Il Made in Italy è ancora un vantaggio competitivo? 3 casi di aziende che fanno scuola

“Made in Italy” è il terzo marchio più riconosciuto al mondo dopo Coca-Cola e Visa, eppure non è ben chiaro quale sia il vero significato di questa dicitura e soprattutto se essa possa restituire lustro alle aziende Italiane nel panorama del commercio internazionale.

C’è stato un periodo negli anni ’80 in cui Made in Italy voleva dire eccellenza dal punto di vista del design e della qualità di realizzazione e ciò era vero soprattutto per i settori alimentare, moda, lusso e arredamento, anche se poi la definizione si è allargata a macchia d’olio a quasi tutti i prodotti realizzati in Italia.

Oggi il Made in Italy sembra in crisi e non suggerisce più quell’immediato senso di eccellenza come in passato, forse perché qualcuno si è adagiato sugli allori e forse perché qualcun altro ne ha abusato, estendendone l’applicabilità anche a prodotti che in fondo di Made in Italy hanno poco o niente. E la perdita di competitività sul mercato internazionale è testimone di questo fenomeno.

Da dove ripartire?

Innanzitutto ripartire dai punti fermi del Made in Italy che sono la qualità del prodotto, la competenza delle persone che lo realizzano, la fantasia del design che solo un popolo come il nostro può avere e in seguito prendere ad esempio quelle poche realtà che invece ancora oggi rendono onore alla dicitura Made in Italy per replicarne le best practice.

Ferrari

Ferrari è un brand che ha fatto storia e che continua a farla perché ha saputo rinnovarsi nel tempo e mantenersi sempre un gradino sopra rispetto alla concorrenza e lo ha fatto investendo su giovani ingegneri di talento, su designer Italiani di altissimo spessore (primo fra tutti Pininfarina), dotandosi di strutture produttive all’avanguardia in cui tutti i ragazzi vorrebbero lavorare.

Insomma Ferrari non si è mai fermata a godere dei risultati raggiunti, ha sempre teso lo sguardo in avanti alla ricerca di un’ulteriore miglioramento, virtù che invece manca nella quasi totalità delle aziende Italiane.

Eataly

Uno degli ultimi casi di eccellenza del Made in Italy è rappresentato da Eataly di Oscar Farinetti che, forte dell’esperienza Unieuro, ha saputo capitalizzare la reputazione culinaria Italiana facendone “un modello originale di mercato in cui i prodotti di alta qualità della tradizione agroalimentare italiana non si comprano solo, ma si consumano e si studiano. E’ un luogo che unendo vendita, ristorazione e cultura seleziona e offre le eccellenze enogastronomiche del nostro Paese“.

A posteriori sembra facile e scontato che qualcuno sia riuscito a raggiungere il successo promuovendo la cultura alimentare Italiana su larga scala, resta il fatto però che nessuno prima di Farinetti ha raggiunto gli stessi risultati e da Eataly dobbiamo trarre l’insegnamento di partire da quello che sappiamo fare meglio.

Grom

L’ultimo caso è anche il più romantico e spesso citato perché portato avanti da due ragazzi Italiani che sono riusciti a creare un brand riconosciuto a livello internazionale, sinonimo di un gelato qualitativamente eccellente e prodotto valorizzando la ricerca e l’utilizzo di materie prime Italiane.

Il caso Grom ci insegna che tutti possono mettersi in gioco, i giovani in primis, e che sono ancora molti i prodotti Italiani che possono essere “brandizzati” a livello internazionale.
Così come nel mondo Starbucks è sinonimo di caffè e McDonald’s di Fast Food, ora Grom è sinonimo di gelato, per di più Made in Italy.

Conclusioni

In conclusione, il Made in Italy può ancora rappresentare un vantaggio competitivo, ma solo se ci si crede veramente e se si investe nei veri valori delle eccellenze Italiane, mantenendo un occhio di riguardo anche ad alcuni valori etici come la dignità dei lavoratori, tipico valore calpestato in alcuni paesi emergenti.
Se invece il popolo degli imprenditori Italiani intende fregiarsi del “Made in Italy” senza lavorare nella direzione di rafforzare il brand, allora il marchio perde valore per tutti.

3 cose che Facebook deve migliorare per continuare ad avere successo

Non c’è dubbio che l’ingresso di Facebook a Wall Street abbia puntato ancor di più i fari sulla complessa attività di sviluppo del social network di Menlo Park, in particolare in relazione alle scelte e alle innovazioni che potrebbero condizionarne il futuro.

Nello specifico, gli azionisti guardano con apprensione alla società di Zuckerberg, soprattutto alla luce dei deludenti risultati ottenuti dal momento dell’entrata in borsa e delle prospettive (non entusiasmanti) sui dati trimestrali che saranno resi noti a brevissimo (si prevede un incremento del 30% del fatturato, il più basso dalla nascita di Facebook).

In parole povere, è finita l’epoca in cui ogni novità introdotta dalle brillanti menti degli sviluppatori era un semplice passo avanti nell’esperienza sociale offerta agli utenti, ed è iniziato un periodo di forte pressione, in cui ogni scelta viene severamente valutata dai mercati e dagli analisti di strategia, ed ha conseguenze economiche importanti per gli investitori.

Mark Hughes, CEO e co-fondatore di C3 Metrics, ha suggerito in suo articolo su Mashable 3 punti fondamentali su cui Facebook dovrebbe concentrare la sua attenzione per far felici i suoi stakeholder.

#1 Video sharing

Ovviamente non in relazione alla pura condivisione, bensì alla creazione di contenuti video originali e di qualità.

Già oggi è possibile caricare e condividere video su Facebook, ma in realtà quasi nessuno utilizza questo strumento (sul quale peraltro c’è una scarsa attenzione anche da parte degli stessi sviluppatori). In pratica, Zuckerberg dovrebbe far sì che ciò che oggi accade su YouTube sia traslato su Facebook, attraverso un’opera di incentivazione che porti i principali youtubers a fare di Facebook la propria casa e la fonte da cui condividere i propri contenuti.

Questo perché il social ha una risorsa che nessun altro possiede: un database quasi infinito di potenziali consumatori di cui conosce età, sesso e preferenze di consumo.

Secondo Hughes, ulteriori banner pubblicitari, anche se perfettamente indicizzati e personalizzati in base ai potenziali consumatori, non permetteranno mai a Facebook di fare quel definitivo salto di qualità che invece gli sarebbe consentito dalla creazione di contenuti video originali, sempre più utilizzati dai top brand come base per le loro campagne di comunicazione.

#2 Mobile e geolocalizzazione

La seconda leva competitiva che per Hughes dovrebbe essere sfruttata da Facebook per incrementare i ricavi generati dalla base di utenza iscritta (e quindi il suo appeal nei confronti degli investitori) è legata alle funzionalità di geolocalizzazione. Con la nuova applicazione mobile, infatti, la geolocalizzazione è praticamente automatica e condivisa assieme al nostro status. Questo rappresenta per Facebook una potenziale miniera d’oro.

Huges utilizza un esempio legato all’acquisto di un’automobile. Grazie alla geolocalizzazione, Facebook sa perfettamente che ci troviamo assieme al nostro smartphone da uno specifico concessionario, dove trascorriamo un certo periodo di tempo. Pochi giorni dopo, ci troviamo a meno di cento metri da altri due concessionari. Facebook può sapere ciò che appare evidente: stiamo acquistando (o vorremmo acquistare) un’automobile.

Appare semplice ipotizzare quanto le principali case automobilistiche sarebbero disposte a investire per ottenere quel tipo di informazione in tempo reale. Addirittura Facebook potrebbe creare un nuovo tipo di advertising legato alla semplice “intenzione d’acquisto”. In questo tipo di analisi, Google si è rivelato un precursore.

#3 Analytics personalizzati

Uno dei motivi principali dei deludenti risultati a cui sta andando incontro Facebook negli ultimi tempi è indubbiamente legato ai sempre minori investimenti in pubblicità che le grandi compagnie riservano al social network di Zuckerberg. Questo perché in molti casi l’adv è risultata inefficace (ricorderete il caso eclatante della General Motors) e quindi molte risorse, in passato destinate ad attività su Facebook, sono state indirizzate altrove.

Il problema fondamentale, secondo Huges, è che Facebook non è consapevole di come poter aiutare i suoi clienti nell’incrementare il loro volume d’affari. In pratica, fornisce un mezzo potentissimo (l’enorme base dati di utenti registrati) ma non sa come sfruttarne a pieno il potenziale.

Ovviamente Facebook dispone già di un sistema di monitoraggio (Insight) e chiunque gestisca una fan page può apprezzarne la varietà di dati forniti. Purtroppo, però, non è ancora stato capace di relazionarlo ai diversi modelli di business delle aziende che lo utilizzano, sviluppando quindi chiari e univoci indicatori di performance.

La soluzione sta nel pensare fuori dagli schemi, abbandonando gli attuali standard e sviluppando strumenti di misurazione nuovi, senza i quali probabilmente assisteremo ad un sempre maggior numero di vicende simili a quelle della General Motors, le cui conseguenze sul mercato azionario sono facilmente prevedibili.

InnovAction Camp: 5 giorni di "startupping estremo"

Venerdì si è conclusa la terza edizione dell’InnovAction Camp, avventura che ha visto 20 aspiranti startupper sfidarsi a colpi di pitch per aggiudicarsi il premio finale, un Ipad offerto da Principia SGR.

L’iniziativa è degli ideatori di InnovAction Lab e utilizza la stessa logica: giovani talentuosi vengono messi di fronte a problemi da risolvere e come unica risorsa hanno il proprio team. Ci sono però due grandi differenze rispetto al Lab: la location e i tempi a disposizione per prepararsi.

I partecipanti infatti in soli 5 giorni hanno formato il team, pensato all’idea da sviluppare, trovato il modo di valorizzarne al meglio il potenziale e imparato ad esporla di fronte ad un gruppo di investitori. Il tutto mentre erano isolati in un ex base Nato immersa in una suggestiva cornice naturale.

Arrivate ad Allumiere, Giulia ed io abbiamo trovato dei ragazzi fisicamente distrutti, ma con una grinta e un entusiasmo coinvolgente. Non sembrava di essere alla finale di una gara perchè l’unica preoccupazione dei ragazzi sembrava essere quella di mostrare le loro creature.

I numeri dell’InnovAction Camp 2012

20 partecipanti provenienti da tutta Italia. Tra i fortunati troviamo i vincitori delle borse di studio assegnate ai finalisti di InnovAction Lab e Working Capital.

7 le regioni italiane rappresentate.

70 le candidature arrivate da tutta Italia;

0 il costo sostenuto dai ragazzi. Il Camp infatti è stato interamente finanziato grazie ai contributi di Telecom Working Capital e degli altri Sponsor e Partner;

10  le ore di sonno dormite in media durante tutta la settimana. 

8 le startup i cuoi fondatori hanno partecipato alle edizione passate della Summer school. (Bay31, Condomani, Eco4Cloud, Fund for Culture, GeoMeFree, Gnammo, Iubenda, Zing)

2  le studentesse straniere presenti, provenienti da Russia e Polonia.

420 i secondi a disposizione dello speaker per convincere la giuria, composta da rappresentanti di EnLabs, Roma Tre, BNL,IBM e QuantumLeap.

2 le terribili prove pitch intermedie, durante le quali gli speaker hanno subito in silenzio i giudizi a volte distuttivi degli altri team…provare per credere!

9 i seminari in agenda tenuti da “docenti esperti magneticamente loquaci” (Johnny) indispensabili per lo sviluppo dell’idea.

1 solo team vincente! Nonostante la cooperazione tra team rivali sia uno degli obiettivi del camp, alla fine è solo una la squadra vincitrice, andiamo a conoscerla.

Cubisound:la rivoluzione nei suoni 3D

Cubisound consente di trasformare qualsiasi suono in un audio tridimensionale in modo digitale. Ad oggi il auono 3D viene creato in modo analogico, con questa innovazione sarà possibile trasformarli direttamente al computer in fase di post-produzione, con un notevole risparmio di tempo e di soldi.

Il team

Giovanni Cantamessa, detto Johnny, laureando in economia aziendale. E’ un giornalista musicale e un musicista, uno speaker radiofonico e a breve partirà con un suo programma televisivo dedicato alla tecnologia e alla musica.

Margarita Lyukmanova, dallo spirito avventuroso, qualcuno la definisce “semplicemente matta” noi preferiamo considerarla un genio! Infatti non ha ancora 23 anni e sta per prendere la sua terza laurea (complimenti!).

Nicola Greco, dal prossimo anno studierà Computer Science a Londra. Sognatore e visionario, appassionato di speed-coding si definisce “un nodo in una grandissima rete di relazioni”. Ha vinto WorkingCapital nel 2009 con BrunoApp.

Pietro Santececca, ingegnere informatico di Roma. Dopo la laurea ha creato una piccola software house con alcuni ex colleghi universitari. Sta lavorando ad una nuova idea che spera di portare presto al successo.

Il Camp raccontato dai vincitori

Come siete arrivati ad InnovAction Camp?

“Ho partecipato al Lab che si è concluso il 4 Luglio scorso… quando poi mi è stata data la possibilità di partecipare anche al Camp non ci ho pensato un attimo e sono partito, a dimostrazione che InnovAction Lab crea astinenza!” (Pietro)

Cosa vi aspettavate?

“Mi aspettavo qualcosa di più formale e cattedratico. In realtà è successo esattamente l’opposto, abbiamo realizzato ipotetiche startup che si sono scontrate contro il muro del fallimento almeno dieci volte al giorno prima di realizzare quale fosse la strada giusta da imboccare”. (Johnny)

Avete già esperienze come startupper?

” Startupper è una bella parola che vuol dire tutto e niente. Sono stato dietro a diversi progetti, come Twittami o la community internazionale BuddyPressDev, ma il prodotto più famoso e solido è BrunoApp, tra l’altro premio dalla Commissione Europea come Excellent research in IT 2012″ (Nicola)

Qual’è stata lo scoglio più difficile da superare?

” E’ la seconda volta che trovo il problema to deliver the message agli altri. Essendo unica donna, non ict, all’inizio non mi consideranno come un quarto del gruppo, ma molto di meno. Con il tempo si risolve un po’. L’altro e’ fermare il flusso delle idee (buone) e iniziare a lavorare su una” (Margarita)

Aveve trovato subito l’idea da proporre?

“Assolutamente no! Siamo partiti da un’idea che ci sembrava carina e funzionale ma che purtroppo aveva delle problematiche legali di base. Poi Nicola mi ha raccontato di una ricerca che stava portando avanti legata al suono olofonico. Convinto della potenzialità incredibile dell’idea ho insistito per raccontarla anche al resto del gruppo che che ovviamente ha intuito subito l’efficacia del progetto e si è messo in gioco.”(Johnny)

Quante ore avete dormito in tutto?

“Poche, molto poche… non ho fatto il conto ma credo bastino le dita di una mano. L’ultimo giorno, causa l’ennesima notte insonne, ho cominciato ad accusare veri e propri segnali di cedimento fisico. Sembrava come se il mio corpo si fosse arreso, della serie: “io non ce la faccio più se vuoi andare avanti fai pure ma io ti mollo”… io sono andato avanti lo stesso “ (Pietro)

Come pensate che questa esperienza potrà aiutarvi in campo professionale?

“Oh, voglio fare il business adesso! Mi ha aiutato a capire un po’ di la dinamica del gruppo, and how to manage people direi. E’ la cosa piu importante che possiamo imparare adesso e ci aiutera’ a evitare alcuni grandi errori nella vita. Team e’ tutto alla fine, la gente invveste non in idee, ma nelle persone” (Margarita)

Altro da dichiarare?

” Dietro il team e dietro la vittoria c’è stato qualcosa di molto più importante che ci ha legato. Un po’ seriamente un po’ scherzando abbiamo creduto che potevamo cambiare il mondo, che il cinema, la musica e il gaming possa cambiare grazie a quello che stavamo facendo in quelle ore. “Stiamo cambiando il mondo” era un po’ il nostro motto. Visti da fuori, sembrava davvero fossimo un gruppo di pazzi, convinti che potevamo riuscirci davvero.” (Nicola)

Le altre idee in gara

FOODIOUS, fast pay to fast food: applicazione mobile che consente di ottimizzare le gestione delle vendite nei fast food, mettendo in comunicazione i clienti direttamente con la cucina.

RIZOLLA, go barefoot: portale dedicato a chi vuole riscoprire le proprie radici attraverso un viaggio che coinvolge tutti e 5 i sensi.

PEDIO, sound your need: applicazione studiata principalmente per persone con problemi di udito per aiutarli nelle funzioni per loro inacessibili.

DOGKEEPIN’, don’t leave it at home: piattaforma che mette in comunicazione i proprietari di cani che non possono occuparsene con chi è in cerca di lavoro ed ha la passione per il migliore amico dell’uomo.

Il Camp in 5 minuti

Uno dei partecipanti, Lorenzo Di Ciaccio ha montato a tempo di record un video ricordo dell’esperienza, non c’è modo migliore per spiegarvi cosa è stato il camp per questi ragazzi.
Buona Visione!

Brandalism: Street art in stile guerrilla contro il consumismo

Non molto tempo fa, parlando di Street art, l’abbiamo definita “quell’arte capace di sostenere le persone, di ricordargli di essere forti e andare avanti, nonostante rivoluzioni, crisi e sogni infranti”.

Il progetto Brandalism incarna perfettamente il concetto, essendo la più grande campagna di subvertising (subvert + advertising) della storia del Regno Unito, la cui ambizione è quella di dar vita a un dibattito riguardo la pubblicità consumistica e i falsi bisogni da essa diffusi.

In pieno stile guerrilla e con rimandi dadaisti, i brandalisti hanno un solo obiettivo: affrontare l’industria pubblicitaria ed eliminare l’inquinamento visivo da essa generato, sottraendovi gli spazi pubblici esterni per adoperarli come tele per comunicare messaggi contro il consumismo.

25 artisti di street art da tutto il mondo hanno aderito al progetto, “bonificando” i cartelloni pubblicitari britannici tra Manchester, Birmingham, Leeds, Bristol e Londra.

Il risultato è visibile non solo dal vivo ma anche all’interno del sito Brandalism, in cui oltre a trovare la raccolta di tutti i cartelloni riconvertiti è possibile capire qualcosa in più riguardo la poetica del progetto.

Android Mini Pc

Arrivano i Micro Pc Android: saranno il futuro del desktop?

E’ passato meno di un mese da quando, durante la Google Conference, è stato presentato il Nexus Q: un Hub multimediale interamente prodotto da Google  che, tramite cloud, collega i diversi dispositivi Android disponibili, permettendo la fruizione di contenuti in modalità condivisa. Si tratta del primo esperimento ufficiale dell’utilizzo di Android per l’Home Entertainment.

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In realtà i canali non ufficiali immaginano da tempo utilizzi alternativi per l’OS del robottino verde. Oggi vogliamo presentarvi una novità già famosa nei mercati asiatici: i Micro Pc Android.

 Android Mini Pc

Sono device grandi quanto una penna USB che trasformano qualsiasi tv in un vero e proprio computer.

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Navigando in rete, uno dei migliori Micro Pc che abbiamo trovato è senza dubbio il Mini Pc di Oval Elephant che vedete nell’immagine seguente.

Micro Pc Oval Elphant

Si tratta di un micro device sul quale si può montare anche Linux. Di seguito le caratteristiche tecniche:

  • Processore AllWinner A10 da 1GHZ
  • 1 GB di Ram DDR3
  • 4 GB di memoria Flash integrata
  • Slot Micro SD per espandere lo spazio disponibile fino a 64 GB
  • Scheda Wireless b/g/n
  • Porta HDMI
  • Porta USB 2.0
Il device viene venduto in combinazione con un moltiplicatore USB a 4 porte, per connettere mouse, tastiere e altri dispositivi USB.

Sebbene in Italia si possano trovare già alcuni esemplari di micro Pc importati dall’estero, non sappiamo se questa sarà la moda del futuro. Siamo però certi che la miniaturizzazione dei componenti e la fluidità con la quale girano i sistemi open source Linux e Android contribuiscono a slegare il desktop dalla sua concezione fissa.

Una nuova prospettiva del pc: il Portable Desktop

In queste novità orientali giace dunque una nuova importante prospettiva per i computer: il portable desktop, la tendenza ad utilizzare un unico strumento per casa e lavoro, un computer racchiuso in una penna usb.

Questi tipi di device hanno una sola debolezza: anche se portatili, sono dei veri e propri Pc fissi: non hanno schermo, trackpad nè batteria, e dunque non sono dispositivi stand-alone. D’altro canto, se avessero queste caratteristiche sarebbero dei netbook.

Cosa accadrà nel futuro?

Attualmente, questi dispositivi costano meno di 100 dollari (circa 80 euro), ed hanno caratteristiche in linea con i mobile device di fascia media. Cosa potrebbe accadere nell’immediato futuro? Dobbiamo aspettarci dei coltellini svizzeri un po’ kitsch,  con mini Pc al posto delle penne USB?

Personalmente, mi piacerebbe che questo approccio venisse applicato agli smartphone, per rendere ogni mobile device, all’occorrenza, un vero e proprio pc collegabile a schermo, mouse e tastiera (magari con sistema operativo linux); sarebbe il device definitivo, per la casa, l’utilizzo mobile e l’ufficio. Qualcuno ci è già riuscito, con risultati sorprendenti.

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Non vi piacerebbe avere un unico strumento per tutti gli utilizzi? Fateci sapere!

New York Park, torna la mini serie di Fernando Livschitz [VIDEO]

Vi ricordate di “Buenos Aires – Inception Park” il cliccatissimo video che prendeva ispirazione dal film di Christopher Nolan per trasformare la capitale argentina in un insolito luna park? Il suo creatore, Fernando Livschitz, è tornato con una nuova creazione, ambientata questa volta a New York.

Anche qui ritroviamo giostre e ottovolanti che gravitano attorno ai palazzi, la medesima atmosfera colorata che caratterizzava il precedente video ed una musica ritmica e trascinante.

Colori accessi, un’ambientazione assolutamente intrigante e un tocco di tilt-shift e tima-lapse fanno il resto, per un video che, ancora una volta, ci regala un’immagine inedita di città presenti nell’immaginario di tutti noi.

5 consigli per creare contenuti web che stimolano il passaparola offline

Secondo quanto riportato da Mashable, il 15% delle conversazioni offline sui prodotti e il 23% di quelle sui servizi nascono da qualcosa che si è visto online. In altre parole parte delle conversazioni offline sono generate da quelle online.

Spesso le aziende trascurano l’importanza dell’impatto che i social media possono avere al di fuori delle relative piattaforme: l’efficacia di un’azione di social media marketing non può essere misurata solo in termini numerici di like, condivisioni, retweet, pin etc., ma bisogna tenere conto anche del passaparola offline che può generarsi più o meno direttamente da un contenuto lanciato nel web.

Per questo motivo è importante capire come massimizzare l’impatto sia online che offline di un contenuto sugli utenti. Ecco allora 5 consigli da tenere presente nella pubblicazione degli online contents.

1. Pianificate contenuti virali

I contenuti che più funzionano sono quelli che spingono gli utenti a condividerli a loro volta, innescando un circuito di viralità. Gli utenti tendono a condividere più facilmente quei contenuti che sorprendono, che fanno ridere o che fanno emozionare. Pianificare qualcosa che spinga alla condivisione faciliterà senz’altro il passaparola sia online che offline.

2. Pubblicate al momento giusto

Un contenuto, anche se ben congeniato, può avere scarsi risultati se pubblicato nel momento sbagliato. Bisogna sempre chiedersi quale sia il momento migliore per comunicare qualcosa al proprio pubblico. Alcune volte può essere meglio pubblicare presto la mattina, quando le persone sono entrate da poco in ufficio, o altrimenti prima di pranzo. La viralità nasce, oltre che da un buon content, proprio dal tempismo!

3. Rendete i contenuti utili e facili da trovare

Spesso gli utenti si rivolgono ai profili social per richiedere informazioni. Per questo è importante offrire sempre risposte che soddisfino il più possibile l’utente linkando anche un determinato contenuto sul sito.

4. Identificate gli influencer

Buona parte del passaparola passa dagli influencer: i loro consigli e le loro raccomandazioni sono molto seguite dagli utenti, perciò è bene individuarli e cercare di coinvolgerli o attirare la loro attenzione.

5. Pensate ai sostenitori del brand

Si chiamano brand advocates, non hanno alcun legame professionale con l’azienda che sostengono, ma hanno comunque piacere a parlare di quel determinato marchio. Così, visitano spesso il sito dell’azienda alla ricerca di contenuti e news da condividere con il loro pubblico. Per questo motivo è importare tenere sempre a mente questo target di “fedeli” cercando di offrirgli materiale da utilizzare. Come? Rileggete un post scritto diverso tempo fa ma sempre utile 😉

Questi sono i 5 consigli utili per ottimizzare la vostra strategia di digital content marketing, affinché abbia un impatto anche fuori dalla rete. Buon lavoro, e sappiateci dire se e quanto hanno effetto!

30+ annunci pubblicitari di preservativi

"Felici zii"

Oggi vi proponiamo una divertentissima gallery dedicata agli annunci pubblicitari di aziende produttrici di preservativi.

"Felici zii"

"Sei arrivato in anticipo?"

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"Per un lungo piacere"

Un pacco MIX per ogni occasione

"Al sapore di frutta vera"

Non dire mai: "Non succederà a me"

Non dire mai: "Non succederà a me"

Ovunque lo stato d'animo ti colpisce

Wherever the mood strikes you.

Studio35Live: il secret concert di Paolo Benvegnù [ESCLUSIVA]

paolo benvegnu studio35live

Sapevate che in quel di Cava de’Tirreni esiste un’oasi musicale che ben si confonde nel caos metropolitano?

Questa è Studio35Live: un collettivo di artisti, sociologi e produttori appassionati delle possibilità che i nuovi media offrono alla musica oggi.

Durante l’intero anno gli artisti più rappresentativi della scena musicale contemporanea del nostro paese sono stati invitati a tenere Secret House Concert negli spazi di Studio35.

Si sono susseguiti nomi come: 99Posse, Paolo Benvegnù, 24Grana e tanti altri che sveleremo nelle prossime settimane.

Abbiamo avuto un intero inverno di musica. Ci siamo scatenati nei nostri maglioni di lana, abbiamo cantato, ballato e gioito al ritmo del loro sound.

Lancio ufficiale di Studio35Live Martedì 24 luglio

Ma non è finita qui, perché tutti i live non resteranno più “secret” ma andranno in onda, ogni settimana, sul canale ufficiale di Studio35Live su Youtube.

Questo significa che tutti avrete la possibilità di rivivere le registrazioni dei concerti dei vostri artisti preferiti online.

Lanciamo oggi con questo post la prima puntata di Studio35Live: si parte con Paolo Benvegnù!

Con un percorso iniziato negli anni ’90 con la fondazione degli Scisma e proseguito nel nuovo millennio in veste solista, Paolo attraverso ottimi lavori come “Piccoli fragilissimi film” e “Le labbra“, potremmo definire Paolo Benvegnù, nel rigore e nella sincerità della sua passione, non solo un romantico cantautore, ma un “poeta fondamentalista”.

Ha una sensibilità che ne fa uno dei protagonisti assoluti del panorama musicale italiano. Il suo ultimo album si intitola HERMANN (La Pioggia Dischi – Distribuzione Venus). Il disco è stato recensito con favore dai maggiori quotidiani e magazine nazionali, oltre che dalla stampa specializzata ed è stato presentato in molte trasmissioni di qualità Radio 1 (Start, Steronotte, Suoni d’estate) Radio2 (Radio2 live, Moby dick, Twilight) e Radio3 (alza il volume), Isoradio (ZTL e concerti in sicurezza) e Rai3 in Parla con me.

L’autunno 2011 è stata una stagione ricca di soddisfazioni per Paolo Benvegnù, che ha ricevuto il Premio Radioindie Music Like, come artista più trasmesso dal circuito radiofonico. Il disco si è classificato secondo alle Targhe Tenco 2011, nella categoria miglior disco in assoluto dell’anno.

Le sue canzoni sono state cantate da grandi nomi quali: Irene Grandi, Giusy Ferreri, Marina Rei e da ultimo, l’immensa Mina.

Benvegnù è tutto questo ma, soprattutto, un vero artista della parola suonata.

Ed è proprio per questo che vi consigliamo di non perdervi la prima puntata di STUDIO35LIVE, e di continuare a seguire la pagina Facebook e canale Youtube per scoprire le novità e il resto del programma.

Ora però godiamoci la prima puntata. Buona musica a tutti!

Articolo redatto da Fabiana Amato

Se la tua casa andasse fuoco, cosa salveresti prima di scappare?

Se la tua casa andasse a fuoco, così, all’improvviso, cosa porteresti con te prima di scappare? No tranquilli, non è il caso di darsi agli scongiuri, si tratta del curioso progetto di Foster Huntington, fotografo di Portland che un po’ di tempo fa ha dato vita a un blog  in cui raccoglieva fotografie di quegli oggetti che le persone porterebbero con sé in caso di fuga. Il progetto si chiama appunto The Burning House e contiene le foto dei beni di prima necessità dei partecipanti che si sono prestati rispondendo alla domanda What would you take? 

Quali sono quegli oggetti a quali non potreste proprio rinunciare? Sapreste fare a meno del vostro smartphone o del netbook per un periodo di tempo indefinito? Dovendo fuggire, in fretta e furia, cosa vi fermereste a recuperare?

La cosa è più profonda di quanto sembri. Huntington ha evidenziato il conflitto di valori che si è automaticamente creato al momento della scelta dei beni da portare con sé.  A cosa hanno dato più peso i partecipanti nello scegliere gli oggetti? Al valore pratico, a quello materiale o a quello emotivo? Cosa porteremmo con noi in caso di fuga, ciò che abbiamo di più prezioso in termini economici, in termini di esigenze pratiche o la foto con la nonna che non ci può aiutare come un coltellino svizzero ma ci culla emotivamente più di un qualsiasi altro oggetto esistente?

Uno dei partecipanti ha superato a piè pari la questione inviando una foto della figlioletta, perché “tutto il resto è sempre reperibile”, altri invece hanno dato la precedenza a fotocamere, obiettivi, passaporti, libri, musica e, naturalmente, animali domestici  🙂  Ma diamo uno sguardo a queste fotografie da fuga!

Ecco quanto di più importante c’è nelle vite di alcune persone. Sorpresi?

I fuggitivi ipotetici del Burning House Project sono per lo più studenti e giovani professionisti, le cui fotografie con relativi commenti sono finiti in un libro, The Burning House. What Would You Take? che sta riscuotendo un discreto successo di vendite. E voi, cosa portereste se doveste fuggire da una casa in fiamme?

 

Trovato qui!