Torna il Forum delle Risorse Umane: 3 giorni per scoprire il futuro del settore

Il 17, 18 e 19 novembre torna in triplice veste il Forum delle Risorse Umane.

Se la pandemia ha messo a dura prova il mondo del lavoro e del People Management, che si è improvvisamente trovato a dover rivoluzionare la propria attività, l’edizione 2020 del Forum avrà il compito di fare un bilancio sui progressi svolti e porre le basi di un confronto sulle nuove sfide e le opportunità aperte dai nuovi scenari.

>>> Scopri quale sarà il futuro del mondo HR con il Forum delle Risorse Umane.

Tre giorni dedicati al futuro delle skill, del welfare e dell’innovazione

Per dare a questi temi lo spazio che meritano, il Forum sarà organizzato in una tre giorni di sessioni, ciascuno dedicato a una diversa area di interesse: Training & Recruiting Day (17 novembre), Welfare & Wellbeing Day (18 novembre) e Digital & Innovation Day (19 novembre).

In un’epoca che ci ha visti costretti a minimizzare gli spostamenti e i contatti con gli altri, gli organizzatori hanno pensato che uno sforzo ulteriore fosse necessario per tornare a incontrarci, dialogare, riflettere sui problemi, in modalità online.

Il programma

Ciascuna delle tre giornate avrà inizio con una sessione plenaria, a cui seguiranno Talk Show, Digital Speech, Tavoli Tematici, con la partecipazione di Direttori di funzione e Opinion Leader d’eccezione del mondo HR, chiamati a confrontarsi sul presente e sul futuro del People Management, su come rilanciare il lavoro e far ripartire il paese. E saremo presenti anche noi di Ninja con un intervento dal titolo Ninja Learning for Digital Transformation: metodi e tecnologie a supporto delle aziende“, a cura di Federica Bulega (Corporate Training Manager di Ninja Academy) e di Esther Intile (Event & Account Manager di Ninja Academy).

Sarà l’occasione per interrogarsi sulla corretta “Exit Strategy” da tre prospettive:

  • 17 novembre | Le skill del futuro. Le leve della talent attraction e della formazione per far ripartire il paese.
  • 18 novembre | Il welfare del futuro. Il benessere delle persone e la crescita sostenibile.
  • 19 novembre | L’innovazione del futuro. Digitalizzazione e tecnologia per trasformare le crisi in opportunità.

Vuoi saperne di più e seguire la diretta? Iscriviti al Forum delle Risorse Umane!

Social Media Trends 2021: come guidare la tua strategia

Contenuti, meme, nostalgia. Sono solo alcuni degli elementi chiave per pensare alla tua social media strategy 2021.

Nello scenario da tenere a mente, naturalmente, non possiamo dimenticarci o eliminare completamente la pandemia. Anche se la crisi mondiale dovesse risolversi nei prossimi mesi, le ripercussioni si faranno sentire per gli anni a venire. L’ombra gettata dal COVID probabilmente perdurerà, rendendo difficile per i consumatori dimenticarne le conseguenze. Per questo i brand dovranno adattare la loro comunicazione alla luce di ciò.

A fare il punto ci pensa ancora una volta Talkwalker, con il suo ultimo report “2021 Social Media Trends”, per guardare in modo approfondito al contesto attuale e guidare la tua strategia sui social media per il prossimo anno.

>>> Leggi tutto il report “2021 Social Media Trends” di Talkwalker <<<

1. Un pubblico social più consapevole

Nel 2020 è divenuto lampante come questa generazione socialmente consapevole (e la futura generazione Alpha) abbia un impatto sui brand, sulla politica e sulla società nel suo complesso. I brand dovranno impegnarsi maggiormente su temi come la salute mentale, l’inclusività e la giustizia sociale, altrimenti rischiano di diventare irrilevanti e potenzialmente obsoleti nel 2021.

2. La disinformazione digitale verrà gestita

I social media hanno sempre offuscato i confini tra realtà e finzione: dalla rappresentazione edulcorata delle vite di
alcuni Instagramer agli account parodia di Twitter. La crisi dovuta al COVID-19 ha portato in primo piano il tema
della disinformazione. La società si trova ad affrontare un futuro incerto e questa incertezza ha creato un focolaio di
disinformazione, con storie false la cui risonanza può avere un impatto rilevante. Il 2021 sarà l’anno in cui i brand e i canali dei social media si concentreranno nell’evidenziare la verità e sul mettere a tacere le fake news.

3. I giganti dei social media si adatteranno alla nuova normalità

Quando si esaminano i trends dei social media accade spesso che ci siano persone che gridano che una piattaforma
sta morendo o che un’altra prenderà il sopravvento. A questo proposito prevediamo che le piattaforme di social media dominanti di oggi rimarranno tali nel 2021 e oltre. Potranno avere nuove caratteristiche e si adatteranno alle tendenze del momento, ma è molto improbabile che la loro popolarità diminuisca nei prossimi anni.

4. Il ritorno del marketing “old school”

Alcuni trend vanno e vengono in un battito di ciglia. Alcuni continuano a circolare e fanno capolino nella coscienza collettiva di tanto in tanto. Lo stesso vale per le tecniche di marketing. Le tattiche che abbiamo visto in precedenza possono apparire improvvisamente, soprattutto in tempi di incertezza, con i professionisti della comunicazione che ritornano a metodi collaudati applicati ad idee nuove. Nel 2021 assisteremo a un ritorno del “marketing old school”, mentre i brand torneranno a un modo più semplice di coinvolgere i consumatori.

5. L’aumento dell’interesse intorno al social gaming

Durante il confinamento dovuto al COVID-19 le persone si sono rivolte ai videogiochi come ulteriore forma di distrazione. Il pubblico di forum e gruppi sui videogiochi è cresciuto, creando intere comunità dedicate alle varie fanbase. Mentre apprendiamo sempre di più come i videogiochi apportino benefici ai giocatori (come lo sviluppo di abilità cognitive che possono essere messe a frutto nel mondo reale) nel 2021 il videogioco in quanto medium sarà meno stigmatizzato, poiché i brand si rivolgeranno alle comunità che gli appartengono.

6. La centralità del conversational marketing

Il marketing è come una strada a doppio senso. I brand non possono più gridare i loro messaggi nel vuoto e sperare che vengano recepiti. Al contrario, si tratta di conversazioni e connessioni: bisogna mantenere la conversazione con i consumatori per costruire quelle relazioni generano vendite. La pandemia ha portato questo fattore in primo piano. Le vendite non sono più una priorità per i clienti. Sono invece l’informazione, l’impegno e le questioni sociali a guidare il coinvolgimento e la fidelizzazione. Collegarsi con queste storie sarà fondamentale nel 2021.

7. Il nostalgia marketing per coinvolgere il pubblico

È naturale guardare indietro al 2019 e considerarlo come un anno migliore. Le emozioni positive legate ai “bei tempi andati” contribuiscono a migliorare lo stato d’animo attuale. Il fascino del nostalgia marketing è evidente. Associa forti emozioni positive al brand e gli dà una spinta di tipo sentimentale. In tempi di incertezza e di recessione economica i consumatori cercano di connettersi sempre più frequentemente con i tempi più felici per distrarsi dalla situazione attuale.

8. La capacità di engagement dei meme

Dimentica le emoji. Ripulisci il tuo desktop dalle GIF. I meme sono ora il nuovo modo di comunicare, che si sta diffondendo su internet come un modo divertente per coinvolgere le comunità. Non sono tutti positivi e simpatici, però. Come per ogni tipo di comunicazione, possono essere usati per influenzare la mentalità del pubblico. I meme possono contribuire a contrastare situazioni estreme, come nel caso di agenzie esterne che interferiscono con le elezioni o altri eventi importanti. Nel 2021 bisognerà essere pronti a proteggere il proprio brand dai meme.

9. Le 4C dei contenuti sul Coronavirus

Anche se la pandemia dovesse risolversi nel 2021, le ripercussioni si faranno sentire per gli anni a venire. L’ombra gettata dal COVID probabilmente perdurerà, rendendo difficile per i consumatori dimenticarne le conseguenze. I brand dovranno adattare la loro comunicazione alla luce di ciò. Il tono della conversazione nel 2021 sarà determinato dalle quattro C del contenuto relativo al COVID-19: Community – Contactless –  Cleanliness –  Compassion.

10. Il remix è il nuovo user generated content

Lo user generated content – contenuto generato dagli utenti – non è una novità; tuttavia il modo in cui viene oggi creato, trovato e condiviso è un tema di attualità. Il remix è in crescita attraverso applicazioni come TikTok, Koji ed Instagram Reels. È l’arte di prendere dei format, dei template o degli spunti e combinarli per esprimere la personalità o le idee di un utente. Ci aspettiamo che il 2021 porti ancora più opportunità per il remix, con i brand che coinvolgeranno un nuovo pubblico e creeranno contenuti che sapranno distinguersi.

Vuoi conoscere maggiori dettagli su questi trend, conoscere il parere degli esperti e leggere utili consigli per le tue strategie social media? Scarica il report di Talkwalker “2021 Social Media Trends”!

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Il futuro dello shopping è phygital: dal Virtual Shopping Service all’Home Try-On

  •  A causa del COVID-19, il mondo del retail ha dovuto accelerare il processo di digitalizzazione già in atto
  • La dimensione phygital sta diventando sempre più un driver del cambiamento, svelando nuovi modi di costruire la customer experience
  • Personalizzazione e connessione saranno i criteri determinanti nel successo del business che passa dal retail

 

Il COVID-19 ha rivoluzionato le nostre vite e cambiato il nostro modo fare acquisti e comunicare, incoraggiando sempre più persone a fare affidamento sulla tecnologia. Anche se l’adozione del digitale era già in ascesa, la pandemia ha accelerato questo trend, spingendo soprattutto i meno giovani a provare l’eCommerce.

Questa tendenza è destinata a crescere per tutto il 2021 e oltre. Gli utenti faranno sempre più shopping online e cercheranno servizi capaci di combinare i vantaggi dell’esperienza in store con la comodità e la personalizzazione dell’interazione online.

Per adattarsi a queste nuove istanze, le aziende dovranno valutare la possibilità di offrire un’esperienza d’acquisto tale da integrare l’esperienza fisica dello store con la componente digitale, e viceversa.

Ad oggi,  il 63% degli acquisti inizia online, tuttavia il 49% degli utenti preferisce ancora fare acquisti in negozio. L’ascesa dell’eCommerce porta gli shopper a sperimentare una customer journey personalizzata e on demand.  Questo fa sì che le loro aspettative relative all’esperienza in store siano altissime e non possano essere deluse.

Da qui, l’opportunità di offrire più valore a un costo inferiore attraverso una strategia phygital.

4 esempi di approccio phygital

Se ancora non hai piena dimestichezza di come potrebbe essere un approccio phygital, ecco alcuni esempi promossi dai grandi brand.

1. Nike

Nike ha sperimentato un nuovo tipo di negozio in stile pop-up, incentrato sul concept del negozio di quartiere. Il negozio Nike by Melrose a Los Angeles è stato progettato sulla base dell’analisi dei dati dei clienti di Los Angeles NikePlus. Questi insight hanno fornito le informazioni necessarie per stabilire le offerte promozionali in store e sviluppare selezioni di prodotti customizzate.

Attraverso l’app Nike, i clienti possono riscattare i premi in store, prenotare una sessione di test prodotto, ordinare gli articoli per il ritiro e accedere ai resi inviando un messaggio al negozio.

2. Gucci

Pochi mesi fa, Gucci ha lanciato Gucci Live, un nuovo servizio di personal shopping virtuale che consente agli utenti di fare acquisti da remoto, comunicando con i consulenti del brand in videochiamata.

Attualmente il servizio è in fase di test ed è attivo nella sede di Gucci 9 di Firenze, ma il marchio prevede di estenderlo nelle altre cinque sedi di Gucci 9 a New York, Tokyo, Singapore, Sydney e Shanghai.

3. Timberland

Al fine di integrare l’esperienza in store con quella sul web, Timberland ha introdotto i TouchWall. Questi display digitali offrono ai clienti presenti in negozio l’intero catalogo online degli articoli del brand, insieme alla possibilità di creare una raccolta di preferiti in pochi semplici tap.

CloudTags Timberland Connected Store from cloudtags on Vimeo.

Inoltre, Timberland utilizza i dati ricavati dai tablet usati in negozio e dai TouchWall per fornire una migliore esperienze retail e potenziare la propria strategia di remarketing.

4. Warby Parker

Warby Parker offre agli utenti il servizio Home Try On, cioè la possibilità di ordinare e ricevere a casa fino a 5 paia di occhiali da provare gratuitamente, per un periodo di 5 giorni. Come si legge sul sito ufficiale del brand, il servizio si articola in 3 step.

  • L’utente seleziona fino a 5 paia di occhiali da ordinare in prova;
  • Warby Park invia gli articoli campione e l’utente ha fino a 5 giorni per provarli;
  • Il cliente ordina online l’articolo prescelto e restituisce i campioni via posta.

I principali takeaway per le aziende

Una strategia che integra l’esperienza fisica dello store con la componente digital incoraggia le persone ad interagire con il brand, offrendo loro maggiore connessione e una migliore esperienza d’acquisto.

Inoltre, il vantaggio di un approccio phygital è che le aziende hanno la possibilità combinare al meglio i dati degli utenti in store con quelli raccolti online attraverso gli strumenti di marketing omnichannel.

Questo fornisce una panoramica completa delle abitudini d’acquisto di ciascun cliente, sia in negozio che sul web. Così, man mano che il brand acquisisce queste informazioni, può elaborarle per progettare una customer journey su misura, attraverso offerte e promozioni personalizzate.

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La crisi ha colpito tante aziende italiane, ma per rilanciare le attività c’è il Digital Marketing

Lo avrai sentito e ri-sentito, perché lo pensiamo un po’ tutti: il 2020 passerà alla storia come uno degli anni più negativi di sempre. Le chiusure e le limitazioni imposte dalle autorità da un lato e il rischio percepito da parte del pubblico dall’altro hanno fortemente compromesso la domanda di beni e servizi, con conseguenze drammatiche sul fatturato di migliaia di aziende, piccole e grandi.

Siamo tutti dinanzi a un vero e proprio punto di svolta e, in uno scenario così imprevedibile, sono soltanto due le opzioni che abbiamo disposizione: continuare a svolgere le nostre solite attività come se nulla fosse, affidando la speranza di sopravvivenza del nostro business a fattori al di fuori dal nostro controllo, oppure darci una scossa e trasformare una minaccia tanto terribile in un’opportunità.

Adattarsi alla realtà in evoluzione con il Digital Marketing

Coi tempi che corrono essere resilienti è un dovere morale. Adattarsi alla realtà in continua evoluzione, resistere e non mollare mai sono parole d’ordine da tenere sempre tenere bene in mente; per te stesso, per la tua famiglia, per quella dei tuoi collaboratori e perfino per i tuoi clienti più affezionati.

E in questo il Digitale può venirci in aiuto, ma forse non tutti sanno bene come né da dove iniziare.

Noi abbiamo deciso di fare la nostra parte, offrendo un programma di 12 giorni per entrare nel Digital che toccherà tutti i temi fondamentali della Digital Strategy e del Social Media Marketing e che si rivolge agli imprenditori, ai commercianti e a chiunque lavori in un’azienda in difficoltà a causa della crisi.

12 digital days challenge

La 12 Digital Days Challenge Ninja

Dal 13 al 24 novembre, ogni giorno, per 12 giorni, avrai l’opportunità di accedere gratuitamente a un corso diverso. Così facendo, in meno di 2 settimane acquisirai conoscenze complete e aggiornate che ti consentiranno di muoverti con agio nel mondo digitale e cogliere nuove opportunità di business.

Grazie a un metodo didattico innovativo e interattivo, imparerai l’importanza della Digital Strategy e la potenza del Digital Advertising per la promozione dei tuoi prodotti e servizi; apprenderai come utilizzare in maniera professionale i principali Social Media per il tuo business e le come sfruttare la tecnologia per automatizzare le tue operatività di marketing; scoprirai le tecniche di scrittura più efficaci per il web e come ottenere il massimo dalle tue attività di marketing digitale.

Nel tuo percorso di formazione sarai guidato dal team Ninja e da alcuni dei più esperti professionisti del settore, impegnati sul campo da anni, e potrai conoscere il loro punto di vista e apprendere esempi pratici da poter replicare sin da subito, adattandoli facilmente alle tue esigenze.

Ognuna delle 12 Lezioni Gratuite è stata ideata per condensare nozioni teoriche e casi studio reali attraverso un metodo efficace al 100%. Apprenderai solo di contenuti significativi e di assoluto valore. A te la scelta. Puoi decidere di seguirne uno, tutti o solo quelli che ti interessano.

Se lavori nel Digital Marketing puoi aiutarci a fare arrivare il messaggio a chi ne ha bisogno! Scopri di più sul programma a questo indirizzo https://ininja.it/3k5dJT2

E per iscriverti alla 12 Digital Days Challenge, clicca qui.

Aiutiamo Mirco Pasqualini

Un appello per aiutare Mirco Pasqualini

Mirco Pasqualini, designer italiano da 10 anni a New York, VP of Strategic & Innovation Design in Originate a New York, ha lavorato anche come Head of Design a Ogilvy North America e nel lontano ‘98 ha dato vita ad una delle prima Digital Agency Italiane.

Lo scorso maggio era tra gli speaker di Dialoghi Ribelli, la maratona Ninja spin-off di N-Conference, andata in onda durante la Digital Edition della Milano Digital Week 2020. Ha dato il suo prezioso contributo e ha condiviso con tutta la Tribe la sua visione, le sue intuizioni arricchendo ognuno di noi con nuove ispirazioni e profonda consapevolezza.

Oggi ha bisogno del nostro aiuto.

Da una settimana è ricoverato in condizioni gravissime: era in sella alla sua bicicletta e stava pedalando verso casa, a Woodstock (NY). Nel tentativo di schivare un’auto che si stava immettendo tagliandogli la strada, ha invaso l’altra corsia dove arrivava un’altra auto. Per l’impatto ha subito danni rilevanti alla colonna vertebrale e al cervello. Adesso è in coma perchè il suo cervello non risponde a nessuno stimolo. Sarà sottoposto ad un intervento per cercare di ricomporre la sua spina dorsale che nell’impatto si è spezzata a metà.

Le sue condizioni sono molto gravi, per questo sua moglie Gina Smith, che ha sposato in Italia 3 anni fa, ha promosso una raccolta fondi per le tante spese mediche che la famiglia dovrà affrontare (e viste le sue condizioni non saranno poche).

Questo è il link per la donazione. Come Ninja ci sentiamo parte di una grande famiglia e vogliamo fare qualcosa per aiutare Mirco in questo momento davvero difficile. 

Per questo divulghiamo questo appello nella speranza che anche oltreoceano lui possa sentire l’abbraccio della Ninja Tribe.

Forza Mirco.

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Workspace: il COVID-19 segna l’addio agli open office

  • Il COVID-19 ha trasformato il nostro modo di approcciarci al lavoro. Dagli uffici siamo passati al salotto di casa, lavorando da remoto
  • Abbiamo lasciato in sospeso la nostra postazione in un open office spazioso, ma cosa troveremo al nostro ritorno? Diremo per sempre addio agli uffici condivisi? 

Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Le parole sono di Winston Churchill e noi non possiamo far altro che annuire con la testa e pensare a questo 2020. Quanti sono stati i cambiamenti che abbiamo dovuto affrontare quest’anno? Nelle ultime settimane sentiamo più forte, sulla pelle, quell’aria d’incertezza che sembra schiacciarci, giorno dopo giorno, nell’attesa di nuove regole, nuove norme e altri cambiamenti. Non possiamo tirarci indietro, presto dovremo affrontarne altri e nessun ambito sarà escluso, specialmente quello lavorativo. Il COVID-19 ha stravolto i nostri piani e ha rivoluzionato il mondo del lavoro, modificandone l’approccio che avevamo. Abbiamo cambiato modo di lavorare e il luogo. Dagli open office dove tutti eravamo riuniti insieme, siamo passati al salotto di casa, destreggiandoci tra telelavoro, faccende di casa e la solitudine di un PC lampeggiante.

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A cambiare, siamo cambiati, ma alla fine, siamo davvero migliorati?

Lavorare da remoto: come è andata davvero?

Le giornate ci sono sembrate infinite. La mattina sveglia presto accompagnata dall’ormai inseparabile nausea mattutina dovuta alle notizie e l’ansia per la pandemia. Ore e ore al PC, una breve pausa, un pranzo veloce e si riattaccava a lavorare. Non tutti abbiamo avuto le stesse esperienze, c’è chi, purtroppo, non ha potuto nemmeno lavorare, e chi ha avuto tante difficoltà a relazionarsi con il lavoro da remoto. Il pensiero andava spesso agli uffici semivuoti che ci siamo lasciati alle spalle, e qualcuno ha anche rimpianto la calca degli open office.

Ovviamente ci sono state persone che invece hanno adorato questo nuovo modo di lavorare e non ne vorrebbero più fare a meno. Il lavoro da remoto non è però flessibile come lo smart working e all’inizio tutti abbiamo fatto molta confusione tra i due.

I pareri sono diversi, e le discussioni tra le due fazioni di chi ama e odia lavorare da remoto, diventano sempre più accese.

I pro e i contro

Lavorare da remoto significa trasformare totalmente il punto di vista su come e dove lavorare. Non esiste più un ufficio, non c’è quel solito brusio che accompagna le giornate e che aumenta durante le pause, quando tutti si riuniscono per un caffè o un pasto leggero.

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LEGGI ANCHE: 5 miti che sopravvivono ancora sul lavoro da remoto, da sfatare nel 2020

Gli open office erano il teatro dove si intervallano suoni e immagini che scandivano una normale giornata lavorativa: il ticchettio delle scarpe dei colleghi che, frenetici, si spostavano da una scrivania all’altra, il fruscio dei documenti svolazzanti e il bip incessante delle mail. Ora sono semi deserti e non sicuri. 

Tutto sta cambiando, e la nostra casa è diventato il posto dove vivere e lavorare. Spesso le due cose si mescolano tra loro, provocando smarrimento. La voglia di tornare alla normalità è tanta, ma non abbiamo idea di cosa troveremo al nostro ritorno.

Come cambiano gli uffici

In uno scenario in continua evoluzione quello che sappiamo è che al nostro ritorno gli uffici non saranno più gli stessi, specialmente gli open office. La storia di come si sono affermati nelle aziende e la loro evoluzione è interessante, anche se non tutti amano questa tipologia d’ufficio. 

L’evoluzione dell’open office

Alla fine degli anni ’60, l’open office iniziò davvero ad affermarsi come design popolare per i luoghi di lavoro. Burolandschaft, originariamente un approccio progettuale tedesco che si traduce in “office landscape”, mirava a democratizzare il posto di lavoro e creare una maggiore interazione tra tutti i colleghi.

In risposta alla crescente popolarità dei vasti spazi per uffici aperti, Robert Propst, presidente di Herman Miller Research Corporation, dichiarò che l’ufficio era una terra desolata che prosciuga la vitalità, blocca il talento, frustra la realizzazione. Secondo il suo parere, un ufficio non aveva bisogno solo di sedie e scrivanie, ma di un arredo. 

La replica dell’azienda fu il debutto dell’Action Office, il primo spazio per cubicoli flessibili, che offriva un ambiente di lavoro alternativo e con un po’ di privacy. 

Man mano che un numero sempre maggiore di aziende si avvicinò all’idea di Action Office e alla sua flessibilità modulare, il concetto cambiò e si trasformò in una produzione di massa di quelli che ora conosciamo come cubicoli. 

Odi et amo: come i lavoratori vedono l’open office

L’open office non ha un largo consenso tra gli addetti ai lavori, ma perché?

Amato dalle aziende perché consente di risparmiare denaro nella creazione e gestione degli uffici, è odiato dai dipendenti per diversi motivi:

  • la produttività personale è ridotta;
  • la mancanza di privacy;
  • i lavoratori si sentono esposti e monitorati;
  • rafforza il comportamento sessista a discapito delle donne.

Nonostante tutto, è stato anche dimostrato che migliora la cooperazione e la comunicazione. Il senso di comunità e la capacità di condividere conoscenze e idee sono le principali attrazioni del co-working.

Gli ultimi studi hanno effettivamente dimostrato che lavorare in un open office diminuisce la collaborazione dal vivo aumentando, invece, il coinvolgimento tramite posta elettronica. La produttività dei dipendenti è ridotta perché le persone si sentono a disagio.

In uno studio è anche emerso che specialmente le lavoratrici, si sentono osservate la maggior parte del tempo e giudicate in base al proprio outfit. Alcune di loro hanno perfino cambiato modo di vestirsi e truccarsi.

Molte donne sono consapevoli di essere costantemente osservate e il loro aspetto continuamente valutato, e questo le fa sentire inadeguate senza una reale motivazione.

Le persone hanno diversi problemi con uffici aperti e cubicoli, che hanno poca privacy, alti livelli di rumore, meno spazio e, apparentemente, un controllo della temperatura peggiore. Nel complesso, molti più lavoratori operanti in cubicoli e uffici aperti sono insoddisfatti del proprio ambiente di lavoro rispetto alle persone che lavorano in uffici privati.

La mancanza di spazio nei cubicoli e nei layout open space degli uffici è la ragione principale della frustrazione dei lavoratori. Di tutti i fattori valutati, la quantità di spazio è stata considerata la più importante.

Cosa ci manca della vita d’ufficio

Abbiamo visto che l’open office non è per tutti un ambiente di coesione e libertà, ma di fatto ha segnato un cambio di rotta nella gestione dell’ufficio. Le cose che probabilmente più ci mancano sono quei semplici gesti che prima erano normalità e che ora ci sembrano quasi fantascienza, e uno dei modelli che potrebbe estinguersi è proprio quello dell’open office.

La possibilità di scambiare informazioni dal vivo sui progetti e sulle strategie da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati, ma anche due chiacchiere in fila alla macchinetta del caffè sono cose che non si possono replicare lavorando da remoto. Adesso ognuno di noi è dislocato in un punto diverso, magari in città o addirittura Paesi diversi, lì davanti allo schermo, solo.

Per quanto sia più sicuro e molti hanno trovato migliore lavorare da remoto piuttosto che in ufficio, evitando l’agognato pendolarismo e riuscendo a gestire meglio il proprio tempo, abbiamo la mancanza dell’ufficio così come lo conosciamo. Forse questa velata malinconia è dovuta al fatto che non conosciamo realmente come potrebbe essere quello che ci aspetta, il nuovo ufficio che varrà. Se effettivamente ci sarà.

L’ufficio di domani: dati e previsioni

Secondo un sondaggio effettuato tra diverse aziende tecnologiche, meno della metà degli uffici open space manterrà questo tipo layout nell’era post-pandemia. La maggior parte sta valutando di apportare delle modifiche per tutelare le aziende e il personale.

Mentre pianificano di riunire nuovamente la propria forza lavoro in ufficio, vengono effettuati numerosi calcoli per fornire un ambiente che mantenga i lavoratori al sicuro, sani e produttivi.

La ricerca di Savills

Condotto dalla società immobiliare commerciale Savills in agosto e settembre, il sondaggio ha chiesto a 250 aziende tecnologiche, per lo più in Nord America, come la pandemia avesse influenzato i loro piani per la crescita degli spazi d’ufficio e sulla forza lavoro nel breve termine.

Prima dell’inizio della pandemia, il 46% degli intervistati ha affermato che i loro uffici erano interamente a pianta aperta, con panchine o cubicoli. Proiettandosi in un prossimo futuro, meno della metà, solo il 22% degli intervistati, ha affermato che continuerà a mantenere il proprio piano open office. Anche gli intervistati con un mix di piani per lo più aperti e alcuni uffici privati ​​hanno affermato che probabilmente cambieranno la struttura degli uffici. 

Ricreare nuovi assetti di lavoro abbandonando l’open office non è l’unico fattore che segnerà i grandi cambiamenti in arrivo nei settori più tech. Secondo il sondaggio, anche gli uffici potrebbero diventare più piccoli.

Oltre l’80% degli intervistati afferma che ridimensionerà gli spazi. Più della metà degli intervistati ha affermato che si libererà di almeno una parte, se non la maggior parte, dei propri uffici entro il prossimo anno e mezzo.

Ma questo non significa che l’ufficio sta scomparendo. Solo un decimo degli intervistati ha affermato di aspettarsi che oltre il 60% dei propri dipendenti lavorerà a tempo pieno in remoto in un ambiente post-vaccino.

Addio open office?

Quindi, se l’open office sta man mano scomparendo, ma gli uffici stessi sono contemplati nel futuro della maggior parte delle aziende, cosa ci aspetta? 

Per la maggior parte degli intervistati, questa è una domanda che non ha ancora trovato risposta. Quasi un terzo ha affermato che sta ancora valutando la pianificazione del posto di lavoro, e il 40% ha affermato di non aver ancora deciso i futuri layout dei nuovi uffici.

Tra i cambiamenti presi in considerazione, troviamo:

  • corridoi più ampi con pedonabilità unidirezionale;
  • migliore filtrazione dell’ariaù;
  • comandi touchless per ascensori;
  • materiali antimicrobici di nuova costruzione;
  • videoconferenza, anche all’interno dell’ufficio, per evitare la sala conferenze.

La pandemia ha avuto un impatto significativo sulla forma e sulla gestione del lavoro, ma le sue implicazioni sono ancora in evoluzione. Non ci resta che aspettare i prossimi mesi.

“É tempo di guarire”. Il primo discorso di Joe Biden come neopresidente degli Stati Uniti d’America

  • Il democratico Joe Biden è il 46esimo presidente eletto dagli americani
  • Kamala Harris è la prima donna alla Casa Bianca in qualità di vicepresidente
  • Il discorso dei democratici alla vittoria delle elezioni non poteva che essere un messaggio di speranza,  fede e unità

 

Joseph Robinette Biden, Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America. La sua vittoria contro lo sfidante Donald Trump è stata decretata alcuni giorni fa. L’insediamento ufficiale alla Casa Bianca ci sarà il 20 gennaio 2021. Intanto nella notte di sabato 7 novembre, il presidente neo eletto e la sua vice, Kamala Harris, hanno tenuto il loro primo discorso pubblico.

presidente joe biden

Lo speech del presidente inizia con Biden che saluta i concittadini americani. Poi mette una mano sulla fronte per guardare lontano, riconoscere, salutare e ringraziare i sostenitori tra il pubblico, in particolare i suoi familiari. Introduce il concetto di vittoria e parla dell’affluenza alle urne, che non si era mai vista prima. Ringrazia tutti coloro che l’hanno votato, parla di gioia, fiducia e soprattutto unità. Biden ci tiene a specificare che non esistono regioni rosse o blu (colori associati ai due partiti) ma esiste una sola America. Torna a ringraziare gli elettori e la famiglia. Cita la moglie Jill, la nuva first lady. Introduce nel discorso Kamala Harris, la sua vicepresidente, donna, nera, figlia di immigrati. Associa anche lei e il marito alla sua famiglia.

Biden parla di giustizia e sottolinea che in America tutto è possibile. Un segnale chiaro e inequivocabile. Per tutta la campagna elettorale dei democratici, Biden ed Harris hanno saputo incanalare il malcontento che negli anni e nei mesi precedenti ha visto bloccare le piazze americane, diventate teatro di scontri e proteste (vedi Black Lives Matter).

Nel continuare il suo discorso, Biden allarga il tiro includendo un po’ tutti e non dimenticando nessuno, i sostenitori delusi di Trump, repubblicani e democratici, tutte le varie minoranze etniche americane e le persone di ogni orientamento sessuale. Biden vuole essere il presidente di tutti. Allora a questo punto è doveroso fare un riferimento alla bibbia: “c’è una stagione per ogni cosa: per costruire, seminare, raccogliere. Ora è tempo di guarire”.

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Breve analisi del discorso della vittoria

Nessuna parola è a caso nel suo discorso. L’America di Biden ed Harris dovrà guarire poiché si troverà ad affrontare pienamente la pandemia da Covid-19 e l’eredità del sistema sanitario così come è stato lasciato dai suoi predecessori.

In maniera precisa e puntale il presidente ricorda quali sono i propri nemici e quali saranno le battaglie da combattere: il virus, l’economia, la sanità, il razzismo, e anche la battaglia per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici.

Un’attenzione particolare merita il nemico virus, che negli ultimi mesi ha portato via tante persone care, ha impedito a molti di costruire nuovi ricordi, festeggiare matrimoni e compleanni. Il suo primo impegno in carica sarà quello di trovare un vaccino.

Poi Biden parla delle varie opportunità che offre il paese, cita vari presidenti da JFK a Barack Obama. Fa riferimento al “sogno americano”, alla patria delle opportunità. Yes, we can!

Joseph Robinette Biden e Barack Obama

Nostalgia e speranza animano tutto il discorso. Un riferimento al figlio che non c’è più e a sua nonna. La famiglia è il cardine dello speech, ben orchestrato, in cui elementi del passato, del presente e del futuro trovano il giusto equilibrio.

“Questi sono gli Stati Uniti d’America: non c’è nulla che non siamo stati in grado di fare insieme”, aggiunge Biden.

Dare fiducia all’America, guardare di nuovo al futuro. Paragona le ali della speranza a quelle dell’aquila (animale simbolo degli U.S.A.).

Il discorso termina, come un sermone, con una benedizione, in una sorta di rituale di protezione, “Che Dio vi benedica!”

Secondo Il New York Times, Joe Biden stava preparando questo discorso da tutta la vita.

Non a caso Biden è il più vecchio presidente eletto nella storia degli U.S.A.

La sua carriera politica nell’ala democratica del paese è iniziata nel 1973 come senatore federale ed è proseguita negli anni fino a diventare nel 2009 vicepresidente di Barack Obama ed oggi presidente degli Stati Uniti.
Ma questo non è l’unico “primato” di questa tornata elettorale.

La sua vicepresidente, Kamala Harris è la prima donna, nera, indo-americana e figlia di immigrati a diventare vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Questo viene enfatizzato da Biden durante tutto il discorso. In America tutto è possibile, tutti possono avere un’opportunità. Bisogna avere fede, lavorare insieme e sperare. E forse la storia della Harris ha una portata ancora più ampia e fondamentale per tutte le donne a livello globale.

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Joe Biden, il discorso completo del 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America

Riportiamo il video del discorso integrale di Biden e la traduzione in italiano dello speech completo.

“Buona sera, miei cari concittadini americani, abitanti del Delaware. Vedo il mio amico senatore Tom Carper tra il pubblico, qualche governatore, membri del Congresso. C’è l’ex governatore, ci sono mia cognata, mia sorella. I cittadini di questo paese hanno parlato e ci hanno dato una vittoria chiara, che convince, una vittoria per noi, per il popolo, con un’affluenza alle urne che non si era mai vista prima. Noi abbiamo ricevuto oltre 74 milioni di voti, la cosa mi ha sorpreso devo ammettere. Stasera vediamo questo paese, tutto il mondo, che ci dimostrano la loro gioia, la speranza per un domani migliore.

Sono onorato dalla fiducia che avete riposto in me. Ho promesso che unirò anziché dividere, perché non esistono stati rossi o blu ma solo gli Stati Uniti; con tutto il cuore vi dico che grazie a questa fiducia che avete posto in me voglio andare avanti ed è per questo che credo che l’America sia fatta di persone e che anche il nostro governo sarà fatto di persone, si occuperà di persone. Ricostruirò la spina dorsale di questo paese, per far sì che l’America sia di nuovo rispettata, unita. Avete votato perché credevate nella mia missione, ora è arrivato il momento di rendere reale questo piano per cui avete votato.

Come ho detto molte volte sono il marito di Jill e non sarei qui senza il suo amore e il suo sostegno, anche quello di mia figlia Ashley, di mio figlio Hunter, i loro figli, sono il mio cuore. Jill ha dedicato la vita all’insegnamento, per gli insegnanti americani questa è una giornata memorabile perché ci sarà uno di voi nella Casa Bianca. Jill sarà un’ottima first lady.

Ho avuto l’onore di avere al mio fianco un’eccezionale vicepresidente che farà la storia, prima donna nera, indoamericana, figlia di immigrati, eletta vicepresidente. Non venitemi a dire che c’è qualcosa di impossibile negli Stati Uniti. Ringrazio quelli che hanno combattuto con me per questo. L’America è andata verso la giustizia. Kamala, Doug, siete la mia famiglia. Ringrazio i volontari, quelli che hanno lavorato nei seggi, il mio team che ha dato così tanto per realizzare questo sogno, è a voi che devo tutto, a quelli che ci hanno sostenuto.

Abbiamo costruito la più ampia e diversificata coalizione della storia: democratici, repubblicani, indipendenti, progressisti, moderati, conservatori, giovani, anziani, città, periferie, omosessuali, eterosessuali, transgender, ispanici, asiatici, nativi americani; la comunità afroamericana ha continuato a sostenermi, io sosterrò sempre voi. Ho detto fin dall’inizio che volevo rappresentare tutta l’America e l’abbiamo fatto, anche il governo deve farlo ora. So che i sostenitori di Trump sono delusi, ma ora dobbiamo darci una possibilità reciproca. Mettiamo da parte la retorica, ascoltiamoci, non trattiamo i rivali come nemici, sono americani come noi.

 

La Bibbia ci dice che c’è una stagione per ogni cosa: per costruire, seminare, raccogliere. Ora è tempo di guarire. Qual è ora la volontà delle persone? Io credo che sia questa, che l’America ci abbia chiamato per restaurare l’onestà, la scienza, la speranza, perché dobbiamo combattere battaglie dure: il virus, l’economia, la sanità, il razzismo, e anche la battaglia per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici. Dobbiamo difendere l’onestà e la democrazia, dare a tutti una possibilità. È questo che ci chiedete.

Cominceremo dall’epidemia perché non è possibile costruire nuovi ricordi, partecipare a compleanni e matrimoni, a meno che non controlliamo il virus. Lunedì un team di virologi si riunirà per darci i consigli giusti, saremo operativi già dal 20 gennaio 2021, quando mi insedierò. Voglio lavorare ad un vaccino, prevenire le epidemie del futuro, mi impegnerò per sconfiggere la pandemia.

Governerò come presidente americano. Lavorerò duramente anche per quelli che non hanno votato per me, mettiamo fine alla demonizzazione, cominciamo a mettere fine a tutto questo adesso, subito. Il rifiuto di cooperare non è una forza misteriosa che non può essere controllata, è una scelta che possiamo cambiare. È parte del mandato che mi è stato assegnato, devo collaborare negli interessi di tutti gli americani, e faccio appello al Congresso perché faccia la mia stessa scelta.

La storia americana è piena di opportunità che sono state raccolte, anche se troppi sogni sono stati posticipati per troppo tempo, dobbiamo fare promesse per tutti a prescindere dalla religione o dall’etnia. L’America è sempre stata plasmata da momenti storici, decisioni importanti. Lincoln nel 1860 per salvare l’Unione, Roosevelt nel ’32, JFK nel ’60 e dodici anni fa Barack Obama dicendo: Yes, we can. Ancora una volta siamo in un momento storico, abbiamo la possibilità di costruire un’America fatta di prosperità. Per troppo tempo si è parlato della battaglia per la nostra anima, dobbiamo ricostruirla, dobbiamo trovare un equilibrio fra ragione e impulso, far sì che la ragione vinca.

Tutto il mondo ci guarda, l’America è un faro e dobbiamo guidare non solo col potere dell’esempio ma con l’esempio del potere. Ho sempre creduto che si possa definire l’America con una sola parola: “possibilità”. In America tutti hanno un’opportunità. Così i sogni si realizzano. Io credo nelle possibilità, in un futuro dove l’America è più libera, giusta, crea lavoro, cura le malattie, non lascia nessuno indietro, non si arrende mai, non cede mai. È una grande nazione, è sempre stata una grande nazione.

Questi sono gli Stati Uniti d’America: non c’è nulla che non siamo stati in grado di fare insieme. Nelle ultime settimane della campagna pensavo a mio figlio Beau che non c’è più, alla speranza, agli americani che hanno perso i loro cari per colpa del virus. Io sono con voi e spero che la speranza vi dia sollievo. Vi solleverà sulle sue ali, vi mostrerà una nuova alba e vi terrà sul palmo della mano. Adesso insieme sulle ali di quest’aquila possiamo guardare al futuro. Con mano ferma e fiducia nell’America, sete di giustizia, per essere una nazione che sia quello che sa di poter essere: unita, forte, guarita. Gli Stati Uniti d’America. Mai e poi mai non siamo riusciti in qualcosa facendolo insieme. Il nonno mi diceva: “Mantieni la fede”. La nonna mi diceva: “Diffondi la fede”. Che Dio vi benedica.”

Natale

Guida al marketing per un Natale che si preannuncia diverso da tutti gli altri

  • A seguito degli stravolgimenti causati dalla pandemia da COVID-19, la stagione natalizia si preannuncia diversa rispetto agli altri anni.
  • Ecco 5 insight chiave per capire i comportamenti dei consumatori online e creare campagne di marketing efficaci.

 

Questa stagione natalizia sembrerà diversa rispetto agli altri anni. Alla luce degli eventi del 2020, tutti noi ci sentiremo un po’ più grati per quello che abbiamo e faremo tesoro del tempo trascorso con la nostra famiglia e gli amici. Per questo motivo, il Natale continuerà ad essere il momento giusto per fare shopping, cercare regali e festeggiare.

Mentre pianifichi le tue campagne di marketing e crei i tuoi messaggi, usa gli insight di questa guida per capire come si evolvono i pensieri e i comportamenti dei tuoi clienti.

La ricerca di sicurezza

Il COVID-19 ha sconvolto le nostre vite e mutato il nostro modo fare acquisti e comunicare, spingendo sempre più shopper a fare affidamento sulla tecnologia. Anche se l’adozione del digitale era già in crescita, la pandemia ha accelerato questo trend, incoraggiando soprattutto i meno giovani a provare l’eCommerce.

 

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Questa tendenza continuerà durante il periodo natalizio. La sicurezza sarà al centro dell’attenzione di chi preferisce evitare il contatto fisico e i luoghi affollati.

Le persone faranno sempre più shopping online e cercheranno servizi convenienti e contactless capaci di garantire esperienze di acquisto sicure.

Per adattarsi a queste nuove istanze, i brand dovranno valutare la possibilità di offrire un’esperienza d’acquisto basata sul click-and-collect, un’opzione vitale durante il periodo natalizio poiché amplia le possibilità degli acquisti online e facilita lo shopping last-minute.

I vantaggi della connessione

La messaggistica offre un modo semplice e istantaneo per connettersi con le aziende e con le persone. I brand che favoriscono la connessione con i propri clienti contribuiscono a stimolare la considerazione e l’engagement nei propri confronti.

Infatti,  il 40% degli acquirenti a livello globale dichiara di essere più predisposta ad acquistare da un’azienda che può essere contattata tramite messaggistica.

La ricerca di novità

Il Natale è sempre stato un momento di grande sperimentazione. In media, il 64% degli acquirenti globali ha provato nuovi prodotti durante questo periodo dell’anno.

Per questo, una buona mossa è quella di aiutare le persone a identificare quali prodotti soddisfano le loro preferenze e sono più rilevanti, focalizzando la comunicazione su qualità, utilità o accessibilità.

Guida i tuoi clienti a scoprire quello che amano attraverso un’esperienza online personalizzata. Entra in contatto con quelli più propensi alla scoperta e ispirali lungo il path to purchase, creando contenuti interattivi.

L’importanza del brand activism

Ancora più che in passato, durante la pandemia le persone si aspettano dalle aziende azioni concrete, non di puro marketing.

È questo il periodo giusto per costruire la tua brand identity e raccontare in modo chiaro e semplice come stai contribuendo a supportare la comunità durante la pandemia da COVID-19.

Dialoga con le persone in modo autentico: aiutale a scoprire i tuoi valori e le tue azioni di responsabilità sociale. Considera l’idea di fare campagne benefiche e offrire agli utenti la possibilità di contribuire attraverso raccolte fondi e donazioni su Facebook o Instagram.

La ricerca di empatia

Mostra empatia e sensibilità verso gli stravolgimenti che questo momento storico ha portato nella vita dei tuoi clienti e delle persone in generale.

Monitora regolarmente le tue iniziative di marketing per assicurarti che i tuoi messaggi siano sempre empatici e pertinenti.  E soprattutto, ricorda, le idee che sviluppi devono arricchire la vita del tuo pubblico e della tua comunità.

In che modo il tuo brand può ispirare e migliorare la vita delle persone?

Romantic Italia. Un disco per amarti, uno per dimenticarti

Il chili nella pentola sta iniziando a brontolare, lo copro e decido di lasciarlo al suo piccante destino. Il canale 400 di SKY fa da sottofondo alla serata, stappo un lambrusco ghiacciato mentre una musica attira la mia attenzione: “Il mondo non si è fermato mai un momento”. Certo, la canticchio. Mi aspetto un documentario sulla vita di Jimmy Fontana, invece una ragazza dalla voce precisa mi spiega il testo di quel brano, in un modo che mi ricorda tanto le vecchie, care, lezioni di semiotica all’Università di Siena: «All’improvviso il mondo rinasce davanti ai nostri occhi, all’improvviso la realtà quotidiana ci spinge a dire addio anche all’addio».

La puntata di “Romantic Italia”, dedicata al tema dell’addio, valeva la pena di essere vista senza cucinare nel frattempo. Giulia Cavaliere è brava, la trasmissione finisce ma io vorrei vederne un’altra e soprattutto avrei delle cose da dire e, al limite, da dirle.

Le twitto, poi le scrivo, poi la chiamo. Prendiamo un appuntamento virtuale, come si usa di questi tempi. La “call”, come dicono quelli fighi, durerà per due ore: questa è la storia di una delle mie chiacchierate più felici del 2020.

2 discoteche 106 farmacie

Giulia Cavaliere è una mia coetanea e viene come me dal mondo della comunicazione: «Puoi scrivere che ho una formazione umanistica declinata al POP». Negli anni la critica musicale è diventato il suo mestiere e adesso Giulia collabora con il Corriere della Sera e altre testate. Il suo libro “Romantic Italia” è diventato anche una trasmissione televisiva su SKY Arte.

«Volevo restituire lo spirito del libro: mantenere la dimensione letteraria e allo stesso tempo parlare di musica». L’idea alla base del progetto è semplice ed efficace: riascoltare col lettore delle hit famose, riflettendo sul significato dei testi.

L’appuntamento con Giulia è a colazione. Appena so che è di Pavia scatta la battuta di repertorio su Max Pezzali: «Dove ci sono 2 discoteche e 106 farmacie?».
Giulia la capisce e ride. «Le due discoteche hanno chiuso e adesso ci sono un sacco di negozi di ottica».
«Dici per gli anziani?»,
«Non ci avevo pensato, pensavo più che gli occhiali sono quel genere di cosa che non ti compri online, che te li devi provare. O forse no?».

Giulia mi dice che non serve abbassare il registro linguistico per parlare di POP, che in Italia la critica snobba le “canzonette”, che «All’estero è diverso: gli ABBA in Svezia, ad esempio, sono considerati un patrimonio nazionale».

La vecchia questione tra musica fatta e musica recepita, il flirt semiotico tra emittente e ricevente che esplode in un ritornello e se ne va in loop. «È necessario andare oltre l’orecchiabilità: come ti è capitato con Jimmy Fontana, spesso andiamo col pilota automatico nel cantare le canzoni più famose, tutto bene ma così non ci soffermiamo nei dettagli, che spesso sono meravigliosi».

Dicono che in Italia ci sia una nuova primavera della scrittura, grazie alla musica Indie ma Giulia è indie-scettica: «Leggo tanti testi brutti. Non basta usare parole a caso, di uso comune, per rendere un testo intelligente».
«Ci saranno autori che ami».
«Certo, molti e ti cito Dente, Andrea Laszlo De Simone, Colapesce, Delmoro, Lucio Corsi…». Vasco Brondi? «Il suo ultimo disco  (Terra n.d.r) è bellissimo. C’è un brano che mi ha fatto piangere, si chiama Coprifuoco».

Piace molto anche a me, e fa così: “E dove c’era un minareto o un campanile/ C’è un albero in fiore tra le rovine  / Ci siamo noi due accecati dal sole / Mentre cerchi di spiegare / Cos’è che ci ha fatto inventare / La torre Eiffel, le guerre di religione / La stazione spaziale internazionale”.

Al nuovo cantautorato italiano piace riprendere i temi della vita di ogni giorno, i momenti che tendiamo a dare per scontato ma che rappresentano un po’ il tesoretto dei ricordi del quotidiano.  Come quando Franco 126 e Tommaso Paradiso, in “Stanza Singola”, ci raccontano la vita dopo la fine di una storia, in un appartamento da studente o lavoratore fuori sede, quando anche solo un semplice caffè diventa un ricordo ingombrante: “E quando metto il caffè sopra al fuoco / Faccio ancora la moka per due”.

«Mi piacque tanto quel disco che fece insieme a Carl Brave», mi confessa Giulia «Il disco si chiamava Polaroid. C’era un periodo che canticchiavo sempre un pezzo che faceva… Tararì Tararà!».

Bruciare di doglie blu, nel 2020

C’è una cosa che mi vorrebbe spontaneo chiedere a una ragazza che scrive un libro che si chiama “Romantic Italia”, ed è questa: «Prima eravamo più romantici?».

Evito di porre la domanda perché ho già la risposta, ed è una risposta razionale: non faccio parte dell’esercito dei complottisti del tempo, di quelli del “si stava meglio quando si stava peggio” e dei fan de “i tempi sono cambiati”. Insomma, ci si innamora, ci si lascia, si ricomincia e si costruisce su macerie esattamente come prima. Vero, sono cambiate tantissime cose, specialmente nella comunicazione (a livello di emittente e di mezzi, soprattutto), ma non si è mai smesso di tremare di “doglie blu”, come cantavano i Baustelle nel “Sussidiario Illustrato della giovinezza”.

«Che botta quel disco! Me lo regalò al primo appuntamento un fidanzato, era un CD masterizzato; io lo volevo originale, così raccolsi i soldi della paghetta per comprarlo alla FNAC».
Giulia ci pensa un attimo e mi dà ragione: «Avere venti anni è sempre quella cosa lì. Io e te David siamo poco credibili a commentare gli amori dei ventenni di oggi».

Passano gli anni e ti ritrovi concentrato sulle cose che hai fatto e quelle che non stai più facendo (o non puoi più fare) diventano improvvisamente attraenti, come in quel meme in cui il ragazzo si volta a guardare una tipa, mentre passeggia con la fidanzata.
«Diciamo che oggi è più facile trovare una persona che ci fa tremare di doglie blu che un disco».

Francesco Bianconi ha sposato il lavoro di Giulia Cavaliere sia sul libro che sul programma TV. Sono passati esattamente 20 anni dall’uscita del “Sussidiario” e quella copertina mi ricorda sempre due studenti, sdraiati nel letto del loro appartamento in affitto, nel mezzo al caldo di un’estate, dopo aver fatto l’amore. Il tempo è sospeso, la lezione di domani chissenefrega e loro sembrano guardarti e pensare: ma davvero ti importa qualcosa del futuro?

Il prossimo weekend sarà migliore

“Andiamo in centro a fare un giro a piedi / a guardare le ragazze degli altri”. Giulia mi chiede se mi ricordo il verso di questa canzone. Non solo me la ricordo bene, ma nelle parole di Max Pezzali c’era già dentro tutto: la gioventù (analogica), le uscite con gli amici, il sabato in centro, le compagnie, le tipe che non ci stavano, le tipe che forse ci stavano e le tipe che sicuramente ci stavano (quelle degli altri).

«Quelle parole hanno una grande forza emotiva nel raccontare la privazione». Quale privazione è sottinteso: sfigato con la s-privativa, l’assenza di “figa” genera poesia. La mia non era una battuta e infatti Giulia la prende seriamente:  «La figa era l’espressione della libertà e del successo, evadere da se stessi per conquistare qualcosa di più grande: un amore, anche, da sfoggiare il sabato in centro». Ma non è un mondo tramontato, quello di cui parla Pezzali in “Weekend”, se escludiamo le radioline con cui si ascoltavano le partite, quelle proprio non ci sono più.

Sul rimorchio avremmo tanto da dire, ma non è ancora il momento. Giulia mi ha citato una delle canzoni della mia gioventù, io rilancio con “Molliamo tutto e ce ne andiamo a New York”. Che ne pensi? Non ti ricorda un po’ tutte le volte che Tommaso Paradiso rammenta New York? Alzi la mano chi non ha mai pensato di lasciare tutto e ricominciare altrove, lontano. New York era dunque un modo di dire, ma forse lo è tuttora.  Un discorso che parte dalle priorità? Quali sono quelle dei ventenni attuali? Andarsene o restare? Uscire dalla famiglia e rischiare tutto o seguire la tendenza della vita a rischio zero?

Prima si parlava tanto di andarsene, di emigrare, ma adesso si fa sul serio: negli ultimi 20 anni gli italiani all’estero sono passati dai 2.3 milioni del 2000 agli oltre 5 milioni attuali, il 56% degli espatriati ha tra i 18 e i 44 anni. Ancora gli strascichi degli anni ’90, chi non ha retto alla fine di quella spensieratezza se ne è andato o coltiva ancora in cameretta l’orto della sua nostalgia. «Forse è anche per questo che le canzoni d’amore contemporanee sono piene di insoddisfazione e di desiderio».

Il gioco del corteggiamento

Il gelato che cola, protagonista della copertina di Romantic Italia, ci riporta alla dimensione dell’amore come desiderio fugace, da vivere prima che si sciolga. Ma conquistare la persona che si desidera non è così semplice, e il processo di rimorchio ha molto a che fare con la dedizione e la creatività.

«Due cose che mancano molto nelle nuove generazioni», brontolo come un vecchio.
Giulia mi fa eco: «La dedizione che i ragazzi più giovani hanno per le ragazze, e il loro relazionarsi alla conquista, è completamente diverso dall’idea di un 35 o 40enne. Oggi il rimorchio è quella parte del viaggio che deve essere subito e ora».
«E la musica ne risente».
«Eccome: la musica in quel viaggio ha un ruolo, è una cartina tornasole. Chi non ha mai pensato: quella canzone sembra scritta per me».
La musica, come l’arte, ci aiuta a chiarire i nostri sentimenti, è rivelatoria. Traduce qualcosa che era profondo e da soli non riuscivamo a visualizzare con nitidezza. «La canzone funziona proprio così: io sto dicendo una cosa a te e il modo in cui ti rimane dentro coincide con il modo in cui te l’ho detta».

«Romantic Italia voleva essere un modo di scandagliare i momenti di una relazione, da quando ci si incontra fino a quando ci si lascia». Chiedo a Giulia quale sia la parte più lunga, tra tutte le fasi dell’amore, ma so già che ogni risposta non potrà che prescindere da una nota autobiografica.

«The long and winding road: per ogni momento ricordiamo baci, sguardi, mancati appuntamenti, l’idea dell’attesa che diventa parte essa stessa di una relazione». “Many times I’ve been alone / And many times I’ve cried / Anyway, you’ll never know /The many ways I’ve tried”.

Tutto subito e tutto facile, con una scadenza precisa, come lo yogurt. La narrazione di questi anni cupi propone l’idea della vita a rischio zero, e il rimorchio ne fa parte. Perché ci provi con una ragazza ti metti in gioco, rischi figuracce, rischi un rifiuto, può anche andarti male. Ed è così che il corteggiamento, che per secoli ha ispirato letteratura, musica e arte, viene messo nel dimenticatoio.

Giulia è tranchant: «Non è più centrale la figa, perché conquistarla significa, a volte, perdere dell’orgoglio, e la ferita narcisistica non è più tollerabile. I ragazzi più giovani non vogliono vivere una vita in cui non si sentono al centro di tutto. David, la verità è che la gente ormai si scopa da sola». Si guarda, si piace e si compiace, come in un selfie su Instagram, mentre la centralità della conquista non esiste più. Un vero peccato: «La mia idea di conquista diventa centrale nella vita nel momento in cui voglio conquistare te e nessun altro: esiste idea più romantica?».

L’amore negativo

«L’amore è negativo, scrive Bianconi, riprendendo un concetto del filosofo sud-coreano Byung-chul Han. L’amore non è piacersi, non è coccolare il proprio ego, ma è accettare anche di fare un po’ schifo, è perdersi, è rischio».
“Perché l’amore è negativo / Perché la pace un giorno finirà / Il nostro cuore sporco e cattivo / Il vero amore ci distruggerà /Mi manchi, davvero, lo sai”.

A proposito di pensiero orientale, dico a Giulia come ormai non sia più molto cool l’idea del tempo circolare: non nel senso delle cose che ritornano, ma nell’abitudine a guardarci intorno, a soffermarci, a gustare il piacere dell’attesa. Cosa ne è stato del riprovarci e riprovarci ancora? Eppure “eroi romantici” si diventa, con tanto impegno, tanto lavoro “sul campo”, non certo solo nei locali della movida ma ovunque la vita ti porti all’incontro con l’altra/o. «Cosa resta di me, delle bocche che ho baciato in discoteca?», chiedo citando “L’aeroplano” dei Baustelle. Ho colpito nel segno, e non capisco più chi stia intervistando chi. «Come faccio a raccontarti un bacio rubato quando lo sono tutti?», mi risponde Giulia.

La narrazione attuale sta provando a far saltare la gerarchia degli amori, degli incontri, delle doglie blu. Nella relativizzazione dei sentimenti, chiunque (o quasi) è sostituibile dal prossimo, a patto che colmi quel vuoto (di affetto e compagnia) che ci portiamo tatuato sulla pelle come il vaccino del vaiolo. Insomma, è tutta una fake news: sarebbe proprio da mettere un bottone di fact-checking sotto ad ogni nuovo incontro, un po’ come fa Twitter e Instagram con i contenuti più delicati. Cliccandoci sopra potremmo andare a rammentare la scala del valore e per comprendere che accontentarsi di una vita a rischio prossimo allo zero va bene ma è pur sempre un accontentarsi.
«Già. Che gusto ha un bacio rubato se prima non è anche un bacio sudato?».

Dire addio all’addio

La storia è all’ultimo capitolo, l’addio, “Farewell” per dirla alla Guccini: «Quando una storia è finita rimangono le sensazioni, i ricordi, le atmosfere ma paradossalmente finiscono proprio le canzoni che l’hanno accompagnata».
«Ma come, proprio le canzoni finiscono per prime? Non sarebbe meglio dire che fanno giri immensi…».
«Stefano Benni diceva: scusami se ho usato la nostra canzone per una nuova relazione».
«Sei spietata. Eppure Jimmy Fontana diceva che il mondo riprende a girare intorno a noi, quando meno te lo aspetti. Tanto basta per dire che Sì, una digestione dell’addio è possibile».
«Oh David, niente aiuta a digerire l’addio».
«Nemmeno le canzoni».
«No, nemmeno quelle. Rimane quel senso di fallimento, di quello che poteva essere e invece non è stato».

Giulia Cavaliere, durante una puntata di Romantic Italia su SKY Arte

Che poi comunque la vita riprende davvero, l’addio è tangibile, è vivo, esiste ma la vita prevale: “Ho aperto gli occhi / Per guardare intorno a me / E intorno a me girava il mondo come sempre”.

L’addio resta, ma diventa più dolce. Come quei ragazzi nella copertina del disco dei Baustelle. Giulia è un fiume in piena di citazioni: “Un’ora, un giorno, una vita / Che cosa vuoi che sia, restia mia”. «Celeste Nostalgia è l’idea stessa che il momento da bruciare non valga lo struggimento di una vita, la nostalgia può essere, appunto, piacevole». Ma lo sappiamo entrambi che questa paura viene da lontano, come quella del buio o dei precipizi.

«Siamo vittime dell’idea dell’eterno, vittime della monogamia che deve pervadere tutto. Abbiamo una mono-vita: un lavoro, una casa, un amore». Il per sempre ci spaventa tutti un po’, aggiungo, ma fa parte delle fasi della vita. A 20 anni è tutto per sempre. Forse anche a 30, in certi casi. Forse ogni stagione della vita ha il suo per sempre. La monogamia può essere anche un pensiero liquido, da applicare di volta in volta sulle persone diverse che la vita ci pone innanzi: una “monogamia seriale”, in cui ogni incontro deve essere quello giusto, ma giusto per cosa poi? Perché la vita non è sempre bella ma il secolo è stato davvero breve e il romanticismo da molti viene vissuto solo nelle serie TV, per poi affrontare la propria realtà in un costante downgrade emozionale; perché si sa, meglio non prendere troppi rischi e andare sul sicuro.

La visione romantica, mi confida Giulia, alla fine è una scelta sociale. Come cantava Serge Gainsbourg, in Couleur Café:  «L’amour sans philosopher, c’est comme le café». L’amore senza farci della filosofia è come il caffè: veloce, banale, distratto e forse un po’ amaro.

 

*Illustrazione di copertina di Silvia Camerani, graphic designer @ Venice Bay

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L’Indie Podcasting e la rinascita dell’audio digitale: si conferma il trend di crescita

  • I numeri, da oltre due anni, vedono una crescita esponenziale ulteriormente rafforzata dal lockdown.
  • Professionisti del mondo radiofonico, influencer digitali, giornalisti, ma anche psicologi, avvocati, dentisti, scrittori dilettanti e addirittura adolescenti veri speaker “in erba”. Ecco chi sono i podcaster di oggi.

 

La crescita del podcasting e le opportunità che si stanno sviluppando attorno a una nuova cultura sembrano ormai conclamate.

I numeri, da oltre due anni, vedono una crescita esponenziale ulteriormente rafforzata dal lockdown che ha visto fiorire una moltitudine di nuovi podcaster (+500% secondo la piattaforma Spreaker) negli ultimi mesi. Questi si aggiungono alla community di content creator del mondo dell’audio che da anni pubblicano contenuti free, di valore e li diffondono sulle più grandi piattaforme, come Spotify e Amazon, che li hanno integrati e fatti crescere esponenzialmente in termini di notorietà. 

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I podcaster come gli Indie

La community di podcaster assomiglia per analogia alla cultura Indie, che ha rappresentato dagli anni ’80 il mondo underground di musica autoprodotta non legata alle major, che affonda le radici nel post-punk. E un po’ come nell’Italian Indie che ha dato esempio negli ultimi anni di grande fulgore popolare, la narrazione dei podcaster nei suoi testi punta su immagini quotidiane e dirette, autentiche, che fanno venir meno anche i tabù, con linguaggi a volte specifici delle community professionali o delle realtà culturali che rappresentano.

Non solo, rappresentano molte spesso delle proprie passioni personali che vengono espresse, con la voce, a volte anche in forma imperfetta ma autentica.

Ci ritrovi infatti doppiatori, professionisti del mondo radiofonico, influencer digitali, giornalisti, ma anche psicologi, avvocati, dentisti, scrittori dilettanti e addirittura adolescenti veri speaker “in erba”, tutti accomunati dalla passione di trasmettere al mondo con la propria voce storie, notizie, riflessioni e contenuti educativi.

La comunità dei podcaster italiani si ritrova da alcuni anni al Festival del Podcasting. L’ultima edizione si è tenuta il 9 e il 10 ottobre del 2020 in versione digitale, con una kermesse dedicata al podcasting libero, a cui partecipano tutti i player che ruotano intorno al mercato del podcast italiano: dagli editori, alle radio, alle startup, alle grandi major del suono.

Tra i tanti contenuti rilevanti emersi nella maratona di webinar e interventi è interessante notare sicuramente la conferma dei trend sugli ascolti. 12,1 milioni di ascoltatori in Italia con un incremento del 16% year-to-year e + 1,8 milioni dal 2018. Con 23 minuti di ascolto medio delle puntate, l’edutainment è la parola chiave dei contenuti che vengono prodotti, tra programmi di intrattenimento e di approfondimento, oltre alle news che costituiscono più del 40% dei topic di podcasting.

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Il podcast come fenomeno

L’Italia si colloca tra i Paesi in cui la creazione di podcast è in più rapida crescita, dietro a Brasile, Gran Bretagna, Canada e Colombia, e secondo gli ultimi dati che Spotify (luglio 2020) ha rappresentato durante la kermesse, confermano che il 21% dei propri ascoltatori è un fruitore di podcast, confermando le aspettative dichiarate dal CEO Daniel Ek nel febbraio del 2019, con un target di Spotify listener che in Italia è per il 71% di fascia giovanile (dai 18 ai 34 anni).

A sancire la concretezza del fenomeno vi sono anche diverse pubblicazioni che raccontano e spiegano la rinascita di questo canale; tra quelle presentate al Festival già in libreria o di prossima uscita: Chiara Boracchi (a cura di) “Branded Podcast: dal racconto alla promozione. Come dare voce ad aziende e istituzioni culturali” Dario Flaccovio Edizioni; Damiano Crognali “Podcast. Il nuovo Rinascimento dell’audio. Come raccontare, pubblicare, promuovere storie da ascoltare”, Roi Edizioni; Luigi Lupo, Podcasting. La radio di contenuto ritorna sul Web, Meltemi.

Il mondo del marketing è già attento a questo nuovo trend in termini di advertising e branded content, soprattutto in termini di posizionamento della brand awareness e di consideration.

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Ma le peculiarità dello strumento (che non è certo nuovo, ma il movimento culturale si) ne permettono la diffusione anche in altri campi orientati al people management, alla comunicazione interna e a tutto l’universo culturale. La peculiarità dell’ascolto della voce permette infatti di instaurare un rapporto di maggiore fiducia con l’ascoltatore che si integra bene nella quotidianità, oggi troppo spesso fatta di video e distrazioni ricevute dalle notifiche degli smartphone.

Tra le grandi novità emerse durante il Festival c’è anche l’apertura per la prima volta del tema dei diritti dei podcaster, che in quanto creator di contenuti avranno bisogno a breve di essere regolamentati dal sistema dei diritti di riproduzione e della tutela della proprietà intellettuale dei propri contenuti e che verrà sostenuta dalla neonata Assipod – Associazione Italiana Podcaster.

In uno scenario di mercato dalle tinte a tratti preoccupanti, focalizzare l’attenzione e ascoltare i nuovi trend può anche far immaginare nuove professioni e nuove applicazioni dell’audio e dello storytelling di aziende e istituzioni. E l’innovazione abbiamo imparato in questo millennio, passa spesso per la rete e l’universo dei creatori Indipendenti. Quindi buona fortuna a “Il sorprendente album d’esordio de.. I podcaster”.