C’è un nuovo trend per vendere online: gli shoppable media

Il mondo degli acquisti online tramite media differenti sta crescendo ad un passo veloce, rendendo per gli inserzionisti sempre più facile la possibilità di posizionare i prodotti all’interno delle piattaforme in cui si trovano.

Abbiamo già parlato di shoppable content, oggi invece parliamo di shoppable media. Dunque, cosa sono? Si tratta di qualunque spazio in cui sia possibile posizionare contenuti come video digitali, foto o pubblicità che forniscono ai consumatori gli strumenti adatti per compiere una decisione d’acquisto consapevole. Sostanzialmente si tratta di seguire e supportare la fase di acquisto dei consumatori sui diversi canali online, dai social alla smart TV fino agli assistenti vocali come Google Home, Amazon Echo e così via.

Per scoprire cosa pensano i consumatori di questa nuova direzione dello shopping sulla base delle diverse abitudini di acquisto, diversi insight interessanti ci arrivano da MEC Consumer Pulse, grazie ad un sondaggio condotto su un campione di 2.500 persone.

Ecco quindi alcuni punti chiave da tenere in considerazione per seguire il trend degli shoppable media.

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1. La mentalità conta

Fishman Zember, Managing partner, innovation e consumer technology in MEC, racconta come hanno scoperto che i consumatori nella fase detta attiva, in cui stanno consapevolmente cercando di effettuare un acquisto, hanno tre volte più probabilità di completare un acquisto quando sono sottoposti ad un annuncio con offerta, rispetto a chi si trova nella fase passiva. Dunque non si tratta solo di raggiungere le persone nel momento giusto, ma anche nel posto giusto con la giusta esperienza.

Andando oltre il concetto di customer journey, si potrebbe dire che gli shoppable media ci aiutano a personalizzare ancora di più l’esperienza di acquisto.

2. Fase passiva della persuasione

Gli annunci shoppable, oltre ad essere creati per guidare specifiche azioni, specie l’acquisto, sono in grado di aumentare awareness e consideration. Il 70% degli consumatori della fase passiva ha dichiarato che proprio gli annunci hanno reso nota l’esistenza di un prodotto o li ha aiutati a prenderlo in considerazione.

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3. Esperienza senza interruzioni

Non si parla semplicemente di annunci pubblicitari per tenere traccia dei movimenti e delle abitudini dei consumatori, quanto piuttosto di una vera e propria esperienza personale della presenza del brand, che può essere influenzata positivamente se si offre una piattaforma e metodi di acquisto privi di elementi di attrito.

La tecnologia sta aprendo nuove opportunità per l’eCommerce, consentendo ai consumatori di acquistare direttamente attraverso gli annunci sui diversi media e attraverso vari dispositivi: dallo smartphone, alla TV, fino ai device IoT. Comprenderlo ora significa essere già in vantaggio ed ampliare le possibili esperienze di acquisto delle persone, presidiando subito nuovi canali di vendita.

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Netflix dice che non sei il solo a vedere la serie tv preferita tutta in un giorno

Chi non ha mai divorato una serie tv? Probabilmente già sapete che ci sono così tanti appassionati di serie tv che ha preso vita una nuova definizione: il binge racing, ovvero vedere una stagione di una serie tv in meno di 24 ore! Stai ridendo lo so, pensavi  si parlasse di finanza e invece è solo una nuova abitudine.

Essere i primi a finire una storia – che si tratti dell’ultima pagina di un libro o l’ultimo, delicatissimo momento della tua serie TV preferita – genera una sensazione unica e indescrivibile“, afferma Brian Wright, Vice President delle produzioni originali Netflix. “Netflix ti permette di guardare i tuoi contenuti preferiti come non hai mai fatto prima, e non c’è nulla di più bello di uno show che riesce a coinvolgere i suoi spettatori e ad accendere la passione di chi lo guarda“.

I numeri del binge racing

Secondo i dati pubblicati da Netflix sono circa 8,4 milioni gli utenti che hanno già fatto Binge Racing sulla piattaforma tra il 2013 e il 2016. (Stai ancora ridendo perché stai pensando che ci sei anche tu in questi numeri, lo sappiamo!)

Certo, non tutte le serie tv meritano di entrare in questa categoria in cui troviamo sia commedie che serie drammatiche.

L’Italia è fuori dalla Top 5 del Binge Racing per Paese (magari ci piace ancora uscire ogni tanto!)

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Al primo posto troviamo il Canada, seguito da Stati Uniti, Danimarca, Finlandia e Norvegia: quasi tutti Paesi freddi, dove capiamo bene che il connubio divano+plaid sia perfetto. Tra le serie tv preferite: Una mamma per amica: di nuovo insieme, Fuller House, Marvel’s The Defenders, The Seven Deadly Sins (se non le hai ancora viste, corri a comprare i pop corn!)

La top 10 italiana del Binge Race

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Al primo posto l’inaspettata serie tv di cui in pochi parlano ma evidentemente tutti seguono: Una mamma per amica: di nuovo insieme! 

E agli italiani piace guardare anche Marvel’s The Defenders, The Seven deadly sins, Atypical eSanta Clarita diet.

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Il caso Anna Frank e perché la scuola dovrebbe educare ai social

Antefatto: il gruppo ultràs della Lazio Irriducibili, domenica scorsa, per punizione per i loro cori razzisti sono stati “costretti” a seguire la scorsa partita della Lazio dalla curva sud, la “casa” del tifo giallorosso. Per “profanare” in qualche modo il luogo tanto caro alla tifoseria avversaria, hanno scelto di lasciare un segno del loro passaggio. La curva è stata così tappezzata di adesivi raffiguranti Anna Frank con la maglietta della AS Roma e numerosi sticker recanti, rispettivamente, le scritte “froci” ed “ebrei”.

La notizia è arrivata su tutti i giornali il lunedì, e martedì è entrato in tendenza l’hashtag #AnnaFrank, rimasto in prima posizione per tutta la giornata. Il web è giustamente insorto per denunciare un gesto gravissimo di odio razziale, soprattutto in un Paese che riguardo l’antisemitismo ha sempre avuto cattiva memoria e lingua troppo corta.

Urlare online il proprio dissenso

Molti, moltissimi, si sono affrettati a esprimere la propria indignazione: solo su Twitter sono stati in 606 gli utenti unici a twittare nelle prime ore della giornata, per una reach complessiva di quasi 6 milioni di utenti. Numerose i fotomontaggi raffiguranti Anna Frank con tutte le maglie delle squadre, sottolineando il valore positivo della memoria.

Nel turno infrasettimanale di campionato, sia la AS Roma sia la Lazio scenderanno in campo con una maglia commemorativa di Anna Frank, e Lolito assicura che saranno presi provvedimenti. Del resto ricordiamo che La Figc, nel settembre/ottobre 2016, ha aperto un’inchiesta per il comportamento di alcuni tifosi italiani che durante, il match di qualificazione ai Mondiali del 2018 contro Israele, ha fatto il saluto romano. La Fifa ha punito la FIGC con una multa da 30mila franchi.

Questi i fatti riguardanti il caso #AnnaFrank.

Il fenomeno dell’hate speech a sfondo razzista e antisemita in particolare, non è però un fenomeno isolato. Soprattutto online. Forse è il caso, data l’occasione mediatica, di riflettere un attimo lontano dalle luci della ribalta di retweet e like su come l’odio online razzista sia in realtà diffuso e poco contrastato.

Hate speech antisemita online: una piaga diffusa

Secondo una ricerca del World Jewish Congress nel 2016 sono stati pubblicati online oltre 382mila contenuti online antisemiti, in media di un contenuto ogni poco più di un minuto. Circa il 65% del volume antisemita proviene proprio da Twitter, mentre Facebook registra l’11% grazie alle nuove politiche di standard della comunità più stringenti.

In Italia, secondo il report 2016 dell’Osservatorio Antisemita, solamente i siti web antisemiti italiani nel 2016 sono circa 300. Su alcuni siti (e omonime pagine Facebook) sarebbero presenti, secondo l’Osservatorio, addirittura liste antisemite con nomi e cognomi di persone additate come nemici ebrei.

Ma se ci indignano questi fenomeni online tanto palesi, devono allo stesso modo farci sentire oltraggiati quei comportamenti online meno evidenti e che nella consuetudine sfumano i loro tratti di disumanità per divenire accettabili agli occhi di chi legge.
Gli insulti di stampo antisemita classificati scientificamente come tradizionali, sono tristemente diffusi. È di tre mesi fa l’episodio pubblico del deputato Massimo Corsaro che ha apostrofato il collega Emanuele Fiano con parole di scherno antisemita.

Educare ai social

Se da un lato appare evidente l’importanza di continuare a raccontare e anzi intensificare il racconto di cosa è stata la Shoah, dall’altro lato è ancora più importante che questo sia accompagnato da una riflessione su un uso consapevole dei social media.

Non è più rimandabile il ripensare l’offerta formativa scolastica alla luce dei nuovi linguaggi digitali e di un odio online che ha trovato libera espressione e amplificazione. Se da un lato le piattaforme devono continuare a lavorare per garantire ambienti digitali più “sani”, dall’altra è impensabile non rivedere la formazione dei nostri figli.

Abitua la tua azienda alle tecnologie esponenziali (prima che lo facciano altri)

Le tecnologie esponenziali rivoluzioneranno la società ma anche diversi business, creando nuove opportunità da non lasciarsi scappare. Questo il nostro assunto di partenza, ma facciamo un passo indietro: di cosa si tratta esattamente? Parliamo di nanotecnologie, biotecnologia e quantum computing, ma anche di robotica e stampa 3D, che nel prossimo futuro subiranno un’accelerazione e modificheranno il nostro modo di lavorare.

Solo una decina di anni fa, in pochi prevedevano l’applicazione in maniera così estensiva di machine learning e intelligenza artificiale, eppure oggi assistiamo al loro impiego in quasi ogni settore. Seguendo questa rotta, la veloce crescita tecnologica plasmerà senza dubbio il modo in cui lavoriamo e per questo le aziende più lungimiranti prestano molta attenzione a non rimanere indietro e ad essere sempre pronte al progresso.

Tecnologie Esponenziali

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Consigli per cavalcare il cambiamento (e non restarne schiacciati)

Per rimanere competitivi è necessario approcciarsi in maniera strategica al cambiamento. Ecco i nostri consigli:

Ricerca

Per iniziare a sfruttare le opportunità delle innovazioni tecnologiche, bisogna costruire più ipotesi di ricerca. Individuata una tecnologia, cerca di capire in che maniera la sua applicazione potrebbe avere effetti sui tuoi prodotti, sui tuoi metodi di produzione e sul mercato.

Esplora

Valuta in che maniera gli altri stanno approcciando una certa tecnologia e se questa sia già utilizzata nel tuo settore, sviluppando use case e delineando i possibili benefici del suo impiego.

Sperimenta

Cerca di dare priorità ai business case e costruisci dei prototipi in maniera tale da capire su cosa investire.

Sii programmatico

Le innovazioni solitamente non sono qualcosa di accidentale ma è necessario un costante sforzo per migliorare il processo di innovazione e di sviluppo tecnologico.

Costruisci un ambiente più collaborativo

Per far sì che la tua azienda sia in grado di adattarsi ai cambiamenti tecnologici in maniera efficiente è necessario che i dipendenti abbiano gli strumenti adatti per collaborare e condividere skill e conoscenze.

Sii paranoico

E’ importante essere consapevoli che le possibilità che qualche competitor si innovi e sfrutti una tecnologia prima di te sono elevate. Essere paranoici significa cercare di evitare che qualcun’altro rivoluzioni il business model, traendone vantaggio competitivo e lasciando gli altri fuori dal mercato. Evidentemente, più a lungo si aspetta prima di pensare agli impieghi di una certa tecnologia per migliorare il proprio business, più elevato è questo rischio.

Stai sempre attento alla privacy

Con l’aumento dei dati disponibili, il fattore privacy assume un ruolo centrale sia per l’azienda che per gli individui in generale. Risulta dunque necessario implementare un piano flessibile di protezione dati che riduca al minimo i rischi legati ai cyber attack. Le minacce legate alla gestione della privacy sono enormi e non vanno assolutamente sottovalutate.

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L‘insieme di tre fattori concomitanti in questo preciso periodo storico permetterà all’uomo, nei prossimi anni, di compiere più progressi che nei precedenti 200: una vasta gamma di tecnologie in crescita, lo studio scientifico di uno stato mentale ottimale che amplifica le potenzialità (hai presente Neuralink di Elon Musk?) e l’iper-connessione della popolazione permetteranno forse di giungere alla famosa singolarità tecnologica.

Bitcoin scende (e scenderà), e il nuovo fork è fermo

Bitcoin Gold (BTG) è nato, ma resterà nell’incubatrice per un po’. Il fork, ovvero la scissione/duplicazione del codice sorgente bitcoin è avvenuta la scorsa notte, ma non è stato “minato” il primo blocco nella catena della nuova valuta, ovvero l’anello che dà origine alla nuova blockchain.

Bitcoin Gold c’è ma non c’è

Cosa vuol dire, spiegato in parole semplici? Che sino ad allora non potranno essere confermate le transazioni e quindi non potranno essere scambiati Bitcoin Gold da un wallet all’altro se non all’interno degli stessi exchange (i cambi valuta) che al momento del fork hanno emesso la nuova valuta “duplicando” i wallet presenti sulle loro piattaforme.

Perché venga “liberato” il primo blocco della nuova catena, che consentirà alla nuova criptomoneta di operare – dicono – si dovrà attendere il primo novembre.

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Bitcoin torna sotto i 6.000 $

Nel frattempo in casa bitcoin, dopo l’impennata che ha sfondato quota 6 mila dollari, il cambio è sceso intorno ai 5.500 dollari. E gli esperti prevedono un pullback (un ribasso) netto di bitcoin, come naturale adeguamento alle oscillazioni rallistiche della valuta in questi ultimi mesi.

Un piccolo ripasso

Cos’è un fork, spiegato facile facile

Di come avvengano le scissioni bitcoin ne avevamo già scritto, ma un piccolo ripasso non fa male a nessuno.

Non essendoci di mezzo banche centrali, governi, eccetera, ma essendo queste valute fatte di algoritmi, un fork è più facile a farsi che a dirsi.

Per varie ragioni, un determinato gruppo di “miners”, coloro i quali estraggono e immettono sulla blockchain nuovi bitcoin attraverso la risoluzione di difficilissime equazioni matematiche (che richiedono una elevata potenza di calcolo, leggi: hardware), decide di prendere i propri asset, clonare il codice sorgente di bitcoin (che è open source), e fondare una nuova blockchain. E il fork è servito.

Un anello, o più anelli, si staccano dalla rete e ne formano una nuova. Una scissione in piena regola, che però, contrariamente a quanto avviene nelle dinamiche della politica, anziché sottrarre moltiplica. Infatti, più che di una scissione si tratta di una duplicazione.

Soldi gratis

Tecnicamente la spiegazione merita un ragionamento a parte, ma sostanzialmente possiamo dire che chi prima aveva una quota di bitcoin sulla blockchain “madre”, può ritrovarsi con un altro wallet sulla nuova rete. Gratis. Sì, soldi gratis. Come avveniva anche una decina d’anni fa, quando i primi bitcoin vennero addirittura regalati. Fortunati, quei signori: oggi, tra un’oscillazione e l’altra, 1 bitcoin in meno di un anno ha decuplicato il suo valore.

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julia roberts nuovo spot calzedonia

Cinquant’anni e non sentirli: Julia Roberts testimonial Calzedonia

La nuova campagna internazionale di Calzedonia con Julia Roberts, prodotta da Filmmaster Productions, è quasi un film, firmato dal regista americano Grant Heslov.

Se i primi commercial che hanno visto come testimonial la famosissima attrice dal sorriso coinvolgente hanno aperto la strada allo storytelling in TV, raccontando i luoghi più belli d’Europa, il messaggio si è pian piano spostato sull’autoironia della bella Julia Roberts, tanto da convincere il brand a trasferire interamente la comunicazione sul personaggio.

Chi non ricorda le passeggiate della Roberts dalla Scozia a Parigi e fino a Firenze!

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Un nuovo spot per comunicare i valori del brand

Lo spot Calzedonia, prodotto a Los Angeles, è un mini-film ironico, che punta a presentare la nuova collezione del marchio attraverso una serie di simpatiche situazioni all’interno di uno store, in cui l’attrice americana si trova coinvolta.

Le varie storie suscitano subito empatia, anche grazie anche alla bravura interpretativa di Julia Roberts e alla sua affezione alla marca. Un volto che tutti associamo ormai a Calzedonia.

La nuova collezione è presentata con leggerezza e abbinata all’inconfondibile sorriso dell’attrice hollywoodiana, che proprio per questa sua caratteristica è molto amata dal pubblico femminile. Anche nel nuovo spot il messaggio di stile, positività ed energia arriva subito in primo piano, coinvolgendo il target in modo semplice e diretto.

In questo mini-film, poi, la trasversalità dell’attrice, in grado di piacere anche alle nuove generazioni, colpisce nel segno e così co-protagoniste degli spot diventano giovani e giovanissime, pronte a coinvolgere la Roberts nelle situazioni più improbabili.

Un modo di comunicare che ricorda tanto la leggerezza delle chiacchiere tra amiche mentre si fa shopping.

CREDITS

Executive Producer: Michela Gabelli
Producer: Nicole Lord
Regista: Grant Heslov
DOP: Phedon Papamichael
Scenografia: Paolo Monzeglio
Stylist: Patrik Milani
Montatore: Stuart Greenwald
Colorist: Luca Parma @ Corte 11
Post Produzione Video: Toboga
Post Produzione Audio:Top Digital

Comprare mobili IKEA in altri negozi e addirittura su Amazon

IKEA molto presto venderà Billy, Kallax & Co. su online shop di terze parti. Kaisa Lyckdal, portavoce del gruppo IKEA, ha annunciato di voler provare nuove strategie di vendita collaborando con diverse aziende nel settore eCommerce. Inoltre, ha dichiarato che l’azienda sta progettando pop-up store e negozi più piccoli, in modo da trovare spazio anche in centro città. Un altro progetto non ancora realizzato è quello dei pick-up-store, negozi esterni all’azienda che gestiscono il ritiro della merce.

Visto il calo delle vendite nei negozi e sul sito eCommerce, IKEA ha deciso di sperimentare a partire dal 2018 la vendita di prodotti tramite marketplace per evitare di andare incontro a una flessione eccessiva. Per capirne il motivo basta analizzare il caso di Toys R Us, la più grande catena di giocattoli degli USA, che poco tempo fa ha dichiarato bancarotta. L’azienda in questione oltre ad avere debiti, è stata battuta da Amazon e da tutti gli altri venditori online che sono riusciti a stare al passo con i tempi.

LEGGI ANCHE: Conviene vendere su Amazon? Ecco una breve guida

IKEA venderà su Amazon

Perché IKEA venderà anche fuori dai suoi negozi

Prima di parlare della strategia, ricordiamo qualche numero dell’azienda di Ingvar Kamprad:

  • IKEA conta più di 400 store in 49 paesi.
  • La pagina web dell’azienda nel 2017 è stata visitata da 2,3 miliardi di utenti.
  • Le vendite sul sito sono aumentate del 30% rispetto allo scorso anno. Ciononostante solo il 5% delle vendite annue hanno avuto origine dall’online shop IKEA.

La concorrenza nella vendita online di mobili è salita rapidamente, proprio per questo motivo il brand ha deciso di sperimentare nuove strategie. L’ottima comunicazione aziendale non è più sufficiente a fronteggiare un mercato fatto di prezzi competitivi, velocità nelle consegne ed efficienti customer care.

Tra le strategie alternative – in cui rientra anche la recente acquisizione di TaskRabbit – l’azienda sta valutando anche la possibilità di noleggiare mobili, prima però saranno effettuate delle ricerche di mercato per capire se questa possa essere una necessità reale per i clienti.

Non sono ancora stati resi noti i nomi delle aziende che in futuro potrebbero vendere i prodotti IKEA online.

La presunta collaborazione con Amazon per ora non è ancora stata confermata, ma neanche smentita.

Miiverse chiude. Breve storia del social di Nintendo che nessuno conosceva

Chiunque di voi abbia mai avuto a che fare con una Nintendo Wii – e potreste essere in molti, viste le vendite stellari – si ricorderà probabilmente dei Mii, buffi avatar virtuali rappresentanti le fattezze di giocatori e possessori della console Nintendo. Sarete probabilmente in meno, invece, ad aver avuto esperienza con il servizio social denominato Miiverse.

Quando è nato Miiverse

Nato sul finire del 2012 in concomitanza con il lancio di WiiU, console decisamente più sfortunata del suo predecessore, Miiverse è uno strambo social network tutto basato sul concetto di comunità. Anzitutto, quella tra “amici”, raccolti in un’apposita lista per avere sempre a portata di pennino gli utenti più cari. E poi quella tra giocatori, divisa tra canali tematici in base al videogame di riferimento o alla “Developer Room”, particolare canale dove i creatori di un gioco raccontano suggerimenti, consigli e perché no, dietro le quinte delle loro creazioni.

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Commentare è semplice: basta tasteggiare le lettere che appaiono sugli schermi touch di WiiU e 3DS, postare screenshot o, per i più artistici, creare magnifici disegni per esprimere ciò che si pensa su quel determinato gioco o argomento. A ben cinque anni di distanza dal lancio, sono ancora numerosi siti, forum e piattaforme dove le creazioni più meritevoli vengono raccolte e ripubblicate, per la gioia dei loro creatori e l’invidia di chi a malapena riesce a tracciare una linea dritta.

Un social su misura di community

Data la sua audience composta anche da giovanissimi, Miiverse è sempre stato molto attento al mantenimento di un ambiente quantomai sicuro per gli utenti più piccoli. Forse un po’ troppo, come testimoniano alcuni casi di censura che fanno quasi sorridere per la loro severità. O forse troppo poco, con utenti in grado di aggirare i sistemi automatici con la solita fantasia che solo i peggiori troll internettiani sanno sfoggiare. Niente più né meno di quanto accade in ogni social network, comunque: la mamma dei cretini è sempre incinta e i suoi figli sembrano amare qualsiasi spazio web senza distinzione alcuna. C’è chi, ad esempio, è stato così stoico – o stupido – da farsi bannare per ben quaranta volte.

Per alcuni utenti, le integrazioni del Miiverse sono state una valvola di sfogo

Per alcuni utenti, le integrazioni del Miiverse sono state una valvola di sfogo

Miiverse non ha mai potuto contare su numeri in grado di spaventare Mark Zuckerberg, per diversi motivi. Anzitutto, la barriera all’ingresso: possedere una delle due console Nintendo che ospitava le sue funzioni. Inoltre, il deciso flop di vendite di WiiU, la console ammiraglia su cui il servito è nato. Infine, la limitatezza delle sue funzioni, sia per proteggere i giocatori più piccoli sia per i limiti tecnici del sistema operativo di WiiU e 3DS. Ma, nel corso degli anni, ha rappresentato per i suoi utenti una “bacheca condivisa” dove scambiarsi pareri e creazioni nell’ottica della positività, al netto delle mele marce citate prima. Uno spazio digitale un po’ naïf, certo, ma integrato alla perfezione in alcuni titoli Nintendo, con post di utenti che fanno capolino durante le partite per sottolineare la bellezza di un livello di Super Mario Bros U o, invece, la frustrazione per l’ennesimo Game Over. Il tutto con estrema simpatia, grazie anche al look stralunato dei Mii e alla visualizzazione in forma di balloon dei messaggi.

Commenti degli utenti costellano i livelli di Super Mario Bros U

Commenti degli utenti costellano i livelli di Super Mario Bros U

L’annuncio della fine

Ed è proprio anche a causa dello scarso successo di WiiU e del cambio di rottura probabilmente voluto da Nintendo che Miiverse non è sbarcato su Switch, nuova console del colosso nipponico. Scelta che ha decretato, con un annuncio secco ma doloroso per i suoi abitanti, l’imminente chiusura di Miiverse il 7 di novembre. Tra pochissimi giorni. Da quella data sarà impossibile accedere al sistema e i giochi di WiiU, senza i post e i disegni dell’utenza a fare capolino, sembreranno tutti un po’ più tristi e spogli. Altri giochi invece, che utilizzavano il Miiverse anche per altre funzioni aggiuntive come la creazione di livelli creati dagli utenti, si troveranno orfani di funzioni importanti. Nell’epoca in cui i videogame non sono più “prodotti finiti” ma veri e propri servizi che si sviluppano nel tempo, questo è un epilogo possibile e a tratti inevitabile.

I creatori su Miiverse hanno un contatto diretto con i giocatori

I creatori su Miiverse hanno un contatto diretto con i giocatori

Se anche voi siete tra gli amanti di Miiverse, asciugatevi le lacrime. C’è ancora un po’ di tempo fino al 7 novembre per collegarsi al sito https://miiverse.nintendo.net/ e scaricare i propri post su PC e salvare nella memoria, non solo quella del proprio hard disk, i ricordi di un piccolo ma amato servizio. Un baluardo di un modo diverso di intendere i videogame e le funzioni social ad esso collegate che, con l’uscita di Playstation 4 e Xbox One e i loro sistemi operativi più integrati con Facebook e Twitter, è ormai contemporaneamente sia anacronistico che manifesto di una scelta identitaria ben precisa.

Siamo certi che qualche utente tenterà di resuscitare il Miiverse e le sue stramberie sotto altra forma e nome, magari con forum e tool online appositi. E di certo le creazioni dei suoi utenti più artisticamente dotati, già citati precedentemente, non smetteranno di essere celebrate nel mondo degli appassionati. Chissà, un giorno magari Nintendo tornerà sui suoi passi e inserirà anche su Switch un social network tutto suo. Al momento, però, sembra decisamente più orientata verso il contrario.

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Quando il vicino è un micro-influencer (e come capire quanto vale davvero)

Micro-influencer, la buzzword del momento (Gamification e Storytelling ringraziano 😉 )! Se ne parla e scrive tanto e spesso bene. Perché in effetti rappresentano una bella cosa.

Nella prospettiva di questo articolo si tratta di persone “normali”, i cosiddetti peers: il vicino di casa, l’amico, il collega, che hanno un bacino di contatti non esagerato (teniamo il valore di 5.000, una costante sui social media) ma che vivono esattamente come me e te. Hanno gli stessi problemi, vivono gioie assimilabili alle nostre, possono spendere budget in linea con quello che ci possiamo permettere noi. Qualcosa di ben diverso dall’esercito capitanato da Chiara Ferragni & co., ormai sulla torre d’avorio e quindi irrilevante per il 99% della popolazione. Cito a proposito il blog post di Giovanni Boccia Artieri “Influencer Marketing e l’Etica Necessaria delle (Micro) Celebrity”:

Un’adolescente è sufficientemente consapevole che Chiara Ferragni indossa quel paio di scarpe perché un brand gliele ha date o l’ha pagata per farlo. Spesso trova questa cosa cool, anche perché il brand value espande il valore della celebrity stessa. Quello che non sopporta è il rapporto inautentico, quando lo stile di self-presentation suona falso e irrispettoso rispetto alla comunità.

Il Network internazionale di PR Edelman pubblica annualmente il Trust Barometer, uno studio globale e molto ben strutturato che analizza il livello di fiducia delle persone tra loro e con altre entità come organizzazioni, brand, governi. E i risultati, ormai da diversi anni, danno proprio i peers come fonte di maggiore valore per un individuo, per i motivi sopra descritti.

LEGGI ANCHE: I micro-influencer? Persone normali, ecco come coinvolgerli

I Micro-Influencer sono convincenti anche da una prospettiva prettamente quantitativa: durante la scrittura con Francesco Gavatorta del nostro primo libro sul Content Marketing “Digital Content Marketing. Storytelling, Strategia, Engagement” ho infatti avuto modo di studiare alcune leggi come il Numero di Dunbar e la Teoria del Piccolo Mondo, le quali sostanziano quanto scritto. I Micro-Influencer sono “genuini” in quanto parlano e interagiscono con numeri limitati e sostenibili di persone, senza che tale dinamica ne limiti il potenziale di reach.

Micro-influencer e content analytics

Di recente abbiamo già parlato di content analytics, all’interno dell’articolo “Content analytics: stai misurando correttamente la tua strategia di Digital Content Marketing?”. Quindi fa piacere tornare a scriverne.

Proprio le analitiche vengono in aiuto per esplorare ulteriormente il valore dei Micro-Influencer. In un recente e interessantissimo articolo di eConsultancy, “Why Marketers are Failing to Track 87% of Their Content Shares” è stato infatti dimostrato con un esperimento della durata di circa 3 mesi e attraverso il tool Amigo che la maggior parte (quasi il 90%!) delle attività di content sharing avviene nascosta rispetto alle piattaforme pubbliche o semi-pubbliche come forum, Facebook, Twitter, blog. Il tradizionale metodo del copia-incolla dell’URL la farebbe infatti da padrone, permettendo agli utenti di condividere grandi quantità di contenuti (via e.mail, WhatsApp, etc.) rimanendo al contempo invisibili agli occhi degli strumenti di social listening. Quindi, dei brand.

Da chi sono condivisi questi contenuti? Dalle persone comuni, dai micro-influencer appunto, che – al contrario degli Influencer – hanno un maggiore focus sul contenuto in sé e lo condividono all’interno delle proprie cerchie sociali personali e professionali (chat WhatsApp, network di Yammer, …) per farlo leggere. L’interesse guida l’attività di sharing, invece della reputazione sociale o di fattori economici.

Fare strategie digitali ai tempi dei micro-influencers

Non tenere in considerazione tale dato è molto rischioso, in quanto è fondamentale per ottimizzare le strategie e le operations digitali. In particolare, dimostra l’importanza e la necessità di iniziare a conoscere e parlare con tali micro-influencer, invece di spendere tutto il budget PR in celebrities del web.

Un approccio netnografico al tema permette al contrario di entrare in contatto con community e individui specifici, meno palesi in rete ma molto reputati all’interno di specifici spazi digitali, con i quali tessere relazioni che convertono maggiormente limitando il tasso di dispersione delle persone raggiunte in un primo momento ma perse durante il funnel.

Questo vale in particolare per le aziende operative nel marketing B2B, dove la reputazione – derivante dalla competenza su temi verticali e complessi – è un elemento determinante per progettare posizionamenti digitali efficaci.

Il senso dei Social Media Days di Mashable, in 10 cartoline

I Mashable Social Media Days che si sono tenuti a Milano dal 19 al 21 ottobre sono stati molto entusiasmanti. Si tratta di uno degli eventi più riconosciuti dal panorama italiano dei mondo dei digital e dei social media, che quest’anno ha visto raddoppiata la sua “potenza di fuoco” aggiungendo anche i Digital Innovation Days all’evento, espandendo così i suoi orizzonti in una tre giorni che ha visto impegnati tutti i partecipanti a contaminarsi e ad imparare tante, tante cose sui nuovi trend come Open Innovation, Artificial Intelligence, Unconventional Marketing, eCommerce Strategy e tanto altro ancora.

Ma cosa portiamo a casa da questi tre giorni intensissimi? Cerchiamo di riassumere un po’ tutto in dieci punti sibillini e pratici, che secondo il nostro punto di vista racchiudono un po’ lo spirito dei trend del prossimo 2018 del fantastico mondo dei Social Network.

mashable social media day 3

Una parte del battaglione Ninja (team, contributor, studenti) presente al Mashable #SMDAYIT! Che bello vedersi dal vivo…

Gepostet von Ninja Marketing am Freitag, 20. Oktober 2017

1. Less is More

«Bisogna farsi guidare dalla rilevanza dei contenuti: se non ho niente da dire, non dico niente e aspetto qualche giorno»,  così nel suo speech il Top Teacher Ninja Academy Luca La Mesa ci spiega che la chiave di volta del successo sta principalmente nel condividere contenuti di qualità. Non importa se “restiamo zitti” per qualche giorno, è meglio attendere e produrre contenuti validi per i nostri canali anziché “parlare” a vanvera e rischiare di far danni, soprattutto nell’epoca dell’overflow delle informazioni.

2. La voce

Come spiega Tonia Maffeo di Spreaker, ll trend che vede la crescita della diffusione dei podcast è un concetto che si basa principalmente sul discorso della Fiducia. Spesso tendiamo a fidarci del “verbo scritto” di persone autorevoli e di esperti del settore, ma tutto viene amplificato se alla base di tutto questo vi è uno degli strumenti di comunicazione più antichi del mondo: la nostra voce.

3. La trasformazione è un viaggio inevitabile

Anna Testa di Cisco ci spiega che il concetto di “Digital Transformation” passa inevitabilmente da quello del viaggio. Tutte le aziende presenti sulla faccia della terra devono ormai fare i conti con la realtà del digitale, immaginando e rimodulando nuovi modelli esperenziali che possano piano piano soppiantare quelli analogici, andando così ad offrire all’utente finale (o al cliente, se vogliamo) un nuovo tipo di esperienza totalmente nuova e costruita a pennello per l’epoca in cui viviamo.

4. L’aumento dei fan è una caga** pazzesca!

Tiziano Tassi, CEO di Caffeina ci smonta un po’ alcuni falsi miti della comunicazione digitale. Punti di vista sbagliati, metriche sbagliate, benchmark e contenuti scialbi e poco performanti, possono essere una piaga per le nostre imprese o per i nostri clienti. Alla base della visione di Tiziano, c’è la creazione di una vera e propria cultura digitale all’interno dell’alveo delle nostre aziende: è solo mettendo in moto il meccanismo da un punto di vista più ampio che possiamo avere padronanza di tutto ciò che ci circonda e avere il successo che meritiamo.

5. Alla base di tutto c’è l’empatia

Chi di noi non ha mai avuto a che fare con una -anche piccola- crisi reputazionale? Daniele Chieffi, Head of Social Media Management & Digital PR di Eni ci insegna che alla base di ogni tattica di Crisis Management c’è l’empatia, il potere di riuscire a capire il punto di vista di chi abbiamo dall’altro lato, cercando di comprendere quali possano essere preoccupazioni e problematiche da loro riscontrate per poi risolverle evitando putiferi, pur prestando attenzione a non svilire mai l’identità  e le policy della nostra azienda.

6. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

L’esperienza di  Simona Portigliotti, Marketing manager di Gamestop Italia ci insegna che non importa quanto siano tecnologici i prodotti che vende la nostra azienda (in questo caso, videogames), se non ci evolviamo, se non cambiamo focus tenendo alta l’attenzione anche su ciò che magari prima dell’avvento del digital ci sembrava poco interessante o non principalmente rilevante, siamo destinati inesorabilmente a fallire. La distruption è sempre alle porte: è il caso del boom del dlc e degli acquisti in digital, che sono stati propriamente inclusi nella strategia retail dell’azienda da lei presentata, senza disdegnare però il contatto umano con il nostro negoziante di fiducia. In poche parole: think digital, act global, focus local.

7. Gli anticorpi alla disinformazione siamo noi

Sapevate che dietro al mondo delle fake news costruite ad arte c’è ovviamente un guadagno? Così Gianandrea Facchini di Buzzdetector e Manuela Kron di Nestlè Italia, ci svelano un po’ di retroscena sul mondo delle fake news e sulle community dietro collegate: veri e propri gruppi di interesse che spinti dai semplici guadagni, manipolano e alterano le informazioni andando molte volte a danneggiare la reputation di un’azienda o di un prodotto. Qual è il modo migliore per combatterli? Ovviamente stanarli, individuarli e distruggere le loro balle diffondendo la verità.

8. I nuovi modi di immaginare l’apprendimento del futuro

Con la nostra Adele Savarese abbiamo fatto un viaggio nel tempo da qui ai prossimi trent’anni, dove abbiamo scoperto come evolverà il mondo dell’educazione e dell’apprendimento. Se ai nostri tempi utilizzare un cellulare durante le lezioni sembrava un’utopia (e il più delle volte ai più sfortunati veniva anche sequestrato), il futuro sarà costellato dal fondamentale utilizzo degli apparecchi digitali personali, che unite a metodologie di apprendimento personalizzate e modellate sulle skills di ognuno di noi sarà in grado di potenziare ed esaltare le nostre attitudini. Non vi ricorda un po’ un portale a voi familiare?

9. Il nostro ufficio marketing non mangerà, non respirerà, non farà pause e non prenderà caffè grazie ai chatbot

Le intelligenze artificiali sono il futuro, certo. Ma tranquilli, a meno di grandissimi colpi di scena non vivremo in un incubo ad occhi aperti come nel mondo di Terminator 2: Gianfranco Fedele di Insem ci ha mostrato tutte le potenzialità del mondo delle AI applicate ai social network, di come queste possono cambiare in positivo gli scenari futuri delle nostre società e quali saranno le previsioni da qui a qualche anno. Tutto sarà più semplice, immediato, veloce.

10. Bravi sì, ma non disdegnamo il potere della “botta di cu*o”

È vero, possiamo studiare dalla mattina alla sera, impegnarci a fondo per perseverare i nostri obiettivi, impazzire e farci uscire i calli alle mani a furia di scrivere e riscrivere progetti… però come ci insegna la storia di Cristina Fogazzi, in arte L’estetista Cinica, in un’ottima strategia di comunicazione ovviamente la programmazione e le competenze fanno il 99% del lavoro, ma è inutile negare che siamo sempre tutti alla ricerca del magico 1%, di quella magica botta di Fattore C che cambia le nostre vite da un momento all’altro, e che molte volte solo con perseveranza, passione e impegno riusciamo a scovare.