Google GearShift 2017

Un report Google rivela cosa ci influenza di più quando compriamo un’auto

L’acquisto di una nuova auto è sempre un passaggio importante nella vita delle persone e oggi è interessante capire come questa scelta così complessa venga affrontata dai consumatori nell’ottica di una ricerca sempre più mediata dal digitale e dall’utilizzo dello smartphone come strumento per informarsi.

Google ha appena presentato i risultati della ricerca annuale Gearshift 2017, commissionata all’istituto di ricerche di mercato Kantar TNS, sul comportamento dei consumatori automotive in relazione al mondo digitale.

Nelle diverse fasi del percorso di acquisto di una nuova auto, oggi le persone cercano risposte a numerose domande e lo fanno senza discontinuità tra online e offline, televisione e video digitali, smartphone e concessionarie.

Google descrive il processo decisionale per l'acquisto della nuova auto

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Identikit del nuovo acquirente (digitale) di automobili

Oggi chi acquista una nuova auto usa in media 3,7 dispositivi digitali, considera 3,3 brand e nel 21% dei casi comincia la sua ricerca con in mente un modello di automobile, ma finisce per comprarne un altro.

Il 14% dei nuovi consumatori comincia il suo percorso di acquisto senza un’idea precisa o comunque con un’intenzione poco chiara (58%), e spesso (62%) si lascia influenzare dal partner nella scelta.

La scelta quindi può cambiare durante il percorso, per questo per i brand dell’automotive diventa sempre più importante presidiare i diversi touch point del percorso di acquisto: motori di ricerca (40%), pubblicità online (19%) e video online (17%) sono i canali attraverso i quali il nuovo consumatore si informa online.

Il digitale è diventato sempre di più un fattore chiave, con il 94% degli acquirenti che hanno fatto una ricerca online e nel 53% dei casi ha cominciato sul web il proprio percorso di acquisto.

Ben il 65% degli utenti smartphone ha usato il proprio dispositivo mobile nel percorso d’acquisto (per arrivare all’87% di chi ha acquistato un’auto per la prima volta), mentre ben il 73% del campione ha guardato video online.

Online e televisione hanno ormai raggiunto un equilibrio in pareggio, dato che il 19% dei consumatori scopre la propria nuova auto online e il 19% la scopre attraverso la TV.

Google descrive il processo decisionale per l'acquisto della nuova auto

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Un percorso di acquisto più breve e più influenzato dai video online

Il 35% degli acquirenti è passato da almeno dieci punti di contatto diversi tra online e offline, ma il tempo per la scelta della nuova auto si è abbreviato, dato che nel 65% dei casi l’acquisto è avvenuto entro due mesi dall’inizio della ricerca.

Un processo decisionale così accurato, fatto di touch point come web, app, concessionarie, stampa, televisione, produce anche un altro risultato: un consumatore più consapevole della propria scelta, che nel 30% dei casi non ha bisogno della prova del test drive per considerare in modo definitivo il proprio acquisto.

Anche i video online si sono rivelati una fonte rilevante d’informazione nell’automotive, dando la possibilità al consumtaore di esplorare l’auto da diverse prospettive e consentendo di espandere o di ridurre nel 50% dei casi le proprie opzioni di acquisto.

Una sorta di nuovo test drive, che nel 21% dei casi si rivela utile anche per mostrare recensioni di altri consumatori e di testimonial, dato che nel 40% dei casi ci si affida a video professionali di terze parti e nel 16% anche a video amatoriali privati.

Google nuova auto ricerca GearShift 2017

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Dal digitale alla concessionaria, il percorso di acquisto della nuova auto

Prima di aprire la porta della concessionaria, il consumatore digitale cerca informazioni online anche sul punto vendita, per conoscerne i prezzi, gli orari d’apertura, la posizione, i servizi disponibili e altre informazioni utili a scegliere il luogo migliore per il proprio acquisto.

Spesso la relazione con la concessionaria non è più forte come in passato (56%) e in molti casi il web diventa lo strumento fondamentale per individuare la concessionaria, utilizzando lo smartphone anche quando si è già entrati per fare confronti e cercare ulteriori informazioni.

Più informato, digitale e mobile, il consumatore che oggi compra una nuova auto va conquistato lungo tutto il suo processo decisionale di acquisto, utilizzando in modo appropriato i diversi canali a disposizione dei brand.

Ikea Place

IKEA Place: l’app di realtà aumentata che ti fa vedere come starebbero i mobili in casa

Qualche settimana fa Ikea ha lanciato la sua nuova app: IKEA Place. Utilizzabile sul nuovo sistema operativo iOS 11 e costruita grazie alla nuova tecnologia Apple dedicata alla Realtà Aumentata, ARKit, l’app permette di vedere come potrebbe essere inserito un prodotto o un mobile Ikea nella propria abitazione, nel proprio ufficio, o in qualunque spazio ci si trovi davanti.

È da tempo che il colosso svedese stava aspettando una tecnologia come ARKit che gli permettesse di lavorare su qualcosa come quest’app, come ha affermato pubblicamente Michael Valdsgaard, manager delle trasformazioni digitali all’Inter Ikea Systems.

Come funziona IKEA Place

Con IKEA Place, ogni persona non solo può vedere il prodotto, ma capisce immediatamente come questo può sembrare nella propria abitazione; in poche parole, possiamo vedere se in quell’angolino vuoto del nostro salotto ci sta bene quella bella poltrona che abbiamo visto da Ikea oppure no. E non solo, possiamo verificare se quella poltrona sta meglio in un’altra stanza, contro il muro di fronte, ecc.

Grazie a quest’app inizia senza dubbio una nuova era per questo settore, che se non cambia totalmente le nostre vite, le semplifica almeno un po’. Ora, infatti, invece di recarsi allo store più vicino (magari anche più di una volta) per vedere com’è un certo prodotto, sentirlo, immaginarselo nella propria casa, chiunque può fare tutto ciò seduto sul proprio divano (se non è proprio quello che si deve acquistare!), andando da Ikea eventualmente solo per l’acquisto.

“Questo è uno di quei momenti dove tutto sembra funzionare”, riporta Valdsgaard. “La tecnologia che si sviluppa sempre più, una piattaforma software fornita da Apple e un ambito d’utilizzo adatto a tutto questo, ovvero quello del posizionare mobili in un ambiente. È come se tutto ciò che non sei mai stato capace di fare prima ora è improvvisamente possibile“.

IKEA, però, non ha fatto tutto da sola: “Sarà davvero una grande opportunità nelle mani dei consumatori, quindi ci abbiamo speso molta fatica, abbiamo costruito un team piuttosto grande per farla decollare”, ha affermato Valdsgaard. “Poi ci siamo resi conto nelle prime settimane di quanto questo progetto poteva essere grande, quindi abbiamo iniziato a collaborare con una grande e professionale agenzia di marketing per posizionare e lanciare l’app sul mercato secondo il modo più adatto, il modo che si meritava”.

Con chi è stata sviluppata l’App

L’azienda svedese, infatti, ha lavorato con molte altre realtà differenti per dar vita a IKEA Place, tra cui anche il lab innovativo Space10. In particolare, però, le collaborazioni più ingenti si sono svolte con l’azienda di marketing, advertising e design 72ansSunny di Amsterdam. L’agenzia ha sviluppato una strategia di marketing e di comunicazione, oltre a lavorare sugli aspetti creativi, per lanciare l’app e continuare a collaborare con Ikea per eventuali aggiornamenti o sviluppi futuri.

IKEA GIF

Interessante capire come, nonostante di AR si parli ormai da molto tempo e come questa sia nel nostro presente, non nel futuro, l’agenzia di Amsterdam e Ikea abbiano avuto e abbiano ancora per le mani qualcosa di più grande di quanto si immagini. Le potenzialità di quest’app, infatti, sono enormi, tanto che il team di 72andSunny è “entrato dentro il progetto in un momento in cui Ikea si era già confrontata con Apple a proposito di quanto potenziale esso avrebbe potuto avere, ma che non era chiaro fino a che punto ci si poteva spingere” ha affermato Simon Summerscales, Communication Strategist dell’agenzia. “Il nostro ruolo è stato, comunque, fin da subito quello di dare un valore commerciale e di mercato al progetto, e francamente non è un lavoro già finito, è qualcosa su cui stiamo lavorando e continueremo a lavorare“. La collaborazione, infatti, è partita da un meeting iniziale svoltosi mesi fa, sfociando in un lavoro iniziato circa 10 settimane fa. 72andSunny ha aiutato e continuerà ad aiutare Ikea a determinare il valore e l’importanza dell’app per l’attività dell’azienda, di come questa può essere importante dal punto di vista strategico e di come lo potrà essere in futuro.

Tra gli obiettivi c’era quello di aiutare questa tecnologia a sembrare più “umana”, anche se Summerscales ha affermato che la Realtà Aumentata in sé è già una tecnologia molto vicina all’uomo, fatto sottolineato anche dal lavoro digitale sul progetto svolto da 72andSunny. L’app diventa così un’opportunità per Ikea per entrare di fatto in un ambiente più tecnologico e meno tradizionale, mantenendo però un perfetto stile Ikea.

IKEA Place aiuta a rendersi conto come il bel design può trasformare completamente il proprio spazio, la propria abitazione. Ecco uno dei motivi per cui l’agenzia di Amsterdam ha proposto a Ikea di chiamare l’app proprio “Place” (a indicare il proprio luogo, la propria casa).

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L’Instagram di carta è italiano e festeggia i suoi primi 5 anni

Quanti sono 5 anni? Dipende dal contesto: pensa a come vivevi i social un lustro fa, o a come è cambiato, ad esempio, il mondo del lavoro nell’ultima mezza decade. In cinque anni possono succedere molte cose: cambiare casa, cambiare lavoro, cambiare compagnie e stili di vita; in una sola parola: crescere.

Per un’azienda i primi 5 anni di vita coincidono spesso con una fase di startup delle attività, legate alla promozione che spinge sulla brand awareness per imporsi, in futuro, come realtà consolidata.

Non è facile, è vero, perché le incognite sono tante e la velocità di scambio delle informazioni a cui il mondo iperconnesso ci ha abituato può trasformare in breve tempo la più brillante delle strategie e delle idee in un obsoleto vicolo cieco.

I primi 5 anni di Tonki

Gli ostacoli da superare sono certamente tanti, ma rimanere aggrappati (letteralmente) ai propri sogni e obiettivi si rivela spesso la strada giusta: è così che We Hang It è diventata Tonki, la startup capace di comunicare attraverso immagini e fotografie, in un modo completamente diverso, puntando sulla semi-artigianalità dei prodotti e sull’ecosostenibilità delle cornici in cartone.

Abbiamo fatto qualche domanda a Ruggero Frigoli, co-founder di Tonki insieme ad Alessandra Renis.

Tonki festeggia 5 anni e premia tutti con la promozione 5+5

In questi giorni compite 5 anni. È un traguardo importante per una startup autofinanziata. Come ti senti?
«A 5 anni un bambino sta finendo l’asilo, è passato dall’essere un’idea dei genitori ad un essere pensante, che mangia da solo, sa parlare e stare sulle proprie gambe.
Probabilmente si impara di più nei primi 5 anni di vita che nei successivi 30, ma le vere emozioni, quelle che si ricordano, non sono ancora iniziate.
Ecco, ci sentiamo proprio così. Dovremmo aver passato il periodo più duro, quello dove tutto è un’incognita, dove ogni giorno devi prendere decisioni che nessuno ti ha insegnato e i rischi di cadere sono dietro all’angolo».

«Sia chiaro, non che il resto della vita sia una discesa tranquilla, anzi, i problemi grossi spesso vengono dopo, però in questo momento ci piace pensare di aver superato gli ostacoli più pericolosi. E ora guardiamo al futuro con fiducia, non vediamo l’ora di scoprire cosa ci aspetta».

La prima volta che ti abbiamo intervistato era il 2012. Vi chiamavate We Hang It. Cos’altro è cambiato da allora?
«Oltre al nome, alle persone che ne fanno parte, agli uffici, a due capannoni ed alcuni macchinari, al numero di Tonki venduti, a “qualche” capello bianco (e perché no ad una figlia)… Direi che è cambiato poco o nulla».

Parlaci del team, quali sono le figure che secondo te sono imprescindibili per il successo di una startup?
«Per i primi anni il team è stato una coppia, Alessandra ed io, circondati da alcuni collaboratori. Adesso finalmente possiamo dire di avere un team affiatato, con diverse competenze interessanti. Credo che per gli esperti ci sia sempre tempo, all’inizio bastano poche persone con una voglia matta di dedicare la propria vita per raggiungere un obiettivo: la conoscenza e la sopravvivenza».

Qual è il canale promozionale che utilizzate di più?
«Decisamente Facebook. L’Adv online è alla base della crescita di Tonki e Facebook ne rappresenta l’essenza di questi anni. Ci sembra il mezzo giusto per far conoscere a un sacco di persone cos’è Tonki».

LEGGI ANCHE: Come migliorare le inserzioni di Facebook grazie alla persuasione

Se potessi tornare indietro a 5 anni fa, quale consiglio ti daresti?
«Non sprecare tempo (fegato) in programmi di incubazione o in cerca di investitori. Se hai la fortuna di avere un business intelligente, non è necessario cercare appoggio chissà dove. C’è bisogno di pazienza e lavoro».

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Cosa avete progettato per festeggiare questo traguardo?
«Per festeggiare i nostri primi 5 anni lanciamo l’App per Android e per ringraziare tutti gli amici che ci sono sempre stati vicino per 5 giorni lanciamo la campagna 5 + 5. Se acquisti 10 Tonki 5 li regaliamo noi. Ah anche la spedizione è gratuita».

Abbiamo visitato il Data Center più grande d’Italia

Partiamo da un premessa: io non so nulla di Data Center. Non ne ho mai visto uno, anzi, so a malapena a cosa serve.

Poi ci è arrivato l’invito da Aruba di partecipare all’inaugurazione e ho dovuto informarmi. Un Data Center è uno spazio che ospita server, storage, gruppi di continuità e tutto ciò che garantisce il funzionamento di un sistema informativo, in grado di ospitare ed elaborare un gran numero di processi e di dati. Insomma, senza un centro di elaborazione dati, un’azienda non va da nessuna parte.

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A Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, lì dove sorgeva lo stabilimento industriale manifatturiero tessile della Legler, c’è oggi il Data Center più grande d’Italia, il quarto costruito da Aruba. L’azienda, fondata nel 1994 ad Arezzo è oggi la prima società in Italia nei servizi di web hosting, email, PEC e registrazione domini.

L’amministratore delegato, Stefano Cecconi, 39 anni, moglie e due figli emozionatissimi al seguito, è un sistemista, un tecnico prestato al business e sembra crederci davvero in questo progetto.
Il campus sarà di 200.000 mq, che ospiteranno la nuova “casa” di Aruba, con nuovi uffici, 5 Data center, co-working, acceleratori, con lo scopo di creare un vero e proprio polo tecnologico.

Com’è fatto

Dopo un anno e due mesi è pronto il primo data center con 10 sale dati, di cui 6 già in utilizzo (Cecconi è tranquillo nell’affermare che è già stato raggiungo il break even point) per una potenza di 15 megawatt e un impiego di oltre 100 persone.

Abbiamo visitato il Data Center più grande d'Italia

Perché un Data Center non può fermarsi mai

Probabilmente ridondanza” è stata la parola più utilizzata durante la nostra visita. Il funzionamento continuo dei CED è indispensabile per l’economia e la finanza mondiale, è quindi necessario ridurre al minimo la possibilità di perdita dei dati.
Gli armadi rack che ospitano i server sono collegati a due linee d’alimentazione completamente separate e 2 quadri elettrici (che sono gemelli e situati in parti diverse della sala). Anche l’impianto elettrico è doppio, è costituito da 4 moduli da 1 megawatt l’uno + altri 4 moduli uguali, situati una sala adiacente.

Tutta la struttura è a basso impatto ambientale, l’approvvigionamento energetico sarà garantito da connessioni multiple all’utility esterna (erogazione di Enel, anche questa proveniente da fonti rinnovabili), un impianto fotovoltaico e una centrale idroelettrica (la vicinanza al fiume Brembo è stata decisiva).

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Le misure di raffreddamento e antincendio

Il sistema di estinzione è a gas inerte con ugelli silenziati poiché è stato scoperto che gli ugelli usati solitamente nei data center possono danneggiare i dischi (sì, con il rumore). Anche i container dell’impianto elettrico hanno un sistema antincendio a CO2.

Parte essenziale del CED è il sistema di raffreddamento geotermico ad altissima efficienza che manda acqua fredda alle sale dati: l’aria fredda viene aspirata dai server e viene espulsa dalla parte superiore e riaspirata dai camini che mettono in comunicazione l’armadio e il controsoffitto.

Abbiamo visitato il Data Center più grande d'Italia

Quanto è costato?

Questo è solo il primo dei 5 Data Center che entro 10 anni faranno parte del campus e che comprenderà uffici, spazi di co-working e acceleratori per startup.

La domanda che ci stiamo ponendo tutti è: «a quanto ammonta l’investimento?», ma l’Amministratore Delegato non si sbilancia.

I progetti di Stefano Cecconi e del team Aruba sono ambiziosi, così come quelli di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, e Luca Del Gobbo, assessore all’Università, Ricerca e Open innovation della Regione Lombardia, entusiasti per come questa struttura impatterà positivamente sul territorio.

A cosa stare attenti quando scegliamo una piattaforma di SMS marketing

Uno dei principali compiti di un’agenzia verso il proprio cliente è quello di supportarlo nell’acquisizione di nuovi e profilati contatti: è un impegno difficile da mantenere, ma è ancora più faticoso individuare uno strumento che permetta di farlo in modo rapido e efficace. In questa frenetica ricerca al sistema più innovativo per fare lead generation, c’è una soluzione alla portata di tutti: l’SMS.

Con un tasso di lettura molto alto (95%, di cui 90% entro 4 minuti), l’SMS ha conservato immutata negli anni la propria efficacia: è disponibile su tutte le tipologie di cellulari, è di facile accesso e comprensione, difficilmente viene cestinato senza esser prima letto, come avviene invece ad esempio con le email.

La capacità di raggiungere i propri consumatori su un dispositivo che hanno sempre con loro è inestimabile: una sfida per le agenzie, che si trovano oggi davanti a una grande varietà di piattaforme per l’SMS marketing tra cui scegliere.

Andiamo dunque per gradi e vediamo insieme come individuare la migliore piattaforma di SMS marketing a cui affidarci per garantire ai nostri clienti un ROI solido e crescente.

Chiediti di cosa ha bisogno il tuo cliente

Implementare un nuovo strumento di SMS marketing nella propria strategia può richiedere il raggiungimento di competenze tecniche, disponibilità di tempo e risorse, capacità di analisi e monitoring. Una web agency che voglia fornire ai propri clienti un tool performante di SMS marketing deve per prima cosa valutare se è più indicato fornire un servizio con accesso diretto allo strumento o una completa gestione dello stesso.

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La maggior parte delle agenzie che attualmente utilizzano una piattaforma di SMS marketing sceglie di gestire il processo dall’inizio alla fine: si occupa di tutti i passaggi, dalla strategia alla realizzazione del contenuto, dall’individuazione delle liste all’effettivo invio degli sms, concludendo con l’analisi dei risultati.

Altre agenzie scelgono invece un approccio più hands-off: impostano inizialmente il tool, creano dei modelli e lasciano poi che il cliente abbia l’accesso diretto allo strumento e si occupi della gestione quotidiana.

Una piattaforma può essere inoltre scelta in base alle feature che offre in aggiunta: alcuni partner offrono solo servizi di SMS marketing (promozione, fidelizzazioni, comunicazioni importanti), altri invece offrono anche funzioni per SMS transazionali, ovvero SMS per rispondere a particolari esigenze pratiche come ricordare appuntamenti, inviare One Time Password o altre integrazioni.

Valuta affidabilità e modello di prezzo

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Un altro aspetto importante da considerare è l’affidabilità del partner: scegliere un servizio con diversi anni di storia garantisce ad esempio la solidità del proprio investimento. Ancor meglio se questa piattaforma offre la possibilità di provarla prima di acquistare un canone, così da verificare le modalità di lavoro, la qualità degli SMS e del supporto.Inoltre un servizio di sms marketing che fornisce supporto e formazione, ci permetterà di padroneggiare al meglio lo strumento.

Ultimo ma sicuramente non meno importante aspetto è quello legato ai costi: canoni e SMS prezzi accessibili e disponibili anche a pacchetti piccoli, ci permetteranno di offrire ai nostri clienti, piccole e medie imprese, un servizio a costi non elevati.

Dopo aver individuato caratteristiche e opportunità, nondimeno trovare un piattaforma di SMS marketing che risponda a tutte le esigenze nostre e dei nostri clienti può sembrare comunque un’impresa: in questo panorama, ci viene incontro Smshosting, il gateway professionale di invio e ricezione sms da web che offre dal 2003 a tutti i player della comunicazione e del marketing una piattaforma di strumenti pronti all’uso, semplici e intuitivi.

Per realizzare una strategia efficace di SMS marketing è necessario un partner affidabile e che offra diverse e professionali opportunità di personalizzazione: solo così potremo garantire soluzioni cucite su misura sulle esigenze e gli obiettivi dei nostri clienti.

Nasce un archivio wiki dei dati. E un tool (con oltre 150 layout) per fare infografiche. Gratis

Hai mai sentito il bisogno di esporre un numero di dati in forma grafica? La data visualization è un campo in espansione accelerata, interessa sempre di più studiosi, statistici, ma anche aziende, manager e, soprattutto, i nostri cari marketer.

Eppure, fatta eccezione per alcuni tool user-friendly e la sempreverde funzione “inserisci grafico” di excel, trovare risorse gratuite che ci spieghino quale sia il formato di grafico che fa più per noi è un’impresa ardua. Se non abbiamo una formazione adeguata, infatti, rischiamo di rovinare la presentazione dei nostri dati per il solo fatto di non aver scelto la soluzione di data visualization più corretta.

Insomma, da oggi, se hai un set di dati puoi avere innumerevoli modi per visualizzarlo: cosa scegliere tra grafico a barre, grafico dell’albero, grafico a torta?

Come funziona Ferdio

Fonte: Datavizproject

Fonte: Datavizproject

Da oggi possiamo tutti accedere liberamente e gratuitamente al Data Viz Project, che ci mette a disposizione più di 150 tipi di visualizzazioni di dati, tutti ricercabili per tipo di set di dati: possiamo ad esempio voler un grafico, così come un diagramma, oppure una tabella; possiamo scegliere la tipologia di dati da utilizzare in input, la funzione – se vogliamo fare un confronto tra due sottoinsiemi del set, oppure visualizzare il comportamento di un trend nel tempo – e la forma –  quadrato, linea, mappa: non c’è limite alla scelta.

Hanno iniziato appendendo alle pareti poster con dati

Il catalogo dei dati è stato creato dall’azienda di visualizzazione e infografica di Ferdio (Copenaghen) negli ultimi quattro anni. I fondatori e partner di Ferdio, Birger Morgenstjerne e Jeppe Morgenstjerne dicono di aver iniziato con circa una decina di immagini di data visualization affisse alle pareti del loro ufficio, come ispirazione.

LEGGI ANCHE: Data Crisis Management: perché ogni azienda dovrebbe avere un piano di comunicazione adeguato

Ma poiché i lavoratori dell’azienda operano su visualizzazioni ogni giorno, i dati sulle pareti sono stati un modo per ricordare a tutto lo staff i diversi modi in cui un set di dati può essere rappresentato. Con il tempo le immagini affisse aumentavano e aiutavano tutto il team a tener sempre presente gli strumenti più utili al loro lavoro: insomma, se non è corporate storytelling questo, cosa lo è?

Con il tempo, arrivati a decine di grafici, i Morgenstjernes hanno deciso di far diventare la loro bacheca una risorsa consultabile online: da poco tempo è disponibile a tutti, da tutto il mondo.

Fonte: Datavizproject.com

Fonte: Datavizproject.com

Il sito comprende una varietà di visualizzazioni che il team ha affrontato nel corso del lavoro di anni, da grafici riconoscibili come un grafico a forma di anello o a torta, a data visualization più complesse come la convex tree map o il sorted stream graph.

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Il team

Ogni tipologia di data visualization sul sito viene fornito con esempi in modo da poter vedere come i progettisti lo hanno utilizzato in passato, per quali scopi viene utilizzato, e come si organizza il set di dati da utilizzare in input. Dice Jeppe, «[Il nostro team] è un bizzarro mix di matematici, statistici, progettisti e sviluppatori che hanno messo a punto tutte queste visualizzazioni dei dati. […] È in continua evoluzione. [Prima del progetto Data Viz] non c’era posto dove andare, dove trovare le risposte corrette su come funzionano le visualizzazioni dei dati, quale finalità hanno. Wikipedia, in questo aspetto, non è mai stata molto utile».

Pinterest continua a crescere, ed è una buona notizia per i social media manager

Pinterest si rivela un social network da tenere sempre più sott’occhio (e circa otto mesi fa eri stato avvertito!). Buoni numeri, performante per quanto riguarda l’engagement e ben visto dai brand che hanno deciso di sfruttare la piattaforma per il proprio business.

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Insomma, non più solo un luogo dove mirare qualche abito da sposa o tavole di artisti emergentiOltre ad aver rinnovato i Pin Collective, Pinterest ha recentemente aggiunto gli hashtag e una nuova funzionalità per i propri utenti, il Pinterest Taste Graph.

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Recap

Nel caso in cui tu ancora non lo conosca, Pinterest è un social network site nato nel 2010. Si tratta di una piattaforma image-based dove l’utente può condividere contenuti audiovisivi (immagini, gif, video). In sostanza un «catalog of ideas», come lo ha definito il CEO Ben Silbermann, che permette all’utente di “pinnare” (Pin it, letteralmente “fissare con una puntina”) un elemento e di raccoglierlo, insieme ad altri contenuti, in contenitori creati sulla propria pagina.

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Già a inizio anno il social network in questione si stava rivelando una buona piattaforma per il business, con metà degli utenti che affermavano di cercarvi prodotti, video advertising a disposizione dei brand, incremento della compagine maschile (seppur la seguente infografica mostri ancora una disparità di genere demografica dell’utenza). Ad ogni modo, forte dei 200 milioni di utenti attivi ogni mese raggiunti a fine settembre, il team che gestisce la piattaforma è alla costante ricerca di innovazione.

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Gli hashtag

Anche Pinterest ha introdotto gli hashtag, ma non si è limitato alla mera categorizzazione per parole chiave. Il sito ha cercato di tracciare alcune linee guida per l’uso degli hashtag sulla piattaforma. Innanzitutto, ha chiesto ai propri utenti di limitarsi a non più di 20 hashtag, volendo evitare le categorizzazioni forzate e i written wall pieni di parole chiave, evitando ad esempio l’indigestione di hashtag del primo Instagram.

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Inoltre, gli hashtag sono stati idealmente suddivisi, nella descrizione fornita ai clienti, tra timely ed evergreen, «contenuti a lungo termine che funzionano bene su Pinterest (esempio: #preparazionediunimpasto, #arredamentointerni)», cercando di generare una distribuzione del materiale a due diversi livelli paralleli.

In un primo momento, Pinterest ha anche deciso di non far apparire contenuti sponsorizzati nei feed degli hashtag. Ciò gli permetterà di studiare l’uso reale della nuova funzione introdotta. Seppur i brand possano comunque inserire hashtag nei propri contenuti cercando di categorizzarli, il primo momento di feed senza advertising permetterà al sito di capire come muoversi nel prossimo futuro per il connubio hashtag-business.

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Pinterest Taste Graph

Con Pinterest Taste Graph, il sito crea più connessione tra i propri utenti. Essenzialmente si tratta di un modo per “incastrare” ancor di più le preferenze dei pinners e cercare, tramite i feedback generati dai loro contenuti e preferenze, di ritagliare homepage e gruppi di contenuti raccolto ad hoc.

https://www.youtube.com/watch?v=gEWC8L-wKEU

Grazie alle informazioni incrociate riguardanti gli interessi dei potenziali clienti e la catalogazione specifica secondo l’aumento del tipo di interessi, i social media manager saranno avvantaggiati nella creazione di contenuti mirati.

Insomma, che tu sia un appassionato di social network o un brand volto al marketing digitale, è ora che tu faccia un giro su Pinterest!

La vera mossa di Google dietro Pixel 2 è l’intelligenza artificiale, non fare telefonini

Poteva Google star a guardare in un angolo dopo l’uscita di iPhone X? La risposta la attendevamo da un po’ ed è arrivata poche ore con l’annuncio ufficiale durante l’evento speciale “Made by Google” tenutosi a San Francisco: pronti già per l’acquisto due nuovi smartphone top level, Pixel 2 e Pixel 2 XL.

E dal momento che a Big G non piace andare in guerra senza un buon arsenale, ha annunciato una gamma completa di personal device e accessori: una nuova serie per Google Home, che ora diventa Mini e Max, la fotocamera intelligente Google Clips e il portatile Pixelbook.

Per Google l’hardware non è più soltanto un hobby: se ad oggi l’impressione era che i device di Google fossero destinati ad essere prodotti di nicchia, le intenzioni di Big G sono questa volta molto più ambiziose e come ha dichiarato Rick Osterloh, a capo della divisione hardware di Google, l’obiettivo è quello di vendere nei prossimi cinque anni prodotti in larga scala esattamente come i maggiori competitor sul mercato.

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L’attenzione della stampa, come è facile immaginare,  è tutta sul nuovo Pixel 2 e sulla sua variante XL:  vediamo nel dettaglio le caratteristiche del nuovo smartphone.

Come sono fatti Pixel 2 e Pixel 2 XL

Analisi

Pixel 2 e Pixel 2 XL hanno tutto quello che ti aspetteresti da uno smartphone premium nel 2017. Sono resistenti all’acqua e alla polvere e montano l’ultima release (la versione 8.0) del sistema operativo Android, Oreo, rilasciato di recente. Non esistono differenze di hardware tra i due modelli: Pixel 2è dotato di un display OLED da 5 pollici che ha una risoluzione di 1080×1920 pixel, che dovrebbe essere sufficiente per competere con iPhone 8 e gli ultimi Samsung. Ha un costo a partire da $ 649 ed è disponibile per il pre-ordine.

Pixel 2 XL ha un display OLED da 6 pollici con una risoluzione di 1440×2560 pixel. Condivide la maggior parte degli stessi componenti della versione più piccola, compresi i 4 GB di RAM, 64 GB di memoria e un processore Qualcomm Snapdragon 835. Pixel 2 XL ha un costo a partire 849 dollari ed è disponibile per il pre-ordine.

In cosa è migliorato Pixel

Una delle funzionalità più curiose di entrambi i telefoni è la funzione che permette di attivare Google Assistant semplicemente premendo il pulsante Home o stringendo il telefono tra le mani. È possibile disattivare quest’ultima funzione per evitare che Google si attivi nei momenti meno opportuni.

A Mountain View l’idea di Apple di eliminare il jack per le cuffie deve esser sembrata intelligente, dal momento che anche i nuovi Pixel 2 dicono addio all’ingresso con jack.

Un interessante miglioramento della fotocamera di Pixel – che per il resto non supera i competitor, anzi- è la sua capacità di utilizzare la nuova piattaforma di realtà aumentata dell’azienda, ARCore. Google ha annunciato che aggiungerà dei nuovi “adesivi AR” alla fotocamera del telefono, consentendo di sovrapporre grafiche e immagini digitali a video e foto. Gli adesivi saranno esclusivi per i nuovi telefoni Pixel.

Il machine learning e l’Intelligenza Artificiale sono però i due aspetti più importanti dei nuovi smartphone di Google, che come design e feature classiche non sono poi così innovativi. Sfruttando il bagaglio di esperienza su Google Maps e geolocalizzazione, i nuovi smartphone Pixel sono in grado grazie alla funzione Lens di riconoscere un luogo solo inquadrandolo.

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Per la cronaca, i nuovi smartphone Pixel non hanno nessun sistema di riconoscimento facciale, ma solo il sensore Touch ID. Infine riguardo al problema batteria, i nuovi smartphone Google promettono un’autonomia lunga 24 ore, grazie anche alla ricarica rapida che in 15 minuti fornisce sufficiente energia per un’autonomia ulteriore di 7 ore.

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Per Google il futuro non è più progettare solo nuovi device, ma ottenere le migliori prestazioni realizzando hardware che possa integrare al meglio l’intelligenza artificiale. Per Sundar Pichai “È davvero difficile guidare il futuro del computing se non si è in grado di pensare a queste cose insieme”. Per Google l’Ai non è più esclusivamente una caratteristica, ma è ora l’elemento che modifica e determina le qualità di un prodotto. Vedremo se la sua intuizione gli permetterà di cavalcare l’onda del mercato nei prossimi mesi.

MoneyFarm ha comprato il chatbot Ernest

Moneyfarm, ex startup italiana e oggi società internazionale di gestione del risparmio specializzata negli investimenti a medio e lungo termine, ha acquisito il chatbot di personal finance Ernest e le tecnologie impiegate per il suo sviluppo e il suo funzionamento. Il valore dell’operazione si dovrebbe aggirare attorno al milione di euro.

Con l’acquisizione della tecnologia di Ernest, Moneyfarm sarà in grado di fare un passo avanti nel suo percorso per accompagnare i clienti lungo l’intero ciclo di vita finanziario, dalla generazione dei risparmi fino all’investimento.

Cos’è Ernest e come funziona

Moneyfarm acquisisce la tech company Ernest

Ernest è un personal banker alimentato da intelligenza artificiale che combina la tecnologia di elaborazione delle lingue naturali con l’apprendimento automatico; un progetto partito a Londra nel 2016 su iniziativa di tre sviluppatori italiani (Cristoforo Mione, Lorenzo Sicilia e Niall Bellabarba).

Si tratta di un consulente finanziario personale che sfrutta i dati ricavati dalle transazioni bancarie dell’utente per fornire, interagendo attraverso Facebook Messenger, statistiche e consigli personalizzati per una migliore e più efficiente gestione delle proprie finanze personali.

Due le attuali modalità di funzionamento: il chatbot risponde alle domande dell’utente e invia notifiche proattive.

Ernest permette di integrare i diversi conti di una persona così da offrire una panoramica unica di tutte le fonti di reddito e di spesa e creare con semplicità report personalizzati.

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L’AI nel futuro di MoneyFarm

Moneyfarm acquisisce la tech company Ernest

Moneyfarm ha in programma di combinare la tecnologia di Ernest con la propria piattaforma che offre servizi di investimento. La tecnologia Ernest si integrerà con quella di Moneyfarm per permettere alla società di offrire una consulenza finanziaria ancora più personalizzata e costruita intorno alle abitudini di spesa di ciascuno.

L’acquisizione di Ernest accresce inoltre il know how di Moneyfarm nel campo dell’intelligenza artificiale, know how che potrà essere impiegato per sviluppare molti altri aspetti del prodotto offerto, sempre nell’ottica di fornire ai clienti la migliore soluzione personalizzata per proteggere e far crescere i propri risparmi.

Perché Katia e quel video sono Epic win (e fail chi abusa dei social)

Ogni settimana vi proponiamo una rubrica dal titolo Epic Win & Fail, che raccoglie il meglio e il peggio di quanto visto sui social network nella settimana passata. In questa puntata, visto il thread discusso nei giorni passati, era presumibile che trovaste post di Ceres, Taffo, UniEuro e chissà quanti altri che parlavano del famigerato video della filiale Intesa San Paolo di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Katia, l’assente per malattia Fabio, l’Io ci sto cantato a squarciagola e quel piglio tutto allegria e team building hanno riempito le nostre bacheche fino alla saturazione, con un mare di user generated content che hanno giocato sulla faccia forse un po’ ingenua della (ormai nota) direttrice di banca.

Ecco, forse il centro di questa rubrica avrebbe dovuto essere questo.

Perché non spariamo su Katia e i suoi colleghi

La redazione Social, di concerto con il direttore, ha però pensato che questa volta no, non avrebbe contribuito a mantenere alto l’hype della conversazione su questa storia, mutuando le scelte fatte dagli utenti del web nei giorni passati. Il motivo è molto semplice: siamo di fronte a un caso che è nato da un dolo, cioè la messa online di quel video.

Qualcuno ha condiviso un contenuto, mettendo alla berlina delle persone che stavano partecipando a un’attività interna all’azienda. Stavano (in un certo senso) lavorando, e per quanto possa essere risultato poco professionale il risultato, hanno soltanto svolto parte di quello che era il loro dovere.

Illustration depicting a roadsign with an epic concept. Sunlight background.

I social ci stanno scappando di mano

Avremmo potuto scrivere editoriali su che tipo di attività si svolgono oggi in azienda, su che tipo di attività bisognerebbe svolgere per sviluppare una buona sinergia fra dipendenti, quali siano le best practice di comunicazione interna ed employee advocacy. Magari lo faremo, ma indipendentemente da questa storia.

Quelle persone non volevano (e non dovevano) essere messe alla gogna. Ci sono finite loro malgrado, e questo lo prendiamo non tanto come un esempio sul come realizzare contenuti efficaci, semmai sul come stia scappando il piede sulla frizione della nostra percezione dei social media.

A livello comportamentale, infatti, l’accelerazione dell’informazione sta portando sempre più persone a discettare di ogni argomento senza comprendere pienamente lo scenario: tutti vogliono arrivare per primi a dire la loro, a sviluppare like e acquisire visibilità. Una deriva malata del concetto di influencer, che sta però alimentando nel nostro settore una pericolosa deriva superficiale e poco edificante, anche sotto il punto di vista umano.

Non ci nascondiamo dietro un dito, anche noi Ninja abbiamo discusso in redazione di questo video, ne abbiamo riso e ci siamo chiesti il perché fosse stato realizzato. Fortunatamente, non siamo saltati a conclusioni, e, ripetiamo, è stata una fortuna: altri hanno detto la loro, prima, e lo hanno fatto cominciando a enunciare le cinque regole fondamentali per realizzare un buon video, il fallimento del concetto di employee advocacy in Italia, la figuraccia della più grande banca italiana. Tutti argomenti fuori luogo, visti i fatti.

Ideas that catch on concept as a viral marketing symbol and spreading a popular idea or propaganda and social brainwashing communication icon as a lit matchshaped as a light bulb lighting a group of other matches shaped as human heads.

Credits: DepositPhotos 81597350

Un modo di fare informazione che non ci appartiene, proprio perché di questo fenomeno dell’accelerazione informativa, delle meccaniche comportamentali sui social media, di come la mediazione di un canale digitale sempre attivo e presente modifichi i nostri comportamenti, vogliamo essere profondi conoscitori.

Non si può informare, senza capire: e questa storia ha insegnato ancora una volta (anche a noi) che non c’è corretta informazione senza comprensione e rispetto di quello che si racconta.

Ci siamo lasciati trasportare da quello che si può definire umorismo pirandelliano: il problema è stato, però, che anche dal punto di vista più strettamente settoriale.

Perché quel video è un epic win

E qui entra in ballo questa rubrica. Secondo noi Katia e i suoi colleghi sono stati trattati ingiustamente come carne da macello digitale, e il motivo è molto semplice: perché il loro video è un win. Sì, proprio così: per noi è un win.

Guardato infatti alla luce dei fatti, il loro non è stato un contenuto mal fatto per la comunicazione interna, ma il risultato di un’interpretazione, di un modo di leggere e tradurre la consegna data dal reparto HR. Per questo possiamo dire che il loro video sia autentico ed efficace, perché rispecchia – presumiamo – le persone che in quella filiale lavorano, e anche se hanno scelto di raccontarsi recitando uno script non professionale scritto di loro pugno, cantando una canzone scritta da Ernesto Olivero del Sermig (perché la canzone è dell’Arsenale della Pace, non si canta in chiesa come letto un po’ ovunque), e mostrando una torta con il loro logo aziendale, hanno comunque provato a partecipare, a fare squadra, a uscire dalla mediocrità che garantisce il rimanere anonimi.

Il video era in verticale? Lo script scritto male? C’erano stacchi non funzionali? E la canzone, poteva essere un’altra? Pazienza. Ricordiamolo: siamo nel campo del contest aziendale, non spetta a noi dire cosa fosse giusto o meno. E se proprio avessimo voluto dire la nostra, sarebbe stato necessario basarci su fatti concreti e non su supposizioni.

Che poi i dipendenti siano chiamati a fare quest’attività, questo è un altro paio di maniche: da giudicare, però, non erano quei dipendenti, e sicuramente non in quest’occasione.

I Ninja sono stati promotori, anni fa, di un hashtag: #StopWebViolence. Che questa storia possa aiutare tutti coloro abitano i social media ad apprendere come ciò che capita online sia reale, autentico, e come tale non ha ritorno: da parte nostra, come Ninja (della redazione Social, ma anche delle altre) continueremo ad essere sempre “giornalisti non convenzionali“: non cercheremo like a tutti i costi, anzi, punteremo sempre ad arricchire i professionisti della comunicazione di oggi e domani.