Quali sono i brand più influenti in Italia nel 2017?

Anche quest’anno IPSOS ha presentato il suo studio sui brand più influenti, “The Most Influential Brands 2017, un’indagine a livello globale per comprendere l’impatto delle marche sulla nostra vita quotidiana.

In particolare, il report di quest’anno ha voluto evidenziare le differenze generazionali nel rapporto che i consumatori instaurano con i brand. In quest’ottica, i risultati della ricerca sono stati tarati su due specifici target: da un lato i Millennial (9 milioni di Italiani fra i 22 e i 34 anni) e dall’altro i Boomer (15 milioni di italiani fra i 52 e i 70 anni).

brand più influenti 2017

Credits: Depositphotos #25641143

Millennial e Boomer, due relazioni diverse con i brand

Mentre i Millennial rappresentano i consumatori del futuro, da conquistare e fidelizzare già a partire dalle prime scelte compiute, i Boomer, oltre ad essere il target con la più ampia capacità di spesa, custodiscono la memoria storica delle marche e per questo, mantengono con esse relazioni altamente emozionali.

Lo studio ha preso in considerazione i mezzi di comunicazione e il rapporto che Boomer e Millennial hanno con essi e le differenze principali non tanto nella preferenza del mezzo, quanto nella modalità di fruizione.

In generale, infatti, i consumatori più giovani sono più distratti durante l’utilizzo dei vari media e lo sono in particolar modo quando il medium di cui stanno fruendo è la televisione, ma sono più attenti a recensioni e prezzo.

I Boomer, invece, attribuiscono maggior valore alle marche e alla genuinità.

Inoltre, nel vero e proprio rapporto con i brand, differiscono per i motivi che li spingono alla scelta di un marchio. Mentre i Millennial sono più sensibili alle raccomandazioni di famiglia, amici ed esperti, i Boomer valutano ancora come molto importante la reputazione della marca.

Ipsos MIB 2017 top 10 generale Visual orizzontale

“Most Influential Brands 2017”: i parametri della ricerca

Lo studio è stato svolto in 19 paesi, e in particolare in Italia, dove è stato intervistato online un campione rappresentativo di 4.000 adulti.

Gli intervistati sono stati invitati ad esprimere la loro percezione nei confronti di un panel di 100 brand selezionati in base a quote di mercato, investimenti pubblicitari e rilevanza complessiva sullo scenario nazionale.

Le categorie merceologiche coinvolte nell’indagine includono: food, automotive, travel, device, retail, digital-social, sport-fashion, tv & entertainment, telco, banking – insurance, QSR & supermarket, alcoholic drinks, soft drinks, editoria, coffee, utilities e betting.

Dall’analisi generazionale sull’influenza dei brand in base alla categoria di appartenenza sono emerse due classifiche differenti.

I Millennial hanno un’affinità particolare con le categorie

  1. digital-social
  2. device
  3. telco
  4. travel
  5. retail
  6. food

Dall’altra parte, i Boomer riservano più spazio nel loro quotidiano a

  1. device
  2. digital-social
  3. retail
  4. food
  5. coffee
  6. TV & entertainment

Cinque, invece, i fattori chiave che determinano l’influenza di una marca sulla vita quotidiana dei consumatori:

  1. Engagement (coinvolgimento)
  2. Leading edge (innovazione, capacità di far tendenza)
  3. Trust (fiducia, affidabilità)
  4. Corporate citizenship (impegno e ruolo sociale)
  5. Presence (presenza)

Un ultimo interessante dato, riguarda le caratteristiche più importanti nei brand per i due diversi gruppi di consumatori: quelli più maturi hanno definito più frequentemente con aggettivi di affidabilità, fiducia e impegno sociale marche note per l’heritage storico come Mutti, Lavazza, Parmigiano Reggiano e Rana.

I pubblici più giovani hanno invece identificato in modo più ricorrente con aggettivi riferiti all’innovazione e al coinvolgimento, aziende dalla storia più recente come AirBnb, Ryanair, Instagram e H&M.

In questa evidente polarizzazione rispetto all’età dei target di riferimento per molti brand presenti in classifica, l’indagine ha anche evidenziato una zona franca, comprendente alcune marche capaci di prescindere dal fattore “età” e di accomunare la scelta di due cluster così differenti fra loro.

Un esempio? I brand capaci di coniugare innovazione e solidità come Nike, Whatsapp e Huawei.

“Ogni giorno ognuno di noi interagisce con una pluralità di marche e queste esercitano su ciascuno un impatto diverso, a seconda delle nostre caratteristiche personali e delle loro peculiarità. Il nostro obiettivo è quello di definire quanto i brand sono in grado di polarizzare l’interesse del consumatore in base ai tratti che li caratterizzano, in modo da fornire spunti di riflessione utili all’instaurazione di un rapporto intenso e duraturo con il proprio target di riferimento ”, ha commentato Jennifer Hubber, CEO Ipsos Italia.

La Top 10 per Boomer e Millennial

Specchio della società dei nostri giorni la classifica dei primi dieci brand particolarmente riconosciuti dai consumatori italiani per la loro influenza, racconta una sempre più evidente attenzione per la dimensione tecnologica della vita quotidiana. Una dimensione in cui i brand che ne sono emblema fungono da facilitatori di relazioni e processi e si rendono sempre più indispensabili per ognuno di noi.

Ecco quindi i dieci brand che risultano i primi per influenza in Italia nelle preferenze di Boomer e Millennial.

Ipsos MIB 2017 top 10 Millennials Visual orizzontale

Ipsos MIB 2017 top 10 Boomers Visual orizzontale

7 tipi di utenti WhatsApp (+1)

Noi della generazione di MSN sappiamo quanto un servizio di messaggistica possa essere importante e come definisca i costumi di intere generazioni. Non è vero che l’era di MSN e i suoi trilli sia solo un ricordo: adesso abbiamo WhatsApp e le sue spunte blu, e che lo si voglia o no è l’istant messaging a definire il ritmo delle nostre comunicazioni.

Non tutti, però, usiamo l’app allo stesso modo: abbiamo individuato almeno 7 (+1) archetipi diversi di utenti.

Il Silenzio degli innocenti

Partiamo dalla categoria peggiore di tutte, quella per cui bisognerebbe pensare un girone dell’inferno, quelli per cui ci vorrebbe una penalty: quelli della spunta blu. Loro leggono e non rispondono. Leggono e decidono di ignorarti. Così, senza nessuna ragione apparente. Che voi gli abbiate scritto “Ti amo” o semplicemente “Ordiniamo cinese stasera?” loro visualizzano e niente. Gli riscrivete, “Per me gamberi funghi e bambù” e loro visualizzano di nuovo e niente.

I più sadici di questa categoria, gli Hannibal, appaiono perennemente come online pur non rispondendo.

Il Pragmatico

Il pragmatico è una razza strana di digitatore di WhatsApp. Lo potete riconoscere perché impiega tempi biblici nel leggere il vostro messaggio e per rispondere. “Io prendo i tagliolini ai frutti di mare e pollo alle mandorle”, lui legge, spunta blu, poi scrive per dieci minuti e voi lì a fissare la scritta ondeggiante sta scrivendo per poi apparirvi il messaggio di “Ok per me”. COSA? Cos’è okey per te? Tu non mangi? Non vuoi il cinese? Sei a casa stasera? Insomma, vi gettano in un inferno di domande senza risposte. Per loro è ok così.

Il dittafono di Louis Litt

Abbiamo sempre ammirato questo uso un po’ poetico e un po’ pazzo di Louis Litt (Suits, ndr) del suo prestigioso dittafono nero per riordinare idee, appuntarsi intuizioni o semplicemente parlare per ore al buio in una stanza dei suoi segreti più intimi con lunghe pause di silenzio in cui si sente distintamente un singhiozzo e un sospiro. Ebbene, miei cari, compratevi un dittafono e non mandateci quattro note vocali di 5 minuti ognuna. Sopra i 60 secondi la nota vocale è automaticamente considerata illegale e rimossa.

Se è una cosa lunga chiamateci o vediamoci per un caffè, anche perché non fatevi illusioni, le vostre note vocali lunghe sono come i porno con una storia: è tutto un play forward per arrivare al clou.

Premio Bancarella

Per alcuni la scrittura è semplicemente un potente mezzo per esprimersi, un veicolo per rendere vividi sentimenti e pensieri profondissimi. “Ci dividiamo un involtino primavera?” e ti scrivono il racconto tristissimo della loro infanzia di quella volta che un involtino primavera segnò la tragica fine di Pucci il gatto persiano della zia Fifina. Tratto da una storia vera.

Voglio fare un gioco con te

C’è una festa: creiamo un gruppo WhatsApp. Usciamo nel weekend: creiamo un gruppo WhatsApp. Compriamo il regalo a Camilla: creiamo un gruppo WhatsApp. È finita la carta igienica in casa: creiamo un gruppo WhatsApp.

Ognuno di voi ha nel gruppo lo psicopatico dei gruppi WhatsApp, per lui i gruppi WhatsApp non sono mai abbastanza, ne vuole tanti, altri, a milioni. E poi, è proprio lui il primo ad abbandonarli relegando te in un inferno di notifiche senza fine.

M’illumino d’immenso

A scuola ci è sempre piaciuto quella parte del programma scolastico in cui si studiavano gli ermetici. Dopo mesi a imparare a memoria perifrasi di poesie lunghissime, poemi di sette pagine, la Divina Commedia, arrivare agli ermeneutici era una vera e propria boccata d’aria. A loro contrario questi utenti sono una vera e propria boccata d’ansia. Loro rispondono UNA. CAVOLO. DI. PAROLA. ALLA. VOLTA.

Fast and Furious

Infine, ci sono quelli a cui scrivi “Cinese a casa?” e loro ti rispondono dopo un secondo incollandoti lo screenshot della ricevuta di ordine su Just Eat. Loro sono i più inquietanti di tutti: stringi il telefono al petto e ti volti lentamente a controllareche  alle tue spalle non ci sia nessuno, così come ricordavi fosse.

Loro sono ovunque. Loro hanno milioni occhi e le dita più veloci del West.

Il Contatto di lavoro

Avevamo consegnato l’articolo quando ci è arrivata una notifica WhatsApp. Era un cliente. Abbiammo cliccato sull’icona e abbiamo visto una magnifica foto di lui con un cerchietto di peli rosa con due peni trionfanti. E lo status “Il marchese del grillo”.

Ecco ora che WhatsApp è diventata una potente arma di lavoro, vorrei ricordarvi che le vostre profilo non le vedono solo i vostri amici.

E voi, che animale da WhatsApp siete? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Sharewood, la piattaforma di sharing economy per sportivi

Da Tarifa, con il desiderio di fare surf in un mare unico, ad Amsterdam, dove si sono aggiudicati il premio People’s Choice Award di fronte ai big player del turismo come Booking.com e Tripadvisor. Una storia fatta di crescita e di tappe importanti, quella di Sharewood, la startup di noleggio tra privati di attrezzature outdoor, raccontata qui con le parole di Piercarlo Mansueto, CEO della startup.

Sharewood non è solo sharing economy di attrezzature sportive, ma un vero e proprio social network di sportivi che condividono con gli altri iscritti esperienze di viaggio, magari vissute proprio grazie alle attrezzature noleggiate.

Sharewood è nata durante una vacanza, ma poi si è trasformata in un vero e proprio business pluripremiato: qual è la vostra storia?

Foto team Sharewood

La nostra storia nasce con un aneddoto che riguarda il nostro CEO: qualche anno fa, l’appassionato surfista e futuro CEO di Sharewood, Piercarlo Mansueto, si trovava a Tarifa in vacanza.

Quel giorno le onde erano spettacolari e in uno scenario di quel calibro era davvero un peccato non entrare in acqua con una tavola. Ma come fare?

Prima di partire, inutile negarlo, Piercarlo era tentato di portarsi con sé l’attrezzatura per fare surf, ma i prezzi e la scomodità di trasportare tale bagaglio extra erano davvero off-limits. Quindi, pur dovendo rinunciare a malincuore alla propria tavola, il nostro CEO decise di andare alla ricerca di una tavola sul posto; trattandosi di un periodo di alta stagione per i surfisti di Tarifa, tutti i negozi di noleggio nelle vicinanze erano sprovvisti di attrezzatura, non aveva potuto prenotarla in anticipo ovviamente, online non riusciva a trovar tutti i negozi di noleggio ed il più vicino sembrava esser a 20km.

Il caso vuole che un surfista locale, allungando l’orecchio si offrì di prestargli la sua seconda tavola. Un’esperienza da non dimenticare che ha dato vita all’idea di Sharewood, un portale di noleggio attrezzature outdoor tra utenti. E Sharewood ha dato vita a un’idea di sharing economy all’insegna dell’ecosostenibilità e dello sport condiviso.

In seguito un lungo percorso fatto di successi e ostacoli, tra raccolte fondi, equity crowdfunding e un progressivo perfezionamento della nostra strategia di business orientata adesso non solo al peer to peer, ma anche alle partnership con i rental shop.

Parte fondamentale nella crescita della nostra azienda la attribuiamo al team, che giorno dopo giorno è cresciuto e si è formato con diverse competenze: commerciali, di marketing, di comunicazione e di programmazione. Siamo arrivati a formare una squadra di persone affiatate e orientate esclusivamente alla crescita dell’azienda con una produttiva complementarietà tra profili senior e junior.

Noleggio attrezzature e condivisione delle esperienze vissute dagli utenti iscritti. Quali criticità comporta gestire questo business e quali sono i suoi punti di forza?

Le criticità sono nell’armonizzare i diversi aspetti da cui è composto il nostro business: stimolare la domanda, aumentare l’offerta, animare la community e rendere la nostra tecnologia sempre più avanzata e performante.

I punti di forza sono il continuo interesse che riscontriamo verso la nostra proposta sia da parte degli utenti che da parte dei rental shop nostri partner, e anche il tempismo con il quale stiamo aggredendo il mercato che ci ha permesso di essere leader in Europa come portale di noleggio di attrezzatura sportiva outdoor.

Un’altra freccia al nostro arco è rappresentata dalla varietà di prodotti che offriamo: tutti i tipi di biciclette – city bike, mountain bike, scatto fisso, fat bike, down hill- fino alle attrezzature per gli sport invernali principali – sci, snow, fondo – e le attrezzatura per gli sport d’acqua – surf, kite, canoa, kayak. Questa varietà permette agli sportivi di tutti i livelli di trovare in piattaforma proprio quello che può andare bene per customizzare la propria esperienza!

Potremmo considerare Sharewood come una piattaforma di sharing economy per sportivi? Esiste un sistema di fee che decida quale utenti mettere in evidenza rispetto ad altri?

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Sharewood è una piattaforma di sharing economy peer to peer, ma è anche molto di più!

Nel corso del tempo abbiamo ricevuto così tante richieste dai negozi di noleggio che abbiamo aperto la nostra proposta anche ai rental che volevano caricare i loro prodotti sulla piattaforma. In questo modo possiamo garantire agli utenti una scelta di articoli e modelli vastissima! L’utente può cercare il prodotto che vuole noleggiare, confrontarlo e sceglierlo con un click, risparmiando così tempo, stress, fatica e denaro 😉

Rispetto alla domanda relativa al sistema di “scelta” utenti da valorizzare, stiamo implementando nella nuova release del sito un sistema di gamificaton che permetterà agli utenti di conquistare step by step il proprio posto al sole…stay tuned!

A che punto siete con la copertura geografica? Come stimolate l’adesione dei partner?

Abbiamo coperto tutta l’Italia, anche se continuiamo a lavorare per rafforzare la nostra offerta, e stiamo lavorando per rafforzarla in Spagna, Portogallo, Belgio, UK e Finlandia.

Uno degli aspetti più positivi rispetto alla nostra proposta è stato che le adesioni arrivano spontanee perché i partner hanno capito che noi proponiamo un modello di business win-win che non crea barriere di mercato e sono quindi interessati ad essere presenti sulla nostra piattaforma. In ogni caso, il nostro team commerciale è in costante contatto con i nostri partner a cui offriamo visibilità a livello di comunicazione e social media e aggiornamenti costanti sulle possibilità che offre la nostra tecnologia.

Anche nel settore sport, la reputazione ed il feedback degli utenti sono tutto. Quali sono gli standard minimi di cui un noleggiatore ha bisogno per entrare in Sharewood?

Copertina Sharewood

Siamo molto attenti, quasi maniacali nella selezione dell’attrezzatura sportiva da caricare sulla nostra piattaforma, controlliamo che le attrezzature siano performanti, tenute in condizioni ottimali e cerchiamo di premiare la varietà di modelli e offerte con un occhio di riguardo alle novità del settore.

Un altro criterio con cui selezioniamo partner e attrezzature è il criterio, a cui teniamo particolarmente, dell’ecosostenibilità, non accettiamo attrezzatura a motore e neanche specialità di sport d’acqua che prevedono un traino a motore.

Quali sono le prossime mete del viaggio di Sharewood?

In questo momento stiamo lavorando pancia a terra per affermarci in altri mercati Europei, tra poco sbarcheremo anche in Grecia e Svizzera, per poi concentrarci su Francia, Germania e Svezia.

Il viaggio continua grazie anche al supporto di tutta la nostra community, sempre più attiva, entusiasta, carica di spirito outdoor!

Digital HR: 3 libri per fare la differenza nel settore delle Risorse Umane

Quello delle Risorse Umane è un mondo complesso e che necessita di un aggiornamento continuo. Il motivo? Semplice! Gli strumenti, le organizzazioni e le persone cambiano alla velocità della luce. I media digitali e le nuove tecnologie hanno impattato il tradizionale modo di attrarre e trattenere i talenti (ma non solo). A proposito, anche per l’HRM vale lo shift rivoluzionario portato dal Digital Darwinism, di cui avevamo parlato un paio di anni fa nell’articolo “La necessità di cambiare: la sfida del Digital Darwinism”.

Il Darwinismo Digitale può essere definito come quel processo evolutivo che rende gradualmente obsolete e poco competitive le aziende che non sono in grado di cogliere il mutamento e si verifica quando il comportamento del consumatore evolve, di pari passo con la tecnologia e la società, molto più rapidamente rispetto alla capacità di adattamento di un’azienda al cambiamento stesso.

Come riuscire a rimanere al passo, e continuare a creare quella talent organization da sempre sognata, ma raramente raggiunta come concreto progetto aziendale basato sull’attrazione, l’empowerment e lo sviluppo dei giusti talenti, di qualsiasi età?

A volte, vengono in aiuto (anche) i libri come preziose fonti di sapere e lifelong learning. Ecco allora tre opere recenti scritte da professionisti e studiosi di HRM innovativo indispensabili per chiunque operi nel mondo della Gestione delle Risorse Umane all’interno di aziende e altre organizzazioni. Si tratta di libri che congiungono discorsi e riflessioni sui media digitali e le nuove tecnologie e sul loro impatto in ambito HR. Non mi soffermo ulteriormente e svelo subito i titoli: #Social Recruiter, LinkedIn per Aziende e Professionisti e HRevolution. Buona…lettura! 😀

1. #Social Recruiter

In che modo social network e piattaforme digitali impattano i processi di recruiting? Quale è il “salto evolutivo” più naturale per la professione del Recruiter? Risponde a questi e ad altri quesiti Social Recruiter. Strategie e Strumenti Digitali per i Professionisti HR, il recentissimo libro scritto da Anna Martini (Digital HR Manager & Personal Branding Strategist @ Gruppo Lavorint) e Silvia Zanella (Global Digital Communication @ The Adecco Group).

In cosa consiste, oggi, la selezione? Chi è e cosa fa il Social Recruiter? Sei sicuro che termini come SEO, blogging, gamification siano così distanti dal mondo del recruiting? Con questo libro, ti ricrederai 😉

2. HRevolution

Quali sono le leve HR (ma non solo) per stimolare la nascita della #socialorg (social organization)? Tanti paradigmi sono totalmente cambiati: servono nuovi patti tra persone e aziende come luoghi di lavoro, nuovi modi di lavorare, nuove modalità di formazione e apprendimento.

Se compariamo il nuovo HRevolution. HR Nell’Epoca della Social e Digital Organization a un qualsiasi libro legato ai temi del people management scritto solo anche pochi anni fa, ne capiamo la portata rivoluzionaria e di rottura. On top, l’autore Alessandro Donadio (HR Leader @ PWC) riesce ottimamente a integrare saperi – dalla scienza economica alla sociologia, passando per la fisica e le neuroscienze.

Dedicato a chiunque voglia capire quale sarà il futuro delle organizzazioni!

3. LinkedIn per Aziende e Professionisti

LinkedIn ad oggi si sta posizionando non solo come un semplice social network per il business, ma come un’azienda concorrente (anzi, leader) nell’ambito dei servizi dedicati al recruiting e all’attrazione di personale. Non conoscerlo a dovere e in profondità significa perdere una occasione fondamentale per capire le logiche del social networking!

Se ti ho messo timore, certamente LinkedIn per Aziende e Professionisti di Antonella Napolitano (Communications Manager @ CILD) e Francesca Parviero (Senior Partner @ BIGNAME) fa al caso tuo. Pubblicata a fine 2015, una delle specificità dell’opera è certamente quella di rivolgersi sia ai Job Seeker (candidati) che ai Recruiter, attraverso una divisione in sezioni che ne facilita la lettura e la segmentazione delle tematiche.

Social Recruiter, HRevolution, LinkedIn per Aziende e Professionisti: 3 libri pensati dai professionisti innovativi HR per i professionisti HR di oggi e domani.

Fammi sapere cosa ne pensi! 😀 #DigitalHRM

Alla scoperta di FreeJourn, il social network per giornalisti freelance

FreeJourn è tante cose: una bella parola, un’idea innovativa, un progetto interessante e un social network per l’editoria. Si tratta di un luogo in cui i lettori possono proporre a giornalisti freelance argomenti che potrebbero diventare progetti editoriali. Vincitore del bando per l’innovazione nell’editoria di Google (DNI fund), FreeJourn è un esempio di crowdfunding verticale dedicato a chi lavora nel campo dell’informazione.

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Come funziona FreeJourn?

Al momento dell’iscrizione si può scegliere se entrare nella piattaforma come freelance, lettore, media partner o azienda. Ogni scelta è guidata da istruzioni spiegate attraverso un percorso che va dai 4 ai 6 punti.

L’intento di FreeJourn è quello di creare un filo diretto tra giornalisti freelance e lettori: i primi possono infatti scoprire quali sono le tematiche che i secondi vogliono approfondire. A vigilare sul risultato di questo dialogo ci sono gli editori, che hanno una sezione a parte, non visibile dagli utenti.

A proposito di sezioni, nella piattaforma ce ne sono tre: la prima è dedicata ai profili dei freelance, che sono rintracciabili attraverso un campo di ricerca e suddivisi in base ad area geografica e campi di competenza. La seconda è il cuore pulsante del social network e si tratta del crowdfunding ospitante i progetti dei reporter. Infine, nella terza sezione si trova FJmagazine, il portale dei risultati: qui sono infatti raccolti i progetti portati a termine.

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Nobili obiettivi

“Build the journalism you want to read”

La frase che si legge nella homepage del sito spiega efficacemente l’intento alla base del progetto.

“Nell’era dei budget risicati, dei tagli agli uffici di corrispondenza e della deskizzazione delle redazioni, sentiamo la necessità di cambiare lo stato delle cose e far luce su una miriade di storie, nel nostro Paese e nel mondo, ancora da raccontare”.

Così, gli ideatori di FreeJourn spiegano cosa li abbia spinti a creare questa piattaforma social. Tra le righe appassionate si legge la voglia di cambiare un settore oppresso dal giogo del risparmio economico. Un retrogusto – amaro – che sembra impregnare oggi molti campi lavorativi.

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Parola d’ordine: collaborazione

In questo social network c’è voglia di fare, di proporre idee e, soprattutto, di condividerle attraverso quegli stessi mezzi che si fanno talvolta portavoce di una modernità ingombrante, che non lascia spazio al confronto tra persone. FreeJourn sembra voler scardinare le regole e prepara un pozzo cui tutti possano attingere: i professionisti si mettono a disposizione dei lettori e viceversa.

I lettori non sono più passivi ma anzi diventano fulcro di un ecosistema informativo dove una mano lava l’altra. I progetti realizzati stanno lì, alla portata di tutti, come trofei disposti sullo scaffale del soggiorno. FreeJourn annulla le distanze e mercola le idee.

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Il risvolto sociale

“In un mondo viziato da sponsor e interessi incrociati, FreeJourn offre storie di prima mano, raccontate da reporter che lavorano sul campo, con un approccio non emergenziale e legato al singolo evento ma fondato su un’esperienza maturata in loco e su una conoscenza approfondita del contesto”.

Leggendo la presentazione di FreeJourn è difficile ignorare l’attacco, assai poco velato, che i suoi creatori rivolgono al Sistema. Si tratta di giornalisti professionisti e reporter che vogliono mettere a frutto le proprie competenze, figlie di duro lavoro e passione, e per farlo chiedono aiuto allo stesso pubblico fruitore di tale impegno.

Come Ninja Marketing, FreeJourn si occupa di diffondere conoscenza e condividere idee e questo non può che essere positivo.

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Amazon Wardrobe: prova a casa gratuitamente e poi decidi se comprare

Giganti del retail tremate: Amazon Wardrobe è arrivato! Il camerino ora è casa tua, perché potrai provare gli abiti prima di comprarli.

Dopo l’acquisto di Whole Foods per quasi 14 miliardi di dollari della scorsa settimana, Amazon rilancia con un nuovo servizio.

Come funziona Amazon Wardrobe?

Il nuovo servizio di Amazon è in sperimentazione su un campione di utenti Prime, che ricevono direttamente a casa gli ultimi modelli delle collezioni presenti e decidono se e cosa acquistare.

Gli acquirenti selezionano tre o più capi e hanno 7 giorni di tempo per provare i capi, in tutta comodità, e pagare solo quello che decidono di tenere. Quello che non interessa, viene ritirato a casa o può essere spedito in un qualunque ufficio UPS.

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Quanto costa Amazon Wardrobe?

Zero. Nessun costo aggiuntivo (all’abbonamento Prime) per un servizio che punta ad attaccare il mercato dei grandi magazzini con camerino. Ultimo baluardo della vendita fisica, i camerini degli spazi commerciali perdono la sua utilità, e forse diventano addirittura scomodi rispetto allo specchio e alle luci di casa.

Amazon Wardrobe

Un milione di capi tra cui Calvin Klein e Hugo Boss

I capi arrivano in una scatola già predisposta per il reso e autosigillante, con una etichetta prepagata per la spedizione del reso. Al centro del servizio, milioni di capi di abbigliamento di molti brand presenti nei reparti dei negozi fisici, big o meno, tra cui Calvin Klein, Levi’s e Hugo Boss.

Più compri, più risparmi: questa la strategia adottata per far innamorare subito i tester del servizio.

Il nuovo plus di Amazon potrebbe rivelarsi una minaccia seria anche per i brand che investono su tecnologie eCommerce: secondo gli analisti di Cowen&Co, Amazon detronizzerà Macy’s nel mercato dell’abbigliamento statunitense e ipotizza un aumento della quota mercato dal 6,6% dello scorso anno al 16,2% entro il 2021.

Come affrontare le sfide quotidiane del Social Media Management

I social media sono alla portata di tutti? Probabilmente la risposta è affermativa per un approccio di base, ma dove avviene il salto di qualità? Come si impara a gestire i social in modo professionale?

Per scoprire quali sono le sfide a cui un Social Media Manager deve rispondere ogni giorno, per capire come ci si forma e ci si aggiorna in questo settore e per avere qualche dettaglio in più sulla nuova esperienza didattica proposta di Ninja Academy, abbiamo fatto alcune domande a Luca La Mesa, Social Media Strategist e Top Teacher di Ninja Academy.

Luca, che ci accompagnerà con le sue lezioni e i suoi consigli nel nuovo ed esclusivo Social Media LIVE Program, più che un semplice docente potrebbe essere definito un vero e proprio Maestro, per la passione e l’approfondimento con cui mette a disposizione di chi lo ascolta i suoi consigli e i trucchi del mestiere.

Anche per questo, il nuovo Programma specificamente creato per tutti coloro che gestiscono, direttamente o indirettamente, gli account social di un’impresa o di un progetto, è un’occasione imperdibile per continuare a crescere come professionisti.

Ma scopriamo di più, direttamente dalle parole di Luca La Mesa.

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Quali sono le sfide che ogni giorno deve affrontare un Social Media Manager?

Iniziare a gestire i social media è facile. Gestirli professionalmente è molto più difficile e richiede impegno costante e aggiornamento continuo.

Una delle peculiarità che avevo intuito di questo mercato quando decisi di uscire da Unilever per intraprendere questo percorso era proprio la frequenza di aggiornamenti e novità che i social ci propongono. Avevo intuito che le strategie più avanzate si possono implementare solo se ci si impegna a ritagliarsi del tempo per aggiornarsi e fare continui test e analisi sui risultati.

Cosa fai per tenerti sempre aggiornato sulla disciplina?

Ho deciso di concentrami su pochi clienti, medio/grandi e continuativi, in modo da non essere sommerso dall’operatività quotidiana che si respira in molte altre realtà. “FOCUS is about saying NO”.

Negli ultimi anni mi sono impegnato a dedicare due ore al giorno allo studio e le campagne di maggior soddisfazione sono nate proprio studiando e sperimentando. Mi viene in mente la campagna #ConLeAzzurre che proposi a Francesca Piccinini che divenne la campagna più virale di twitter ad Ottobre 2014 (fonte: Blogmeter). Nasceva da un’intuizione, da un test fallimentare che avevo messo in piedi con Ciro Immobile (e la GEA) durante i Mondiali di calcio in Brasile.

Un semplice esperimento che è diventato un caso studio importante e che ci ha permesso di essere scoperti dal Coni con il quale in questi anni abbiamo gestito per tre volte consecutive gli Internazionali BNL d’Italia e insieme al quale abbiamo collaborato alla gestione social delle Olimpiadi di Rio per gli atleti azzurri (#ItaliaTeam).

La verità è che siamo sommersi di articoli e novità da varie fonti ma spesso ci limitiamo a leggerne solo i titoli e poche righe senza avere spesso tempo per approfondire o fare dei test reali sul campo.

Personalmente sono consapevole, allo stesso tempo, di avere grandissimi margini di miglioramento in altri ambiti al di fuori dei social, ma ho deciso di provare a focalizzarmi su un aspetto specifico per farlo al meglio. La focalizzazione nel nostro lavoro è fondamentale e diffido sempre un po’ di chi è in grado di fare tutto mantenendo la stessa qualità.

imparare a gestire i social

Come nasce l’idea del Social Media LIVE Program?

L’idea nasce durante le feste di Natale del 2016. Ho deciso di non partire per le vacanze e di prendermi del tempo per stare da solo e riflettere su come avrei potuto migliorarmi come professionista nei prossimi anni e come avrei potuto migliorare i corsi ai quali partecipo.

La risposta più personale su “come migliorarmi come professionista” è stata semplice e chiara: dedicando maggior tempo allo studio e ai test sul campo.

La risposta su come migliorare i corsi che seguo l’ho voluta analizzare in modo più scientifico. Ho fatto un questionario con qualche centinaio di studenti e ho avuto conferma della mia intuizione. Molte persone hanno dichiarato di essere molto contente del corso appena terminato, ma mi chiedevano cosa potevano fare subito dopo che gli permettesse di fare il famoso “salto di qualità”.

Credo che non esistano scorciatoie e nel nostro lavoro non ci sono “salti” di qualità ma solo piccoli passi che si possono fare tutti i giorni e che in poco tempo possono portarci molto in alto.

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Ci fai un esempio di come sarà l’esperienza didattica del Program?

Il programma nasce per chi ha già le basi dei social media e vorrebbe avere in un unico luogo le migliori informazioni che non può non conoscere.

È adatto anche a chi ha poco tempo e che in un’ora di lezione video registrata e disponibile online troverà il meglio delle informazioni che deve sapere.

Per chi ha più tempo verranno pubblicati quotidianamente nel gruppo gli spunti più interessanti che potrò scoprire nel mio studio quotidiano.

Un esempio di lezione potrà essere composta di:

  • novità social
  • casi studio
  • analisi degli strumenti
  • domande della community

Per l’accesso è previsto un processo di selezione. Come sceglierai i partecipanti?

Domanda molto importante. Non sarà un corso per apprendere le basi dei social e verranno approvati coloro che già pianificano delle campagne e che abbiano una reale intenzione di aggiornarsi in maniera continuativa.

La community può essere un valore molto importante e saremo attenti a dare visibilità e ad affrontare i temi più interessanti e le domande che possono interessare la maggior parte dei partecipanti.

Abbiamo già ricevuto molte adesioni da importanti realtà e sarà veramente interessante vedere il confronto tra tanti professionisti.

Non vuole essere un corso esclusivo solo per chi ha competenze avanzate (avrebbe un prezzo molto diverso) ma per chi ha delle solide basi e vuole fare un percorso di costante crescita.

Anche per il pricing ho ragionato su un paragone forte: 6 mesi di aggiornamento ad un prezzo più basso di mezza giornata in aula! Sono sicuro che i selezionati avranno rapidamente indietro molto di più di quello che avranno pagato.

imparare a gestire i social

Come sono andati i primi mesi del 2017?

Il 2017 è già stato molto generoso con progetti importanti nel mondo della moda e dello sport.

L’emozione più grande è stata probabilmente l’attività social con Linkem durante l’ultima partita con la maglia della As Roma di Francesco Totti.

La più importante attività, non di lavoro ma di impatto sociale, che è nata insieme ad alcuni amici, è stata la richiesta di aiuto per comprare e distribuire delle coperte per coloro che vivono per strada nei giorni di grande freddo. Un’idea nata tra amici che, grazie ai social, siamo riusciti a far crescere molto velocemente fino ad arrivare, dopo solo sei giorni, a distribuire migliaia di coperta in sei città.

È proprio vero che i social, se usati bene e senza secondi fini, possono avere un grande effetto moltiplicatore. Inaspettatamente ci hanno chiamato, tramite il loro social media manager che ha notato l’attività, due calciatori della Juventus (Dybala) e del Torino (Iturbe) che hanno voluto unirsi a noi per dare un segnale forte del tipo: “Insieme si può fare, unitevi a noi!”. Anche in questo caso tutto è nato da un semplice test. Poteva funzionare o spegnersi dopo pochi minuti. Siamo riusciti a tenere alta l’attenzione e a impattare qualche migliaio di persone.

Spesso sono il primo a stupirmi di come possano accadere spontaneamente eventi di questi tipo ma dietro c’è molto studio, lavoro e propensione alla continua ricerca di metodi per fare sempre meglio.

imparare a gestire i social

Ad inizio anno ho ricevuto anche l’inaspettata nomina di Presidente della Procter&Gamble Alumni Italia con un mandato per i prossimi tre anni per replicare, con gli alumni della P&G, la bella community che siamo riusciti a realizzare con Singularity University. Un impegno e una responsabilità che porterò avanti al meglio delle mie possibilità.

Quali sfide social invece affronterai tu in questa seconda parte del 2017?

I progetti dei prossimi mesi continueranno ad essere nella moda con diversi importanti brand, nello sport grazie alle attività con Linkem a trigoria (AS Roma) e con un nuovo format internazionale che potremo raccontare solo nelle prossime settimane.

Il momento più emozionante sarà ad ottobre a Cincinnati dove sono stato convocato dalla P&G Alumni Global per un riconoscimento che mi rende molto orgoglioso. Hanno selezionato i “40 under 40” più meritevoli secondo i valori di P&G e ci sarà un momento di premiazione durante la loro conferenza annuale, al quale parteciperanno i CEO di alcune delle più importanti aziende (P&G, HP, BOEING) e speaker d’eccezione come Gary Vaynerchuck, CEO, VaynerMedia e Jonah Peretti, CEO, BuzzFeed.

Saranno sei mesi ricchi di emozioni ma sono sicuro che la maggior parte del tempo e del focus sarà nel lancio del Social Media LIVE Program e nella creazione di una community veramente unica nel suo genere. Se volete unirvi a noi… candidatevi ?

Cannes Lions 2017: svelati i vincitori delle prime categorie

Verrà forse ricordata come l’edizione della ruota panoramica di Snapchat questo 63esimo Festival Internazionale della Creatività Cannes Lions o forse come l’edizione in cui i ninja sono stati più soddisfatti dei vincitori.

I primi leoni svelati infatti, sono tutte campagne di cui vi abbiamo abbondantemente parlato nell’ultimo anno qui e sui nostri canali social.

Vediamo insieme i vincitori annunciati ieri sera al Palais divisi per categorie.

Outdoor

Media & Publications / Grand Prix a TWITTER con una campagna sviluppata internamente di cui vi abbiamo parlato qui.

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Use of Ambient Outdoor / Grand Prix per “Fearless Girl” dell’agenzia McCann NY per State Street Global Advisors.

Tra gli ori citiamo “Pass the Heinz” (Food) , IKEA: COOK THIS PAGE e THE CLICHÉ (HEINEKEN | PUBLICIS BRASIL). 

Presidente di giuria quest’anno è Bruno Bertelli, il creativo pubblicitario italiano più premiato al mondo, qui in uno scatto sul palco.

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Promo & Activation

Corporate Social Responsibility / Grand Prix per “BOOST YOUR VOICE” l’eccezionale campagna di 180LA per Boost Mobile che ha trasformato i propri centri in giro per gli States in cabine elettorali.

Tra gli ori troviamo di nuovo “Fearless Girl” e la famosissima campagna – diventata virale anche in Italia – ” Meet Graham” realizzata dall’agenzia CLEMENGER BBDO Melbourne per la TRANSPORT ACCIDENT COMMISSION VICTORIA.

Tra gli ori citiamo anche la campagna realizzata da Fred & Farid Paris “LIBÉ DES RÉFUGIÉS”:

Print & Publishing

Burger King, premiato al festival come Creative Marketer of the Year, vince il Gran Prix in questa categoria con la campagna – firmata DAVID – che punta a ricordare ai clienti l’impegno della catena di fast food nel servire cibi cotti con fiamma alla griglia.

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Tra gli ori una campagna di cui vi abbiamo recentemente parlato firmata OGILVY BRASIL:

e ancora “Pass the Heinz”:

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PR

Ancora un Grand Prix e un oro (Financial Products & Services) per “Fearless Girl”  in buona compagnia con l’oro della campagna SPANISH LESSONS di ALMA DDB per Netflix. Plata o plomo?

Glass Lions

A questa categoria appartengono le campagne  che producono creatività che riescono ad avviare un cambiamento del paradigma culturale che impatta positivamente sulla disparità di genere.

Dunque ovviamente il Grand Prix è andato a “Fearless Girl” ma anche un oro alla campagna della birra Tecate in Messico realizzata da NOMADES.

I rischi della Social Media Automation

Gestire un canale social richiede tempo che purtroppo, non sempre, tutti hanno a disposizione. La creazione di contenuti validi, la loro condivisione e la massimizzazione della reach sono tutte attività time consuming che hanno bisogno di concentrazione, risorse e tempo da dedicare.

Ecco perché, negli ultimi anni, è aumentata esponenzialmente la popolarità e richiesta di strumenti di “Social Media Automation”, in grado di automatizzare alcune operazione e snellire così, dopo un iniziale processo di set-up, la lista delle attività quotidiane che spetterebbero altrimenti all’intervento diretto dei gestori delle pagine.

C’è un piccolo problema, però: il loro uso indiscriminato può portare danni invece che benefici.

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Il primo rischio è quello di de-personalizzare un canale, quello dei social, che proprio sulla costruzione e poi il mantenimento delle relazioni basa la sua forza e la sua identità. Programmare qualsiasi post mesi prima, ripubblicarli più volte e lasciar fare tutto a uno strumento non basta e anzi, concorre a creare la sensazione di “falso” che nessun utente social vuole vivere.

I social infatti sono fatti di persone. Pensate se programmasse, in anticipo, tutte le frasi che direste al vostro partner per la prossima settimana, magari con un “Buongiorno, come stai?” ogni mattino. Il risultato, nemmeno a dire, sarebbe un disastro e probabilmente una gran bella crepa in una relazione.

Perché dovrebbe funzionare quindi nel mondo dei social? La fase di programmazione dei contenuti e di un calendario editoriale è sì fondamentale, ma nemmeno può considerarsi di per sé sufficiente. I contenuti infatti devono essere considerati alla stregua di piante: vanno curati, fatti crescere e, talvolta, anche potati e travasati.

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Un articolo scritto a maggio potrebbe contenere informazioni non più aggiornate o valide a giugno, un’immagine che ha funzionato a fine mese potrebbe, invece, far fiasco poco dopo. E viceversa: più volte noi Ninja vi abbiamo consigliato come riutilizzare, con piccole modifiche, contenuti di valore può portare enormi benefici alla vostra strategia social. Anche considerando che, purtroppo, la “vita media” di un singolo post si assottiglia sempre più.

Esistono persino strumenti di automation che, raggiunto un certo tasso di engagement, “boostano” un post sponsorizzandolo con piccole somme per ottenere ancora più visibilità: va da sé che è un meccanismo che potrebbe portare anche spiacevoli inconvenienti. Come? Rendendo più evidente un post che ha magari alcuni commenti molto negativi o, peggio ancora, un contenuto diventato “popolare” per via di un epic fail.

Una cattiva automatizzazione di un canale può quindi trasformarsi in un vero incubo e, invece che agevolare la vita dei gestori, portare a un maggior carico di lavoro e pesanti effort da sostenere. Ma soprattutto ci sono sempre alcuni fattori impossibili da automatizzare: la reazione degli utenti e le risposte da fornirgli per garantire una solida e – si spera – duratura relazione con loro.

Social Media Key

Ciò non vuol dire che gli strumenti di Social Media Automation debbano essere demonizzati. Anzi, se ben utilizzati, possono essere un valido aiuto per attività di routine o di gestione “light” come, ad esempio, i messaggi di benvenuto o fine lavori di un canale Twitter dedicato al customer care. O, sempre su Twitter, per dare più visibilità a breaking news o articoli di attualità, ripetendo nell’arco della giornata la frequenza di pubblicazione di un link alla notizia che vogliamo abbia più click. O ancora, per programmare eventi che sicuramente saranno da valorizzare nella vostra strategia social, quali anniversari o ricorrenze specifiche.

Insomma, vale il solito vecchio adagio: ogni strumento ha i propri punti di forza, ma l’abuso è sempre causa di problemi, spesso anche pericolosi. E soprattutto, bisogna sempre ricordare la ragione che ha reso così popolari social network: la possibilità di mettere in relazione persone. Prima ancora di considerarli come vetrine per prodotti e servizi, insomma, tenete sempre a mente che state proponendo i vostri contenuti ad esseri umani in carne e ossa.

Instagram Stories: tutti i consigli per sfruttarle al meglio

Lanciate praticamente un anno fa (era agosto 2016), le Instagram Stories sono ormai una componente importante, se non fondamentale, di Instagram. Stando ai dati diffusi dalla piattaforma, oltre 200 milioni di instagramer ad aprile 2017 hanno usano le Stories almeno una volta al giorno, a fronte degli oltre 400 milioni di persone che in tutto il mondo hanno condiviso contenuti su Instagram (dato di febbraio 2017).
Questo strumento, se ben utilizzato all’interno della tua social media strategy, può aiutarti nel raggiungimento dei tuoi obiettivi di marketing e portare ottimi risultati al tuo brand.

Oltre 5 milioni di aziende di tutto il mondo raccontano già le proprie stories: tu sei tra queste? Se ancora non sfrutti al meglio le Instagram Stories, ecco tutti i consigli per farlo.

Instagram Stories

Crea una collezione

Instagram Stories è nato per raccogliere tutte le foto e i video che l’utente ritiene facciano parte di una narrazione: i contenuti condivisi per raccontare la propria Stories si eliminano automaticamente dopo 24h dalla sua pubblicazione. Proprio per la sua origine, questo strumento funziona molto meglio quando vengono caricati più momenti differenti, uno dopo l’altro, in modo da comporre una narrazione più lunga.

Questo avrà due vantaggi essenziali: il primo è che potrai beneficiare del potere dello storytelling per creare narrazioni memorabili e potenti dal punto di vista del marketing.

Il secondo vantaggio è che, avendo più momenti che si susseguono, uno dopo l’altro attraverso un collegamento narrativo, avrai maggior possibilità di mantenere l’attenzione dell’utente. Se ci sono invece tanti video o immagini scollegati tra loro si rischia di non agevolare l’utente a mantenere alta l’attenzione e favorirne la comprensione: passato dal primo contenuto al secondo, l’utente potrà perdere il filo logico e, come conseguenza, potrà decidere di interrompere la fruizione.

Instagram Stories

L’influencer e blogger italiana a_gipsy_in_the_kitchen, ad esempio, racconta la giornata del suo compleanno, dalla sveglia fino al momento in cui apre uno ad uno i regali ricevuti. La curiosità di vedere tutti e sei i capitoli, uno dopo l’altro, contribuirà al buon successo della condivisione.

Usa le feature creative a disposizione

Sono tante le novità che sono state annunciate per migliorare i contenuti e realizzare storie sempre più accattivanti e creative. Puoi inserire del testo, usare adesivi, icone, filtri, disegnare sulle immagini. Questo ti permetterà di far diventare il tuo contenuto più accattivante e interattivo, facendoti percepire più vicino al tuo utente. Utilizzando anche hashtag e menzioni, si potranno sfruttare le collaborazioni con altri brand o influencer!

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Il marchio italiano Nevelo Kids è un esempio di utilizzo virtuoso di questa feature: il post per presentare il suo nuovo vestito handmade per bambina è ricco di adesivi e cuori disegnati a mano. Un modo per personalizzare ancor di più il contenuto.

Inserisci la Call to Action

Non dimenticarti che le Stories per il tuo marchio possono essere una reale risorsa di business e possono aiutarti a raggiungere il tuo obiettivo di marketing. Per questo motivo è importante inserire al loro interno anche un invito all’azione. La creatività la fa sempre da padrone, puoi scegliere quale call to action inserire e come farlo. Ad esempio potresti suggerire dove l’utente può trovare il prodotto di cui spieghi l’utilizzo nelle stories, oppure puoi invitare gli utenti a generare del contenuto utilizzando l’hashtag di riferimento del marchio. Sbizzarrisciti, ma ricordati di essere molto chiaro nel far capire qual è l’azione da fare!

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Utilizza le Instagram Analytics

Attraverso l’applicazione puoi avere accesso ad importanti dati sulla performance delle tue stories. Potrai vedere reach, impression, reply, exit, ovvero: il numero di persone raggiunte, quante hanno visto il tuo contenuto, quanti messaggi hai ricevuto durante il periodo di pubblicazione, quante persone hanno abbandonato prima della fine. Questi dati sono disponibili per le ultime 24h, per 7 e 14 giorni, quindi ricordati di salvarli, se vuoi mantenerli. Fanne buon uso per migliorare la tua strategia futura!

LEGGI ANCHE: Instagram Stories si aggiorna: arrivano adv e insight.

Swipe up link per il tuo profilo verificato

Solo per i profili Instagram verificati è possibile aggiungere alle proprie stories lo Swipe up link. Che cos’è?
È un link che può essere inserito nel tuo contenuto, che permette di portare l’utente fuori dall’applicazione su una landing page creata ad hoc, oppure può essere una pagina specifica del tuo sito web. In molti casi l’invito Swipe Up è accompagnato da un testo. Ad esempio: “Swipe up to shop“. Nel caso di Club Med, vediamo il testo “scopri di più” sotto ad una domanda.
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Usa le Instagram Stories Live

Esiste anche la possibilità di inserire nella propria strategia l’elemento live. All’interno delle stories puoi infatti iniziare un video in diretta. Verrà inviata una notifica ai follower che saranno allertati e incoraggiati a cliccare per vedere il video live. Questo può essere utile ad esempio durante gli eventi, per mostrare il dietro le quinte, il behind the scene.

Abbina le inserzioni a pagamento

Le Instagram Stories sono in continua crescita, sempre più utenti le utilizzano e vengono lanciate sempre più novità che le vedono protagoniste. È importante sottolineare che per ottimizzarle ancora di più, oltre a tutti i consigli che abbiamo visto fino ad ora, puoi inserire nella tua strategia le inserzioni a pagamento.
Sono state infatti introdotte a marzo a livello globale le inserzioni a schermo intero all’interno delle Instagram Stories. Le inserzioni nelle storie consentono alla tua azienda di usare le opzioni di targetizzazione e copertura per creare pubblicità su misura per le persone che desideri raggiungere. Hanno il vantaggio di catturare l’attenzione dell’utente a schermo intero, a differenza dei post sponsorizzati su Instagram che con uno scroll si possono saltare.

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Se non hai ancora utilizzato le Instagram Stories per il tuo marchio, non ti resta che iniziare e mettere in pratica tutti i consigli che ti abbiamo dato!