LG ci mostra le locandine dei film cult da una nuova angolazione

Per promuovere il nuovo LG Home Theater 3D Sound, i creativi dell’agenzia Young & Rubicam Brazil hanno ricreato le locandine di film cult quali Kill BillForrest Gump Pretty Woman, da un’angolazione inedita.

Un’idea perfettamente in linea con il claim ‘every side of the sound’, che enfatizza la caratteristica core del nuovo home theater: il campo sonoro a 360 gradi.

Gli effetti del credit crunch e le possibili soluzioni

Il credit crunch e i suoi effetti sull’economia

Uno degli effetti provocati dalla crisi finanziaria del 2007-2008 è il cosiddetto credit crunch, o stretta del credito, ossia uno stato di limitata offerta di liquidità a privati e imprese causato da una scarsa capitalizzazione degli istituti di credito o da un aumento dei tassi di interesse che rendono più oneroso prendere a prestito dalle banche.

Come è ben noto dalle cronache, la stretta del credito ha un effetto molto negativo sul sistema economico nazionale e dell’Euro zona.
Le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, fanno molta fatica a ottenere prestiti dalle banche e di conseguenza non sempre riescono a far fronte ai loro impegni finanziari, alimentando quindi il circolo vizioso dell’insolvenza.

Con l’avvento della crisi finanziaria si sono allungati notevolmente i tempi di pagamento e le imprese creditrici tardano a vedere arrivare un po’ di ossigeno nelle loro casse, entrando in uno stato di crisi di liquidità a loro volta.
Elio Schettino, Direttore Finanza di Confindustria, in merito ai pagamenti tra imprese afferma che “i tempi si sono allungati da 88 giorni del 2009 a 103 dello scorso anno”. Chiaramente questo dato non può che peggiorare ancora di più una situazione già tragica.

Il ruolo della Banca Centrale Europea

In questo scenario poco rassicurante, chi ha vestito il ruolo di garante è stata la Banca Centrale Europea che ha iniettato alle banche massicce dosi di liquidità negli ultimi anni per scongiurare il rischio di default del sistema bancario europeo.
Purtroppo però le banche non hanno utilizzato questa liquidità per dare ossigeno agli imprenditori non contribuendo dunque a migliorare la situazione creditizia nei rispettivi paesi.

Su tale fenomeno il Presidente della BCE Mario Draghi ha dichiarato che “mentre le banche hanno utilizzato la prima Ltro (ndr. Operazione di rifinanziamento a lungo termine) soprattutto per far fronte ai problemi di provvista fondi, al rimborso delle obbligazioni in scadenza e, in misura minore, all’acquisto di titoli di Stato dei rispettivi Paesi, l’aspettativa è che, con i finanziamenti ottenuti con la seconda Ltro, rimettano in moto il credito a imprese e famiglie.

I pagamenti della Pubblica Amministrazione

In tutto ciò il debitore che risulta godere dei tempi di dilazione più lunghi in assoluto è la Pubblica Amministrazione Italiana che, stando ancora una volta alle dichiarazioni di Elio Schettino, paga in media i suoi fornitori dopo 180 giorni (contro i 128 nel 2009).
Quello della PA Italiana rappresenta un caso limite poiché i nostri vicini europei godono di condizioni decisamente più favorevoli e in miglioramento rispetto agli ultimi anni: in Francia la PA paga a 64 giorni e in Germania a 35 giorni.

Il Ministro Passera si è attivato per cercare una soluzione al problema dichiarando: “Vogliamo trovare soluzioni per risolvere il ritardo dei pagamenti nei confronti delle piccole e medie imprese, vogliamo recepire nei tempi più brevi possibili la direttiva europea che forza i pagamenti veloci per ridurre questo accumulo di debito nei confronti delle imprese che non è più tollerabile”.

Possibili soluzioni per allentare la stretta del credito

In un recente articolo, Isabella Rota Baldini de lavoce.info ha esposto alcune proposte al problema del credit crunch: “Una possibilità sarebbe per le imprese di ridurre la propria dipendenza dal finanziamento bancario, potenziando invece la raccolta sul mercato obbligazionario. Per quanto riguarda i prestiti alle famiglie, le banche italiane potrebbero ricorrere a processi di securitisation, ovvero di trasformazione dei prestiti in titoli collocabili sul mercato, in modo da ridurre la quantità di debito ipotecario iscritto nel loro attivo.”

Non dobbiamo dimenticare inoltre il pericolo che si corre con le nuove regole di Basilea 3, che inaspriscono i requisiti patrimoniali delle banche a fronte degli impegni assunti e che rischiano di dare un’ulteriore stretta al credito.
In molti, incluso il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, si auspicano un ripensamento di queste regole.

Google Drive è online: 5 giga gratis e molto di più [BREAKING NEWS]

L’arrivo di Google Drive è stato preannunciato dall’aumento dello storage gratuito disponibile su Google Docs, che ha ora raggiunto i 5 Giga. In poche ore il web si è mosso alla notizia che il gigante di Mountain View stesse per mettere online il suo nuovo servizio di storage. E in effetti in giornata ecco arrivare il sito ufficiale drive.google.com già disponibile anche in lingua italiana.

E si preannuncia già come agguerrito avversario di Dropbox,Sugarsync, Box, iCloud di Apple e altri servizi analoghi: “Google Drive. Conserva tutto e condividi ciò che vuoi”. 

E  visto che Google ha anche una buona dose di autoironia, sul blog ufficiale annunciano così l’arrivo di Google Drive:

Avete presente il Mostro di Loch Ness? Se ne parla tanto ma nessuno l’ha mai visto, proprio come nel caso di Google Drive. Bene, oggi siamo lieti di annunciarvi che quanto meno uno dei due esiste!”

Vediamo subito il video di presentazione:

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=wKJ9KzGQq0w’]

Sundar Pichai, il dirigente che è a capo dei progetti di Google Chrome e dei servizi di cloud computing, ha dichiarato:  “Vogliamo che questo sia il centro della vostra esperienza online.”( fonte @mercurynews)

Google Docs si sposterà dunque nel servizio di Google Drive: agli utenti sarà presto permesso, dopo aver fatto richiesta dal sito di Google Drive stesso, di installare il nuovo servizio e le applicazioni annesse.

5 giga gratis

Google offrirà agli utenti fino a 5 gigabyte di spazio gratuito, e fino a 25 gigabyte per $ 2,49 al mese, 100Gb per 4,99$ al mese o addirittura 1Tb per 49,99$ al mese: prezzi inferiori a molti concorrenti rispetto soprattutto alla quantità di dati concessa.

Vediamo brevemente il servizio come funziona.

Accedi da qualsiasi dispositivo, desktop o mobile

Google Drive, al suo interno, assomiglia molto a Dropbox: si installa il software su un dispositivo che esegue Windows, Mac OS X, Android e “nelle prossime settimane” anche su iOS.

Dunque si riceve una speciale cartella Google Drive per la sincronizzazione dei file.

Integrazione completa con tutti i servizi Google

Da quel momento potrete usufruire del fatto che Google Drive è completamente integrato con tutta la Google-sfera:dai servizi di ricerca, a quelli di e-mail, ai servizi di riconoscimento immagini al già citato Google Docs.“La bellezza di Drive è che quando si mettono i file su di esso, si può contare sulla potenza di calcolo di Google che vi è alle spalle”, ha dichiarato lo stesso Pichai.

Drive è in grado di cercare e indicizzare più di 30 tipi di file, inclusi i file Adobe (ADBE) come i pdf.

Google apre il servizio anche agli sviluppatori di software indipendenti, vale a dire gli sviluppatori con idee per impieghi specifici di un servizio di cloud storage e in grado di creare applicazioni specializzate. Questo rende possibile fare cose come inviare fax, modificare video e creare mockup di siti direttamente da Drive. Per installare queste app, dal blog di Google ricordano di dare un’occhiata al Chrome Web Store dove potrete trovare ulteriori applicazioni anche in futuro.

Drive permette anche di condividere i file con chiunque e come per Google Docs si può collaborare nella creazione e modifica dei file stessi.

 Cerca i tuoi file – qualsiasi file – con facilità

Ricerca per parole chiave, per tipo di file, per proprietario e addirittura trovare le parole all’interno di documenti scannerizzati, mediante tecnologia OCR (Optical Character Recognition). In questo modo anche una pagina di un libro o di un giornale scannerizzato sarà facilmente rintracciabile!

Inoltre, lo abbiamo già detto, è integrato anche il riconoscimento immagine: si tratta di una tecnologia ancora in fase di definizione, ma sul blog di Google si legge che sarà presto migliorata.

Per il resto delle funzioni e la successiva integrazione per iOS noi Ninja stiamo con gli occhi aperti e vi terremo aggiornati. Chiudiamo con un’altra citazione del blog di Google: Stay Tuned e “non smettete di cercare Nessie…”!

Earth Day Italia 2012: il report del concerto a impatto zero

Quest’anno la giornata della Terra è stata festeggiata con un concerto a impatto zero al teatro Palapartenope di Napoli. Assieme a Serena Dandini si sono alternati sul palco i tanti artisti del progetto Rezophonic, la cantante Anggun, il ministro dell’ambiente Clini e il sindaco della città De Magistris.

Anggun

L’evento è a impatto zero perché aderisce al progetto di LifeGate: le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’organizzazione del concerto – oltre 26.900 kg di CO2 – saranno compensate mediante l’acquisto di crediti di carbonio generati da interventi di creazione e tutela di circa 13.000 mq di foreste in Costarica.

Al centro dell’evento il progetto Rezophonic di Mario Riso che da anni porta in giro i suoi artisti per concretizzare l’ambizioso obiettivo di “Offrire da bere a chi ha VERAMENTE sete“.  Dalla sua nascita ad oggi, con la collaborazione dell’AMREF Italia, il progetto ha portato alla costruzione di 128 pozzi, 13 cisterne e 3 scuole nella regione del Kajiado tra Kenya e Tanzania.

Dj Ringo, Elena di Cioccio (Iene), Mario Riso (fondatore Rezophonic) e Serena Dandini

Noi di Ninja Marketing abbiamo incontrato nel dietro le quinte Mario Risobatterista, compositore e fondatore del progetto Rezophonic – e gli abbiamo chiesto:

In che modo il progetto Rezophonic è stato aiutato ed ha utilizzato quelle che sono le leve del marketing digitale e 2.0?

Noi dipendiamo totalmente da quel tipo di promozione. Per noi Facebook, piuttosto che il web più in generale, è tutto perché oggi non fa notizia una band formata da 150 artisti che si sono uniti per fornire acqua pulita da bere perché i giornali tradizionali parlano di ciò che non avviene, di tutto ciò che è negativo. Una realtà come la nostra non trova molto spazio in un telegiornale o in uno show televisivo perché non facciamo male a nessuno e perché siamo molto silenziosi in ciò che portiamo avanti. Resta una frase di saggezza popolare di una tribù indiana che recita: “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Ed è questo il modo in cui io e gli altri artisti portiamo avanti Rezophonic, perché in silenzio si possono fare tantissime cose. E il web è molto silenzioso.

Pino Scotto, Enrico Ruggieri e Alteria

Possiamo quindi affermare che l’appoggio principale al progetto parte dalla community e non dalle piattaforme di promozione tradizionali della musica (radio, tv)

Noi siamo stati appoggiati per quanto possibile. La musica oggi non riempe i palinsesti delle televisioni, siamo condannati a vivere la musica di riflesso perché i numeri riguardanti la musica non sono sicuramente positivi né per quanto riguarda le vendite dei dischi né tantomeno a livello di auditel tanto è vero che molte trasmissioni storiche sono scomparse dal panorama della tv italiana. Partendo dal Festivalbar per arrivare a Superclassifica show, programmi che hanno accompagnato la nostra infanzia.
Per noi oggi le cose più importanti sono il WEB e la STRADA, perché la strada per una band che fa rock, e noi gestiamo Rezophonic come se fosse una reale band nonostante sia una nazionale (tralaltro non formata sempre dagli stessi artisti), è tutto.
Il web e la strada, quindi il passaparola e il senso d’appartenenza sono ciò che ci ha permesso di raggiungere i numeri del progetto.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=XUarC9H1jOI’]

“Chi come noi è riuscito a vivere della propria arte e magari realizzare il proprio sogno deve ricordarsene tutti i giorni e deve provare a restituire tutti i giorni della propria vita. Io provo a farlo salendo sul palco con gli artisti Rezophonic e offrendo acqua pulita.”

Mario Riso

Il tema di quest’anno dell’Earth Day nel mondo è “Mobilitiamo il Pianeta – Un Miliardo di Azioni Green®”, una campagna il cui obiettivo è invitare chiunque a compiere, anche nell’ambito della propria quotidianità, tutte le azioni possibili che possano contribuire alla salvaguardia dell’ambiente. L’invito ha registrato oltre 940 milioni di iniziative registrate e l’obiettivo per il prossimo Summit Mondiale di Rio de Janeiro è raggiungere un miliardo di azioni verdi.

Elena di Cioccio (Iene), Livio Magnini, Andy (Fluon) - Foto di Alfredo Capuano

Sud Sound System

Lo show, trasmesso in diretta su repubblica.it,  ha visto tanti artisti calcare la scena: Enrico Ruggeri, Anggun, Sud Sound System, Francesco Sarcina (Le Vibrazioni), Roy Paci, Elena Di Cioccio (Le Iene), Olly (Shandon – The Fire), Pier Ferrantini (Velvet), Piotta, Ringo (Virgin Radio), Andy (Fluon), Stef Burns, Pino Scotto, Livio Magnini (Bluvertigo), Eva (Prozac +) e tanti altri…

Per le fotografie si ringraziano Ph/Angelo Della Mura & Alfredo Capuano.

Innovation Factory: Fabrizio Rovatti e il business dream [INTERVISTA]

Fabrizio Rovatti, attuale direttore di Innovation Factory, incubatore di primo miglio, per anni ha coordinato e gestito i progetti supportati dalla metodologia di trasferimento tecnologico per le imprese assistite da Area Science Park, il parco scientifico vigilato dal MIUR, attivo in diverse regioni italiane per aiutare le imprese italiane e spingere la nascita di startup, soprattutto nei territori meno sviluppati.

Avevamo anticipato quest’area tematica con una riflessione sulle capacità di Crescita dell’economia italiana grazie al trasferimento tecnologico e all’incubazione scientifica d’impresa.

Proviamo a capire meglio come si inserisce in tutto ciò l’esperienza di Innovaction Factory, “dal business dream al business plan“.

Lo schema dell’incubazione in 4 passaggi

Incubazione: ma cosa si fa in pratica in Area Science Park?
Con una descrizione molto rapida -e spero non troppo- possiamo dire che si considerano due istanze che faticano a comunicare tra loro e a lavorare insieme: la Ricerca e il Mercato. E le si mettono in relazione tra loro per farle funzionare.

(1) Il presupposto…

Da un lato il mondo della ricerca, che non sempre ha i suoi obiettivi in sintonia con le esigenze delle imprese, dall’altro anche il mondo imprenditoriale italiano, fatto per lo più di imprese medio-piccole e a gestione familiare, non ha la forza di investire in nuova ricerca né è in grado di rivolgersi agli operatori per confidare le problematiche che vive in tema di gestione aziendale, di vendita di prodotti o ancora di realizzazione di un servizio che intendono dare, per fare degli esempi.

(2) …e il perchè degli incubatori…

Si inseriscono come mediatori tra i due attori in gioco: invitano le imprese a valutare quali sono le proprie esigenze e i propri obiettivi.
Spesso in questa fase le imprese neanche sanno qual è il loro vero problema, così vengono affiancate da veri e propri broker, esperti di mercato, di innovazione tecnologica o provenienti dal mondo manageriale, che, insieme alle imprese, ne studiano la situazione e rilevano tutti i punti di forza e i punti di debolezza dell’azienda.

Ci spiega infatti Rovatti che “i ricercatori, o più in generale gli “inventori”, che si rivolgono a Innovation Factory, vogliono creare un’impresa innovativa che vada a commercializzare prodotti o servizi basati sui risultati delle loro ricerche scientifiche, rispondendo in primis ad una loro intuizione ed a una loro aspirazione profonda: il loro sogno imprenditoriale.

La passione che guida il futuro imprenditore è sicuramente un elemento fondamentale, ma per creare una impresa di successo è necessario coniugare questa spinta istintiva con attività di sviluppo strutturate sia dal punto di vista tecnico che di mercato”.

Le partnership che si sviluppano in questo momento sono forse le più importanti, perchè creano la rete d’innovazione di cui un tessuto territoriale ha bisogno realmente per crescere.

“La stesura del Business Plan, non sulla carta ma validato sul campo e reale guida su cui basare lo sviluppo della futura impresa, è vista quindi come fase finale di un percorso che consente al proponente di verificare la fattibilità della propria idea, di formalizzare in uno schema economico-finanziario tutte le informazioni raccolte durante il percorso, di definire la strategia d’impresa e i dettagli del business model”.

Tra Ricerca e Mercato: il ruolo di Area

La pianificazione dell’intervento possibile attraverso la creazione del Business Plan è costruita in modo tale che l’istanza imprenditoriale possa a quel punto chiede re ai ricercatori, cioè alle università convenzionate o agli istituti di ricerca che collaborano con l’incubatore, di trovare soluzioni adeguate allo sviluppi dell’idea.

(3) Qui viene il bello!
Si iniziano ad esplorare le opportunità di prodotti preesistenti, si creano in laboratorio nuovi imballaggi, nuovi lieviti, si sperimentano nuove possibilità d’applicazione, si creano veri casi di successo. Finché non si torna dall’azienda con la soluzione in mano: è questo il famoso metodo del trasferimento tecnologico che caratterizza il lavoro di Area Science Park.

Dopo un periodo in cui l’incubatore continua a seguire l’impresa, si iniziano a misurarne gli effetti per capire di quanto l’azienda si è rafforzata: si analizza l’aumentato le vendite, si rileva l’allargamento del personale in virtù di nuovi dipendenti, si calcola la crescita del fatturato: quando l’incubatore capisce che l’azienda è matura per proseguire questo cammino da sola, la lascia.

(4) Ecco dove si colloca Innovation Factory

Innovation Management System - AREA

Ricollegandoci proprio alla funzione di supporto per le startup, possiamo quindi dare un altro compito dell’incubatore, cioè quello di spingere la creazione di nuove attività economiche.
In particolare per i servizi dedicati allo spin-off e alla start-up, Innovaction Factory lavora affinché ogni idea d’impresa sia valorizzata in maniera specifica.

“La metodologia prevede la predisposizione di un piano di attività ad hoc per ogni singolo gruppo. Solo così, all’interno di una metodologia formalizzata, si riesce a supportare in maniera efficace ed efficiente l’idea reale dei futuri imprenditori, ottimizzando i costi del progetto e nello stesso tempo ottenendo feedback reali sulla validità degli strumenti adottati.

Proprio questo percorso formalizzato è una delle caratteristiche della metodologia di Innovation Factory: la pre-incubazione. Parliamo della fase compresa tra la nascita dell’idea imprenditoriale e la costituzione della start up, nella quale spesso buone idee si arenano semplicemente perché un’applicazione promettente, frutto di ricerche, non riesce a trovare i supporti – orientati al business – e i fondi necessari a completare le fasi di sviluppo e acquisire i primi contatti nel proprio mercato di riferimento”.

Innovation Factory interviene soprattutto in questa fase, mettendo a disposizione strumenti, competenze e risorse per effettuare queste verifiche – sul campo – di fattibilità tecnologica, commerciale, legale ed economica dell’idea ed investendo in una fase altrimenti poco coperta da altri attori. Grande attenzione viene posta alle idee ma soprattutto alle persone che vengono seguite per essere pronte e consapevoli a svolgere un compito nuovo al quale non sono preparate e che probabilmente non conoscono : il ruolo dell’imprenditore”.

In che modo Innovation Factory si differenzia dagli altri programmi in Italia

“Nel panorama italiano, fortunatamente, si sente parlare sempre più spesso di programmi rivolti alle start-up, considerati uno degli strumenti di trasferimento tecnologico in grado di generare un reale impatto positivo sul tessuto economico italiano, con il forte coinvolgimento di tutti gli attori capaci di creare valore. Le politiche prefigurate in materia da Governo sembrano andare in questa direzione.

Attraverso metodologie come Innovation Factory l’impatto sarà inoltre ampiamente misurabile: nel nostro caso per esempio, a fronte del finanziamento pubblico del Ministero dello Sviluppo Economico e del Consorzio per l’AREA di ricerca di Trieste saremo in grado di supportare la creazione di più di una quindicina di start up innovative. Per ora già 4 sono riuscite a portare a buon fine la pre-incubazione, costituendo società che si sono subito inserite sul mercato, creando inoltre nuovi posti di lavoro e in alcuni casi attirando nuovi capitali da parte di privati e di Venture Capital.

L’auspicio per il futuro quindi è che i programmi rivolti alle start up innovative e agli spin off, soprattutto incentivando percorsi di filiera che coinvolgano tutti gli attori coinvolti nel percorso di sviluppo (dalla pre-incubazione agli investitori), possano trovare sempre più spazio nel panorama nazionale, per poter contribuire in maniera decisa alla crescita economica e sociale italiana”.

Alcuni risultati

Anche a proposito di questo ci eravamo messi avanti: vi abbiamo già parlato di una startup di successo nata proprio ad Innovaction Factory, con S-peek, il primo rating d’azienda a portata di app.
Perciò, in considerazione ai risvolti pratici dell’incubazione scientifica, continueremo a farvi le nostre proposte. Ma aspettiamo anche i vostri feedback!

Credits immagini: www.thinkstockphotos.it

The Jackal, i videomaker più social del Tubo italiano [INTERVISTA]

Li chiamano “stelle di Youtube”, ma è una definizione che a nostro parere sta stretta a molti di quei personaggi che si sono fatti conoscere tramite la rete e, in particolare, tramite i loro video. E’ certamente così per The Jackal, gruppo di giovani videomaker che si è distinto fin dall’inizio per la qualità dei contenuti e lo spiccato senso ironico con il quale dipinge la realtà che lo circonda.

Francesco Ebbasta, Simone Ruzzo e Alfredo Felaco sono sì “nati sul web”, ma ben presto sono approdati alla produzione di video musicali e si occupano ora a tempo pieno di viral marketing e marketing non convenzionale. Insomma, virali sì, ma di certo non improvvisati! Anzi, questi ragazzi hanno dimostrato, in particolare con il loro ultimo esperimento online, di aver compreso la più profonda natura della rete, e di saperci giocare per creare un prodotto intrigante e divertente.

A distanza di diversi mesi dall’ultima intervista che ci hanno rilasciato, siamo tornati a trovarli. La parola agli “sciacalli”!

Ciao ragazzi. Vi ricordate dell’intervista che i Ninja vi hanno fatto nel dicembre del 2010? Erano i tempi dei vostri primi successi in rete. Cos’è cambiato da allora?

Era la fine del 2010, noi uscivamo con il nostro corto “The Washer”, ed era molto in voga la parola “virale” su Youtube. Poi, nel 2011 c’è stato “Freaks!” e la nuova parola di moda è diventata “webseries”. Noi abbiamo cavalcato l’onda a modo nostro con “Lost in Google”, una serie ambientata all’interno di Internet: Simone cerca la parola Google su Google e viene risucchiato nel web.

Ad aiutarlo ad uscire, i commenti degli utenti, che ci aiutano a sceneggiare gli episodi. Ah, un’altra parola molto in voga di questi mesi è “Twitter”.

E’ appena uscito l’episodio 3 della vostra serie, un esperimento interessantissimo che, oltre ad essere divertente, incuriosisce per il suo aspetto di “metanarrazione” sul web e la sua natura, virtuale ma anche umana. Da cosa è partita l’idea di produrre questa serie, e come sta andando?

L’idea originaria è nata da una battuta: uno di noi doveva far visita agli uffici di Google a Milano e ci siamo chiesti “ti immagini, magari apri una porta e c’è proprio lui, Google, che ti chiede ‘cosa stai cercando?'”.

In realtà noi siamo sempre stati molto influenzati dai commenti degli utenti di Youtube. Quando esce un nuovo video, le critiche e i consigli degli utenti sono per noi un’emozione continua. A volte, poi, i commenti riescono ad essere più geniali ed originali del video a cui si riferiscono, anche quando sono sarcastici o lo criticano. Anche perché, nella maggior parte dei casi chi commenta non è mai contento al cento per cento. Per cui ci siamo detti: “questa serie la scrivete voi…”

E per ora, fra visite e commenti, gli utenti sono contentissimi…

Siete nati sul web ma, tra i tanti obiettivi raggiunti, avete ottenuto anche l’attenzione di un mondo importante quale quello televisivo, sbarcando su “La7 Innovation”. Penso al vostro sogno di sbarcare un giorno sui grandi schermi cinematografici, per i quali la tv era un passaggio quasi obbligato fino a qualche tempo fa. E allora vi chiedo: che opportunità vi ha dato il web da un punto di vista professionale?

Il web è la nostra casa e crediamo che il nostro pubblico sia molto legato a questo mezzo di comunicazione. Spesso ci capita di essere contattati da aziende che lavorano sul web e scelgono noi perché sappiamo comunicare su questo campo da gioco. Anche se il nostro sogno resta il cinema e la tv, crediamo molto che parlare sul web significhi raccontare storie adatte per questo mezzo di comunicazione: ecco perché “Lost In Google” è una sorta di odissea nel web, mentre altre webseries invece sembrano idee per la televisione adattate al web.

YouTube è stato la vostra culla e luogo virtuale privilegiato per mostrare il vostro lavoro, ma ci sono altre piattaforme che vi piace utilizzare, per promuovervi o per costruire una relazione con chi vi segue?

Come piattaforma di sharing video pensiamo ancora che Youtube sia la migliore, poiché il pubblico è più vasto e ha innumerevoli funzionalità per far rendere al meglio i contenuti video (penso alle annotation o alla capacità di includere sottotitoli nei video). Per il resto, ci sono i Social Network: c’è la nostra pagina Facebook e Twitter, che è un modo davvero divertente e veloce per comunicare con i fan più scatenati. Ci servono per far conoscere meglio i nostri video, per costruire un dialogo col nostro pubblico e anche per creare aspettativa attorno ad una nuova uscita. Dal punto di vista creativo, ci aiutano quando riusciamo a coinvolgere tramite Facebook o Twitter i nostri fan: per una scena di “Lost In Google” ci servivano molte persone e abbiamo chiamato a raccolta i nostri followers. E’ stato molto bello lavorare con loro e conoscerli di persona.

Vi occupate anche di viral marketing: come descrivereste il panorama dei social media in Italia, pensando al loro utilizzo da un punto di vista esclusivamente creativo e promozionale?

Internet e i social media offrono alle aziende infinite possibilità sotto il punto di vista promozionale. Purtroppo, molte di queste aziende pensano che basti un account Facebook o Twitter per promuoversi, ma in realtà le strategie comunicative che funzionano davvero sono più complesse. Anche con il viral video bisogna fare diverse considerazioni strategiche: il pubblico di Youtube mal sopporta gli spot dichiarati, quelli con il logo e i consigli per gli acquisti alla fine. Molto meglio invece uno spot divertente che attiri attenzione attorno al brand o ad una sua caratteristica, o un product placement all’interno di un video che nulla ha a che fare col prodotto.

E’ difficile far capire alle aziende nostrane che devono in qualche caso rinunciare ad inserire il loro logo nel video. Ma anche da noi abbiamo trovato società pronte ad aprirsi ad un modo diverso di farsi conoscere.

Progetti in cantiere?

Per ora, finire in tempi brevi la quarta puntata di Lost in Google. Poi, chissà 😉

La Repubblica XL, quando il community manager mette a rischio il valore del brand

Il community manager, che mestiere! Sempre occupato tra aggiornamento professionale, tool di analisi e monitoraggio e gestione delle comunità online. Un mix di competenze non facile da trovare in un solo professionista, ma che sta diventando sempre più importante per le aziende, perché banalmente diventa frequente la scelta di posizionarsi sui social media. Quali account aprire? Con che taglio editoriale? Quanti aggiornamenti fare e che tipo di relazione instaurare con gli utenti?

In rete circolano tanti casi virtuosi di community management nazionali e internazionali. Ma oggi ve ne segnaliamo uno davvero sorprendente – questa volta in negativo – e tutto Italiano: La Repubblica XL!

Riassumiamo brevemente la storia: la scorsa notte il responsabile della pagina Facebook ha postato una foto scherzosa di Samuel dei Subsonica e tra i vari like, commenti e condivisioni, è spuntato anche qualche critica al community manager, reo di gestire la pagina di un grande editore e con 75500 fan con troppa leggerezza e poca professionalità. Riportiamo un commento a nostro avviso molto pertinente, che riassume alcune delle riflessioni che faremo poi:

La risposta del responsabile dei contenuti non si è fatta attendere… purtroppo!

… e ha continuato in maniera surreale. Ecco alcuni spunti:

Tralasciamo volentieri i concetti che conoscete già bene (trovate idee interessanti nel postCommunity Manager: ruoli e responsabilità [CASE STUDY]) e ci concentriamo su alcuni spunti di riflessione:

  • Una prima cosa che ci ha colpito è il fatto che la pagina in questione è di una realtà che opera nel settore dei media: a prima vista non sembrerebbe, vero? Un paradosso non di poco conto: se non sono queste strutture le prime a preoccuparsi di un efficace posizionamento sui social media e a riconoscerne il valore… Poveri noi!
  • Legato al primo punto, ci sembra che questo spazio manchi di una vera e propria pianificazione a livello di policy, tono, etc.
  • Terzo, sembra proprio che gli amministratori abbiano carta bianca sui contenuti: non diciamo tanto, ma visto che la pagina non è ‘presa di mira’ per la prima volta da lettori e blogger, almeno un superiore competente che leggesse un paio di post alla settimana farebbe comodo 😉 Qualcuno potrebbe obiettare che hanno cose più importanti da fare, ma allora perché aprirla?

In conclusione, ammettendo che qualche fan è andato un po’ troppo ‘in là’, solo l’intelligenza di qualche utente che ha sottolineato come la rivista e la fanpage siano due cose separate ha impedito, o almeno limitato, che le incapacità del community manager in questione distruggessero parte del valore del brand. Ma il consiglio è di correre ai ripari asap!

I fallimenti più clamorosi di Virgin

Richard Branson è il magnate britannico che ha dato vita sul calare degli anni ’60 ad una delle realtà imprenditoriali più importanti del globo. Il marchio Virgin raggruppa 35.000 dipendenti che presidiano diversi settori tra i quali: media, intrattenimento e turismo.

Sotto il marchio Virgin sono nate più di 100 aziende, e se consideriamo che a tutti capita di sbagliare, figuratevi se non sia capitato anche a Branson. Alcuni dei suoi fallimenti sono stati spettacolari quasi quanto le sue “gesta”.

Di recente su un blog americano, il CEO ha affermato di aver perso il conto dei suoi fallimenti:

“Mia madre mi ha inculcato fin dalla tenera età il principio secondo il quale è sbagliato rimpiangere il passato. Ho provato a trasportare quest’insegnamento negli affari. Negli anni, io e il mio team non abbiamo lasciato che errori,contrattempi o fallimenti ci buttassero giù. Anche quando un’azienda falliva, cercavamo nuove opportunità per vedere come capitalizzare altri gap del mercato.”

Virgin Cola

Il caso della Cola è forse il più celebre ed il più oneroso ma è anche il preferito da Branson per vari motivi: ha avuto l’occasione di guidare un carro armato a Time Square e ha creato una bottiglia a forma di Pamela Anderson.  L’insegnamento più grande: mai sottovalutare il potere dei leader di mercato. “Non ripeterò mai più l’errore di credere che le grandi compagnie siano dormienti”

Virgin Vie, i cosmetici

Ebbene sì anche nella cosmesi! Virgin Vie era una linea di cosmetici in vendita online, nei negozi Virgin, e alle feste a casa. Dopo la chiusura dei negozi causata delle vendite deludenti, il marchio si focalizzò sulla vendita diretta e divenne Virgin Vie At Home.
Nel 2009 Virgin è uscita dagli affari perdendo 8,8 milioni di sterline. Attualmente l’attività si chiama soltanto Vie At Home.

Virgin come Victoria’s Secret

Il brand Virginware voleva fare la guerra ai prodotti Victoria’s Secret e all’inizio sembrava esser partito bene, le vendite su internet c’erano e giustificavano l’apertura di 30 negozi tra il 2003 e il 2004 (venne addirittura costruito un flagship a Carnaby Street a Londra). Nell’aprile 2005 le vendite sono crollate e il brand è fallito svendendo oltre 35.000 capi d’intimo nel luglio dello stesso anno!

Virgin Charter

In questo caso è stata la recessione globale a tagliare le gambe all’idea di Sir. Branson. La compagnia aveva sede a Bruxelles e doveva avere un posizionamento simile a quello di EasyJet, ponendosi come suo competitor e offrendo voli a prezzi stracciati. Virgin Charter è stato lanciato nel 2007 con lo scopo di vendere delle gambe “vuote”, questo è il termine tecnico per definire quei voli che sono disponibili quando un jet privato torna al suo aeroporto di partenza dopo aver consegnato i passeggeri a destinazione. Sfortunatamente, la recessione messo un freno l’intera industria jet privato e la società ha chiuso i battenti nel 2009.

Virgin Clothing

Nel 1998 fu lanciata la linea d’abbigliamento Virgin per un target specifico: 18-35 anni. La linea fu distribuita solo in UK in piccoli negozi e nei department store. Saatchi & Saatchi ideò la campagna di lancio (in alto) ma nonostante gli sforzi di marketing nel 2000 fu chiusa l’attività a seguito di una massiccia perdita di investitori.

VirginStudent, il social network

Il sito creato da Virgin nasce come una community che ha tutte le funzioni dell’attuale Facebook: bacheca, album fotografici, profili e richieste di amicizia.
Un vero e proprio peccato perché considerando che il lancio del sito è datato 2000, ora tutto il mondo parlerebbe di Virgin come la più grande social realtà. Qualcuno azzarda addirittura che la nascita di MySpace abbia a che fare con questo fallimento.

Capitolo Abiti da Sposa

Ecco a voi il finale col botto, vedere Sir. Branson vestito da sposa vi fa capire, forse, quanta serietà ci sia dietro ad alcuni dei suoi investimenti. Virgin Brides era la catena di negozi d’abbigliamento da cerimonia che nel 1996 aprì in alcune località del Regno Unito. Nonostante la rasatura effettuata dal Boss per il lancio del brand, nel 2007 gli ordini cessarono e tutto ciò che rimase furono i debiti.

Olimpiadi 2012? Con i social media, of course!


Quest’anno anche i social media parteciperanno alle Olimpiadi che si terranno quest’estate a Londra.

Se prima i fan seguivano le performance degli atleti in gara sui giornali poi radio e televisioni, nel 2012 li seguiranno anche attraverso i social media.

Come riportato da Mashable, il Comitato Internazionale delle Olimpiadi (International Olympic Committee) illustra in un‘infografica come negli ultimi anni l’audience dei giochi sia aumentato  proprio grazie ai social media, che rendono possibile un rapporto più diretto con gli atleti e con i giochi in generale. Grazie al web 2.0 si è infatti ridotto il divario tra atleta e fan, con collegamenti più diretti e giornalieri su Facebook e Twitter.

I fan delle Olimpiadi su Facebook sono passati dai 100 milioni di utenti nel 2008 agli oltre 800 milioni del 2012; su Twitter si passa da 6 milioni di utenti a 140 milioni. Sintomi di come stia cambiando il modo con cui gli appassionati scelgono di vivere le Olimpiadi.

Per cavalcare il fenomeno social delle Olimpiadi, nei giorni scorsi  il Comitato ha dunque lanciato un hub on line che permette di aggregare i contenuti provenienti dai feed degli account Facebook e Twitter di oltre 1.000 alteti olimpici attuali ed ex atleti.

Come incentivo a partecipare alle conversazioni sull’hub, gli utenti hanno accesso a video esclusivi in cui gli atleti danno piccoli consigli su come migliorare le performance sportive, e sessioni di chat live con gli atleti stessi. Sono inoltre previsti vari contest con premi virtuali e reali per i fan che più attivi. Un esempio? “I copy You“: seleziona la foto di un atleta, mimala e poi twittala , con l’hashtag #olympics, per vincere un viaggio a Londra!

Allora, che ne pensate di queste Olimpiadi un po’ più social oriented? 😉

A lezione di Sauza Tequila con il sexy fireman [VIDEO]

Come preparare un ottimo Margarita in compagnia di un super sexy vigile del fuoco: è il nuovo spot americano della Tequila Sauza, combinazione vincente di ironia e maliziosa furbizia.

La campagna sembra aver subito conquistato il popolo femminile raggiungendo almeno potenzialmente, come nelle intenzioni dei creativi della Euro RSCG Chicago, un’altra importante fetta di mercato.

Un eroico pompiere a torso nudo che, oltre a spegnere incendi e amabili gattini francesi in difficoltà, dimostra di essere attento alle esigenze di ogni donna, conoscendo perfino la differenza tra jeans, jeggings e leggings. Ed è pronto a correre in soccorso in caso di necessità.

Gli ingredienti per accendere i bollenti spiriti ci sono tutti, ora manca solo il numero da contattare! Per ora accontentiamoci di sapere che il nome del focoso pompiere è Thomas Beaudoin, e sentiremo ancora parlare di lui…