Voleva competere con WhatsApp, ora cambia tutto: su Kik guadagni criptomonete vere creando contenuti

Kik, per chi non lo sapesse, è un’app di instant messaging che permette agli utenti di condividere foto, disegni, emoticons, messaggi vocali, e altri contenuti.

Un’app di successo che conta 15 milioni di utenti attivi ogni mese e che è stata in grado di raccogliere oltre 200 milioni di dollari di capitali, ma che impallidisce al confronto dei suoi più diretti competitors: Facebook conta oltre 1 miliardo di utenti attivi al mese, mentre WeChat, grazie alla sua fortissima presenza nei mercati asiatici, conta 938 milioni di utenti attivi al mese. 

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Come WeChat, ma sulla blockchain

Il sogno di Ted Livingston, founder di Kik, è quello di diventare la “WeChat dell’Ovest”: ma per conquistare l’America non bastano più 3 caravelle e per contrastare giganti come Facebook e Google, Livingston ha deciso di re-inventarsi e commercializzare Kin, una nuova criptovaluta creata a partire dalla blockchain di Ethereum.

Lo scopo è quello di realizzare un’app di messaggistica autosufficiente, non dipendente dalla pubblicità e dai Venture Capitalist, e creare, così, anche un nuovo modello di business sostenibile per le startup. Le startup, infatti, allo stato attuale non riescono a sopravvivere perché Facebook e Google saranno sempre troppo grandi e potenti di chiunque voglia emergere dal basso e porteranno a un futuro con meno opportunità, meno innovazione e meno libertà.

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Kin, la criptovaluta che si “mina” creando contenuti

La scommessa di Livingston è realizzare un ecosistema dove Kin è la criptovaluta e Kik è la piattaforma dove avvengono gli scambi. Sfruttare quindi i 15 milioni di utenti attivi al mese sull’app per far diventare l’Ecosistema Kin il più grande e utilizzato portafoglio di criptovaluta al mondo.

La peculiarità di Kin è che si basa su una sorta di gamification all’interno del modello delle blockchain che garantisce una valutazione orizzontale dei contenuti: l’unico modo per “minare” Kin è creare contenuti cool e divertenti per la community, a differenza dei bitcoin – la criptovaluta più famosa – dove “chiunque” può sbloccare le catene e ottenere valore.

In questo ecosistema il valore è davvero user generated con l’obiettivo di creare un ciclo che autoalimenti il sistema generando vantaggi per tutti, anche per gli sviluppatori che saranno ripagati in criptovaluta.  

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Problemi e Opportunità

Ci sono diversi problemi di base per la realizzazione del sogno di Livingston e Kik:

  1. quello delle criptovalute è un mondo ancora molto complesso, oscuro alla stragrande maggioranza degli utenti internet. Per risolvere questo problema, Livingston ha creato un’interfaccia semplice per Kik, introducendo già nel 2014 un sistema di Kik Point per poter acquistare beni all’interno della piattaforma.
  2. La sicurezza è un aspetto centrale nella riuscita del progetto: attualmente ci si può registrare a Kik in forma anonima e questo potrebbe generare dei lati oscuri nell’utilizzo della piattaforma (mercato nero, pedopornografia…). Per ovviare a questa problematica, l’acquisto dei Kin potrà essere fatto solo da account approfonditamente verificati; inoltre Kik sta investendo oltre 10 milioni di dollari nello sviluppo di nuovi tools per moderare e controllare il sistema.
  3. Il terzo grande problema è la domanda. Al momento solo un centinaio di utenti sta utilizzando il sistema in fase di test,: riusciranno questi super-user a incentivare l’utilizzo di Kin e aumentare così il valore della criptovaluta? La risposta sta nel sistema di gamification creato da Livingstone; l’unico modo per creare valore è realizzare contenuti cool che invoglino gli utenti ad acquistare all’interno di Kik, chiudendo quindi l’ecosistema il più possibile alle speculazioni che sono il male attuale delle criptovalute sul mercato.

Quella di Kik è una scommessa importante, difficile da vincere, ma che risponde a esigenze precise della società del futuro. Solo il tempo saprà dirci se Ted Livingstone, il giovane startupper canadese, sarà stato in grado di anticipare i tech trend del futuro.

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Digital Strategy Update, aggiorna le tue skill in un lampo!

Chi lavora nel Digital Marketing sa che ogni mattina c’è una rivoluzione pronta a cambiare le carte in tavola. La quotidianità professionale spesso non ci dà il tempo necessario per alzare la testa, fare un bel respiro e afferrare nuove idee emergenti per approfondirle ed applicarle alla propria realtà. Come puoi restare al passo con l’evoluzione della tua professione e tenerti aggiornato?

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Digital Strategy Update! [1 ORA On Demand]

Il Digital Strategy Update di Ninja Academy con Marco Massarotto [Founder @ DOING] – uno dei samurai più visionari ed esperti nel digitale italiano, è un percorso che aggiorna le competenze di chi già lavora nel Web Marketing e sente l’esigenza di tenere il passo sul mercato: una carrellata di case history internazionali, commentate ed analizzate per trarre indicazioni utili ad ispirare le tue strategie di comunicazione digitale.

Seguendo questo percorso, riuscirai a:

  • Individuare insight creativi attuali ed applicarli ai tuoi obiettivi
  • Utilizzare in maniera più ampia e creativa i tool di comunicazione digitale
  • Migliorare il tuo approccio strategico alle campagne di Web Marketing

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Come funziona il Corso Update?

Il Digital Strategy Update è un corso di aggiornamento che consta di 1 ora di didattica online On Demand: puoi seguire le lezioni ovunque ti trovi, accedendo dal web alla tua aula virtuale.

  • La didattica è completamente online, così come i materiali di studio
  • Ninja Academy ti offre la possibilità di consultare, senza limiti di tempo, il materiale di ciascuna lezione (video e slide) in modalità On Demand accedendo alla piattaforma e-learning
  • Al termine del corso, previo superamento di un test di valutazione, potrai scaricare il Certificato di partecipazione

Questo Update consente di ottenere competenze specifiche sulle strategie di comunicazione digitale: l’obiettivo è fornire un framework di conoscenza aggiornata allo status quo per essere sempre in sintonia con la propria audience.

Digital Advertising nel 2017: dal virtuale al fisico, cambia la mappa dei touchpoint tra brand e consumatore. Occorre aggiornare le proprie strategie di comunicazione per coinvolgerlo grazie alle piattaforme, agli strumenti ed agli insight del digitale.

Data/Technology: aumentare le vendite online sfruttando i dati e mantenere la rilevanza in mercati datati: i case study del primo modulo mostrano alcune strategie di comunicazione digitale che passano per l’engagement di audience online e creatività dinamiche sul web.

Experience: strategie brillanti di promozione turistica, culturale e scientifica ma anche di activation su mobile e second screen: le strategie digitali permettono di creare esperienze di comunicazione a 360 gradi.

Content: come utilizzare in maniera creativa i canali di comunicazione online, o valorizzare gli aspetti sociali e culturali dei prodotti più comuni? I case study del terzo modulo completano la panoramica illustrando strategie digitali con YouTube, emoji e video.

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Se per qualsiasi motivo non fossi soddisfatto del Corso Update, faccelo sapere entro 15 giorni dall’iscrizione, ti rimborseremo il 100% della quota versata.

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✔ Webinar On Demand per apprendere tecniche e nozioni aggiornate
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Il team Ninja Academy è a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554. Ti aspettiamo con connessione e cuffiette alla mano.. Ma soprattutto, con tanta voglia di imparare!

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Un agente Fbi ha studiato i comportamenti delle persone: quale di queste 4 tipologie sei?

Da sempre conosciamo quella che viene definita la “regola d’oro” o golden rule, che dice di trattare gli altri come vorresti essere trattato tu stesso o, sotto un altro punto di vista, di non fare a chi hai vicino ciò che non vorresti che lui facesse a te.

Secondo l’agente FBI Robin Dreeke, però, dovremmo abbandonare queste convinzioni per affidarci a una nuova regola, la platinum rule o, in italiano, “regola di platino”, ideata dal professore Tony Alessandra: tratta gli altri come gli altri vogliono essere trattati.

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Ciò che bisognerebbe fare è parlare con loro in base a ciò che è importante per loro, in modo che possano capire quello che si dice prontamente e immediatamente; in questo modo, saranno più portati a fidarsi e a dare ciò che si vuole da loro. Per l’agente, è importante “scavare a fondo e capire quali sono le priorità degli altri. I loro bisogni, voleri, sogni e aspirazioni – personali, professionali, a lungo termine e a breve termine”.

L’analisi del comportamento

Dreeke viene dalla marina, ed è a capo di un programma federale di analisi del comportamento. Recentemente ha scritto il libro “The Code of Trust“, insieme al giornalista Cameron Stauth, dove parla del sistema che ha sviluppato per implementare al meglio la regola di platino, l’inventario sugli stili di comunicazione.

Questo sistema divide le persone in quattro differenti stili di comunicazione. In questo modo, l’obiettivo di ciascuno di noi dovrebbe essere quello di scoprire quale tipologia di persona abbiamo di fronte, e usare questa sua caratteristica per guidare la conversazione.

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I 4 differenti stili di comunicazione che conosciamo

  1. Diretto, orientato ai compiti – Direct, task-oriented
  2. Diretto, orientato alle persone – Direct, people-oriented
  3. Indiretto, orientato ai compiti – Indirect, task-oriented
  4. Indiretto, orientato alle persone – Indirect, people-oriented

Quando ci si trova davanti qualcuno, la prima cosa importante da fare è capire se si ha davanti una persona task-oriented people-oriented. Le prime guardano ai processi, alle procedure, a come fare una determinata cosa piuttosto che a con chi farla.

Le people-oriented, invece, usano molta personalizzazione, un grande uso di pronomi, parlano di loro storie personali e raccontano molti aneddoti. Va da sé che è molto differente comunicare con queste due tipologie di individui. Per comprenderlo al meglio, è interessante leggere un aneddoto raccontato da Dreeke in persona:

«Avevo l’opportunità di parlare a uno studente universitario di New York che era in contatto con uno degli argomenti che servivano alla nostra ricerca.
Quando ho interagito con questo ragazzo, ho iniziato a fare ciò che ho sempre fatto con ogni altro essere umano che ho incontrato prima di quel momento, poiché mi sembrava la cosa giusta da fare. Sono una persona molto “people-oriented”, quindi sono solito raccontarmi e intrattenere gli altri con storie su di me e sugli argomenti più vari. Ho parlato soprattutto di eventi sportivi, cercando di convincerlo ad andare insieme a una partita degli Yankees o dei Rangers.
Cercavo di essere partecipativo e cordiale, provando a instaurare una relazione con lui in modo tale da spostarmi su ciò che mi serviva, e ottenere da lui le informazioni che necessitavo. Ciò che ho sbagliato, però, fu di non capire che questo ragazzo era un dottorando e uno studioso di un’area tecnica; in altre parole, era una persona molto “task-oriented”, e voleva sapere precisamente cosa volevo da lui, senza perdite di tempo. Tutto ciò che stavo facendo, invece, era proprio fargli perdere tempo, perché stavo parlando con lui nel modo in cui io vorrei che qualcuno comunicasse con me, non nel modo in cui lui voleva gli parlassi
».

Forse è superfluo precisare che Dreeke non ha ottenuto nemmeno un secondo colloquio, nessuna risposta alle mail, nessuna chiamata. “Ci ho pensato a lungo, perché era uno di quei momenti in cui realizzi la differenza tra la “golden rule” e la “platinum rule“, ha precisato l’agente FBI.

Le differenze tra comunicatori diretti e indiretti

Ad ogni modo, è molto interessante comprendere anche se chi abbiamo di fronte è un comunicatore diretto o indiretto. La prima tipologia fa riferimento a persone che pensano mentre parlano, a cui piace l’interazione e lo scambio di battute, che sono aperte alle opinioni degli altri e sentono che potrebbero beneficiarne se qualcuno cambia idea su qualcosa.

I comunicatori indiretti, invece, generalmente pensano prima di parlare. Queste persone pensano di essere rispettose nei confronti di chi hanno di fronte quando danno un peso direttamente alle parole che ascoltano, senza sprecare del tempo in un botta e risposta che spesso finisce con gli stessi argomenti con cui è iniziato.

LEGGI ANCHE5 tipologie di persone da evitare assolutamente

Pensate a quando si deve presentare un progetto a un proprio collega o al proprio boss. Il vostro capo è un comunicatore diretto, orientato ai compiti? Potrebbe essere la cosa giusta mandargli una bozza degli step che vi servono per finire un progetto, senza correre il rischio di essere criticati quando si discute su quale processo sia il migliore. Altrimenti, se si pensa che chi abbiamo a che fare è un comunicatore indiretto, orientato alle persone, forse è meglio sedersi e spiegargli perché ci tenete a questo progetto, ascoltando attentamente a ogni parola che ricevete come feedback.

L’idea è quella di etichettare le persone e di ricordare che non tutti sono come noi. Se si vuole piacere alle persone e si vuole ottenere la loro fiducia, la cosa migliore da fare è capire che persone sono e parlare “la loro lingua”.

Gli inventori dell’auditel ora misurano anche lo streaming, ma Netflix li snobba

Nielsen, dall’alto della sua quasi centenaria esperienza nel carpire cosa piace guardare agli spettatori, cerca di investigare sul fantomatico mondo dei servizi di video-streaming on demand, un ecosistema ancora pieno di “mistero” per i media tradizionali.

Lo scorso mercoledì ha lanciato un servizio di analisi dell’audience dei servizi SVOD e in particolare di Netflix, cercando di fare luce su dati finora inaccessibili fuori dagli uffici di Los Gatos. Netflix fa spallucce e storce il naso, Nielsen cerca di “svecchiare” i suoi servizi ancora troppo legati a palinsesti e telecomandi.

Sembra quasi la trama di una serie tv. Il vecchio saggio analista dello zapping che cerca di capire e mettere in riga il giovane (e ribelle) imperatore dello streaming. 

netflix

La missione di questa operazione?

In sintesi, l’obiettivo di Nielsen è diventare un affidabile sistema di valutazione esterno, illuminando studi di produzione e broadcaster sull’effettiva performance di programmi e serie-tv concessi in licenza al gigante del digital entertainment. Quale contenuto funziona e quale contenuto no, questo è il dilemma dei media executive.

I dati sarebbero infatti divulgati solo alle aziende abbonate al servizio come Walt Disney, Warner Bros, NBCUniversal e A&E Networks. Tutti player che offrono i propri prodotti in licenza al leader del video-streaming e che vorrebbero capirci qualcosa di più in quest’ecosistema.

Ricordiamolo. Netflix custodisce gelosamente i dati della propria audience e li applica solo per oliare gli ingranaggi dei suoi raffinatissimi algoritmi. Infatti oltre l’84% del contenuto guardato dagli utenti viene scoperto attraverso il suo complesso sistema di raccomandazioni, che applica il machine learning per consigliare all’utente su cosa soffermarsi in base ai dati raccolti dal suo comportamento e dalle interazioni sulla piattaforma.

Inoltre divulgare i dati all’esterno non è rilevante perché l’azienda non vende pubblicità: il suo modello di business si basa completamente sui ricavi generati dagli abbonamenti, che nell’ultimo trimestre del 2017 hanno portato un utile netto in aumento del 150% rispetto all’anno precedente.

Ma quanto sono corretti i dati offerti?

Nielsen può mappare solo quanto viene guardato su una televisione connessa all’apposito misuratore, per il momento presente in 44.000 case negli USA. Ammettiamolo, a chi di noi non piace guardare una scena adrenalitica su una TV 48” in salotto, sdraiati sul divano magari in un sabato sera piovoso e in dolce compagnia? Infatti, il 75% delle view avviene in tal modo, dichiarano Hulu e altri player.

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Eppure Netflix pone sempre più maggior focus verso l’utente mobile-oriented (e la decisione di lasciar immutato il prezzo dell’abbonamento base aumentando i restanti due è un forte indizio). Nielsen non può intercettare la fetta di audience che si connette da un tablet o da uno smartphone, neppure chi si connette da un pc. Non so voi, ma io ormai guardo Netflix solo da questi tre device.

Leggi anche: Vi spoileriamo un po’ di cose sul futuro di Netflix 

Quando Netflix apre i database, lo fa in grande stile

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Netflix ogni tanto rilascia informazioni sulle abitudini della sua affezionata audience, sempre a modo suo: ad esempio, evviva, non vedevate anche voi l’ora di conoscere la top five delle serie più guardate in meno di 24 ore? Scopriamo che i binge-watcher irriducibili sono oltre  8.4 milioni e si chiamano ora binge-racer.

Netflix, amo i tuoi neologismi e adesso aspetto la prossima mossa sulla scacchiera.

metriche social

Perché non accontentarsi delle (solite) metriche di social media marketing

Analisi, controllo, monitoraggio, tutte attività fondamentali soprattutto nel social media marketing dove ogni singola azione può diventare oggetto di misurazione. Questi dati o insights vengono espressi sotto forma di metriche in grado di quantificare il “valore” di ciò che è stato prodotto. Con queste premesse è facile immaginare quanto le metriche siano temute e osannate allo stesso tempo, esse (e sono tante) sono difatti in grado di smontare o esaltare strategie, decisioni o campagne, insomma bisogna trattarle bene!

Poiché il social media marketing ha un impatto sull’intero ecosistema dell’impresa, sarebbe riduttivo e addirittura pericoloso prendere in considerazione solo le metriche relative alla mera attività social. Un bravo social media manager dovrebbe dotarsi di un portafoglio di metriche diversificato, che gli consenta di misurare anche gli effetti indiretti del suo operato.

LEGGI ANCHE: Come dovrebbero cambiare i nostri kpi per adattarsi alle soluzioni del digitale

Diffidate dalle metriche della vanità

In un interessante articolo di Cassandra Bevan viene introdotto il termine “Vanity Metrics”, cioè quelle metriche come ad esempio il numero di like o di follower che, se prese singolarmente, anziché mostrare in profondità il reale stato di salute dell’impresa,  intervengono più che altro sull’ego del social media manager. Provando ad adottare una logica meno “narcisistica” sarebbe più opportuno confrontare tali metriche con altre più complesse, cercando di capire quali vale la pena monitorare.

metriche social media

Per un pugno di click   

Ipotizziamo una campagna di social advertising realizzata per portare traffico sul sito web aziendale; la sua efficacia viene spesso misurata contando il numero di click, ovvero quante volte gli utenti hanno cliccato sul contenuto dell’inserzione “atterrando” sul sito web. Ma che succede una volta arrivati a destinazione? Ebbene la missione del social media manager non è finita, è necessario comprendere se il click sia andato a buon fine; ecco che subentrano altre metriche interessanti come ad esempio la frequenza di rimbalzo, che esprime il tasso di abbandono della pagina, o il tempo che mediamente viene speso sulla pagina. Questi indicatori, combinati con il numero di click, sono in grado di fornire un quadro ben più completo del percorso dell’utente aiutando anche a comprendere cosa ha funzionato e cosa invece no.

Quanto valgono like, commenti e condivisioni?

Con il like l’utente ci mette il pollice, con il commento ci mette la voce, con lo share ci mette la faccia.  Sintetizzando così il tema dell’engagement si è provato a mettere in ordine di importanza le tre diverse tipologie di interazioni che possono avvenire su Facebook. Anche l’Edge Rank, l’algoritmo alla base del funzionamento di questo social network,  pare vada in questa direzione attribuendo maggior rilevanza a quei contenuti che ricevono più condivisioni e commenti rispetto ai like. Il grado di coinvolgimento dell’utente aumenta a seconda della tipologia di azione: attenzione quindi a come valutare un contenuto con pochi like ma con tanti commenti o tante condivisioni.

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Persi nel traffico

Come anticipato in precedenza, generare traffico sul sito web è uno degli obiettivi più ricorrenti nel social media marketing; in quest’ottica, la metrica che esprime l’andamento del traffico va senza dubbio monitorata, ma ancora una volta, è necessario andare più in profondità e chiedersi come tale traffico venga generato. Una soluzione è quella di chiamare a rapporto una metrica come la frequenza di visita che esprime quanti utenti hanno visitato il sito per una sola volta e quanti invece sono tornati.

Le chiavi di lettura possono essere molteplici e vanno quindi connesse agli obiettivi: se ad esempio si vuole estendere la propria audience, avere un elevato numero di nuovi visitatori risulta essere coerente; ha altrettanto senso voler consolidare il proprio target e trovarsi una buona percentuale di visitatori che tornano; in entrambi gli esempi, una situazione contraria necessiterebbe invece di una riflessione.

Questa è solo la punta dell’iceberg della misurazione, tuttavia avere un quadro del fenomeno è la base per comprendere come queste metriche dovrebbero essere gestite. Va sottolineato che non tutte le metriche valgono in egual misura, ogni marketer dovrebbe crearsi una sua gerarchia coerente con il tipo di business dell’azienda e con la sua strategia. Un altro aspetto che emerge è che ciascuna metrica può assumere più significati: qui entra in gioco l’esperienza e lo sguardo oggettivo del marketer che dovrebbe essere in grado di connettere dati, obiettivi e risultati.

Instagram, 4 idee creative per coinvolgere i followers con i sondaggi

Una delle novità più importanti introdotte da Instagram nell’ultimo mese sono senza dubbio i Poll Stickers, ovvero stickers che danno la possibilità all’utente di porre una domanda ai propri followers attraverso le Stories e condurre un vero e proprio sondaggio, con tanto di percentuali di risposta e risultati live.

Sono anni che i sondaggi spopolano sui Social Media e hanno riscontrato un grande successo: li troviamo nei gruppi e nelle pagine degli eventi di Facebook, su Twitter a partire dal settembre del 2015, su Messenger e per ultimo la loro introduzione durante i Live Streaming di Facebook, che si basano sulle Reactions come strumento di voto. Tant’è che il caro Mark si è chiesto: “Perché non introdurli anche nelle Instagram Stories?”.

LEGGI ANCHE: Polly, l’app per realizzare sondaggi su Snapchat

Mentre tutti i vostri amici sono impazziti di fronte a questa nuova feature e utilizzano i Poll Stickers per chiedere cosa potrebbero cucinare per cena, o quale abito indossare durante il matrimonio della cugina, i brand come possono sfruttare strategicamente i sondaggi di Instagram?

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I marketers traggono sicuramente vantaggio dall’introduzione degli Instagram Poll, in quanto permettono loro di interagire in tempo reale e in modo estremamente diretto e semplice con i followers. Inoltre, sono uno strumento utile per raccogliere i feedback e segmentare il pubblico, data la capacità limitata di risposta.

Ma creare dei sondaggi in grado di stimolare l’interazione da parte dei followers non è così facile come sembra: vi suggeriamo quattro idee creative per raggiungere i vostri obiettivi strategici.

Raccogliere Audience Insight

Nonostante i Poll Stickers permettano all’utente di scegliere solo tra due risposte preimpostate, risultano particolarmente utili per raccogliere informazioni specifiche sul proprio pubblico: abitudini di acquisto e di consumo, interessi, stile di vita.  

Come ha fatto ad esempio Mini, che sul suo profilo Instagram ha chiesto ai followers quale colore di automobile preferissero tre i due proposti.

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Sfruttare il Real-Time Marketing duranti gli eventi

Utilizzare i social media durante un evento live facilita l’interazione diretta e bidirezionale con gli utenti, che si sentono coinvolti in prima persona e sono quindi più propensi a lasciare il proprio feedback.

Nel caso specifico degli Instagram Poll, ad esempio, se è in corso un evento sportivo (corsa automobilistica, partita di calcio o di basket, gara di nuoto) o un Talent Show, potete chiedere ai vostri followers per quale concorrente tifano, o chi pensano sarà il vincitore.

Mettere a confronto due prodotti

Grazie ai Poll Stickers si possono confrontare due prodotti in modo creativo ma soprattutto interattivo: tramite una narrazione composta da più Stories è interessante giocare – ad esempio – sulle caratteristiche che differenziano due prodotti della stessa linea, due stili di packaging differenti o due diverse modalità di utilizzo di un articolo.

Se il vostro account ha più di 10.000 followers una mossa strategica che vi consigliamo di attuare è aggiungere un link “Swip Up” per rimandare gli utenti a un link esterno, che può ad esempio l’e-commerce del sito web.

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Intrattenere gli utenti con i quiz

Se il vostro obiettivo è semplicemente quello di aumentare il livello di engagement degli utenti, attraverso gli Instagram Poll si possono veicolare quiz e giochi per stimolare gli utenti a interagire con i contenuti proposti.

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Leggendo il nostro articolo ti è venuta in mente qualche altra idea creativa per sfruttare i sondaggi Instagram? Condividila con noi sulla nostra pagina Facebook o sul gruppo Ninja di LinkedIn, oppure inviaci un tweet su Twitter!

Siamo stati all’Expo europea della realtà aumentata

Siamo stati a Monaco ad uno dei più grandi eventi di tecnologie immersive d’Europa: l’AWE Europe 2017, edizione europea dell’Augmented Reality World Expo.

Più di 1500 partecipanti strettamente legati ai settori della VR e AR, 115 speakers internazionali, 90 esibitori e sponsor come Google, Bosch, Coca-Cola e Nvidia, si sono incontrati per discutere le frontiere dei mondi digitali e le loro applicazioni in ambiti diversi ma sempre più connessi.

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I guru della VR

Tra gli ideatori dell’evento troviamo Ori Inbar, eclettico fondatore di Super Ventures fondo dedicato alla AR e di AugmentedReality.org, e Tom Emrich, spesso definito “l’uomo del futuro”, tra i più importanti influencer in ambito tecnologie immersive e wearables. Grazie a loro e alla community formatasi attorno all’evento, da anni AWE stimola l’innovazione catalizzando un networking acceso e dinamico tra startup, aziende, ricercatori e creatori per innovare ben oltre al semplice entertainment.

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Hardware e contenuti

Nell’area Expo, inutile dirlo, si vedevano ovunque visori VR e occhiali AR (notevoli gli elmetti AR di Daqri per l’assistenza sul lavoro).

Inbar ha aperto la scena nella Main Hall ripercorrendo la rapida evoluzione di questa tecnologia negli ultimi anni e che rappresenta la next platform dove le informazioni verranno visualizzate, elaborate e create.

L’hardware rappresenta ancora un ostacolo alla diffusione di massa (colpa di prezzi e ingombro fisico), ma non vi sono dubbi che proprio grazie alle svariate iterazioni di glasses e visori (invece che su smartphone) queste tecnologie mostreranno il loro vero potenziale.

La vera sfida si gioca sui contenuti, sul software e know how che richiede collaborazione tra designer e ingegneri, arte e programmazione, visione e strategie di business dirompenti. In tutti i campi, le tecnologie immersive spingono, non solo gli utenti ma in primis i produttori, ad un netto cambio di prospettiva.

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Intelligenza artificiale e realtà virtuale

Secondo Thad Starner, Professore di Informatica del Georgia Institute of Technology, la AR non rappresenta un’opportunità solo per noi, umani, ma una grande finestra sul mondo per le intelligenze artificiali. Finora le IA sono state allenate a riconoscere oggetti, scene, pattern, sondando i contenuti del web. Perché invece non mostrare loro il mondo attraverso i nostri occhi, dove guardiamo, cosa facciamo, come manipoliamo l’ambiente circostante? Farlo è possibile associando a visori AR le IA, arricchendo il bagaglio di dati con microfoni, sensori wearables e BCI (brain-computer interfaces).

Il risultato? Assistenti digitali maturati attraverso le nostre esperienze, “ghosts in the glasses” profondamente adattati alle nostre routine e esigenze.

Big data e realtà virtuale

E a proposito di dati. Nell’era della computer vision e della scansione degli ambienti strettamente collegata a database online, possiamo forse continuare a cercare informazioni attraverso barre di ricerca e portali? Google cambierà, gli analytics evolveranno, l’interazione diventerà informazione, supportata da machine learning e nuove dimensioni di accesso ai dati. CognitiveVR, ad esempio, basa il suo business sulla raccolta di dati tramite VR e AR. I campi di applicazione variano dall’automotive, alla produzione industriale fino al medicale.

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L’innovazione sta non solo nei dati raccolti ma nel mondo in cui essi vengono presentati, fruiti direttamente “out-reality”, immediati e su misura dell’utente. Come dichiarato da Dirk Schart di RE’FLEKT, l’obiettivo è evolvere dalla “search engine era” alla “Jarvis era”, dove gli utenti saranno circondati dalle informazioni più adatte e contestuali e l’interazione avverrà mediante interfacce olografiche.

A proposito di ologrammi date un’occhiata qui…

La vera sfida, il tatto

I diversi panel portano alla luce un punto chiave: vista e udito non bastano più. Sono i nostri sensi primari, quelli che monopolizzano la nostra percezione, ma le realtà immersive necessitano di un ulteriore passo: il tatto. Numerosi interventi hanno sottolineato l’importanza delle tecnologie aptiche, “touch makes it real”. Il tatto offre interazione, senso di realtà, vicinanza che non possiamo separare da noi stessi a oltranza.

Quali le soluzioni? Questo è ancora un problema: guanti, tute, sensori. Ma chi di noi vorrebbe davvero indossare questo armamentario nella vita di tutti i giorni? Il mercato consumer attende soluzioni innovative, post hardware, e il campo di gioco rimane aperto a qualsiasi idea.

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AR e VR possono fare tanto per il fashion

Diverse le soluzioni proposte invece in ambito commerciale, fashion e arte. Come sottolineato dal performance artist Amir Baradaran, AR e VR sono uno campo di sperimentazione straordinario, per nulla compromesso dai limiti delle odierne soluzioni, anzi. Ogni difetto diventa esso stesso parte del processo creativo favorendo il lavoro sul contenuto piuttosto che sulla performance tecnologica. A fianco della sperimentazione, nascono poi progetti per innovare l’approccio all’arte come Artivive, o per facilitare il rapporto tra creatori e clienti, come nel caso della startup ucraina Virtmotion, che punta a realizzare il Pinterest in AR per jewelry designer e tattoo artist.

La Virtual World Society

La morale di AWE Europe 2017 è che le realtà immersive sono ancora terre di confine, ci troviamo nel pieno della fase pionieristica della loro colonizzazione. Non vi sono standard, né piattaforme definitive. Possiamo costruirle noi, adesso, attraverso investimenti, ricerca e attente riflessioni. Mai come adesso è fondamentale il networking tra realtà vicine e lontane (ma poi nell’era di internet ha senso più parlare di distanza?). La condivisione di idee diventa un laboratorio per prototipare le VR e AR del futuro, a favore di un impatto costruttivo sulla vita di tutti i giorni.

AWE 2017 europe AR virtual world society

E’ un po’ la missione della Virtual World Society, fondata dai pionieri della VR (attivi da ben 30-40 anni nel settore) quali Tom Furness e Christopher Stapleton, che stimolano la comunità internazionale con gruppi di ricerca organizzati tra attivisti VR, ricercatori e istituzioni per facilitare un’evoluzione di queste tecnologie al servizio della società e senza escludere dal progresso le tante piccole realtà che si stanno affacciando al settore. E’ il caso di Anastasia Miron, a lavoro su Child Proof Yourself, progetto in VR per sensibilizzare e supportare le giovani mamme nei confronti delle necessità emotive e psicologiche dei propri bambini, o di Navid Navab, che ha trasformato la sua ricerca artistica nel mondo del suono in strumento per stimolare la ricerca medico-chirurgica in collaborazione con medici e ingegneri dell’Università di Monaco.

AWE Europe 2017 ci dimostra come vivere in un mondo connesso non possiede solo una connotazione tecnica, ma va valorizzata soprattutto con una forte connessione tra menti, esperienze e professioni. Il futuro è mixed reality, su entrambi i lati dello schermo.

c'ero una volta lele panzeri

“C’ero una volta”, un romanzo che tutti i creativi dovrebbero leggere

Se siete dei pubblicitari avrete probabilmente divorato le memorie di Jaques Séguéla e David Ogilvy, ma spero – perché in caso contrario, avrete finora perso una grande lettura – che conosciate anche l’italianissimo e divertentissimo libro di Lele Panzeri.

Uscito già nel 2006 grazie a casa Lupetti, arriva oggi da Blonk nel formato digitale il divertente, iconoclastico e mai troppo lodato C’ero una volta del leggendario art director Lele Panzeri.

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Tra memoir e romanzo di formazione

A metà tra un memoir e un romanzo di formazione, in C’ero una volta, l’autore si diverte e racconta i suoi picareschi cinquant’anni, tutti vissuti pienamente e seguendo sempre i tumulti del cuore: dalle prime infatuazioni allo scoppio dei grandi amori, tra i quali, oltre alle compagne e ai figli, possiamo annoverare il disegno, Frank Zappa, la patafisica, la vela, la regia e, ovviamente, la pubblicità.

È un romanzo scritto di pancia come le risate che riesce a suscitare nel lettore, perfetto nelle sue imperfezioni, anzi, così perfetto da riuscire a trasmettere, chiaramente, la sensazione che l’autore si sia divertito moltissimo scrivendolo.

Tra le righe che compongono il romanzo di una vita, Panzeri riesce anche a rispondere alla domanda delle domande, un quesito su cui pubblicitari, luminari e uomini di genio scrivono, tutt’oggi, tomi su tomi: ma come nasce un creativo?
Leggendo il libro di Lele Panzeri la risposta diverrà ovvia, come quelle lezioni di educazione sessuale che si tengono ai bambini: «un uomo conosce una donna e…»; se la prende comoda Lele Panzeri – e il lettore gliene è grato, perché le avventure narrate sono una gioia per il cuore e per lo spirito – cominciando la narrazione a partire dalla sua nascita.

Dal primo vagito in poi, è tutto un susseguirsi di avvenimenti che permettono al giovane Panzeri di “militare nelle file dell’Advertising”, ed entrare così in contatto diretto con i più grandi creativi italiani tra i quali Emanuele Pirella, Annamaria Testa, Michele Rizzi, Enzo e Sandro Baldoni, Dario Diaz, Roberto Pizzigoni, Giampiero Vinti, Pasquale Barbella.

c'ero una volta di lele panzeri

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L’età dell’oro dell’advertising

Parla comunque di tempi strani l’autore del romanzo, che stendono talvolta durante la lettura un velo di sgomento negli addetti ai lavori, soprattutto in junior e aspiranti tali, i quali ogni giorno affrontano le difficoltà del collocamento dalle quali, comunque, non è immune ai giorni nostri tutto il settore professionale.

Una presunta età dell’oro dove alle agenzie spettava il compito di formare i talenti, all’interno dei reparti, offrendo loro spazio e tempo per crescere professionalmente, creativamente, e nel contempo riconoscendo loro uno stipendio che lievitava proporzionalmente all’aumentare delle competenze.
Un’epoca che – sebbene priva di scuole di comunicazione e costosi master – sfornava geni capaci di lasciare un segno nella storia della pubblicità.

Anni, quelli narrati da Panzeri, in cui si credeva genuinamente e si investiva nel potenziale umano.
E si investiva in formazione così tanto, che il primo partner con cui fece coppia creativa Panzeri, era il copywriter Pietro Vaccari, assoldato in seguito a un tamponamento causato da Roberto Granata, direttore creativo della TBWA al volante della sua auto (un esperimento che l’autore di questa recensione vorrebbe provare se vivesse a Milano, e non sulle coste dello Jonio dove è più probabile imbattersi in un disoccupato privo di assicurazione).

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C’era una volta e, fortunatamente, c’è ancora

C’ero una volta di Lele Panzeri – sia che venga definito, come piace all’autore, «una autobiografia non autorizzata», o sia elogiato, come io sostengo, quale libro sull’arte di vivere – è il racconto di uno spirito libero, da sempre incuriosito dagli aspetti divertenti e paradossali della vita, che ha espresso il suo straordinario talento nell’Advertising.
Fortunatamente per noi tutti, la storia dell’uomo Panzeri incrocia la storia della pubblicità italiana della quale è protagonista a partire dagli anni ’70, e l’Art Director dalle pagine di questo romanzo, nel mezzo del cammin di sua vita, continua a ricordarci che il mestiere del creativo era e può essere ancora divertente.

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personalizzazione della customer experience

Personalizzano la customer experience con l’AI e aumentano i ricavi del 15%. Il caso Luisa Via Roma

La personalizzazione della customer experience è la nuova sfida nel mondo del lusso. Luisa Via Roma, uno dei più importanti portali ecommerce di luxury fashion, ha iniziato una collaborazione con la piattaforma Dynamic Yield per offrire ai propri clienti una migliore esperienza personalizzata di shopping online.

personalizzazione della customer experience

Grazie all’implementazione delle innovative tecnologie, Luisa Via Roma ha registrato un incremento significativo dei tassi di conversione e un aumento del 15% del ricavo medio per utente, un dato che conferma quanto la capacità di personalizzazione sia fondamentale nel comparto retail del lusso.

Tre elementi fondamentali hanno contribuito al successo dell’operazione.

1. Personalizzazione website e risultati di ricerca

Ogni Paese accede ad un mini-sito in cui sono evidenziati i prodotti più rilevanti in base ai comportamenti del cliente in quella determinata area. Una strategia che può rivelarsi particolarmente efficace per i retailer con una notevole portata geografica, grazie alla possibilità di soddisfare un bacino molto ampio di clienti.

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Anche L’Occitane ha adottato una strategia simile progettando landing page specifiche, che hanno determinato un aumento del 15% degli acquisti da mobile.

I risultati di ricerca sono ordinati in maniera automatica per prezzo, a seconda dello storico di acquisto dell’utente. Ciò consente a Luisa Via Roma di mostrare in maniera equilibrata i prodotti più costosi e allo stesso tempo più appetibili ai suoi clienti maggiormente disposti a spendere.

2. Personalizzazione del funnel

L’obiettivo di Luisa Via Roma è quello di ottimizzare le diverse fasi del funnel di vendita: home page, catalogo, pagina prodotto, carrello, pagamento.

Occorre quindi personalizzare cinque elementi: il banner promozionale, l’overlay informativo o il pop-up utilizzato per spingere il cliente giù per il funnel, il layout generale della pagina, i prodotti raccomandati, la call to action o la landing page.

personalizzazione della customer experience

Il percorso all’interno di un sito è però differente per un cliente sensibile alla variabile del prezzo e per un cliente attento alla marca.

Ad esempio, se i cookie di un cliente indicano che è più orientato al prezzo, il banner che vedrà sulla home page di un rivenditore avrà un richiamo agli sconti o ai saldi, la pagina del catalogo verrà automaticamente ordinata per prezzo crescente, la pagina prodotto punterà sul timore di perdere l’occasione (FOMO – Fear of Missing Out) specificando quanti pezzi sono rimasti in magazzino, la pagina del carrello mostrerà tutti i codici promozionali disponibili e già inseriti nel campo indicato.

Per i clienti con alto potenziale di spesa, invece, la home page evidenzierà i nuovi arrivi, le pagine del catalogo verranno ordinate per articoli più recenti, una modalità di visualizzazione popolare tra i clienti premium.

3. Test A/B per verificare la personalizzazione

Secondo Mukund Ramachandran, VP Global Marketing di Dynamic Yield, la piattaforma consente inoltre a Luisa Via Roma di mettere alla prova le caratteristiche di personalizzazione attraverso il test A / B.

La boutique è così in grado di verificare quali “prodotti raccomandati” trovino un miglior riscontro in ciascun Paese.

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Per esempio, i clienti di alcune nazioni potrebbero preferire vedere prodotti correlati ad acquisti precedenti, mentre altri potrebbero voler visualizzare i prodotti bestseller.

Questo tipo di operazione può essere effettuata prima della completa implementazione e consente di testare nuove funzionalità di personalizzazione quali la visualizzazione di quante persone abbiano acquistato un prodotto specifico in una determinata regione.

La personalizzazione della Customer Experience nei marketplace

In un universo luxury sempre più competitivo, la personalizzazione della Customer Experience è uno degli elementi chiave per il successo.

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Migliaia di brand di lusso cercano di farsi notare all’interno di un mercato sovraffollato, dove è sempre più difficile emergere e farsi riconoscere soltanto grazie alle caratteristiche intrinseche dei propri prodotti.

personalizzazione della customer experience

Allo stesso modo, i retailer devono puntare ad ottenere il massimo da ogni singolo cliente e la personalizzazione consente di incrementare le vendite del 6-10%. Rappresenta uno dei modi più efficaci per assicurarsi ordini di importo elevato e un ritorno dei clienti sul proprio sito.

Anche nel caso dei marketplace, per ottenere un vantaggio competitivo è fondamentale cercare di differenziarsi offrendo un’esperienza d’acquisto curata nei dettagli, in grado di unire la sensazione dello shopping in-store con la comodità dell’acquisto online.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

Queste esperienze online personalizzate sono inevitabilmente alimentate dall’Intelligenza Artificiale (AI). E’ proprio questo tipo di tecnologia a consentire ai siti web di eCommerce di consigliare prodotti unici adatti agli acquirenti e allo stesso tempo di permettere ai clienti di cercare prodotti attraverso espressioni tipiche del linguaggio parlato o semplicemente immagini, come se stessero interagendo con una persona.

L’utilizzo dell’AI per personalizzare il customer journey potrebbe rappresentare un enorme valore aggiunto per i dettaglianti.

personalizzazione della customer experience

Secondo un rapporto di Boston Consulting Group (BCG), i rivenditori che hanno implementato strategie di personalizzazione della customer experience hanno registrato incrementi di vendita del 6-10%, un tasso due o tre volte superiore a quello di altri rivenditori.

Secondo Accenture, le tecnologie legate all’AI potrebbero anche incrementare il tasso di redditività del 59% nel settore all’ingrosso e al dettaglio entro il 2035.

Sebbene non esista la ricetta per il perfetto percorso di navigazione, si può certamente aspirare ad un corretto equilibrio tra il contenuto offerto e il cluster di clienti segmentati in base ai benefici ricercati.

zuckerberg

Il manager Facebook rivela a Ninja tutte le novità per il 2018

È una delle prime cose che facciamo al mattino e una delle ultime prima di andare a dormire la sera. Quante volte vi sarà capitato di dare “un’ultima occhiatina” prima di spegnere lo smartphone. Quante volte vi sarà capitato di contare like e condivisioni ed esultare per un’inserzione particolarmente riuscita o il tag della vita. Di cosa parliamo? Ma del papà di tutti i social network, di Facebook ovviamente.

Ne è passato di tempo da quando Facebook non era altro che un modo per rimanere in contatto con amici vicini e lontani e condividere la canzone del cuore. Oggi nell’olimpo del Digital Marketing il social di Menlo Park occupa un posto d’onore. Amore e odio? Fatto sta che Facebook ha saputo negli anni conquistare anche il più nostalgico dei marketer e ha ad oggi una capitalizzazione di mercato di circa 508miliardi, 30 volte in più rispetto al 2007, ed ha quasi raggiunto Microsoft, che invece vale 611 miliardi.

Facebook 2018

Aggiornamento dopo aggiornamento Facebook ha affinato funzioni, possibilità ed esperienze e visto crescere in modo esponenziale la propria community. Ma cosa dobbiamo aspettarci ancora? Quali saranno le principali novità per il 2018? Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marco Grossi, Senior Manager Italia e Spagna per le PMI di Facebook, direttamente dal quartier generale di Dublino. Curiosi di sapere cosa ci ha detto? Andiamo con ordine.

Cosa c’è nel 2018 di Facebook

Non riusciamo a resistere e quindi vogliamo sapere subito quali saranno le principali tendenze per il 2018. Cosa puoi dirci in anteprima?
«Mobile native, mobile video, mobile messaging: il 2018 sarà ancora una volta l’anno del mobile, e non ci si potrà accontentare di adattare creatività pensate per desktop alle caratteristiche dello smartphone. Servirà pensare mobile-first, sfruttando a pieno le opportunità offerte da questo strumento in termini di velocità, personalizzazione e attenzione».

Facebook

«Facebook offre a grandi aziende e PMI strumenti di mobile marketing di eccellenza, permettendo di raggiungere i 30 milioni di italiani che ogni mese visitano la nostra piattaforma (il 92% da mobile) con contenuti su misura e in modo nativo, ovvero sfruttando formati, come Canvas, pensati per una fruizione mobile».

«Oggi, 70 milioni di aziende in tutto il mondo hanno una Pagina Facebook, e 5 milioni fanno pubblicità sulla nostra famiglia di applicazioni (Facebook, Instagram e Messenger) e Facebook Audience Network perché Facebook funziona».

Fino ad oggi l’obiettivo di Facebook è stato quello di connettere parenti e amici. Da ora in poi ci focalizzeremo sul costruire una community”. Se ne parlava durante la conferenza F8 2017 dello scorso Aprile. Puoi dirci di più?
«Rendere il mondo aperto e connesso rimane una mission di grande importanza. Oggi vogliamo rilanciarla, e portare anche le persone a essere più vicine fra loro, creare comunità appunto, e a dare questa opportunità anche alla piccola e media impresa. L’87% delle persone su Facebook in Italia – e 143 milioni di persone nel mondo – hanno almeno una connessione con una piccola e media impresa italiana. Queste sono comunità sorte attorno a un brand in modo spesso spontaneo, un brand capace di attrarre l’interesse di persone con gusti, passioni e valori simili».

Facebook

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«Pensiamo per esempio a Pescaria, un casual food shop di pesce che ha aperto a Polignano a Mare e di recente a Milano, e che con le foto generate dai clienti dei suoi famosi panini ha creato una piazza di scambio di contenuti, un dialogo con i propri followers che riconoscono in Pescaria un brand innovativo e di stile. All’apertura a Milano, qualche mese fa, avevano in fila 500 persone fuori dalla porta, e avevano usato solo Facebook per la loro promozione».

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Realtà virtuale e le altre tecnologie di casa Zuckerberg

Intelligenza Artificiale, Chatbot, Realtà Virtuale. In che modo vedremo integrate e utilizzate queste tecnologie?
«L’intelligenza artificiale è dietro la maggior parte delle grandi innovazioni di prodotto in Facebook. Il News Feed stesso utilizza AI per capire quali contenuti, tra i miliardi disponibili, siano più interessanti per te in un dato momento. La rilevanza della pubblicità su Facebook si fonda sullo stesso meccanismo, e porta gli annunci sulla nostra piattaforma a essere percepiti come “su misura” dalle persone che li ricevono».

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Su Messenger, Smart Replies aiuta le Pagine a fornire risposte automatiche alle domande più frequenti che le imprese ricevono, come domande sugli orari di apertura, indicazioni geografiche e richieste di contatto. M, è un’assistente AI di Messenger, che riconosce quando la gente sta svolgendo azioni specifiche e fornisce suggerimenti utili (es. ordinare cena a domicilio)».

«Al momento ci sono 100.000 bot attivi ogni mese su Messenger e prevediamo che questo trend sarà in forte rialzo nel 2018. La realtà virtuale, infine, servirà per accorciare la distanza tra le persone e aiutarle a condividere esperienze immersive con gli altri: il VR è il device empatico del futuro, e si ricollega armonicamente alla nostra mission».

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A cosa state lavorando attualmente?
«Il piano di Mark Zuckerberg per i prossimi dieci anni orienta i nostri investimenti in ricerca e sviluppo: Video, Messenger e Whatsapp sono le aree dove a breve si vedranno le principali novità. Connettività, AI, e VR/AR le scommesse di medio/lungo periodo«.

«Negli Stati Uniti abbiamo di recente lanciato Watch, nuovo video tab di Facebook dedicato agli show originali. Per gli editori, Facebook Watch rappresenta un nuovo spazio in cui pubblicizzare e monetizzare. Una delle prime serie lanciate negli USA è Humans of New York, che tanto successo ha avuto sulla nostra piattaforma come Pagina».

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Facebook per le aziende

Quali nuove opportunità per gli utenti business?
«Annunci video 360, annunci video live, annunci video interstiziali su video di più lunga durata, annunci Instagram Stories formato Canvas: tutto punta nella direzione di formati sempre più immersivi e nativi, in grado di catturare l’attenzione dell’utente in pochi secondi e coinvolgerlo in un’interazione significativa con i contenuti».

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«Un’altra importante novità sarà Whatsapp Business, che consentirà alle aziende di comunicare con i propri clienti in modo veloce, affidabile e sicuro, uno strumento indispensabile per piccole e grandi aziende che operano su larga scala con una base globale di clienti, come linee aeree, e-commerce e banche. Queste imprese potranno usare le nostre soluzioni per fornire ai loro clienti notifiche di grande utilità, come orari dei voli, conferme di consegna e altri update».