Enel e il caso #guerrieri: le storie sono armi a doppio taglio?

Se siete assidui di Twitter, avrete notato in questi giorni un promoted hashtag molto invitante (almeno nelle intenzioni): #Guerrieri.

Il topic voleva coinvolgere gli utenti a raccontare la loro storia nell’ambito della campagna “Guerrieri” di Enel: un’iniziativa nata per coinvolgere gli utenti a raccontare le proprie esperienze di vita speciali, concorrendo così al concorso per vincere una bicicletta elettrica.

Il legame “battaglia – energia per vincere”, concept semplice ma tutto sommato efficace, era insomma affidato alla community degli utenti, che nelle intenzioni del brand dovevano concorrere in massa alla gara per condivere narrazioni personali e speciali attraverso la produzione poderosa di User Generated Content su una piattaforma creata ad hoc.

La scelta di veicolare con una massiccia campagna su Twitter il concept ha avuto, però, risvolti poco positivi. Nei giorni scorsi, infatti, all’Enel è stato sì dedicato un buon numero di contenuti, ma non tutti atti a evadere la richiesta dell’emittente.

Nello storify che vi proponiamo, abbiamo una serie di reazioni contrastanti. Volutamente abbiamo lasciato alcuni tweet positivi nell’elenco, per darvi un’idea della proporzione diversificata fra tweet in linea con la richiesta di Enel rispetto a quelli critici. In molti infatti hanno posto l’accento sulle attività considerate non belle, scherzando sull’essere #guerrieri… al contrario, e il rapporto di contenuti attesi rispetto a quelli imprevisti è stato decisamente a favore di questi ultimi.

Questo è un sunto della faccenda: abbiamo atteso qualche ora per vedere le risposte del brand, che per adesso non ci sono state. L’episodio però apre ad alcune riflessioni.

Sulle storie non si scherza: usare lo Storytelling è arte da… #guerrieri.

Chiedere agli utenti di mettersi in gioco può essere una soluzione interessante per alimentare la comunicazione. Se l’azione porta a stimolare la produzione di narrazioni frutto di un’esperienza personale, si può generare infatti un flusso di contenuto virtuoso e viralizzabile con facilità. Nella pratica: un brand chiede di produrre qualcosa che sarà bello fruire a prescindere dal core business veicolato (in questo caso, il mercato dell’energia) che potrebbe avvicinare eventuali prospect attirati intanto dalla bellezza di fruire un determinato numero di contenuti inediti, originali, vari.

Content marketing, insomma: basato nel caso della campagna #Guerrieri, sulle più elementari tecniche di Storytelling.

Il calcolo da farsi è però più complesso rispetto a un’osservazione sommaria. Se infatti il brand opera in un settore dalle mille sfaccettature (l’alimentare, la moda, o peggio la politica), è chiaro che la sensibilità degli utenti sarà segmentata in molte forme differenti. Prendiamo ad esempio il caso della campagna sviluppata in occasione delle ultime elezioni politiche da Scelta Civica (ne abbiamo parlato diffusamente nel post Gamification e politica: l’Agenda Monti diventa social): una strategia improntata sul coinvolgimento in prima persona dell’utente, che doveva mettersi in gioco attraverso i propri profili social per ottenere dei benefit.

In questo caso, il target di riferimento era chiaramente quello dei, passateci il termine, “clienti già acquisiti”: se un utente non era convinto della bontà dell’Agenda Monti, semplicemente non passava dal sito e non offriva la propria partecipazione. Se invece un elettore di Scelta Civica decideva di partecipare, non faceva che rafforzare posizioni probabilmente già espresse attraverso i suoi profili, andando quindi semplicemente a rafforzare un messaggio già erogato.
Il rischio “boomerang” della campagna, in questo caso, è stato pari a zero.

Diverso il caso di #McDStories (ne parliamo diffusamente qui: McDonald’s e #McDStories: ecco cos’è successo (e alcune riflessioni sul caso): alla richiesta di raccontare esperienze in maniera generalizzata, il brand si è esposto a un pubblico che per forza di cose comprendeva anche i detrattori. Un rischio che ha generato un effetto boomerang praticamente istantaneo, in seguito gestito da McDonald’s con esiti tutto sommato positivi considerando le campagne che sono seguite per dialogare apertamente con chi aveva condiviso storie di esperienze discutibili vissute nei fast food della nota catena.

Non sempre il rischio di chiedere agli utenti di raccontare qualcosa può essere gestito. Intendiamoci: ogni stimolazione dei social network da parte dei brand è potenzialmente foriero di critiche più o meno spiccate, soprattutto in determinati settori. Ma il dire agli utenti di Twitter o Facebook “Raccontateci qualcosa”, quando di base si è in una posizione complessa come quella di Enel (per via delle moltissime attività sparse per il globo) ecco che presta il fianco, inevitabilmente, a una serie di imprevisti che possono rivelare un effetto opposto a quello desiderato in partenza.

Le storie sono arte: far raccontare agli utenti, esercizio difficile. La campagna #guerrieri, di base, potenzialmente voleva mettere in circolo un concept che – ci ripetiamo – rispecchiava in maniera chiara la volontà di aprirsi a un approccio più green da parte di Enel: le critiche che sono piovute addosso all’azienda sono però state troppo precise per essere ignorate. Proprio perché però l’imput di partenza è stato “Raccontateci una storia”, se la risposta è “Prima raccontaci tu, la tua storia, spiegandoci questo episodio della tua vita” allora il brand dovrebbe, perlomeno, continuare sul medesimo sentiero e rispondere a tono a chi, legittimamente, chiede spiegazioni.

Enel dovrebbe mostrare ai #guerrieri, veri e presunti, ciò che gli viene imputato come negativo, mostrando come ogni sua azione possa rispondere a un’attività in linea con il concept della campagna, che indica – si presume – un nuovo corso.

Alcuni imput che potrebbero essere interessanti e in linea con la campagna:
“Mi imputate una cattiva gestione dell’energia in America Latina? Vi racconto le idee di sviluppo laggiù.”.
“Mi accusate di vendere a caro prezzo il mio prodotto? Datemi un contributo in termini di idee che io valorizzerò per far sì che la bolletta scenda.”.

Il brand deve insomma continuare ad applicare le regole della metodologia, andando però a parlare il medesimo linguaggio degli utenti. Quando si usa lo storytelling è il narratore ad avere il coltello dalla parte del manico, e non è (solo) il brand ad assolvere questo ruolo: ma tutti gli utenti.

Se un’azienda che chiede di raccontare a chi la segue poi… non si racconta, il risultato è che sarà sempre attaccabile. E, inevitabilmente, lo scopo della campagna andrà perduto in un mare di critiche.

Che ne pensate, amici lettori?

Come rendere il tuo personal brand più interessante in 10 mosse



Comunica chi sei e quanto vali. Cos’è la normalità? Se ci guardiamo allo specchio, ognuno ha le sue differenze e peculiarità. Perché non metterle al servizio dei nostri obiettivi? Sono proprio le nostre deviazioni dalla norma a renderci unici e interessanti. Soprattutto nel lavoro.

La curiosità è una delle caratteristiche fondamentali per il successo e l’evoluzione della specie umana. Non fermiamoci e continuiamo ad esplorare proprio come facevamo da piccoli. Esploriamo luoghi, persone, idee e impariamo a vedere nuove o potenziali connessioni tra loro.

Viviamo in una società basata sulla conoscenza ed il singolo individuo non conosce il tutto. Sfrutta il network di esperti che è sempre intorno a noi, poniti al centro degli scambi di sapere. Permetti agli altri di attingere alla tua fonte, un giorno potrai attingere tu alla loro.

Ogni tanto sospendere l’azione va bene; l’ozio creativo ci aiuta a osservare le nostre azioni e decidere meglio i prossimi passi. Ma se credi di star vivendo una “fase no“, confrontati con una persona che stimi, fai sport, fai meditazione, vai ad un concerto, crea. Fai qualsiasi cosa! Te lo dice anche Joe Hudy, quattordicenne americano malato di ADD e sindrome di Asperger. Joe produce e rivende milioni di bracciali con il mantra: “Don’t be bored – MAKE something!”

Lottare per un ideale ci rende vivi, utili. Secondo le ultime ricerche, le persone più felici sono quelle che, per lavoro, inseguono i propri ideali. Dunque, trova il modo di associare la tua mission lavorativa alla tua vision etica della vita. In che cosa credi?

Se sei Liam Gallagher funziona. Altrimenti lascia perdere. Le persone odiano i superbi, soprattutto al lavoro. Attirerai l’attenzione all’inizio e poi la perderai. Hai mai avuto voglia di lavorare con una persona difficile, spocchiosa, che si mette da sola su un piedistallo? Per parafrasare Gandhi: sii la persona con la quale anche tu vorresti lavorare!

Si chiama pensiero divergente: cioè pensare – ma anche agire – in maniera diversa dagli altri. Sperimenta qualcosa di nuovo. Un nuovo sito, una nuova tecnologia, una nuova prospettiva. Chi non esce dalla cosiddetta comfort zone difficilmente potrà eccellere.

Fare le cose come le fanno gli altri, accodarsi a chi vediamo davanti e vivere di riflesso ci rende tranquilli – ma mai interessanti. Il personal brand è il tuo carro. Quale tribù di persone saresti in grado di guidare? Inizia col rispondere a questa domanda ed inizierai ad essere riconoscibile.

In termini psicologici si chiama assertività. Esprimere se stessi senza aggredire o offendere gli altri e senza esserne sottomessi; quando un cliente viene al mio studio (da psicologo) è la prima caratteristica su cui lavoro. Dopo un po’ non sembra più la stessa persona: é consapevole delle proprie risorse e dei propri limiti ed è pronta a combattere per i suoi obiettivi.

Ascolta con cura le osservazioni che ti fanno. Quelle costruttive però! Se non ti indicano qualcosa di specifico su cui stai sbagliando e non ti danno una possibile soluzione/scenario, lascia perdere. Sulla vaghezza non poggiano fondamenta. Impara a riconoscere la linea sottile tra critica e tentativo di scoraggiamento.

Canon vince l’Emmy per il migliore spot 2013

Quelli che oramai sono convinti che il tradizionale spot tv – ‘commercial’, come lo chiamano i veri mad men – abbia raggiunto la fine della sua era dovranno ricredersi con il piccolo capolavoro Inspired.

Firmato dall’agenzia Grey’s di New York e diretto da Nicolai Fuglsig (MJZ) lo spot ritrae una serie di fotografi in alcune situazioni imbarazzanti e pericolose. Un uomo in bilico sul tetto innevato di una casa, un altro che quasi affoga, una donna inseguita da una giraffa e molto ancora. Tutti uniti dalla passione per la fotografia e disposti a tutto per catturare lo “scatto perfetto”.

L’headline “Long live imagination” compare dopo la rappresentazione delle ridicole situazioni seguita poi dagli scatti spettacolari frutto della passione e della follia di questi intrepidi fotografi (o aspiranti tali). Il tutto condito da una regia spettacolare e dall’affascinante versione di Rachel Fannan della canzone Beautiful Dreamer.

Di recente lo spot è stato premiato ai 65th Annual Creative Arts Emmys Award nella categoria “Outstanding Commercial” superando l’agenzia Wieden + Kennedy, vincitrice del premio da quattro anni e quest’anno in lizza con lo spot Nike “Jogger”.  Gli altri candidati erano l’agenzia BBH + Google Creative Lab con lo spot “Jess Time” per Google Chrome e Crispin Porter + Bogusky con lo spettacolare spot vintage “The Chase” per la mostarda Grey Poupon’s.

Ecco gli altri spot candidati al premio di quest’anno:

Quale tra questi è il tuo preferito?

Walking display: una pubblicità che va al passo svelto delle metropoli

Walking display: una pubblicità che va al passo svelto delle metropoli

Walking display: una pubblicità che va al passo svelto delle metropoli

Una pubblicità per chi va di corsa e si muove col passo svelto di chi vive nelle metropoli. La walking display è una forma di Out-Of-Home advertising che cattura l’attenzione dei passanti non con una sola immagine, ma con con un flusso di immagini.

L’obiettivo è intercettare l’attenzione del consumatore durante la sua shopping experience. Un consumatore che è saturo di informazioni pubblicitarie, per questo è fondamentale per le aziende sperimentare modalità alternative in grado di emergere da questo sovraffollamento.

La walking display richiama le dinamiche delle video proiezioni utilizzate nel digital signage, ma introduce una novità: non richiede una sosta del passante in quanto lo accompagna nel suo percorso. L’efficacia del digital signage e l’utilizzo di display per veicolare messaggi è dimostrata da un’indagine Ipsos dalla quale risulta che il 68% dei consumatori nota gli schermi all’interno di un punto vendita dotato di schermi e display attivi, il 55% è influenzato dai digital media durante l’atto d’acquisto e il 41% ricorda i prodotti o le marche presentati sugli schermi digitali.

La tecnologia utilizzata

Alla base della tecnologia utilizzata c’è un concetto semplice: la simulazione di movimento dei flip book. L’unica differenza è che la sequenza di immagini non si trova su carta ma su un display in grado di adattarsi alla velocità e alla direzione di movimento dei passanti.

I singoli frame di un video oppure le immagini statiche sono stampate e collocate in sequenza sui display: sarà poi il passante, grazie al suo movimento, a creare l’illusione ottica di un filmato.

Memory recall

L’impatto sull’attenzione dei passanti è notevole:

  • 90% delle persone ricordano perfettamente il messaggio e il contenuto disposto dentro, sotto e sopra il display.
  • 85% delle persone affermano che il loro tragitto è più piacevole grazie alla nostra tecnologia.
  • 82% delle persone attendono di vedere il successivo messaggio pubblicitario.
  • 75% delle persone ricordano il messaggio per oltre un mese.

Fonte: Exinde Adworth Study

Case History

Aziende internazionali come Coca-Cola, Nokia, McDonald’s e Chevrolet utilizzano questa forma di OOH Advertising in metropoli come New York e Tokio. In Italia sta iniziando a diffondersi in grandi città come Milano, dove Submedia llc e il suo licenziatario Metrolution hanno realizzato una walking display nella galleria Santa Radegonda in Duomo.

Walking display: una pubblicità che va al passo svelto delle metropoli

Instagram hotel: una notte gratis se hai almeno 10,000 follower

Il mondo del turismo diventa social, anche gli hotel di lusso sbarcano sui social media e lo fanno in grande stile. Pensando a tutti gli utenti di Instagram sparsi per il pianeta a Sidney è stato realizzato 1888 Hotel, un boutique hotel a cinque stelle dalla personalità spiccatamente social.

Diverse le proposte pensate dalla direzione.
Appena giunto nell’hotel ciascun ospite viene invitato a postare un’immagine del proprio check-in nella bacheca digitale di Instagram. A disposizione degli ospiti in aggiunta all’ormai immancabile wi-fi è possibile trovare un iPad in ciascuna delle 90 stanze.

Per gli ospiti più social infine, soggiorni grati. Tutti coloro che scattano le immagini più belle o che hanno più di 10,000 followers su Instagram vengono infatti premiati con una notte omaggio.

Ecco alcune immagini dell’hotel, potete trovarne altre su Instagram tramite l’hashtag #1888hotel.

Ninja Academy al TechCrunch Italy, come progettare startup contagiose [EVENTO]

“A volte ci dimentichiamo che progetti di successo come Google, Facebook, Twitter non sono solo piattaforme tecnologiche che hanno intercettato dinamiche sociali, sono anche dei Brand forti e distintivi in grado di rispondere a specifici bisogni psico-culturali. Ma come creare un brand contagioso partendo dalla psicologia archetipica?”.

Così Mirko Pallera, digital branding strategist, CEO della Ninja Academy e autore del marketing best seller Create! Progettare idee contagiose (e rendere il mondo migliore) illustrerà agli startupper il suo modello di progettazione Viral-DNA Brief Model e i principi fondamentali dell’archetypal branding per TechCrunch Italia.

Voglio seguire il workshop per progettare il brand della mia startup!

Il workshop si terrà il 27 settembre alle 10:45 al MAXXI- Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, in un contesto di per sé già molto atteso: TechCrunch Italy, il principale evento italiano dedicato al digitale e alle startup. Se hai una startup e ti spaventa affrontare il tema della traction, della disseminazione, della promozione e della costruzione della tua architettura di marca, questa è la tua imperdibile occasione per venire a conoscere il team Ninja Academy ed a mettere i primi mattoncini della strategia di marketing della tua startup!

L’obiettivo del TechCrunch è offrire all’imprenditoria digitale del nostro Paese un’opportunità unica per ottenere una vetrina internazionale e incontrare alcuni tra i maggiori esperti mondiali del web, oltre che godere del supporto di alcuni tra i brand più influenti negli ambienti dell’innovazione e aziende emergenti nello scenario startup.

Ninja Academy è la scuola di formazione nata per formare i comunicatori e gli imprenditori digitali del futuro. La scuola – nata da Ninja Marketing, il sito di riferimento degli innovatori digitali – propone corsi tenuti dai migliori professionisti italiani con formule intensive e innovative. Specializzata oggi nella formazione di marketing online, live e on demand, ha formato dalla sua nascita più di 1500 professionisti.

Il workshop Ninja Academy al TechCrunch si inserisce, perciò, all’interno del dibattito su come favorire ed esaltare il bacino inesauribile di buone idee italiane con un forte potenziale imprenditoriale, in grado di moltiplicarsi in contesti stimolanti e aperti alla sperimentazione e al dialogo, all’interno di un’esperienza in grado di ispirare il cambiamento e sviluppare un ambiente sempre più attrattivo per gli investitori di tutto il mondo.

Un corso Academy dedicato agli startupper: fare di più con meno

Se hai una startup e ti interessa continuare ad approfondire il tema, Ninja Academy ha in catalogo un corso ad hoc dedicato all’imprenditorialità: Marketing Low Cost per PMI e Startup. Puoi iscriverti da adesso al free webinar di presentazione su strumenti, tecniche e strategie per ottenere il massimo con il minimo investimento.

Vienici al trovare all’infopoint Ninja Academy al MAXXI: puoi ritirare in esclusiva un coupon con il 20% di sconto su questo corso!

Adobe: sai davvero cosa fa il tuo marketing? [VIDEO]

Adobe: sai davvero cosa fa il tuo marketing? [VIDEO]

Chiunque abbia a che fare con vendite, marketing, comunicazione, conosce bene questa regola: monitorare è importante. Ma siamo certi di farlo nel modo giusto? Dati, numeri, tabelle, possono essere un problema in assenza di adeguati strumenti di analisi. Questo è quello che ci comunica AdobeSystems nel suo ultimo spot “Click, Baby, Click!“.

I disastri incombono, aleggiano sempre sulle spalle di analisti poco attenti. Potrebbe accadere, ad esempio, che si scambi un’impennata negli ordini di un prodotto assolutamente obsoleto come un’enciclopedia cartacea per un improvviso revival di consumo collettivo, quando invece tutto dipende da un dolce pargolo che ha preso particolare confidenza con il bottone “Acquista” sull’iPad dei genitori.

Adobe: sai davvero cosa fa il tuo marketing? [VIDEO]

Adobe: sai davvero cosa fa il tuo marketing? [VIDEO]

Ecco allora che l’errata interpretazione innesca un’accelerazione di produzione delle vecchie enciclopedie che coinvolge l’azienda editoriale, il sistema di distribuzione, il reperimento delle materia prime, fino ad arrivare alle quotazioni di borsa. Un vero uragano, causato non dal battito di una farfalla, ma dall’indice innarrestabile di un bambino.

Lo spot è stato realizzato dall’agenzia Goodby, Silverstein & Partners per promuovere il servizio Adobe Marketing Cloud. Un montaggio veloce e coinvolgente, accompagnato dalla musica in continuo crescendo che enfatizza la freneticità con la quale l’intero processo di produzione e distribuzione si accelera dal momento in cui il responsabile delle vendite (interpretato dall’attore Michael Learner) ne ha dato ordine. È la head finale che ci aiuta a dare una lettura definitiva dello spot:

Do you know what your marketing is doing? We can help.

Credits:

Ad Agency: Goodby, Silverstein & Partners
Creative Department Partner: Rich Silverstein
Associate Creative Director: Will Elliott, Patrick Knowlton
Art Director: Nick Luckett
Copywriter: Drew Burton

E-Tourism LAB, l'importanza del design esperienziale nel marketing turistico [INTERVISTA]

Partecipazione diretta, coinvolgimento, condivisione: la rete ha trasformato le modalità con cui le persone interagiscono. Il settore del turismo è stato tra i primi a dare inizio a questa rivoluzione: dai motori di ricerca ai social network, le piattaforme digitali dedicate all’esplorazione dei luoghi sono spuntate come funghi. Google Search, Facebook, Foursquare, TripAdvisor, Booking, Places, Hotel Finder, Oyster.com

Informazioni turistiche costantemente aggiornate e di prima mano, con cui doversi confrontare in un’ottica di marketing e di branding. Sono questi i temi di cui si parlerà all’E-Tourism LAB il 25-26 settembre a Levico (TN), l’evento-laboratorio dove trovare soluzioni innovative alle sfide che il web ha posto al mercato turistico.

E-Tourism LAB si rivolge agli albergatori, a tutti gli operatori del settore dell’ospitalità e a tutti coloro – aziende, professionisti, appassionati – che si occupano di Web e Nuove Tecnologie per il Turismo.

Tra gli speaker vi sarà Antonio Bonanno, Managing Partner di Digital Natives e dSearch, due realtà che operano da oltre 5 anni nel campo della promozione del turismo, soprattutto quello alberghiero. Digital Natives  nasce nel 2007 a Milano, cominciando sin da subito a muoversi nel nuovo ecosistema digitale, dai social network ai nuovi strumenti della User Experience. Ecco qualche anticipazione sul dibattito dell’evento.

Come possono le strutture ricettive tutelare l’online sentiment e la reputazione del proprio brand sul web?

Non tutti i fattori dell’equazione sono sotto il controllo diretto delle strutture, ma alcuni sì. Penso in particolare alla presenza web, all’advertising e ai social network: sono tutti ottimi strumenti per gestire le aspettative dei clienti, e aumentare la soddisfazione (e quindi la reputazione) della struttura. Le OTA (Booking.com, Expedia e altri) e i siti di metaricerca come Kayak tendono ad appiattire le differenze e ridurle al prezzo e ad un punteggio numerico, che spesso non rende l’idea dei reali punti di forza, e di debolezza, di un albergo rispetto ad un altro. I dati ci dicono che prima di arrivare ad una prenotazione, un utente visita in media 7 siti, compreso quello dei diversi alberghi tra cui sceglie: l’occasione per trasformare un utente in cliente è quindi alla portata di chi gestisce meglio la propria presenza web.

All’E-tourism Lab parlerai del concetto di User Centered Design. Quali sono oggi gli strumenti migliori per mettere l’utente al centro della propria comunicazione turistica?

Gli strumenti fanno parte di un metodo che abbiamo messo a punto in questi anni di esperienza con strutture ricettive, e parte da un’analisi che prende in esame il mercato, i competitor, i clienti e i potenziali clienti. Successivamente si passa al design più generale di architettura e flussi di navigazione, che partiranno dai dati raccolti nella fase precedente per elaborare dei percorsi coerenti che aiutino a trasformare i visitatori in clienti. La fase finale, quella di interfacce e sviluppo, diventa quindi una conseguenza naturale, basata su dati e non su semplici preferenze o mode del momento. Questo tipo di approccio garantisce la massima efficacia e un misurabile aumento di fatturato per il canale web.

Levico

Quali sono le linee guida che gli operatori turistici dovrebbero adottare per approcciarsi alla rete ed alle nuove tecnologie social?

Una bussola sono i numeri: purtroppo troppo spesso vengono intraprese iniziative, anche su consiglio di consulenti, che non hanno un vero e proprio ritorno, o che non fanno parte di una strategia di medio termine. È fondamentale, prima ancora di cominciare, stabilire e quantificare gli obiettivi che ci si pone.
Alcuni esempi: in una campagna di advertising, il costo per conversione, che visto dalla prospettiva dell’albergo significa capire qual è la marginalità media che si vuole ottenere tramite le campagne pubblicitarie.

Per i social media, si possono usare metriche come l’engagement, stando attenti a considerarne entrambe le dimensioni (quantità ma soprattutto qualità: quante interazioni si trasformano poi in prenotazioni?). Insomma, più generale: trattare il canale web esattamente come tutti gli altri canali di promozione e vendita, senza eccezioni – non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo finale, e cioè la salute della nostra struttura ricettiva.

MaKey MaKey trasforma Pizza Hut in musica [VIDEO]

Per festeggiare e celebrare i 250.000 fan su Facebook, Pizza Hut Canada ha deciso di fare le cose in grande organizzando un concerto a suon di… pizza e salse!

Un video semplice e geniale quello di Pizza Hut Canada che ringrazia i fan di Facebook con un concerto tutto speciale. La pizza del noto marchio in franchising di ristoranti diventa un vero e proprio strumento musicale grazie alla tecnologia MaKey MaKey che trasforma qualsiasi cosa in controller.

Del progetto MaKey MaKey vi avevamo parlato qualche tempo fa, consiste nel collegare qualsiasi oggetto ad un dispositivo che riconosce il tocco e fa partire un’azione. Che sia scattare una foto, schiacciare un tasto e emettere un suono, MaKey MaKey è in grado di fare ogni cosa: basta collegare il dispositivo ad un oggetto e il gioco è fatto.

Allora perché non farlo con una pizza e delle salse? Questa l’idea di Pizza Hut Canada che realizza un vero e proprio videoclip di musica elettronica utilizzando uno dei piatti più famosi del marchio come strumento musicale.

Il risultato è senza dubbio interessante e divertente anche se aleggia il fantasma del “già visto, già sentito”. La tecnologia MaKey MaKey ormai è una realtà molto conosciuta e apprezzata da tutti e, quindi, l’effetto sorpresa svanisce subito. C’è da dire, però, che è la prima volta che viene usata per una campagna pubblicitaria.

In conclusione il video di Pizza Hut Canada risulta gradevole e divertente soprattutto per l’utilizzo della pizza e di alcune salse come strumento musicale. Sfortunatamente però l’utilizzo di una tecnologia già nota a molti e la totale mancanza di una trama e varietà nelle immagini non cattura l’attenzione dello spettatore fino alla fine. Meglio mangiarsi un pezzo di pizza davanti alla tv.

Harvard stanzia 10 milioni di dollari per non lasciare l'università

Spesso le idee vincenti arrivano quando si è capaci di guardare più lontano, con meno barriere mentali,  ispirati da un ambiente stimolante e da compagnie ambiziose. Durante gli anni degli studi universitari.

Se però questo colpo di genio arriva, che fare? Seguire gli illustri esempi di Steve Jobs e Bill Gates e lanciarsi nella progettazione e nello sviluppo della propria idea, o aspettare con pazienza di raggiungere una ottima base formativa?

The Zuckerberg effect

Lo chiamano “effetto Zuckerberg“: il sogno di entrare nella classifica dei miliardari under 30, che spinge tantissimi giovani ad interrompere gli studi e dedicarsi anima e corpo alla proprio startup,  incoraggiato da realtà come Pay Pal che,  con il suo fondatore Peter Thiel, stanzia dal 2011 una borsa da 100mila dollari per i giovani  che dimostrino le migliori attitudini, riservando questa possibilità soltanto ai minori di 19 anni. Sembra un chiaro tentativo di “strappare” le menti geniali al contesto universitario per accaparrarsi delle quote in future aziende di successo.

E se il successo poi non arriva?

 

10 milioni di dollari per gli studenti

Per contrastare questo fenomeno da ammirazione dei fuori corso illustri, la prestigiosa Università di Harvard ha attivato un piano di finanziamento agli studenti più meritevoli che ottengono una cospicua somma per creare la propria startup a patto di concludere gli studi. Un sistema in grado di mettere al sicuro le valide idee degli studenti senza costringerli a rinunciare alla formazione accademica e, anzi, che consente al prestigioso ateneo di partecipare a progetti vincenti “mettendo la firma” quando questi vengono sviluppati.

10 milioni di dollari per frenare la fuoriuscita dei talenti  da una delle top universities che comunque  mantiene un tasso del 97.4% di laureati con nessun ritardo sui tempi. Il danno infatti, non è puramente economico quanto di immagine: non tutti nascono Zuckerberg, e rinunciare ad un percorso formativo di altissimo livello, con degli standard selettivi durissimi implica un cambio di direzione nelle aspettative dei giovani studenti. La possibilità di conseguire un titolo così importante a  Stanford, Berklee o presso la stessa Harvard, il cui ingresso matura dopo l’esclusione di migliaia di giovani aspiranti, non è più vista come l’aspirazione massima per entrare di diritto in ottime posizioni lavorative.

 

Meglio far lavorare il cervello e rimboccarsi le maniche?

Impegnare tanto tempo e risorse sui libri ha ancora senso nel contesto sociale fortemente modificato dalla velocità con cui i contenuti vengono sviluppati, comprati e venduti?  Sui 30 lavori in rapida crescita nei prossimi anni solo 7 richiedono una laurea, secondo i dati del Bureau of  Labor Statistic pubblicati dal New York Times, ma nonostante questo chi possiede una laurea ha ancora più opportunità di guadagno rispetto a chi non è laureato.

E in Italia?

Il sistema universitario italiano potrebbe prendere spunto dall’interesse innegabile di Harvard per il futuro dei propri studenti (e certamente per gli interessi correlati)?

Sebbene il finanziamento alle idee vincenti degli studenti sia ammirevole, in qualche caso utile, in Italia si pone un problema per certi versi opposto: il Politecnico di Torino guida la poco lusinghiera classifica degli atenei con il maggior numero di studenti fuori corso (addirittura più della metà!), tallonato da università di prestigio come quella di Pisa.

Rispetto ai casi isolati di geni come Jobs, Gates e Zuckerberg, per i quali il titolo universitario farebbe comunque davvero poca differenza, la stragrande maggioranza di noi ha bisogno di una formazione adeguata per raggiungere risultati di rilievo e posizioni lavorative invidiabili.

Per citare Leonardo Da Vinci “O studianti, studiate le matematiche, e non edificate senza fondamenti

La “formula magica” rimane sempre una: studiare.