Microsoft Digi, nuove frontiere di "digi"talizzazione

Microsoft Digits, nuove frontiere di "digi"talizzazione

Con Kinect il colosso di Redmond aveva già dimostrato ampiamente di voler entrare nell’universo dei motion controller dalla porta principale. Un primo passo a cui, era facile ipotizzare, sarebbero seguiti altri step di rilievo.

Eccoci, quindi, di fronte l’ennesima meraviglia sperimentale che promette di integrare il feeling della gestualità con la praticità e la versatilità della tecnologia d’avanguardia.

 Microsoft Digi, nuove frontiere di "digi"talizzazione Digits è  una sorta di bracciale che integra un illuminatore infrarossi e una telecamera a raggi infrarossi per leggere i movimenti di dita, polso e mani e trasmetterli ai nostri device domestici.

Attraverso questo prototipo è già possibile controllare tutta una serie di applicazioni che vanno dal cellulare al pc di casa, fino ad una completa integrazione con i videogame: Digits, infatti, permette di rispondere alla chiamate con un bel “pollicione su” alla Fonzie o di sparare a degli oggetti a schermo semplicemente mimando una pistola con le dita.

Rispetto a Kinect il passo avanti è notevole, sopratutto in termini di precisione e portabilità, dal momento Digits può essere utilizzato anche lontano dai device a cui è collegato.

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Attivare la musica nella stanza a fianco, far scorrere le canzoni o controllare il pc non è mai stato così facile ed immediato. Basterà un giro di polso e qualche scossa con il braccio per addomesticare tutte le apparecchiature digitali in nostro possesso.

 Microsoft Digi, nuove frontiere di "digi"talizzazione E’ difficile, ora, prevedere quando e come Digits verrà commercializzato.

Certo è che siamo di fronte all’ennesimo segnale forte di una penetrazione sempre più fisica della tecnologia all’interno della nostra vita quotidiana.

 

Potere e risorse all'ottimizzazione! Il manifesto del movimento Occupy SEO [INFOGRAFICA]

Le vostre strategie di SEO non vi portano ai risultati attesi? Non siete i soli. A questo punto allora vi sorgerà subito il dubbio di capire dove sbagliate. La risposta è semplice: nelle strategie di SEO! 🙂

No, non è una presa in giro né un’accusa. Il mondo web è in evoluzione continua – e di conseguenza anche i metodi di ricerca, mentre alcune tecniche di SEO sono ‘ferme’ a quando l’ottimizzazione per i motori di ricerca si limitava ai contenuti del vostro sito. Ora però bisogna includere altre variabili, quali ad esempio i contenuti condivisi sui diversi social network.

Da un’analisi fatta da The Search Agency è risultato che solo il 6% degli utenti cliccano sui risultati delle ricerche sponsorizzati. È per questo motivo che hanno lanciato l’appello “Occupy SEO” che rivendica il diritto da un lato del rimanente 94% degli utenti di ottenere risultati migliori e più attinenti alle proprie ricerche… e dall’altro dei marketer ad avere maggiori risorse da allocare nella SEO.

Ecco l’infografica con i risultati della ricerca comprensiva della dichiarazione del movimento “Occupy SEO“.

Occupy SEO - We are the 94%

Anche voi pensate che le tecniche di SEO siano da rivisitare? Raccontateci i vostri risultati e le vostre esperienze!

"I am a crisis" la potente campagna istituzionale della British Red Cross [VIDEO]

Esistono concetti potenti e complessi che difficilmente si riesce a comunicare senza cadere nell’oblio della ripetizione e della banalità, o senza utilizzare immagini e richiami forti e crudi. Ciò è vero soprattutto nel caso della comunicazione sociale. Per questo motivo l’ultimo spot della British Red Cross attira immediatamente l’attenzione di chi si trova a guardarlo.

Protagonista del video una giovane ragazza dallo sguardo penetrante e intenso che cammina tra campi e boschi in solitudine, accompagnata solo dal suo cane. Una figura controversa, un viso dolce e gentile nascosto in parte da un cappuccio scuro. L’attrice guarda dritta in camera, come a rivolgersi direttamente ad ognuno di noi, recitando quella che sembra una triste poesia.

“Io sono il fuoco che ti lascia senza un tetto,
un attacco di cuore in corsia sei,
la prescrizione medica che non puoi avere.
Sono il lecca lecca incastato nella gola di tuo figlio,
il tamponamento in autostrada che ti ha lasciato traumatizzato,
il cibo che non puoi comprare.
Sono il motivo per il quale ti serve una sedia a rotelle,
l’inodazione che ti ha bloccato,
la casa vuota quando torni dall’ospedale.
IO SONO UNA CRISI, E NON MI IMPORTA CHI TU SIA.”

Leagas Delaney, l’agenzia londinese che si è occupata di creare l’advert, ci offre un’immagine insolita, adodlcita e forse per questo inquietante dell’emergenza, di quella crisi che ci colpisce quando meno ce la aspettiamo. Un’immagine pacata che diventa più oscura quando la ragazza giunge al cancello di un’abitazione pronunciando la frase chiave dell’annuncio “non mi importa chi tu sia“, a simboleggiare l’emergenza che può colpire chiunque, indiscriminatamente.

Incidendi, infarti, soffocamenti, alluvioni, assistenza domiciliare e psicologica: anzichè fornire un elenco troppo formale dei suoi servizi, la British Red Cross sceglie di impostare un racconto noir (che richiama figure ed elementi fiabeschi come la ragazza con il cappuccio e il lupo, la città in lontananza, il buio) essenziale e diretto. La parafrasi è semplice: “abbiamo aiutato un milione di persone solo negli ultimi 12 msi, per qualcosa che potrebbe capitare anche a te; ora è il momento di aiutarci“.

Cosa ne pensate di questo spot? Vi ha colpito il format?

Credits

Director: Seb Edwards
Creative Director: Nigel Roberts
Art Director: Alan Cinnamond
Producer: Simon Cooper
DoP: Barry Ackroyd
Agency Producer: Michelle Hopkins
Editor: Sam Rice-Edwards

Nonprofit e innovazione si uniscono nel Nonprofit Innovation Day! [EVENTO]

Martedì 23 ottobre , dalle ore 9.45, presso l’ Università Bocconi – Velodromo, in Piazza Sraffa n°13 a Milano, si terrà la prima edizione di un’ importante conference dedicata all’innovazione nel settore nonprofit: il Non Profit Innovation Day 2012.

Nonprofit Innovation Day

L’iniziativa partorita da Francesco Quistelli, Federica Bandini, Giuliana Baldassarre e Giuseppe Ambrosio, e promossa dall’Area Public Management & Policy e dal Master in Management delle Imprese Sociali, Non Profit e Cooperative (NP&COOP) con il contributo di IDMC, ha l’obiettivo di diventare un evento importante nel settore non-profit.

Lo scopo è quello di parlare del connubio e dell’interazione che questo settore può avere con l’ “innovazione”.

I relatori

Durante la giornata, dei relatori di alto livello affronteranno questo tema da quattro diverse angolature: fundraising, comunicazione, strategia e sviluppo imprenditoriale.

Tra questi troviamo:

Giorgio Invernizzi, SDA Professor di Strategia e Imprenditorialità;
Federica Bandini, SDA Professor di Public Management and Policy;
Filippo Addarii, Executive Director of Euclid Network;
Giuseppe Ambrosio, Coordinatore Marketing e Fund raising Master NP&COOP;
Andrea Cinelli, CEO & Founder di INVENTIA;
Paolo Ferrara, Responsabile fund raising e comunicazione Terre del hommes;
Valentina Melis, Giornalista Il Sole 24 Ore;
Mirko Pallera, Co-fondatore Ninja Marketing;
Francesco Quistelli, Direttore Marketing e Sviluppo IDMC, Co-founder NIN, Nonprofit Innovation Network;
Sean Triner, Co Founder Pareto Group;

Ricapitoliamo:

Cosa: Nonprofit Innovation Day 2012, la priam edizione di un evento dedicato al non-profit e all’innovazione;

Quando e dove: martedì 23 ottobre dalle 9.45 presso l’Università Bocconi di Milano – Piazza Sraffa,13

Cosa accadrà: 6 importanti relatori, 1 tavola rotonda guidata da Valentina Melis del Sole24Ore, 2 workshop di approfondimento su temi caldissimi come fare fundraising in tempo di crisi (ancora Sean) e il fundraising digitale (tenuto da Mirko Pallera di Ninja Marketing insieme a Paolo Ferrara).

L’evento è gratuito previa iscrizione online. Per maggiori informazioni: network.pmp@sdabocconi.it – tel. 02 5836.6856

Capire i Big Data e fare la rivoluzione del Mobile Marketing

Big Data: sono solo dati?

Wikipedia li colloca nell’ambito dell’ Information Technology e li definisce come un insieme di dati troppo vasto e complesso per essere processato con strumenti manuali e database tradizionali.

Complesso a tutti i livelli: di ricerca, organizzazione, analisi, interpretazione.

Raccogliere, analizzare e comprendere i Big Data rappresenta la fonte di informazioni più moderna e preziosa di oggi e chi svilupperà la capacità di rappresentarli in maniera utile a creare senso riuscirà a guadagnare un vantaggio competitivo significativo, probabilmente su tutti i tipi di mercato.

Quanto Big?

Il traffico dati di tipo mobile è caratterizzato sia da quantità vertiginose (597 petabyte al mese per il 2011, fonte Forbes) che da uno spettro di informazioni estremamente denso e particolareggiato.

Perchè si tratta di dati demografici, abitudini di acquisto e condivisione di interessi aumentati dallo spazio e dal tempo, quindi collocati con precisione.

Quanti sono in grado di leggerli?
Pochi, in Italia forse nessuno.

Abbiamo parlato di proximity app, di serendipity mobile marketing e di momenti di vita e ci chiediamo: cosa può accadere ora che le aziende sono in grado di raggiungere clienti e prospect ovunque e in ogni momento?
Saremo bombardati da offerte, coupon, pubblicità a tutte le ore del giorno?

Siamo di fronte ad un cambiamento importante nel modo in cui le organizzazioni vogliono interagire con i consumatori e la comprensione dei Big Data è la chiave per imparare a distribuire campagne di mobile marketing di successo (e non diventare “proximity spammer” :)).

Per fare ciò bisogna innanzitutto abbandonare gli schemi statici delle segmentazioni tradizionali, mettere al lavoro analisti che trasportino verso le strategie decisionali i significati che continuamente emergono dalla mole dei dati raccolti e adattarsi ai comportamenti e alle relazioni peculiari e/o ricorrenti.

#SoLoMo

Per cambiare le regole del gioco è necessario scoprire come tutte queste abitudini si evolvono negli orizzonti spaziali e temporali e guadagnare così la capacità di intuire quali sono le situazioni in cui i consumatori sono maggiormente portati a comportarsi in una determinata maniera (acquistare, utilizzare) o predisposti ad ascoltare un messaggio (cercare, conversare, condividere).

Una sorta di sesto senso in grado di prevedere che cosa faranno i nostri clienti (o per lo meno modellare le probabilità) sulla base di quello che storicamente hanno fatto e come lo hanno raccontato.

Big Data in ottica mobile significa entrare nel cuore dell’intersezione social, local e mobile e imparare con grande precisione come le persone conversano, usano, acquistano.

In questo modo è possibile ideare strategie evolute (geo-targeted advertising, smart cities) che con buone probabilità rappresenteranno un momento utile o quanto meno gradito piuttosto che l’ennesima notifica di un’app.

Ora vediamo insieme un paio di case history recenti.

Dynamic Insights di Telefónica Digital

Telefònica, come tutti i grandi operatori, dispone di un’enorme collezione di dati raccolti da tutte le attività dei propri clienti sulle reti cellulari e WiFi e potendo contare su una clientela davvero globale (312 milioni di clienti in 25 paesi, fonte  Tech Crunch) ha intuito come una simile mole di informazioni possa diventare molto più di uno strumento interno.

Con Smart Steps, il primo prodotto della linea Dynamic Insights, aziende e amministrazioni avranno a disposizione uno strumento in grado di misurare e confrontare i fattori che influenzano la presenza di persone in determinati luoghi e momenti.

Locately – Location Analytics

Locately è una startup americana che ha sviluppato un software proprietario in grado di raccogliere dati dai possessori di smartphone e altri device, per studiare da vicino come le persone interagiscono con il mondo reale spostandosi e interagendo in differenti categorie di luoghi, fino a identificare flussi di comportamento e stili di vita.

L’acquisizione della startup da parte di un grande gruppo che si occupa di customer experience (Service Management Group) è, come si evince dalle parole dello stesso CEO di Locately:

“un segno evidente del valore dei Big Data e del trend crescente a considerare i dispositivi mobili come indicatori comportamentali e sensori per raccogliere feedback globali”.

Con questo post noi Ninja ci mettiamo sulle tracce di un fenomeno, quello dei Big Data, ormai impossibile da trascurare nelle strategie di mobile marketing e user experience.

Lo seguite insieme a noi?

L'utilizzo dei new media per organizzare web conferences: partecipate alla ricerca! [GUEST POST]

Di Ivonne Citarella – Sociologa e Second Lifer

I Greci antichi usavano luoghi precisi, quali agorà, teatro, stoà per le loro discussioni rispettivamente di politica, etica e  filosofia. E oggi? Come è venuto a modificarsi il panorama dei luoghi identificativi per lo svolgimento di attività specifiche?

Verosimilmente ai luoghi greci, i new media assurgono alla stessa funzione aggregativa diventando vere e proprie “piazze virtuali”, ma al contempo offrono la molteplice possibilità di delocalizzare quelle attività, ribaltando il concetto di “luogo “ e rendendolo dinamico. Il “luogo”, infatti, con i new media, non è più statico ed esso  può essere tanto informale – come  la propria stanza – quanto formale, come una sala riunioni di un’azienda.

Ci si chiede allora: fino a che punto tale funzione aggregativa è assolta indistintamente da tutti i new media? Quali sono, se ci sono, i motivi che pregiudicano l’uso di un new media rispetto ad un altro soprattutto in merito proprio allo scopo dell’aggregazione?

Individuare quale tra i new media soddisfa meglio il paradigma comunicativo vuol dire considerare caratteristiche come  la sincronicità, un target di partecipanti, un tema definito e soprattutto uno scopo. A ciò aggiungiamo la possibilità di scambio delle informazioni con slides, filmati, registrazioni audio e la presenza fisica, audio e/o video, dei partecipanti. Da quanto detto si giunge alla conclusione che i new media che maggiormente soddisfano il paradigma comunicativo sono gli strumenti di broadcasting (audio e video) o di conferencing (audio e video) che ben si prestano in ambito lavorativo e, dulcis in fundo,  la  terza “ibrida” modalità, vale a dire quella virtuale, che soddisfa un ulteriore requisito quale la compresenza nello stesso luogo del ricettore e del comunicante nelle vesti di avatar.

Ma quali sono i new media più accreditati per le web conferences? Come si modula la motivazione intorno alla scelta di uno di essi? Esistono dei motivi pregiudizievoli sull’adozione di uno invece che  di un altro?

E’ risaputo che l’ambiente tridimensionale di Second Life viene ritenuto dagli stranieri  più coinvolgente rispetto agli altri strumenti a disposizione sul web, tanto che molte conferenze di lavoro vengono tenute proprio  al suo interno, differentemente da quanto avviene in Italia dove la componente del pregiudizio – Second Life = gioco –  frena l’utilizzo appieno delle potenzialità di questa piattaforma.

Per verificare tale ipotesi ho deciso di avvalermi di un breve sondaggio che permetterà di scoprire insieme e grazie a voi quali siano le motivazioni che condizionano l’uso di un new media, nel caso specifico l’uso delle web conferences vs  un altro medium.

Al seguente link troverete il sondaggio: http://tinyurl.com/domande-conference

I risultati saranno resi noti nei prossimi articoli. Grazie del contributo!

 

[UPDATE] i risultati della ricerca

Il campione che ha partecipato alla ricerca è per il 55% rappresentato da uomini e dal 45% dalle donne, provenienti per il 38% dal Nord e dal Centro, dal 15% dal Sud dal 10% dalle Isole. Il 38% del campione proviene da zona metropolitane, il 28% dai capoluoghi e dalle piccole città mentre l’8% proviene dalla zona rurale. Il 20% del campione è risultato avere un’età compresa tra i 35 e i 39 anni, il 18%  tra i 40 e i 44 anni e  tra i 50 e i 54 anni, il 13%  tra i  34 e i 39 anni e tra i 55 e i 59 anni mentre il 3% lo si rileva nelle fasce più giovanili dai meno 20 ai 29 anni.

Per quanto attiene la formazione scolastica del campione esaminato i dati hanno rilevato una percentuale pari al 18% sia nella laurea scientifica che in quella tecnica, con un 10% presente sia nell’area medica, sia in quella legale che artistica. Una quota del 5% ha dichiarato altro. Il 18%  è rappresentato da diplomati presso istituti  con indirizzo tecnico commerciale/professionale, il 5%  da diplomati presso scuole secondarie ad indirizzo scientifico e il 3% presso licei classici. Una quota del 2% ha dichiarato altro.

Il 43% del campione che ha partecipato all’indagine è un lavoratore a tempo indeterminato, il 28% svolge la libera professione, il 10% dichiara “altro” . La percentuale dell’8% la rileviamo sia  tra i lavoratori  dipendenti precari a progetto, sia tra i disoccupati. Il 5% dichiara di essere studente.

Il 55% del campione ha dichiarato di fare uso delle web conferences mentre il restante dichiara di non farne uso.

Sull’uso di strumenti elettronici e/o di servizi di comunicazione il campione ha risposto con una prevalenza pari al 30% nel grado 5 (sempre), il 13% nel grado 3 (spesso), l’8% si colloca nel grado 4 (molto spesso) e il 5% nel grado 2 (quasi mai).

Sul lavoro interattivo con un obiettivo nel conferencing/collaboration level si rileva il 15% sia nell’opzione 4 (molto spesso) sia nell’opzione 3( spesso) mentre il 13% dichiara di usarlo “sempre” mentre l’8% lo usa “quasi mai”.

La domanda che chiedeva con chi si avesse la  necessità di lavorare comunicando a distanza, il campione ha così risposto:

  • il 64% con colleghi della stessa organizzazione e consulenti appoggiandosi a strumenti dell’internet pubblica;
  • il 55% con persone che non appartengono alla stessa  organizzazione ma con cui si è finalizzati ad obiettivi comuni;
  • il 45% con colleghi della stessa organizzazione e consulenti lavorando su una rete aziendale.

Alla domanda circa quali funzionalità si ritengono essenziali per il tipo di lavoro che si svolge insieme, il 77% dichiara essenziale scambiare testi e link, il 64% ritiene essenziale ascoltare in voce un relatore, il 59% ascoltare tutti i presenti in una discussione aperta, il 55% poter condividere e modificare insieme documenti, il 50% ascoltare e vedere in video un relatore, il 50% organizzare l’evento, prendere appuntamenti, scambiare il materiale propedeutico, il 45 % ritiene essenziale avere la segnalazione di chi sta partecipando, il 41% di poter visualizzare a tutti i presenti uno slide show, il 36% di coordinare l’organizzazione dell’evento all’interno di un social network.

Invece il 32% risponde di ritenere essenziale:

  • ascoltare tutti i presenti a turno mediante una moderazione;
  • vedere ciascuno o qualcuno dei presenti;
  • poter visualizzare un filmato in streaming;
  • registrare audio e video.

Il 27% dichiara di avere la rappresentazione tridimensionale di modelli architettonici, meccanici etc, utili a comprendere e sviluppare il tema della discussione, il 14% di poter effettuare sondaggi durante l’evento, il 14% di registrare gli scambi di testo, il 9% di registrare l’audio.

Nel questionario si è ipotizzato che le aziende presso le quali si è dipendenti usassero delle  policy o ponessero dei limiti sugli strumenti di comunicazione e il 20% del campione ha risposto che non ci sono limiti, mentre il 15% ha dichiarato che solo per alcune attività può essere utilizzata la rete internet e strumenti e software di pubblico dominio. Il 5% ha dichiarato che possono essere utilizzate esclusivamente le piattaforme aziendali. Il 60% ha dichiarato altro.

Del 56% del campione che risponde positivamente alla domanda sull’utilizzo di un ambiente immersivo tridimensionale per una riunione di lavoro, solo il 23% lo  segnalati  solo 5  tra cui Second Life che detiene la percentuale maggiore. Le altre piattaforme indicate sono state Teleplace, OpenSim, Edusim, Croquet.

Gli ambienti immersivi risultano essere coinvolgenti per il 54% del campione, facili e dispersivi per il 46% e impegnativi per il 31%. Il motivo indicato dal campione circa il non- utilizzo della tecnologia immersiva è per il 50% addebitabile ad una scelta aziendale, il 33% lo  ritiene inadeguato perché troppo ludico mentre il 25% per motivi tecnici.

Come abbiamo avuto modo di constatare dai risultati del questionario, la funzione aggregativa non è assolta dai new media  in modo indistinto ma passa attraverso valutazioni pregiudizievoli che ne limitano lo scenario applicativo. Infatti, dall’analisi emerge che a livello lavorativo non solo non si prediligono gli ambienti immersivi per motivi legati a policy aziendali o alla loro peculiarietà ludica, ma anche che la percentuale del campione è quasi equamente distribuita tra chi usa le web conferences e chi invece non ne fa uso, rimandando quest’ultimo gruppo ad un uso dei new media maggiormente improntato sullo scambio di informazioni o materiale lavorativo mentre incontri, riunioni e meeting  avvengono in ambito real  cioè vis à vis.

 

Ivonne Citarella

Share Festival 2012: Open Your City, Open Your Mind [EVENTO]

E’ al via la sesta edizione di Share Prize, premiazione promossa dal Share Festival attivo dal 2007.
Il premio annuale ha l’obiettivo di scoprire e sostenere l’arte contemporanea in un’epoca come la nostra, volta al digitale e globale.
Alla competizione possono partecipare tutti quegli artisti sensibili ai problemi e alla situazione della globalizzazione della società moderna, ai new media e all’incidenza delle tecnologie nella sfera artistica.

Dove, come e quando

La città è quella di Torino, sempre all’avanguardia nell’arte, che preparerà il palcoscenico alla giuria composta da Simona Lodi, Mirjam Struppek, Bruce Sterling e Carlo Ratti.

Sono state già selezionate le 6 opere finaliste, tra gli oltre 200 artisti iscritti, che verranno presentate dal 30 ottobre all’11 novembre 2012 nel Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino:

Jonathan Baldwin, Tidepools, 2011
Julian Koschwitz, On Journalism #2 Typewriter, 2012
Mariano Leotta, SYN, 2011
Mark Shepard, The Sentient City Survival Kit, 2010
Stanza, Capacities Life In The Emergent City, 2009
VR/Urban, SMSlingshot, 2009

Il tema 2012

Open Your City è il tema centrale di Share Festival 2012: il titolo contiene le tre parole chiave, semplici e immediate su cui si svilupperà l’intero programma di quest’anno.

Saranno queste le parole chiave che guideranno la mostra Share Prize:
*Open*sta per apertura nel significato di: non finito, sperimentale, collaborativo, senza confini, trasparente.
*Your* è il coinvolgimento diretto di un soggetto che possiede, gode e fruisce, occupa e padroneggia qualcosa a cui è associato in modo stretto.
*City* è il dove, il luogo dell’azione, è il bene comune, è lo scenario del cambiamento in atto.

Segui tutto il programma su Facebook  e su Twitter con hashtag #sharefestival … so share the event!

Crowdfuture: a Roma una conferenza per scoprire cos'è il Crowdfunding!

Crowdfuture: a Roma una conferenza per scoprire cos'è il Crowdfunding!

Fare Crowdfunding in Italia è possibile? Cos’è il Crowdfunding equity-based? Un evento, Crowdfuture, vi aspetta a Roma per darvi le giuste risposte.

Crowdfuture: a Roma una conferenza per scoprire cos'è il Crowdfunding!

Il prossimo 27 Ottobre 2012 si terrà a Roma “Crowdfuture – The Future of Crowdfunding“, la prima convention in Italia interamente dedicata al Crowdfunding, curata da twintangibles e nois3lab in collaborazione con Università La Sapienza e The Hub Roma e in partnership con RomaStartUp (e che vede tra i Media partner anche Societing).

In tempi di crisi, un’altra economia basata sulla cooperazione, la fiducia e il coinvolgimento attivo dei cittadini è possibile ed è già realtà. Parliamo appunto del Crowdfunding, pratica di finanziamento collettivo dal basso che si è velocemente affermata nel panorama internazionale, con famose piattaforme come Kickstarter e IndieGoGo.

Crowdfuture: a Roma una conferenza per scoprire cos'è il CrowfundingIn Italia, grazie a piattaforme di raccolta fondi come Eppela, ShinyNote, SiamoSoci o la neonata Starteed, il fenomeno del Crowdfunding sta facendo emergere un nuovo modello di fare impresa, e i provvedimenti contenuti nell’agenda digitale potrebbero aprire a nuove sfide e opportunità per questi modelli.

L’introduzione del Crowdfunding come strumento di finanziamento per le startup, soprattutto nel quadro economico attuale, che ha decisamente bisogno di alternative per l’accesso a fondi, finanziamenti e capitale, potrebbe essere la risposta giusta per tutti i giovani, imprenditori o appassionati che vogliano riuscire a realizzare un proprio progetto senza dover ricorrere al finanziamento tradizionale.

Non si tratta solamente di un modello di finanziamento dal basso, ma anche e soprattutto di un processo di co-creazione, condivisione e partecipazione.

Questi e molti altri temi in una giornata divisa in due:

– nella mattinata di sabato, esperti e speaker di rilievo spiegheranno cos’è il Reward-Based e l’Equity-Based Crowdfunding, il Social Lending e il P2P Lending, oltre agli aspetti legali;

– nel pomeriggio, i vari workshop con gli esempi di Crowdfunding, le varie piattaforme e la possibilità di fare networking.

Vi consigliamo di visitare il sito per scoprire ulteriori informazioni anche sul programma e fare il download del “Press kit”, dove c’è la storia del Crowdfunding (utile per capire le origini e fare chiarezza sul termine).

Una giornata da non perdere: la convention si terrà a Roma il 27 Ottobre, presso la Facoltà di Psicologia de La Sapienza, nel quartiere di San Lorenzo. Non mancate!

Virgin Active: i valori e le sfide del brand [INTERVISTA]

Luca Valotta - Presidente e Direttore Generale di Virgin Active Italia

Circa due settimane fa abbiamo avuto il piacere di incontrare a Napoli il Presidente di Virgin Active Italia, Luca Valotta, e il PR & Communication Manager Anass Allouch.

Proprio nella città partenopea il colosso multinazionale sta per lanciare il primo Villaggio Fitness Virgin Active del sud Italia (l’apertura è prevista per fine Gennaio 2013).

Con loro abbiamo affrontato diversi temi: le sfide iniziali del lancio in Italia, le strategie di marketing attualmente pianificate per promuovere il primo villaggio del Sud, le caratteristiche e i valori del brand Virgin Active e il futuro del settore fitness.

Ecco a voi l’intervista esclusiva di Ninja Marketing.

Avrà probabilmente conosciuto di persona Richard Branson, un personaggio famoso per il grande carisma ed il coraggio imprenditoriale. Quanto c’è del carattere del fondatore nella filosofia ispiratrice del brand Virgin Active?

Luca Valotta Beh Tutto direi. I valori di Virgin Active sono gli stessi degli altri brand del gruppo: innovation, value for money, sense of competitive challenge, fun. Sono i 4 pilastri che caratterizzano tutte le iniziative del gruppo nelle differenti tipologie di business, ovviamente poi il carattere e la cultura di Virgin Active sono evoluti nel corso del tempo e mutati rispetto alle persone che in questi anni hanno realmente sviluppato il brand in Italia e nel mondo.

Ci sono chiaramente delle differenze tra, ad esempio, Virgin Atlantic e Virgin Active,  il concetto e la filosofia di fondo però sono assolutamente in linea con i valori di Richard: l’essere consumer champion ed affrontare il business tutti i giorni in maniera informale. Il modo di fare impresa in Virgin è un modo un po’ diverso rispetto alle normali aziende italiane; la fase dell’ascolto, della condivisione delle strategie, della comunicazione tra le persone che lavorano all’interno del gruppo Virgin Active è differente rispetto ad aziende molto strutturare, gerarchizzate e formali.

Leggevo l’altro giorno tra i principi di Flavio Briatore la frase :“Il business non è divertente perché è una cosa seria”, per noi invece è completamente diverso. “Il business se non è divertente non è una cosa seria” , quindi legittima la sua filosofia ma da noi l’elemento divertimento, dello star bene insieme nell’ambiente di lavoro è fondamentale soprattutto in Virgin Active che è una delle branch del gruppo che fa fitness, e quindi benessere, dove l’elemento divertimento è preponderante anche per i clienti. Se i dipendenti non si divertono a fare ciò che fanno immaginiamo i clienti come possano divertirsi a fare attività fisica. L’elemento sorriso, divertimento, l’energia la volontà di essere in quel posto e fare quel lavoro per 8-10 ore al giorno è fondamentale.

Durante una conferenza lei ha citato Darwin: “Il migliore non è il più intelligente ma è colui che reagisce meglio al cambiamento”. Quali sono state le sfide che il brand Virgin Active ha dovuto affrontare per entrare nel mercato italiano e quali saranno quelle da affrontare in futuro nel business del fitness in Italia?

Luca Valotta – Inizialmente quando ho fondato la società e preso il modello di Virgin Active per trasferirlo in Italia le sfide erano “cercare di dare un prodotto agli italiani che fosse esteticamente più vicino al loro modo di concepire gli spazi, gli ambienti ecc“. Per prima cosa ho preso quindi quel modello, che mi sembrava vincente da tutti i punti di vista, e l’ho adattato, cambiato nel sapore, nel look & feel, nella visione, avvicinandolo a quelli che erano i gusti degli italiani.

Questa a mio parere è stata la fase più importante perché gli anglosassoni tendono a replicare dei modelli ugualmente in tutto il mondo. McDonald’s ad esempio proponeva gli stessi ristoranti degli USA in Europa, magari se avesse aperto ristoranti più in linea con i gusti locali avrebbe avuto più successo. Noi, consapevoli di quell’esperienza e con il mio intervento siamo riusciti a creare da subito un prodotto più italiano: è nato così il concetto del Villaggio Fitness, una cosa esclusivamente italiana, non internazionale. La prima sfida è stata dunque prendere un modello che funzionava bene negli altri paesi e far si che funzionasse con altrettanto successo anche in Italia.

E poi le sfide che abbiamo avuto dal 2008 in avanti sono sfide che richiedono un’estrema attenzione rispetto a quello che proponi al mercato e a far in modo che il rapporto qualità prezzo sia sempre in linea con le aspettative e le possibilità dei consumatori. Abbiamo prima assistito, dal 2004 al 2008, a un mercato in una fase economica non recessiva mentre dal 2008 ci stiamo confrontando con un mercato consumer in una fase di estrema recessione.

Ci siamo resi conto che occorreva cambiare noi e il nostro modo di pensare e di lavorare e ciò ci ha consentito di cavalcare il cambiamento, anche negativo, trovando delle soluzioni che fossero in linea con il momento che stiamo vivendo. Quindi formule nuove di abbonamento, club che puntano molto sulla qualità della relazione con il cliente, estrema attenzione a quelli che sono i rapporti di comunicazione curando i nuovi sistemi digitali, come Facebook e Twitter e il sito web, per stabilire un legame sempre più stretto tra il cliente e i nostri servizi e renderli sempre più innovativi e diversi.

E devo dire che abbiamo avuto ragione perché siamo riusciti a cavalcare il cambiamento nonostante la congiuntura negativa e possiamo dire di avere sul mercato un’azienda solida che ha una base di clienti molto ampia nonostante le difficoltà di questo mercato. Il risultato è stato ottenuto anche con una politica di pricing: sono quasi tre anni che ritocchiamo i listini in maniera sensibile, adottando formule di abbonamento che consentano alla gente di spendere un po’meno (formule week-end, serali) senza rinunciare al Villaggio.

La sfida era mantenere il concept iniziale, essere consapevoli che il cambiamento è oramai una realtà e cercare di non subirlo ma di trovare sistemi che ci consentissero di avere dal cambiamento delle risposte positive.

Qualche mese fa abbiamo presentato su Ninja Marketing il progetto di Virgin Active, in collaborazione con Edelman e la Federico II di Napoli, che permetteva agli studenti di elaborare un piano di comunicazione non convenzionale ad hoc per l’arrivo del primo Villaggio Fitness del sud Italia. Come procede il contest e quali saranno i prossimi step per i concorrenti?

Anass Allouch Abbiamo ricevuto circa 40 progetti di cui più della metà davvero validissimi. A questo punto abbiamo scelto 15 finalisti ed insieme a Luca sceglieremo i 3 vincitori. I finalisti hanno dato prova di creatività, know how (intesa come messa in pratica degli strumenti accademici forniti durante il corso) e di forti capacità di coinvolgimento del territorio, che è alla base dell’idea di unconventional marketing così come era inteso in questo progetto.

Sono questi i tre elementi a cui siamo stati molto attenti nella scelta dei finalisti. Loro sono i nostri advocates, hanno dato prova di entusiasmo e di passione, hanno cercato realmente di conoscere e capire il nostro brand. Dopo la presentazione in Aprile ho ricevuto diverse mail dagli studenti che chiedevano informazioni su brand value e sulla strategia di Virgin Acive in Italia e in particolare a Napoli.

Sono previste attività di guerrilla/ambient marketing per promuovere il nuovo villaggio?

Anass Allouch – Oltre all’attività lanciata in collaborazione con la Facoltà di Economia della Federico II, la prima nel suo genere per Virgin Active, abbiamo anche ingaggiato un’agenzia locale che ci supporta per tutta la parte street marketing e guerrilla marketing.

Sia sul lungomare Caracciolo che nel quartiere dove aprirà il villaggio stiamo intraprendendo azioni di human branding, attività “fisica” fatta da persone che indossano maglie ed elementi che riprendono il brand e il nostro claim: “Are you ready?Are you active?”Quest’attività è separata dall’attività intrapresa con gli studenti di Economia ma ci sarà un momento in cui i due progetti si incontreranno…purtroppo non posso anticipare questa sorpresa, ma sarete i primi a conoscere le date in cui ciò avverrà.

L’intervista è a cura di Massimo Sommella aka Daiki e Antonio Esposito aka Akatsuki.

Marketing in the Age of Google: come fare marketing al tempo di Big G [RECENSIONE]

Sempre più spesso una domanda preoccupa marketing manager e addetti alla comunicazione: come impostare un’efficace strategia di search marketing ai tempi di Big G?

Per fortuna da qualche tempo è uscito un manuale – Marketing in the Age of Google – che farà chiarezza a molti: scritto da Vanessa Fox, una delle maggiori esperte del settore e top SEO expert da seguire su Twitter, e edito da John Wiley & Sons, l’opera è molto interessante per almeno due aspetti:

  • Semplicità: concetti chiari e ripetuti più volte, mix di casi studio – destinati all’obsolescenza a causa dei rapidi cambiamenti sul web – e idee generali che rimarranno valide per molto tempo;
  • Impostazione: il manuale riesce a trattare l’argomento da una prospettiva economica e di business, spesso carente in opere simili.

L’apertura è dedicata a fare chiarezza su come i motori di ricerca hanno cambiato definitivamente il modo di fare e promuovere il proprio business di molte aziende. Se questo può rappresentare un pericolo per diverse attività, i manager e gli imprenditori più attivi si sono mossi in time per impostare un programma di comunicazione e marketing ‘al passo con i tempi’, che sappia sfruttare i search data per migliorare le strategie di prodotto e organizzative.

Una delle parti più importanti dell’opera è dedicata ad approfondire le leggi psicologiche che spiegano come cercano gli utenti sul web, e quelle informatiche a proposito di come lavorano i motori di ricerca. Nozioni indispensabili e complete per posizionare al meglio l’offerta e progettare strategie visibili all’utente giusto, nel posto giusto e al momento adeguato.

Il libro continua poi spiegando come si imposta una corretta strategia di search marketing, scegliendo le giuste metriche per valutare le performance.

Le conclusioni affrontano infine uno degli argomenti di maggiore interesse per i professionisti e gli addetti ai lavori: il rapporto tra social media e search.

Un libro davvero interessante quello di Vanessa Fox, che – come anticipato – se da un lato risente del passare dei mesi (come tutte le opere cartacee dedicate al web), d’altra parte riesce a inculcare nella mente concetti di SEM fondamentali e da inserire nel toolkit dell’esperto. Per tutto il resto c’è il nuovo corso organizzato dell’Academy in Search Engine Marketing: imperdibile!