I mille modi che Google ha per controllarti se hai uno smartphone Android

Un account su Google o una cessione di informazioni illimitata a chi ti fornisce gran parte delle applicazioni che usi sul tuo smartphone? Chiunque sia in possesso di un cellulare si sarà fatto questa domanda almeno una volta nella vita. E se quel cellulare ha come sistema operativo Android, la risposta è quasi sicuramente sì. Le coordinate Gps, le reti wi-fi nelle vicinanze, i dati sulla pressione atmosferica e anche un’ipotesi sull’attività del proprietario dello smartphone: nella maggior parte dei casi ci si trova obbligati a fornire tutte queste informazioni per il fatto stesso di utilizzare alcune applicazioni di casa Alphabet.

google

Un patrimonio di informazioni per Google

Cosa significa questo per Android e quindi per Google? Avere a disposizione un prezioso patrimonio di notizie sulle abitudini di milioni di persone che possono essere vendute a fini commerciali o cedute a enti e istituzioni che lo richiedano. Tutto avviene attraverso la location history. È una funzione che deve essere attivata volontariamente dall’utente, ma in alcuni casi comincia a rilevare dati attraverso altre applicazioni collegate come Google Maps, Photos, Google Assistant.

LEGGI ANCHE: Pensi che Facebook e Google siano gli unici a sapere tutto quello che fai? Sbagli

I test fatti da Quartz

Secondo i test fatti dal sito Quartz su diversi smartphone, non viene specificato in maniera chiara l’accesso delle app di Google alla location history. Con diverse tipologie di smartphone è stato rilevato che i server Google ottengono queste informazioni:

  • Il possibile movimento che stai facendo (camminare, andare in bici, in treno ecc);
  • la pressione atmosferica;
  • la connessione a una rete wi-fi;
  • l’indirizzo MAC della rete a cui si è connessi, quello delle reti vicine e dei dispositivi bluetooth nei paraggi;
  • il livello di carica della tua batteria;
  • il voltaggio della batteria;
  • le coordinate Gps;
  • l’accuratezza della posizione Gps.

Si può scegliere davvero?

La risposta di Google è ovviamente che l’utente può scegliere di attivare queste funzionalità liberamente. E aggiunge che le informazioni rilevate servono a fornire suggerimenti all’utente sui posti da visitare, sulle strade da evitare perché trafficate, su dove trovare il telefono smarrito. Quello che, però, non viene sottolineato è che questa attivazione spesso avviene in maniera inconsapevole attraverso altre applicazioni.

google assistant

LEGGI ANCHE: Così regaliamo tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi)

I dati dietro ogni applicazione

Ad esempio con Google Photos, se si accetta di vedere raggruppate le foto per luogo, si attiva la location history e quelle informazioni vengono usate anche per altro, senza la possibilità di limitarne l’utilizzo alla sola applicazione interessata. Procedimento analogo viene seguito da Google Maps che chiede all’utente di attivare la location history per migliorare i suggerimenti sulle strade, ma facendo questo tiene traccia del tuo allenamento fisico e di quando carichi la batteria dello smartphone. Anche quando si usa l’app base di Google viene chiesto di attivare la location history e di solito questo significa permettere a Google di presentare delle pubblicità in linea con abitudini e interessi dell’utente. Infine, per quanto riguarda Google Assistant, l’avviso iniziale fa credere all’utente che l’attivazione della location history sia necessaria. In realtà l’applicazione funzionerebbe anche senza, ma nel frattempo riesce a tenere traccia di quali prodotti Google sta usando l’utente.

Le possibilità per l’utente

Gli utenti possono accedere ad alcune delle informazioni che Google raccoglie consultando la timeline di Google Maps. In ogni caso esiste la possibilità di disattivare completamente la Location History. Con tutte le limitazioni che questo comporta.

Questo robot insegna agli adulti con autismo a lavorare meglio in ufficio

Gli adulti affetti da autismo hanno spesso difficoltà a leggere segnali emotivi che altre persone possono dare per scontati e insegnare loro come riconoscere questi segnali può essere una vera sfida. In un posto di lavoro poi è ancora più difficile. I ricercatori della Heriot-Watt University in Scozia hanno lavorato ad una soluzione. Si chiama Alyx, un robot insegnante di emozioni che aiuta gli adulti con autismo a gestire i segnali sociali nelle situazioni lavorative. Il volto di Alyx è piuttosto semplice. Non ha una forma “umana”. Non è un caso.  I volti umani generano molti piccoli segnali estranei che le persone con autismo possono trovare difficili da decodificare. Al contrario, la faccia robotica di base e facilmente controllabile di Alyx lo rende un insegnante ideale di spunti sociali.

alyx-robot-autismo

Come funziona Alyx

In una sessione di formazione con Alyx, un utente eseguiva un compito di segreteria, come l’archiviazione della carta, e Alyx rispondeva con un segno di approvazione o disapprovazione. I creatori di Alyx spiegano che questo è il principale ostacolo che gli adulti con autismo hanno bisogno di aiuto per superare: sapere se stanno facendo un buon lavoro o no.

Imparare a identificare ed elaborare le espressioni facciali è fondamentale per le interazioni sul posto di lavoro. «L’ambiguità è il vero problema per le persone con autismo e come fare a sapere quando qualcuno è contento di quello che ho fatto – spiega Thusha Rajendran, professore associato di Psicologia alla Heriot-Watt University.

Capisce le emozioni

Alyx è dotato anche di una una telecamera montata nella testa che fornirà feedback ulteriori ai terapeuti. «Possiamo usare queste informazioni per aiutare il robot a capire in che stato emotivo sia la persona, facendo in modo che robot possa rispondere in modo socialmente appropriato» ha spiegato Peter McKenna, ricercatore associato presso l’Università di Heriot-Watt .

L’incontro intermedio della Ninja Digital Factory: come è andata?

Sabato 20 gennaio, in mattinata, i guerrieri della Factory del Master in Digital Marketing si sono ritrovati a Roma e a Milano nelle sedi del #TIMWCAP per il secondo dei tre incontri previsti dal percorso di formazione learning by doing.

Da settembre, in parallelo alle lezioni online del Master, i Guerrieri che hanno aderito anche al percorso in aula, dopo la consegna dei brief hanno lavorato in gruppo per rispondere agli obiettivi da raggiungere: aumentare le vendite e migliorare la capacità di comunicare attraverso strategie di digital marketing del partner commerciale MSC Crociere. Come è andata?

LEGGI COSA È SUCCESSO AL PRIMO INCONTRO

Qui Roma, di Marzia Fiori Andreoni

Ore 9.30. I Guerrieri “invadono” il #TIMWCAP di Roma per uscirne vittoriosi: presentare ai compagni di corso ma soprattutto ai tutor Simone Mariani e Chiara Laterza i loro lavori e assimilare quanti più consigli possibili per arrivare all’incontro finale senza timori.

Nella prima parte della mattinata le squadre hanno lavorato separatamente, ogni gruppo si è riunito intorno ad un tavolo e ha ordinato le idee esponendo dubbi e perplessità al tutor di riferimento. Una revisione dei lavori svolti fin lì, con la cura e l’attenzione di occhi esperti a fare da guida.

L'incontro intermedio della Ninja Factory del Master in Digital Marketing: come è andata?
Successivamente ogni squadra ha presentato al resto dell’aula il proprio progetto avendo a disposizione tassativamente 10 minuti di tempo. Per qualcuno è andata meglio, per altri peggio, ma non importa! Questo era soltanto un banco di prova per arrivare alla fine più preparati!

Tutti i partecipanti hanno suggerito soluzioni interessanti all’obiettivo posto, in molti hanno sottolineato l’importanza del comunicare storie, di raccontare la crociera in maniera più esperienziale per far percepire il brand come una compagna di viaggio più che come compagnia di viaggio.

Sono emersi dunque diversi punti di vista che il mercato odierno richiede e per l’appunto il viaggio è stato connesso a percorsi d’arte, concorsi fotografici, app e attività di blogging in cui diventano protagonisti gli utenti stessi, narratori in prima persona della loro esperienza.

Naturalmente, da bravi digital marketers, nessuno ha tralasciato di proporre una buona strategia di search advertising con uno studio delle keyword di interesse o altri formati di native advertising. Importantissimo anche lo studio del sito e del Tone of Voice del brand, punti focali in ottica digital.

L'incontro intermedio della Ninja Factory del Master in Digital Marketing: come è andata?

Al termine di ogni presentazione l’immancabile parere dei tutor a perfezionare il lavoro svolto, consigli preziosi da tenere a mente ogni volta che ci si trovi a parlare in pubblico. Tutto sembra proseguire per il meglio, alla prossima non resta che fare un figurone!

Qui Milano, di Andrea Pitturru

Una tipica giornata invernale milanese non è riuscita a fermare i partecipanti alla #NinjaFactory di Milano! 🙂

Dopo un bel pieno di carburante, con una bella colazione e due chiacchiere nella sede del #TIMWCAP, i 6 gruppi si sono riuniti per ultimare i ritocchi alle loro presentazioni, seguiti sempre con occhio attento dai tutor Michaela Matichecchia e Stefano Besana.

L'incontro intermedio della Ninja Factory del Master in Digital Marketing: come è andata?

Sono proprio i due tutor che stanno supportando i gruppi per diventare vere e proprie agenzie, chiamate al varo delle loro strategie davanti ad un cliente davvero speciale: MSC Crociere!

Durante le presentazioni, durate non più di 10 minuti ciascuna, si sono visti stili e modi diversi di rappresentare la sfida dell’espansione digital del gigante delle crociere.

Ci sono stati però degli aspetti comuni, molto dibattuti e studiati: la definizione delle personas, la strategia SEO e SEM, le collaborazioni con gli influencers, i pacchetti per determinati target strategici, una svolta nel modo di comunicare e di fare storytelling

L'incontro intermedio della Ninja Factory del Master in Digital Marketing: come è andata?

Insomma, molta carne al fuoco condita da tanti nuovi consigli che i partecipanti al master hanno potuto portare a casa, per presentarsi al meglio alle battute finali. Il lavoro procede e corre veloce verso la conclusione del master a fine marzo.

In bocca al lupo a tutti!

VUOI PARTECIPARE AD UNA NINJA FACTORY? 
C’è ancora qualche posto per la Factory in Social Media Marketing a Roma!

Appuntamento all’incontro finale della Ninja Factory

Benissimo Guerrieri, anche questa è andata! Ora non resta che puntare sempre più in alto e arrivare al 24 marzo 2018 per l’ultimo step della Ninja Factory! Buon lavoro e… Be Ninja! 😉

Il caso dell’influencer trollata perché voleva pagare l’hotel in visibilità

È di questi giorni la notizia della blogger Elle che ha chiesto a un hotel a Dublino una stanza per sé e il suo compagno per 5 giorni durante il periodo di San Valentino, in cambio di visibilità sui suoi canali social.

Elle Darby è una micro influencer, con un pubblico di più di 88.000 follower solo su Instagram, che ha deciso proattivamente di proporre i suoi servizi a un albergatore, Paul Stenson, che però non solo ha declinato l’offerta, ma ha deciso a sua volta di pubblicare sui social la richiesta della ragazza polemizzando.

Un fatto che ci consente di fare una riflessione sull’influencer marketing in questo momento storico, e su come strutturare le digital PR in maniera fruttuosa.

Un breve recap

Facciamo un passo indietro e analizziamo come la vicenda attraverso i social, si sia sviluppata e abbia assunto i connotati di un dibattito pubblico sull’influencer marketing.
Elle contatta Paul Stenson con un’email definendo la prestazione e ponendo ad esempio una precedente collaborazione. A questo punto l’albergatore pubblica sui social l’email, oscurando il nome del mittente e scrivendo un commento “caldo” in cui vengono chiamati in causa i dipendenti che, secondo lui, non possono essere pagati in visibilità, la moneta di scambio proposta dalla ragazza.

Le reazioni del pubblico online sono ampie arrivando a un volume di migliaia di interazioni, raggiungendo, di conseguenza, i media tradizionali che a loro volta amplificano il messaggio e generano un conseguente aumento del flusso di comunicazione online.
A questo punto Elle pubblica un video sul suo canale YouTube accusando l’albergatore di comportamento scorretto e di averla esposta a una lapidazione mediatica.

Non senza malizia, Paul le risponde su Facebook con più di un post, ognuno con una media di 34k interazioni. Nell’ultimo promette anche di pubblicare un libro su come ottenere visibilità online senza spendere soldi, con relativi grafici di come l’engagement sia aumentato esponenzialmente grazie alla polemica e inviandole per giunta una finta fattura per la visibilità.

I temi in gioco sono diversi: rilevanza dell’influencer marketing per le aziende, metodo di approccio dell’influencer ai nuovi clienti, percezione dell’influencer marketing per l’opinione pubblica e infine la gestione della controversia: è vero che l’engagement generato attraverso la polemica è stato ugualmente proficuo per l’albergatore rispetto a una eventuale sponsorizzazione?
Procediamo per punti.

L’importante è che se ne parli

Paul Stenson sostiene di aver ottenuto non solo lo stesso risultato che avrebbe guadagnato attraverso l’influencer marketing, ma addirittura che il consenso riscosso attraverso la polemica sia di maggiore impatto rispetto all’ipotetica campagna con l’influencer.

In altre parole sostiene la regola pubblicitaria tratta dal celebre aforismo di Oscar Wilde “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Questa regola è in generale vera, ma a patto che l’oggetto della discussione/pubblicità sia lo stesso della polemica. Con questa condizione anche una pubblicità negativa potrebbe dare rilevanza e diffondere la conoscenza presso il pubblico dell’oggetto in questione, come nel caso del buondì Motta.

Nel caso in questione, invece, questo presupposto non si realizza: quello che viene promosso a livello globale non è l’albergo e i suoi servizi, ma il tema generale della deontologia degli influencer.
Quindi la risposta è no, la visibilità guadagnata da questa polemica non equivale a un buon advertising sull’albergo, ma è una cosa diversa. Una prova pratica? Nessuno si ricorda come si chiama l’albergo.

L’Influencer marketing paga?

In secondo luogo, posta la non rilevanza ai fini della promozione dell’albergo, ci chiediamo in che modo questa strategia di “promozione inversa” abbia funzionato. Vi rispondiamo subito: male.

Il tone of voice del commento dell’albergatore nei confronti dell’influencer non solo è stato negativo ma è stato mendace. Nel suo post replica alla blogger che la visibilità che lei offre all’ albergo non servirebbe a pagare i suoi dipendenti. Cioè quelli che dovrebbero lavorare affinché il soggiorno dell’influencer sia gradevole. In altre parole lui sostiene che la pubblicità in generale non ha valore perché non è cash.

via GIPHY

La replica che sorge naturale è che se un’azienda decide di fare un investimento in advertising (di qualsiasi natura, cartellonistica, eventi, spazi pubblicitari, PR) paga i propri dipendenti con il ritorno da quell’investimento, non certo dandogli a fine mese i ritagli della guida in cui il suo albergo è menzionato oppure con un comodo cartellone 3×2 da portare a casa.
Se l’opinione di Paul è questa, consigliamo di chiudere tutti i canali social dell’albergo – che conta migiaia di follower, evidentemente frutto di investimenti pianificati e non casuali – visto che, al pari dell’adv, non pagano in maniera diretta gli stipendi dei dipendenti.
Inoltre offrire cinque notti di pernottamento è un piccolo investimento più che ammortizzabile se Elle riuscisse a persuadere già solo 80 persone, ovvero l’1% del suo pubblico, a prenotare nello stesso hotel.

E l’opinione pubblica?

Si potrebbe obiettare che il grande pubblico online ha appoggiato la posizione polemica di Paul e lo dimostrano i tanti like ai post. Cosa significa in termini di comunicazione strategica?
Il primo punto è quello a cui abbiamo già accennato, cioè che il consenso creato non è intorno al tema dei servizi dell’hotel ma in merito alla validità dell’influencer marketing. Un consenso che non si trasforma in valore aggiunto né per l’azienda in termini di ritorno economico né di brand awareness.

Il secondo punto è che Paul ha generato questo consenso creando però una frattura, ponendo al centro del dibattito un tema divisivo che impone, per sua natura, che chi legge prenda una posizione: favorevole o contraria. I favorevoli sono immediatamente visibili in termini di like, cioè migliaia di persone, ma i contrari dove possiamo trovarli oltre che nei migliaia di commenti negativi?

Intanto stanno arrivando numerose recensioni negative sulla pagina Facebook – collegata ovviamente al posizionamento SEO di Google – sulla stampa, che in diversi casi ha posto dubbi circa i modi dell’albergatore e, in ultimo, verso tutti gli influencer e sponsor a livello locale e internazionale che hanno capito di non essere persone gradite e che, in futuro, si guarderanno bene dal promuovere l’albergo o di proporre partnership.

Sul fronte temporale della strategia comunicativa il consenso indotto è di breve periodo – posto che questo consenso sia monetizzabile in termini di prenotazioni – mentre la criticità è di medio-lungo periodo e mina i rapporti dell’azienda per future partnership e istituzioni che colgono tutta la disonestà intellettuale di pubblicare una richiesta che, fruttuosa o meno, era lecito porre.

That’s marketing, baby.

facebook_e_il_suo_nuovo_test_per_una_visualizzazione_comune_dei_video_per_i_gruppi

Facebook e il suo (nuovo) test per la visualizzazione comune dei video per i gruppi: arriva Watch Party

Test, test, test e ancora test! A Menlo Park non ci si ferma mai e dopo i recenti esperimenti sul tool per le dirette video e il tasto per intercettare le fake news (ancora in via di osservazione e implementazione per tutti i profili), si torna a parlare di Facebook e nuovi modi per migliorarne l’utilizzo.

Ci sono diversi motivi per cui il Social Network vorrebbe incrementare il tasso di popolarità e il livello delle prestazioni delle visualizzazioni dei video sulla piattaforma, soprattutto se si parla di quelle che riguardano i gruppi: la prima considerazione da fare, quella più generica, riguarda lo stato vivo, anzi vivissimo, dei contenuti video e il rapporto che intercorre tra questi e gli utenti, che ne richiedono sempre di più e con sempre più modalità di interazione.

facebook_e_il_suo_nuovo_test_per_una_visualizzazione_comune_dei_video_per_i_gruppi

La seconda considerazione utile a questo ragionamento si può fare dando uno sguardo al tipo di video che viene condiviso in rete, poiché la crescente popolarità del live streaming, che consente democraticamente a chiunque di poter creare in forma attiva un contenuto video per poi condividerlo, sembra ormai inarrestabile.

Lo streaming video, consentendo una condivisione e un “dibattito” in real time,  ha un appeal diverso sui più giovani, che naturalmente hanno una maggiore propensione per la creazione di contenuti in diretta o per la visione di questi contenuti creati da altri utenti. E ci sono sempre più consumatori che produttori sul mercato: osservare per credere!

È ovvio che con YouTube, Snapchat e Twitter alle calcagna, i team di ricerca al quartier generale di Menlo Park si diano un gran da fare per far sì che il futuro dei social, cioè le frange degli utenti più giovani del web, trovino sempre più modi per interagire con i contenuti che amano di più.

Cos’è Facebook Watch Party

Se si sommano tutte queste premesse al fatto che il 50% degli utenti Twitter ricerca gli hashtag di un programma TV per avere un parere dagli altri utenti e che i “cinguettii” in diretta rappresentano il 57% delle impressioni settimanali su Twitter TV, diventa semplice arrivare alla conclusione che la possibilità di condividere e scambiare pareri con un pubblico di spettatori attivo in tempo reale diventa cruciale.

LEGGI ANCHE: Twitter e la TV: dal second screen all’ all-inclusive

La funzione che permette di poter partecipare con più internauti ai live streaming potrebbe rappresentare un’area di crescita per tutte le piattaforme, e questo in Facebook lo sanno molto bene: ecco perché da quelle parti si sta cercando di dare a questa opzione (come sempre) il proprio segno distintivo.

facebook_e_il_suo_nuovo_test_per_una_visualizzazione_comune_dei_video_per_i_gruppi

Da questo screenshot si riesce a capire come lo stile di discussione sia molto simile alle dirette di Facebook, ma la differenza sta nel fatto che per qualsiasi contenuto video si scelga, l’interazione rimane esclusivamente all’interno del gruppo.

Potrebbe venir da esclamare “Niente di nuovo, lo aveva già fatto Google!”. Vero! Infatti l’anno scorso, il gigante californiano aveva lanciato Uptime, che ti consente di interagire, guardare e commentare con i tuoi amici i video di YouTube.

Watch Party cerca di rovesciare il paradigma della visualizzazione passiva dei contenuti nel feed, incentivando la generazione di discussioni e, in ultima analisi, l’aumento della partecipazione.

Secondo quanto rivelato da TechCrunch, Watch Party sarà disponibile nella fase iniziale solo per alcuni gruppi, con la possibilità di un’ulteriore espansione successiva, anche se al momento non sembra che ci siano piani per estendere ulteriormente quest’opzione (nonostante il potenziale non trascurabile) anche in altre impostazioni di gruppo.

intesa

Oval Money raccoglie oltre 500 mila sterline in crowdfunding, in 3 giorni

La notizia è di quelle che fa ben sperare per il futuro dell’Italia in Europa, per le soluzioni innovative ideate dalle giovani menti nostrane e per l’apertura ad un mercato sempre più ampio e dinamico. 600 investitori e 500 mila sterline raccolte in appena 72 ore. Sono questi i numeri della campagna di crowdfunding lanciata su Crowdcube da Oval Money, la startup italo-inglese che vuole rivoluzionare il mercato finanziario con una piattaforma che permette a tutti di accumulare risparmi in modo automatico e investirli in un marketplace di soluzioni di investimento.

La scelta è quella di rivolgersi ad un pubblico internazionale per l’aumento di capitale con una valutazione pre-money di 5 milioni di sterline. Grazie ai capitali raccolti e all’autorizzazione recentemente ottenuta dalla FCA (regolatore inglese), la startup potrà così completare lo sviluppo del primo marketplace nel suo genere, con soluzioni di risparmio e investimento innovative accessibili tramite un “one-click”.

oval money

Cos’è Oval Money e chi c’è dietro

Oval Money, fondata da Benedetta Arese Lucini, ex Country Manager di Uber Italia, insieme a Claudio Bedino ed Edoardo Benedetto, co-fondatori della piattaforma B2B di crowdfunding Starteed.com, e Simone Marzola, esperto in machine learning e intelligenza artificiale, punta a utilizzare l’analisi dei dati per risolvere problemi reali, portando al mercato una soluzione molto innovativa per il risparmio e l’investimento.

Già alla fine del 2016 Oval Money aveva ottenuto un iniziale finanziamento da b-ventures – incubatore di DOCOMO Digital, e Bertoldi Group Family Office, con il supporto di Intesa Sanpaolo Group.

Dal lancio dell’app iOS in aprile e Android a novembre 2017, la startup è riuscita ad ha attrarre più di 46.000 utenti tra l’Italia e la Gran Bretagna.

La CEO di Oval Money, Benedetta Arese Lucini – che avevamo intervistato qui – ha commenta così il successo della campagna di crowdfunding:

«Siamo davvero contenti di aver trovato così tanto entusiasmo verso Oval Money da parte di tantissimi già utenti o anche nuovi utilizzatori della app che ne hanno capito il valore. Inoltre, aver raggiunto il nostro target in cosi poco tempo dimostra che anche una startup guidata da Italiani può essere competitiva, mettendosi in gioco in un contesto Europeo. Aspettiamo di vedere quanto riusciremo a raccogliere in questa ultima settimana, prima di cominciare il prossimo capitolo nello sviluppo di Oval».

LEGGI ANCHE: Marchetti vende Yoox a Richemont per 5,3 miliardi (e lo annuncia su Facebook)

oval money 2

Come funziona l’app

Gli utenti utilizzano l’app per accumulare risparmi grazie agli ‘Step’, le regole di risparmio suggerite da Oval, ma impostate dagli utenti, sulla base delle proprie abitudini. I risparmi vengono poi spostati in un salvadanaio digitale personale per ogni utente.

Recentemente è stato introdotto un nuovo Step, integrato con Facebook, che permette agli utenti di accumulare risparmi ogni volta che decidono di condividere un post.

Lo scopo dell’applicazione è quella di rendere l’educazione finanziaria alla portata di tutti partendo dai più giovani, ma non solo. In Italia infatti la conoscenza dei cittadini su prodotti finanziari è la più bassa dei paesi Europei, con solo il 37% degli adulti che raggiunge una sufficienza (Standard & Poor’s Global Finlit Survey). La piattaforma punta a mettere al centro il risparmio, visto che in Europa oltre il 50% dei giovani sotto i 35 anni ha messo da parte meno di €1000 e con Oval Money gli utenti risparmiano in media €130 al mese, con una crescita del 18% a settimana.

Il successo della campagna di crowdfunding – attiva ancora per qualche giorno – apre oggi una finestra sull’interesse dei giovani verso il fin-tech e sulle potenzialità ancora da esplorare in particolare nell’ambito del risparmio.

Come fare campagne di fan acquisition su Facebook, nonostante le modifiche all’algoritmo

Come ormai tutti saprete, cari Ninja, non possiamo rilassarci nemmeno per un secondo che il nostro caro Mark Zuckerberg propone nuovi aggiornamenti e/o algoritmi che rimescolano tutte le carte in un secondo.

Fan_Aq_

Ad esempio, abbiamo già ampiamente parlato del nuovo algoritmo di Facebook, che ridimensiona totalmente l’approccio al noto social network per quanto riguarda la comunicazione dei brand organica e le campagne di Facebook Ads. Con la nuova modifica si darà più spazio all’interazione e ai contenuti provenienti dalla nostra cerchia più stretta di contatti. Un cambiamento non di poco conto, che influenzerà ogni attività che si potrà svolgere su Facebook. Per questo motivo vi proponiamo una riflessione su un’azione in particolare: come questo nuovo aggiornamento influenzerà e ridimensionerà il ruolo delle campagne di fan acquisition.

Il budget, come allocarlo?

Sarà capitato anche a voi di dover discutere o di dover sostenere un confronto con qualche collega sulla spinosa questione della ripartizione del budget per le campagne adv di Facebook.

I grandi brand lavorano su cifre che consentono di dormire sonni più tranquilli, le PMI invece meno: qualsiasi sia però la dimensione dell’azienda, la ripartizione del budget è comunque un fondamentale per realizzare una buona campagna di comunicazione. Soprattutto per i più piccini, è prassi comune quello di decidere di non dedicare un’intera fetta delle risorse alle campagne di fan acquisition, ma provare a far crescere la community tramite gli sponsored post, che, con una sola inserzione offrono la possibilità di raggiungere entrambi i risultati: visibilità alla pagina con conseguente aumento della community e interazioni sotto al post.
A questo punto ci starebbe una smentita… E invece no. È un tesi corretta soprattutto per quanto riguarda i piccoli brand e lo era ancora di più prima dell’avvento del nuovo algoritmo.

Times are changing…

Con il nuovo algoritmo, che ricordiamo pone al centro la community, non intesa come insieme di persone e di account da un punto di vista meramente numerico, ma come dato aggregato di interazioni dei post e conseguente raggiungimento di un buon engagement rate, le carte vengono rimescolate. Diventa doveroso chiedersi se mettere le campagne di fan acquisition all’angolo potrebbe veramente essere una scelta vincente.

Dal punto di vista meramente tecnico, rimane inalterata la veridicità della tesi secondo cui l’engagement della community per ogni post può essere stimolato attraverso una buona campagna di sponsored post all’interno di un piano editoriale pensato e ricercato.

È altrettanto vero, però, che una fanbase ampia gioca un ruolo fondamentale nella buona riuscita di uno sponsored post: gli utenti non possono essere raggiunti solo tramite la copertura di una determinata inserzione – discorso valido sia per i grandi budget sia per i medi piccoli – perché se ci si proponesse di raggiungere ogni utente profilato ed in target con una sola sponsorizzata, non basterebbero i soldi di tutti gli emiri messi insieme…

Ecco quindi che una buona fanbase gioca ancora e giocherà un ruolo fondamentale per quanto riguarda le prestazioni organiche di un singolo post e il  conseguente aumento nella graduatoria della news feed, combo di elementi ideale per aggirare il nuovo algoritmo ed ottenere quello che tutti gli addetti al web marketing desiderano: la visibilità del proprio brand, un buon impiego del budget e la buona riuscita di un’inserzione per riuscire a raggiungere gli obiettivi fissati con il cliente, che possono andare dalla lead generation alla brand awareness, senza nessuna esclusione di colpi.

Fan_Acquisition

Rimane una domanda: non è forse vero che il nuovo algoritmo penalizza i contenuti organici se non finalizzati alle interazioni o provenienti dalla cerchia di contatti più stretti?
Verissimo.

Quindi come può una community ampia aggirare questo problema, per il solo fatto di essere composta da tanti utenti?

La risposta potrebbe essere questa: una piccola porzione di budget verrà dedicata ad andare a colpire subito gli utenti facenti parte della community, che riusciranno a far salire il contenuto in alto a livello di ranking della News Feed; l’algoritmo etichetterà quindi il il post come un contenuto dal grande potenziale per quanto riguarda l’engagement, premiandolo ancora di più e facendolo, dunque, vedere a tutti gli altri utenti esterni alla community.

Se la mettiamo in questi termini, ecco che una buona campagna di fan acquisition – che si pone come obiettivo quello di accrescere una community per cercare di mettere una vera e propria base di utenti pronti ad interagire ad ogni post sponsorizzato – potrebbe rivelarsi una soluzione da prendere in considerazione soprattutto visto il nuovo algoritmo introdotto.

Insomma, se è vero che le performance organiche sono sempre un po’ difficili da mettere a fuoco – ed è verissimo, perché non possediamo mai tutti i dati né regole precise a cui affidarci – diciamo che tutto quello che è stato detto fin’ora potrebbe essere un buon motivo e un incentivo per considerare e sperimentare le campagne di fan acquisition.

E voi che ne pensate? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e su LinkedIn!

tim wcap call for partners #2

TIM WCAP lancia la nuova Call for Partners per startup e PMI

È partita lo scorso 12 dicembre e si chiuderà il 12 febbraio la Call for Partners #2 di TIM WCAP, alla ricerca di startup già costituite e PMI nei settori con le maggiori prospettive di sviluppo nel futuro: IoT, Augmented Reality, Robotic, Big Data, Artificial Intelligence, Machine Learning, Deep Learning e Blockchain.

Un contributo economico e l’accesso al Co-Creation Program nelle sedi TIM WCAP di Roma e Milano, saranno attribuiti alle startup e alle PMI selezionate (fino a un massimo di 10), con particolare interesse per applicazioni e servizi di: Industrial Automation, Customer Journey, Efficiency & Customer Centricity, Smart Working, Offerta convergente video- musica- multimedia-ICT, Security.

tim wcap call for partners #2

Il Co-Creation Program e le fasi della partnership

La call offre a tutte le startup che saranno selezionate la partecipazione a un percorso strutturato in due fasi: la fase di Co-Design, finalizzata alla produzione di uno studio di fattibilità che analizza l’integrabilità della soluzione nell’offerta e/o nei processi di TIM e la fase di Pilot, dedicata a testare l’implementazione della soluzione, a cui accedono solo una parte delle startup sulla base dell’interesse espresso dalle business unit di TIM.

10.000 euro saranno assegnati a tutti i progetti selezionati per la fase di Co-Design e ulteriori 30.000 euro andranno, invece, ai progetti che accederanno anche alla fase di Pilot.

La novità è che l’accordo per l’erogazione del contributo della Call for Partners #2 non prevederà alcun diritto legato ad eventuali investimenti nel capitale della Startup o PMI selezionata.

tim wcap call for partners #2

Su quali ambiti punta TIM WCAP con la Call for Partners #2?

La call è mirata soprattutto alla velocità di integrazione della soluzione digitale nell’offerta o nella tecnologia TIM, per questo le Startup già costituite e le PMI dovranno operare nei seguenti ambiti:

  • Customer Journey, Efficency and Centricity, con soluzioni che migliorino il ciclo di relazioni del cliente con le aziende (esplorazione, acquisto, consegna di prodotti e attivazione di servizi, esperienza d’uso e assistenza). Ad esempio: trasformazione dell’esperienza cliente attraverso nuove interfacce (chatbot, virtual personal assistant, etc.); nuove esperienze di servizi multi-canale e multi-device garantendo continuità di servizio in ogni contesto; soluzioni di advanced analytics e CRM (AI, big data, etc.); soluzioni per l’ottimizzazione della esperienza d’acquisto (digital touch point, smart retail, etc.) e monitoraggio della customer satisfaction & quality.
  • Smart Working, per soluzioni di collaborazione per lo Smart Working come strumenti per la verticalizzazione di soluzioni di UCC (Unified  Communication and Collaboration) e Virtual Work Spaces; strumenti per il monitoraggio dello Smart Working (col supporto di AI, Machine learning, etc.) e tool di servizi per aziende interessate ad attivare progetti di smart working.
  • Industrial Automation, con soluzioni innovative per realizzare un salto qualitativo e/o quantitativo nei processi produttivi. In particolare: produzione e processi (soluzioni per la gestione e l’incremento della qualità di prodotti o servizi, soluzioni per la sicurezza di persone, impianti e sistemi, etc.); inventory e logistica (soluzioni per il tracking di prodotti indoor e outdoor); macchinari (soluzioni per il 3D Printing di pezzi di ricambio on-site, soluzioni per il predictive maintenance, soluzioni per l’assistenza remota)
  • Offerta convergente, per soluzioni e servizi che consentano l’iper convergenza tra utente, nuovi media e IoT. Ad esempio: sistemi per la gestione di Video ADV Injection; nuove esperienze di gioco (es. Robotic Games, Virtual Reality, Augmented Reality); sistemi di gestione del multiuser profile e parental control; soluzioni di digital radio e linear TV per la fruizione in real-time, differita o catch-up della programmazione; soluzioni gaming and betting per interazioni con programmi TV sia for fun che for money (es. televoto Sanremo); enrichment della User Experience per acquisti da video, audio e IoT (es. da app, Dash button o car entertainment systems).
  • Security, per soluzioni che arricchiscano i servizi TIM di elementi di sicurezza digitale, sia per famiglie che per imprese, come protezione dei minori dal cyber bullismo o uso improprio della rete; controllo sicuro dell’ambiente domestico e degli apparati connessi; box di sicurezza CPE; AI per l’analisi dei rischi, delle minacce e degli attacchi di rete.

Se pensi che la tua startup sia proprio quella che sta cercando TIM WCAP, ricorda che hai ancora tempo fino al 12 febbraio per presentare l’application.

Per maggiori informazioni e per il Regolamento completo puoi consultare il sito web e seguire l’hashtag #Call4Partners su Facebook e Twitter.

Epica Awards 2017: ecco le agenzie e le campagne italiane premiate

Chi non conosce Epica? L’unico premio creativo, a livello globale, dove giornalisti ed esperti di marketing, design e pubblicità, nonché figure specializzate in campi che vanno dalla produzione alla realtà virtuale ai marchi di lusso assegnano solo ai migliori i cosiddetti Epica Awards.

La manifestazione, nata 31 anni fa, oggi è un evento internazionale della creatività, che attira migliaia di agenzie, creativi ed addetti al marketing ed alla comunicazione, provenienti da oltre 70 paesi.

L’ultima cerimonia degli Epica Awards 2017 si è tenuta a Berlino il 16 novembre scorso e con orgoglio possiamo dire che sono stati molti i risultati per i migliori lavori provenienti dall’Italia.

Per questo gli dedichiamo un Focus, guardando insieme le agenzie e le campagne premiate.

And the winner is…

Le agenzie più premiate: Verba (DDB Group Italy) e Y & R Italia che condividono il primo posto per l’Italia con due ori ciascuno.

Medaglia d’oro per Heineken nella categoria film, agenzia Publicis Italia.

LEGGI ANCHE: Nyden, il brand “affordable luxury” di H&M per Millennial

Medaglia d’oro nella sezione Online Campaign (Automotive e Luxury) per Audi Italia, agenzia DDB Group Italy

Oro anche per Italia Longeva e Y & R Italia, nell’area mobile, sites & apps e nell’area mobile campaigns

La medaglia d’argento di McCann Italia

Responsibly the beer, creata da McCann Italia per Ubrew, è stata premiata al secondo posto sia nella categoria Product Design che in quella Humor in Advertising.

Il terzo gradino del podio

Infine, per le medaglie di bronzo, ecco i lavori premiati.

Nella categoria Communication & Public Service, la medaglia è stata vinta da The Bee di Ogilvy & Mather, per Wind Tre.

Sempre nella categoria Product Design, ma anche nella Creativity Technology, il bronzo va a Renault con The Dream Cradle, adv curata da Publicis Italia.

https://www.youtube.com/watch?v=RobuF-Kz6mA

The Changing Catalogue, per Ikea, nella sezione Publication Design e creato da DDB Group Italy.

Ultimo bronzo per l’Italia, con la campagna Rem – “VALENTINO MAN FW 2017”.

Un messaggio positivo, lo spirito degli Epica Awards 2017

Ci piace chiudere questa carrellata con le parole del presidente della giuria di Epica, Spencer Baim, che per l’edizione 2017 ha dichiarato: «Quest’anno più che mai, i brand hanno la responsabilità di immettere un messaggio positivo nel mondo. I nostri vincitori lo fanno, pur rappresentando il meglio del branding, dello storytelling e del design intelligente».

Lasciamoci ispirare, ancora una volta, dall’advertising.

Instagram

7 cose che non dovrai mai fare su Instagram quest’anno

Ci siamo finalmente lasciati alle spalle l’inizio del nuovo anno. Siamo ufficialmente pronti a ripartire e ad affrontare il nuovo anche all’insegna di selfie, stories, foto, stati e hashtag. È ripartito ufficialmente il nostro anno social su Instagram e come un capodanno cinese ha bisogno di essere festeggiato, contemplato ma anche indirizzato. Cosa vogliamo dire? Che è ora di mettere da parte alcune delle vostre discutibili abitudini social e lasciare nel 2017 contenuti old style, ridondanti e di cattivo gusto.

Oggi vogliamo parlarvi proprio di questo, delle 7 cose da non fare e pubblicare su Instagram nel 2018. Dalle vacanze al mare dell’anno precedente, all’utilizzo spropositato e ingiustificato di hashtag fino all’abuso fi filtri e saturazione. Va specificato che spesso si tratta esclusivamente di pecche stilistiche o di contenuti di cattivo gusto ma a volte può trattarsi di vere e proprie cattive abitudini da eliminare come i primi due punti di cui vi stiamo per parlare. Ma andiamo con ordine.

LEGGI ANCHE: Cosa abbiamo condiviso di più su Instagram nel 2017

Foto e video di bambini su Instagram

È forse la nota più scontata ma è uno dei temi maggiormente discussi negli ultimi anni. Siamo nel 2018, è forse ora di metterci un punto. Foto dei bambini sui social si o no? La foto in sala parto, il primo compleanno, il primo giorno di scuola, le vacanze al mare, le coccole, le gare di nuoto. Ogni occasione è ghiotta per pubblicare foto dei bambini su Instagram.

Instagram

Ogni anno un bambino appare in media in 195 foto postate sul Web. Prima che compia 5 anni quello stesso bambino è protagonista almeno di 973 scatti social. Ma spesso la foto con mamma e papà non basta ed ecco comparire profili Instagram dedicati a baby influencer.

Hanno per lo più tra i 2 e i 5 anni e stanno diventando sempre più famosi grazie a Instagram. Ma siete proprio sicuri di voler mettere online e quindi rendere pubbliche le foto e quindi la vita dei vostri bimbi? Noi vi consigliamo di evitare!

Foto di documenti e dati sensibili

Subito dopo le foto ingiustificate di minori, un altro tipo di contenuto da non riproporre assolutamente nel 2018 riguarda le foto di documenti e dati sensibili. È proprio necessario renderci partecipi della vostra gioia mostrandoci la foto della vostra patente?

Credete sia cosa buona e giusta ridicolizzare il vostro migliore amico per una foto di evidente bruttezza pubblicando la sua carta d’identità? Per raccontarci il vostro fantastico viaggio in terre esotiche possiamo accontentarci della più banale sabbia bianca, non abbiamo bisogno del vostro passaporto.

Oltre che pericoloso per le informazioni personali che state rendendo pubbliche (furto d’identità, clonazione di dati sensibili) la prassi di pubblicare foto dei vostri documenti è anche molto di cattivo gusto.

Le foto delle vacanze dell’anno prima

Siamo nel 2018, siamo pronti ad immaginare e concretizzare un nuovo anno ricco di sfide, progetti, momenti da immortalare. Prima di pubblicare sui Instagram le foto delle vacanze dell’anno prima, è meglio pensarci non una, ma dieci volte.

Foto in costume in pieno inverno, a meno che non si tratti di una vacanza nell’altro emisfero, accompagnate da hashtag come #memories #LastSummer #bestof207 lasciamo il tempo che trovano senza contare che il vostri follower potrebbero intendere che non avete nulla di interessante da pubblicare e condividere se non ormai vecchi ricordi.

instagram

Foto in bagno

Qui è un secco no, quasi corale. Nel 2018 le foto postate mentre siete in bagno dovrebbero autoeliminarsi non appena pubblicate. Il motivo? Più di uno in realtà. Non è particolarmente elegante e non è originale, e non è neppure particolarmente sensato. Non credo si debba aggiungere altro, semplicemente non fatelo!

I filtri per i selfie

Un effetto vintage troppo marcato, una saturazione eccessiva, improbabili esposizioni luminose, un color seppia che fa tanto primi anni duemila. Ecco come rovinare una bella foto su Instagram. I filtri si sa sono un must e per Instagram, la ragione di essere.

Ad avere più Mi Piace sono i filtri Valencia e Juno mentre i meno utilizzati Walden e Hudson. Via libera, ma con moderazione, ai filtri su foto di paesaggi o oggetti ma fermatevi se avete appena scattato un selfie. A quanto pare, infatti, i followers preferiscono i selfie senza filtri, e sono proprio quelli ad ottengono più like.

Foto banali e scontate

Le foto dal finestrino dell’aereo, le albe i tramonti e le pozzanghere e gli ascensori di sfondo. Siamo sicuri che gli utenti di Instagram ne hanno già viste a quantità industriale. Nel 2018 non c’è più spazio per foto scontate e super datate. Siate creativi, pubblicate foto accattivanti e spontanee. L’obiettivo è non annoiare.

Foto improbabili ed eccessivamente costruite

Quelli che #nofilter e poi saturazione ed effetti come se piovesse, quelle che #nomakeup e mascara e rossetto neanche fosse il cenone di Capodanno. Quelli che #workout e non sono mai entrati da Decathlon. Foto pesantemente (ma sapientemente) elaborate spacciate per fotografie naturale. Anche no.Instagram

Oggetti posizionati ad arte e spacciati come foto casuale non ingannano certamente chi guarda. L’ultimo consiglio che ci sentiamo di darvi è di non fingere e di non rappresentarvi in modo troppo diverso da quello che siete. I social purtroppo non perdonano!