La casa dei social network: Facebook come un soggiorno

Avete mai pensato a Facebook come al soggiorno di casa vostra? Noi, sì. Ecco il nostro primo non luogo in cui vi condurremo. Mettetevi comodi, naturalmente!

Immaginiamo che i social network che “frequentiamo” abitualmente siano le stanze di una casa. Non vi scandalizzerete troppo quindi, se abbiamo utilizzato il verbo frequentare e non usare, quasi a rafforzare l’idea che i social media non siano più meri mezzi, ma consolidati luoghi di comunicazione.

Ogni stanza diventa un non luogo virtuale all’interno del quale agiscono delle dinamiche sociali differenti a seconda della dimensione spazio-temporale che contraddistingue la comunicazione in ognuna delle stanze.

Facebook, Twitter, Linkedin, Pinterest, Youtube sono i non luoghi digitali che abbiamo deciso di analizzare per comprendere le funzioni e i toni della comunicazione, di cui i brand potrebbero servirsi per meglio interagire coi propri pubblici.

Dai non luoghi urbani ai non luoghi virtuali

Dal punto di vista antropologico, il primo a parlare di non luoghi è stato lo studioso Marc Augé, che nel suo saggio Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, definisce i “non luoghi” luoghi urbani di passaggio, come ad esempio le stazioni dei treni, i supermercati o i mezzi di trasporto, fino ad arrivare ai campi d’accoglienza per i profughi. In questi spazi si assiste a una codificazione-decodificazione della comunicazione basata sull’omologazione, la spersonalizzazione e l’anonimato dei non luoghi stessi. Per intenderci, tutte le sale d’attese dei treni del mondo dal punto di vista architettonico sono grossomodo uguali e secondo Augé all’interno di questi non luoghi, l’uomo perde la propria identità e si ritrova fondamentalmente solo.

Ora, ai fini della nostra analisi, oltre a prendere in prestito il termine “non luogo” della teoria dell’etnologo francese ci interessa il concetto di surmodernità, che l’autore usa “per indicare l’amplificarsi dei fenomeni peculiari della modernità” che tiene conto dell’ “accelerazione del tempo legato allo sviluppo dell’informazione, della contrazione del tempo dovuta alla crescita dei mezzi di trasporto e di comunicazione e all’individuazione dei destini nell’ambito del consumismo, in cui tutto si consuma: informazioni e immagini comprese”.

A ogni stanza uno stile narrativo

Questo è quello che si applica anche ai social network. Pensiamoci. Prendiamo ad esempio Facebook. Non è forse vero che un aggiornamento di status, proprio perché potenzialmente visibile e condivisibile, aumenta e quindi ne amplifica l’impatto emotivo? E ancora, non è forse vero che è sui social network che si fruisce delle informazioni e delle news in tempo reale, ancor prima che gli stessi organi di stampa provvedano a farlo? Unitamente al concetto di surmodernità, ci accorgiamo che in ognuno dei non luoghi virtuali, in altri termini, in ognuno dei social network che esamineremo, è possibile che si replichino i pattern relazionali tipici dei processi comunicativi delle mura domestiche. Noi abbiamo provato a definire le caratteristiche di ognuna delle stanze.

Facebook: il nostro soggiorno

Dove li facciamo accomodare i nostri amici e conoscenti, se non in soggiorno? E’ li che scambiamo le nostre opinioni, è lì che alimentiamo gossip, è lì che guardiamo un film e lo commentiamo. E’ qui che ascoltiamo musica e ne parliamo. In soggiorno siamo noi stessi, davanti ai nostri amici, anche se a dire il  vero, non possiamo metterci troppo a nudo, perché esiste comunque un minimo di distanza psicologica tra noi e loro. Ci diamo tutti del tu, ci sentiamo a nostro agio, trascorriamo ore e ore e costruiamo storie, lunghe e infinite.

Litighiamo, discutiamo, amoreggiamo. Possiamo dire parolacce? Sì. E’ consentito, anzi, dobbiamo dirle. Il turpiloquio ci rende simpatici, umani, empatici. Possiamo essere fragili. Dobbiamo essere fragili. Perché? Così diventiamo popolari e soprattutto coinvolgenti. E’ proprio qui che creiamo il consenso: in soggiorno.

Che cosa dobbiamo mettere in conto se vogliamo dire la nostra su Facebook? Dobbiamo innanzitutto spogliarci delle formalità. Avete mai fatto caso alla noia di alcune pagine aziendali, in cui le uniche conversazioni si riducono a timidi aggiornamento di status, che non dicono nulla e soprattutto, non muovono nulla? Non basta esserci su Facebook. Se in soggiorno non si ha nulla da dire, che ci si è presentati a fare? Qui si fa casino!

Ricordiamoci quindi che nel nostro soggiorno di casa troviamo una:

  • una dimensione temporale dilatata. Una conversazione può durare giorni
  • una dimensione spaziale estesa. Una conversazione può essere lunghissima
  • una dimensione sociale priva di gerarchia. Siamo tutti amici, anche se non ci conosciamo
  • un tono di voce confidenziale. Ci diamo tutti del tu.
Si conclude qui il primo appuntamento della rubrica, La casa dei social network. Che cosa ci racconterà Francesco Gavatorta la prossima settimana? Lo scopriremo presto 😉

Nelle precedenti puntate:
1) La casa dei social network: spazi autentici o non luoghi digitali?

Scritto da

Emanuela Goldoni

Nasce nel cuore dell'Emilia, a Mirandola, per intenderci, la città del filosofo Pico della Mirandola. Per metà è partenopea, ma di mediterraneo ha preso solo il senso ... continua

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