Il Growth Hacking serve solo per le startup?

Quest’articolo è stato scritto da Raffaele Gaito, Imprenditore Digitale, Growth Hacker e Blogger e Docente del Corso in Growth Hacking & Performance Marketing.

Raffaele Gaito

Sono diversi anni ormai che mi occupo di Growth Hacking e che affianco aziende e professionisti che vogliono intraprendere questo “percorso”.

In tutto questo tempo ho notato una serie di domande frequenti che mi vengono fatte, sia dai clienti che da semplici appassionati che vogliono saperne di più. Potremmo pensarle quasi come se fossero delle FAQ sul Growth Hacking.

Effettivamente quando una “disciplina” è relativamente nuova è anche normale che alcuni aspetti siano poco chiari, soprattutto a chi la osserva dall’esterno.

Di tutte queste domande, oggi mi piacerebbe rispondere a una in particolare che, da quando ho iniziato a fare corsi di formazione su questa tematica ho visto crescere in maniera esponenziale:

“Ma il Growth Hacking serve solo alle startup?”

Se ci pensi la domanda è sacrosanta. Tutte le volte che si sente parlare (o si legge) in giro di Growth Hacking gli esempi fatti sono sempre gli stessi: AirBnB che ruba gli utenti a Craigslist, Hotmail che crea la firma virale, Dropbox che fa il boom con il referral program, e così via.

A una prima occhiata, fermandosi a questi esempi, potrebbe sembrare che il Growth Hacking sia una “roba per startup”, ma non è così.

Se da un lato è vero che questa disciplina (o questo approccio, per essere precisi) è nata tra i banchi dei coworking della Silicon Valley verso fine anni 2000, è anche vero che da allora è maturata tantissimo fino a travolgere di prepotenza anche le grosse aziende.

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Ma facciamo un attimo un passo indietro: perché ho detto che questa disciplina è nata tra le startup della Silicon Valley?

Eh si, per il Growth Hacking esiste una data (e una persona) ben precisa dalla quale il tutto ha inizio. Il 26 Giugno 2010 un signore di nome Sean Ellis scrive un post dal titolo “Find a Growth Hacker for your startup”.

Il post fa particolarmente scalpore nell’ambiente startup e, in particolare, nel mondo del marketing digitale. Ellis, che fino al giorno prima si era definito un Marketer, si rende conto che nell’ecosistema startup (dove la scarsità di risorse la fa da padrona) era necessario un nuovo approccio: un approccio basato su velocità, creatività e bassi budget.

Per capirci, lui è il tizio che ha introdotto il referral program di Dropbox facendola passare da 100.000 utenti a 4 milioni in 6 mesi e trasformandola nel colosso che conosciamo oggi.

Le startup raramente possono permettersi un grosso budget dedicate ad attività di marketing tradizionale e ancora più raramente hanno a disposizione persone che possano gestire queste campagne e, peggio ancora, non possono aspettare sei mesi per vedere dei risultati.

A tutto questo aggiungi il fatto che i canali tradizionali si saturano di anno in anno e i costi di acquisizione crescono in maniera esponenziale e avrai la “ricetta perfetta” del perché si è reso necessario una piccola rivoluzione del marketing digitale.

Nel famoso post di cui sopra, Sean Ellis descrive il Growth Hacker come “una persona il cui vero nord è la crescita”. Una persona che ogni giorno, tutto il giorno si occupa di far crescere il business.

Stop.

E qui torno alla domanda principale di questo post: il growth hacking serve solo per le startup?

Visto che parliamo di far crescere un business dovrebbe essere abbastanza ovvia la risposta: assolutamente no! E il motivo è molto semplice: tutti i business hanno bisogno di crescere. Poco importante quale sia il grado di maturità dell’azienda e in che mercato essa operi, c’è sempre bisogno di crescere.

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Ovviamente sto usando la parola “crescita” in maniera volutamente generica. Una startup nata da pochi mesi ha esigenze di crescita ben diverse da un’azienda da 100 dipendenti che si trova sul mercato da 6 anni. Giusto?

Il fulcro del Growth Hacking è proprio questo: è una metodologia, un mindset, un processo che può essere calato in qualsiasi tipo di business e adattato in base alle singole esigenze.

Perché in fin dei conti quello che cambia è solo la metrica da far crescere. Il Growth Hacking si occupa di individuare quella precisa metrica e poi si concentra sul migliorarla.

Una. Metrica. Per. Volta. Non dimenticarlo mai.

Non posso non citare lo stesso Sean Ellis che da una delle più belle definizioni del Growth Hacking in circolazione:

“Il Growth Hacking serve a capire chi sono i tuoi migliori clienti e a trovare un modo per ottenerne di più”.

Ora dimmi, quale azienda non vorrebbe più clienti? 😉

Proprio su questo tema, circa un annetto fa, fu pubblicato un bellissimo post da Harvard Business Review dal titolo Every Company needs a Growth Manager. Quel post è stato senza dubbio uno spartiacque: se un nome importante come Harvard Business Review parla di Growth Hacking allora la cosa è seria!

In quel post (che ti invito fortemente a leggere) i due autori Jeff Bussgang e Nadav Benbarak introducono l’argomento in maniera abbastanza inequivocabile con un perentorio:

“Growing revenue and profits is a core objective of most companies”.

Ti ricorda qualcosa?

L’articolo introduce la figura del Growth Hacker prendendo esempi famosi come Facebook e Pinterest e sottolineando come sia importante, al giorno d’oggi, che la “crescita” diventi un reparto ad hoc dell’azienda. Non può essere casuale, non può essere lasciata in mano al reparto Product o al reparto Marketing, c’è bisogno di qualcuno che si occupi full time di questo. Tutto il giorno, tutti i giorni.

Growth Hacking: la via del successo per le startup

Oltre a una panoramica iniziale sulla figura del Growth Hacker (che ti risparmio), la riflessione veramente interessante che fa il post è nella definizione dei task che il reparto di Growth Hacking può avere, anche e soprattutto all’interno di una grossa azienda:

  1. Definire gli obiettivi di crescita rispetto al funnel aziendale
  2. Fare dei dati il loro pane quotidiano e fornire continui insights agli altri reparti
  3. Comunicare le modifiche del prodotto necessarie agli obiettivi di crescita
  4. Definire e implementare gli esperimenti

Ed ecco come, quasi per magia, in un reparto completamente nuovo (quello dedicato, appunto, al Growth Hacking) confluiscono task di product management, task di marketing, task di data analysis, task di sviluppo e tanto altro!

La conclusione degli autori non lascia spazio all’interpretazione:

“Aspettatevi di vedere un reparto Growth Hacking in tutte le aziende. Come sempre accade, l’innovazione parte dalle startup e piano piano migra verso le grandi aziende”.

È passato un anno da quel post e quella previsione è già realtà.

Molte grosse aziende del mondo IT e hi-tech hanno messo in piedi un reparto Growth Hacking alla pari del reparto Marketing o qualsiasi altro reparto “classico”.

Qualche esempio? Facebook, Linkedin, SAP, Intuit sono gli esempi classici che porto ai miei clienti e studenti.

Ma se volessimo dare uno sguardo fuori dal mondo digital e tech ci sono tanti altri esempi di big company che stanno virando in questa direzione. In Europa e, in particolare nelle città di Londra e Amsterdam (le capitali indiscusse del Growth Hacking), ho visto in azione questa nuova metodologia in aziende del calibro di Philips, ING, Heineken, e così via.

E come tutto ciò può essere implementato nella realtà? Soprattutto in un contesto di azienda consolidata dove esistono gerarchie ben definite, tempi biblici per prendere decisioni e approccio pachidermico all’innovazione.

Il modo più semplice e indolore è di formare un piccolo team interno dedicato al Growth Hacking. Un team con massima libertà d’azione, budget dedicato e che si focalizzi su un nuovo prodotto o una nuova funzionalità.

Partire piano e partire dal basso e, soprattutto, capire che si tratta di un approccio e di un mindset e non di una misteriosa formula magica o di una serie di trucchetti.

 

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Fazland startup

Fazland, la startup che confronta i preventivi da artigiani e aziende

Per Fazland il 2017 è iniziato con un nuovo investimento di 4,5 milioni di euro, che vede l’ingresso di Ad4Ventures, corporate venture capital del gruppo Mediaset, insieme ad una cordata di investitori privati guidati dall’attuale leader investor RedSeed Ventures.

La piattaforma web, lanciata nel 2014 a Reggio Emilia da Vittorio Guarini, Alessandro Iotti, Giovanni Azzali e Federico Panini, nasce con l’obiettivo di portare online il mercato dei servizi, mettendo in contatto utenti e professionisti attraverso un comparatore che consente a chiunque di trovare i migliori esperti in tutta Italia.

Per conoscere qualcosa in più sulla storia di questa interessante startup e sugli sviluppi futuri dell’azienda, abbiamo rivolto qualche domanda al CEO Vittorio Guarini

Fazland startup

Come nasce l’idea di Fazland e come funziona il servizio?

Fazland nasce a una reale esigenza di tanti consumatori e dei founder Vittorio Guarini,  Alessandro Iotti, Giovanni Azzali e Federico Panini: sulla base delle nostre esperienze, ci siamo resi conto di quanto sia difficile trovare bravi professionisti, soprattutto quando ci si trova in una nuova città dove non è possibile affidarsi al tradizionale metodo del passaparola.

Così è nata l’idea di rendere accessibile a tutti un servizio che mette a disposizione il contatto diretto con professionisti altamente qualificati, su tutto il territorio nazionale.

Fazland è una piattaforma web lanciata su scala nazionale nel 2014 con l’obiettivo di portare online il mercato dei servizi. Il compito di Fazland è di mettere in contatto utenti e professionisti attraverso un comparatore funzionale e veloce permettendo a chiunque di trovare i migliori professionisti qualificati su tutto il territorio nazionale.

L’utente quando accede a Fazland, attraverso il sito desktop o l’app mobile, può richiedere preventivi personalizzati da professionisti qualificati di svariate categorie quali Casa, Business, Persona, Eventi per poi valutare autonomamente la proposta migliore e concludere la trattativa  telefonicamente.

Fazland startup

In Italia la disoccupazione è un problema molto urgente. Quanto può aiutare il mercato del lavoro la possibilità di ricollocare correttamente domanda e offerta, anche grazie al digitale?

Penso che servizi come Fazland possano creare nuove opportunità di lavoro in quanto uno strumento come il nostro aiuta le aziende e professionisti ad accrescere il business attraverso l’invio quotidiano di nominativi di nuovi clienti.

Il nostro obiettivo è di aiutare le nuove professioni come wedding planner o cuoco a domicilio a farsi conoscere e di supportare gli artigiani come imbianchini, idraulici, elettricisti a superare la concorrenza attraverso una nuova clientela.

Nel 2017 è ancora difficile spiegare in Italia cosa sia una PMI innovativa o qualcosa è finalmente cambiato?

È ancora abbastanza complesso spiegarlo, soprattutto per un imprenditore in Italia partire e crescere in un contesto ancora pieno di contraddizioni e barriere all’ingresso per cambiamento e innovazione. Tuttavia siamo consapevoli del fatto che qualcosa sta cambiando e possiamo essere portatori di cambiamento con la nostra stessa impresa, artefici del nostro destino e con la voglia di fare.

Non pensiamo alle difficoltà ma vogliamo essere fiduciosi sul futuro anche in questo senso.

Fazland startup

Come si diventa uno startupper? Qual è stato il percorso del team di Fazland?

Ritengo non esista un percorso preciso per diventare uno startupper, ma sicuramente bisogna avere il carattere e la lungimiranza di trasformare un’idea in un progetto di business.

Fazland, ad esempio, è nato come una risposta ad una reale esigenza: il primo anno abbiamo ricevuto 500 mila euro di investimento e introdotto le prime risorse, il secondo abbiamo raddoppiato i numeri, oggi contiamo su investor come Mediaset, 6 milioni raccolti nel 2016 e 40 dipendenti.

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Recentemente avete ricevuto un importante investimento. Quali nuovi obiettivi vi consentirà di raggiungere?

Abbiamo raccolto un importante investimento da parte del gruppo Mediaset e RedSeed Ventures, nostro attuale lead investor che ha creduto in noi fin dal primo round del 2014.

I finanziamenti verranno investiti in comunicazione cross mediale, inclusa una massiccia campagna TV da poco lanciata con testimonial Giorgio Chiellini, per permetterci di incrementare sia il numero di utenti che utilizzano il servizio sia la nostra base di professionisti, inoltre in figure strategiche ad arricchire il nostro team per il raggiungimento degli obiettivi sfidanti di quest’anno.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Il Filo di Nicky: un progetto editoriale costruito girando il mondo

Il suo nome è Nicoletta Crisponi, classe 1986, contributor di Ninja Marketing prima, ha lanciato il progetto il Filo di Nicky che oggi la sta portando in giro per il mondo per verificare attraverso un’incredibile esperienza una delle più famose teorie delle reti sociali: quella dei sei gradi di separazione.

Nicoletta si è fatta conoscere già con la campagna 1kiss4NewYork, nel lontano 2011, grazie alla quale si è aggiudicata una borsa di studio che le ha permesso di completare la sua tesi di laurea.

Oggi è impegnata in un nuovo progetto – di cui Huawei è main sponsor – a metà strada tra blogging e personal branding, ancora una volta per un viaggio. La meta però stavolta è un po’ più ambiziosa: un giro del mondo, realizzato solo grazie ai suoi contatti social (media).

Ti sembra pazzesco? Nicoletta è già in viaggio e abbiamo chiesto direttamente a lei cosa significa questa avventura, qual è l’obiettivo finale e cosa ha scoperto finora.

Mollare tutto e partire per un giro intorno al mondo è una cosa che solo i guerrieri Ninja più impavidi possono provare, ma la storia di Nicoletta ribadisce un concetto davvero importante nel business come nella vita: solo ciò che facciamo mossi dalle più profonde passioni è in grado di realizzarsi e cambiarti la vita.

Come nasce l’idea del Filo di Nicky e cosa ti aspetti da questo viaggio intorno al mondo?

Come ogni idea nasce da un bisogno: il mio era quello di partire dopo un anno e mezzo ferma in un lavoro a tempo indeterminato, in una routine che purtroppo (o per fortuna) non fa parte del mio carattere. Ho questa costante necessità di imparare, di mettermi alla prova e di conoscermi meglio.

Allo stesso tempo non sono una che sa stare con le mani in mano e avevo bisogno di un progetto su cui lavorare, un obiettivo perché il viaggio non sia solo fine a sé stesso ma una vera e propria opportunità anche una volta tornata a casa.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

Mi aspetto (o per lo meno ci proverò!) di diventare una persona migliore, piú paziente, perdere ogni minimo pregiudizio che inevitabilmente culturalmente ci portiamo addosso, conoscere nuovi lati di me e amarmi ancora di più. Ora ci sono solo io a prendermi cura di me stessa, anima e corpo, ed è importante che entrambi siano forti o è impossibile reggere questi ritmi a lungo.

A che punto sei del tuo viaggio? Quali sono le prossime tappe?

Il viaggio è ancora lungo, sono piú o meno al 20% ed il mio cervello è già quasi in crash per la quantità di informazioni nuove ogni giorno! Sono partita poco dopo Natale e tornerò poco prima della fine di quest’anno, non posso assolutamente perdermi la pizza della Vigilia di Natale a casa con i miei!

Ora sono in Giappone e tra una ventina di giorni volerò alla volta della Malesia dove farò una breve sosta prima di ripartire verso le Filippine e da lì Cambogia, Vietnam, Bali…

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

Quali sono state le difficoltà più grandi affrontate finora e quali le emozioni più forti?

Il razzismo è una cosa che mi manda fuori di testa: il mio semplice esser una ragazza bianca che viaggia da sola fa sì che io sia vista come ricca e alla ricerca di facili avventure. Dover litigare ogni volta per poter pagare il giusto prezzo, il non poter far una passeggiata in spiaggia da sola di notte, il dover spiegare che non ho nessuna voglia di fare sesso con degli sconosciuti è sfiancante e triste insieme.

Le emozioni più forti me le hanno regalate le persone incontrate e la natura. Quando ti senti libera da etichette, dal tempo, da inutili bisogni sei così piena che un semplice tramonto ti può far commuovere e ok, se sei alle Maldive è decisamente più semplice, ma è proprio l’equilibrio della testa a far la differenza.

Un giorno, proprio in una piccola isoletta alle Maldive, un gruppo di bambini ci ha avvicinato e dopo esserci scattati un milione di selfie mi hanno chiesto del cioccolato, ma purtroppo non avevo nulla con me. Ecco che allora uno di loro scompare in casa e ricompare con una tavoletta, me la porge tutto sorridente e non c’è stato verso di restituirgliela. Qui capisci quanto alle volte basti davvero poco.

O ancora una meravigliosa donna imprenditrice indiana in uno Stato che ancora non è davvero pronto all’indipendenza femminile che mi saluta, mi abbraccia e mi sussurra “vai e conquista il mondo anche per noi che oggi ancora non possiamo”. Una responsabilità meravigliosa di un messaggio che ora porterò con ancora più coscienza e dignità.

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Raccontare un viaggio intorno al mondo attraverso i social e su un blog: credi che questa esperienza ti stia insegnando qualcosa in più sullo storytelling?

Sullo storytelling e sull’organizzazione del tempo, delle risorse e sull’importanza dell’andare oltre un foglio excel, un po’ più modello lean . Il problema non sono le storie da raccontare, ne ho di nuove ogni giorno ma questo deve coincidere con l’organizzazione degli itinerari, la creazione delle connessioni, i contatti con gli sponsor, la vera e propria pubblicazione, la pianificazione e moderazione sui social e la creazione di contenuti ad hoc foto e video.

L’integrazione tra piattaforme e la resa delle storie in maniera autentica e spontanea sono il mio vero challenge e ammetto che, a due mesi dalla partenza, non sono ancora al passo come vorrei. Ora un paio di amici hanno iniziato a darmi una mano e spero di regalarvi presto la finestra sul mondo che per oggi esiste solo nella mia testa per un’esperienza ancora più completa.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

360 giorni per girare il mondo e poi? Cosa vorresti fare una volta tornata a casa?

Questa è la domanda da 1000 punti! Spero che il lavoro di questo anno mi permetta di metter in piedi un progetto di racconti di viaggio in grado di camminare con le sue gambe verso nuove avventure ma ammetto che un posticino per gli eventi e le strategie di comunicazione non mancheranno mai.

Ho avuto la fortuna di trovare subito la mia strada e amo enormemente la natura effimera e faticosa di questo mondo che crea bellezza momentanea. Mi tengo ben stretti i contatti sudati in questi dieci anni di lavoro e non ho paura di trovarmi senza lavoro una volta a casa, al contrario, credo che questa esperienza sarà solo un valore in più per tutti.

Nike

Nike lancia il primo hijab per un mercato in crescita

Nike lancerà sul mercato il primo hijab per atlete musulmane. Il brand sportivo ha progettato una versione hi-tech del velo tradizionale. Il modello è composto da un materiale ultra leggero ed elastico, destinato a dare una “traspirazione ottimale”.

Nike

Il nuovo capo d’abbigliamento, utilizzato per coprire la testa e le spalle, andrà ad unirsi alla collezione Spring 2018 e sarà commercializzato durante le olimpiadi invernali in Corea del Sud.

Nike Pro Hijab nell’ultimo commercial

Si chiamerà Nike Pro Hijab ed è già comparso nell’ultimo commercial lanciato qualche settimana fa su Youtube. Nello spot alcune donne musulmane praticano boxe, skateboard e altre attività agonistiche.

Alcuni seguaci hanno criticato il video dichiarando che il commercial riportava una rappresentazione falsa delle donne musulmane. “Credo che questo annuncio sia un totale fallimento. Non indossiamo hijab e non corriamo per strada” ha scritto una donna sulla pagina Instagram della società, riporta l’agenzia di stampa Reuters. Dal canto suo Nike ha dichiarato che il prodotto è stato testato da atleti in Medio Oriente al fine di soddisfare soprattutto i requisiti culturali.

Nike e l’interesse per il mondo islamico

Sono diversi i brand che guardano con interesse al “modest fashion” e in generale all’abbigliamento in linea con i principi islamici. Inoltre cresce sempre di più li numero delle donne provenienti da paesi islamici che eccellono nello sport e che hanno fatto del velo una vera e propria bandiera di appartenenza culturale. Per questa ragione Nike sta dimostrando un concreto interesse per il mondo islamico e lo ha già dimostrato in passato: nel 2015 il brand ha rilasciato l’app ”Nike Training Club” anche in lingua araba.

Nike

Una strategia di marketing che sottolinea, ancora una volta, il primato di Nike all’interno di un segmento di mercato al momento ignorato dalla maggior parte dei retailers sportivi. La spesa dei consumatori musulmani sui capi di abbigliamento ha un valore stimato di 243 miliardi nel 2015, riporta un articolo di Reuters citato da Bloomberg. Inoltre i musulmani attualmente costituiscono il 23% della popolazione mondiale, e si prevede un aumento al 29,7% entro il 2050, secondo il Pew Research Center.

Nike si unisce ad altri marchi di moda a livello mondiale che hanno iniziato ad abbracciare la moda musulmana. Nel mese di febbraio 2016, Uniqlo ha collaborato con la stilista Hana Tajima per creare una collezione che comprendeva anche lo hijab.

nike

La pattinatrice Zahra Lari indossa lo hijab di Nike

ricerche di mercato e social media

Le ricerche di mercato ai tempi dei social media

“I mercati sono conversazioni”. È con questa tesi che ha inizio The Cluetrain Manifesto il famoso libro-cult che nel 1999 ha previsto scenari e caratteristiche di quel nuovo mercato segnato da un certo fenomeno chiamato Internet.

Oggi la tesi è più che confermata: nel 2015 gli stessi autori dopo 16 anni aprono una nuova edizione del libro affermando: “Avevamo ragione, i mercati sono conversazioni”.

Sembra quindi chiaro che per comprendere le dinamiche del mercato sia necessario ascoltare e interpretare queste conversazioni, molte delle quali hanno luogo sui social media e sono difficili da monitorare con le tecniche di ricerca tradizionali, fondate su altri ambiti di indagine.

Ma in un contesto del genere c’è ancora spazio per le ricerche di mercato o andrebbero piuttosto considerate pratiche obsolete? In questo articolo cerchiamo di fare il punto su come sia cambiato il ruolo di questa disciplina e su come il social media marketing potrebbe ricevere supporto dalle metodologie più diffuse.

ricerche di mercato e social media

Nascono nuove esigenze

È un grave errore teorizzare prima di avere dati certi. Si finisce per distorcere i fatti, per adattarli alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti. (Sherlock Holmes).

Nell’era della big data analysis i social media sono anche visti come una fonte inesauribile di dati che i brand possono tradurre in preziose informazioni per il loro business.

Ciò che viene richiesto alle aziende oggi è di approcciare al mercato con azioni di marketing effettuate spesso in real-time o addirittura ragionando con una logica “predittiva”; in entrambi i casi, l’ascolto della Rete dovrebbe avvenire in maniera sistematica e continuativa.

In risposta a tali esigenze ci vengono quindi in aiuto le attuali tecniche di ricerca come ad esempio il social media monitoring, tramite cui è possibile monitorare  contenuti e comportamenti degli utenti sui social media, o pratiche come lo studio dei trend e la sentiment analysis, che consentono di avere un quadro delle tendenze in atto e del “mood” che si genera nei confronti di una tematica.

LEGGI ANCHE: Gli strumenti di monitoring più utili per la vostra social media strategy

     

ricerche di mercato e social media

Le ricerche di mercato sono in via d’estinzione?

Dando uno sguardo a queste forme di elaborazione dei dati verrebbe da rispondere sì. Le ricerche di mercato di stampo “classico” come sondaggi, focus group e interviste, sono tecniche che devono rispettare metodologie rigorose e che producono risultati in tempi generalmente più lunghi rispetto alle loro “alternative digitali”. Tuttavia, ci sono anche aspetti che ci fanno considerare queste modalità di ricerca ancora fondamentali e soprattutto in grado di dialogare con quelle più evolute.

Per prima cosa, per quanto essi siano diffusi, i canali digitali non sono gli unici “luoghi” in cui avvengono le conversazioni; il pubblico dei social media aumenta di giorno in giorno ma nonostante ciò, non è in grado di rappresentare da solo l’intero mercato oggetto d’indagine.

Un secondo aspetto riguarda il ruolo che le diverse forme di ricerca possono svolgere: i sistemi di monitoraggio e di analisi sono in grado di scattare una fotografia anche molto dettagliata di un determinato fenomeno, tuttavia, essi si limitano spesso a fornire una risposta al “cosa” senza approfondirne il “perché”; in altre parole, queste tecniche consentono di individuare tendenze o comportamenti ma non di comprenderne le motivazioni o le logiche che vi stanno alla base. Ecco che allora entrano in gioco le ricerche di stampo tradizionale che invece possono essere un valido supporto per andare in profondità su quelle tematiche che gli strumenti digitali hanno identificato come rilevanti.

Un mix di più tecniche

Immaginatevi di analizzare i dati ottenuti con Buzzsumo per individuare una serie di utenti particolarmente attivi o degli influencer da sottoporre poi ad interviste personali (deep interview), oppure di utilizzare un tool di social media monitoring come Socialmention e farlo dialogare in maniera sinergica con la tecnica del focus group con cui arrivare a considerazioni più precise.

Le possibilità di integrazione tra i due mondi sono molteplici e ci piacerebbe conoscere la vostra opinione a riguardo. Secondo voi continueremo a sentir parlare di ricerche di mercato ancora per un po’? Condividete le vostre esperienze sulla nostra pagina di Facebook o sul gruppo di Linkedin.

4 segreti di Digital Content Marketing raccontati dagli esperti

Sono passate poche settimane da Seo&Love, uno degli eventi più originali del mondo digital ormai entrato tra i riferimenti del settore. Speaker nazionali ed internazionali, contenuti di qualità ed un formato unico, ecco gli elementi chiave di questa edizione 2017. Oltre 42 relatori che hanno condiviso esperienze e know-how con gli oltre 600 presenti e online attraverso un live streaming. Seo&Love è il risultato concreto delle potenzialità che nascono quando content, personal branding e networking lavorano insieme.

Non potevamo certo mancare anche noi di Ninja ed oggi ti racconteremo alcuni dei trend più rilevanti emersi durante la giornata, destinati a durare e caratterizzare questo 2017. Perché il content non è mai stato così vivo e continua, inesorabilmente, ad evolversi. A noi tutti il compito di adeguarci e renderlo a prova di mode, trend e, mai scordarlo, di utente.

#1 Content e brand devono profumare di buono

seo&love

I contenuti restano leva essenziale per intercettare nuovi utenti e attrarli sui nostri media. Sono una via preferenziale per migliorare la propria reputazione e dimostrare le proprie expertise, andando a rispondere concretamente alle esigenze degli utenti.

Non è mai solo questione di posizionamento o serp: non è sufficiente incuriosirli e far loro raggiungere i nostri canali (sito o social che siano), serve un passo oltre: dobbiamo sempre farci trovare al meglio in ogni più piccolo aspetto. Sì, come recita il founder di Seo&Love Salvatore Russo, il nostro brand (e quindi i contenuti) devono “sapere di buono”, raccontandoci e rappresentandoci al meglio. Inutile portare utenti sul nostro sito se non sarà curato o avrà problemi. Pericoloso, se non dannoso, sfruttare un touchpoint che non siamo stati in grado di valorizzare a dovere.

La presenza online dei brand è formata da tanti piccoli aspetti che creano quel substrato di sentiment che è la nostra online reputation e che è sempre più determinante per ottenere risultati.

Un profumo “univoco”, che deve guidare ogni elemento del brand, così da essere chiaro, riconoscibile e caratterizzante. Deve bastare un assaggio (o nel nostro caso una lettura) per far subito venire alla mente degli user il nostro brand.

#2 Content deve far rima con tecnologia

Se è vero che il contenuto non è mai solo questione di strumento e innovazione, lo è altrettanto che per far bene content marketing è sempre più necessario lavorare anche a livello tecnologico. Sia per posizionarci o donare un’adeguata user experience agli utenti sono molti gli aspetti tecnici a cui dobbiamo, con attenzione, guardare.

È l’esempio del nuovo protocollo https o del http/2, sistemi ormai vitali per rendere il nostro sito performante lato SEO, permettendoci di dare un rilevante aiuto ai contenuti prodotti. Una maggiore velocità di caricamento delle pagine web e l’ottimizzazione dell’ esperienza di navigazione sono alcuni degli elementi salienti dei nuovi protocolli. Plus fondamentali ribaditi a più riprese nel suo intervento da Bastian Grimm, esperto di fama internazionale.

Basti pensare al supporto tecnologico che sta dietro il fenomeno Salvatore Aranzulla, in grado, grazie a soluzioni software dedicate, di portare avanti il suo celebre blog con appena 3 risorse dedicate.

Il legame content/tecnologia torna forte anche quando parliamo di mobile. La fruizione dei contenuti in mobilità è in continua crescita come ben sappiamo, una crescita che difficilmente troverà freno, diventando anzi in futuro lo standard. Un cambio netto che segna profondamente l’approccio ancor prima della realizzazione dei contenuti stessi e che deve gioco forza sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica.

Come ben illustrato da Aleyda Solis, design dedicati, siti sempre più veloci, AMP sono solo alcuni degli elementi tecnici con cui confrontarsi.

Insomma, pare prorpio che non ci sia più content senza nerd.

#3 Content: la monetizzazione è la nuova sfida

Content marketing concept in word tag cloud on white background

Non c’è dubbio che la sfida maggiore lato content sia quella relativa al far propria l’attenzione di utenti sempre più “bombardati”. Un’esigenza complessa, che non conosce regole o formule fisse e che costringe i brand ad uno sforzo quotidiano fatto di ricerca, impegno, qualità, uno sforzo che nonostante l’investimento non sempre dà le positive risposte attese.

In questo macrosistema altamente competitivo dobbiamo inoltre affrontare user evoluti e selettivi nonché strumenti tecnici come gli adblock nati per rendere la vita sempre più difficile. Nasce da tutto questo l’esigenza di un ripensamento degli schemi odierni di monetizzazione dei contenuti, andando oltre le classiche forme di adv (ottima in tal senso la tavola rotonda tra Daniele Sesini, Nicola di Campli, Massimo Squillace e Davide Tran).

Una possibile risposta? Native advertising ma non solo. La soluzione è infatti molto più ampia e non può fermarsi tanto a uno strumento o un mezzo, quanto alla filosofia alla base dell’attività di creazione: mettere l’utente realmente al centro. Tradotto significa progettare attorno alla persona, andando a generare mezzi capaci davvero di creare coinvolgimento ed interazione. Il brand raggiunge i suoi obiettivi solo se prima riesce a creare soddisfazione nell’utente.

#4 Il content dev’essere a prova di “aspettativa”

Ciò che un utente si aspetta da un brand ed i suoi contenuti può far la differenza tra un successo o un insuccesso. Sia ben chiaro, rispettare o tradire tale aspettativa va ben oltre la qualità dei contenuti. Io posso essere soddisfatto di un contenuto di medio livello se la mia aspettativa è bassa, come viceversa non esserlo per un contenuto ben più qualitativo se mi attendevo di più.

Come ha ben spiegato Andrea Saletti, lavorare sulle attese diventa per questo vitale, portandoci dinanzi ad i pensieri e le caratteristiche più recondite della gente. Una questione che va oltre la semplice analisi e che costringe brand e professionsiti ad una conitnua attività di esplorazione delle opinioni, dell’utilizzo dei social, delle emozioni e del sentiment che trasmettono online ed offline.

Un passo oltre le buyer personas, perché più profondo, che tocca discipline come la psicologia comportamentale o il neuromarketing. Tali metodologie, quando applicate al web, ci permettono di conoscere meglio il funzionamento del cervello umano in questi contesti ed individuare le giuste azioni necessarie a non tradire l’attrazione emotiva suscitata nel nostro utente.

Master Online in eCommerce Management: strategie e strumenti per vendere online

Come fanno alcuni negozi online a raggiungere e gestire volumi d’affari enormi? Il ruolo degli eCommerce Manager è ormai fondamentale per le vendite di qualsiasi business. Gli eCommerce Manager hanno il compito di garantire che il negozio online offra un’eccellente esperienza del cliente, ma anche di sviluppare una strategia di business online in collaborazione coi manager di marketing e di prodotto.

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Master Online in eCommerce Management [Giugno – Novembre 2017]

Ninja Academy propone un percorso sull’eCommerce Management che consta di un’esperienza formativa Online di 60 ore.

Seguendo il Master Online in eCommerce Management, riuscirai a:

  • Progettare e scrivere una eCommerce Strategy a 360 gradi
  • Adottare un approccio omnicanale alle vendite online
  • Mappare il mercato di riferimento ed analizzare in maniera approfondita il target
  • Scegliere le piattaforme di vendita più adatte ed orientarti tra i possibili marketplace
  • Comprendere gli step operativi per i processi di internazionalizzazione di un eCommerce
  • Conoscere gli adempimenti normativi fondamentali per vendere online
  • Impostare processi di gestione legati alla logistica ed al magazzino
  • Strutturare attività e piani di marketing per promuovere il tuo negozio online
  • Focalizzarti sui giusti canali di acquisizione clienti e costruire un Customer Care efficiente

Come funziona il Master Online

Il Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy è un Master di specializzazione focalizzato sulle competenze fondamentali per avviare, gestire e far crescere un negozio online.

Il Master Online consta di 60 ore di didattica online: puoi seguire le lezioni ovunque ti trovi, accedendo dal web ad un’aula virtuale ed interagendo dal vivo con la classe.

  • La didattica è completamente online, così come i materiali di studio
  • I Question Time sono progettati come momenti di confronto con i docenti in cui potrai esporre dubbi, richiedere approfondimenti e formulare domande in tempo reale
  • Se non puoi partecipare ai live webinar nel giorno e all’orario prestabilito, Ninja Academy ti offre la possibilità di consultare, senza limiti di tempo, il materiale di ciascuna lezione (video e slide) in modalità On Demand accedendo alla piattaforma e-learning
  • Al termine del corso, previo superamento di un test di valutazione, potrai scaricare il Certificato di Partecipazione

Quali sono gli argomenti del Master Online in eCommerce Management e i rispettivi docenti?

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AREA 1: eCommerce Strategy
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Knowledge for change.
Be Ninja!

Public speaking: 10 lezioni essenziali da TED.com

Alzi la mano chi non si è mai trovato invischiato in presentazioni di cui avrebbe fatto volentieri a meno, o non si è mai ritrovato a fissare l’orologio di nascosto pensando “quando finisce questa tortura?”

Il tempo delle presentazioni, delle conferenze e delle slide in PowerPoint però non pare esser finito, almeno non ancora, quindi da bravi Ninja ci siamo riproposti di fare qualcosa per migliorare questa esperienza, condividendo alcuni segreti per un public speaking di successo.

Segreti di public speaking da TED.com

Diverse ricerche dimostrano che lo “spazio mentale” umano è limitato, e che l’utilizzo delle nuove tecnologie sta facendo progressivamente diminuire la capacità di concentrazione delle persone (al punto che l’attenzione umana sarebbe addirittura inferiore a quella di un pesce rosso!), ecco perché la nuova generazione di presentazioni deve tenere conto di questi aspetti ed essere più concisa, diretta e ingaggiante.

Per strutturare questa serie di regole e consigli, abbiamo deciso di prendere spunto da alcune delle presentazioni di maggior successo sul web e non abbiamo potuto fare a meno di pensare ai video di TED.com, che in pochi minuti riescono a trasmettere “Idee che vale la pena condividere” in modo semplice, breve e memorabile.

Per chi non la conoscesse, TED è un’organizzazione no profit che ha come missione quella di “spargere idee in grado di cambiare il mondo”, e grazie ai TED talks condensa idee straordinarie in un formato di 18 minuti.

Se astrofisici, medici, imprenditori, motivatori e giornalisti di fama internazionale sono riusciti a racchiudere temi complessissimi in solo 18 minuti, vale certamente la pena di capire quali sono i segreti di questo formato.

Ecco quindi che abbiamo selezionato alcune lezioni dagli esperti di TED e le abbiamo mixate con alcune pratiche comunemente applicate in azienda per produrre presentazioni più coinvolgenti, brevi e interessanti.

Chris Anderson TED

Chris Anderson, curatore di TED

1. Non c’è bisogno di dire sempre tutto: scegli una cosa ma dilla bene!

Può capitare nelle presentazioni di farsi prendere dall’ansia del voler dimostrare la propria competenza. Il che può portare a scendere in mille dettagli, poco funzionali alla tematica principale della presentazione.

Cerca di mantenere la tua presentazione breve in termini di minutaggio e slide presentate; questo richiede sforzo per selezionare i contenuti che contano davvero, ma una volta che avrai fatto questo esercizio ti sentirai molto più in controllo dei contenuti e sarà molto più semplice affrontare la presentazione in tranquillità.

PRO TIP – Dimenticati per un attimo delle slide e sfrutta il design thinking: per prima cosa annota l’idea principale della tua presentazione, poi pensa a quali argomentazioni utilizzerai a supporto di questa idea. Scrivi ogni argomentazione su un post-it (non c’è bisogno di essere super-dettagliati, può bastare un titolo), poi riordina i post-it in “capitoli” della tua presentazione. Lavorare su carta anziché a video ti aiuterà ad astrarti dal materiale già in tuo possesso e a riordinare i contenuti seguendo il miglior filo logico, a quel punto passa a riordinare le tue slide nella presentazione.

2. Il magico potere dello storytelling:

Avere un’idea chiara e ben argomentata è certamente di fondamentale importanza, così come avere una storia ben raccontata.

Fin da piccoli ci abituiamo ad ascoltare fiabe e racconti, e secondo i neuroscienziati, trasmettere informazioni attraverso delle storie e utilizzare un linguaggio vivido fa sì che il nostro cervello si accenda e sia più propenso a prestare attenzione ai contenuti.

Mentre stai preparando la tua presentazione, anziché pensare di passare delle informazioni, concentrati sul raccontare una storia. Questo passaggio mentale ti renderà più facile scegliere esempi vividi che seguano il filo conduttore del tuo discorso.

storytelling

PRO TIP – Se sei in difficoltà nel trovare la storia allora fai un passo indietro e pensa: cosa ti emoziona? Di cosa ha bisogno il tuo pubblico? Cosa vorrebbero sentirsi dire? Cosa li farebbe emozionare? Questo esercizio -che all’apparenza può sembrare astratto- ti servirà per riuscire a trovare la storia – o le storie, da raccontare durante la tua presentazione, per mantenere alta la connessione emotiva con il pubblico.

LEGGI ANCHE: Le tecniche di storytelling per i tuoi social

3. Please don’t speak tecnicalese

A nessuno piace correre il rischio di fare brutta figura durante una presentazione, nemmeno alla tua audience. Spesso quando gli interlocutori non comprendono un termine evitano di fare domande, il gergo è un conversation killer, a meno che non sia strettamente necessario, o che tu non abbia un pubblico formato esclusivamente da tecnici, evitalo.

parole chiave

PRO TIP – Ricordati che quando presenti qualcosa non lo stai facendo per te stesso, ma lo stai facendo per gli altri, per questo motivo è sempre bene utilizzare un linguaggio di facile comprensione per i tuoi interlocutori.

Un buon modo per facilitarti in questa impresa è quello di scrivere il discorso come se dovessi spiegare i concetti ad una persona a cui tieni, ma che non è esperta nel tuo settore professionale (buoni esempi includono: fidanzato, genitori o amici). Questo ti permetterà di porti nei panni del tuo interlocutore in modo intuitivo e ti aiuterà a mantenere alto il tono della conversazione, senza però dare per scontati termini e concetti specialistici.

4. Sorprendili!

Partiamo da un presupposto: le persone “spengono il cervello quando credono di stare ascoltando delle informazioni con cui hanno molta familiarità”.

In una situazione di business i tuoi interlocutori verosimilmente saranno interessati a ciò che gli stai per presentare, o comunque saranno obbligati ad ascoltarti. Ma quanto è più gratificante parlare ad un pubblico che sceglie di ascoltare! Inserisci momenti di sorpresa durante il tuo talk, per mantenere alto il livello di attenzione.

sorprendere

PRO TIP – Tra i suggerimenti proposti da Chris Anderson (patron di TED) nel suo libro TED Talks: The Official TED Guide to Public Speaking ricordiamo:

  • Inizia in modo enfatico: se la tua presentazione fosse un film, quale sarebbe la frase iniziale?
  • Solletica la fantasia: c’è una domanda sorprendente che potrebbe essere posta sulla tematica della tua presentazione?

5. Scrivi inizio e fine del discorso

L’inizio di una presentazione è un momento critico: un momento di negoziazione in cui la tua audience deciderà se varrà o meno la pena di prestarti attenzione: è la tua opportunità di dimostrare che hai un contenuto rilevante e importante.

Il finale della presentazione invece è un po’ come il caffè: è l’ultima cosa che rimarrà in testa al tuo pubblico, e quindi è importante che lasci un “buon sapore”, ma anche che li carichi ad alzarsi ed agire.

Assicurati di aprire con un’introduzione altamente engaging e concludere con una riflessione o una call to action, e preparati bene su queste parti: ti aiuterà a sentirti più sicuro di te e a creare una presentazione di maggiore impatto senza l’effetto robotico di quando impari una presentazione completamente a memoria.

Close up on the hands of a young woman as she is writing in a small notepad at a wooden table

PRO TIP – Se sei a corto di idee per il tuo finale ad alto impatto ecco tra le tipologie di finale delineate da Chris Anderson:

  • finale big picture: contestualizza l’idea della tua presentazione in una visione più ampia
  • finale attivo: include una call to action
  • finale soddisfacente: termina il talk in modo simmetrico, riprendendo qualcosa menzionato all’inizio della presentazione, oppure sintetizza i punti salienti della presentazione

6. Caricati psicologicamente

Ti sei preparato, hai la tua scaletta pronta, le idee chiare, hai esempi e perfino una battuta pronta per il tuo pubblico, ma sei ancora un po’ agitato.

Non temere, anche al presentatore più esperto può capitare!

PRO TIP –  Non passare i minuti prima della presentazione ad agitarti. Secondo Gina Barnett (coach di TED), i pensieri negativi tendono a diventare profezie che si auto-avverano. Evita di alimentare l’ansia e ripetiti frasi che ti aiutino a capitalizzare positivamente il nervosismo: quindi NO a frasi del tipo “e se andasse tutto male?” e via libera invece a frasi sulla linea “sono così entusiasta!”, questo esercizio ti aiuterà ad aumentare la sicurezza in te stesso.

7. Utilizza la tua energia nervosa in modo positivo

Non cercare di contenere la tua energia nervosa, ma usala per caricarti!

PRO TIP – Barbara Barnett raccomanda di fare esercizi per sciogliere la tensione e metterla in circolo sotto forma di energia. Tra gli esercizi raccomandati ricordiamo: agitare le mani, fare esercizi isometrici o – perché no – danzare.

8. Respira!

Se sei interessato allo yoga o alle tecniche di rilassamento e mindfulness già saprai che il respiro è uno dei nostri migliori alleati per liberarci dai pensieri e dall’ansia.

Se ti senti agitato prima della tua importante presentazione ricordati che il respiro è sempre con te ed è un’arma potente per sciogliere i nervi.

PRO TIP – Più siamo nervosi e più è difficile riuscire abbandonare il turbinio dei pensieri e concentrarci sul nostro respiro e svuotare la mente.

La raccomandazione è quindi quella di prendere confidenza con il nostro respiro già prima della presentazione. Online puoi trovare diversi podcast e tutorial gratuiti.

Nei momenti prima della presentazione Barnett raccomanda “tre o quattro inalazioni ed esalazioni, calme e regolari. Lascia andare la pancia e permetti al respiro di scendere fino in fondo all’addome. Questo di aiuterà a centrare le tue energie e focalizzare i tuoi pensieri”.

LEGGI ANCHE: Parlare in pubblico, 10 strategie per gli introversi

9. Usa il tono di voce per enfatizzare parole e concetti chiave

Una presentazione monocorde può rapidamente stancare e produrre uno stacco con il tuo pubblico, ma allo stesso tempo non è il caso di avere eccessivi sbalzi durante una presentazione di business, ricorda quindi di adattare sempre il tono della tua voce ai contenuti del tuo discorso.

public speaking

PRO TIP – Rileggendo il tuo discorso sottolinea le parti che avrai bisogno di enfatizzare durante la tua esposizione per rafforzare il tuo discorso. Questo esercizio ti permetterà di rafforzare la tua “mappa mentale” dello speech (rendendolo più memorabile e naturale) e allo stesso tempo ti permetterà di individuare quei concetti che davvero meritano di avere la massima attenzione durante il tuo discorso.

10. Non conta solo cosa dici, ma come lo dici

Un’analisi dei TED talk di maggiore successo ha rivelato un risultato per certi versi sorprendente (o forse no?): il livello di gradimento di uno speaker è lo stesso sia che ascoltino le argomentazioni del presentatore, sia che si limitino a guardarlo.

Sia che vogliamo prendere questo esercizio come un risultato scientifico, sia che preferiamo prenderlo con le pinze, non c’è dubbio ormai che la comunicazione è un mix di messaggi verbali e non verbali. Molte volte ci focalizziamo così tanto sui contenuti che dimentichiamo che stiamo parlando con delle persone, ma questo esperimento ci rivela il fondamentale contributo dei messaggi non verbali nel sostenere il nostro carisma, likeability e percezioni di competenza e intelligenza.

Quando ci prepariamo per “il gran giorno” non dimentichiamoci quindi di prestare attenzione anche ai messaggi che il nostro corpo sta inviando.

PRO TIP – Sempre secondo questo studio, c’è una forte correlazione tra quante volte uno speaker gesticola e numero di visioni su Youtube.

“I TED talks di minor successo hanno avuto una media di 124 mila visualizzazioni, con una media di 272 gesti. I migliori TED talk hanno avuto una media di 7,4 milioni di visualizzazioni e utilizzato in media 465 gesti delle mani… quasi il doppio!”

Alcuni studi dimostrano non solo che le frasi più ricordate sono quelle accompagnate da gesti significativi, ma anche che gesticolare aiuta a concentrarsi, quindi ricordiamoci di lasciar parlare le nostre mani.

Sei alla ricerca di un buon esempio di gestualità? Questo video di Simon Sinek è uno dei più famosi TED talks di tutti i tempi, nonché uno di quelli in cui viene gesticolato di più (circa 600 volte!), da non perdere.

L’undicesimo comandamento: sii te stesso

Esistono innumerevoli altre raccomandazioni per produrre presentazioni di successo che troverai utilissime, ma ricordati: non c’è bisogno di seguirle tutte ogni volta. Un aspetto chiave per creare un rapporto con il tuo pubblico è la freschezza, quindi non lasciare che una serie di regole ti ingessino troppo.

Siediti, fai un respiro profondo (o tre), e sii te stesso/a!

Social Media Factory 2017: ai nastri di partenza Milano e Roma

Social Media Factory 2017: ai nastri di partenza Milano e Roma

Creatività, analisi, visione fuori dagli schemi e capacità di fare gruppo: queste sono solo alcune delle skill richieste ai guerrieri della Ninja Factory che partecipano al Master Online in Social Media Marketing, che ha appena avuto inizio nello spazio Tim #Wcap di Milano e Roma.

Un percorso che si concluderà a luglio, dopo un percorso di 10 briefing diversi stilati in collaborazione con il nostro partner Ceres.
Una sfida senza esclusione di colpi!

Come è andata la prima giornata formativa? Ecco il racconto dei due inviati Ninja all’evento!

Qui Milano, di Andrea Pitturru

factory milano

Dopo le prime presentazioni, i due tutor Michaela Matichecchia e Stefano Besana hanno spiegato agli studenti della Factory un concetto molto importante: durante il percorso, si ritroveranno, come veri Ninja, a fronteggiare richieste nuove, inaspettate, ma grazie alle lezioni e ai concetti appresi in classe avranno tutti gli strumenti per fronteggiare ogni sfida!

Il principio guida generale è l’Envisioning 2.0: una visione pragmatica, data dalla conoscenza e dalla competenza su tutti i maggiori strumenti di comunicazione e marketing 2.0, connettendoli tra loro integrando i diversi media online e offline, per la costruzione di una strategia di comunicazione. Il tutto combinato… in maniera creativa!

Questo principio non è applicabile individualmente, ma in team. E qui nasce la loro sfida più grande: nascere come gruppo, diventare squadra!
Questo potrà avvenire soltanto avendo un obiettivo comune condiviso e, soprattutto, dei ruoli definiti: come in una squadra infatti, solo sapendo qual è il compito di ognuno, si può vincere la partita.

E come in ogni squadra che si rispetti, ogni team avrà un capogruppo, il ruolo più importante: dare ritmo e tenere tutti uniti.

Si è poi passati al primo Brief, made in Ceres.

L’obiettivo sarà quello di creare una social media strategy che identifichi l’universo digital di Ceres dando un ruolo ed un target primario per ogni canale.

Suggerimenti? Non avere paura di sbagliare! Come Ceres continua a dimostrare, si deve cercare la creatività, spingersi oltre ogni limite.

Qui Roma, di Marzia Fiori Andreoni

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Il digitale è all’ordine del giorno, ma non possiamo paragonarlo all’energia che possono darti tante persone riunite, tutte con la stessa voglia di fare e di imparare: ecco l’atmosfera che si respirava alla Factory di Roma!

Sì, perché i partecipanti, ognuno con le proprie storie e il proprio background che spazia tra gli ambiti più disparati, hanno tutti dimostrato di voler migliorare le proprie skills, di aumentare le proprie conoscenze e di metterle subito in pratica.

Tutte ambizioni che i tutor, Simone Mariani e Cinzia Gallenzi, hanno accolto favorevolmente restituendo un messaggio importante: un percorso può avere i suoi sbandamenti ma è necessario riprendere la rotta giusta e fare tesoro degli errori. L’importante è lanciarsi, è vero! Ma è fondamentale non improvvisare e questo percorso, fatto di pratica e di teoria, servirà proprio a questo!

Dopo i consigli dei tutor e le presentazioni di tutti i partecipanti si è entrati subito nel vivo e, come sappiamo, per immergersi il più possibile nella vita d’agenzia fondamentale è lavorare in team: questa è la prima competenza richiesta e allora perché aspettare?! Anche a Roma sono nati 6 gruppi che fin da subito hanno dimostrato grande sintonia!

Quasi al termine della mattinata hanno ricevuto lo stesso Brief firmato Ceres che ha destato subito grande interesse e attenzione. Da ora prende il via il percorso pratico: creatività, confronto, progettazione, scadenze e consegne!

Riusciranno i nostri Guerrieri a portare avanti i loro task? Lo scopriremo il 27 maggio, sempre tra Roma e Milano!
Intanto Buon lavoro… and Be Ninja!

La Social Media Factory è cominciata, ma sei ancora in tempo per iscriverti al Master Online in Social Media Marketing!

Come usare i video su LinkedIn

Continuiamo a cercare di capire come sfruttare al meglio le possibilità dei video nella promozione della vostra azienda. E se di business si parla, come non citare LinkedIn? Oggi scopriremo come utilizzare i video nella piattaforma numero uno nelle interazioni professionali.

La scelta dei video su Linkedin deve essere ovviamente adatta al contesto e, selezionando con attenzione il contenuto, può dare maggiore credibilità alle vostre competenze, può diventare una vetrina per i vostri prodotti o contribuire a dare solidità alla vostra azienda.

Iniziamo dalle basi, ovvero cerchiamo di capire dove si possono visualizzare i video su LinkedIn. Avete tre possibilità: il vostro profilo, LinkedIn Publisher e le updates. Potete condividere link di Youtube, Vimeo, ma anche da Facebook e da Periscope. Per farlo è sufficiente cliccare sul bottone Collega a file Multimediale. Qui comparirà una casella di testo in cui inserire il link desiderato e cliccare su Aggiungi.

Il Profilo

Ok, ma perché e in che contesto è opportuno inserire un video? Senza farvi prendere la mano, cercate di valutare dove la vostra azienda può effettivamente ottenere del valore aggiunto dall’utilizzo di questo tipo di contenuto. Forse vi potrebbe essere utile dare un boost al profilo, aggiungendo un video nella descrizione, nelle esperienze o nella formazione.

Sempre all’interno del profilo, valutate se inserire video di prodotti, interviste o altri elementi significativi del settore (un booktrailer per un autore, uno showereel per un video maker).

Gli Articoli

La sezione dedicata alla pubblicazione degli articoli offre diverse possibilità ai video. Inserirli è semplicissimo: basta copiare il link e voilà. Quel che è più difficile è, come sempre, capire cosa inserire.

Avendo a disposizione un testo di 400 parole, valutate come coniugare al meglio le informazioni testuali a quelle del video. Se, ad esempio, inseriscte un tutorial o un webinar, potreste utilizzare lo spazio di testo per dare brevi appunti e cenni su quel che verrà poi approfondito nel video.

Le News

Forse è più scontato utilizzare i link nella sezione della timeline, ma è comunque un ottimo modo per farsi notare nel flusso di informazioni. Ovviamente il contenuto deve essere rilevante, per cui non limitatevi a riproporre materiale di archivio ma cercate di dare informazioni aggiornate, legate al momento e ai bisogni dei vostri prospect.

Se condividete il contenuto di altri non dimenticate la mention (ma senza esagerare) e, ma ormai lo sapete, non condividete qualcosa soltanto perché vi ha colpito, ma valutate se possa colpire anche il vostro target.

Queste semplici linee guida vi faranno scoprire un mondo ancora largamente inesplorato, per cui buon lavoro.