Quattro chiacchiere con Steve Wozniak, co-fondatore di Apple [INTERVISTA]

Di Leonardo Plebani – www.intervistedisuccesso.com

Qualche mese fa ho avuto l’occasione e l’onore di intervistare un uomo che ha contribuito a costruire il mondo in cui viviamo, essendo uno dei padri del personal computer.

Parlo di Steve Wozniak, fondatore di Apple insieme a Steve Jobs e Ronald Wayne nel 1976. E’ un inventore, ingegnere informatico e programmatore che negli anni ‘70 ha inventato da solo i computer Apple I ed Apple II, i quali hanno contribuito in modo decisivo alla rivoluzione dei microcomputer.

Quale credi sia l’abitudine che ti permette di raggiungere i migliori risultati nella vita?

“Buttarmi su cose che non ho mai fatto prima e cercare un buon modo per portarle a termine, da inventore, evitando di ricrearle attenendomi a come sono state già fatte. Spendere molto tempo a pensare a come fare le cose meglio di quanto qualsiasi altra persona farebbe. Principalmente, scrivere il libro da soli piuttosto che leggerlo“.

Quali sono state le tue più grandi difficoltà?

“Convincere il mondo che i computer erano per persone normali. Lasciare un’azienda che tutt’ora amo, Hewlett Packard. Costruire il nostro secondo successo…il Macintosh fu un fallimento e ci sono voluti anni per costruirlo, mentre con Apple è stato tutto più facile. Personalmente, non ho avuto difficoltà. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per me stesso e per divertimento. Quindi zero difficoltà, tutto è arrivato grazie alle mie competenze e alla fortuna”.

Potessi tornare indietro, che cosa faresti meglio e che cosa non faresti affatto?

“Non ragiono in questo modo. Ho riflettuto talmente tanto su ogni mia decisione che posso ripetermele in testa ricordando quali sono state le mie motivazioni e sapere di aver fatto le scelte giuste. Non vivo guardando indietro pensando al passato e rimpiangendo cose. Nella vita si può sorridere o aggrottare le sopracciglia, quindi perché crearsi dei motivi per preoccuparsi?

Cosa consiglieresti alle persone che vogliono seguire i tuoi passi?

“Non sono sicuro di quello che intendi. Fondare una società quasi per sbaglio? Sviluppare importanti e inusuali competenze ingegneristiche? Essere bravi in qualcosa che ad un certo punto si rivelerà estremamente importante? Creare un grande prodotto da solo? Non farsi influenzare o corrompere dal successo nel business? Preoccuparsi per le persone che hanno bisogno di qualche cosa? Difficile dire di che cosa si tratti”.

FitnessSHIRT, la t-shirt che monitora le funzioni vitali

FitnessSHIRT, la t-shirt che monitora le funzioni vitali

FitnessSHIRT, la t-shirt che monitora le funzioni vitali

FitnessSHIRT è la t-shirt concepita dal Fraunhofer Institute for Integrated Circuits IIS che permette la misurazione in tempo reale delle funzioni cardiache e respiratorie. È dotata di elettrodi integrati nel tessuto in grado di eseguire un elettrocardiogramma, mentre una cintura flessibile all’altezza del torace registra il movimento respiratorio. I dati vengono poi trasmessi via radio a una “sala di controllo” oppure salvati in una scheda di memoria e analizzati successivamente.

Nelle intenzione dell’Istituto, la t-shirt è ideale non solo per monitorare le funzioni vitali degli sportivi, ma anche per chi svolge attività a rischio come vigili del fuoco e squadre di salvataggio, in modo da garantire loro maggior sicurezza nelle situazioni più stressanti per il fisico. Inoltre, potrebbe essere utilizzata per pazienti in riabilitazione o anziani.
L’IIS ha stretto un accordo con la BitifEye Digital Test Solutions per combinare la FitnessSHIRT con Mentor Bike, “un nuovo tipo di dispositivo di allenamento che consiste in una bicicletta a pedalata assistita, uno smartphone e un sito di servizio per gli utenti”.

“La FitnessSHIRT può essere usata in vari modi – dice l’ingegnere Christian Hoffmann offre nuove soluzioni per la pratica sportiva, per la forma fisica e il tempo libero, così come per la medicina”.

Tutto fa pensare che la FitnessSHIRT possa avere un futuro, tant’è che gli ideatori sono alla ricerca di partnership per ulteriori sviluppi. Il dispositivo (presentato al Medica 2013 Trade Fair) non ha ancora ottenuto la conformità alla German Medical Product Law e alla direttiva EU 93/42/EEC.
In attesa che ottenga le certificazioni necessarie, restiamo in attesa dell’evoluzione del progetto.

E a voi? Vi incuriosisce la FitnessSHIRT?

Codemotion Milano 2013: il mondo dei coder aperto a tutti

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti

Il 29 e il 30 novembre prossimi si svolgerà a Milano una nuova edizione del Codemotion, un evento tutto italiano che vede come tema centrale i linguaggi di programmazione, l’innovazione e le nuove tecnologie, mettendo in particolare risalto i nuovi trend che si stanno sviluppando nel panorama internazionale.

La manifestazione, dopo aver effettuato due interessanti trasferte a Berlino e a Madrid, torna in Italia nella speranza di ripetere l’enorme successo dell’edizione che ha avuto luogo a Roma lo scorso marzo.

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti

Il format di Codemotion sta registrando infatti un notevole successo, basti pensare che all’edizione romana hanno partecipato più di 4.000 persone e hanno preso la parola ben 120 speaker internazionali.

Quest’anno sarà l’Università degli studi di Milano ad ospitare il Codemotion, una scelta non casuale e finalizzata a coinvolgere in maniera decisa gli studenti , visti come il vero motore dell’innovazione mondiale.
Anche in questa edizione inoltre, grazie al laboratorio di Coderdojo, molti bambini potranno venire a contatto con il mondo della programmazione.

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti

Uno sguardo al programma del Codemotion Milano 2013

La due giorni organizzata da Codemotion sarà ricca di workshop, conferenze e laboratori pratici di programmazione.
La presenza di speaker stranieri appartenenti a società importanti come Facebook, Google, Soundcloud e Blackberry conferma la spiccata inclinazione internazionale della manifestazione e permette di portare ad un evento italiano conoscenze e know how di prima categoria.

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti
I temi che verranno trattati durante le talk di questa edizione del Codemotion saranno principalmente i seguenti: big data, sviluppo web, sviluppo mobile, il fenomeno dei maker e lo sviluppo di applicazioni enterprise oriented.

I laboratori ed i workshop, come spesso accade in questo tipo di manifestazioni, si sovrappongono come orari e sarà quindi importante decidere a quali partecipare consultando prima il programma dell’evento.

Il Codemotion stimola l’incontro tra sviluppatori ed aziende

Codemotion non sarà solo un evento di networking, ma anche un’occasione per tutti coloro che cercano lavoro, o semplicemente un’opportunità di mettersi in gioco, collaborando con altre persone o società.

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti
La presenza di aziende sponsor molto importanti quali Microsoft, Google, Blackberry, Intel e Oracle non conferisce solo blasone alla manifestazione, ma offre anche ai partecipanti la possibilità reale di consegnare direttamente il proprio curriculum alle società in questione.

Inoltre, all’interno di Codemotion Milano, Startupbusiness e Talent Garden, due importanti community italiane, organizzeranno Dev4startup, un evento nell’evento che cercherà di aiutare alcune aziende a trovare gli sviluppatori necessari per la creazione o il miglioramento del loro business.

Delle 15 startup innovative selezionate per partecipare a questa iniziativa, 8 avranno l’opportunità di promuoversi mediante un minidesk offerto dall’organizzazione e di pitchare, presentare in maniera molto sintetica il proprio business, in un’apposita sessione nel corso della conferenza, davanti a un pubblico costituito da sviluppatori e anche investitori. Le restanti 7 startup avranno comunque l’opportunità di fare uno speed pitch di 3 minuti.

 

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti

Le aziende, presentandosi e promuovendosi,  potranno così attirare sviluppatori interessati ad una collaborazione e trovare le persone adatte alle loro necessità.

In seguito alla sempre maggior importanza che l’ICT ricopre all’interno delle imprese italiane, gli sviluppatori informatici sono diventati una delle figure professionali più ambite e ricercate; grazie a Dev4startup sarà possibile permettere a programmatori talentuosi di trovare opportunità di lavoro interessanti  e allo stesso tempo si aiuteranno business promettenti a trovare le collaborazioni necessarie per prendere il volo.

Codemotion 2013, un format vincente che guarda al futuro

Il Codemotion, ponendo un focus particolare verso un argomento tecnico come quello dei linguaggi di programmazione, può all’apparenza sembrare una manifestazione dedicata agli esperti del settore e molto specializzata, ma così non è.

Rendendo trasversale e accessibile il mondo del coding e affrontando argomenti interessanti come la rivoluzione dei maker o la costruzione di accessori intelligenti tramite Arduino, il Codemotion si rivela un evento adatto a tutti coloro che hanno semplicemente un forte interesse verso le nuove tecnologie e che vogliono venire a contatto con una realtà stimolante.

Codemotion Milano 2013 il mondo dei coder aperto a tutti
Il coinvolgimento di media partner importanti come Androidiani, Indigeni Digitali, Wired.it e la nostra Ninja Academy, assicura inoltre un’ampia visibilità all’evento incentivando anche la partecipazione di persone non necessariamente appartenenti al mondo della programmazione, rendendo quindi il networking  più profittevole e stimolante.

Data la crescente importanza strategica dei linguaggi di programmazione, la conoscenza di questi ultimi, anche solo di base, sta diventando un requisito sempre più rilevante per chiunque abbia a che fare con le nuove tecnologie. Questo concetto è stato confermato qualche settimana fa anche da Marienza Benedetti  in un suo articolo per Ninja Marketing.

La partecipazione al Codemotion può essere sicuramente un buon punto di partenza per cominciare a conoscere questo mondo divertente e originale.

Per partecipare è necessaria la prenotazione che è possibile effettuare comodamente online.

La casa dei social network: Twitter è un corridoio

Nella precedente puntata della casa dei social network, abbiamo parlato di Facebook come del soggiorno. Oggi, amici lettori, vogliamo parlare del corridoio: Twitter.

Una teoria che più volte abbiamo citato del collettivo Wu Ming descrive il sito di microblogging creato da Jack Dorsey come una realtà centrifuga, contrapposta a Facebook la cui tendenza è invece centripeta. Una distinzione non da poco: per forma e natura Twitter non contiene il contenuto in sé – se non i 140 caratteri del tweet medesimo – ma rimanda, il più delle volte, ad ambienti esterni al social network stesso.
Un approccio attuale anche oggi, nonostante oggi gli utenti siano più consapevoli delle ampie potenzialità degli spazi “ristretti” di Twitter: oggi si producono molti più tweet “ingaggianti” che invitano a rimanere nel social network perché belli a sé stanti. Contenuti in grado di sviluppare nuove conversazioni e incentivando così l’aspetto “dialogico”. Un utilizzo garantito dalla capacità di sintesi di chi scrive e dagli strumenti insiti nell’ambiente digitale: retweet, mention, oltre che indicizzazione dei contenuti attraverso trending topic e hashtag.

Twitter è un non luogo di scambio veloce e di confronto con, potenzialmente, tutti gli abitanti del web, oltre che di sinergia comunicativa perché tende a coagulare i pensieri degli users intorno ai topic in forme non strettamente esclusive come altri social nework o strumenti simili: si può twittare e andar via, forti del fatto che se il contenuto prodotto sarà di qualità rimarrà comunque visibile anche oltre la normale frammentazione che la timeline comporta (se siete su Twitter e seguite molti utenti, avrete ben presente il tempo di vita di un tweet sul wall generale: da pochi secondi a qualche minuto).

Per questo, immaginando dove collocarlo nella nostra immaginaria planimetria della casa dei social network, è venuto spontaneo identificarlo con una zona che unisca tutti gli ambienti andando a essere un collante anche con il web esterno alla social sfera (ciò che sta fuori dalla porta, insomma).

Twitter è unione, Twitter è incontro casuale fra abitanti che transitano in spazi diversi per ottenere performance specifiche e uniche, Twitter è contemporaneamente conversazione e indice di un database enorme: il web, appunto.

Come si parla in questo corridoio? Come in un grande “caos ordinato”, pieno di gente che va e che viene, che ci invita in altri spazi per avere maggiori informazioni o che, semplicemente, lasciano due battute e vanno via.

Si parla urlando con tono informale o teorizzando in maniera più educata, ma anche sussurrando quando si vuole dire qualcosa di privato (i direct message); chiedendo a uno e rispondendo all’altro, perché si può conversare con più persone contemporaneamente, dando uno sguardo anche a cosa capita fuori per rafforzare le nostre tesi; litigando e provando a smettere di parlarsi (defollowando e bloccando un utente), ricevendo comunque attraverso altri i messaggi del “nemico” (il retwitt); si parla con tempi ragionevolmente brevi, proprio perché il passaggio è continuo e una conversazione, dopo un certo periodo, fisiologicamente muore perché sommersa da altre.

Infine, Twitter sta sviluppando un linguaggio proprio, che come abbiamo detto prima sta formando una sorta di tendenza all’espressione che incentiva all’esplorazione di tecniche comunicative fino a pochi anni fa poco esplorate ed utilizzate, come appunto la sintesi estrema, la caducità temporale del contenuto (su questo, sta facendo scuola nel campo dell’interazione diretta utente-utente anche Snapchat) e il montaggio, la cui concretizzazione maggiore trova fondamento nel lancio di Vine, un social network figlio di Twitter molto affascinante per le sue potenzialità, ancora (purtroppo) poco esplorato in Italia ma molto apprezzato nel mondo anglosassone.

Twitter è sicuramente un non luogo che offre spazi sempre nuovi d’interpretazione e d’utilizzo, e che ancora deve probabilmente esprimere tutto il suo potenziale.

Ricapitolando: della nostra abitazione digitale abbiamo scoperto  il soggiorno, Facebook, e il corridoio, Twitter: quale sarà la prossima stanza?
Ce lo dirà Emanuela, nella nuova puntata della casa dei social network.

Continuate a seguirci, e diteci la vostra!

Nelle puntate precedenti:
1) La casa dei social network: spazi autentici o non luoghi digitali?
2) La casa dei social network: Facebook come un soggiorno

Milano festeggia i 10 anni del BEA Expo Festival il 26 e 27 Novembre

Nel comparto di fidelizzazione tra pubblico ed impresa, vi è da sempre particolare attenzione alla messa in atto di eventi sempre più distintivi ed unici, tesi alla consacrazione ed al posizionamento di un’azienda nell’ambito della concorrenza.

Se siete appassionati di questo particolare settore del marketing e vi trovate a Milano il 26 e 27 Novembre, è il caso che non vi lasciate perdere l’occasione di presenziare al BEA Expo Festival 2013, realizzato dalla ADC Group e che avrà luogo al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leaonardo da Vinci.

I Best Event Awards quest’anno compiono un traguardo molto importante, festeggiano i 10 anni dalla loro prima edizione e saranno molto più che una semplice cerimonia di premiazione. Innanzitutto va sottolineato come nella giornata del 26 verrà dedicato ampio spazio alla consegna degli EuBea, i premi per gli eventi più innovativi in campo internazionale.

Si tratta di una rassegna nella quale verranno presentati e rivisitati i 60 eventi che in questo anno hanno colpito la giuria capeggiata da Michael Muller, Campaign Manager di Samsung.

Il giorno successivo invece sarà dedicato ai migliori eventi tenutisi nel territorio nazionale, con un’attenzione particolare alla presentazione della IX ricerca Monitor sul Mercato degli Eventi in Italia 2013. Promossa dalla società promotrice del Bea ed a cura della Astra Ricerche, si pone l’obiettivo di descrivere le trasformazioni nei processi che di ideazione e promozione degli eventi nel nostro paese dall’inizio del nuovo millennio.

Ciò che ci preme sottolineare è quanto questo tipo di iniziativa sia innanzitutto un momento di formazione e di creazione di un filo diretto tra professionisti imprese e pubblico, uno scambio di prospettive e conoscenze il cui risultato è sempre quello di un arricchimento di tutte le parti in causa.

Sono infatti previsti una serie di incontri con i migliori operatori del settore all’interno di un fittissimo calendario di workshop e seminari, tra i tanti vogliamo citare Alfredo Accatino, Direttore creativo di Filmmaster Events o Paolo Teoducci, Responsabile Eventi di Telecom .

Insomma non si tratta di una semplice (seppur importante) cerimonia di premiazione ma di uno spazio di approfondimento professionale da cogliere al volo, anche solo per mettersi in diretta relazione con chi opera in questo settore da anni e con successo.
Per chi non fosse riuscito ad iscriversi on-line sul ricordiamo che è possibile accreditarsi all’ingresso a partire dalle ore 9.00 del 26 Novembre, primo giorno della manifestazione.

L'ecosistema delle startup innovative ad un anno da Restart Italia


L’Italia, un Paese in forte ritardo sulle forme di sostegno alle startup innovative. Questa la consapevolezza a partire dalla quale, più di un anno fa, è stata creata una task force per costruire una policy per il sostegno all’ecosistema dell’innovazione.

A partire da questo lavoro è nato il rapporto Restart Italia presentato a metà del 2012, le cui policy sono state recepite dal Decreto Crescita 2.0 approvato a fine 2012.

Quasi un anno dopo dall’approvazione del Decreto, facciamo il punto della situazione per comprenderene gli aggiornamenti e le ricadute, stimolati da due eventi: l’intervento di Stefano Firpo, capo della Segreteria tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico, durante la conferenza Start4To e la presentazione a SMAU “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who“, il rapporto di Italian Startup sviluppato con il supporto istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico e dagli Osservatori del Politecnico di Milano, per la mappatura dell’ecosistema dell’innovazione italiano.

Le principali novità? Una definizione aggiornata di startup innovative, la mappa dell’ecosistema dell’innovazione in Italia e una politica per attrarre capitali stranieri.

Cos’è una startup innovativa?

La definizione di “Startup Innovativa” proposta nel rapporto Restart Italia è stata successivamente rivista dal DL Lavoro dello scorso giugno. Vediamo quindi la definizione aggiornata (accessibile anche nel rapporto Restart Italia aggiornato).

Una “Startup Innovativa” è una società di capitali non quotata in borsa con le seguenti caratteristiche:
– non può avere più di 4 anni di attività;
– sede principale in Italia;
– fatturato inferiore ai 5 milioni di euro;
– non deve distribuire utili;
– oggetto sociale lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Inoltre deve essere presente almento uno degli elementi che garantiscano l’innovatività:
– almeno il 15% delle spese in ricerca e sviluppo;
– almeno 1/3 della forza lavoro costituita da dottori di ricerca o ricercatori o almeno i 2/3 con laurea magistrale;
– avere una forma di protezione delle proprietà intellettuale: società titolari di brevetto industriale società o di un software originario registrato presso la SIAE . In particolare quest’ultima possibilità è stata introdotta dal Decreto Lavoro per consentire anche alle startup digitali di rientrare nella categoria di startup innovative.

Le startup innovative che posseggono queste caratteristiche devono registrarsi ad un registro speciale presso la Camera di Commercio.

L’ecosistema dell’innovazione in Italia, ad un anno da Restart Italia

Attualmente in Italia sono presenti 1.334 Startup Innovative registrate alle Camere di Commercio.

Le startup innovative sono per il 50% localizzate al nord, per il 36% al centro e per il 14% al sud, mentre le startup finanziate hanno per il 46% sede al nord, per il 26% al centro e per il 28% al sud. Tutti i dati, compreso l’elenco delle startup, sono consultabili sul sito RegistroImprese delle Camere di Commercio Italiane. Le startup iscritte possono così godere di agevolazioni fiscali.

Andando oltre al conteggio delle startup e volendo guardare all’intero ecosistema è possibile considerare:
– 97 incubatori e acceleratori (64 pubblici e 33 privati), di cui 11 certificati,
– 32 investitori istituzionali (6 pubblici e 26 privati),
– 40 parchi scientifici e tecnologici (37 pubblici e 3 privati),
– 65 spazi di coworking e 33 competizioni dedicate alle startup.

Infine, per quanto riguarda i finanziamenti, dal monitoraggio di Italia Startup risultano 112 milioni sono gli euro investiti in startup hi-tech nel 2012, un dato che per il 2013 si stima intorno ai 110 milioni di euro.

Nel 2012 il 70% degli investimenti nelle startup hi-tech è stato effettuato da investitori istituzionali, mentre il restante 30% fa capo a Business Angel, Family Office e Incubatori/Acceleratori.


Internazionalizzazione

L’internazionalizzazione delle imprese italiane e l’attrazione di capitale finanziario e umano dall’estero sono altri due obiettivi per la valorizzazione dell’ecosistema delle startup Italiane.

Innanzitutto il MISE ha rafforzato la collaborazione con l’ICE che supporta l’internazionalizzazione delle imprese. Un esempio è la partecipazione al Webit Congress con una delegazione italiana che ha portato alla vittoria della startup torinese Intoino.

Inoltre il Governo con Destinazione Italia ha proposto 50 misure (dal fisco al lavoro, dalla giustizia civile alla ricerca, dal rafforzamento della rete estera al miglioramento della reputazione dell’Italia all’estero) finalizzate ad attrarre gli investimenti esteri e favorire la competitività delle imprese italiane.

Diminuiscono le emissioni C02, eppure non sembra essere una buona notizia

Crescono. Continuano a crescere le emissioni globali di CO2. Ma per la prima volta in tanti anni, sembra forse essere iniziate una lenta diminuzione. I numeri, snoccialati da un recente report prodotto dal “Netherlands Environment Assessment Agency” e dal “Joint Research Center” della Commissione europea dicono che nel 2012 le emissioni sono crescite dell’1,1% a livello globale, contro una media del 3% negli ultimi 10 anni.

Buoni e cattivi

I maggiori “emettitori” in valore assoluto sono la Cina (29%) seguita da Stati Uniti (15%) e Russia (11%). L’italia contribuisce per circa l’1%, rispetto al 2% di 20 anni fa. Guardando appunto ai saldi, tutti i paesi sviluppati mostrano un calo in termini di contributo % ed in valore assoluto. Diminuzioni vere insomma. La Cina è invece il paese che mostra la crescita più spinta, di pari passo con la strabiliante crescita economica, aumentando il proprio contributo di ben 18 punti percentuali (da 11 a 29% appunto).
Guardando però alle emissioni “pro-capite”, si scopre che il primato va all’insospettabile Australia (18.8 tonnellate per abitante) seguita da Stati Uniti (16.4) e Canada (16). La Cina si colloca nella parte bassa della classifica a quota 7.1, valore simile all’Unione Europea (7.4).
US e EU virtuosi veri?

I principali “responsabili” del calo delle emissioni sembrano essere Unione Europea e Stati Uniti, questi ultimi in calo addirittura del 4%. Molti articoli da parte dei media americani hanno “celebrato” l’evento, occasione di rivalsa contro chi per anni ha parlato di Stati Uniti “indifferenti” al tema ed ingordi ottimizzatori di crescita economica a dispetto del rispetto per l’ambiente, soprattutto per questioni legati alla mancata ratifica degli accordi di Kyoto.

Diminuzioni vere?

In Europa il calo è in corso da qualche anno, ed anche qui i media sono stati pronti ad esaltare la virtuosità e lungimiranza del Vecchio Continente, capace in effetti di partorire leggi ed incentivi che hanno favorito lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica come in nessuna parte del mondo.
L’impressione è però che i cali siano molto più dettati dal “caso” e dalle naturali evoluzioni del mercato.

Circa l’85% delle emissioni è legata alla combustione di fonti fossili, per trasporti, industria e riscaldamento domestico. Ci sono due modi perché questa massa diminuisca: cala la domanda (tipicamente con un calo dell’attività economica, recessione) oppure cambia il mix di fonti di energia (più rinnovabili e combustibili a bassa emissione come il gas naturale).

In Europa il calo delle emissioni è sicuramente stato favorito dai 5 anni di depressione economica, unite certamente alla spinta sulle rinnovabili che rappresentano comunque ancora una parte marginale e residuale della produzione. Negli Stati Uniti è esplosa la quota del gas naturale, grazie alla nuova tecnologia di fratturazione ed ottenimento dei gas di scisto (scale gas), che ha sostituito una grossa parte della quota del carbone.

In entrambi i casi, le determinanti sembrano essere fuori dal controllo dei Governi, o meglio hanno indirettamente portato alla riduzione delle emissioni senza che ci fosse una chiara politica ambientale in tal senso. I più critici dicono inoltre, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, che il carbone non più bruciato in casa viene adesso venduto a paesi in via di sviluppo, e che quindi gli Stati Uniti hanno sostanzialmente spostato l’inquinamento altrove.

Esiste il problema?

Ma esiste davvero un problema legato alle emissioni di C02? Com’è naturale, ci sono frotte di scienziati, politici e giornalisti schierati da una parte e dell’altra. I “catastrofisti”, quelli che spingono per un taglio delle emissioni rapido e drastico, mostrano la correlazione tra le emissioni di Co2, l’attività industriale e l’aumento delle temperature. Mostrano i ghiacciai in riduzione, un maggiore numero di tifoni e cicloni catastrofici, e modelli matematici che suggeriscono un accentuarsi di questi fenomeni nei prossimi anni.

Dall’altra parte invece si minimizzano gli effetti del riscaldamento, che sarebbe stato inferiore ad un grado dall’inizio della rivoluzione industriale, e che questi non hanno comunque prodotto alcun effetto visibile sulla terra. In ogni caso, variazioni di temperatura, dimensioni dei ghiacciai, e livello dei mari sono sempre accaduti in natura (basti pensare alle glaciazioni) e per cause non certamente legate all’attività umana.

Dilemma del prigioniero

Ma se le emissioni sono davvero un problema, l’impressione è che si stia facendo ancora poco, nonostante i numeri positivi di quest’anno. Che succederà quando la crescita economica ripartirà seriamente?  Torneremo ai livelli di crescita dell’ultimo decennio? Il problema è appunto nella contrapposizione tra crescita economica (tema tangibile e di breve periodo) e tutela ambientale delle emissioni (tema intangibile, incerto, e di lungo periodo).

Proprio come nel famoso dilemma del prigioniero, ogni paese ottiene il massimo, razionalmente, a non agire/non fare abbastanza a ridurre le emissioni, sperando che siano gli altri piuttosto ad agire ottenendo così il doppio risultato di ridurre le emissioni e non pregiudicare la propria crescita economica.

L’importante è però non dimenticarsi, come il dilemma del prigioniero insegna, che il comportamento ottimale per il singolo può portare complessivamente ad un risultato disastroso per il singolo e per la comunità.

Chi lo racconterà ai governanti?

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

Dalla mattina alla sera, dalla Francia all’Australia, passando per Londra e Berlino. È il viaggio creato dall’art director Thomas Jullien assemblando meticolosamente 852 fotografie condivise da altrettanti utenti su Instagram.

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

An Instagram short film: 852 foto fanno un corto [VIDEO]

Lo stesso Jullien dichiara, a proposito del suo progetto:

Instagram is an incredible resource for all kinds of images. I wanted to create structure out of this chaos. The result is a crowd source short-film that shows the endless possibilities of social media.”

(Instagram è una risorsa incredibile per tutti i tipi di immagini. Volevo creare una struttura partendo dal suo caos. Il risultato è un corto in crowdsourced che mostra le infinite possibilità dei social media.)

Il video ha raccolto più di 600mila views in una settimana circa: una cifra considerevole, se consideriamo inoltre che il corto è stato pubblicato su Vimeo.

Ma vedere una vera e propria animazione prendere vita davanti ai nostri occhi, a partire da centinaia di immagini differenti caricate su Instagram da persone tra loro sconosciute, dà davvero l’idea di quanto potente possa essere l’universo social. Affascinante davvero, non credete?

Benvenuto su Twitter. E poi?

La maggior parte di noi usa Twitter quotidianamente, o almeno sa di cosa stiamo parlando. Ma se qualcuno ci chiedesse oggi – o volesse iscriversi – cos’è Twitter, cosa risponderemmo?

Cos’è Twitter? Quella che sembra una domanda semplice in verità è un mistero difficile da risolvere. Possiamo rincuorarci però; anche i fondatori non erano completamente d’accordo. Jack Dorsey vedeva in Twitter un modo per far sì che le persone condividessero il loro stato, secondo Noah Glass era un mezzo per connettere le persone che si sentivano sole e Ev Williams voleva che riguardasse “ciò che sta succedendo”.

A quanto pare avevano tutti ragione; Twitter è un social polifunzionale e ogni utente può scegliere che uso farne.

Tutto parte dai due simboli pilastri della piattaforma: la chiocciola ed il cancelletto (hashtag nel linguaggio specifico).

  • @” serve a connettere e comunicare;
  • #” caratterizza il tweet e ne determina l’indicizzazione.

Questi due semplici simboli, inseriti in una frase di massimo 140 caratteri, fan sì Twitter venga usato nei modi più diversi: informarsi, seguire tendenze e personalità, entrare a far parte di una community o dare sfogo alla creatività.

Allora analizziamo i diversi usi che gli utenti fanno di questo potente strumento.

Informazione e breaking news

Twitter è la miglior piattaforma per la diffusione di notizie in tempo reale, punto. La rapidità di diffusione dei tweet non ha pari; quando un grande numero di tweet ha lo stesso hashtag, l’argomento diventa di tendenza (Trending Topic) e per gli utenti diventa facilissimo avere accesso a quella notizia.

Per i giornalisti è una risorsa preziosissima in quanto hanno accesso a fonti normalmente irraggiungibili. Inoltre, la piattaforma è utile a promuovere i loro articoli e far sì che abbiano una diffusione maggiore rispetto alla sola pubblicazione sul giornale – cartaceo o online. E i lettori possono seguire ed interagire coi giornalisti, conoscere le loro opinioni ed attingere alle notizie direttamente alla fonte.

Entrare in contatto con personalità famose

Seguire celebrità, marchi e influencer è una delle cose che più piacciono di Twitter. Gli account verificati – quelli con un piccolo bollino azzurro accanto al nome – dimostrano l’identità dell’utente, appurata dagli amministratori del sistema. Seguendo questi personaggi si ha la possibilità di guardare con curiosità ad alcuni aspetti della loro vita come non si poteva prima. E, a volte, rispondono anche.

Ad esempio, il tweet di Obama per la rielezione ad altri quattro anni di presidenza è il più popolare di sempre.

Far parte di una community e partecipare alle conversazioni

Una tendenza sempre più diffusa è quella di commentare programmi televisivi ed eventi in diretta, e aprire vere e proprie conversazioni a riguardo. Tant’è che in TV sempre più spesso è la stessa trasmissione a fornire l’hashtag che darà vita alla conversazione.

Basti pensare a quanti discutono di XFactor o Masterchef, ai commenti il giorno in cui è finito Breaking Bad (#GoodByeBreakingBad) o alle conversazioni che in questi giorni si dilatano su chi possa averla vinta nella guerra delle consolle (#XboxOne vs #PS4).

A questo fine Twitter analizza i nostri interessi e crea una sezione #Scopri apposta per noi. Qui possiamo trovare tweet, notizie e immagini popolari tra le persone che seguiamo e conversazioni alle quali possiamo partecipare (caratterizzate da una linea blu che le lega).

Creatività

Twitter viene anche usato per giocare con la propria fantasia e creatività.

Ad esempio, viene spesso usato come strumento per il microblogging. Raccontare qualcosa con soli 140 caratteri può essere difficile, ma questo non è un buon motivo per non provarci. E così a molti scrittori piace lasciare piccole pillole di narrazione ai propri follower.

Un’altra tendenza è quella di creare account falsi immedesimandosi in qualche personaggio reale o di fantasia o account comici. Negli Stati Uniti, @shitmydadsays, un profilo sul quale un ragazzo pubblicava le perle di suo padre, è addirittura diventato una sitcom con William Shatner (Star Trek).

Per stimolare la fantasia dei propri utenti, i creatori di Twitter hanno anche dato vita a Vine, una piattaforma per creare piccole clip di 6 secondi che vedono poi in Twitter il canale di diffusione.

Emergenze

Tornando alla rapidità di diffusione delle notizie, non possiamo non considerare l’utilità della piattaforma per diffondere messaggi di allerta durante situazioni d’emergenza meteo o catastrofi naturali.

Questo è successo, purtroppo, la scorsa settimana in Sardegna (alla quale mandiamo il nostro sostegno) a causa dell’alluvione che ha colpito la regione. Su Twitter sono comparsi numerosi avvisi che aggiornavano sulla situazione meteo e su come comportarsi.

Non finisce qui…

Ovviamente questi non sono gli unici modi in cui viene usato Twitter. A questo elenco possiamo aggiungere: la promozione personale o della propria attività, la condivisione di piccoli momenti di vita, il servizio di supporto offerto da tante aziende.

Diamo un consiglio ai novellini e a chi è interessato ad iscriversi; cominciate cercando di capire che uso volete fare di questa piattaforma potentissima. Dopodiché immergetevi, un tweet alla volta.

Industria socio-sostenibile: l'esempio di Adriano Olivetti raccontato dal nipote [INTERVISTA]


Beniamino De’ Liguori, direttore editoriale delle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti, e nipote dello stesso, ha tenuto una lezione agli studenti dell’istituto E. De Nicola di Piove di Sacco (Padova); lo stesso istituto che, qualche settimana fa, aveva organizzato l’incontro con Federico Grom di cui vi abbiamo già raccontato.

Beniamino de' Liguori (al centro)

In questa lezione si è parlato della storia imprenditoriale di Adriano Olivetti, della sua idea di industria socio-sostenibile e della sua continua valorizzazione della dimensione glocale della Olivetti.

Olivetti: un nuovo concetto di realtà industriale

Prima di rendervi partecipi della nostra chiacchierata dobbiamo fornirvi brevissimamente gli spunti da cui siamo partiti.

Da un capitale sociale di 350.000 Lire nasce nel 1908, ad Ivrea, la Olivetti, fondata dall’omonimo Camillo. Specializzata nella produzione di macchine da scrivere si sviluppa fino a quando negli anni ’30 non subentra Adriano Olivetti, figlio di Camillo. Da questi anni in poi lo sviluppo si trasforma in un boom.

Adriano, dopo aver lavorato nella catena di montaggio, si laurea e visita le più importanti realtà industriali degli Stati Uniti dove rafforza la convinzione, nata durante l’esperienza da operaio, che la catena di montaggio risulti essere traumatica e disumanizzante per un lavoratore. “Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti a un trapano o a una pressa, e sapevo che era necessario togliere l’uomo da questa degradante schiavitù. Bisognava dare consapevolezza di fini al lavoro.”

Forte di questa convinzione lavora ad una realtà industriale che possa essere socio-sostenibile. Convinto del fatto che la fabbrica, chiedendo molto ai suoi operai, dovesse restituire altrettanto, pensò ad un modello di industria che eliminasse, dall’architettura ai rapporti con la forza lavoro, i vecchi modelli industriali che fino ad allora avevano prevalso.

Eliminò architettonicamente la gerarchia piramidale, introdusse la produzione culturale all’interno della sua azienda e si interessò dell’aspetto sociale del suo territorio.

Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore.

Olivetti si compiaceva che dalla biblioteca aziendale sparissero i libri in quanto questo fenomeno testimoniava l’interesse degli operai per la lettura.

Schivo nei confronti dei mass media e schifato dalla propria esperienza politica, Olivetti progettava l’idea di andare oltre il concetto di proprietà, immaginando una gestione comunitaria della propria azienda.

I successi industriali di quest’uomo visionario possono essere riassunti nella Lettera 22, la macchina da scrivere più famosa della storia, oggetto di culto tanto da essere esposta al Moma di New York.

La Lettera 22 esposta al Museum of Modern Art di New York

I negozi Olivetti nel mondo erano comparabili con i moderni Apple Store, tanto che quello sulla V Avenue era considerato il negozio più bello della Grande Mela. Non è strano, poi, sentire il paragone tra la figura di Steve Jobs e quella di Adriano Olivetti.

Dopo la sua morte, diventano azionisti di maggioranza Fiat, IMI, Mediobanca, Pirelli e La centrale, che come prima operazione per “salvare” l’azienda decidono di chiudere la sezione di ricerca sull’elettronica, quella che, per capirci, lavorando in segreto in un piccolo laboratorio qualche anno dopo, sfornerà il Programma 101 ovvero il primo PC della storia.

La Olivetti si ritirerà dai mercati azionari nel 2005.

Beniamino de Liguori e Olivetti: un’eredità culturale su cui riflettere

Dopo questo breve e incompleto cenno storico con il quale volevamo dare solo un assaggio delle visione di Olivetti in merito al suo concetto di industria, passiamo alla chiacchierata con il nipote Beniamino de Liguori.

Usciti dal’Aula magna dell’istituto, mentre ci stiamo accendendo una sigaretta, gli chiedo se secondo lui la decisione di chiudere il reparto di ricerca e sviluppo elettronico da parte di Fiat, Pirelli, Mediobanca e degli altri azionisti, sia stato frutto di una poca comprensione delle potenzialità dell’elettronica, oppure di una comprensione fin troppo piena e di una conseguente paura di dover dividere la torta dei fondi pubblici con un “amico in più“.

Beniamino, mentre con la sigaretta in bocca combatte il vento che gli spegne l’accendino, accenna un sorriso e risponde in maniera molto diplomatica: mi spiega che non è sicuro di nessuna delle due ipotesi, perchè se la prima mostrerebbe una triste e scarsa lungimiranza da parte delle più importanti realtà imprenditoriali italiane dell’epoca, la seconda ipotesi testimonierebbe uno spietato cinismo, incurante delle sorti di una comunità e di un intero paese.

Io allora mi sbilancio e gli dico che, a parer mio, avevano capito perfettamente le potenzialità dell’elettronica.

Lui mi sorride. Mi spiega anche che, nonostante affermi di non essere molto informato, crede che vi fossero pressioni internazionali per le quali lo sviluppo di tecnologie informatiche, fuori dagli Stati Uniti e così vicino all’Unione Sovietica, non fosse gradito in un clima di Guerra Fredda.

Introduco allora l’argomento riguardante la timidezza di Olivetti e la sua tendenza a fare senza ostentare, chiedendo se questo carattere sia stato, a suo parere, un punto di forza o di debolezza.

Dal punto di vista imprenditoriale un punto di forza, mi risponde, basta vedere cosa ha realizzato. Se però consideriamo l’abilità nel creare un seguito è stato un punto di debolezza.

La tendenza di Adriano Olivetti a non usare i media come cassa di risonanza per i suoi traguardi imprenditoriali e sociali, infatti, ha avuto come risultato la mancata volontà di seguire e preservare un’ispirazione che, purtroppo, è morta con lui.

Trovo qui una prima differenza con Jobs, dico allora. Cosa ne pensi del paragone tra tuo nonno e Steve Jobs?

Credo sia un paragone che non sta in piedi. Forse l’unico punto in comune è la capacità di vedere anni avanti in merito ai prodotti e alla capacità di creare bisogni. Ma le somiglianze si fermano qui. L’aspetto della comunicazione, l’abbiamo detto, è agli antipodi e poi c’è l’aspetto glocale. La Olivetti era presene in tutto il mondo ma produceva solamente ad Ivrea, e poi Pozzuoli, considerando questo un punto di forza. La Apple,invece,  progetta nella Silicon Valley, ma produce in zone dove la manodopera può essere sottopagata. Mio nonno, non vedeva il profitto come scopo, ma come mezzo per creare qualcosa, vedeva la fabbrica non come qualcosa che sfruttasse le risorse del luogo, ma come un mezzo che il luogo aveva per svilupparsi.

Passo allora a parlare di startup e gli chiedo un suo parere: se oggi qualche startupper avesse una vera e propria visione, secondo te, riuscirebbe a metterla in atto? Troverebbe qualcuno che crede in lui?

E’ difficile, mi risponde, oggi molte startup si costituiscono di migliori soluzioni a problemi esistenti oppure si inseriscono come strumenti per facilitare lo svolgimento di altre attività, ma difficilmente nasce qualcosa di completamente nuovo e mai visto. L’idea di un calcolatore che fosse a disposizione del singolo utente non rispondeva ad alcun bisogno, lo faceva nascere dal nulla e si offriva di soddisfarlo. In questo trovo somiglianze tra mio nonno e Steve Jobs.

Come vedi allora il panorama delle startup qui in Italia?

Sia chiaro che non sono un pessimista, precisa, il panorama è incoraggiante, infatti. Realtà come gli incubatori di startup sono una manna dal cielo perchè aiutano la proliferazione di idee, permettono a chi ne ha una di costruirci qualcosa di concreto attorno. Per fortuna di idee in Italia ne abbiamo.

Chiedo allora se considera l’idea di Adriano Olivetti, di industria al servizio di una comunità, come qualcosa di potenzialmente attuale e un modello ancora perseguibile. Dalla sua risposta sento che la ritiene una possibilità molto improbabile e dal tono della voce sembra la ritenga addirittura impossibile, ma dice anche che Adriano Olivetti ha costruito una realtà di cui, adesso, resta non solamente un ricordo, nelle sue macchine, ma anche e soprattutto un’eredità culturale. Ivrea è ancora oggi il comune italiano in cui si legge di più, in cui la formazione è percepita come un valore. La Olivetti  non ha trovato però un erede che ne portasse avanti il modello, evitando che si trattasse solo di un precedente per qualcos’altro.

Ma è proprio nella parola precedente che, personalmente, individuo un forte ottimismo e vorrei spiegare il perchè con un esempio che forse, ad Adriano (come lo chiama il nipote mentre ne parla), sarebbe piaciuto.

Probabilmente non in molti conoscono Adolf Wolfli. Nato a Bowil in Svizzera nel 1864 e morto a Berna nel 1930, Wolfli è un artista che, all’interno del manicomio nel quale era internato, utilizzava qualsiasi materiale a sua disposizione per esprimersi: riviste, giornali, fotografie, prodotti di consumo. Ben prima di Andy Warhol realizzò opere in cui inseriva prodotti che sarebbero stati poi classificati come simboli della Pop Art. Dopo la sua morte cadde nel dimenticatoio fino a quando non venne riscoperto nel 1945 ed inserito nella lista dei maggiori esponenti della Art Brut.

Adolf Wolfli, Campbell's Tomato Soup, 1929

32 anni dopo la sua morte Warhol realizzava la sua opera forse più famosa raffigurante i barattoli di Campbell’s soup.

Cosa ci dice questo esempio? Ci racconta di come ogni forma d’arte, ogni moda, ogni prodotto, ogni stile di vita, ogni movimento sociale e culturale, per avere successo e diffondersi, necessiti, non solo di caratteristiche intrinseche valide, ma anche e forse soprattutto, del tempo, del luogo e del terreno di coltura culturale adatti alla sua diffusione.

Olivetti ha dato un esempio, un precedente appunto, di industria socio-sostenibile.

Probabilmente, correggendo gli errori commessi dal visionario ingegnere di Ivrea, avremo un nuovo Andy Warhol di questo tipo di industria.