Tesla advertising Bria Loveday

Project Loveday: la campagna di Tesla basata sul suggerimento di una bambina

Rullo di tamburi… Il momento che stavamo aspettando è arrivato: anche Tesla farà pubblicità e lo farà – a sorpresa- grazie al suggerimento di una bambina.

Dopo aver fatto parlare di sé per la politica dello zero advertising, Elon Musk, CEO della società, si è convinto ad attivare una campagna, ma anziché aprire le porte alle grandi agenzie di advertising sta chiedendo ai propri fan di aiutarli inviando i propri video “fatti in casa”.

La lovely favola di Bria Loveday

Dopo Lego e Google, un altro super-brand prende a cuore le lettere dei piccoli fans, e lo fa con una marcia in più, addirittura integrando il suggerimento nel proprio marketing plan!
La “leggenda” vuole che la piccola Bria Loveday abbia scritto una lettera per suggerire di utilizzare i video creati da fan e utenti di Tesla, per produrre una campagna pubblicitaria

Ecco il passaggio più interessante:

“…Ho notato che non fate pubblicità, ma molte persone fanno video home-made per Tesla e alcuni sono davvero belli, sembrano professionali e intrattengono. Quindi penso che dovreste fare un concorso per decidere chi sa creare il migliore video pubblicitario e i vincitori vedranno il proprio video on air. La cosa forte è che voi non dovrete nemmeno spendere tempo e denaro per fare pubblicità a voi stessi. Inoltre i vostri clienti e fan saranno certamente entusiasti di questa idea…”

A cui lo stesso Musk avrebbe risposto con entusiasmo:

“Grazie per la tua lettera adorabile. Sembra un’ottima idea. Lo faremo!”

Non temete, la piccola Bria ha ricevuto anche il merchandising richiesto, anzi, non solo la T-shirt ma il set completo!

Bria Loveday

Merchandising Tesla

 

Come dimostra la sua lettera di ringraziamento:

Project loveday campagna tesla

È stato proprio forte ricevere l’attenzione di così tante persone, ma è stato anche tanto stancante. Non so come facciano le persone famose. Sono entusiasta del concorso e non vedo l’ora di scoprire i dettagli e il vincitore! Tesla mi ha inviato un intero pacco di cose, anche se io mi aspettavo solo una t-shirt. Ho ricevuto 2 t-shirt, una borraccia, una giacca, una felpa con cappuccio, un marsupio, un modellino della Tesla Modello S, ma che non ha il pilota automatico. Mi piacerebbe che un giorno una vera Tesla mi guidasse e mi portasse in giro. Mi sono data come obiettivo che un giorno verrò lì, visiterò la Giga Factory e andrò in Tesla.  Ora che io e Elon siamo amici, sono sicura che ci incontreremo quando sarò grande.

Grazie Elon!

La tua amica, Bria Loveday

LEGGI ANCHE: Fanta: “Per la strategia 2017 abbiamo assunto un Teen Marketing Officer”

Project Loveday, un progetto di advertising crowdsourced

La lettera iniziale appare sospettosamente ben congegnata per essere stata prodotta da una bambina di soli 10 anni, ma anche nel caso in cui fosse stata creata a tavolino dai marketer di Tesla poco importa. La grande novità è che con questo progetto Tesla farebbe un primo passo verso l’advertising e lo farebbe coinvolgendo ancora una volta il pubblico utilizzando video crowdsourced.

Una win-win situation. Grazie a Project Loveday il brand di auto elettriche potrebbe in un colpo solo ottenere moltissimi contenuti da utilizzare per le proprie campagne di engagement ad un costo irrisorio.

Il procedimento è semplice, basta creare il proprio contenuto video di massimo 90 secondi, caricarlo su una piattaforma video e condividere la URL con Tesla. Le 10 migliori proposte verranno condivise sui canali social di Tesla e il fan che produrrà il video riceverà inoltre un invito per due persone al lancio del prossimo modello di Tesla (spese di viaggio e alloggio “ragionevoli” verranno pagate dal brand).

 

Project Loveday Tesla submit

 

Qualcuno forse storcerà il naso di fronte all’entità dei premi, ma se la cosa non vi spaventa e volete sfruttare la chance di dare il vostro contributo alla storia del mitico brand, allora potete partecipare cliccando qui, avete tempo fino all’8 maggio per partecipare!

Epic Win/Fail: il meglio del peggio sui social

Bentrovati cari Ninja con il consueto appuntamento del meglio del peggio visto sui social: gli #epicWinFail!
Scopriamo subito insieme che cosa ci hanno regalato i social questa settimana.
Iniziamo con le belle notizie, ne abbiamo tutti un po’ bisogno, non trovate?

Win

È il tormentone del momento nonché il meme migliore di sempre: how italians do.
A tutti sarà capitato di fare due chiacchiere con degli stranieri in un sabato sera alcolico o in un weekend all’estero. E tutti vi avranno sempre detto la stessa cosa: ma perché gesticolate così tanto quando parlate? E cosa avranno aggiunto? Esattamente: il gesto della mano. Da qui i social – terreno fertile per eccellenza per queste genialate assolutamente inutili – si sono scatenati dando agli utenti un terreno di gioco per dare libero sfogo alla propria fantasia. Ecco i migliori meme.

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Che poi, se non gesticolate, che cosa parlate a fare?

Proseguiamo con le ricorrenze, che si sa, sui social trovano il campo migliore per superare sempre il confine del buon senso. Ieri è stata la festa del papà – a proposito, glieli avete fatti gli auguri? – e come al solito Facebook ci delizia con delle perle di assoluta genialità che vedono a capo i brand più lanciati.

Sambuca ad esempio ha festeggiato così:

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Che poi, qual è il dolce giusto per festeggiare i papà? Le zeppole. Per info chiedere a Fanpage:

Anche dalle parti di Pan di Stelle ci si è dati ai tutorial: in questo caso, per realizzare bigliettini d’auguri.

Anche nel mondo del calcio si è festeggiato: la Juventus ad esempio ha invitato i piccoli tifosi a “disegnare” il loro affetto per il proprio papà (raccontando il tutto su Facebook) mentre il Genoa ha preferito invitare a vivere “allo stadio” questa festa così speciale.

Perché diciamocelo, la festa del papà sì, ma sicuro che anche se non facciamo gli auguri su Facebook i papà non si offendono.

Fail

Passiamo alle note dolenti. Avrete senz’altro letto durante la settimana almeno quaranta amici pubblicare una foto di loro da piccoli con il copy “sfida accettata”. Anche in questo caso, Facebook ha permesso a chiunque di dire la propria, rendendo un’iniziativa nobile una caciara senza fine. Ma che cosa c’è dietro questa inziativa?

Negli UK si parlava di Challenge Accepted già verso la fine dell’estate, a seguito della comparsa degli hashtag facenti riferimento all’inziaitiva. Le immagini dovevano essere in bianco e nero e si invitavano gli utenti a postarle per cercare di riempire le news feed di foto che testimoniassero la lotta contro il cancro. Una “semplice” sensibilizzazione in merito all’argomento dunque, visto che non ci sono segnalazioni facenti riferimento a particolari donazioni da fare o a degli enti a capo dell’iniziativa.
Ecco, se l’iniziativa era tanto nobile quanto ingenua nella sua struttura, il risultato è stato un album malinconico e talvolta imbarazzante di foto nostre del passato, che hanno lasciato spazio anche ai battutisti seriali, che hanno deciso di postare foto tipo questa, per ricordare il loro periodo più realizzato:

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Per quanto riguarda invece i fail dei brand, questa settimana vi vogliamo segnalare McDonald’s che, con un tweet postato contro il presidente Trump, ha deciso di toccarla pianissimo e di scuotere gli animi del Twitter.

Donald Trump, sei una farsa di presidente e vorremmo tanto avere indietro Obama. E hai anche le mani piccole» (quella sulle mani piccole è un’allusione a un presunto complesso di inferiorità di Trump).

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Il Tweet, dopo essere stato fissato sul profilo del brand per qualche tempo, è stato poi cancellato. Successivamente è comparso questo altro tweet

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Errore? Provocazione? Chi può dirlo.

Chiudiamo con la Vita in Diretta, che si è distinta con i motivi che dovrebbero qualificare una donna dell’Est agli occhi degli uomini italiani. In questo momento la pagina Facebook sta ospitando una serie di commenti (giustamente) indignati.

Insomma, per gli autori di Parliamone Sabato è proprio lunedì!

Per questa settimana ci fermiamo qui con i nostri epic win/fail, ma quest’ultimo riferimento a McDonald’s ci fa notare come, benché non si tratti di brand, di ricorrenze o meme, l’epic fail principale che riguarda un po’ ognuno di noi in questo periodo è uno solo: la dieta in vista della prova costume.

Corporate Storytelling

5 consigli per implementare lo storytelling nella tua strategia social

Storytelling, un’arte antichissima tipicamente riservata a pochi “eletti”, che trova oggi la propria applicazione nei più svariati settori: tra questi, troviamo il social media marketing. Si, perché le storie del proprio brand oggi si possono raccontare facilmente sui social.

Come?

Basta seguire qualche semplice consiglio!

Attenzione alla struttura della storia

La struttura narrativa illustrata da Freytag è una degli strumenti più noti e potenti nello storytelling, che aiuta ad evocare emozioni e reazioni nell’audience.

Questa struttura divide la storia in 5 momenti narrativi: l’introduzione al racconto, la rising action, in cui la storia va verso il climax, il climax in cui vi è il punto di svolta della trama, la falling action ed il momento di risoluzione del conflitto.

5 consigli per implementare lo storytelling nella tua strategia social

Se si vuole creare una storia davvero efficace, è necessario tenere in mente questa sequenza. Un esempio proveniente dai social è la campagna Citroen #MissioneMonnalisa che vede come protagonista Vittorio Sgarbi, intento  voler riportare a casa il celebre dipinto. La storia è pubblicata direttamente dalla pagina Facebook del noto critico d’arte, in cui viene narrato il viaggio verso la Monnalisa, nell’ultimo video però scatta la sorpresa: Sgarbi è riuscito a recuperare una Monnalisa, ma non si tratta del ritratto, bensì della nuova release delle automobili firmate Citroen, marchio autore di questa campagna. assolutamente geniale.

Creare storie attraverso una sequenza di ADS

La creazione di una storia utilizzando una serie di ADS, porterebbe ad una maggior customer conversion. L’esperimento che conferma la teoria dell’efficacia di questa tecnica arriva da Refinery29. L’azienda, mostrando una sequenza di ADS interrelate da una storia, ha avuto conversioni pari all’ 86%. Dall’altra parte mostrando solo ADS contenenti una call-to-action per iscriversi alla newsletter le conversioni sono state solo del 56%.

 

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Allineare la storia  con la giusta audience

Secondo Umberto Eco, è la storia stessa a delineare e addirittura scegliere un particolare tipo di lettore.

In questo senso è necessario individuare i lettori “giusti” per la propria storia, raggiungendoli in maniera puntuale. Grazie ai social network è possibile raggiungere il miglior pubblico possibile sul piano geografico, ad esempio, grazie agli strumenti di targetizzazione che permettono di definire con precisione a chi rivolgere i nostri contenuti e le nostre inserzioni.

Ad esempio, Alfa Romeo nel promuovere i contenuti che raccontano l’uscita del nuovo SUV Stelvio, avrà probabilmente puntato su un profilo di consumatore con buona capacità di spesa, probabilmente maschio, fra i 35 e 55 anni, e con una particolare passione per i motori, la velocità, lo stile italiano: un profilo facilmente deducibile, che per certi versi possiamo ritrovare anche nei commenti di risposta al video di lancio.

Definire a priori chi sarà l’utente che ci ascolterà potrà indirizzare il modo in cui svilupperemo i contenuti: nel caso dei social l’aspetto più pratico e concreto saranno il copy, il visual, e anche call to action finale (che è sempre necessaria!).

Sfruttare la vocazione “locale” dell’esperienza

Viviamo in un mondo dove la barriera dell’online e dell’offline è stata definitivamente sorpassata, in favore di esperienze che cominciano in una dimensione e continuano su un’altra: si pensi ad esempio a TripAdvisor o Airbnb, piattaforme che permettono di continuare letteralmente l’esperienza di consumo, fissandola nel tempo e tramutandola di fatto in un contenuto terzo.

Già nel 2015 era stato teorizzato in questo senso l’avvento di un nuovo approccio al web, definito Internet of Me, dove si definiva come evidente la nuova spiccata necessità di vivere esperienze offline sempre più personalizzate, le quali potevano essere trascinate con semplicità online.

LEGGI ANCHE: Cosa è l’Internet of Me, e come si differenzia dall’Internet of Things?

Su questo piano, diventa preponderante l’aspetto geografico dell’esperienza. L’utente è portato a sfruttare il web per ricercare elementi differenzianti anche intorno a sè, nelle situazioni più prossime rispetto al suo quotidiano, e ha condividerle, commentarle, farle proprie. Questa forte integrazione fra vissuto offline e “racconto online” veicola significati nuovi, e importanti.

Chiaramente, i social network diventano protagonisti di questa nuova tendenza, diventando il veicolo dove far convergere i contenuti. Le piazze virtuali dove, ad esempio, fare un check-in, cercare eventi vicini a sé, individuare fra i commercianti nella zona quali abbiano i prodotti che servono, ed eventualmente valutarli in tempo reale.

Esperienze che localizzano la dimensione digitale, e che aprono scenari molto interessanti anche per un futuro dove il match fra online e offline – grazie a AR e nuove tecnologie virtuali – diventa sempre più presente.

Sui social, quindi, come si traduce nel pratico questa trasformazione? Ad esempio, realizzando contenuti che siano anche collocabili nel tempo e nello spazio (quindi ad esempio taggando le foto e localizzandole), piuttosto che incentivare la partecipazione degli utenti a fornire un voto alla propria esperienza di consumo.

Fare leva sulla “Unique Value Proposition”

La Unique Value Proposition è lo statement di partenza con cui un brand individua il reale beneficio con cui il consumatore può distinguere la marca dai competitor: lo storytelling può diventare uno strumento a disposizione dei marketer per esaltarlo. Quando si sviluppano dei contenuti, infatti, è possibile impiegare la tecnica narrativa nota come S-C-R (situazione, complicazione e risoluzione): il brand assolve il ruolo di eroe che risolve la situazione scomoda in cui si trova il consumatore.

Amazon Prime, nello spot del pony isolato dal resto del gruppo, può essere un esempio in questo senso.

Sui social network, questo si traduce in un approccio al piano editoriale propositivo e coinvolgente, dove non mancano le call to action e dove ogni situazione viene presentata in maniera concreta, dove il fan/follower può rispecchiarsi e dove è evidentemente come la marca diventi un valore aggiunto. Certo, come nel caso di Amazon, un po’ di ironia non guasta! L’importante è però far comprendere in maniera trasparente quanto il servizio erogato sia in grado di soddisfare il bisogno.

Allora, cari lettori, siete pronti a cominciare? Raccontateci le vostre esperienze di narrazione social sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

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Social network e Young Adults: solitudine, depressione e selfite

Dalla recente ricerca pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine sull’Uso dei Social Media e isolamento sociale percepito tra gli Young Adults, è emerso che all’aumentare del tempo trascorso sulle cosiddette piattaforme di aggregazione sociale, aumenta anche il rischio di sentirsi isolati. La ricerca è stata condotta su un campione di 1800 giovani americani, e i fattori presi in causa sono stati il tempo di permanenza quotidiano sui social network e la frequenza di collegamento agli stessi; sono stati materia d’esame gli 11 social più famosi, ovvero Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, YouTube, Google Plus, Reddit, Tumblr, Pinterest, Vine e LinkedIn.

Ed ecco la sentenza: coloro che passano circa 2 ore al giorno sui social network corrono tre volte il rischio di sviluppare una spiacevole sensazione di emarginazione dal mondo rispetto a chi ne fa un uso più moderato.

La solitudine dei numeri social

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Alla luce di questo, sembra che i social network siano passati dall’essere dei facilitatori relazionali – in particolare per quelle persone che hanno più difficoltà a entrare in contatto con gli altri nella vita reale – al rappresentare uno dei principali ostacoli alla relazione. Quindi, se da una parte oggi ci troviamo di fronte a modi sempre più innovativi e divertenti per comunicare e mantenerci in contatto con i nostri amici virtuali, dall’altra sembrerebbe che le stesse piattaforme che ci promettono di connetterci con il mondo, in realtà ci isolino.

Inutile dire che questo risultato ha allarmato la maggior parte dei sociologi e ben pensanti, che hanno subito alzato un polverone, riportando sul tavolo i pericoli che corrono i giovani – in particolare gli adolescenti – per via dei social network.

Per i teenager i social network sono croce e delizia, per cui solitudine e inadeguatezza sembrano essere le principali controindicazioni di un’esposizione troppo prolungata.
Oggigiorno, misuriamo la nostra popolarità e il grado di accettazione da parte della società sul numero di mi piace ricevuti. Quello che fino a qualche anno fa era solo un cruccio delle celebrities, la cui angoscia di ritrovarsi a breve sul proprio viale del tramonto pendeva sulle loro teste come una spada di Damocle, oggi interessa ognuno di noi.

Teenager e social network: stop agli allarmismi

Sull’argomento, ormai, sono stati fatti fior fior di sproloqui.

Una ricerca della Simon Fraser University, ad esempio, ha affermato che passare più di 20 ore a settimana sui social network aumenta il rischio di depressione e anoressia nelle donne (in particolare tra i 25 e i 29 anni d’età). Questo per via dei selfie: le ragazze trovano negli autoscatti, propri e altri, fonte di affermazione e di tormento. Se una volta, per poter caricare in rete foto di cui andare fiere, bisognava fare un corso accelerato di Photoshop o stringere un’amicizia strategica con un qualche fotografo, oggi abbiamo a disposizione talmente tanti filtri per poterci permettere di ritoccare qualsiasi foto in pochi tap.

A partire dalle Influencer, tutti quegli scatti emozionali di piatti gourmet a zero calorie o di fisici statuari in bikini, a cui fanno da sfondo i migliori boutique hotel e paradisi terrestri incontaminati, non sono altro che la miglior pubblicità di noi stessi e, come ogni pubblicità che si rispetti, non aderiscono mai totalmente alla realtà.

C’è stato anche chi ha coniato il termine selfite: una vera e propria malattia, figlia della nostra epoca tecnologica. Secondo la American Psychiatric Association, farsi i selfie deriva da un conclamato disturbo mentale, più o meno grave, che va dalla selfite borderline a quella cronica. Se ve lo state chiedendo, no, non hanno ancora trovato una cura. Tuttavia, qualcuno ha azzardato la possibilità di notare dei miglioramenti grazie alla Terapia Cognitivo Comportamentale. E pensare che una volta si diceva semplicemente tirarsela un po’.

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Un altro campanello d’allarme porta il nome di “fake-news”: da una ricerca condotta dall’Istituto Imt Alti Studi di Lucca, si è giunti alla conclusione che “i social network sono una disgrazia per l’informazione”. Se una volta, la mediazione delle redazioni giornalistiche offriva al pubblico un elenco selezionato di notizie dalla verità comprovata, oggi il “rischio” che si corre è semplicemente quello di farsi delle proprie opinioni, e quindi di sviluppare una sensibilità atta a riconoscere le bufale ed eliminarle dalla propria rassegna stampa.

Social network: due generazioni a confronto

A questo proposito, sarebbe interessante fare una riflessione – e magari prossimamente uno studio – sulle differenze nei comportamenti online tra le nuove generazioni e quelle più datate.
In realtà, le vecchie generazioni, proprio perché abituate a credere passivamente nell’autorevolezza e quindi alle parole dei media (quali la televisione, stampa e radio), sono più portate a cadere nella trappola delle bufale online – a partire dalle flash news sulla morte di qualche personaggio noto, create su misura per il click bating, fino ad arrivare alle catene social.

L’hate speech è un altro argomento di discussione, che vede i teenager sotto attacco, poiché più vulnerabili e influenzabili, o semplicemente ancora incoscienti. Tuttavia, anche in questo caso, vale la pena spezzare una lancia a favore dei più giovani poiché, spesso e volentieri, sono proprio i più adulti a lasciarsi andare, sfruttando il proprio audience per scrivere (e quindi registrare) commenti e affermazioni pericolose, senza freni e senza filtri. Messaggi di stato screditanti verso altre persone – note e non – o commenti no filter a notizie di attualità, anche delicate, possono diventare oggetto di querela oltre che essere nocive e diseducative per i più piccoli.

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L’arrivo dei social network ha segnato un giro di boa nel nostro modo di comunicare e relazionarci con gli altri. Si tratta di un nuovo linguaggio per cui le nuove generazioni posseggono tutti gli strumenti – anche cognitivi – per sfruttarlo al meglio. Creare allarmismo o pensare di poter allentare la penetrazione dei social nella vita delle nuove generazioni è inutile, oltre che controproducente. Seppur ai teenager venga naturale approcciarsi a questi strumenti e sviluppare una propria consapevolezza nell’uso degli stessi, vale la pena focalizzarci sull’educazione dei più giovani – ma anche di noi stessi – a un uso corretto dei social media, che non significa collegarsi meno o scattarsi meno selfie, ma semplicemente fare un distinguo tra la identità fluida – o alias social – e quella reale.

 

LEGGI ANCHE: Influencer Marketing: la strategia vincente del 2017

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WikiLeaks offre alle tech company gli hacking tool della CIA

Le ultime rivelazioni di WikiLeaks sulle tecnologie attraverso le quali l’Intelligence americana può spiare le persone in tutto il mondo, hanno generato imbarazzo e dilemmi etici, non da ultime nelle grandi tech company americane.

WikiLeaks per la sicurezza

Durante la recente conferenza stampa via Facebook, il fondatore di WikiLeaks ha affermato che non intende dare completa diffusione ai materiali hackerati alla CIA, poiché tra di essi vi sono tool in grado di penetrare nei device di tutto il mondo, tra cui iPhone e Smart TV Samsung.

Edward Snowden, nome di primo piano nel campo della divulgazione di dati secretati, ha commentato l’accaduto affermando che l’Intelligence americana ha perso il controllo, poiché le vulnerabilità informatiche sfruttate da Wikileaks per attuare l’operazione Vault 7 sono già state scoperte da altri hacker.

Julian Assange intende tuttavia fugare ogni dubbio sulla natura delle sue azioni, improntate alla divulgazione e all’aumento della sicurezza. Ha infatti dichiarato la sua intenzione di dare accesso ai dettagli delle informazioni recentemente divulgate alle aziende produttrici di tecnologia.

LEGGI ANCHE: “Essere Julian Assange”, il mito dell’eroe ribelle nell’era dell’informazione [Wikileaks]

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In questo modo, intende permettere loro di trovare i difetti dei propri software e correggerli.

Considerando quello che pensiamo sia il modo migliore di procedere, nonché gli inviti che ci hanno rivolto alcune tech company, abbiamo deciso di dar loro esclusivo accesso ad alcuni dettagli tecnici: in questo modo gli aggiornamenti potranno essere sviluppati e diffusi, a beneficio della sicurezza degli utenti finali.

Una volta che i prodotti a rischio saranno stati aggiornati, Wikileaks diffonderà per intero i dati in suo possesso, inclusi quelli relativi agli hacking tool, che diverranno quindi obsoleti.

Il dilemma delle tech company

La CIA non si è espressa in merito all’autenticità delle informazioni diffuse, e in risposta alla conferenza stampa di Assange, il portavoce Heather Fritz Horniak ha dichiarato:

Come abbiamo detto in precedenza, Julian Assange non è esattamente un bastione di verità e integrità. Nonostante gli sforzi di Assange e la sua gente, la CIA continua a raccogliere in modo sollecito informazioni sulle intelligence straniere, allo scopo di proteggere l’America da terroristi, nazioni ostili e altri avversari.

Le tech company non si sono per ora esposte. Microsoft ha dichiarato che prenderà in considerazione le segnalazioni inviate tramite i canali predisposti, primo fra tutti l’indirizzo secure@microsoft.com.

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Apple afferma che molte delle problematiche in questione sono state risolte dai recenti aggiornamenti dei loro sistemi. I dati trafugati, infatti, sembra diano vecchi di due anni, durante i quali le misure di sicurezza potrebbero essersi messe al passo.

Apple, Google, Microsoft, Samsung e altri grandi attori del mercato tecnologico potrebbero comunque trovarsi a collaborare, nonostante non corra buon sangue né tra loro né con Wikileaks, con cui hanno già avuto screzi in passato.

Cosa riserveranno le future rivelazioni promesse da WikiLeaks?

Fanta: “Per la strategia 2017 abbiamo assunto un Teen Marketing Officer”

Dopo la rivoluzione nel marketing di Coca-Cola, anche Fanta, il secondo brand del colosso beverage, fa i conti con la necessità di reinventare le proprie strategie e presenta il più importante rilancio che ci sia mai stato, che influirà su packaging, visual identity, formulazione e strategia di comunicazione.

Domenica 19 marzo, Fanta presenterà la nuova campagna globale Fanta nelle tue mani, che mette al centro del racconto i teenager, target principale del brand.

Fanta dà spazio ai teenager

Fanta è un teen brand. E i teenager prima di tutto detestano due cose: la prima è essere trattati da bambini, la seconda è essere trattati da ottusi. E tutto questo perché sono intelligenti, sono esperti di marketing, e dunque vogliono partecipare. Non vogliono essere soltanto ascoltatori passivi della nostra comunicazione. La nostra nuova campagna risponde a tutte queste loro esigenze. È una campagna strutturata in modo molto innovativo”, spiega Marcos de Quinto, Chief Marketing Officer.

Fanta: "per la strategia 2017 abbiamo assunto un Teen Marketing Officer"

fanta nuova strategia 2017 teenager

Il Teens Marketing Team al centro della nuova campagna

Si comincerà con uno spot, con cui Fanta presenta Alex, il nuovo Teen Marketing Officer dell’azienda, a capo del Teens Marketing Team, una divisione composta da teenager, pensata apposta per ideare strategie di comunicazione mirate al target principale del brand.
Accanto a lui c’è Ted, un adulto che rappresenta il vecchio modo di fare marketing, quello convenzionale e più tradizionale che per una campagna marketing si affidava a strumenti di ogni genere e su grandi spese.
Sono loro i protagonisti dei vari spot che andranno a raccontare le vicissitudini del Teen Team global di Fanta.

Cosa devono fare i componenti del Teen Marketing Team? Devono occuparsi di creare, pensando a idee creative, comunicazioni, messaggi ed espressioni basati sulla loro saggezza e sulla loro intuizione.

Fanta: "per la strategia 2017 abbiamo assunto un Teen Marketing Officer"

Marta Carvelli, Marketing Manager Sparkling Coca-Cola Italia, ci spiega: “L’Italia sposa i tre elementi differenzianti di questa campagna. Il primo è l’importanza di rivolgersi ai teenager nel modo giusto, trattandoli come adulti, smart e capaci di avere grande idee, soprattutto sui temi che li coinvolgono di più.
Il secondo è la centralità del prodotto e la volontà di magnificare le sue caratteristiche intrinseche – coerentemente con ciò che è stato già fatto con Coca-Cola.
Terzo elemento è la modularità della campagna. La campagna è a episodi – sulla scia del successo della serialità televisiva – , cosa che porta due vantaggi: va incontro al modo di approcciarsi ai contenuti da parte dei teenager e ci permette di dedicare alcuni episodi al mercato locale.

Seguendo questo approccio modulare, saranno infatti introdotte due tematiche importanti per il mercato italiano attraverso due episodi, uno dedicato alle varianti e uno allo snacking.

Mamme e figli: un doppio target

“Una cosa che continueremo a fare è tenere il doppio livello della comunicazione. Da tre anni abbiamo introdotto una gamma di comunicazione rivolta alle mamme, quindi ci sarà uno spot dedicato anche a loro, in onda da aprile a ottobre. Siamo riusciti ad integrarlo nell’idea creativa, inserendo nella storia anche il personaggio della mamma. Abbiamo fatto leva su un insight molto importante: Fanta è quell’elemento che permette a mamma e figli di essere d’accordo tra loro. Da un lato è scelta dai teenager perché buona e perché da oggi gli permetterà di partecipare alle attività creative sulla marca, dall’altro è un prodotto che rassicura la mamma poiché è nata in Italia, prodotta in Italia con succo di arance 100% italiane.”

fanta nelle tue mani

La pianificazione social

Non potevano mancare i social, con una pianificazione che farà mirroring di ciò che andrà in television, supportata da attività ad hoc sui canali Facebook, Twitter e Instagram.

Il Teen Marketing Team di Atlanta non sarà l’unico. Sarà infatti supportato dai Team locali dei vari Paesi. Per l’Italia saranno coinvolti tre talent, The ShowEhi Leus e La Sabri Gamer, che andranno ad istituire un Teen Marketing Team italiano. I creator di YouTube, attraverso i loro canali e quelli ufficiali di Fanta, chiederanno ai loro follower supporto per arrivare a creare il video Fanta più divertente di sempre.

Aspettiamo domenica per la messa in onda del primo episodio e per cominciare a seguire le vicende dei Teen Team di tutto il mondo.

Credit: 

GLOBAL
Agency Partner: DAVID Miami.
Production Company: Biscuit. Editorial House: Cosmo.
ITALIA
Agenzia creativa
(riadattamento italiano)
McCann Italia
Pianificazione:
Mediacom
Selezione e gestione ENDORSER:
Attività realizzata dal team MBA (MediaCom Beyond Advertising) di Mediacom.
In collaborazione con 2 partner specializzati (per il management talent e la produzione contenuti) Show Reel e 2MuchTv
Attività Social
Strategia a cura del team social di Coca-Cola Italia
Creatività: The Big Now e VICE
Brand PR
Cohn & Wolfe

Week in Social: dal Messenger Day alla pubblicità nei video di Facebook

Per caso vi siete persi le ultime novità dal mondo dei social? Non disperate perché è venerdì e puntuale come sempre c’è la nostra rubrica Week In Social pronta a riassumervi le ultime imperdibili news sui social network. Questa settimana le novità sono per lo più targate Facebook con restyling in corso e nuovi strumenti per rendere ancora più interattiva la vostra esperienza social. Cominciamo!

Messenger Day

Annunciata direttamente dalla Newsroom di Facebook lo scorso 9 Febbraio, Messenger Day è sicuramente la grande novità della settimana e dire novità è comunque azzardato data l’incredibile somiglianza del nuovo strumento con le Snapchat StoriesDéjà vu assicurato visto che la nuova implementazione permette di postare foto e video pieni di effetti grafici che scompaiono dopo 24 ore.

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La differenza con le Stories sta nell’intenzione: il nuovo strumento di Facebook, utilizzabile sia su iOS che su Android, vuole far entrare i vostri amici in un riassunto della vostra giornata invitandoli a interagire attraverso le loro storie o semplicemente rispondendo in chat. Lo avete già provato?

LEGGI ANCHE: Facebook lancia Messenger Day: ora le Stories sono davvero ovunque

Arriva Uptime: l’evoluzione social di YouTube

Direttamente dall’Area 120, l’incubatore di startup ideato da Google per i propri dipendenti che desiderano trasformare in realtà le loro idee, arriva Uptime, l’app che rende social la fruizione di video. Non ancora disponibile in tutti i Paesi e rilasciata al momento solo per iOS, l’app è utilizzabile solo su invito attraverso l’inserimento di un codice.

http://twitter.com/uptimeApp/status/842431597018144768

Tutto parte da un video di YouTube che desiderate vedere con una cerchia di amici e Uptime trasformerà la visione in un’esperienza social. Il processo è molto simile a quello dei video Live di Facebook visto che la community con cui condividete la visione del video potrà in tempo reale interagire con voi e mandare reazioni.

Chiunque stia guardando il video comparirà con un’icona su una cornice colorata dello schermo e potrà inviare reazioni selezionandole da una serie di stickers disponibili o scrivendo un commento.

http://twitter.com/uptimeApp/status/841733138338349056

La vostra pagina profilo di Facebook sta per cambiare. Di nuovo.

Proprio quando stavamo per abituarci all’ultimo restyling (indesiderato?) della nostra pagine profilo arriva il fatidico giorno in cui tutto cambia, di nuovo. In meglio? Non sappiamo dirvelo stavolta visto che Facebook sembrerebbe seriamente intenzionato a trasformare l’attuale layout a immagine e somiglianza delle fan page.

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Come potete vedere dall’esempio dello scrrenshot della pagina profilo del nostro super Ninja Luca, il nuovo layout si espande, la foto profilo si sposta in alto a sinistra mentre la copertina spadroneggia in alto. Vi piace il risultato?

Arriva la pubblicità anche nei video non Live di Facebook

Ancora non visibili a chiunque e già comparse nelle dirette video il mese scorso sotto forma di annunci, le pubblicità sui video di Facebook sembrano pronte a diventare realtà anche nei video non Live.

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Monetizzare ovunque sia possibile è la nuova filosofia del social network e stavolta non parliamo di semplici annunci ma di mini spot che interrompono temporaneamente la visione del video proprio come già avviene su YouTube.

Cosa ne pensate di queste ultime novità? Fateci conoscere le vostre opinioni con un commento sulla nostra pagina Facebook e non esitate a segnalarci le ultime news dall’universo dei social network.

Per questa settimana è tutto, l’appuntamento è per venerdì prossimo!

cFrasi che un buon leader dovrebbe dire

Le frasi che un buon leader dovrebbe dire più spesso al suo team

Leader non significa dizionario vivente o persona perfetta.

Dal leader ci aspettiamo sempre una risposta, perché è la figura che dovrebbe guidare il team. La ricerca delle parole adatte spesso si rivela come un’altra sfida che il mondo del lavoro pone loro. Quando proprio non si sa come reagire, può essere d’aiuto questa domanda: Se io fossi nella sua situazione, cosa mi aspetterei e cosa invece non vorrei sentire?”

Ecco sei esempi di frasi che un buon leader dovrebbe dire ai membri del suo team, per motivare e consentire una crescita del gruppo e dei singoli.

1. “Non preoccuparti!”

Un’e-mail importante mandata all’indirizzo sbagliato e mai arrivata, il cognome della cliente “Rossi” che per errore di battitura diventa “Gentile dott. Rossa”, il caffè versato sui documenti firmati, un ritardo ad un meeting decisivo.

Il Team Leader in questo caso può infuriarsi oppure semplicemente dire: “non preoccuparti!”. Semplice non è, soprattutto quando ci sono in ballo trattative e progetti importanti. Ciononostante bisognerebbe mantenere la calma, in fondo l’errore non è stato voluto dal collaboratore che si sentirà mortificato.

Se il membro del team avrà paura di trovarsi di nuovo in una situazione spiacevole, il rischio che incappi in altri errori è più alto.

frasi che un buon Leader dovrebbe dire al suo team

2. “Cosa abbiamo imparato?”

Errare è umano. Se il collaboratore dovesse perseverare nell’errore, allora lo step successivo sarebbe un colloquio a quattrocchi per trovare insieme cause e soluzioni.
Gli errori possono diventare delle ottime opportunità per imparare e migliorare. Come si suol dire “trial and error”.

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3. “Cosa ne pensi?”

Obbiettivi e motivazioni di Team Leader e Team Player non sempre vanno di pari passo, ma questo non significa che bisogna evitare di ascoltare il team. Sarebbe meglio ascoltare le loro opinioni, piuttosto che ignorare ciò che pensano e accontentarsi del “si ok”. Siamo davvero sicuri che questo sia ok?

I membri del team sono delle fonti di informazione fondamentali per i processi operativi e in certi aspetti hanno un quadro della situazione più dettagliato rispetto al Team Leader, che ha anche altre attività da svolgere. Dare importanza al feedback del team è una caratteristica che un buon leader deve coltivare.

un buon Leader dovrebbe chiedere l'opinione del team

4. “Ti sostengo!”

Condividere responsabilità ed errori con il proprio team potrebbe essere un primo passo per evitare la reazione “non sono stato io!”. La fiducia è un valore prezioso e, se percepita come tale, sarà una motivazione in più per dare il meglio. Sapere di avere un appoggio anche se sono stati commessi degli errori, favorisce la sincerità e la loyalty del team.

5. “Puoi dirmi di no!”

Quando alla lista di cose da fare si aggiunge l’ennesimo punto, molti per non deludere, per vergogna o per evitare sensi di colpa, non sanno dire di no.
Dire sì pressoché a tutto, anche quando si pensa l’esatto contrario, altro non è che la necessità o la volontà di risultare compiacenti.

Steve Jobs nel 1997 aveva già discusso la problematica di dire no, anche nei processi d’innovazione.

Le persone pensano che focalizzare sia dire di sì a quello che si deve fare. In realtà significa dire no alle centinaia di altre buone idee che emergono. – Steve Jobs

Trasmettere ai collaboratori e al team il messaggio che possono esprimere la propria opinione, positiva o negativa che sia, è una dimostrazione di rispetto per la persona e per il suo lavoro.

Un team accondiscendente a lungo termine rischia di diventare un team demotivato ed infelice.

un buon Leader ascolta i suoi colleghi

Via Giphy

6. “Non lo so”

Il dizionario vivente lo abbiamo già scartato all’inizio. Il buon leader, manager e qualsiasi membro del team può e deve sapere affermare che non è informato al riguardo. Improvvisare una risposta solo per mantenere un certo status è controproducente.

Frasi che un buon leader dovrebbe evitare

  • Sono io il capo
  • Non è colpa mia
  • Lo so, ho già pensato a tutto
  • Fallire non è un’opzione!
  • Non mi interessa se è etico o meno, se non è illegale, fallo!
  • Non darmi brutte notizie o brutte sorprese!
  • Sei fortunato ad avere un lavoro da noi.

Le giornate peggiori in ufficio sono quando mancano colleghi?

Ricorda sempre: teamwork makes a dreamwork!

È pericoloso condividere foto dei vostri bambini?

Sarà capitato a molti di avere un amico su Facebook o Instagram che posta tantissime foto dei figli: ben presto ci ritroviamo a conoscere una larga serie di informazioni su questi bambini esposti online. Conosciamo i loro gusti, li abbiamo visti con il costumino da bagno e sappiamo quale scuola frequentano. Di alcuni abbiamo anche visto la geolocalizzazione della casa del loro amichetto preferito. Ma queste informazioni non sono solo in nostro “possesso”, ma lo sono anche delle piattaforme che custodiscono i nostri dati.

Il futuro dei nostri bambini

Il primo punto da analizzare è riguardo le informazioni che mettiamo online. Foto, video, post, geolocalizzazioni: il rischio di diffondere questa lunga serie di dati sensibili non è – come alcuni genitori potranno subito pensare – da valutare esclusivamente in relazione a cattivi intenzionati dall’impermeabile color cammello (immaginatevi se qualcuno riuscisse ad hackerare il telefono di vostra figlia undicenne e a gelocalizzarla) ma sul piano del futuro di questi bambini. Il primo è un rischio possibile ma non probabile, il secondo invece è quello che quasi sicuramente accadrà ai bambini di oggi e adulti di domani.

Quello di cui stiamo parlando è la possibilità – concreta – che l’ammissione all’università di vostro figlio venga decisa sfogliando i suoi dati online. Guardando le sue foto da ragazzino, quella foto che gli avete fatto con il pannolino nel salotto, una foto tanto innocente quanto eloquente. Una foto in cui voi rivedete la tenerezza di un momento ma che altri giudicheranno in base all’estrazione sociale, alla public presence del ragazzo, al suo contesto familiare. E ancora i selezionatori dello stage per praticante avvocato potranno trovare online il video girato da quattordicenne sbronzo con i suoi amici e decretare che il suo profilo non è il linea con quello dell’azienda.

Fantascienza? Secondo Career Builder – uno dei più grandi portali per la ricerca di lavoro a livello mondiale – il 59% dei datori di lavoro affermano di essere influenzati dall’identità digitale del candidato. Più della metà.

foto_social media_figli

Papà, chi sono io?

Il secondo punto su cui riflettere è il consenso. Di chi? Di nostro figlio, ovviamente. Ogni giorno postiamo numerosi contenuti che contribuiscono alla costruzione della sua identità digitale. Chi è, cosa fa, cosa gli piace. Sicuramente come tutori potete ampiamente disporre della possibilità di parlare di loro, ma avete davvero il diritto di definirli come persone digitali? Siamo sicuri che raggiunta la maggiore età siano felici di quel video che gli avete fatto – e disponibile a tutti online – dove non riesce a dire le tabelline? Oppure il racconto che narra della sua nascita del tutto casuale e non voluta? Come li farà sentire leggere che un suo genitore ha precisamente, chiaramente, innegabilmente scritto nero su bianco che si era quasi pentito di averlo fatto nascere?

I vecchi litigi genitore-figlio si sono sempre basati su fatti del tutto controvertibili su base della propria memoria: quella frase detestabile pronunciata in una giornata negativa da nostra madre è sbiadita con il tempo e non siamo nemmeno più tanto sicuri l’abbia detto veramente. Adesso, invece, accumuliamo ricordi indelebili.

foto_social media_figli

Prevedere il futuro

Il terzo punto da considerare è come evolveranno le piattaforme social. I dati che le piattaforme immagazzinano aumentano sempre di più e al momento arricchiscono i provider grazie all’utilizzo di questi dati per una pubblicità sempre più targettizzata. Possiamo però immaginare che non sarà sempre così. Ogni giorno le piattaforme social cambiano i loro contratti, le loro policy e anche i loro accordi finanziari.

Un esempio interessante è sicuramente com’è cambiato il software di elaborazione delle immagini di Facebook: inizialmente noi caricavamo le nostre foto online ed era finità lì. Adesso quando uploadiamo un’immagine è lo stesso software a suggerirci i possibili tag riconoscendo i volti. Immaginate le implicazioni se questo software continuasse ad evolvere fino a riconoscere la stessa identità a diverse età, a connettere cioè le nostre foto da bambini, con le nostre foto da adolescenti e infine da adulti. Caricando le foto dei nostri figli potremmo star fornendo le informazioni necessarie per tracciare senza dubbio alcuno la sua identità in relazione a ogni reato, debolezza e piccolo peccatuccio di nostro figlio. E questo è solo uno dei tanti possibili scenari. E nemmeno il più apocalittico.

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Quindi basta, non posto niente!

Non bisogna essere così estremi ovviamente. Ci sono molti genitori che non postano assolutamente nulla. Infondo non è giusto limitare il proprio desiderio di condividere le piccole grandi gioie del nostro quotidiano e, inoltre, appare impossibile non lasciare in assoluto un’impronta digitale dei propri figli.

Un’idea per preservare l’identità digitale di vostro figlio potrebbe essere quella di non citarne mai il nome per esteso, non geolocalizzarlo nè tantomeno taggarlo o fornire troppe informazioni sensibili con leggerezza. Sarebbe utile evitare riferimenti alla scuola e ai luoghi frequentati così come le foto che presentano anche parziale nudità del soggetto.

La nuova generazione ha un rapporto del tutto diverso con la privacy e appare molto più cosciente della precedente dei rischi di fornire – senza un opportuno controllo – i propri dati online. Non è un caso che tra i giovanissimi il social più utilizzato sia Snapchat che trova il suo punto di forza nella temporaneità dei contenuti. Se non essere online non è possibile – e nemmeno consigliabile secondo noi per alcune professioni – quello che è importante è una rinnovata consapevolezza del valore dei dati che ogni giorno forniamo online.

Come genitori si è chiamati a una nuova sfida: educare i figli sui pericoli e le grandi opportunità della rete. Dal mangiare con la bocca chiusa non mandare foto di nudo al fidanzatino/a; in tempi complessi c’è bisogno di una sempre maggiore pragmaticità delle figure genitoriali che dovrebbero trovare un equilibrio tra il negare e il sovraesporre. Infondo, riflettendoci, non è cambiato nulla da quando i nostri genitori discutevano se fosse giusto o meno comprarci il motorino. O forse no.

Fuorisalone 2017: COS presenta blossoming sculpture

Fuorisalone 2017: COS presenta blossoming sculpture

Al Fuorisalone 2017 di Milano COS e Studio Swine presenteranno una scultura multisensoriale che, già dal video teaser che potete vedere qui sotto, promette un’esperienza unica e molto… vaporosa!

Minimal, ricercato e dallo stile unico, COS è uno dei brand del gruppo H&M. Il colosso svedese della moda fast fashion si mette in gioco durante il Salone del Mobile di Milano collaborando con Studio Swine.

Il duo, formato dall’architetto giapponese Azusa Murakami l’artista britannico Alexander Groves, ha progettato una “blossoming sculpture” all’interno di un cinema dismesso. Non una semplice istallazione ma una vera e propria esperienza da vivere durante il Salone del Mobile 2017 a Milano.

“Il progetto attinge sia dal naturale che dall’industriale, abbiamo utilizzato il minor numero di risorse per creare un’esperienza coinvolgente e multisensoriale.”

“Il 2016 è stato un anno pieno di cambiamenti e crisi, così abbiamo voluto realizzare un’istallazione in grado di regalare un momento di contemplazione.”

“L’ispirazione per il progetto arriva dalla natura e il mutare delle stagioni. Per noi questa idea ha una bellezza universale. Il nostro obiettivo è quello di creare un’esperienza democratica che unisce tutte le persone.”

Fuorisalone 2017: COS presenta blossoming sculpture 2

Durante il Furoisalone 2017, dal 4 al 9 aprile, la blossoming sculpture di COS x Studio Swine vi aspetterà al Cinema Arti di Milano (Via Pietro Mascagni, 8), progettato dall’architetto Mario Cereghini e costruito nel 1930.

Il progetto resta, per ora, avvolto nel mistero se escludiamo il criptico video teaser che potete veder qui sotto. Bolle di sapone che racchiudono un denso fumo che rimbalzano su capi d’abbigliamento dal design minimal e ricercato in puro stile COS.

Il direttore creativo del gruppo COS, Karin Gustafsson, precisa che il progetto per il Fuorisalone 2017 è nato da una stretta collaborazione tra Studio Swine e il brand resa possibile dai “numerosi valori in comune: l’attenzione ai trend, alla funzionalità legata alla bellezza e alla ricerca dei materiali. Lavorare insieme è stato un processo molto naturale” ha dichiarato il direttore creativo.