Facebook annuncia le novità per la monetizzazione dei Video Live

Brian Boland, VP of Publisher Solutions & Maria Angelidou-Smith, Product Manager hanno annunciato sul blog ufficiale di Facebook le novità in ambito monetizzazione dei contenuti video presenti sul social network.

Negli ultimi mesi un piccolo gruppo di video creator ha testato gli Ad Breaks per monetizzare i propri video in Facebook Live. Come indica il nome, questi annunci consentono di inserire brevi pause per annunci pubblicitari durante il proprio streaming. Se il broadcaster decide di inserire queste pause pubblicitarie agli utenti che seguono lo streaming verrà proposto un annuncio in stream.

Come utilizzare gli Ad Breaks durante i Live Video?

  • Puoi inserire un break pubblicitario durante qualsiasi Live Video che raggiunga almeno 300 spettatori simultanei cliccando sull’icona $ all’interno della finestra del Live.

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  • Puoi lanciare il primo break dopo almeno 4 minuti di diretta. Puoi aggiungere ulteriori break almeno dopo 5 minuti da quello precedente.
  • Ogni break dura fino a 20 secondi.

Qui potrete trovare una guida dettagliata sugli Ad Break.

Le novità però non finiscono qui. Per chi non lo sapesse, Audience Network è un servizio che posiziona gli annunci degli inserzionisti di Facebook all’interno di siti e app di terze parti. La novità è che da oggi i publisher potranno raggiungere la propria audience anche con degli annunci video, sia da mobile che da desktop.

Facebook inoltre rivela che sta testando gli Ad Breaks anche all’interno di Video ON-DEMAND. Sarà possibile infatti inserire i break pubblicitari nei video caricati dai publisher. Quest’opportunità pare proprio strizzare l’occhio alla TV, ai suoi broadcaster e alle possibilità di integrazione dei programmi con Facebook.

La content strategy del less is more

Quest’articolo è stato scritto da Valentina Falcinelli, Direttore creativo di Pennamontata e Docente del Corso Online in Content Marketing di Ninja Academy.

Valentina Falcinelli

Una manciata di giorni fa ho letto, sul sito di Buzzsumo, un articolo sul principio del less is more applicato alla content strategy. Mi è piaciuto così tanto che ho pensato di parlartene, ovviamente aggiungendo quello che è il mio personale punto di vista.

La questione, in sostanza, è questa: in una strategia di content marketing la quantità non è tutto. Ripeto: la quantità non è tutto. Questo concetto può sembrare banale ma – ahinoi – a molte aziende ancora non è chiaro. Sono tanti gli articoli di scarsissimo valore che vengono pubblicati ogni giorno nei blog aziendali; troppe le DEM mascherate da newsletter; infiniti i post Facebook che sembrano più dei volantini commerciali che, per l’appunto, post pensati per Facebook.

In questa sede voglio concentrarmi perlopiù sui blog post e farti riflettere sull’approccio del less is more. Approccio che, io stessa, ho fatto mio con successo.

I tre punti cardine del principio “less is more”

Come ogni principio che si rispetti, anche quello del less is more ha i suoi punti cardine. Per me sono questi.

  1. Scrivere meno non significa risparmiare.
  2. Il principio “less is more” non va bene per tutti i brand.
  3. Scrivere meno non significa perdere traffico.

Vediamoli nel dettaglio.

Scrivere meno non significa risparmiare

Pensare che pubblicare meno articoli voglia dire risparmiare è un grave errore. Applicare alla propria content strategy il principio del “less is more” non fa risparmiare proprio un bel niente, né tempo né denaro.

Il motivo? Semplice. Less is more si applica solo al numero di articoli pubblicati e non, per esempio, alla loro lunghezza. In genere, infatti, i blog post di una content strategy che fa leva su questo principio sono dei veri e propri compendi. Sono delle guide. Sono sempre frutto di un lavoro di studio, ricerca, analisi, confronto, interazione con altri autori.

Attractive african girl is studying in cafeteria. She is making notes and smiling

Ti faccio un esempio. Di recente, sul blog di Pennamontata, abbiamo pubblicato un post dedicato al SEO copywriting, nello specifico alle intenzioni di ricerca delle persone. Stefania, l’autrice, ha impiegato una settimana di tempo – ovviamente non piena – per realizzarlo; si è interfacciata con il SEO Gianluca Fiorelli, ha commissionato alla nostra graphic designer due grafiche, ha realizzato diversi screenshot di supporto al testo. Il risultato è un articolo molto, molto, molto lungo. Un articolo che è stato condiviso più di mille volte, con un tempo medio di lettura di oltre cinque minuti. Per me sarebbe impensabile riuscire a pubblicare ogni settimana un post del genere; infatti io e il mio team abbiamo abbracciato il “less is more” e pubblichiamo solo 2 articoli al mese. Probabilmente impiegheremmo meno tempo a scrivere 2 articoli a settimana con un taglio meno specialistico, ma ognuno sceglie la propria content strategy. E quella del less is more non fa sconti: meno articoli, più lavoro.

Il principio “less is more” non va bene per tutti i brand

Non tutte le aziende, così come non tutti i freelance, possono o, devono, far leva sul principio “less is more” per la propria content strategy.

Penso, per esempio, a quei professionisti noti non tanto per gli argomenti “tecnici” trattati nei loro canali, quanto per la loro personalità. A loro consiglierei una strategia di pubblicazione massiccia. Penso anche a brand che hanno bisogno di aumentare sensibilmente il traffico e hanno bisogno di premere sull’acceleratore della produzione.

Alcune ricerche condotte da Hubspot e da Neil Patel, infatti, dimostrano che una produzione elevata di contenuti può aumentare sia il traffico sia i lead. Nello specifico, Neil Patel ha dichiarato che, aumentando i blog post del sito Kissmetrics da 5 a 6 alla settimana, ha aumentato il traffico mensile del 18%. Cosa significa questo? Che pubblicare di meno ci fa perdere traffico? No.

Scrivere meno non significa perdere traffico

Se aumentare la produzione di contenuti può aiutare ad aumentare il traffico (il principio è semplice: più pagine indicizzate, più possibilità di accesso al proprio sito), diminuirla e puntare su contenuti con un certo tipo di taglio non va certo a dimezzarlo.

Traffico web

Ripeto: diminuire la produzione di contenuti, puntando su articoli con un certo taglio, non va a dimezzare il traffico del sito. Rileggi bene questa frase perché, al suo interno, ho inserito un elemento chiave: “un certo taglio”. Sì, perché come ti ho già detto, gli articoli di una content strategy basata sul less is more devono essere:

  • densi di informazioni;
  • ricchi di immagini a supporto del testo;
  • originali, quindi frutto di studio, ricerca, analisi, confronto e interazione con altri autori.

Non basta di certo scrivere un articolo lungo. L’articolo lungo, nel suo piccolo, deve essere l’opera magna del topic trattato.

E ora, a te la scelta: “less is more” o “more and more”?

 

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blackberry mercato degli smartphone

Addio a BlackBerry: il mercato degli smartphone dominato da Samsung, Apple e Huawei

C’è chi punta tutto sul vintage facendo rivivere il suo modello storico 3310, come Nokia, e chi invece, davanti al mercato degli smartphone, si arrende all’evidenza che convertire il business al software è l’unica strada per sopravvivere.

E poi ci sono i brand cinesi in crescita come Huawei o ancora chi combatte per il secondo e il primo posto tra i device più venduti, andando oltre rispetto alla guerra dei sistemi operativi più utilizzati.

Insomma il mondo della comunicazione mobile sta vedendo in questi ultimi anni un cambio serrato tra i marchi più conosciuti, in un duopolio ormai consolidato in ambito di sistemi operativi, tra i quali Android e iOS dominano la classifica, ma con un trono che non è facile da difendere.

Samsung o Apple, Android o iOS, il mondo della tecnologia in mano a due big player, prima che i cinesi si facciano avanti

iphone mercato degli smartphone

Per il 2016 è Samsung il vincitore con una quota di mercato che da sola fa il 19,2% contro l’11,5% di Apple e che, nonostante i problemi con il modello Galaxy Note 7, si aggiudica il primato di vendite. Il suo sistema operativo Made in Google, intanto, registra il primato di vendita con 352 milioni di cellulari venduti, contro i 77 milioni di iOS.

La notizia, però, è un’altra: il mercato degli smartphone è in pieno stallo.

Si tratta di un mercato che sta andando verso una domanda stabile di coloro che sono stati alla ricerca di un device tecnologicamente avanzato e che lo hanno comprato negli anni scorsi senza vedere nel nuovo modello delle vere innovazioni tecnologiche. Il vero segreto per continuare ad essere il brand più venduto sul mercato, oggi, è riuscire a dare tutta la tecnologia conosciuta ad un prezzo contenuto, come solo i brand cinesi stanno riuscendo a fare.

Seppur gli smartphone venduti nel 2016 sono stati diversi centinaia di milioni, per Samsung ed Apple ci sono stati degli incidenti di percorso. Il primo ha dovuto affrontare una crisis communication per le esplosioni del modello Galaxy Note 7, con un crollo della quota di mercato del 4,4%. L’azienda della Mela, invece, continua ad avere problemi nell’acquisizione di quote di mercato in Cina, uno dei Paesi che ha registrato l’incremento maggiore di vendite, ma dove Apple non riesce a sfondare a causa della concorrenza sfrenata dei brand locali che stanno continuando ad incrementare la loro quota di mercato.

LEGGI ANCHE: Samsung sospende la vendita del Galaxy Note 7

BlackBerry, riconvertire per ripartire, da costruttore di cellulari a programmatore di software

blackberry mercato degli smartphone

Tra coloro, invece, che da colossi mondiali nel campo della produzione di device mobili stanno cercando di riconvertire per rimanere sul mercato, troviamo BlackBerry, il telefono più celebre e conosciuto dalle mani degli uomini d’affari, ormai largamente sostituito da Samsung e Apple, anche a causa delle diverse promozioni che le stesse compagnie telefoniche creano intorno a questi brand.

Dopo le vendite catastrofiche del più recente BlackBerry Priv con sistema Android, che hanno registrato 600 mila unità vendute contro le 800 previste – forse anche a causa del prezzo – Blackberry oggi è ad un bivio:

  • rimanere nel settore smartphone, ma fare qualcosa per svoltare definitivamente
  • oppure concentrarsi sul reparto programmazione e software, che invece ha registrato 527 milioni di incasso, e che oggi sarebbein grado di tenere i bilanci dell’azienda in attivo.

Alcune fonti prospettano un lancio di tre nuovi modelli entro il 2017, che dovrebbero rappresentare l’ultima chance per Blackberry, che altrimenti dovrà arrendersi a convertirsi in società di servizi, lasciando il suo posto a Samsung, Apple e Huawei e ritirandosi nel mondo del vintage.

Da Microsoft ai brand cinesi, ecco chi si parla dal terzo posto in giù nel mercato degli smartphone

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Microsoft il grande assente con i suoi smartphone, registra profitti in calo nel campo mobile, ma segna nuove entrate grazie a servizi cloud e licenze software. Unico prodotto tecnologico della linea che mostra segnali di crescita è Surface, ibrido tra tablet, cellulare e vero e proprio notebook. Si potrebbe definire quindi grande assente nel campo smartphone, ma in ricollocazione sul mercato tablet e servizi.

Ultimi, ma non ultimi, visti i risultati di andamento, sono i brand cinesi che guadagnano il terzo posto partendo dalla più conosciuta Huawei, ma anche grazie a Oppo e BBK con la loro caratteristica di associare alla migliore tecnologia del mercato con un prezzo contenuto, molto apprezzato dall’utente finale.

I dispositivi cinesi operanti con Android hanno registrato per il 2016 complessivamente circa 77 milioni di esemplari venduti, prendendo proprio il posto dei vecchi e cari Blackberry, Windows, Asus e LG.

Un mercato in stallo, insomma, ma con nuovi modelli continuamente lanciati sul mercato, innovativi più per design che per tecnologia proposta. Gli italiani per il 2016 hanno preferito Samsung, ma nessuno è mai al sicuro!

H2H marketing: come avvicinare la comunicazione aziendale alle persone

Ci hanno insegnato a pensare in ottica di B2B, business to business, e di B2C, business to consumer, ma in futuro si parlerà sempre più di H2H, human to human.

H2H, cioè?

La sigla serve a identificare un approccio, un modo di porsi nei confronti del marketing e della comunicazione. Parlando di H2H, non è più l’azienda o il consumatore a cui ci rivolgiamo, ma  la singola persona.

Human to Human significa letteralmente persona a persona. Parlare alle persone, rivolgersi a loro singolarmente, capire le loro necessità e trovare una risposta ai singoli bisogni è ciò che un’azienda dovrebbe fare.

Ma in quali momenti bisogna parlare alle persone?

Sempre.

È importante focalizzare l’attenzione sull’individuo come persona e non solo come consumatore. Da quando si decide la strategia di marketing a quando si imposta la singola newsletter o il post su Facebook, è sempre importante parlare alle persone.

La comunicazione rivolta alle persone non è solo un obiettivo ma un atteggiamento mentale.

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Rivolgersi alle persone

Proviamo a guardare la cosa da un altro punto di vista. Oggi il team di marketing si riunisce all’interno dell’azienda in cui lavori per definire la strategia e le azioni operative. Una delle parole più utilizzate sarà: target. Ogni decisione è presa in funzione del target, ovvero del gruppo di consumatori interessanti che possono tramutarsi in clienti.

Adesso è il momento di fare il passo in più e passare dal target alle personas e quindi, dai consumatori visti come un aggregato di analisi statistiche, alle persone fisiche descritte nel modo più dettagliato possibile fino a quando non prenderanno vita davanti noi.

Ogni personas è un profilo tipo che corrisponde a un gruppo di individui interessanti per il business, di solito se ne individuano tre o quattro.

Una tipologia di personas per un’azienda che produce vestiti ecologici per neonati, ad esempio, è Nina, neo-mamma tra i 28 e i 38 anni, lavora e vive in una grande città, è attenta alla moda, ma allo stesso tempo mette al primo posto il bene del bambino e da quando è diventata mamma cerca di avvicinarsi a un modo di vivere più slow e attento.

Nina è la personas a cui l’azienda deve rivolgersi.

Parla come mangi

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Basta con l’aziendalese, per favore.

Frasi come “la nostra azienda è leader di mercato”, “i nostri prodotti sono i migliori”, “offriamo servizi a trecentosessanta gradi” suonano familiari?

Se fossi tu a essere interessato a un prodotto e leggessi sul sito, sulla newsletter, o su una landing una frase del genere, che effetto ti farebbe? Suscita qualche emozione? Probabilmente la risposta è no. Calma piatta.

Invece l’obiettivo di un testo, di una pubblicità o di un’immagine è quella di fare centro. Per farlo bisogna intercettare i bisogni delle tue personas al momento giusto.

Basta, quindi, con le frasi fatte, che si adattano a qualsiasi contesto, ma che, alla fine, non vogliono dire niente.

Parla a Nina

Ma potrebbe essere Luigi o Pincopallo. Insomma, definisci la tua personas il più possibile nel dettaglio: genere, età, che lavoro fanno, che luoghi frequentano, cosa piace, cosa non piace, sono sposate, hanno dei figli, quali aspirazioni hanno, vanno in palestra…?

Più entri nel dettaglio più le personas prendono vita e più sarà facile parlare direttamente a ognuna di loro. Ricorda, le parole devono essere gustosi stuzzichini per chi legge.

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Torniamo al nostro esempio: l’azienda che produce abbigliamento ecologico per bambini. Nina, neo-mamma stanca e stremata ma felice, cerca su internet consigli su come cavarsela nel nuovo ruolo di genitrice e su quali prodotti acquistare per il bene del suo pargolo. È giovane, lavora e ha sempre amato la moda. Ha un bello stile, curato e cerca un brand che le assomigli e che parli la sua lingua. Da quando è diventata madre, non ha più avuto molto tempo da dedicare a se stessa, ma ora vorrebbe coccolarsi un po’.

Senti qua: “Per il tuo bambino e per te, vestiti morbidi, piacevoli da indossare, in fibra naturale, fatti in Italia”.

Invece che: “La nostra azienda produce abbigliamento per neonati in fibra organica, 100% naturale”.

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Come leggi nell’esempio qui sopra, già il semplice concetto aziendale può essere espresso in modo che sia più vicino a Nina e che Nina lo possa fare suo. Immagina quando tutta la comunicazione aziendale e le azioni di marketing ruoteranno attorno alle tue personas.

Ecco qualche consiglio per trasformare la comunicazione aziendale da B2C o B2B a H2H:

  • Definisci il pubblico di personas e parla a loro direttamente, elimina il voi, preferisci il tu anche se ti rivolgi ai professionisti

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  • Intercetta un bisogno o un problema specifico: uno alla volta. Fai leva sulle emozioniSchermata 2017-02-21 alle 18.45.08
  • Elimina l’aziendalese, le frasi fatte, generiche che vanno bene in un qualsiasi contesto e punta sulla concretezzaSchermata 2017-02-21 alle 18.46.09

 

  • Punta sulla necessità momentanea. Per esempio: qual è l’ora migliore per lanciare un annuncio di un ristorante take away? Hai pensato anche tu l’ora di cena giusto?
  • Definisci l’area geografica, soprattutto se la tua attività è circoscritta come nel caso del ristorante take away
  • Usa gli strumenti che Facebook e Google ti mettono a disposizione per creare annunci sempre più mirati e personali, come gli strumenti per scegliere il target e quelli di remarketing

L’ultimo suggerimento che è non smettere mai di fare ricerca e di studiare le tue personas, leggendo i commenti che ti lasciano i clienti e mettendo a punto questionari e sondaggi mirati. Un lavoraccio? Forse, ma è fatica ben spesa!

Dal social all’entertainment, dove punta il mercato delle app

Quali sono state le app che hanno avuto la meglio nel 2016?

Secondo un report dell’azienda di app intelligence Sensor Tower, la spesa che gli utenti degli Stati Uniti sostengono nell’acquisto di iPhone app è in costante crescita anno dopo anno, in particolare nel 2016 il settore che ha battuto tutti è quello delle app di entertainment. L’incremento della spesa per quel che riguarda servizi come Netflix, Hulu e HBO NOW, stando ai dati, aumenta del 130% anno dopo anno.

Intrattenimento e gioco: gli utenti USA spendono di più in app

Il fenomeno dell’abbandono della pay tv a favore di servizi di streaming trova nelle app di entertainment il suo completamento: HBO ha annunciato che la sua app HBO NOW è cresciuta di 2 milioni di abbonati, ha particamente più che raddoppiato la sua base di iscritti rispetto all’anno precedente. Per Netflix discorso analogo, il fatturato lordo dell’ultimo trimestre del 2016 ammonta a 58 milioni di dollari.

Techcrunch - Users spent more on apps in 2016, with games and entertainment apps leading the way

Techcrunch – Users spent more on apps in 2016, with games and entertainment apps leading the way

Naturalmente il trend crescente dei servizi di abbonamento relativamente alle app interessa anche altre categorie ma, in quanto a numeri, le cifre sono più basse. Ad esempio, sempre negli Stati Uniti, la categoria foto e video è cresciuta grazie all’aumento degli iscritti alla versione a pagamento di YouTube, YouTube Red.

Allo stesso tempo anche il versante social network vede un aumento degli iscritti per abbonamento. In che senso? Pare che questo dato faccia in primo luogo riferimento al servizio di abbonamento messo a disposizione nei primi mesi del 2015 da Tinder, la più nota dating app. Il che è tutto dire ma ricordiamoci che stiamo descrivendo il mercato americano.

Tra i settori in crescita per abbonamenti non poteva mancare la categoria musica, con una crescita da 3.40$ a 3.60$ grazie al successo delle top apps Spotify e Pandora con le loro vaste offerte di abbonamento.

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Ma attenzione perché il re indiscusso in ambito app subscrition si riconferma il settore del game: nel 2016 ha l’80% del fatturato generato dall’App Store. Negli U.S.A. nel 2016 è stata stimata una spesa di 27$ da dispositivo iPhone in questa categoria, praticamente ogni utente ha speso circa 2$ in più rispetto al 2015, il che non è poco.
Tutto positivo, è vero, ma è necessaria un’osservazione: anche se questa categoria regna su tutte, ha registrato un lieve calo per quanto riguarda il numero di app download ovvero, la cifra spesa è aumentata ma è diminuito il numero di app su cui questo denaro è impiegato. Una contrazione che molto probabilmente va fatta risalire al fenomeno Pokémon Go, davvero rilevante.

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In generale per quanto riguarda il dato sul download app, il 2016 ha portato con sé un lieve calo su tutti i fronti ma il fatturato è aumentato, dunque questo implica che farsi strada in questo ambiente non è facile e i nuovi arrivati hanno di fronte a sé una strada piuttosto tortuosa per raggiungere il successo. Più facile si dimostra il cammino per le app già da tempo consolidate.

Più chat e meno navigazione per gli utenti italiani

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Anche nel Bel Paese scopriamo dati interessanti e per certi versi un po’ preoccupanti. Stando ai dati di Comscore, se nel 2003 l’Italia aveva il primato assoluto sulla penetrazione dei telefonini, oggi quel dato che sfoggiavamo con successo non ci riguarda più: il possesso di smartphone è al 73%, in classifica ci troviamo dopo Inghilterra (75%), Stati Uniti (80%), Spagna e Francia (82%) e Germania (85%).

Fin qui, non dobbiamo preoccuparci molto. Un po’ più rilevante è il dato che descrive l’uso che di questi smartphone ne facciamo. Da una ricerca sui dispositivi Android e stando alle parole di Fabrizio Angelini, a capo di Comscore, abbiamo ormai barattato l’uso del Web da pc con l’uso da mobile, solo che non navighiamo più. Gli smartphone nelle nostre mani assolvono a due funzioni principali: social network e chat. Per fare due nomi a caso: Facebook e Whatsapp.

Il fenomeno del video streaming è anche italiano ma sempre in coda rispetto allo scambio di commenti via chat o social. Spendiamo il 65 % del nostro tempo tra social network e chat. Riserviamo solo il 3% a news e ricerche online.

Dunque se negli Stati Uniti la prima categoria è l’intrattenimento nelle sue varie forme, in Italia al primo posto ci sono le chat. Lo avresti mai detto?

Growth Hacking

Strategie di Growth Hacking per ogni business

Far crescere un business non è cosa facile: è necessario soddisfare i propri clienti ogni giorno, cercare di renderli fedeli ed allo stesso tempo provare ad acquisirne di nuovi. A tal proposito ci viene in aiuto il Growth Hacking, un settore più specifico  del marketing di cui sempre più spesso si sente parlare e che consiste nell’applicare strategie di marketing non convenzionale per avere successo e crescere più velocemente.

Oggi ti accompagniamo nella scoperta di alcune strategie di Growth Hacking con piccoli suggerimenti che ogni business può implementare.

Sii attivo al momento giusto

Strategie di Growth Hacking per tutti i business

L’inizio della settimana è tipicamente il momento migliore per catturare l’attenzione delle persone, per questo sarebbe meglio programmare i propri contenuti e pubblicarli tra il martedì e il mercoledì.

Ovviamente non si tratta di valori assoluti e come sempre, è bene analizzare attentamente la propria audience per capire quali siano i momenti in cui le persone sono più attive.

Mantieni visibile l’iscrizione alla newsletter

Posiziona l’invito a ricevere comunicazioni e newsletter nella parte alta della pagina. Si può scegliere tra un opt-in statico o dinamico, tenendo sempre in considerazione l’usabilità anche per coloro che visitano il sito tramite smartphone o tablet.

Strategie di Growth Hacking per tutti i businessLEGGI ANCHE: Email Marketing: come ottimizzare DEM e Newsletter?

Incorpora i contenuti dei social sul sito

Inserire tweet o altro contenuto social direttamente nel proprio sito è un’ottima maniera per costruire un sentimento di fiducia. Infatti, le recensioni e le opinioni di altri consumatori sono percepite più affidabili se è possibile risalire in maniera facile alla loro fonte.

Attento ai broken link

I link sono di vitale importanza quando si parla di SEO. Un broken link è un collegamento che conduce ad una risorsa non disponibile e quindi gli utenti che vi cliccheranno andranno incontro ad un messaggio d’errore. Ciò rappresenta ovviamente un problema che però può essere risolto monitorando costantemente i link all’interno dei propri contenuti.

Growth Hacking

Connettiti con gli influencer

Ogni settore ha delle persone che esercitano una certa influenza sugli altri, le cui opinioni ed esperienze sono fonte d’interesse ed ispirazione. Cerca di raggiungere questi influencer e offri loro sconti o campioni omaggio in cambio di promozione.

Migliora la user experience per i nuovi clienti

I nuovi clienti hanno dei bisogni differenti rispetto ai clienti abituali e sono molto più critici: è essenziale riuscire a soddisfare le loro aspettative se non superarle. In caso di una prima transazione poi, cercate di continuare a fornire contenuti per mantenere il rapporto attivo.

growth hacking user experience

Growth Hacking: fallo ora!

Questi sono solo alcuni dei consigli che possono aiutarti a far crescere la tua impresa ma è bene sottolineare che per avere successo non è sufficiente applicare meccanicamente qualche concetto appreso in un articolo o su un libro. Sperimentare, ascoltare casi di studio e mettersi alla prova sarà il miglior metodo di apprendimento.

Inizia a pensare out of the box, approfondisci l’argomento e metti in gioco le tue idee innovative per catturare l’attenzione del tuo target.

Scopri le tecniche e gli strumenti per ampliare il business ed ottimizzare le campagne nel Corso Online in Growth Hacking & Performance Marketing di Ninja Academy (formula Online + LAB): a 25 ore di didattica online puoi abbinare 16 ore di aula pratica a Milano

Week in Social: stories, stories ovunque!

Buongiorno cari Ninja e ben trovati con il consueto appuntamento della Week in Social, la rubrica che esplora tutte le novità della settimana. Pronti, partenza, via!

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Storie su WhatsApp

Un’ottima annata per essere una story.
È di qualche ora fa l’aggiornamento di WhatsApp che, dopo resistenze nemmeno troppo evidenti, converte una delle app per l’instant messaging più usate al mondo agli aggiornamenti in tempo reale sui social (e in effetti, mancava solo lei).

Per già molti utenti da qualche giorno è possibile aggiornare gli status tramite le stories, che scompaiono dopo 24h, esattamente come accadde già per Instagram e anche per Facebook (da appena qualche giorno). Insomma, sono arrivate le WhatsApp Stories. Facebook aveva già lanciato l’aggiornamento che lo vedeva omologarsi a questo template e così anche WhatsApp non ha tardato ad omologarsi.

La domanda è, perché? Sicuramente dietro l’aggiornamento c’è una strategia di marketing. L’upload delle storie potrebbe infatti permettere e semplificare il processo di inserimento di inserzioni all’interno dell’app. Questa è solo una sensazione, ma sicuramente la porta in tal senso è semi aperta. L’aggiunta delle Stories (o aggiornamenti di Stato) così come è successo sul social network per Facebook non è certo un modo mero e puro di impicciarsi degli affari degli altri, ma sembra far parte di un piano di marketing più ampio che, si sa, vede al centro le inserzioni. Voi che ne pensate? Siamo troppo maliziosi noi?

Sicuramente, lo strumento delle Stories permette un maggior coinvolgimento da parte dell’utente, anche se gli si proponessero delle inserzioni, che produrrebbero quindi un maggior engagement rispetto al banner pubblicitario classico. Non per niente questo metodo è già stato ampliamento collaudato dai brand su Instagram. Per ora non è niente di certo, ma poi non dite che non vi avevamo avvisati…

Instagram e gli album

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Il social network per la condivisione fotografico per eccellenza continua i suoi aggiornamenti per rendere i contenuti sempre più interattivi e coinvolgenti nei confronti degli utenti: è di qualche giorno fa l’aggiornamento che consentirà di pubblicare degli album su Instagram.

Fino a dieci foto o video, visualizzate come fosse un vero e proprio album fotografico all’interno di un singolo post. L’assetto visual non si differenzierà molto da quello a cui siamo abituati, ma la sensazione è che ci sia posti come obiettivo quello di semplificare la fruizione dei contenuti per dare un senso di continuità all’utente, che sarà messo nella condizione di poter raccontare meglio un singolo episodio della sua giornata attraverso più contenuti multimediali.

Facebook Stories

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Dopo un esordio a singhiozzo delle Stories su Facebook (sempre loro), che si propongono come sostitutivo definitivo di Snapchat, sia per la presenza dei filtri simpatici, sia per l’assetto generale dell’applicazione, chiudiamo in bellezza con una novità #nopovery: la nuova funzione Facebook che permette di inviare denaro a livello nazionale Via Messenger, ma solo agli utenti negli Stati Uniti. A rendere possibile questa operazione, la start-up londinese TransferWise, creatrice di un chatbot finalizzato a questo scopo.

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Questo chatbot consentirà agli utenti di inviare denaro ai propri contatti da e verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Gran Bretagna. Oltre all’invio di somme di denaro, questa applicazione potrà essere utilizzata anche per impostare avvisi di scambio.

Per questa settimana abbiamo concluso, ma questo 2017 si sta già dimostrando ricco di novità social, che non vi resta che scoprire ogni settimana nella nostra #weekinsocial!

fashion

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media?

Che rapporto c’è tra i social media e i fashion addicted? Se lo sono chiesti Doxa e Facebook, che hanno svolto una ricerca per analizzare le opportunità dei due grandi social di Mark Zuckerberg, Instagram e Facebook, per le aziende del mercato del fashion.

L’analisi è stata svolta in tre fasi distinte: prima, durante e dopo la Milano Fashion Week di settembre 2016 su campioni differenti accomunati dalla passione per la moda e i dati sono stati studiati confrontandoli anche con quelli dell’edizione dell’anno precedente dello stesso mese.

Lo studio in tre step è stato fatto per concentrarsi principalmente su tre grandi aree: i canali informativi della moda, ovvero l’awareness che questo mercato ha nei confronti del target analizzato; gli aspetti emozionali di chi segue la MFW e il comportamento di fruizione della settimana della moda dopo averla vissuta.

La moda è donna

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Secondo la ricerca, l’identikit degli appassionati di moda è per il 61% donna, in media trentenne e “mobile-first”, ovvero utilizza il suo smartphone per seguire la Milan Fashion Week e in generale come prima porta di accesso al web.

Social addicted

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Le appassionate di moda seguono la settimana della moda principalmente via TV e Facebook, canali seguiti dal social delle immagini Instagram. Una grande opportunità quindi per le aziende che possono ottenere una interazione in tempo reale tra i loro contenuti e il target. Il campione analizzato ha dichiarato di usare regolarmente Facebook (87%), YouTube (48%), Instagram (41%) e Twitter (36%) e su questi media parla di moda (76%). Ma soprattutto un dato interessante per le società che sapranno sfruttare queste informazioni è che il 64% degli intervistati segue brand di moda su Facebook e il 61% su Instagram.

Milan Fashion Week

Chi non conosce la MFW non ha probabilmente mai sentito parlare di moda. L’evento è infatti il più noto tra tutti gli eventi di moda e le fashion week: un vero e proprio riferimento per gli appassionati del settore. Alla domanda “quali eventi di moda conosci”, infatti, il 42% del target ha risposto spontaneamente indicando la settimana della moda milanese e il 24% Pitti Firenze. Si è invece drasticamente abbassata la percentuale di risposte per gli eventi internazionali come, ad esempio, la London Fashion Week. Gli stessi intervistati, sollecitati, hanno poi ammesso di conoscere altri eventi di moda, come si nota nel grafico sottostante.

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Video

Nello studio è inoltre emerso che tra i bisogni del campione c’è quello di essere stimolato all’engagement e all’entertainment, esigenza coperta perfettamente dai social network che permettono all’utente di sentirsi parte integrata di un evento, soprattutto grazie a contenuti visivi. Tra tutti, i video hanno la meglio sia davanti che dietro le quinte: il loro ruolo chiave è dato dal fatto che permette di catturare molto l’attenzione (oltre il 65% del target ha visto un video sulla settimana della moda su Facebook) dei propri utenti.

LEGGI ANCHE: Lo shopping su Instagram: ecco come lo hanno testato i brand

Obiettivo “follow & shop”

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Insomma, dati da non sottovalutare se vi occupate del digital di un brand di abbigliamento o accessori. Soprattutto perché l’85% degli intervistati, alla fine, ha dichiarato di essere propenso, nei prossimi mesi, all’acquisto di prodotti di uno dei marchi che ha iniziato a seguire da poco!

E i vostri brand di moda sono pronti a cogliere le opportunità che il mercato sta offrendo?

L’importanza della filosofia morale e dell’etica nello sviluppo delle Intelligenze Artificiali

Le potenzialità per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sono ancora in una fase embrionale e noi (gli umani) ancora nel primo stadio del ciclo di adozione di tecnologie così avanzate.
Esattamente come un bambino, anche nel percorso di crescita delle AI ci sono stati e ci saranno inciampi, cadute e straordinari successi. Ma cosa potrebbe succedere nel futuro?

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Vecchie paure

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Quando una nuova tecnologia si affaccia alla platea del quotidiano c’è chi solleva presunti dubbi sulla sua eticità, su quello che potrebbe succedere se la parte “cattiva” ne prendesse il sopravvento. Ma se siamo, per ora, sopravvissuti ai risultati del Progetto Manhattan e all’inverno atomico di “The Day After”, faremo lo stesso con Skynet, Matrix e Roy Batty?

Lo scenario predetto solo dai più illuminati scrittori e registi di sci-fi e cyberpunk si presenta oggi a noi sotto mentite spoglie? Sarà la servizievole voce di Siri a soggiogare l’umanità e provocarne l’estinzione?

Epic Fail

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Un esempio da sacrificare all’altare dei disfattisti è l’epic fail di Tay, il chatbot IA di casa Microsoft, dato alla luce e messo offline in poche ore dopo che su Twitter si era prodigato in commenti razzisti. Ma come avrebbero potuto evitarlo? Esattamente come si dovrebbe fare con i bambini, insegnandogli le buone maniere. Nello stesso modo ingegneri e developer dovranno preoccuparsi di insegnare agli algoritmi di machine learning, valori e norme sociali.

Filosofia: una, nessuna, centomila

Insegnare alle macchine la filosofia quindi. Giusto, ma quale? Dopo migliaia di anni gli esseri umani non hanno ancora imparato a convivere tra loro, a far convergere religioni e filosofia appunto, quale di queste dovremmo insegnare alle IA?

Proviamo a “filosofeggiare” meno e porre un esempio più concreto, come quello di decidere tra la vita e la morte in caso di incidente inevitabile e insegnarlo ad un’automobile self-driving.
Uno scenario, ad esempio, dove questo veicolo abbia solo due scelte, non colpire il pedone scegliendo di far morire il proprio occupante nell’incidente o viceversa, salvare il viaggiatore colpendo il pedone. Quale vita è più importante preservare, quella del passeggero o quella del pedone?

Tu cosa sceglieresti? Nello stesso modo anche le culture mondiali divergono su questo tema.

Ma soprattutto, compreresti e utilizzeresti un auto programmata per sacrificare il suo passeggero e che non puoi controllare direttamente? Diventerebbe una Tesla, ad esempio,  supremo giudice etico rivelando quindi anche gli orientamenti di chi l’ha costruita?
Si pone qui il tema della necessità di trasparenza oltre che di un contributo etico.

Come hanno reagito i colossi dell’Hi Tech

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Lo scorso settembre Google, IBM, Microsoft, Amazon e Facebook hanno siglato l’accordo “Partnership on Artificial Intelligence to Benefit People and Society” per condividere una lista di Best Practices che coinvolge, l’etica, la trasparenza e soprattutto le policy in merito alla privacy da seguire nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, un passo proattivo di autoregolamentazione dell’industria Hi-Tech.

La possibile deriva delle IA è un pericolo sul quale si è interrogato anche Stephen Hawking per cui:

lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana.

Il Signor Tesla, aka Elon Musk, ha invece finanziato il Future of Life Institute (FLI) che ha l’intento di garantire che l’Intelligenza Artificiale non porti all’estinzione la razza umana. Ma sarà sufficiente un’organizzazione filantropica a difenderci?

I campi in cui l’Intelligenza Artificiale è già applicata sono ormai molteplici: trasporti, telecomunicazioni e media, settore sanitario e finanziario e customer care ma la corsa alle “macchine intelligenti” continua.

L’umanità, o meglio le conoscenze scientifico-tecnologiche acquisite da una parte di essa, si trovano ad una svolta cruciale, un punto così alto di conoscenza da poter scatenare un cambiamento senza precedenti che sarà guidato proprio dalla IA.

Netflix e la campagna splatter della serie Santa Clarita Diet

La campagna di lancio della serie con protagonisti Drew Barrymore e Timothy Olyphant è sicuramente molto creativa e trasmette precisamente i valori del brand (in questo caso del prodotto televisivo, e della sua bizzarra trama).

Riprendendo infatti il trend visuale del “foodporn” – ve ne abbiamo parlato anche qui – gli annunci rivisitano alcuni dei piatti tipici che ogni giorno decine e decine di brand del food ci propongono su Facebook, Instagram e gli altri social.

Una rivisitazione “zombie” e decisamente splatter che molti passanti a Berlino non hanno gradito.

Pare infatti che Netflix sia stata costretta a ritirare l’annuncio in Potsdamer Platz che reinterpretava uno dei piatti tipici berlinesi: il currywurst, in questo caso fatto di dita umane.

Neanche la pianificazione geolocalizzata è stata gradita. In Spagna l’affissione rappresentava una bella brocca di sangria (o altro!?!).

Dando uno sguardo all’intera campagna sembra proprio che le creatività scelte e pianificate tra le strade tedesche e spagnole siano abbastanza “light”. L’operazione è stata declinata a livello internazionale, dal Messico al Brasile. Firma l’agenzia And Company di Los Angeles.

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Credits:

Advertising Agency: And Company, Los Angeles, California
Creative Director: Andrew Irving
Art Director: Steve Chan Copywriter: David Saltzman, Andrew Irving
Photographer: Jose Hernandez