Adecco Italia, dieci milioni di investimento in formazione per incentivare l'employability [INTERVISTA]

Quanti CV hai inviato in vita tua? Quante volte hai pensato di avere le qualifiche necessarie per una specifica posizione lavorativa? Bene, se nessuno ti ha chiamato per un secondo colloquio forse hai trascurato di evidenziare le tue soft skill o non sei disponibile a trasferire la tua professionalità all’estero.

Oppure la eliminazione di molte barriere formali per l’accesso al mondo del lavoro stabilite dal Job Act doveva arrivare prima.

Quello che è invece capitato a me per la prima volta, è stato poter rivolgere alcune domande a Federico Vione, AD di Adecco Italia, Europa Orientale, India e Paesi del Middle East.

Vione è classe 1972. Domanda retorica: come si può ancora considerare il modello da imitare il “bomber di turno” della squadra del cuore?

Adecco Italia investe 10 milioni di euro in formazione per rispondere al gap tra competenze e le ricerche delle aziende. C’è ancora poca specializzazione nei curricula  dei giovani italiani rispetto ai “concorrenti” europei? E per quanto riguarda le competenze digital?

Certo, noi continuativamente investiamo, e ancor di più lo faremo quest’anno, perché obiettivamente esiste questo mismatch, il mismatch che concretamente viviamo ogni giorno.

È certamente peculiare che in un paese con un tasso di disoccupazione così elevato (siamo intorno al 12,6% secondo i dati disponibili), sia ancora presente il fenomeno della difficoltà di reperire sul mercato delle professionalità specializzate. Credo che questo sia comunque un fenomeno diffuso a livello europeo, dato che se guardiamo i dati a livello comunitario, esistono circa tre milioni di opportunità di lavoro che non trovano una risposta.

Dunque esiste anche negli altri paesi e non solo in Italia questa distanza che deve in qualche modo essere colmata. Un primo fenomeno che si sta certamente generando in conseguenza è l’international mobility, ossia reclutare in paesi terzi, quindi lontano dal bacino di riferimento, per riuscire a reperire professionalità di cui le imprese hanno bisogno. E in questo noi di Adecco siamo coinvolti.

Un secondo elemento è certamente che bisogna cercare di stimolare sia gli studenti alla prima ricerca di un lavoro, sia le scuole a orientare il più possibile nella direzione del mercato del lavoro, vale a dire dei reali bisogni del mercato del lavoro. Quindi non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri paesi, ma si stanno generando dei fenomeni di international mobility, così come anche l’esigenza da parte delle aziende di avvicinarsi alla scuola e alle università per cercare di aumentare la specializzazione di chi entra nel mercato del lavoro.

Dal punto di vista dell’international mobility, ci si chiede poi quanto l’Italia possa essere attrattiva sul mercato internazionale rispetto a giovani talenti, che siano giovani talenti esteri o che siano giovani talenti italiani, oggi attratti da mercati diversi. Da questo punto di vista lo scorso anno abbiamo fatto una ricerca, che ha portato a evidenziare quanto l’Italia sia un paese che, sebbene abbia un sistema di istruzione che rispetto ad altri non è così indietro come noi tenderemmo a pensare, di fatto risulta essere poco competitiva in termini di attrattività.

E quindi, sia nel presente che nel futuro, questo potrebbe generare, visto il mismatch presente a livello internazionale, un aumento di “migrazione professionale”.

Il Job Act, con le norme sui contratti a tempo determinato e sull’apprendistato, in che modo si coniugherà con le attività delle Agenzie per il lavoro? Quali misure secondo lei contribuiscono ad abbassare il tasso di disoccupazione?

Il Job Act ha recepito una richiesta che noi come Adecco abbiamo fatto sul mercato già da anni e che poi abbiamo spinto in maniera forte tramite la nostra associazione di settore, Assolavoro. Ossia, se vogliamo aiutare il mercato del lavoro a semplificarsi e quindi aiutare le aziende ad assumere, si possono porre in essere delle azioni che, a costo zero per il sistema, possano eliminare quelle barriere formali che non hanno nessun tipo di vantaggio né per il lavoratore né per l’azienda, come le famose causali di utilizzo.

La causale di utilizzo è la motivazione che deve essere specificata in ogni contratto a tempo determinato di somministrazione, per la quale le aziende assumono la persona a termine invece che a tempo indeterminato, visto che in Italia il contratto a tempo indeterminato rappresenta la normalità, mentre il tempo determinato è possibile ma deve essere giustificato con delle causali. L’eliminazione di queste causali, di fatto, sta generando un aumento del numero dei contratti, proprio perché in passato aveva generato un contenzioso che scoraggiava le aziende ad assumere a tempo determinato e in somministrazione.

Questo problema oggi è eliminato e quindi certamente noi come agenzie siamo facilitate nell’offrire uno strumento contrattuale che è totalmente sicuro e inattaccabile da ogni prospettiva. Quindi questo è sicuramente un elemento che a costo zero porterà dei giovamenti. Oggi i contratti in somministrazione, in particolare nel corso 2014, stanno crescendo in maniera molto forte. Questo a dimostrare, sia da un lato che il mercato oggi è sicuramente migliore, e quindi noi ci aspettiamo di crescere prima che l’economia effettivamente realizzi la crescita, sia perché ovviamente questa semplificazione normativa aiuta.

Quali sono i profili professionali e le competenze più richieste oggi in Italia?

Ovviamente ci sono tutte quelle che sono le figure dell’ingegneria, che sono molto richieste. Facendo un’analisi sulle università più ricercate in Italia, mediamente chi si laurea in ingegneria riceve oggi oltre dieci offerte di lavoro. Quindi in effetti c’è ancora oggi da parte del mercato un’altissima richiesta di figure ingegneristiche.

In particolare, sono oggi richiesti gli esperti in nano tecnologie, i programmatori in grado di integrare applicazioni per tecnologia mobile con i vari business tool, perché le aziende ricercano strumenti che le aiutino nella gestione del cliente e nella comprensione del mercato, gli architetti del software, gli sviluppatori e gli esperti del mobile, che è ancora un mercato in esplosione. È in crescita anche un’altra categoria di professionalità, legata agli ambiti dell’efficienza energetica e della responsabilità sociale dell’azienda, quindi quei lavoratori che si occupano di come riuscire a ottimizzare il dispendio energetico dell’azienda, rendendola maggiormente sostenibile. Il comparto del luxury e del fashion, sta ancora crescendo in maniera forte.

Le aziende italiane di questo settore godono di ottima salute e di conseguenza le figure commerciali con responsabilità su aree diverse (anche geografiche) e con disponibilità agli spostamenti sono molto richieste. Nel settore chimico farmaceutico, che è sempre quello meno sottoposto agli andamenti del mercato, quindi molto più stabile, così come quello alimentare, sono richieste figure come il quality control analyst e il product specialist.

Nell’alimentare, invece, è in crescita tutto ciò che va a valorizzare il made in Italy, dato che, come tutti sappiamo, a livello planetario le nostre aziende alimentari hanno sicuramente grandissime opportunità.

Si parla spesso di CV non convenzionali, in grado di catturare l’attenzione e suscitare curiosità nei recruiter. Qual è la sua opinione in merito?

Sicuramente oggi non bisogna mai dimenticare quella che chiamiamo la social reputation, quindi l’attenzione che ogni candidato deve dedicare anche nel gestire la sua immagine sui social, perché sempre di più le aziende, oltre a soffermarsi sull’analisi del curriculum vitae, vanno oltre e riescono a comprendere molto, molto di più anche riguardo alla persona. In base alle ultime indagini che Adecco ha fatto su social recruiting e social reputation, il 70% delle aziende verifica le varie informazioni che circolano sulla persona tramite google. Quindi lo stimolo più forte che diamo è gestire la propria digital reputation, sicuramente.

Da un lato il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, dall’altro le agenzie per il lavoro. Gli sforzi per aumentare l’occupazione giovanile sono finalmente coordinati?

Il tema della Youth Guarantee, che riversa oggi nel nostro paese risorse notevoli, certamente aiuta, perché per lo meno ci si sta ponendo l’interrogativo di come affrontare il problema della disoccupazione giovanile in maniera molto proattiva, investendo per cercare di supportare i giovani all’ingresso nel mercato del lavoro. E facendolo si cominciano a sperimentare forme di politiche attive, in termini di sostanza e non di sussidi, ma piuttosto di formazione, aiuto nell’orientamento, coaching per avere immediatamente delle opportunità lavorative nei primi mesi al termine degli studi e in tutto questo le agenzie per il lavoro sono coinvolte.

La settimana scorsa sono circolate indicazioni molto chiare, secondo cui le agenzie per il lavoro devono essere coinvolte nella Youth Guarantee e ad esempio il nostro contratto di somministrazione viene ad essere considerato come una forma contrattuale assolutamente di inserimento. Questo rafforza la collaborazione pubblico-privato, che non deve essere una relazione difficile, quanto piuttosto una collaborazione in cui il pubblico deve avere una funzione di coordinamento, mantenendo la regia su quali devono essere gli sforzi e su quali devono essere i bacini sui quali dobbiamo concentrarci, ma può utilizzare, coordinandoci, anche le agenzie per il lavoro, che svolgeranno un ruolo più attivo.

Questo perché noi abbiamo chiara la conoscenza del mercato del lavoro, cioè di cosa le aziende richiedono, perché noi abbiamo in realtà la competenza di conoscere ciò che il mercato realmente richiede. Quindi deve essere necessaria una forte relazione, che sta già accadendo. E lo Youth Guarantee creerà dei meccanismi che potrebbero diventare un modus operandi che vada oltre lo stesso piano europeo. Detto questo, rimane un tema sulla disoccupazione giovanile. Oggi le aziende non ricercano, quando si rivolgono ai giovani, competenze tecniche, perché sono pronti ad investire per riuscire a offrirle, quanto piuttosto le cosiddette soft skill, cioè le attitudini che i giovani hanno nell’approccio al lavoro. Per citarne alcune, le più importanti: il saper lavorare in squadra, l’orientamento al problem solving, le attitudini di comunicazione e così via. Questi elementi sono sempre di difficile identificazione. Per questo motivo come Adecco abbiamo lanciato sul mercato quella che abbiamo chiamato Skill Licence. Si tratta in sostanza di un sistema di feedback che le aziende danno al lavoratore in maniera strutturata, tramite uno strumento online, per valutare dopo un mese di lavoro come il lavoratore è risultato essere sulle diverse dimensioni di comportamenti che ha messo in essere, per offrire un feedback al giovane stesso. Dopo un mese di lavoro noi convocheremo il lavoratore in filiale, condivideremo con lui il feedback dell’azienda e lo aiuteremo a capire dove migliorare i propri comportamenti per riuscire ad integrarsi meglio all’interno del mondo del lavoro. È necessario, quindi, innescare un meccanismo di meritocrazia, ma anche di feedback concreto nel mercato del lavoro. È chiaro che il passaggio anche per il giovane, non è solo il feedback, che è il contenuto più importante, ma anche il potersi costruire delle referenze, che con il proseguire delle esperienze possono rappresentare una certificazione sulla propria personalità.

La ringrazio Federico Vione per il tempo che ha voluto dedicarci.

E noi ringraziamo Ninja Marketing per l’attenzione.

Social media e contenuti di qualità: essere genuini per essere virali

Sembra un dogma imprescindibile e scontato, quello dei contenuti di qualità sui social media: pubblichiamo post, foto e video altamente qualificanti sui nostri blog, sui nostri canali Facebook, Twitter, YouTube o Instagram e non avremo problemi a ingaggiare le persone.
Già: eppure, ancora oggi il problema di moltissimi brand-aspiranti-media-company è proprio quello di offrire contenuti con standard elevati, che possano colpire l’attenzione del pubblico.

Certo, qualche colpa ce l’ha chi dovrebbe gestire l’offerta di contenuti: tante volte si osserva una scarsa attenzione nel gestire content creation e content curation, si confondono metodologie e oggetti (“Ho fatto uno storytelling” al netto di un “Ho realizzato un contenuto applicando la metodologia dello Storytelling”) piuttosto che approcci poco user friendly o valorizzanti per gli utenti. Ok, tutto vero: ma certo, c’è anche “responsabilità” – con una connotazione non per forza negativa – dell’audience che le aziende vogliono colpire.

Il palato di chi ascolta, come abbiamo potuto analizzare la scorsa settimana nel post Social Network e fruizione del contenuto: come cambia il tempo della narrazione? è in continua evoluzione, e saper accogliere le “richieste” degli utenti, prima che queste si palesino, è essenziale per le aziende che vogliono primeggiare.

Only, sito di eCommerce votato al fashion, già nel 2012 intuì questa necessità, proponendo un’attività che certamente, nel campo dei contenuti, ancora oggi può essere citata: The Liberation, un vero e proprio film interrattivo, sviluppato per l’occasione dall’agenzia North Kingdom.

Di cosa si tratta? La trama è molto semplice: una fuga giovanile fra amici adolescenti, dove il profumo di libertà si mescola alla voglia di vivere al massimo. Un cliché visto molte altre volte: un esempio? Forse conoscete ad esempio gli Skunk Anansie e il video di Secretly.

Tralasciamo altre citazioni per passare all’analisi del contenuto.

In The Liberation, l’utente può interagire con le immagini della clip scoprendo quali sono i vestiti che indossano i protagonisti della storia.

Alla fine dell’esperienza, lo spettatore può anche scaricare l’mp3 della colonna sonora del film: un piccolo rewarding finale.

Un modo coinvolgente per presentare una linea d’abbigliamento che voglia connotarsi con efficacia nei confronti del proprio pubblico, anche da un punto di vista emozionale. Certamente, un contenuto fra i contenuti per qualità, che ha saputo confermarsi fra il pubblico creando una relazione pura e genuina, perché basata sull’emozione e sull’empatia.

L’attività di tutti i giorni può esser altrettanto efficace? Difficile, non impossibile.

Ogni contenuto che sa di artificioso, per forza di cose verrà evitato e/o peggio criticato. Pensate allo sforzo che ogni giorno viene fatto per sfruttare il flow generato da una conversazione e quanti epic fail si possono scatenare, a causa di contenuti troppo raffazzonati e poco curati.

Oggi più che mai è necessario puntare sull’emozione, sull’autenticità, sull’esperienza. Esperienza che è anche alla base, come tante volte abbiamo detto, della narrazione: quindi anche della metodologia dello Storytelling.

Non c’è storia se non c’è Esperienza: ci sono nozioni, istruzioni, cronache, ma non narrazioni.
I contenuti che mirano ad essere virali devono prima di tutto concepire una forma narrativa che si fondi sulla costruzione di una relazione con gli utenti.

Perché i meme autogenerati dal basso prendono più piede che quelli indotti da una campagna? E perché ogni tentativo di “inscatolare” la creatività dell’audience in un recinto brandizzato scade in una crisi?

Il tema della genuinità del contenuto e della sua carica empatica è forse il più grande problema che oggi si trova ad affrontare chi intende radicarsi nel settore dei social media, sia esso un blog o un semplice canale su un qualsiasi social network. Senza di essa, infatti, non sarò mai in grado di incentivare il mio utente a condividere ciò che gli propongo (quindi, ad accrescerne il valore), senza che preveda un rewarding per questo.

In che modo i mie i contenuti possono diventare così autentici da risultare virali?

Paradossalmente, l’unica ricetta per rendere ottimale un’attività fondata sul concetto di “social” è ritornare alle origini del gesto del raccontare, offrendo al proprio pubblico contenuti che possano “reinterpretare” l’identità su canali nuovi, segmenti inediti, forme autentiche e innovative.
Colori, foto, ma anche temi e toni di scrittura: tutto è contenuto, tutto è veicolo di un approccio genuino alla realtà, se adottiamo il punto di vista dell’utente.

La sfida sta proprio nel saper uscire fuori da ciò che si aspetta dal brand per raccontare come il brand cambia il mondo del consumatore, migliorandolo. I contenuti, soprattutto quelli digitali, non possono essere reinterpretazioni del packaging di prodotto: ma veri e propri tagliandi d’ingresso per entrare in una dimensione dove i valori di marca si concretizzano.

Che ne pensate, amici lettori?

Come promuoverti se ti chiami Amazon (ma non sei l'e-commerce) [VIDEO]

Come promuoverti se ti chiami Amazon (ma non sei l’e-commerce)

Avere un nome ingombrante: forse non ci avete mai pensato, ma può essere un grande e antipatico problema anche per un’azienda. Mettete caso, ad esempio, che esista un’agenzia pubblicitaria di chiamata “Amazon Advertising“. Chi, dopo aver interrogato Google, cliccherebbe sul suo sito anzichè sull’altro Amazon?

Amazon Advertising esiste davvero: è una reale agenzia di San Francisco, e ha trovato una via simpatica per aggirare l’inconveniente con la campagna “The Mistaken Identity Project“. Storie più o meno comiche di persone che devono condividere nome e cognome con un personaggio importante e molto più conosciuto di loro.

Con tutte le scocciature che ne conseguono: camerieri disullusi una volta scoperta la vera identità del David Letterman che ha prenotato un tavolo; fan un po’ invadenti che bussano alla porta della Renee Zellweger sbagliata. L’account Facebook di Justin Bieber che viene disattivato per qualche mese, col sospetto che si tratti di un emulo del più famoso ragazzetto canadese. E poi ci sono anche Jon Stewart e Alice Cooper.

Il concept della campagna tuttavia non è nuovo: lo ricordiamo in uno spot di ESPN di un paio di anni fa (in cui lo sfortunato omonimo era Michael Jordan), o nella più recente e chiaccherata iniziativa di Taco Bell che coinvolgeva persone con il nome del suo principale competitor, Ronald McDonald.

E tra voi, si nasconde qualche omonimo di VIP? 😉

Droni, nonostante il regolamento Enac permane la confusione

L’open hardware e la condivisione di informazioni permettono oggi, a chiunque, di costruirsi un drone. Da mercato riservato ai geek, il business dei droni è in costante ascesa e l’esigenza di regolamentare il loro utilizzo si è presto manifestata.

 

L’Italia tra i primi paesi con un regolamento in merito

Partendo dalle normative americane, l’Enac , Ente nazionale per l’aviazione civile, ha presentato in gennaio il Regolamento sui mezzi aerei a pilotaggio remoto.

Il documento è stato redatto a metà dicembre e contiene le linee guida da seguire per far si che questi velivoli possano essere utilizzati in tutta sicurezza. Il nostro paese è quindi uno dei primi ad adottare una normativa ufficiale, evitando di normare il tema quando sarà poi troppo tardi.

Cosa ci si fa adesso con un drone?

Stiamo cominciando appena ad esplorare le potenzialità dei droni e le sue svariate applicazioni, che per adesso possiamo suddividere in:

Riprese video: Spesso sui droni vengono montate telecamere ad alta definizione per riprese aeree professionali, che siano cinematografiche o per manifestazioni sportive o per eventi più o meno grandi. Sono stati utilizzati per esempio nell’ultimo Giro D’Italia per presentare le tappe in divenire, con risultati davvero spettacolari.

Telerilevamento: grazie all’ausilio di appositi settori , i droni possono monitorare, rilevare dall’alto, informazioni sulla dispersione di calore degli edifici, sulle percentuali di inquinanti presenti in atmosfera, informazioni sullo stato delle culture o sullo stato delle acque.

Sicurezza e tracciamento: Sempre più utilizzati per il monitoraggio di attività criminali, soprattutto con dispositivi micro, grandi come uno scarabeo, per ascoltare e osservare i malintenzionati senza compromettere le indagini. Vengono utilizzati anche per monitorare le coste e i flussi migratori.

Monitoraggio architettonico: Questa è l’applicazione business più ricercata in questo momento, sempre più spesso vengono utilizzati per restauri su palazzi ed edifici storici. Permettono di evitare di assemblare antiestetiche impalcature e ponteggi su edifici storici o nei centri città.

Monitoraggio ambientale: Vengono anche utilizzati in situazioni pericolose per l’uomo, in caso di calamità naturali o incendi, per ricercare dispersi o per valutare danni connessi a tali eventi.

Confusione e ambiguità del regolamento

Il regolamento Enac, nella sezione 1, classifica e definisce i SAPR (sistemi aeromobili a pilotaggio remoto); poi passa a identificare i requisiti per l’impiego dei SAPR sotto i 25 Kg e sopra i 25 Kg. L’enac regola inoltre il pilota, gli equipaggiamenti, l’assicurazione e le tariffe. Stabilisce inoltre eventuali sanzioni per chi dovesse trasgredire il regolamento.

 

Quello che emerge da una lettura più attenta del regolamento e dai vari commenti degli operatori del settore in rete, è una sostanziale confusione e ambiguità del regolamento,che proviene proprio dalla difficoltà di identificare in maniera corretta le varie applicazioni e i vari usi dei SAPR. C’è bisogno di regolamenti attuativi che facciano chiarezza tra i vari punti oscuri del testo.

Identifichiamo tra i punti critici del testo:

1) Per l’Enac un APR è un mezzo aereo a pilotaggio remoto senza persone a bordo, non utilizzato per fini ricreativi e sportivi. Ma qual è il confine che separa l’aeromodello che vola per piacere e il drone che vola per lavoro?

2) Un altro punto è la distanza minima da tenere quando si vola su “Aree congestionate: aree o agglomerati usati come zone residenziali, industriali, commerciali,sportive, e in generale aree dove si possono avere assembramenti, anche temporanei di persone”. Che cos’è un area congestionata? Quante persone servono per definire un’area congestionata?

 

 

3) Ma chi deve chedere l’autorizzazione all’Enac, e per fare cosa? Qui il regolamento davvero dice poco, senza il faro della circolare attuativa.

Altri ancora sono le ambiguità del regolamento, che di certo non soddisfa gli operatori del settore, ma sembra solo aumentare il caos normativo e alimentare il “far west” italiota del neonato settore.

Come costruire un piano di comunicazione digitale? La parola a Miriam Bertoli. #ninjamaster

piano di comunicazione digitale

© Julien Eichinger - Fotolia.com

Continuiamo a conoscere i docenti della seconda edizione del Ninja Master Online in Digital Marketing, il #digitaldreamteam del marketing digitale italiano. Oggi è il turno di Miram Bertoli, docente del modulo in Digital Marketing del #ninjamaster.

Ciao Miriam, parliamo di Digital Marketing, ieri ed oggi: cosa è cambiato?

Dove vogliamo piantare le bandierine di “ieri” e “oggi”? 🙂 Diciamo che assumono sempre più importanza:

  • i dati, e quello che come marketer possiamo fare con i dati; non sto parlando di big data eh, qui intendo almeno Google Analytics con gli obiettivi impostati correttamente, letti e interpretati regolarmente, con azioni successive;
  • l’ascesa del mobile, vertiginosa anno su anno, che apre a tante considerazioni. La prima, come si vede il sito da mobile? Come si usa? App sì o no e soprattutto, perché?
  • la connessione con ciò che sta offline: l’esperienza d’acquisto in un negozio fisico arricchita dall’esperienza digitale, e viceversa, per esempio.

Quali sono le opportunità che il digital offre alle PMI?

Il digital complessivamente offre alle PMI una quantità enorme di opportunità, pensiamo solo a quanto possono essere resi più efficienti i processi o all’innovazione di prodotto. Se ci concentriamo sulla parte di digital marketing, che è l’oggetto del master, una PMI può per esempio:

  • disintermediare, trovando nel digitale un canale di vendita diretto; pensiamo a chi ha sempre venduto attraverso una rete di rivenditori e negozi e può invece avere un contatto diretto con il cliente finale;
  • raccontare la storia che sta dietro a ogni prodotto, perché è unico e differente da tutti gli altri sul mercato, quale “saper fare” è racchiuso in quella particolare lavorazione e così via; il riferimento a tanta parte dell’artigianato Made in Italy è immediato, solo per fare un esempio;
  • generare contatti interessati da trasformare poi in nuovi clienti, offline. Pensiamo alle aziende che offrono servizi B2B e attraverso una buona strategia di marketing digitale si fanno conoscere, trasmettono competenza e ricevono richieste di informazioni profilate che poi gestiscono attraverso la rete di agenti sul territorio.

Queste sono solo alcune delle opportunità e a seconda del settore di appartenenza, dei mercati e degli obiettivi hanno rilevanza diversa. Naturalmente ogni opportunità comporta valutazioni e investimenti. Ma la “madre di tutte le opportunità” 🙂 è non mancare all’appuntamento con le tante persone fuori e dentro alle aziende che ogni giorno usano il digitale per informarsi, cercare, comprare, divertirsi

Quali sono le tue app e i tuoi strumenti web preferiti?

Uso le app di Basecamp e Fogli e Documenti di Google Drive per gestire progetti condivisi e continuare a lavorare anche in movimento; Feedly per notizie e post dai blog; Canva.com per creare contenuti visuali.

La tua soddisfazione lavorativa più grande?

Le e-mail e i messaggi che ricevo dopo i corsi di formazione, il fatto che le persone trovino il tempo per dirmi: “grazie, ora ho capito!” o “grazie, mi hai dato la carica giusta per cominciare”. Poter fare la differenza nella carriera di una persona, orientare la scelta di uno studente e trovarselo qualche anno dopo in azienda “dall’altra parte”, far capire a un imprenditore come il digital marketing è utile alla sua azienda, queste sono le soddisfazioni più grandi.

Grazie Miriam! Ci vediamo online al Master Online in Digital Marketing! #ninjamaster 😉

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Leggi le altre interviste ai docenti del Master!

Davide Pozzi – I motori di ricerca come strumento di marketing? Parliamo di SEO.
Simone Tornabene – Pianificare, progettare e curare contenuti digitali.
Nicola Armellini – Integrare il mobile nella propria strategia di marketing?
Gianpaolo Lorusso – I motori di ricerca come strumento di marketing? Parliamo di SEM.

Mashable Social Media Day: l'evento che ha fatto tremare Milano!

Si è tenuto a Milano allo IED lo scorso Lunedì 30 giugno l’evento atteso dai social media manager e dai digital marketer, il Mashable Social Media Day, giunto alla sua quinta edizione proprio quest’anno.

La rivoluzione, o meglio, l’evoluzione digitale passa anche da qui e dobbiamo ringraziare  Andrea Romoli, Digital PR, Eleonora Rocca,  Marketing and Social Media ConsultantEnrico Giubertoni, HootSuite Solution Partner, Social Media Coach/Consultant e Key Account Manager, Pietro Pannone, Social Media Strategist per aver organizzato l’evento.

Diversi sono stati gli interventi dei relatori. Tra gli speaker presenti, ricordiamo: Lucia Russo-Fashion Designer, Fabrizio Perrone-CEO della start up Buzzoole,  Alessandro Rimassa- Direttore della Scuola Management e Comunicazione di IED, Antonio Incorvaia, Coordinatore del Master IED in Digital Media Management, Silvina Dell’ Isola & Roberto Marsicano – Digital Vizir, Enrico Giubertoni – Hootsuite Ambassador,  Helder Monaco – CEO Lol Marketing, Roberto Venturini & Giuliana Laurita – Digital Strategist, Domingo Iudice – CEO Brainpull, Pietro Pannone – Social Media Startegist, Giancarlo Sampietro-General Director-KIWI, Sergio Chiarla – Ethical Project Manager Amico.ws, Mario Moroni – CEO di OkNetwork, Felice Arborea -Social Media Manager, Francesca Acerbi- PR Manager di Adidas, Giampaolo Chiello – CEO di AdMingle, Orazio Spoto, co-founder igersitalia e creatore di thesmarttraveller.com, Antonella La Carpia -Marketing & Communication Director di Ebuzzing Italia, Pierluigi Casolari – CEO di Checkbonus, Roberto “Red” Rossi – Innovation Consultant OnlyGoodVibez,  Angela Bianchi-Consulente d’Immagine e Personal Shopper.

Ecco le lezioni che abbiamo appreso!

  1. In rete non si bara“, Roberto Venturini – Digital Planner
  2. “Let’s tweet” a bufala, ecco il social experiment #milanotrema lanciato da Giancarlo Sampietro – General Director-KIWI
  3. “Una strategia digital non si improvvisa“, Federico Sciascia – studente IULM
  4. Brevity is the soul of the wit“, Antonella La Capria – Marketing & Communication Director per Ebuzzing
  5. “Il vero social network democratico? Instagram. Chiedi a un artigiano di dimostrare il proprio lavoro”! Orazio Spoto, Co-founder di igersitalia e creatore di thesmarttraveller.com
  6. “La social tv non è solo Twitter: uno, cento, mille schermi“, Mattia Nicoletti co-founder di Social TV
  7. “Il segreto del contenuto vincente? Deve essere unico, condiviso, riconoscibile e personale” – Mario Moroni CEO di OkNetwork
  8. Siamo tutti influencer“, Giampaolo Chiello CEO di AdMingle
  9. “Il selfie non fa il monaco“, Angela Bianchi – Consulente d’Immagine e Personal Shopper aka VirgoImage
  10. La perfezione è quando non c’è più nulla togliere“, Giuliana Laurita – Digital Strategist, Researcher e Social Media Consultant
  11. Fare un sito in inglese non vuol dire essere globale! Il 70% degli utenti internet non parla inglese”
  12. E per concludere: “Ho una startup e sono stato incu(b)ato!”

 Pete Cashmore? Lo attendiamo all’edizione 2015!

Marketing ed emozioni: cosa rende una pubblicità di successo?

Marketing ed emozioni

Tutti i processi decisionali umani avvengono in primis a livello inconscio ed emozionale. Per essere, quindi, dei veri “manipolatori d’emozioni”, degli esperti nei collegamenti emotivi, bisogna conoscere il reale e archetipico significato celato dietro ad ogni immagine. Al contrario, sarebbe solo come partecipare ad un gioco del quale non si conoscono le regole: la vittoria è improbabile o fortuita.

Conoscere le emozioni e saperle sfruttare porta alla creazione di campagne pubblicitarie di successo.

Le emozioni veicolano le azioni: “Fight or Flight?”

Fight or Flight

Le emozioni sono processi inconsci automatici atti a rilevare e rispondere a determinati stimoli, guidandoci rapidamente ad allontanarci dai pericoli o a rilevare delle possibilità senza doverci fermare a pensare. Il cervello umano si è evoluto in modo da essere sempre pronto a “lottare o scappare” dalle situazioni.

Il paradigma “Cuore vs Cervello” è quantomai fuorviante: le emozioni umane basilari sono molto lontane dall’essere esclusivamente caldo/sicuro o negativo/repellente. La natura non ci spinge ad amare o ad odiare ma, essendo il soggetto umano un essere pensante e prevalentemente sociale, siamo portati a proteggere tutto ciò che ci sta a cuore: i nostri parenti, la nostra tribù, noi stessi.

Ogni consumatore – da leggere anche come ogni essere umano – dispone quindi di determinati processi automatici di attenzione, di consapevolezza e di particolari risposte emotive a determinati stimoli.

Quando i brand riescono, sapientemente e abilmente, a innescare determinate risposte emotive possono non solo salire alla ribalta del mercato ma anche a plasmare la cultura a loro favore.

Per dimostrare come le risposte emotive siano prese totalmente a livello inconscio analizzeremo, sotto la lente delle neuroscienze, vi presentiamo alcune pubblicità brillanti e di grande impatto che hanno fatto leva su emozioni archetipiche.

Modelli interrotti

I brand rientrano a pieno titolo in quello che sono i comportamenti appresi, in quanto l’apprendimento consiste in modifiche del comportamento prodotte dall’esperienza. Apprendere significa quindi acquisire – basandosi sulle proprie esperienze – nuove modalità di risposta per risolvere o adattarsi ad un particolare stimolo emotivo.

L’attenzione vigile, cosciente, rimane il miglior modo di apprendere, ma sono le nostre emozioni e non i nostri pensieri a determinare a cosa presteremo attenzione. Il cervello funziona riconoscendo dei modelli ma – sempre facendo riferimento alla sua innata propensione all’auto difesa – si attiva davanti a ciò che è inaspettato.

Non c’è nulla quindi che attiri maggiormente la nostra attenzione di tutto quello che non ci aspettiamo, che non fa già parte del nostro mondo, della nostra “cultura”, quella frase che non sappiamo terminare da soli. L’inaspettato e l’imprevedibile innescano tutta una serie di processi neurali tra cui il rilascio di dopamina.

Spesso alcune pubblicità non hanno il successo sperato proprio perché prevedibili, perché ricalcano modelli già visti e quindi non stimolano in noi quel senso di disorientamento che tanto ci attrae. Un must rimane sempre l’ironia che è molto più resistente all’usura in quanto prevede proprio che arrivi la battuta che non ti aspettavi.

Una figura iconica – diventata anche una delle pubblicità più viste di tutti i tempi – è quella del coniglietto delle pile Energizer. Qui sotto uno spot del ’94 dove il dolce animaletto rosa si scontra – nientepopodimeno che – con Darth Vader.

E’ possibile che passi inosservato uno spot simile? No, grazie alla sua potente miscela di ironia e improbabilità. Energizer vs The Dark Side of the Force: una vittoria assicurata.

Sfidare il pericolo

Il meccanismo cardine, il più forte ed insormontabile del cervello è quello dell’auto-conservazione, l’innato istinto di sopravvivenza. Mettere in pericolo la vita è quindi un secondo elemento sul quale poter fare leva per rendere una pubblicità indimenticabile.

Nonostante gli esseri umani siano stati biologicamente programmati per scappare anche dalla sola idea della morte, non possiamo fare a meno di provare una macabra curiosità verso la stessa. Questa è l’ennesima reazione inconscia non guidata, almeno consapevolmente, dalla scelta di “spaventarci” da soli.

Jean-Claude Van Damme ha sfidato il pericolo per Volvo regalandoci uno degli spot più visti della storia su You Tube con oltre 74 milioni di visualizzazioni.

Lo spot ‘Volvo Trucks’ è un’esemplare combinazione di interruzione dei modelli e sfida al pericolo. Van Damme, accompagnato dalle dolci note di Only Time di Enya (interruzione del modello), rimane in equilibrio in spaccata sugli specchietti di due Volvo trucks che vanno in retromarcia: un’evidente sfida al pericolo!.

Puntare all’essenziale

Oltre il 99% dell’evoluzione umana si è basata sulla ricerca di cibo per non morire di fame e ancora oggi questa ancestrale paura stimola la nostra attenzione. Parlando di comunicazione di beni essenzialmente superflui e facendo riferimento prevalentemente al ricco occidente può sembrare un collegamento scorretto ma è solo perché avviene totalmente a livello inconscio.

Una delle campagne pubblicitarie che ha generato più interesse degli anni ’80 è stata quella della senape Grey Poupon, dove due aristocratici si scambiano un vasetto di senape da un’auto all’altra e dove il claim è semplicemente: “Pardon me, but do you have any Grey Poupon?”

Più recentemente, a sostegno del film Hunger Games, uno dei più famosi meme sui social è stata la “cover” di una celebre canzone di Rihanna.

Provocare Inferenza

La natura umana non è però basata esclusivamente sulla sopravvivenza ma anche sulla replica. La nostra innata propensione verso la ricerca del cibo è pari, se non addirittura superata, dal fascino che nutriamo verso il sesso.

Un’inferenza è la conclusione tratta da particolari fatti o circostanze e – la stragrande maggioranza delle volte – non siamo nemmeno consapevoli dell’inferenza sessuale in pubblicità che non sono nemmeno pensate per essere sexy o trasgressive.

Un esempio su tutti? “Just Do It” di Nike.

Ma condurre un sondaggio per valutare se ci sia stata inferenza o meno su un claim come questo non ha senso. L’inferenza c’è stata ma non ne siamo coscienti.

I bambini: un’esca perfetta

Può sembrare addirittura sarcastico ma la vera ragione per la quale siamo così attratti dal sesso, in realtà, è la procreazione, il mantenimento del nostro codice genetico.

Noi non scegliamo coscientemente di provare simpatia e senso di protezione verso i bambini, la natura ha deciso per noi.

Interrompere questo schema porta a risultati di straordinario successo. Una campagna pubblicitaria che ne è un magistrale esempio è lo scherzo – diventato un fenomeno virale – del bambino indemoniato nel passeggino per le strade di New York utilizzato come promo del film Devil’s Due.

La storia dietro la storia

In conclusione, solo perché si è consapevoli delle proprie scelte non significa che si è altrettanto consapevoli delle forze emotive che ci hanno spinto a farle.

Esiste sempre una storia “ufficiale” fatta di razionalità e una, nascosta ma esistente, fatta dalle emozioni. Ignorando le emozioni a favore di strategie di mercato si rinuncia a potentissime forze archetipiche, sulle quali bisognerebbe invece puntare in quanto antiche come la natura umana stessa.

Facebook introduce il tasto "Salva" – [Breaking News]

facebook introduce il tasto salva

Quante volte vi è capitato, magari da mobile o in una pausa durante il lavoro, di trovare contenuti interessanti su Facebook e non avere tempo o la connessione sufficiente a caricare il link e leggerlo sul momento? E quante volte avete sognato il tanto agognato tasto “leggi dopo”? Beh, noi tante. E finalmente siamo stati accontentati!

Facebook ha annunciato infatti di aver cominciato a lanciare sulla piattaforma social più famosa della rete la funzione Salva. Si potranno quindi salvare link, luoghi, film, programmi tv o canzoni e tornare a guardarli con calma in un secondo momento. Gli oggetti salvati saranno condivisibili o privati.

facebook introduce il tasto salva

L’elenco degli articoli salvati sarà organizzato per categorie e sarà possibile scorrerli per spostarli nella lista o condividerli singolarmente. La funzione sarà disponibile su tutti i dispositivi iOS e Android (oltre ovviamente al web) a partire dai prossimi giorni!

Introducing Save on Facebook from Facebook on Vimeo.

I motori di ricerca come strumento di marketing? La parola a Gianpaolo Lorusso. #ninjamaster

Search Engine Marketing

© Ivelin Radkov - Fotolia.com

Continuiamo a conoscere i docenti della seconda edizione del Ninja Master Online in Digital Marketing, il #digitaldreamteam del marketing digitale italiano. Oggi è il turno di Gianpaolo Lorusso, docente del modulo in Mobile & App del #ninjamaster.

Ciao Gianpaolo, Keyword Adv vs Social Adv: perché e quando investire nell’uno o nell’altro?

Esistono una serie di criteri che dovrebbero sempre guidarci nella scelta tra questi due canali. Primo fra tutti l’analisi del nostro target. Se i nostri potenziali clienti sono su Facebook (come il 95% degli utenti italiani che si collegano in rete almeno una volta al mese), semplicemente non possiamo fare a meno di esserci anche noi. Se invece il nostro target sono altre aziende, è molto più difficile riuscire a ottenere risultati con campagne nei social network.

Altro aspetto chiave è l’obiettivo della promozione. Se cerchiamo una risposta diretta (vendite o contatti utili) il keyword advertising, e soprattutto la rete di ricerca, devono fare la parte del leone. Se invece vogliamo far conoscere il nostro brand (passaggio indispensabile per vendere on line) non dobbiamo sottovalutare la funzione “di scoperta” legata alla navigazione nei social o nella rete display delle varie piattaforme di keyword advertising.

Anche il migliore dei siti web, senza un brand alle spalle di cui la gente si può fidare, otterrà risultati inferiori alle proprie potenzialità. E cosa c’è di meglio per fidarsi del vedere che molti altri lo hanno già fatto prima di noi? La “convalida” sociale e essere trovati al momento giusto in rete sono quindi due facce della stessa medaglia. Sia nel caso in cui vendiamo qualcosa on line, che in quello in cui cerchiamo dei contatti interessanti da far crescere successivamente.

3 consigli per campagne vincenti?

AdWords è un sistema di advertising molto potente, ma è diventato anche molto complesso. Se la complessità nella struttura delle nostre campagne serve a targettizzare meglio gli utenti, allora è un male necessario. Altrimenti significa solo perdita di controllo (o necessità di dotarsi di strumenti di verifica sempre più raffinati). Prima di seguire acriticamente il suggerimento di qualche “specialista” del settore che opera secondo schemi pre-configurati, chiedetevi sempre se una certa suddivisione di campagne è funzionale o meno al raggiungimento più mirato dei nostri potenziali clienti.

Se usate la rete di ricerca, verificate sempre per quali ricerche appaiono i nostri annunci. AdWords fa spesso associazioni di parole chiave sbagliate o troppo elastiche, specialmente se si usano solo keyword a corrispondenza estesa (non +modificata, né “a frase” o [esatta]).

Se usate la rete display, impostate meccanismi di targeting display incrociati (remarketing, retargeting, ecc.), perché, anche in questo caso, i vostri annunci potrebbero finire quasi ovunque.

Quali sono le tue app e i tuoi strumenti web preferiti?

Sicuramente la mia applicazione preferita è Analytics. Usare uno strumento di keyword advertising senza tracciare le “conversioni” (cioè i contatti utili ottenuti dal sito) è come pubblicare degli annunci su un giornale di inserzioni. L’ottimizzazione delle campagne diventa molto più lunga e difficile.

Non c’è niente che dà migliori indicazioni su cosa sta funzionando meglio in una campagna di un sito web in cui si tracciano per bene anche le conversioni “intermedie” (preliminari cioè al contatto o all’acquisto vero e proprio).

La tua soddisfazione lavorativa più grande?

A parte le soddisfazioni personali che fortunatamente mi sono arrivate numerose in questi anni (anche essere qui a rispondere alle tue domande è una di quelle ;-)) non c’è nulla che mi fa sentire più orgoglioso del mio lavoro di risollevare le sorti di un’azienda e di salvare dei posti di lavoro con delle campagne ben gestite.

Grazie Gianpaolo! Ci vediamo online al Master Online in Digital Marketing! #ninjamaster 😉

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Leggi le altre interviste ai docenti del Master!

Davide Pozzi – I motori di ricerca come strumento di marketing? Parliamo di SEO.
Simone Tornabene – Pianificare, progettare e curare contenuti digitali.
Nicola Armellini – Integrare il mobile nella propria strategia di marketing?

Gli investimenti early stage in Italia dell'ultimo anno

Chiusi e depositati i bilanci dell’anno 2013, l’Osservatorio dell’Università Cattaneo di Castellanza ha realizzato il sesto rapporto chiamato “Venture Capital Monitor” per analizzare gli investimenti early stage in startup dell’anno 2013.

Il rapporto si riferisce esclusivamente agli investimenti early stage in startup italiane, da parte di venture capital sia italiani che stranieri, con l’obiettivo di analizzarne e confrontarne l’andamento rispetto ai rapporti precedenti a partire dal 2004.

Prendere in considerazione solo gli investimenti cosiddetti “initial” significa escludere tutte le operazioni di later stage, cioè expansion, buy out, replecement e turnaround.

Trend positivo per il 2013

Secondo il rapporto citato, il trend degli investimenti è in crescita per numero di operazioni, mentre è costante rispetto al valore medio per deal, pari ad euro 800.000, a fronte in media del 25% del capitale sociale. I 66 investimenti analizzati segnato infatti un +16% rispetto al 2012 (57 operazioni) e +53% rispetto al 2011 (43 operazioni).

Gli investitori attivi analizzati sono 31, con almeno un’operazione chiusa nell’anno, oltre ai singoli business angel considerati come trentaduesima categoria.

Indubbiamente parte dei risultati positivi ottenuti dipendono dall’emanazione del Decreto Start Up, a favore degli investimenti in startup innovative. Infatti dei 66 deal analizzati, il 45% riguarda investimenti early stage in startup innovative, come definite dal decreto.

L’identikit dell’ideale startup in cui un fondo investe in Italia, sempre basandoci sui valori medi del 2013, è costituita da meno di due anni, opera nel comparto ICT, situata prevalentemente nel nord Italia, fattura 1,2 milioni di euro con sette dipendenti.

Principia SGR e Intesa San Paolo hanno rispettivamente realizzato i due investimenti più importanti del 2013, il primo da 4 milioni di euro per il mobile pos Jusp, il secondo da 5 milioni per Class Digital Service.

Investimenti early stage in Italia

Questa tabella riassume gli investimenti analizzati suddivisi in ordine.


Il rapporto è stato sviluppato in collaborazione con Aifi (Associazione italiana del private equity e venture capital) e Vertis sgr, ed è disponibile qui.

Qualche critica per concludere

I dati analizzati fanno riferimento ai valori del rapporto “Venture Capital Monitor”, e sono stati riportati nonostante i valori medi siano stati calcolati a fronte della mancanza di diverse rilevazioni. In particolare, se il valore medio dei deal è disponibile per quasi tutte le startup analizzate, lo stesso non si può dire per i valori di fatturato medio, calcolati da un numero esiguo di fatturati dichiarati.

Detta in parole povere, risulta chiaro che alla luce dei dati di questo report, occorre fare qualche considerazione finale per riuscire a leggerlo nella maniera corretta: innanzitutto viene definito solo il concetto di early stage e non di startup, così basta l’operazione di class digital da 5 milione a rendere i dati poco attendibili.

Per il discorso del fatturato vale la stessa nota, infatti nel report a pochissime startup viene assegnato un valore di fatturato, per cui il valore medio risulta totalmente non rappresentativo della situazione italiano.

Sicuramente all’interno di una panoramica come quella italiana, all’interno della quale il fenomeno startup è solo emergente, non si è stratificato in maniera stabile nella nostra struttura imprenditoriale e non è possibile ancora definirlo in maniera esaustiva, risulta molto difficile spendere risultati come quelli nel report che oggi abbiamo voluto presentarvi, soprattutto a causa della forte speculazione sui dati che tentano di darne una rappresentazione.