Tra stampanti 3D e innovazione tecnologica, gli scenari futuri dell’industria automotive

L’innovazione tecnologica e la continua volontà di sperimentare nuove tecnologie hanno fatto sì che negli ultimi cinquanta anni la nostra vita sia stata rivoluzionata: dalla televisione al computer, dal cellulare allo smartphone passando dal tablet per arrivare alla Smart TV.

Il settore dell’automobile non è di certo esente da questa continua innovazione e nel corso degli anni tecnologie molto complesse sono divenute di serie su tutte le automobili (si pensi per esempio al ABS o al ESP). A seconda del periodo storico ed economico i costruttori mondiali hanno spostato l’asticella su determinate tematiche: a partire dagli anni 90 i costruttori pubblicizzarono da prima la spaziosità delle automobili, durante gli anni 2000 esaltarono la sicurezza e con la grande crisi del 2008 focalizzarono la vendita sull’economicità dei costi di gestione e l’utilizzo dell’automobile.

Negli ultimi anni dopo aver raggiunto un eccelsa qualità costruttiva e una grande affidabilità per continuare a tenere una produzione elevata hanno puntato moltissimo sulla multimedialità e la connettività a bordo. Prima il Bluetooth per effettuare chiamate, poi il navigatore satellitare integrato passando dal sistema di accensione elettronico per arrivare al cruise control adattivo.

La nuova sfida che hanno di fronte i costruttori è quella di proporre un prodotto sempre più connesso, sempre più multimediale e innovativo che permetta al guidatore di rilassarsi mentre l’auto viaggia in completa autonomia grazie all’ausilio dell’elettronica.

Tecnologia e personalizzazione faranno si che i costruttori dovranno personalizzare ogni singolo veicolo per accontentare le singole richieste. Si pensi ad esempio alle tecnologie di stampa 3D che permetteranno all’utente di personalizzare un cruscotto o una portiera e si pensi al fatto che nell’arco di qualche anno dovrà essere progettato un sistema operativo capace di interfacciarsi con i dispositivi portatili (ad esempio Apple CarPlay).

La progettazione software non sarà solo tra utente e automobile, ma con l’avvento delle tecnologie a guida automatica dovrà essere realizzato un linguaggio universale di comunicazione tra i vari autoveicoli.

Chi sarà a scriverlo e con quali linee guide è impossibile da definire, ma di certo nell’arco di cinque anni le automobili attuali potremo già considerarle obsolete.

Polygree: insieme per la ricerca della verità

Polygree, la startup italiana per il fact checking

Questo post è a cura di Michaela Matichecchia – consulente web marketing per Tourtools e docente di Ninja Academy

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In una recente ricerca pubblicata dalla Stanford University emerge come l’82% degli intervistati (studenti nativi digitali) non sappia distinguere un contenuto pubblicitario da una notizia. Inoltre gli studenti intervistati hanno giudicato credibili notizie pubblicate sui social media senza verificarne la fonte, ammaliati più da immagini e formati che dal contenuto della notizia.

In questo scenario, che molto probabilmente potremo rilevare anche in Italia, si fa largo una nuova startup, nata a Perugia quest’anno nell’ambito accademico universitario: Polygree.

Oggi ho il piacere di intervistare uno dei nove soci e Amministratore Unico di Polygree, Jacopo Bernardini, dottore di ricerca in Teoria e ricerca sociale e politica, esperto conoscitore dei Millennial (ne ha discusso i tratti distintivi in I millennial. I tratti di una generazione, la difficile maturazione, Vega Journal, 10(1), 2014 e il comportamento elettorale online in Giovani nella rete della politica, FrancoAngeli, 2015), per parlare di Polygree e per capire insieme come social network, fact checking (verifica delle informazioni) e ricerca scientifica possano essere coniugate per la ricerca della verità.

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Buongiorno Jacopo, ci puoi spiegare sinteticamente cos’è Polygree?

Polygree è una piattaforma online che nasce col preciso scopo di verificare gratuitamente e in modo scientifico e obiettivo qualsiasi informazione, dalla notizia-bufala, ai dati di sondaggi di opinione, alle affermazioni di politici o di campagne pubblicitarie. Il processo di verifica è decisamente social: una volta che un utente ha segnalato un’informazione da verificare, tutti gli iscritti al sito possono votarla come vera o come falsa; la somma delle votazioni – ponderata da variabili relative al comportamento e ai dati socio-anagrafici dei votanti – determinerà un primo punteggio, lo User score.

Una seconda valutazione sarà fatta dagli esperti in materia (accademici o professionisti), tramite una checklist di item inerenti la segnalazione. Il rating finale degli utenti esperti (l’Expert score) è dato dalla somma ponderata dei punteggi dei singoli item, ognuno dei quali ha un suo peso ben determinato

Il meccanismo che verrà ad innescarsi ad ogni segnalazione affiancherà quindi il parere di due attori: la community e gli esperti. La sinergia tra i pareri e le valutazioni della massa e quelli degli esperti, tramite algoritmi dedicati, determinerà il rating di attendibilità finale dell’informazione (il Polygree score): un punteggio superiore a 3.0 contraddistingue l’informazione come vera, un punteggio inferiore come falsa.

Jacopo, sembra che proprio i social media stiano generando nei più giovani confusione tra una notizia vera e una notizia falsa. Eppure Polygree si affida al social networking proprio per verificare la veridicità della notizia. Ci puoi spiegare come mai?

Polygree: insieme per la ricerca della verità

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Quella della verifica delle informazioni è una problematica sempre più presente e la ricerca che avete citato precedentemente ne è l’ennesima dimostrazione. La nostra soluzione si affida al social networking perché riteniamo si debba fare affidamento sulla condivisione delle conoscenze delle persone piuttosto che su complessi algoritmi che non potranno mai realmente comprendere scenari specifici. Come sostiene Surowiecki nella sua teoria della Saggezza della folla, una massa di individui può fornire una risposta adeguata e valida a una domanda.

Recentemente, anche Google e Facebook hanno sviluppato codici – tutt’altro che convincenti – per distinguere le informazioni vere da quelle false. Il nostro approccio è significativamente differente, più orientato al qualitativo piuttosto che al quantitativo. Noi crediamo che non basti un algoritmo per distinguere il vero dal falso proprio come non è bastato un algoritmo per effettuare traduzioni. Il fattore umano e sociale è a nostro avviso fondamentale nella verifica dell’attendibilità di un’informazione.

Pensi che Polygree possa aiutare i Millennial e i nativi digitali a capire realmente come verificare una notizia?

Polygree: insieme per la ricerca della verità

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Sin dalla progettazione, i Millennial hanno rappresentato il target ideale di Polygree, poiché naturalmente curiosi e tecnologici. Citando Prensky, sono loro i nuovi saggi: i saggi digitali. Ma non solo: come ho sempre sostenuto, i Millennial sono una generazione fortemente razionale e pragmatica: per loro, la ricerca della verità spesso supera la fede in un’ideologia e il nostro non può che rappresentare un utile strumento a una loro naturale propensione.

Proprio ieri ho letto uno studio interessante di Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratorio di Computational Social Science dell’IMT di Lucca. Il succo della ricerca era semplice: anche nell’epoca di Internet, se una persona vuole credere a una bugia, lo farà. Anche di fronte ad evidenze che smentiscono palesemente le sue convinzioni.

La mia interpretazione – seppur diversa da quella di Quattrociocchi – rimanda tutto a una questione di cristallizzazione dei valori e successiva difesa a tutti i costi degli stessi, tipica dei tardo-adulti contemporanei. Ma i Millennial sono diversi, si distinguono dalle generazioni precedenti per essere maggiormente pragmatici e meno idealisti. Mettono costantemente in questione i loro stessi ideali – ancora non cristallizzati e maggiormente intercambiabili rispetto al passato – sono più diffidenti e usano numerosi canali per informarsi. È stata, la rete che è cresciuta assieme a loro, ad aver plasmato questo approccio multidimensionale alla “realtà”, questa maggior apertura mentale e, sicuramente, questa propensione a mettere sempre tutto in discussione, anche le loro stesse identità. Perché il “vero” vale più di un’idea.

successo app

Cosa c’è alla base del successo di una app?

Il mondo delle app è sicuramente molto vasto ma, nonostante ciò, tanti sviluppatori puntano a questo mercato tuttora estremamente competitivo.

Molte app nascono e muoiono quasi sul momento, altre provano a resistere ma poi affondano, altre invece tengono duro e nonostante passino gli anni sono ancora lì, o meglio nei nostri dispositivi. In questo caso, è molto probabile che il motivo vada ricercato al di là dell’app in sé, per capire e rispondere agli interrogativi bisogna risalire fino all’origine: l’unicità dell’idea da cui nasce. Perché è proprio da lì che comincia il viaggio di un’app.

Il primo passo per fare strada alla tua app è esaminare criticamente l’idea evidenziandone i difetti, guardare alle concorrenti presenti sul mercato e recepire i suggerimenti adeguati affinché tu possa migliorarla e renderla più appetibile.

Ma andiamo a vedere da chi c’è da imparare! Un esempio di come un’idea apparentemente semplice possa poi rivelarsi un successo mondiale è Word Lens, app di traduzione testi che sfrutta la realtà aumentata: utilizzando la fotocamera traduce qualsiasi testo e lo riporta nel contesto originale. Nel 2014 è stata acquisita da Google e inglobata all’interno del Google Translate, senza dilungarci troppo sull’originalità dell’idea questo dovrebbe bastare 🙂

Tra altri esempi piuttosto recenti di app che sono nate da idee originali e hanno raggiunto un discreto successo, troviamo Prisma, Askers e Twilight.

Prisma

Cosa c'è alla base delle app di successo
Nota a tutti con i suoi 43 milioni di download, Prisma reinterpreta le fotografie trasformandole in dipinti ad opera dei Maestri impressionisti. L’applicazione è stata sviluppata da Alexey Moiseenkov attraverso l’avvio di Prisma Labs e ha debuttato su App Store nella prima settimana di giugno 2016. Si vocifera che presto potrebbe essere acquisita da una delle principali società di tecnologia degli Stati Uniti o cinese e che abbia già iniziato a ricevere finanziamenti.

Askers

Con questa app il social network avanza di livello. Hai un dubbio, una curiosità e vorresti chiedere al diretto interessato? L’idea di Askers è proprio questa! Gli utenti possono porre una domanda a un personaggio noto o un esperto in un settore preciso e ricevere la sua risposta vocale, sotto forma di nota audio. Ma non è finita qui: Askers paga gli utenti, sia mittenti che destinatari, se il loro messaggio riceve elevati download all’interno del social network.

Twilight

Cosa c’è alla base delle app di successo?
Anche Twilight nasce da un fenomeno consolidato: guardare lo smartphone molto spesso durante il giorno ma soprattutto poco prima di addormentarsi. Avrai sicuramente sentito dire che, specialmente quest’ultima abitudine, può incidere sui nostri orologi biologici, rendendo difficoltoso prendere sonno. Qui si inserisce questa app, che reindirizza la luce dello smartphone dopo il tramonto, filtrandola e rendendola meno nociva peri nostri occhi. Non male come idea, non trovi?

Bene, ora che abbiamo presentato questi casi, molto diversi tra loro, la domanda che sorge spontanea è: cosa hanno in comune? Si rivolgono sicuramente ad un ampio pubblico e risolvono un piccolo problema. Sì, ma qual è la ricetta per il successo?

Gli imprenditori hanno bisogno di quello che gli esperti chiamano mentalità di crescita. Il suo opposto è una mentalità fissa, tipica di chi pensa che le proprie abilità e i propri talenti siano “dati”. Invece imparare ad avere una mentalità di crescita fa sì che le proprie caratteristiche possano essere sviluppate, migliorate e condurre così ad un livello più alto i propri progetti e perché no, al successo, attraverso apprendimento e formazione. Questo tipo di mentalità è la prima skill da coltivare per dirigersi verso risultati ottimali.

L’idea dietro il successo

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Senza dubbio il fattore principale di un’idea di successo è la novità che porta con sé e il modo nel quale viene eseguita. Quello con cui molte volte ti scontri è però l’incertezza che aleggia intorno ai pensieri più o meno innovativi che ti sorgono: è questo spesso il limite principale che impedisce lo sviluppo di un percorso realmente creativo.

Ti immagini se il team di Word Lens avesse abbandonato la sua idea perché non era “abbastanza così o troppo colì”?! Ecco, vediamo come far in modo che questo non accada. Affinché l’idea superi i dubbi iniziali è necessario sostenere una mentalità positiva, in modo tale da contrastare il pregiudizio contro la creatività e portare la propria idea a compimento, ovviamente dopo studi e ricerche di mercato adeguate.

Insomma, il primo punto per farla funzionare è una forte convinzione. E subito dopo la certezza che le proprie capacità possano continuare a crescere. Perché solo con quest’ultima convinzione potrai trascendere i tuoi limiti attuali e spingerti sempre più avanti, d’altronde “se fai le cose che hai sempre fatto arriverai dove sei già arrivato” 🙂

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Da New York a Barcellona, i francobolli gif di Claudia Mussett

New York, Barcellona, Berlino, Londra. Non sono solo mete dei viaggi più desiderati in Europa e nel Mondo, ma sono anche fonte di ispirazione per molti artisti, grazie ai paesaggi metropolitani (e non solo) che sanno regalare. Una parte per il tutto, riconoscere le città dai loro monumenti è ormai facile, anche se c’è chi decide di raccontare la vita del tessuto urbano attraverso punti di vista totalmente innovativi.

Credits: Behance | Claudia Mussett

Claudia Mussett, art director e digital designer nata a Barcellona ha scelto un supporto singolare per il suo progetto -se ci pensiamo quasi in disuso- ma che non ha perso il suo fascino: il francobollo. Non poteva mancare un tocco di modernità e quindi non solo immagini dell‘Empire State Building, della Sagrada Familia (in costruzione, perchè l’autrice ha senso dell’umorismo), del mulino, simbolo olandese universalmente riconosciuto, ma anche animazioni: nevicate, luci fioche dai lampioni e dalle finestre, addirittura il volo di palloni aerostatici e mongolfiere.

Lo stile flat ricorda molto la fotografia tanto amata da Wes Anderson, i colori pastello, la simmetria, la magia dei momenti. Un mondo in miniatura da ammirare e riscoprire, ma soprattutto da condividere.

Credits: Behance | Claudia Mussett

E non è nemmeno una cattiva idea provare ad indovinare alcune delle città ritratte, perchè due o tre sono un po’ meno palesi: riuscite a scoprire quale possa essere Berlino o Londra… o magari Stoccolma?

Credits: Behance | Claudia Mussett

Credits: Behance | Claudia Mussett

Credits: Behance | Claudia Mussett

Credits: Behance | Claudia Mussett

Credits: Behance | Claudia Mussett

Vinci, le cuffie più ambiziose del mondo

Di cuffie ne abbiamo viste ed acquistate di tanti tipi. Ricordate, ad esempio, quelle con le spugnette del walkman, gli auricolari o quelle per fare sport con lo strano aggeggio a forma di virgola per tenerle ferme nelle orecchie?

Tutte queste cuffie sono accomunate da una cosa: devono essere inserite in uno smartphone o in lettore mp3 per poter riprodurre musica.

Certo con gli anni le aziende si sono mosse fino a sviluppare le cuffie bluetooth, in un certo senso hanno tagliato il cordone ombelicale per diventare “AirPods”, rimane tuttavia il comune denominatore: anche queste cuffie necessitano di un device che trasferisca i file trasformandoli in musica per le nostre orecchie.

Quest’era sembra essere finita grazie a Vinci.

Le cuffie che vi ascoltano e rispondono

L’idea alla base del progetto è quella di liberarsi dal vincolo di un dispositivo associato. Infatti all’interno delle cuffie è integrato un vero e proprio smartphone con un processore cortex A7, 1 GB di RAM e 16 GB di memoria interna, oltre che ad una connettività completa.

Sono inoltre integrati altri sensori come giroscopio, sensore di prossimità, GPS, sensore ottico per il rilevamento del battito cardiaco, bussola e una batteria da 1.500 mAh.

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Grazie ai comandi vocali è possibile scegliere quale canzone o playlist ascoltare ma anche accedere a informazioni tratte da Internet. Le cuffie sono anche dotate di un pannello touchscreen, che può essere personalizzato con alcune animazioni, per poter gestire la musica con un semplice tap.

Vinci, le cuffie più ambiziose del mondo

Siete degli sportivi? Potete uscire di casa per allenarvi senza il vostro smartphone e chiedere a Vinci i dati sull’allenamento in corso. Vinci vi risponderà dicendovi la distanza percorsa, media di km percorsi all’ora e il battito cardiaco rilevato.

Inoltre le cuffie Vinci integrano l’assistente digitale di Amazon, Alexa, che sarà a vostra disposizione per processare i vostri comandi vocali, Vi basterà pronunciare “Hey, Vinci” per richiamare l’assistente e il gioco è fatto.

Le cuffie sono pensate per durare un’intera giornata, e nella versione Vinci Pro oltre ad avere a disposizione il doppio di memoria interna, passando a 32GB di ROM.

Vinci, le cuffie più ambiziose del mondo

Vinci, le cuffie più ambiziose del mondo

Nate nel 2014 dalla mente di due alunni del MIT David Zhu e Max Wu. La loro idea era quella di ripensare completamente le cuffie inventando un nuovo modo di vivere e interagire con il suono.

Il team è attualmente composto da 40 ingegneri e un designer di talento con molti anni di esperienza alle spalle in aziende come come Intel, Oracle e Microsoft. Il team è composto da giovani provenienti dalle migliori università americane come il MIT, Harvard, RISD, e Parsons.

Nel mese di ottobre del 2015, l’azienda ha lanciato le cuffie Vinci sul mercato cinese facendo sold out in soli sei mesi. Adesso i fondatori hanno creato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter dove è possibile pre-ordinare Vinci per 99 dollari nei colori rosso, nero, bianco e argento.

10 trend di Web Design e User Experience in arrivo nel 2017

Provate a chiudere gli occhi e a tornare davanti al vostro profilo Facebook del 2008. Ricordate qualcosa? No? E sapete perché? Gli anni sono passati, nuove mode sono sorte e vecchie tendenze sono state surclassate. Anche nel web vale la regola per cui tutto cambia e si trasforma. Quindi con il 2017 dietro l’angolo non possiamo fare a meno di chiederci, esistenzialmente: che direzione sta prendendo il web design? E quali sono le novità più promettenti nell’ambito della user experience?

Il gruppo di creativi The Deep End ha tentato di rispondere a queste stesse domande creando un’infografica che raccoglie i 10 trend del Web Design e della User Experience in arrivo nel 2017.

Age Responsive Design

Secondo le previsioni del team americano, il Responsive Design si baserà sempre più sulle esigenze di utenti appartenenti a fasce di età differenti, grazie all’utilizzo di metadati che permetteranno di costruire un’esperienza ottimale per ogni tipologia di visitatore.

Skeleton Screen

Per garantire all’utente una buona esperienza, la velocità di apertura di un sito web o di un contenuto è un fattore essenziale. Il nuovo anno sarà dunque un periodo d’oro per l’utilizzo degli skeleton screen, che permettono ad una pagina web di caricarsi per fasi, a mano a mano sempre più complesse, mostrandoci lo scheletro di quelli che saranno poi i contenuti, sotto forma di quadrati, cerchi o rettangoli.

web design

Credits: Adobe Stock #124002721

Bot coinvolgenti

Assisteremo all’evoluzione delle chatbot, già utilizzate da Facebook Messenger, Slack o Telegram; esse si trasformeranno in Engagement Bot, il cui scopo sarà incrementare e migliorare i servizi di assistenza clienti e migliorare in generale i flussi di conversione aziendali.

Shopping Cart Marketing

Come ogni marketer ben sa, è molto più difficile acquisire un nuovo cliente piuttosto che fidelizzarne uno già esistente. Ecco perché l’esperienza utente in fase di finalizzazione dell’acquisto sarà sempre più ottimizzata in ottica di upselling.

Bottoni di Call To Action Animati

Il trend delle immagini in movimento sembra non volersi esaurire: sì allora ai call-to-action button animati, che attraverso animazioni di pochi secondi invitano gli utenti a compiere un’azione online, sia essa un download, un acquisto o un’iscrizione.

Cinemagraph Hero Image

Sì anche alle Cinemagraph Hero Image, attorno cui si articola la pagina principale del sito web, che sembra prendere vita, diventando uno strano ibrido tra staticità e movimento. Più eleganti delle semplici GIF, queste immagini mantengono un sfondo statico mentre solo alcuni dettagli si animano ripetutamente.

via GIPHY

Video brevi

Il 2017 potrebbe mettere fine ai lunghi video tutorial e puntare su una nuova leggerezza, creando filmati più persuasivi, con un rapporto diretto e più umano verso il destinatario, che si sentirà così più coinvolto.

Exit Overlay valoriali

Creare overlay di uscita che offrano un vantaggio considerevole e gratuito potrebbe diventare una consuetudine dell’ecommerce: possono essere usati per premiare gli utenti e innalzare le conversioni tramite offerte che non chiedano nulla in cambio (ad esempio l’email).

La fine dell’Home Page

The Deep End preannuncia anche la morte della home page così come la conosciamo, ovvero una declassificazione della pagina principale in favore dell’utilizzo di landing page più indicate alla targetizzazione degli utenti.

Scrolling Trump Navigation

Ultima ma non meno importante quella che viene definita Scrolling Trump Navigation, ovvero la navigazione per scorrimento verticale, in grado di accompagnare il visitatore in un percorso di scoperta narrativa e logica del sito e dei suoi contenuti.

Di seguito l’intera infografica de The Deep Web.

2017 Web Design Trends to Boost Conversions – An infographic by The Deep End Web Consulting Agency

L’eterna lotta tra Marketer e Developer

Ci sono alcuni conflitti che possono essere definiti epici nell’immaginario collettivo. Batman ha Joker e l’Italia la Germania, ma serpeggia nel mondo un altro scontro di cui si parla troppo poco: quello tra Marketer e Developer.

Anche nel mondo digitale questa guerra tra mondi può generare molte vittime, tra cui la tua azienda. Vediamo qualche caso tipico.

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MVP troppo “Minimo”

Mktg: “Ti ho già detto mille volte che noi dobbiamo avere un approccio Lean, un approccio Lean!

Possibile che tu non abbia letto “Lean Startup” di Eric Ries?

Dai, fidati ciecamente di me e togli questa feature, leva quel servizio, non serve quell’upgrade e lascia perdere questa funzione… Dobbiamo semplificare, ridurre all’osso: il nostro MVP deve essere minimal perché Less is always more!”

Spesso però, un prodotto così povero di funzioni non viene adottato da nessuno.

E fare una gara in rimonta rispetto ai propri concorrenti genera affanno e stress, due elementi che non sono funzionali al successo nel medio periodo e che genereranno conflitti sin da subito.

Marketer e Developer

Prodotto troppo complesso

Dev: “Senti, hai mai sviluppato te? Sai scrivere codice? No, e allora che tipo di consigli mi vuoi dare?!?

Lascia fare a me che Steve Jobs senza Steve Wozniak non sarebbe andato da nessuna parte. Dobbiamo inserire tutte le funzioni desktop all’interno della versione mobile tanto il sito è responsive quindi si aggiusta da solo a seconda del tipo di visualizzazione, perciò anche nella App metterò tutte le funzioni del sito perché tanto basta che l’utente navighi nei sottomenu e troverà tutto”.

Le ultime parole famose. Non c’è niente di più fastidioso di navigare da mobile su siti troppo complessi, con strutture ad albero iper-ramificate e nessuna intuitività.

Siete mai andati su un sito istituzionale (tipo Enti Previdenziali, Municipalizzate, PA) da smartphone? Neanche io.

Marketer e Developer

Obiettivi poco realistici

Mktg: “Allora, dall’analisi fatta con i potenti mezzi del foglio Excel, ho dedotto che dobbiamo avere 10.000 download il primo giorno di lancio e arrivare a fine mese a ridosso dei 500.000 perché dobbiamo partire in grande altrimenti il business model non è sostenibile.

Solo se avremo questi numeri potremo mettere subito in produzione gli upgrade successivi con le nuove feature, altrimenti stiamo sicuramente perdendo tempo”.

Ha fatto più danni la supina acquiescenza alla tirannia del foglio Excel che il neoliberismo selvaggio dell’ultima crisi finanziaria internazionale.

Un business model è per sua natura mutevole nel corso del tempo e non si può caricare di aspettative “poco realistiche”. 

Marketer e Developer

Perdersi tra branding ed estetica

Dev: “Io non vedo proprio l’esigenza di continuare a modificare il layout grafico visto che secondo me andava benissimo quello precedente e tra l’altro non voglio ‘sporcare’ il mio lavoro mettendo dei loghi ovunque oppure quei colori strani”

Quest’ultimo è senz’altro il caso più comune. Probabilmente però anche quello che crea più danni all’interno e all’esterno dell’azienda. Il rischio è quello di mettere sul mercato un prodotto privo del carattere aziendale che dovrebbe essere il suo marchio di fabbrica. Un po’ come successe per l’Alfa Romeo Arna.

In conclusione proviamo a trovare un trade-off tra questi 2 punti di vista che potrebbero sembrare opposti, ma che se opportunamente mixati decretano il successo di qualsiasi iniziativa aziendale o personale.

Il mio primo professore di marketing definiva la sua materia di insegnamento come l’arte di creare consenso attorno a qualcosa (prodotto, servizio, idea, ecc.).

Lo sviluppo è esso stesso un momento di creazione, tanto è vero che alcuni esponenti del MIT definiscono i developer e i digital designer come gli artisti del Terzo Millennio.

Bene, se quindi focalizziamo l’attenzione sulla “bellezza intrinseca” di un progetto, inevitabilmente attireremo l’attenzione anche di chi sarà l’utilizzatore finale, oltre a coinvolgere in ugual misura sia Marketer che Developer nella buona riuscita di questa creazione artistica.

Quindi il mio suggerimento è: più creatività, meno fogli excel, e più bellezza e meno fredda execution.

Del resto qualcuno prima di me aveva detto che la Bellezza salverà il Mondo, volete che almeno non salvi il rapporto tra Marketer e Developer? 

Emoji al MoMA: quando l’arte sposa la comunicazione

Era il lontano 1999, quando Shigetaka Kurita,  designer giapponese che lavorava nel team della NTT DOCOMO, una delle più importanti compagnie nipponiche di telefonia, ideò la prima emoji. Lo scopo era semplice: creare, attraverso lo studio di segnali stradali, ideogrammi e manga un linguaggio intuitivo, basato su simboli capaci di trasmettere istantaneamente un messaggio.

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LEGGI ANCHE: Quattro chiacchiere con Shigetaka Kurita, il papà biologico delle emoji

Questo spartano insieme di immagini, integrate nei telefoni nello stesso anno con le dimensioni di 12×12 pixel, ha rivoluzionato il mondo della telefonia, tanto che, dopo soli vent’anni, sono diventate indispensabili; non importa l’età o lo status sociale, più nessuno concepisce l’idea di comunicare un messaggio senza inserire l’immagine di una faccina sorridente, una tazza di caffè o del sushi, anche quando superfluo.

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Questo uno dei motivi per cui da questo mese al MoMA di New York è possibile vedere la raccolta originale di emoji, composta di 176 simboli dalle linee rudimentali e spesso illeggibili, su un display che incorpora grafiche 2-D e animazione. Il museo ha, infatti, recentemente acquistato l’intera collezione per inserirla nella selezione permanente di opere contemporanee, cosa che ha prodotto reazioni contrastanti nel mondo dei critici dell’arte.

“Con l’avvento delle email negli anni ’70, trasmettere il tono e l’emozione dei messaggi è diventato sia difficile che urgentemente importante. Combinate con il testo, queste semplici immagini permettono di trasferire diverse sfumature di significato.” Paul Galloway, design specialist del MoMA

La risposta a chi ritiene che il museo corra il rischio di trasformarsi in un “emporio post-moderno” viene da Paola Antonelli, senior curator del MoMA per il dipartimento di architettura e design, che ha dichiarato:

“Sin dall’inizio della sua attività nel 1929, il museo ha raccolto ed esposto l’arte e il design del nostro tempo ed è per questo motivo che il museo conta tra le sue opere vari tipi di “oggetti digitali”, il simbolo @ e anche dei videogiochi. Oggi gli emoji disponibili sono oltre 2.000 e ogni giorno vengono utilizzati dagli utenti di tutto il mondo soprattutto nelle chat, per questo motivo, possiamo dire che, in un certo senso, abbiamo acquisito una nuova piattaforma di comunicazione basata sulla più antica forma di comunicazione, gli ideogrammi. È affascinante come le diverse epoche sono in qualche modo connesse tra loro.”

AXA Italia e lo storytelling dedicato alla cultura della prevenzione e della protezione

Un gruppo di collaboratori con background differenti, coadiuvati da giornalisti professionisti, che uniscono le proprie forze e provano a raccontare ogni giorno in maniera diversa e inedita la cultura della prevenzione e della protezione.

Sono questi i tratti principali che caratterizzano la newsroom di AXA Italia, una vera e propria start-up interna, da cui sono originati #NatiPer e Un Post Protetto: un’iniziativa tra le prime in Italia nel suo genere.

Abbiamo intervistato Isabella Falautano, Director of Communications, Corporate Responsibility and Public Affairs, per comprendere meglio le caratteristiche di questo progetto di storytelling e content marketing tutto italiano.

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La newsroom di AXA Italia è una vera e propria startup interna. Come nasce questa esperienza?

Il nostro progetto nasce dalla volontà di provare a raccontarsi in modo inedito, facendo rete con i nostri partner e costruendo uno storytelling efficace e innovativo sulla cultura della prevenzione e della protezione.

Durante tutto il 2016 abbiamo lavorato mettendo a fattor comune le expertise di diversi uffici uscendo dalle rispettive comfort zones per creare insieme qualcosa di nuovo: a partire dalla direzione comunicazione e csr, marketing e digitale, ma anche le risorse umane, i sinistri e l’offerta. L’obiettivo era di creare un luogo aperto per una discussione costruttiva e creativa, senza sovrastrutture e processi complessi, con la contaminazione positiva di giornalisti professionisti e una logica di coproduzione di contenuti digitali interessanti.

Così è nata l’idea di creare due blog, legati al mestiere di AXA, che ci aiutino ad essere più autentici e trasparenti, più agili, più capaci di interpretare quello che succede nel mondo e creare un dialogo autentico con i nostri stakeholder.

#NatiPer produce contenuti che contribuiscono al nostro posizionamento su temi come la protezione, l’innovazione e la sostenibilità, cercando chiavi di lettura inedite e proponendo una visione originale, capace di incrociare il piano orizzontale dell’attualità con i temi tipicamente verticali del nostro settore: dal cambiamento climatico al futuro dell’auto alla protezione e prevenzioni delle smart cities.

Un Post Protetto è invece un blog, in fase di lancio, dedicato al mondo della protezione a 360 gradi, dove chi legge può trovare informazioni pratiche sul mondo assicurativo, argomenti utili, interessanti e attuali esposti con un registro semplice, un tono informale, e se possibile divertente.

Un blog come #NatiPer all’interno della strategia complessiva di comunicazione aziendale oggi è imprescindibile per entrare in contatto con i propri clienti?

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In questo progetto vogliamo coinvolgere i nostri clienti in modo diverso. Ci piacerebbe che diventassero nostri lettori, informandosi in modo semplice e immediato su temi per loro importanti. Vorremmo anche sviluppare una cultura della prevenzione e della protezione, che a molti purtroppo – soprattutto penso ai giovani – ancora manca. E anche per questo è importante il linguaggio che usiamo: semplice, ma non banale, informale e piacevole alla lettura.

#NatiPer e Un Post Protetto, insieme a Previsionari, blog verticale sui temi della previdenza, rafforzano la presenza online di AXA Italia, cercando di trattare tutti i temi interessanti per la società e per il settore assicurativo in modo diverso, evitando l’autoreferenzialità.

In che modo selezionate le esperienze meritevoli e costruite il vostro piano editoriale?

Dietro ad ogni progetto ci sono le persone. Abbiamo selezionato con attenzione un gruppo di collaboratori di AXA Italia che fossero affiatati e con competenze diverse. La diversità e la differenza di background ed esperienze è sicuramente un elemento chiave. Ed è per questo che coinvolgeremo sempre più colleghi, anche a rotazione. Perché possano portare competenze e storie diverse. E in questo l’aiuto delle nostre Risorse Umane ha fatto la differenza.

A livello operativo la newsroom si riunisce tre o quattro volte alla settimana per discutere e allineare le attività di AXA con quello che succede nel mondo e nella società. I nostri contenuti devono tenere conto di quello che “bolle in pentola” fuori dalla nostra azienda. Eventi come il terremoto che ha colpito il centro Italia, ad esempio, possono essere il punto di partenza per creare una cultura della prevenzione e della protezione.

Le riforme pensionistiche sono l’occasione giusta per spiegare, e provare a semplificare, che cosa cambia veramente per le persone. E lo facciamo su Previsionari grazie al nostro team previdenza. Oppure l’arrivo dell’inverno è lo spunto perfetto per trattare temi come il cambiamento climatico su #NatiPer o il cambio delle gomme su Un Post Protetto.

Oltre ad essere sponsor della Newsroom sei anche impegnata sui temi di leadership al femminile, innovazione sociale e giveback a nuove generazioni. Quanto di questo background porti nel progetto aziendale?

Credo molto nel concetto anglosassone di giveback, della restituzione alla società e nella possibilità di essere mentori dei giovani talenti, affinché si attivi un ascensore sociale tra generazioni, del quale possiamo beneficiare tutti, aziende in primis.

La newsroom di AXA Italia è un esempio virtuoso di come noi manager con anni di esperienza alle spalle, possiamo fare un passo indietro per dare spazio ai nuovi talenti. Al piano editoriale del blog partecipano infatti molte giovani leve dell’azienda, con un modello di lavoro snello che integra generi e generazioni diverse. E poi contribuisco fattivamente come blogger sui temi della protezione ed empowerment al femminile e facilito il dibattito con le community e gli attori dell’ecosistema sociale impegnati ad incidere sul tema, avendo anche un cappello come Consigliere di Valore D.

L’ultimo è “Keep moving women. Educazione, lavoro e welfare 4.0 per per un mondo al femminile”

#NatiPer è anche un premio. Quanto è importante dare voce all’innovazione sociale in un Paese che investe sempre troppo poco in ricerca?

Le assicurazioni hanno per loro natura un ruolo sociale, perché hanno a che fare con la vita delle persone e i loro rischi, ed è importante far arrivare questo valore ai clienti e alla società.

È per questo che abbiamo lanciato, ormai 3 anni fa, “Nati per proteggere” il concorso dedicato a progetti e idee di innovazione sociale, che ha dato visibilità a oltre 1.000 storie e idee di protezione accomunate da una visione innovativa del domani.

#Natiper é stata la naturale evoluzione di Nati per proteggere: volevamo creare un progetto che facesse parlare ecosistemi diversi in modo dinamico e virtuoso. Abbiamo lanciato un laboratorio di idee e progetti per proteggere meglio la società, mettendo in palio un premio del valore di 50 mila Euro per trasformare l’idea migliore in realtà.

Quest’anno abbiamo raccolto quasi 350 progetti in circa un mese – qualitativamente tutti molto validi – mettendo in connessione tra loro mondi diversi e attivando le comunità di interesse senza distinzioni di alcun tipo. Da start-up ad associazioni, privati o studenti, giovani e meno giovani. Il vincitore è MIVOQ, una startup padovana che ha creato un sintetizzatore di voce che permette di mantenere il proprio timbro vocale, dando la possibilità di riacquistare la voce a chi l’ha persa.

 

Intervista realizzata in collaborazione con Fabio Casciabancaeditor Ninja Marketing sez. Business.

WWF, Greenpeace e le altre: le più belle campagne green del 2016

Le più belle campagne green del 2016

Nonostante qualcuno sostenga il contrario, i rischi legati ai cambiamenti climatici ed ambientali esistono e per questo dovrebbero essere tra le nostre preoccupazioni. Sono tante le associazioni e le imprese green che cercano di combattere questi problemi, promuovendo pratiche per la salvaguardia del nostro pianeta, sensibilizzando i cittadini su questi temi. Ecco alcune delle campagne green più belle del 2016.

This is Natural Reality – Swedish Society for Nature Conservation

La realtà virtuale è stata al centro dell’attenzione del 2016 e gli occhiali VR sono sicuramente un regalo che in tanti apprezzerebbero per questo Natale.

La Swedish Society for Nature Conservation però ci fa notare che ci sono esperienze, sensazioni, emozioni che la tecnologia ancora non riesce a ricreare e che solo il mondo che ci circonda può regalarci.

Quello che vediamo è una natura semplice ma sorprendente, disponibile per tutti e per la quale ancora vale la pena combattere.

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The Little Explorer – Greenpeace

Il ghiaccio dell’Artico si scioglie giorno dopo giorno, mostrando un ecosistema vivido ma fragile. Attraverso gli occhi di una piccola esploratrice, Greenpeace ci mostra come esso sia messo in pericolo dalle compagnie che praticano pesca in quei mari, distruggendone ogni forma di vita con le reti a strascico e danneggiandone irrimediabilmente la bellezza.

Winter is not coming – Greenpeace

Riprendendo la famosissima serie TV Games of Thrones, sempre Greenpeace ci regala questo spot sensazionale, mirato a sensibilizzare l’audience sul cambiamento climatico che minaccia il pianeta e quindi sullo scioglimento dei ghiacciai.

WWFGO – World Wide Fund for Nature

Nella nostra selezione di campagne green non poteva mancare la World Wide Fund for Nature e la loro campagna WWFGO che promuove la salvaguardia delle specie animali con lo slogan “save ’em all”, ispirandosi al gioco campione di download Pokémon Go.

campagne green

campagne green

campagne green

I am nature – World Wide Fund for Nature

Sommersi dalla vita frenetica di tutti i giorni, spesso accade di dimenticarsi chi siamo e quali siano le cose davvero importanti.

Lo scopo di questo spot è proprio quello di farci riflettere su questo, ricordandoci che non siamo le dozzine di mail non lette, le liste di cose da fare, il fast food della pausa pranzo e facendoci riscoprire un legame stretto e profondo con la natura.

WWF-I am Nature (English Version) from Alex Eslam on Vimeo.