Incubatori e startup in Brasile [NINJA DIARIO]

Incubatori e startup in Brasile [NINJA DIARIO]

Nel secondo capitolo del mio Ninja Diario, voglio parlarvi degli incubatori in Brasile. Io  stessa sono stata ospitata ed accolta all’interno di uno di essi, Habits Incubadora-Escola,  che fa capo della USP (Universidade de Sao Paulo). Il clima all’interno di un incubatore tecnologico è giovane e stimolante, le startup al loro interno lavorano con passione per raggiungere i loro obiettivi.

Cos’è un incubatore?

 

Secondo la definizione fornita dalla National Business Incubators Association (NBIA), per incubatore si intende uno strumento di sviluppo economico realizzato con il fine di accelerare la crescita e il successo di startup e progetti imprenditoriali. Un incubatore mette a disposizione risorse, conoscenze e servizi utili per le giovani imprese al suo interno. Lo scopo di un incubatore è la possibilità di creare nuove aziende, economicamente stabili che possano realizzare con successo i loro obiettivi. Queste società, una volta terminato il periodo di supporto offerto dall’incubatore, devono infatti essere in grado di portare avanti autonomamente il proprio business. Se desiderate maggiori informazioni vi consiglio di leggere un articolo pubblicato da Alessia Gambi, intitolato “Incubatori aziendali: le grandi imprese sostengono le startup“, dove sono stati forniti i pro e contro dell’incubazione aziendale.

Il Brasile, gli incubatori e la cultura imprenditoriale

Incubatori e startup in Brasile [NINJA DIARIO]

I primi incubatori furono realizzati in Brasile verso la fine degli anni ’80, anni in cui la scienza e la tecnologia brasiliana stavano vivendo un contesto di cambiamenti. Gli incubatori, nati nella maggior parte dei casi all’interno delle università, sono considerati come uno strumento utile per diffondere la cultura imprenditoriale e favorire la più ampia partecipazione delle università nello sviluppo socio-economico del Paese.  In questo modo è possibile  stringere legami più stretti tra il mondo accademico, l’industria e il governo. Gli incubatori operanti in Brasile  sono di diverse tipologie, come quelli tecnologici, socialitradizionali, misti, e  for-profit. Il decollo dell’incubatozione in Brasile è il risultato di una serie di iniziative adottate dalle università, dalle industrie e dal governo.

La storia degli incubatori brasiliani

Incubatori e startup in Brasile [NINJA DIARIO]

I primi incubatori sono stati fondati in Brasile per iniziativa dell’allora presidente della CNPq , Prof. Lynaldo Cavalcanti in cinque poli tecnologici: a Campina Grande (PB), Manaus (AM), São Carlos (SP), Porto Alegre (RS) e Florianópolis (SC). Dopo la creazione del ParqTecFundação Parque de Alta Tecnologia di São Carlos, nel dicembre 1984, è stato realizzato il primo incubatore di imprese in Brasile, il più antico, con quattro aziende all’interno. Nonostante questi eventi,  gli incubatori brasiliani si affermarono realmente nel 1987  a seguito del Seminario Internazionale sui Parchi Tecnologici a Rio de Janeiro . Quello stesso anno , nacque l’ Associação Nacional de Entidades Promotoras de Empreendimentos de Tecnologias Avançadas (ANPROTEC), che rappresenta non solo gli incubatori di imprese , ma qualsiasi impresa che utilizza il processo di incubazione per generare innovazione in Brasile . Secondo un sondaggio del 2007 , in Brasile ci sono circa 400 incubatori di imprese e 50 progetti di Parchi Tecnologici di cui 10 operativi.

Il programma “Start up Brasil”

Incubatori e startup in Brasile [NINJA DIARIO]

Il Brasile sta investendo molto in iniziative governative che possano permettere agli incubatori e ai centri tecnologici locali di competere con quelli internazionali. Un esempio è il programma “Start up Brasil “, un’iniziativa nazionale di accelerazione di Start up tecnologiche. Tra gli obiettivi del programma c’è anche quello di attirare e coinvolgere non solo talenti nazionali, ma anche cervelli stranieri per fondare imprese hi-tech nel mercato consumer brasiliano e creare posti di lavoro locali.

La mappa degli incubatori brasiliani

"Incubatori

Ecco le nomination dei primi YouTube Music Awards

Ecco le nomination dei primi YouTube Music Awards

Mancano oramai pochi giorni all’evento mediale di cui tutti stanno parlando nelle ultime settimane, gli YouTube Music Awards. Non erano ancora scemate le critiche, le analisi, le centinaia di articoli scritti sulle esibizioni degli MTV Music Awards che, alla fine del mese scorso, il colosso di Mountain View ha annunciato che avrebbe realizzato a breve il suo personale e originale show, un “attacco” alla conquista del panorama musicale e degli eventi legati ad esso.

In effetti possiamo dire che questa è solo l’ultima delle iniziative che vedono YouTube proporsi come alternativa reale alla tradizionale televisione per la fuizione di spettacoli musicali in diretta: da parecchio tempo oramai la piattaforma di Google trasmette in diretta numerosi concerti (come quello recente dei Kings of Leon a Londra in cui gli spettatori hanno anche potuto giocare con una telecamera controllabile a 360° e scegliere come guardarsi l’esibizione) e festival musicali come il Lollapalooza.

Poche ore fa sono dunque state annunciate le nomination per gli YouTube Music Awards del prossimo 3 novembre a New York, scelte in base al numero di visualizzazioni dei video, ai like e alle condivisioni totalizzate degli ultimi 12 mesi. C’è spazio davvero per tutti (anche ai fenomeni virali che fanno parte del DNA di YouTube) all’interno delle 6 categorie proposte:

Artista dell’anno

  • Eminem
  • Epic Rap Battles
  • Justin Bieber
  • Katy Perry
  • Macklemore & Ryan Lewis
  • Nicki Minaj
  • One Direction
  • PSY
  • Rihanna
  • Taylor Swift

Video dell’anno

  • Epic Rap Battles Of History con “Barack Obama vs Mitt Romney”
  • Demi Lovato con “Heart Attack”
  • Girls’ Generation con “I Got A Boy”
  • Justin Bieber (feat. Nicki Minaj) con “Beauty And A Beat”
  • Lady Gaga con “Applause”
  • Macklemore & Ryan Lewis (feat. Mary Lambert) con “Same Love”
  • Miley Cyrus ­ con “We Can’t Stop”
  • One Direction con “Best Song Ever”
  • PSY con “Gentleman”
  • Selena Gomez con “Come & Get It”

Video risposta dell’anno

  • Boyce Avenue (feat. Fifth Harmony) con “Mirrors”
  • Jayesslee con “Gangnam Style”
  • Lindsey Stirling and Pentatonix con “Radioactive”
  • ThePianoGuys con “Titanium / Pavane”
  • Walk Off the Earth (feat. KRNFX) con “I Knew You Were Trouble”

Innovazione dell’anno

  • DeStorm con “See Me Standing”
  • Atoms For Peace con “Ingenue”
  • Anamanaguchi con “ENDLESS FANTASY”
  • Bat For Lashes ­con “Lilies”
  • Toro Y Moi con “Say That”

Rivelazione dell’anno

  • Naughty Boy
  • Passenger
  • Rudimental
  • Kendrick Lamar
  • Macklemore & Ryan Lewis

Fenomeno dell’anno

  • Gangnam Style
  • Harlem Shake
  • I Knew You Were Trouble
  • Thrift Shop
  • Diamonds

Potete (ovviamente) votare anche voi, e per farlo non vi basterà fare altro che condividere il video che favorite su Facebook, Twitter o Google+.

Google +: 5 buoni motivi per cui la tua azienda dovrebbe esserci

Google Plus: perchè la tua azienda dovrebbe esserci

Chi lo bistratta, chi lo adula; chi gli dava due mesi di vita, chi crede che possa continuare a crescere e superare Facebook. Stiamo parlando di Google+, ovviamente.

Dall’uscita ad oggi esperti di social media e non, hanno dibattuto molto sulla sua reale utilità e sul suo ruolo nei confronti delle altre grandi piattaforme social. Questo gran parlare, però, ha generato confusione, portando le aziende a non comprendere il reale vantaggio dell’essere o meno presenti (anche) su questo social network.

Se anche voi vi state continuando a chiedere perché la vostra azienda dovrebbe essere presente su Google+, ecco 5 semplici, ma fondamentali, motivi che ve lo spiegheranno.

1) Post indicizzati

Come era facile immaginare fin dall’inizio, Google dà valore a quanto postato sul suo social network. Cosa significa questo per il vostro business? Che i post condivisi su G+ sono letti e indicizzati allo stesso modo dei siti web, restando inoltre più a lungo nei risultati di ricerca rispetto a quanto pubblicato su un qualsiasi altro social media.

2) Integrazione con YouTube

È recente l’annuncio di Google circa l’integrazione di G+ nei commenti su YouTube. In poche parole, gli utenti che commenteranno sulla piattaforma di condivisione video, avranno un nome e un volto grazie al collegamento con il proprio account Google Plus. Questo porterà a dare rilevanza, oltre che ai commenti del creatore del video, anche e soprattutto alle persone inserite all’interno delle proprie cerchie.

Per le aziende che hanno una community attiva su YouTube, quindi, sarà indispensabile anche la propria presenza sul social di Google.

Google+: perchè la tua azienda dovrebbe esserci

3) Author Rank

Con l’introduzione del concetto di Authorship, che collega il profilo personale di Google+ ad un sito, è diventanto impossibile per le aziende che creano contenuti testuali, ad esempio attraverso un blog, non essere presenti su G+.

Il riconoscimento di un profilo come creatore di contenuti, infatti, aiuta l’Author Rank a crescere, portando il vostro sito a un posizionamento migliore nei risultati di ricerca.

4) Hangout

Uno dei servizi più interessanti e innovativi di Google+, a disposizione di utenti e aziende, è stato fin dall’inizio quello relativo agli hangout.

Vi abbiamo già parlato di come utilizzare gli hangout per promuovere il vostro brand o per organizzare riunioni aziendali, rileggete i nostri consigli per scoprire come gli hangout potrebbero diventare davvero fondamentali! Vi ricordate, ad esempio, quando Obama ha utilizzato gli hangout per parlare con i cittadini americani?

Google +: perchè la tua azienda dovrebbe esserci

5) Hashtag integrati nella SERP

Altra novità annunciata meno di un mese fa da Google, è l’integrazione degli hashtag nei risultati di ricerca, attualmente disponibile solo per gli utenti che hanno impostato come lingua principale l’inglese.

Questo aggiornamento porterà gli utenti e le aziende che utilizzano Google+, e gli hashtag, ad ottenere maggiore visibilità attraverso i propri post – non solo all’interno del social network, ma anche tra i risultati della SERP, incrementando l’audience di un post e aumentando le possibilità di incontro con nuovi e potenziali follower e clienti.

Google+: perché la tua azienda dovrebbe esserci

L’integrazione di Google+ con gli altri prodotti Google sta diventando quindi sempre più estesa, e presto sarà irrinunciabile la nostra presenza, personale e aziendale, su questo social network, non solo per migliorare notevolmente le prestazioni di utilizzo dei diversi servizi Google, ma anche per un vantaggio promozionale a favore del vostro brand.

E voi, oltre il case study di H&M, avete casi di successo da raccontare sull’utilizzo di Google+ per la promozione della vostra azienda?

American Express: il fascino del bianco e nero conquista il web

Sembrano uscite da un vecchio baule della nonna, quelle immagini ingiallite che American Express, il colosso dei servizi finanziari e di viaggio, nato a Buffalo 163 anni fa, sta facendo circolare su Twitter, Google+ e Facebook. Sono foto che rappresentano la memoria storica di uno dei brand americani più famosi al mondo e si sa, per un popolo, come quello americano, che un vero passato non ce l’ha, una foto che ritrae una delle prime sedi di American Express è già un elemento di orgoglio storico, degno di essere condiviso.

Non parliamo solo delle immagini in bianco e nero di edifici importanti per AmEx, ma anche di sfiziosissime brochure di viaggio che risalgono al dopoguerra o di depliant pubblicitari che promuovono il brand American Express.

Quel gusto retrò che ci piace tanto

E’ proprio il caso di dirlo. Il vintage non passa mai di moda, tant’è vero che Mona Hamouly, Vice Presidente, PR e Social Media Manager di AmEx, in uno dei suoi tweet dichiara che “what is old is new“. In quel claim è racchiusa tutta la filosofia del progetto ideato dal team della Hamouly. Una campagna che, a detta della stessa, sta riscuotendo un certo successo, come lo dimostrano i numeri:

Secondo Adweek, l’hashtag #AmexArchive ha prodotto:

  • un aumento del 160% dei retweet su Twitter
  • un’impennata del 127% di Like su Facebook
  • un 100% di condivisioni in più su Facebook
  • un 104% in più di hike in su Google+
  • un 155% di commenti su Google+
  • un 366% in più di condivisioni su Google+
  • un aumento del 112% in termini di Like e commenti su Instagram

E’ per la semplicità? E’ per l’assenza degli effetti speciali? E’ per il senso di autenticità che queste immagini trasmettono? A che cosa è dovuto un miglioramento così significativo dell’engagement? Non è facile puntare sui sentimenti, soprattutto se a parlare è un istituto di credito. Eppure American Express ci riesce e coinvolge il suo pubblico americano e non.

Chiamiamola nostalgia. A quanti di noi è capitato di cercare su Youtube i vecchi spot pubblicitari degli anni ’80? Chi non ha mai condiviso il video della pubblicità Barilla, quello del gattino bagnato che viene raccolto dalla bimba dall’indimenticabile impermeabile giallo? Chi non si è incantato a guardare Joe Condor in Carosello?

Il meccanismo deve essere proprio lo stesso su cui American Express fa leva: attribuire alla storia, al passato, alla nostalgia un valore altamente social. A proposito, se pensavate che il web si fosse inventato qualcosa di nuovo con i micini o gli altri cuccioli domestici postati sulle più note bacheche dei social network, guardate un po’ che cosa hanno escogitato un bel po’ di anni fa, quelli di AmEx…è proprio il caso di dirlo: “what is old is new”. Parola di Mona Hamouly.

Angela Ahrendts: dal cavaliere alla mela con grande stile

E’ stata la notizia più chiacchierata della scorsa settimana: Angela Ahrendts, CEO del gruppo Burberry, entrerà a far parte della famiglia della mela nella primavera del 2014.
Si sa di lei che è una delle manager più pagate d’Inghilterra e che ha risollevato le sorti del luxury brand britannico per eccellenza.
Ma come mai Apple ha scelto proprio lei per guidare il suo retail online e offline?

Conosciamola meglio.

Moglie, madre, CEO

Angela Ahrendts nasce 53 anni fa in una piccola cittadina dell’Indiana. Subito dopo la laurea parte con un biglietto di sola andata per New York, determinata a sfondare nel mondo delle fashion companies.

Dopo alcune esperienze nel merchandising, a soli 29 anni diventa presidente di Donna Karan International per cui si occupa dello sviluppo internazionale tramite il licensing e la gestione del retail. In seguito entra a far parte dell’ executive board di Liz Claiborne (ora Fifth & Pacific) per poi passare a Burberry come CEO nel 2006 fino ad oggi.

Photo: Michael Hemy for BoF

La Ahrendts è un esempio positivo e costruttivo di donna manager: madre di tre figli, ha sposato l’amore della sua vita, conosciuto alle scuole elementari. A tal riguardo ha dichiarato: “Il mio lavoro è anche quello di dare il buon esempio. Qui [da Burberry] lavorano molte donne, e io ricordo sempre loro di essere prima di tutto delle madri. (…) Non voglio essere una grande CEO senza essere anche e prima di tutto una grande madre e moglie: questi sono tre lavori davvero importati”.

Il periodo Burberry

Angela Ahrendts ha raccolto il testimone da Rose Marie Bravo alla guida di Burberry in uno dei momenti più delicati per la storia del brand: una politica poco accorta di licensing aveva infatti causato uno svilimento della sua immagine elitaria e lussuosa. Nella metà dei 2000 il famoso motivo a quadri era ormai accostato unicamente allo stile dei chavs: una particolare tipologia di teenagers britannici, con bassa educazione ed estrazione sociale, famosi per le risse ed il consumo eccessivo di alcool e droga.

Angela Ahrendts ha definito tre provvedimenti fondamentali per contrastare il declino di immagine del brand:

– ha ritirato la maggior parte delle licenze di utilizzo del famoso pattern a quadri e ne ha ridotto la presenza nell’assortimento solo al 10% del totale;

– ha avviato delle campagne promozionali in cui sono state coinvolte personalità inglesi di spicco nel campo della moda, della musica e del cinema. Dimentichiamo i chavs: ora Burberry rappresenta il meglio dell’Inghilterra;

– ha spinto il brand a diventare il pioniere, nonché il best in class nello sviluppo di strategie di digital marketing. Oggi Burberry è il leading luxury brand su Facebook (con 16 milioni di fans) e su Twitter (con 2 milioni di followers).

Il bilancio dell’attività della Ahrendts da Burberry è più che positivo: il brand è ormai tornato ad essere il preferito delle fashioniste e di un certo tipo di clientela, e il primo semestre del 2013 è stato chiuso con un fatturato di 1,030 milioni di sterline, con un trend di crescita del 17%.

Apple: aspettative e rumors

Non stupisce che il colosso di Cupertino abbia scelto proprio la CEO di Burberry per guidare il proprio retail online e offline. Le due aziende infatti si sono sempre strizzate l’occhio in quanto a stima reciproca e collaborazioni.

Angela Ahrendts ha dichiarato infatti di avere “sempre ammirato l’innovazione e l’impatto dei prodotti e servizi Apple sulla vita della gente”, ed era risaputo che guardasse con un occhio particolare all’azienda come fonte di ispirazione. Infatti non ha mancato di mettere in atto delle collaborazioni importanti, come quella durante l’ultima London Fashion Week, in cui a Burberry è stata data la possibilità di utilizzare in anteprima l’Iphone 5s per catturare e condividere i momenti salienti della sfilata della collezione P/E 2014.

La Ahrendts è il terzo acquisto di Apple dal mondo del fashion negli ultimi mesi: prima di lei si sono uniti al team della mela anche Paul Deneve da YSL e Jay Blahnik da Nike. I rumors dicono che queste acquisizioni siano collegate all’attesissimo lancio di nuovi device “indossabili” quali l’Iwatch e i glasses, per i quali quindi ci sarebbe bisogno di know how proveniente dal mondo del lusso e della moda.

In realtà non bisogna dimenticare che Angela Ahrendts andrà a ricoprire il ruolo che fu creato inizialmente per Ron Johnson, che curò la start up e il lancio del progetto Apple store. Johnson veniva a sua volta dal mondo della moda, era infatti un dirigente di Target (catena di distribuzione americana). Il retail di Apple è quindi nato sotto il segno della moda, e si è sempre ispirato a quel mondo, per la vicinanza al consumatore e per il livello di servizio e di attenzione all’esperienza che spesso solo in quel campo si riesce a creare.

Attualmente gli Apple store sono i retail points con la redditività per metro quadro più alta in assoluto (60 mila euro per m2 contro i 44 mila degli store di Tiffany): riuscirà Angela Ahrendts a perpetrare questo successo e a continuare a nutrire di stile e innovazione una delle leve strategiche del successo del colosso di Cupertino?

Staremo a vedere. Nel frattempo, benvenuta Angela!

Baidu, il primo motore di ricerca cinese, accetta i Bitcoin

Baidu, il primo motore di ricerca della Cina, accetta i Bitcoin

Baidu, il primo motore di ricerca della Cina, accetta i Bitcoin

Baidu, conosciuto anche come il “Google della Cina” ha iniziato ad accettare pagamenti in Bitcoin per Jiasule, un sistema cloud che offre servizi di firewall e protezione da attacchi DDos. La notizia è stata rilanciata da Mashable la scorsa settimana. Eppure il valore del Bitcoin – la moneta digitale – ha subito nell’ultimo mese un vero e proprio terremoto. Scopriamo cosa è successo.

La fine di Silk Road

A fine settembre il valore di un Bitcoin era stabile sui 145 dollari; il 2 ottobre la FBI sequestra i beni di Silk Road, sito online che vendeva droghe, documenti falsi, virus e account Amazon trafugati. Tutti gli introiti delle vendite erano in Bitcoin: per l’esattezza si trattava del 5% dei Bitcoin attualmente in circolazione, per un valore di 80 milioni di dollari. Dopo il raid e l’arresto del proprietario del sito – Ross William Ulbricht – per spaccio e riciclaggio di denaro sporco, il valore della moneta digitale crolla a 119 US $. In molti hanno pensato che questa sarebbe stata la fine della valuta digitale open source.

Baidu accetta i Bitcoin

La partnership con il colosso Internet cinese sembra arrivare proprio in tempo per risollevare le sorti del sistema di pagamento peer-to-peer nato nel 2009. Dopo il raid a Silk Road, BTC sembra essersi ripreso, raggiungendo il valore più alto degli ultimi cinque mesi. Adesso Bitcoin può davvero dormire sonni tranquilli: Baidu è il quinto sito più visitato al mondo e il primo della Cina, secondo i dati Alexa.

Baidu, il primo motore di ricerca della Cina, accetta i Bitcoin Il direttore esecutivo della Bitcoin Foundation – John Matonis – ha dichiarato che la collaborazione è “certamente una notizia incoraggiante” e lo è ancora di più dal momento che viene da una nazione come la Cina e da un’azienda quotata in borsa. L’effetto sarà enorme: non solo la credibilità e la legittimità della moneta digitale aumenteranno, ma è molto probabile che la partnership con Baidu incoraggi altre aziende ad utilizzare Bitcoin per le transazioni finanziarie.

Baidu, il primo motore di ricerca della Cina, accetta i Bitcoin

Moneta visionaria o realtà finanziaria?

Ninja Marketing aveva già parlato di Bitcoin, evidenziando le caratteristiche positive della moneta digitale e le perplessità degli scettici. Sarà la Cina a segnare la svolta nel sistema di scambio di denaro online? Lo scopriremo monitorando la situazione nel tempo. Di certo questa notizia rappresenta non sono un “colpaccio” per Bitcoin, ma è soprattutto un’ottima occasione per capirne qualcosa di più.

Steve Grand, la star della Gay Country Music su YouTube [JACKNROLL]

Peasy ama Giennyfer, ma non glielo può confessare perché lei tresca dalla seconda elementare con David, migliore amico di Peasy, che non conclude mai niente perché si tira pippe mentali infinite sul loro amore platonico, anche perché ogni volta che sta per baciarla succede qualcosa, tipo una disgrazia familiare, un omicidio irrisolto che viene dal passato o una pioggia di meteoriti, che interrompe il momento e rimescola le carte, così che alla fine anche Giennyfer  pensa segretamente che baciare David potrebbe portare sfiga.

Poi un giorno vanno tutti a fare una gita al lago, di quelli americani che come minimo dentro ci sono i piranha mutanti. Ma Peasy non si gode la gioia della gita, perché i suoi genitori, che sono bravi e onesti lavoratori americani anche se poveri come asceti indiani e stupidi come biglie, gli hanno confessato che il suo nome deriva dal fatto che quando è nato pensavano che lui fosse una femmina e così lo hanno chiamato in onore di Patty Smith.

Al tramonto Giennyfer, dopo aver bevuto sola nel bosco con Peasy lo invita al fare il bagno nudi nel lago e lui, fraintendendo grossolanamente le sue intenzioni, prova a baciarla; ma la ragazza sconvolta lo rifiuta e si getta tra le braccia di David con il quale scambia il primo sudatissimo bacio di passione della durata 3 minuti, 2 dei quali lei li passa contemporaneamente su whatsapp.

Per affetto del bacio di David, il capoclasse cade e si rompe una gamba. In tutto questo Peasy è sereno perché il suo migliore amico è ricco e si fa Giennyfer, mentre lui è povero e le tipe lo scartano, ma la serata è fresca, è circondato da amici e quest’anno a scuola lo bocceranno e lui si porterà a letto una delle sue insegnanti.

Questo è più o meno un riassunto di 100 puntate di Dawson’s Creek e, con qualche impercettibile modifica, anche la trama del video “All American Boy” di Steve Grand, astro nascente della neo nata Gay Country Music.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=pjiyjYCwNyY’]

In sostanza togliete Giennyfer , sostituitela con un ragazzone americano che fa sembrare Brad Pitt in Troy prestante come Gianni Letta in spiaggia a San Gimignano, rendete Peasy un po’ più fico ma non meno sfigato, ed otterrete il primo video di musica country gay della storia – forse non il primo, ma il primo di cui io sia venuto a conoscenza e questa è pur sempre la mia rubrica.

E anche stavolta è tutto, se volete commentare usate il plugin di Facebook che ogni tanto ho dei problemi con disqus, mi spiace solo che non sono riuscito a citare Justin Bieber, o almeno a scrivere il suo nome che così indicizza…. vabbé dai alla prossima!

Jack ‘n Roll

Campus&Leaders&Talents, la sesta edizione il 23 ottobre 2013

L’Ufficio Laureati-Desk Imprese della Macroarea di Economia, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ed Alet – Associazione Laureati Economia Tor Vergata, in collaborazione con Alitur – Associazione Laureati in Ingegneria Tor Vergata, presenta la sesta edizione di Campus&Leaders&Talents: la manifestazione dedicata alle imprese e ai laureati che si terrà il 23 ottobre prossimo a partire dalle 9.00.

Dopo il successo registrato nelle precedenti cinque edizioni, Campus&Leaders&Talents si presenta ancora una volta ricco di iniziative per le aziende e gli studenti che vi vorranno partecipare. Campus&Leaders&Talents offre concrete opportunità per nuovi percorsi di carriera: negli stand aziendali, allestiti per l’occasione, i visitatori potranno entrare direttamente in contatto con le imprese e le opportunità formative offerte dalle stesse.

I partecipanti avranno la possibilità di confrontarsi con le aziende nel corso di presentazioni aziendali e seminari di orientamento. Infine, potranno partecipare alle selezioni che si terranno durante tutta la giornata.

Calzedonia e PriceWaterhouseCoopers, infatti, effettueranno i primi colloqui, mentre McKinsey darà il via al primo step di selezione: il test logico-matematico. Ad aprire ufficialmente i lavori di Campus&Leaders&Talents saranno Renato Lauro, Rettore dell’Università “Tor Vergata” e Gustavo Piga, Presidente della Macroarea di Economia, che interverranno alla tavola rotonda quale momento di dibattito tra il mondo universitario e il mondo del lavoro.

A seguire, l’autorevole contributo del Ministro del lavoro Enrico Giovannini, che aprirà la tavola rotonda “R-Innovare il lavoro” con il compito di delineare i futuri scenari delle politiche a favore dell’occupazione e dell’inclusione sociale. A Marco Meneguzzo, docente di CSR e Strategia aziendale dell’Università “Tor Vergata” il compito di moderare il dibattito in favore delle nuove professioni: “R-innovare il lavoro” rappresenta, infatti, l’occasione per discutere di nuove tendenze e professioni , prodotti di un mercato del lavoro in continua trasformazione e che, almeno in parte, sta abbandonando le tradizionali forme d’impiego.

Intervengono: Mauro Bonaretti, Capo di gabinetto Ministero Affari Regionali, Alex Giordano, Co- fondatore Ninja Marketing, Ezio Lattanzio,Presidente Assoconsult, Salvo Mizzi, Project Leader, Working Capital di Telecom. Chiuderà il dibattito il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

Un mese di eventi startup al Polihub di Milano


La prossima settimana il Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano, propone due importanti occasioni per i giovani aspiranti imprenditori e una novità sul programma di stage della nuova stagione.
Vi consigliamo quindi di segnare in agenda:

23 ottobre: Startup for dummies

Startup for dummies consiste in una lezione gratuita del Prof. Matteo Bogana, coordinatore delle startup del Politecnico su metodo e approccio per non perdersi nel percorso di impresa.

Nella stessa giornata verrà presentata la call for ideas Switch2product, giunta alla sua terza edizione. Il bando chiuderà il 4 novembre e mette in palio 5 ingressi nell’incubazione di Polihub e 10 ingressi all’Innovation Camp, cioè alla settimana intensiva di empowerment imprenditoriale con formazione e lavoro di gruppo.

 

24 ottobre: Startup Program Bootcamp Call for Developers

Giovedì, invece, è il momento delle presentazioni con Google e mobile developers in un testa a testa sul palco tra una startup iOS e una Android,
seguito da un aperitivo di networking e presentazione dello Startup Program Bootcamp del MIP, con una borsa di studio in palio.
Per partecipare all’evento basterà sottoscriverlo su Eventbrite.

28 ottobre: Call for creative people al Polihub

Fino a lunedì prossimo sarà ancora possibile partecipare al progetto Polihub e Polidesign, che ha messo in palio 16 stage di tre mesi all’estero in incubatori e aziende, con l’obiettivo di realizzare un progetto di startup per il mondo creativo. Per altre info, consultate  il sito Makeyourcupcake.it

#Facebookdown è finito. Il mondo è stato costretto a parlarsi di persona per alcune ore

La prima buona notizia del #facebookdown (per tutti coloro che si sono allarmati e sono andati in crisi di astinenza): Facebook è tornato!

In pausa pranzo, infatti, Facebook è andato in down in tutto il mondo. Molti profili si sono ritrovati di fronte questo messaggio, scatenando il panico nel web. Beneficiario (senza dubbio) Twitter, dove l’hashtag #facebookdown ha dominato i trend topic.


La spiegazione ufficiale di Facebook a questo tipo di problema è la seguente:

Fatto sta che si è scatenato il panico (l’iperbole è d’obbligo) negli utenti – costretti proprio nella pausa pranzo a parlarsi di persona senza poter sbirciare nei profili altrui – e nei social media manager che si sono ritrovati programmazioni di post mancanti, che ora dovranno riorganizzare.

La seconda buona notizia del #facebookdown? Esite una vita fuori da Facebook, viviamola!