raccolta dei primi Hyperlapse video firmati da aziende.

Vogue Magazine

Cosmopolitan

JetBlue

Holler London

National Aquarium

The Tonight Show

Naked Juice

Mountain Dew

The North Face

E per finire…

The White House

I 100 eCommerce più popolari in Italia

I 100 eCommerce più popolari in Italia

Il mercato online è ormai una realtà consolidata del commercio. Cercare, confrontare ed eventualmente comprare qualcosa “su Internet” è un’azione alquanto familiare ad ogni internauta, e lo sarà sempre di più.

I dati dell’8° Convegno sull’eCommerce in Italia, tenutosi a Milano il 14 aprile scorso, confermano una crescita costante delle vendite in rete nel Belpaese. Il fatturato complessivo passa da un +12% del 2012 al +6% del 2013, continuando a crescere a dispetto del protrarsi della recessione economica. Un notevole contributo è stato dato dall’aumento vertiginoso del bacino di utenza: l’84% degli italiani (22 milioni di persone) dispone di un accesso ad Internet, mentre il 47% (+30%) naviga via smartphone e il 15% (+156%) via tablet.

Parafrasando, “fatti gli italiani (utenti), bisogna fare l’Italia (imprese digitali)”.

I trend

I 100 eCommerce più popolari in Italia

Le opportunità sono reali, ma occorre stare al passo. Un’adeguata legislazione nazionale dovrebbe costituire la solida base per sfruttare il marchio “Made in Italy” e la qualità ad esso vincolata. D’altro canto, le aziende devono riconsiderare la loro offerta in chiave internazionale, operando adeguati investimenti in promozione e marketing on linevalutando strategie di medio termine e monitorando la costante evoluzione del mercato per sfruttare adeguatamente le ultime novità.

I trend dell’eCommerce dimostrano che il mercato non appartiene solo ai grandi giocatori, marketplace del calibro di Amazon ed eBay, ma fornisce ampie possibilità di sviluppo alle piccole e medie imprese.

Il ranking

L’eCommerce in Italia è un mercato ancora in crescita, come testimonia la classifica dei 100 siti di e-commerce più popolari in Italia. Il ranking è stato redatto sulla base di stime di dati reperibili in Rete, quali gli accessi al sito, ma anche la somma delle citazioni della marca su altri siti, comparatori, blog e forum (popolarità in Rete).

Ancora in fase di implementazione sono invece il numero di fan delle pagine Facebook e quello dei follower su Twitter, con riferimento solo agli account italiani o in lingua italiana. Il ranking, tuttavia, è stato redatto senza tenere conto dei dati relativi ai social network.
I valori della colonna “Totale” rappresentano il punteggio complessivo calcolato sulla base degli altri due indicatori (“Accessi” e “Popolarità“) e, pur non avendo valenza statistica, risultano indicativi dei rapporti di forza tra le varie aziende.

Non è una sorpresa trovare eBay in vetta alla classifica, con una presenza così affermata da staccare anche i grandi nomi delle Online Travel Agency: Booking (2°), eDreams (8°) ed Expedia (9°).
Soffermandosi sul “Turismo“, presente in classifica con 23 aziende, l’occhio non può non cadere sul 4° posto ottenuto dal sito di Trenitalia, il cui traffico rivaleggia non solo con le già menzionate OTA, ma va a posizionarsi tra due big player del commercio elettronico: Groupon (3°) e Amazon (5°). Altri settori particolarmente presenti sono quelli della telefonia, con quattro operatori nella top 15, della moda, con Zalando apripista al 7° posto, dell’editoria e dell’elettronica. Nel maxi-settore “Tempo Libero”, spiccano invece le scommesse online, con William Hill (16°), Sisal (17°) in top 20.

Gli italiani sono dunque sempre più avvezzi ad effettuare scambi commerciali in Rete, che si propone efficacemente non solo come veicolo di informazioni, ma anche quale valido mezzo per concludere la compravendita. Questo vale sia per i servizi, sia per i beni: i viaggi si programmano e si acquistano online e i biglietti aerei e ferroviari si stampano a casa o vengono sostituiti da un codice da presentare ai controlli, ma anche gli oggetti più comuni vengono sempre più acquistati online, magari sostituendo (o integrando) una sommaria visita in negozio con il parere di un blogger esperto.

Sono molti i trucchi per fare decollare il proprio eCommerce, ma esistono anche strategie di vendita interattiva per integrare servizi virtuali nei punti vendita reali. Sta alle aziende capire se sfruttare le possibilità dell’eCommerce e come integrarle con la vendita diretta. Mediaworld, ad esempio, ha scelto di presidiare entrambi i canali, cercando di incontrare i gusti sia degli acquirenti tradizionali che dei digital shopper, e basando si su due solidi pilastri: allettanti campagne di promozione o sconto e un’adeguato servizio di consegna a domicilio o al punto vendita.

Il business del Calcio italiano guarda agli stadi di proprietà [Parte 2]

Abbiamo aperto la discussione intorno al business del calcio italiano in crisi con l’intervento della settimana scorsa di Cristiano Carriero che ha analizzato diversi motivi per i quali sembra che il cosiddetto “campionato più bello del mondo” sia destinato a fallire.
Ma secondo il nostro nuovo ospite, Andrea Papale, c’è di più: se guardiamo all’esperienza anglosassone, per esempio, l’idea di stadio di proprietà accompagna il calcio da sempre e sintomatico è il risultato ottenuto in termini finanziari dalle varie società, non a caso nel 2014 la rivista Forbes ha soprannominato il Manchester United una “macchina da soldi imperiale”, caso emblematico con il quale confrontare una qualsiasi delle maggiori squadre italiane di calcio per farsi due conti.
Tra i vari fattori da prendere in considerazione c’è dunque anche la delicata Legge sugli Stadi che, stando ai dati analizzati, appare incidere non poco sulle entrare delle varie società italiane.
Migliorando gli investimenti, il calcio di casa nostra, allora, potrebbe riprendersi in fretta.
Vediamo come.
Rosanna Perrone

(blog.futbologia.org)

La crisi in cui è lentamente ma inesorabilmente sprofondata la Serie A da dieci anni a questa parte è un dato incontrovertibile. Quello che era considerato il campionato più bello del mondo è stato oramai sorpassato da quelli che solo pochi anni fa venivano considerati campionati minori. Gli stessi che ora cavalcano l’onda del calcio mondiale ospitando campioni blasonati e fatturando milioni di euro. I motivi sono fondamentalmente legati al merchandising e agli sponsor, ai diritti televisivi e al matchday, ovvero le entrate ottenute attraverso la vendita dei biglietti per le partite di campionato e coppe.

Ed è proprio il matchday italiano uno dei dati più impressionanti se messo a confronto con quello del resto d’Europa. Secondo i dati riportati dal portale sportivo deloitte.com, che si occupa di analizzare i bilanci delle grandi società calcistiche mondiali, nella stagione 2012/2013 il Real Madrid ha guadagnato attraverso il suo botteghino ben 119 milioni di euro, cifra che basterebbe alle “merengues” per accaparrarsi l’intera rosa della Fiorentina.
Nella stagione 2013/2014, invece, secondo dati riportati da Il Sole 24 ore, il Manchester United ha fatturato attraverso il matchday ben 127 milioni di euro contro i circa 100 ottenuti sommando i ricavi dei botteghini dei più gradi club italiani: Milan, Juventus, Roma e Inter.

La domanda sorge spontanea: i tifosi dei top club europei sono più affezionati ai loro beniamini rispetto ai nostrani? La risposta è altrettanto spontanea: certo che no! La differenza fondamentale sta nella proprietà degli stadi, il più delle volte gestiti dai comuni o dal Coni, e nella condizione fatiscente in cui si trovano le strutture offerte ai supporter italiani.

La “Legge sugli stadi”

Nel 2014 il Manchester United è stato soprannominato da Forbes una "macchina da soldi planetaria"

Lo stadio di proprietà diventa quindi un elemento imprescindibile per la vita di un club calcistico che voglia competere sia sportivamente che finanziariamente con il resto dell’Europa. Per capire come mai le società italiane non siano state al passo con quelle inglesi, spagnole o tedesche, bisogna fare un passo indietro fino ad arrivare agli anni ’90.

In un periodo storico di grande proficuità per il calcio italiano, dovuto per la maggior parte all’esplosione delle pay per view e il conseguente innalzamento dei ricavi ottenuti attraverso i diritti televisivi, i magnati del calcio italiano pensarono bene di investire nell’acquisto dei grandi campioni per rinforzare le proprie squadre, tralasciando completamente la progettualità sportiva e finanziaria.

Non succedeva altrettanto nel resto d’Europa: mentre il Milan di Berlusconi e la Juventus di Agnelli conquistavano il calcio mondiale, squadre come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco rimanevano in sordina a progettare il proprio futuro investendo nelle strutture e nei settori giovanili.
Ma non solo. La burocrazia italiana, rispetto a quella estera, non ha mai favorito un facile avvio di pratiche e la conseguente costruzione o ristrutturazione di impianti sportivi di una certa rilevanza urbanistica.

Il disegno di legge 1193-1361-1437-B, meglio conosciuto come “Legge sugli Stadi”, è oscillato dal senato al parlamento italiano per ben cinque anni prima di finire nel “Patto di Stabilità 2014”, approvato dal governo il 27 dicembre del 2013. Questa legge, che snellisce i tempi per ottenere le concessioni alla costruzione o ristrutturazione degli impianti sportivi da parte degli enti istituzionali, offre ai club italiani la possibilità di rinascere attraverso l’ammodernamento degli attuali stadi, inefficienti e poco all’avanguardia.

Questa mossa potrebbe raddoppiare, se non triplicare, gli incassi domenicali attraverso l’affluenza dei tifosi e i servizi offerti agli stessi.

Il caso della Juventus

Lo Juventus Stadium (diretta-juventus.it)

L’esempio di questa possibile crescita è la Juventus. La squadra di Torino ha visto raddoppiare le proprie entrate da botteghino dopo l’inaugurazione dello Juventus Stadium avvenuta l’8 settembre 2011.
I dati riportati da deilotte.com evidenziano questo incremento esponenziale: nella stagione 2009/2010, dove i bianconeri erano “ospiti” del Comune di Torino e del prestigioso ma poco innovativo Stadio delle Alpi, la Juventus ha incassato circa 16 milioni di euro dal matchday.
Nella stagione successiva (2010/2011 ndr) il guadagno è addirittura diminuito portando nelle casse bianconere solo 11 milioni di euro.

La svolta dello Juventus Stadium, primo stadio di proprietà di un club italiano, incrementa il matchday del 100%, portando le casse dei botteghini a registrare un incasso di circa 30 milioni a stagione.

La Serie A in evoluzione

Il progetto del futuro stadio della Roma, ispirato al Colossero (Ansa)

Il seme piantato dalla società piemontese sta lentamente germogliando, anche se con non poche difficoltà.
Nel 2011 l’A.S. Roma, viene rilevata da una cordata americana guidata da Thomas DiBenedetto, prima, e da James Pallotta, poi. Nonostante gli avvicendamenti, l’idea degli investitori si è palesata sin da subito: far diventare la Roma una regina, passando attraverso ciò che i magnati statunitensi ritengono fondamentale, la costruzione di uno stadio di proprietà.

Dopo tre anni passati tra la ricerca di una location adatta e la lotta intestina tra politici e costruttori, si è finalmente giunti ad un accordo tra la società giallorossa ed il Comune di Roma, rappresentato dal sindaco Ignazio Marino. La prima pietra dovrebbe essere apposta nel 2015 e se tutto andrà bene la Roma giocherà la stagione calcistica 2017/2018 nel suo nuovo stadio.

Un grande passo per l’uomo, un enorme passo per la Serie A. La rivoluzione è appena iniziata.

Andrea Papale
Nato a Roma, classe ’88, da sempre appassionato di sport. Rugbyman e grande tifoso di calcio. Sport, cinema, lettura e scrittura sono le mie ragioni di vita. Studio Lettere a Roma Tre sognando il giornalismo come mestiere di vita. Cofondatore del blog sportivo pallonate.com e web writer per laroma24.it.

IKEA e la migliore parodia degli spot Apple: ecco a voi il bookbook

Steve Jobs. Un nome che evoca nostalgia, lupetti a collo alto, innovazione, stile minimale e dicerie di ogni tipo. Che voi ne siate convinti sostenitori o appassionati detrattori, tuttavia, non potete negare come il suo modo di promuovere i prodotti Apple abbia cambiato per sempre l’advertising.

Ricordate le sue presentazioni dei primi iPhone allo Yerba Buena Center di San Francisco? E gli spot televisivi? Sempre focalizzati su una specifica del prodotto, dando del tu al consumatore ed evitando imbarazzanti trionfalismi.

Questo modo di presentare il prodotto è stato negli anni oggetto di parodie e di ogni genere, ma la migliore è arrivata in questi giorni da IKEA Singapore.

In occasione dell’uscita del nuovo catalogo 2015, il “chief design guru” Jorgen ci presenta il libro in maniera totalmente inaspettata. Ecco quindi il primo bookbook. A tutti gli effetti, un libro.

Semplice e intuitivo, il bookbook è privo di cavo e fornito con una batteria a dir poco infinita. Anzi, a tutti gli effetti infinita. Aprendolo lo schermo raddoppia letteralmente, e la tecnologia touch è la più realistica mai creata: scorrendo col dito sul testo si legge il testo, mentre voltando la pagina con lo stesso dito.. beh si gira la pagina! Pazzesco.

Senza alcuna latenza, le pagine vengono visualizzate immediatamente, non importa quanto scorri velocemente. Il bookmark è a portata di piega sulla pagina, e di post-it.

Il resto delle feature di questo meraviglioso prodotto ve le lasciamo scoprire guardando il video. (Ah, vi abbiamo detto che è totalmente gratis? E lo troverete nella vostra buca delle lettere! Altro che scomodi pagamenti sugli store on line).

Un video ironico che vuole forse prendersi gioco del gigante di Cupertino, ma che probabilmente vuole anche lanciare un messaggio a quei nativi digitali che con libri e riviste cartacee hanno troppo spesso poca confidenza.

Experience the power of a bookbook!

Tips & tricks per ottenere partnership da un milione di dollari

partnership da un milione di dollari
Sviluppare partnership. Un’attività che in alcuni casi una startup avvia ancora prima di aver sviluppato il proprio prodotto/servizio. Che nel breve periodo può consentire di acquisire molti utenti. E, in alcuni fortunati casi, nel medio periodo valere milioni di dollari.

Le strategie per sviluppare partnership cambiano però nelle diverse fasi di vita di una startup.

Ecco i consigli condivisi da Bill Lapcevic, VP of Customer Happiness @ New Relic durante l’evento Startup BD 4 – Hacking the strategic partnership.

startupbd

Bill Lapcevic ha seguito lo sviluppo business di New Relic fin dalla sua nascita nel 2008, con l’obiettivo di trovare partner che integrassero la soluzione di monitoraggio in real-time di New Relic sulle loro piattaforme cloud. Ora New Relic ha 120 diversi partner, da Heroku, a Rackspace fino a Microsoft, ognuno dei quali è stato conquistato grazie ad una delle diverse strategie che Bill Lapcevic ha presentato nel keynote.

Vediamole assieme:

Mercanti d’armi

Due competitor, entrambi estremamente interessanti come partner. Come fare a chiudere un accordo con entrambi? Comportandosi come mercanti d’armi e far credere a tutti e due di essere in trattativa con il “nemico”. Entrambi vorranno essere i primi a firmare l’accordo per avere un vantaggio competitivo.

Eventualmente se il primo a firmare chiederà l’esclusiva, è possibile concedergliela per un breve periodo, ad esempio un anno, sufficiente a strutturare l’azienda per gestire un secondo partner e quindi concludere l’accordo con il competitor.

Integrazione

Come gestire un possibile partner con centinaia di clienti business, per ognuno dei quali risulterebbe estremamente dispendioso, se non impossibile, sviluppare un’attività dedicata?

La soluzione è l’integrazione con il potenziale partner, anche a costo di ridurre le risorse di sviluppo dedicate alla creazione di feature centrali del servizio per impiegarle nella creazione di API che consentano di interfacciarsi con i servizi dei partner.

Change the game

Non cercare mai l’accordo perfetto. Gli accordi di partnership cambiano con l’evoluzione dell’azienda. Quindi è più importante definire un accordo utile a fare i primi passi, piuttosto che un accordo che possa essere valido anche con la crescita della startup.

Comprendere l’arco narrativo

Per interagire con partner più grandi e strutturati è necessario intercettare i diversi dipartimenti nella fase più opportuna, cominciando da quello per il quale si ha la proposizione di valore più interessante. Si tratta quindi di comprendere l’arco narrativo attraverso cui presentare la propria startup; ad esempio se si ha un prodotto tecnico è opportuno cominciare dal dipartimento di sviluppo, per poi approcciare il marketing e infine gli executive.

Worker

Identificare il problema e proporre la soluzione non agli executive, ma a chi lavora nell’azienda del potenziale partner. Se questi ultimi adotteranno con soddisfazione il prodotto/servizio proposto, fungeranno da evangelisti nei confronti degli executive.

Always have a guy

Quando l’azienda ha la dimensione di una multinazionale, il modo migliore per intercettare il loro interesse e proporre una partnership è attraverso dei contatti in comune. In particolare gli investitori possono essere molto utili in quanto con buone probabilità hanno contatti diretti con gli executive di grandi aziende.

Per ogni fase di sviluppo di una startup e per ogni tipo di azienda con la quale è interessante sviluppare partnership (da quelle più piccole ancora startup, alle medie più strutturate internamente, fino alle multinazionali) esiste una differente strategia che più portare a chiudere un accordo di partnership. Accordo che con molta probabilità nei primi mesi non porterà dei profitti diretti, ma che con gli anni potrà valere milioni di dollari. Proprio come le partnership sviluppate da Bill Lapcevic per New Relic.

App of the Week: Rhonna Design Magic, il photo editing con il tocco magico

Rhonna Design Magic

Prima di provare Rhonna Design Magic non conoscevo Rhonna Farrer, la designer che ha sviluppato l’idea di questa app: dopo aver provato questa semplice quanto bella applicazione di photo editing, sono rimasta molto incuriosita dal suo stile e vi invito per questo a visitare il suo sito, rhonnadesigns.com.

Fatto questo preambolo, parliamo dell’app: Rhonna Design Magic è la versione più semplice di un’altra app di Rhonna, Rhonna Design. Magic aggiunge rispetto alla prima app “un tocco di magia”, ovvero filtri ed effetti di editing molto romantici e comunque di buon gusto.

Rhonna Design Magic offre infatti molte funzioni per rendere le tue foto davvero uniche:

20 schemi di colori diversi;

16 filtri;

20 punti di fuga per la luce;

18 bordi;

13 tonalità di sfocatura;

21 texture. 

Quello che rende interessanti Rhonna Design e Rhonna Design Magic è il fatto che offrano filtri e texture di stile romantico, così curate da essere perfette per l’utilizzo su social network come Pinterest oltre che per Instagram. Potrete realizzare immagini per citazioni, per eleganti meme, per cartoline: l’interfaccia di queste app stesse è già in sé fonte di ispirazione.

Rhonna Design

Rhonna Design in particolare ha precisi e professionali strumenti di editing fotografico e sull’app come sul sito ufficiale potete trovare persino utili tutorial per il suo uso.

Con Rhonna Design puoi aggiungere banner, disegni, scritte, adesivi scegliere tra grafiche  shabby e romantiche, tra circa 600 etichette e 30 tipi diversi di font.

Rhonna Design può diventare un comodo e economico strumento di marketing, in particolare per quelle aziende che utilizzano in modo strategico i social network di photo sharing.

Ecco i link per il download:

Rhonna Design iOSAndroid

Rhonna Design Magic iOS

La percezione del brand nell'era del "consumatore consapevole"

Ultimamente la Imperial Tobacco, brand storico e quarto produttore al mondo di sigarette, ha investito sul mercato americano più di 7 miliardi di dollari per espandere il proprio business. Come gli ha investiti? L’ad Alison Cooper non aveva dubbi: facendo un accordo a tre con Reynolds American e Lorillard, prendendo una fabbrica, ma soprattutto collezionando marchi, tra cui Winston.

L’acquisto di marchi nel proprio paese è fondamentale per posizionarsi al meglio sul mercato e guadagnare quote di vendita. Dagli anni Novanta, dalla Globalizzazione e dall’avvento della New Economy, la strategia di acquisto marchi è diventata la vera guerra che si combatte quotidianamente sui mercati di tutto il mondo per acquisire potere e influenza.

La guerra dei marchi: l’esempio del Made in Italy

Volvo, o che Gli indiani di Tata acquistassero Jaguar e Range Rover. Non hanno acquistato fabbriche, materie prime o dipendenti, ma marchi.

Noi italiani lo sappiamo bene: abbiamo visto come il trend delle acquisizioni di brand italiani sia diventato sempre più preoccupante, anche se ci sono casi come quello di Sergio Tacchini che vorrebbe segnare una controtendenza a favore del Made in Italy, e che questo accade non solo per i grandi marchi della moda, dei motori o dell’elettronica, ma anche per l’agroalimentare, altro settore di punta della nostra economia.

L’Italia risulta così una vittima dei mutati scenari macroeconomici, del nanismo delle sue imprese, di mancanza di lungimiranza della sua classe dirigente. Quando i francesi comprarono Gucci, qui tutti pensavano di aver fatto un buon affare, era la fine degli anni Novanta, appunto. Adesso Gucci è una macchina da soldi mondiale e l’Italia l’ha persa per sempre.

L’importanza del brand

Il brand, forse più della produzione o del prodotto stesso, è tra gli asset fondamentali di un’impresa. Oggi più che mai visti gli enormi mercati apertisi. Una scuola di pensiero dice che i brand di successo stimolano la lealtà del consumatore verso quel marchio. “I consumatori sarebbero morti per Apple crede Nick Cooper di Millward Brown.

Ma oltre alla lealtà, altre sono le analisi da fare sulla percezione del marchio. Bruce McColl, come capo marketing di Mars, sovrintende le barrette di cioccolato Snickers, o il cibo per gatti Whiskas, pensa che “i consumatori non sono là fuori a pensare ai nostri marchi“. E per quanto i brand siano importanti, questa importanza sta andando man mano svanendo.

Oltre la lealtà

Questa seconda visione sostiene infatti che le marche sono “una scorciatoia per scelta“, nelle parole di Martin Glenn, direttore esecutivo della United Biscuits. Le grandi marche rendono l’acquisto facile, più semplice e veloce. Possiamo definirla “pigrizia” del consumatore. Perché ricercare nuovi prodotti quando ne hai già alcuni che vanno benissimo?

Questa dinamica aiuta le aziende a mantenere quote di mercato che hanno già acquisito.

Secondo Byron Sharp, esperto di marketing presso la University of South Australia, se il prodotto è facilmente reperibile, sarà più facile che il consumatore si affezioni al marchio: per esempio se pensiamo alla Apple, che è tra i best brand in assoluto, molti utenti sono scarsamente propensi a cambiare sistema operativo e non per fedeltà al marchio, ma per la seccatura di dover convertirsi in un sistema operativo diverso.

Il brand nell’era dei social

Per Itamar Simonson e Emanuel Rosen, autori del recente libro Valore assoluto: Cosa davvero Influenza clienti nell’era della (quasi) Informazione perfetta, sostengono che i consumatori stiano diventando sempre più razionali e necessitano sempre meno di brand.

Il lavoro originale del brand è stato quello di garantire ai consumatori la qualità di un prodotto o servizio. Alcuni, come Sony o alcuni brand tedeschi, ancora cercano di farlo. Ma ora i clienti possono scoprire prodotti sul web, parlare tra di loro attraverso i social media e consultare siti come cnet.com e TripAdvisor.

In conclusione, i marchi oggi hanno quindi un ruolo ridotto nella garanzia di qualità di un prodotto, anche se continuano ad orientare i clienti nelle scelte di acquisto soprattutto sugli eCommerce, dove i consumatori si aspettano prodotti di qualità a prezzi buoni. Probabilmente è grazie a questo motivo che la feroce guerra dei marchi in atti in questi anni è destinata a scemare all’aumentare della consapevolezza del consumatore.

Cavalli Graffiti Collection: è (ancora) di moda la Street Art

Questo articolo è a cura di INWARD, osservatorio che svolge ricerca e sviluppo nell’ambito della creatività urbana (street art, urban design, graffiti), operando con un proprio modello di valorizzazione, attraverso attività di Ricerca e azioni di Sviluppo nei settori Pubblico, Privato, No profit e Internazionale

(di Francesca Cartolano)

I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano” sosteneva Picasso e forse è a questa massima che si è ispirato Roberto Cavalli, appena citato in giudizio per plagio da tre street artisti californiani.
Un caso particolare di comunione tra grandi brand e creatività urbana, quello che vi proponiamo oggi, di quelli destinati a far la storia della street art.

Lo scorso marzo la Maison Just Cavalli ha presentato la collezione Cavalli Graffiti Girls per la primavera/estate 2014.
Una linea giovanile, ispirata al mood underground che dalla strada prendeva colori, espressioni, fantasia e li riproponeva su vestiti, borse, scarpe e accessori.

Peccato che dalla strada Cavalli sia accusato di aver “copiato” un murale del 2012, tanto da essere chiamato in giudizio dalla MSK crew che l’aveva realizzato in un quartiere di San Francisco.
I tre artisti Jason “Revok” Williams, Victor “Reyes” Chapa e Jeoffrey “Steel” Rubin hanno intentato causa per violazione della legge Lanham (appropriazione indebita e concorrenza sleale) presso la Corte della California.

A finire nelle aule del tribunale è non solo l’accusa di “copia meccanica” del pezzo da parte dello stilista- che mai ha chiesto il permesso di utilizzare le loro opere- perché, se ciò non bastasse, Cavalli è accusato di aver impresso la sua firma – in stile tag- sui capi, creando la falsa impressione che fosse lui stesso l’artista ideatore delle decorazioni graffiti.
Chiamati alla sbarra del tribunale sono finiti anche i rivenditori della linea Just Cavalli come Amazon.com e Zappos.com.

Dal suo canto, la casa di moda ha risposto alle accuse tramite un portavoce stampa che ha dichiarato:

“In merito alla causa recentemente intentata dagli artisti Jason “Revok” Williams, Victor “Reyes” Chapa e Jeffrey “Steel” Rubin, Roberto Cavalli Spa precisa di non aver ricevuto alcuna notifica ufficiale in tal senso. Inoltre abbiamo avuto notizia di alcune accuse altamente provocatorie, inesatte e senza alcun fondamento, che intendiamo contestare e da cui vogliamo difenderci con fermezza. Per evitare tempi e costi di un inutile contenzioso, è nostra intenzione dialogare con gli avvocati degli artisti per trovare una soluzione condivisa.”.

Comunque finirà la vicenda – che in poche ore ha scatenato un inedito buzz– ciò ha creato un precedente per la tutela della proprietà intellettuale delle opere d’arte urbana, in merito al quale- ça va sans dire- c’è ancora tanto da discutere.
Da parte nostra l’inevitabile riflessione su quanto sia indispensabile la sinergia e la collaborazione tra i grandi brand e gli street artisti in campagne di marketing come questa.

Il connubio tra la creatività urbana e le aziende non deve rappresentare un mero, strategico ammiccamento alle ultime tendenze o un tentativo maldestro di elevazione ai piani alti del mercato, quanto piuttosto un percorso da intraprendere insieme, mettendo in campo i valori dei rispettivi mondi di appartenenza, aprendosi e cercandone di nuovi, creando punti di contatto che, altrimenti, non sembrerebbero pensabili.