Pinterest: un ottimo alleato per gli eCommerce (ma non solo)

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In attesa del Master Online in Social Media Marketing, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Domenico Armatore, co-founder di Pinterestitaly e docente del modulo dedicato a Pinterest, sviscerando alcuni dei temi caldi che verranno affrontati.

Questo Social Media non è tra i più diffusi, soprattutto in Italia, ma ha potenzialità molto alte e non solo per ciò che riguarda il settore eCommerce.

1. Ho appena aperto il mio profilo Pinterest per promuovere i miei prodotti/servizi, quali sono le prime cose che devo fare?

La prima mossa da fare è capire quale ruolo assegnare al canale all’interno della social media strategy messa in atto. Per farlo, bisogna definire quindi quali sono gli obiettivi che Pinterest deve aiutarci a raggiungere: brand awareness, lead, ecc. In base a ciò calibriamo anche l’attività da svolgere a livello editoriale.

2. Come si organizza il visual storytelling di un profilo Pinterest?

Tendenzialmente è preferibile come prima cosa impostare una visual identity in linea con quanto sviluppato su altri canali e con le guidelines del brand. Su Pinterest bisogna però essere quantomeno flessibili, dato che l’attività editoriale deve prevedere una buona dose di user generated content, sui quali a volte è difficile intervenire. Ovviamente tutta la produzione dei contenuti deve dar vita a immagini o grafiche di ottima qualità, se possibile realizzate ad hoc per il canale.

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3. Pinterest è un’ottima vetrina gratuita per i nostri prodotti: come può convivere con il nostro eCommerce?

Per la sua stessa natura, Pinterest può essere un ottimo alleato per uno shop online. In Italia forse è più complicato, ma se si punta a un mercato estero si possono raggiungere dei buoni risultati. Ovviamente ci sono tante variabili in gioco: prodotto, target, qualità dei contenuti, livello dello shop online.

Ad ogni modo, se si imposta un buon profilo Pinterest, questo canale può diventare un’interessante fonte di traffico. Infatti, come forse saprete, alle immagini che condividiamo sul nostro profilo, è possibile associare (automaticamente o manualmente) un link che punti verso il nostro eCommerce. Ovviamente le pagine di atterraggio devono essere sempre pertinenti alla foto, quindi se condividiamo un’immagine di una paio di scarpe, cliccando l’utente deve atterrare sulla rispettiva pagina di prodotto, e non ad esempio nella homepage o in altre pagine del sito.

4. Pinterest è come un grosso album dove raccogliere fonti d’ispirazione. Anche per questo social ho bisogno di un piano editoriale?

Certamente. Ed è uno degli argomenti più interessanti che tratteremo nel nostro corso. Nella gestione dei social, la pianificazione è tutto, soprattutto per canali come Pinterest, dove la frequenza di pubblicazione è abbastanza elevata. Ovviamente il piano editoriale deve dipendere da una strategia editoriale. Altro argomento che affronteremo durante le ore di lezione.

All over town

5. La geolocalizzazione delle immagini ha davvero un valore in termini di reperibilità da parte di altri del nostro contenuto su Pinterest o ad ora è più un ornamento?

Tutto dipende sempre dai nostri obiettivi. Le geolocalizzazione è importante se per noi è fondamentale attivarla, ad esempio per veicolare contenuti legati a luoghi, attività, ecc. Non c’è dubbio che, in linea di massima, su Pinterest la geolocalizzazione sia molto importante, come testimonia la presenza dei Place Pin.

6. Quali sono le aziende che, secondo te, si muovono meglio su Pinterest?

Date un’occhiata a Kraft, Modcloth, Starbucks e Sephora, solo per citarne alcune.

Una piccola anticipazione di quello che verrà affrontato nel corso dedicato a LinkedIn del Master Online in Social Media Marketing, non lasciarti sfuggire questa opportunità!

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la disinformazione sui social

Social network e disinformazione: come combatterla?

Internet, e i Social in particolare, favoriscono la diffusione di informazioni e conoscenza. Uno strumento prezioso quindi sia per la democrazia che per il progresso.

Ma gli stessi meccanismi che permettono la propagazione, a volte virale, delle informazioni valide, amplificano e diffondono quelle meno valide che si propagano come un incendio boschivo devastante.

E qui occorre, secondo alcuni studiosi, un distinguo: perché se è facile definire l’informazione come “Notizia, dato o elemento che consente di avere conoscenza più o meno esatta di fatti, situazioni, modi di essere” (Treccani), la disinformazione può prendere diverse forme e sfumature.

La disinformazione può essere mirata a illudere e frodare (e in inglese la definiscono misinformation) oppure prodotta intenzionalmente per fuorviare (disinformation). La propaganda è invece un cocktail di informazione e disinformazione (nelle due accezioni) spesso costruito e diffuso per scopi politici.

Sull’arte della disinformazione è nata una vera e propria scienza, l’agnotologia (non cercate su Wikipedia, non c’è nella versione italiana).

Il dott. Proctor, della Stanford University, usò per primo questo neologismo nel suo libro “The Cancer Wars: How Politics Shapes What We Know and Don’t Know About Cancer” pubblicato nel 1995.

Robert Proctor, storico della scienza, prendeva come esempio di informazione deliberatamente manipolata quella diffusa dagli industriali del tabacco, impegnati fin dal 1969 a sminuire gli effetti nocivi delle sigarette.

Fate bene attenzione, che l’agnotologia non è lo studio dell’ignoranza in sé, ma della sua deliberata produzione: “il dubbio è il nostro prodotto” scrissero nel loro memo segreto (fu rivelato nel 1979) gli industriali del tabacco.

Charles Simic, in un articolo pubblicato nel 2012 su “The New York review of books” definiva la nostra l’Era dell’Ignoranza (Age of Ignorance), un era in cui internet e la tv hanno favorito la diffusione della disinformazione ad una scala prima impensabile, ma non ritiene (e giustamente!) che sia lo strumento da incolpare. Afferma anzi che per il sistema politico ed economico sia poco conveniente avere una popolazione veramente informata, istruita e consapevole delle proprie scelte.

Internet e i Social network non sono dunque la causa della stupidità e l’ignoranza, come sostengono in tanti, ma ne favoriscono la propagazione rapida e di massa, sia perché ogni utente è, potenzialmente, un produttore di contenuti (un editore) sia perché, dati gli altissimi numeri in gioco, è molto difficile verificare le fonti o l’attendibilità di una notizia.

 

Immagine da Twitter https://twitter.com/ciro/status/581148129485021184

Immagine da Twitter

 

Alla biennale democrazia, lo scorso marzo, ne hanno parlato pure il direttore del Post Luca Sofri e Filippo Menczer, professore di Informatica e computer science all’Università dell’Indiana, Stati Uniti, coordinati dal giornalista Luca De Biase. Proprio De Biase afferma: “Circola molto un pensiero per cui è Internet il responsabile della nostra disinformazione. Non è vero, ciò che rende confusa la discussione è che veniamo da un sistema di pensiero per cui esistevano il bar e i giornali. Il primo è il posto delle fuffe, i secondi quello da prendere sul serio. Internet è entrambe le cose“.

Una ricerca su Google sarebbe sempre utile e opportuna, ma ha ragione anche Luca Sofri, che in quella occasione afferma: “Quando leggiamo qualcosa su un giornale quotato siamo subito più convinti, neanche immaginiamo di dover fare un controllo dei fatti”.

Ma se anche ci si lanciasse a verificare una notizia, il successo non è assicurato e così il problema si riduce di poco. Il rumore di fondo è a volte tanto elevato che nemmeno i più esperti o i professionisti riescono a verificare facilmente una notizia.

Così, per esempio, alla notizia della morte di David Bowie,  ADNKronos reagisce pubblicando una nota in cui viene data per una bufala e l’Unione Sarda la riprende pubblicandola a sua volta.

Infatti Google, ma anche Facebook e Twitter, cercano dei modi per limitare la propagazione di bufale e per favorire l’affioramento delle notizie più attendibili.

Google e Twitter hanno un approccio basato sugli algoritmi, Facebook si appoggia anche al feedback dei suoi utenti. I metodi usati includono il machine learning e l’elaborazione del linguaggio naturale (Natural language processing) ma non si limitano a queste sole tecniche.

Filippo Menczer studia da anni i meccanismi di diffusione delle bufale o meme come vengono definiti dal suo team e oltre a un gran numero di articoli e studi, ha creato un sito in cui mette a disposizione alcuni strumenti molto interessanti.

Visitando il sito del suo progetto Truthy, potrete, per esempio, verificare se un certo handle twitter sia più probabilmente un BOT o un essere umano, o scaricare i dati usati per le loro ricerche e i video. Prossimamente, annunciano, sarà rilasciato uno strumento per visualizzare la diffusione dei meme che vi interessano.

la disinformazione sui social

La diffusione di alcuni meme secondo gli studi realizzati da Filippo Menczer

Ma come si diffonde la disinformazione sui social?

Un recentissimo studio (dicembre 2015) condotto da alcuni ricercatori italiani ha cercato di stabilire i meccanismi siano gli stessi, per le bufale, di quelli delle informazioni scientifiche.

Lo studio del team composto da ricercatori del IMT Alti Studi Lucca, della università Sapienza di Roma e dello IUSS istituto per studi avanzati di Pavia  e della università di Boston si è concentrato sugli utenti di Facebook e di come questi si comportino nei confronti di due tipi di notizie: notizie scientifiche e notizie relative a teorie cospiratorie.

Tenendo conto di precedenti ricerche, la disintermediazione dell’informazione resa possibile dal web ha cambiato la maniera in cui gli utenti si informano, causando un incremento della confusione, delle speculazioni e voci.

La continua esposizione degli utenti a bufale, voci e pettegolezzi provocherebbe un aumento della loro credulità: l’aggregazione in gruppi omogenei che condividono un sistema di credenze fanno si che gli utenti si costruiscano un proprio quadro di riferimento (framing), spesso distorto dalla ricerca di auto-conferme, un meccanismo mentale ben noto.

Già negli anni ’90 ne L’illusione di sapere, Massimo Piattelli Palmarini fece una rassegna degli errori più comuni in cui si può cadere, inconsapevolmente, nel prendere decisioni o valutare le informazioni disponibili applicando studi di psicologia cognitiva ai processi decisionali.

 

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La diffusione della disinformazione è favorita (anche) dalle bolle di informazione a cui gli utenti attingono

Secondo il meccanismo del framing (lo si può tradurre come incorniciamento, ma anche fregatura) l’inquadramento di una informazione ricevuta in termini positivi o negativi determina nelle persone un tipo di risposta diverso.

Questo rende possibile pilotare le scelte di costoro presentando la stessa informazione in un modo piuttosto che in un altro.

Non pensiate di essere immuni a questo tipo di bias cognitivo: tutti ne siamo più meno vittime.

Ne volete un esempio simpatico? senza sbirciare in qualche cartina geografica, rispondete al volo a questa domanda: dovendo volare da Napoli verso Trieste, che direzione prendereste? Nord? Nord – est? O nord – ovest? Dopo che avrete risposto, controllate pure, e vi stupirete.

La propagazione della disinformazione, dichiarano gli studiosi, ha dimensioni tali che il world economic forum la classifica come uno dei maggiori rischi da affrontare, per l’umanità, già dal 2012. Nel 2015 il rischio, incluso nella voce “cyber attacks” è ancora maggiore.

la disinformazione sui social

La diffusione della disinformazione sui social come rischio derivato da cyberattacchi

Non si può liquidare, da snob, questo fenomeno pensando sia dovuto esclusivamente alla stupidità delle persone: sono molti i meccanismi, secondo questo studio, che concorrono ad esso. Il principale è la tendenza delle persone di scegliere e diffondere notizie prese da amici o persone di cui si fidano, perché spesso fanno parte di un gruppo (una camera dell’eco, la chiamano) che condivide lo stesso profilo di polarizzazione.

La diffusione della disinformazione verrebbe quindi favorita dalla creazione di comunità di interessi in cui la disinformazione viene amplificata e rinforzata oltre che dal sistema di valori e credenze condiviso anche dalla sfiducia (in altre fonti) e dalla paranoia. 

I fattori per cui ciò accade sono:

  • consistenza del messaggio: è una notizia compatibile con le altre informazioni in cui la persona crede?
  • coerenza del messaggio: è intrinsecamente coerente, in modo da essere verosimile?
  • credibilità della fonte: l’informazione è prelevata o inviata da una fonte ritenuta autorevole?
  • accettazione generale: altre persone credono a questa informazione?

Le notizie scientifiche verrebbero diffuse più rapidamente e per un tempo maggiore, ma senza che a questo corrisponda un aumento del interesse per la notizia stessa, mentre le voci relative a cospirazioni e complotti sarebbero assimilate più lentamente ma la loro vita (l’interesse) è più lunga, derivando in una maggiore diffusione.

Un approccio puramente algoritmico come quello di Google, Facebook o Twitter non sembra, agli studiosi, possibile nè ottimale: gli algoritmi potrebbero essere poco accurati o inefficaci e limitare la libera circolazione dei contenuti in generale.

Questa limitazione non mette rischio solo l’informazione autorevole, ma potrebbe anche essere usata dai complottisti a conferma delle loro tesi, presentandola come un tentativo (ulteriore) di disinformazione e censura ai loro danni.

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti

Di questi giorni la notizia dell’inizio di un nuovo capitolo per Motorola, l’annuncio proviene direttamente dal CES 2016, da dove Lenovo afferma di voler dare nuova forma al suo business nel mondo della tecnologia mobile e lo riconferma anche Motorola dal suo blog ufficiale:

Come azienda consociata controllata da Lenovo, Motorola continua ad essere il motore della progettazione, del design e della produzione per tutti gli smartphone e wearable del Mobile Business Group.
[…] Ma i brand devono evolversi e il nostro ha continuato ad evolversi nel tempo. Negli anni, abbiamo cambiato font e colori, e più di recente abbiamo deciso in modo strategico di concentrarci su “Moto” come nostro principale brand di prodotto.

Dunque Moto ad indicare i prodotti di fascia alta by Lenovo e non più Motorola.

Questo potrà far dimenticare 87 anni di storia mobile scritta da questa icona? Staremo a vedere, intanto ecco i “momenti chiave” in cui Motorola c’è sempre stata, compreso quel fatidico 1969 in cui la prima parola proveniente dalla Luna fu trasmessa da un ricetrasmettitore Motorola.

1. L’originale radio Motorola

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Era il 1930 e Motorola lanciò questo modello di autoradio che presto diventò un grande successo. Fu il vero inizio del brand che, nato nel 1928 e inizialmente chiamato Galvin Manufactoring Corporation, da questa popolarità nel settore “motori” ne derivò il nome con cui tutti la conosciamo: Moto – da motorcar – e ola, che sta per suono. In altre parole, Motorola significa “Suono in movimento”.

2. Handie-Talkie SCR536

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Tempo prima di affacciarsi sul mondo della telefonia mobile, Motorola si occupava già di tecnologia wireless.

Era il 1940 e la Galvin Manufactoring Corporation, poi Motorola, lanciò il primo walkie talkie: Handie-Talkie SCR536. Così, il brand e il suo neonato prodotto, giocarono un ruolo fondamentale nella svolgimento del secondo conflitto mondiale.

3. Motorola DynaTac

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Qualche decennio dopo, nel 1973, Motorola preparava il prototipo DynaTac, essenzialmente un cellulare precoce.

Nel 1984 il primo telefono cellulare in commercio, il Motorola DynaTac arrivò nei negozi. Questo dispositivo, ingombrante e in plastica, pesava ben 794 grammi.

4. Motorola MicroTAC

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Ulteriori studi e perfezionamenti nel campo della telefonia mobile, diedero alla luce nel 1989 il MicroTAC, uno dei primi esemplari del “flip phone”, il noto telefono cellulare “a conchiglia” che influenzò, negli anni successivi, l’intero concetto di phone design e spopolò per tutti gli anni Novanta diventando una vera icona che segnò l’intero decennio, chi non ricorda il famosissimo StarTAC?!

Con il MicroTAC, Motorola lanciò sul mercato un dispositivo d’avanguardia, un vero telefono cellulare degno della descrizione “mobile”: a differenza del precedente, al suo lancio il Motorola MicroTAC è stato il device più piccolo e leggero sull’intero mercato. Versioni GSM e TDMA del MicrotAC verranno poi lanciate nel 1994.

5. Timeport, world communication

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Oggi diamo per scontato il fatto che il nostro smartphone funzioni ovunque, anche in altri continenti. Nel caso in cui te ne fosti dimenticato o non ci hai mai pensato su, non è sempre stato così e negli anni Novanta, quando il cellulare iniziava sul serio ad essere “mobile”, poteva succedere, e anzi succedeva, che chi viaggiava all’estero si trovava senza nessuna funzionalità telefonica (Ehm…Sì, all’epoca il telefono si utilizzava solo per chiamare!).

Nel 1999 il Motorola Timeport L7089 risolse questo “piccolo” problema e così turisti, viaggiatori abituali o uomini d’affari potevano spostarsi e continuare ad usare lo stesso cellulare mentre attraversavano i continenti, non male vero?!

6. Moto RAZR V3

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Dopo tutti questi anni e tutti questi successi, Motorola si era guadagnata la reputazione di azienda leader nella creazione di telefoni cellulari dal design evoluto, ancor prima della rivoluzione degli smartphone del 2004.

A proposito di questo, il RAZR V3 è stato un grande successo, fu un cellulare che sotto molti aspetti prefigurava tendenze nel design degli attuali smartphone: uno spessore mai visto prima, 13,9 millimetri e un rivestimento in metallo. In un mondo in cui i cellulari in commercio erano di plastica, il lancio del RAZR V3 fu una vera rivoluzione che dava al dispositivo una certa importanza estetica, rendendolo particolarmente elegante.

Dopo quest’ultimo successo, per Motorola iniziò il declino, parallelamente all’avanzata di grandi brand quali Samsung, LG e di certo Apple.

7. Moto G

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Senza dubbio Motorola non è stata in grado di competere fino in fondo nel mercato più attuale, ma ha comunque rilasciato nell’ultimo decennio degli ottimi smartphone Android. Dovendo scegliere, il Moto G era uno smartphone di buon livello che non aveva nulla da invidiare agli altri ed era venduto ad un prezzo molto accessibile.

Dopo aver ripercorso il passato, non resta che attendere il futuro di questo storico brand “dalle preziose intuizioni” che ha contribuito a scrivere la storia della telefonia mobile e continuerà a farlo proprio a partire da qui.

Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università – Parte II

Hai già letto la prima parte dell’articolo qui?

Le PMI devono liberarsi dal paradigma del Marketing Industriale

Quanto detto nella prima parte, ci conduce ad una affermazione molto forte e apparentemente provocatoria: le PMI devono liberarsi dal Paradigma del Marketing Industriale.

Non devono limitarsi a lanci di prodotti semplicemente migliorativi ma devono innovarerivolgersi ai consumatori innovatori, creare strategie di diffusione basate sulla trasmissione sociale dell’innovazione; non possono ricorrere alle ricerche di mercato come fanno le grandi imprese industriali.

Gli argomenti esposti fin qui riguardano la razionalità: il problema è che, almeno a mio parere, il paradigma industriale non è soltanto un paradigma razionale ma anche emotivo. Questo paradigma è infatti diventato dominante a livello culturale, si è istituzionalizzato, e tende quindi a trattenere e ad affascinare la mente e il cuore di chi si occupa di marketing, come spiegano molto bene J.N.Sheth, D.M.Gardner, D.E.Garrett  nel loro libro Marketing Theory: Evolution and Evaluation (Wiley&Sons), in cui descrivono la nascita, la diffusione e l’affermazione della corrente principale del pensiero di marketing, quella che loro definiscono Managerial School, i cui elementi costituiscono l’ossatura del paradigma del marketing industriale:

“Alla fine degli Anni 40 e all’inizio degli Anni 50, molti studiosi di economia si indirizzarono verso una nuova direzione. Avvertendo che gli studiosi di economia si stavano isolando dal mondo del business, autori come Joel Dean e William Baumol svilupparono l’area della Economia Manageriale. Il loro scopo, piuttosto semplice, era quello di trasferire teorie economiche spesso astratte prodotte da accademici, in principi pratici di business che potessero essere prontamente utilizzati dagli executives nei loro quotidiani compiti manageriali.”

La Managerial School ha generato alcuni concetti unici dei quali possiamo essere orgogliosi. Essi includono il concetto di Ciclo di Vita del Prodotto, quello di Marketing Myopia, di Marketing Mix,  e il concetto stesso di marketing. Forse il suo più importante contributo è stato quello del concetto di Segmentazione del Mercato e dei suoi corollari di Differenziazione del Prodotto e di Mercato.

La Managerial School ha avuto una fortissima influenza sulla professione di marketing. I suoi concetti centrali continuano ad essere pesantemente utilizzati dai professionisti di marketing negli uffici delle aziende e dai professori di marketing nelle aule universitarie… la Managerial School si è stabilita come una scuola di pensiero generale.”

A conferma di questa enfasi del paradigma del Marketing Industriale sulla gestione dell’esistente piuttosto che sull’innovazione c’è un passaggio di Philip Kotlker nel suo celebre Marketing Management che trovo emblematico:

“La maggior parte dei prodotti si trovano nella fase di maturità del loro ciclo di vita, e dunque la maggior parte dell’attività di marketing management concerne prodotti maturi.”

Capite adesso che non è facile sradicare dalla mente delle persone questo paradigma, convincere i marketer delle PMI che devono andare oltre questo sistema di pensiero ed individuare nuove strategie.

Le strategie di innovazione per la PMI: innovazione e retroinnovazione

Cosa devono fare quindi le PMI? Devono fare innovazione, e non semplicemente innovazione migliorativa.

Questo non significa che fare innovazione sia soltanto la creazione di invenzioni tecnologiche tutelabili da brevetto. L’innovazione tecnologica è soprattutto, in tema di PMI, il campo delle startup tecnologiche: esiste ormai un’ampia gamma di esperienze, di letteratura, di case history che mostrano quali siano i passi strategici da seguire per attuare questa strategia che sicuramente è perseguibile dalle PMI.

Sono moltissimi infatti gli esempi di aziende che hanno cambiato il mercato ed il mondo partendo da un garage: ma qui quello che serve è veramente un’invenzione, qualcosa che proviene da una idea genialmente disruptive in senso tecnologico. E le grandi idee sono rare.

Per la maggioranza delle PMI italiane dobbiamo quindi, quando non c’è una big idea tecnologicamente disruptive da mettere in campo, adottare una strategia diversa, che si basi su di un patrimonio presente nella cultura materiale italiana: il nostro peculiare modo di esserci nel mondo e di interpretare la vita.

Per capire meglio di cosa si tratta occorre osservarsi da fuori, con gli occhi di chi italiano non è: ad esempio, con quelli di un giapponese come Hajime Kobayashi, che conosce molto bene l’Italia poiché ha lavorato per molti anni a Milano in Alcantara, che nel suo L’Italia tra piacere e dovere. Lo stile manageriale italiano agli occhi di un giapponese (Franco Angeli) descrive così il modello produttivo italiano:

“Nella terza Italia (quella dei distretti) si producono prodotti vari ed originali, in funzione dei desideri dei consumatori, valorizzando quella sensibilità mediterranea e quello spirito artigiano tramandatosi nel tempo.

In questo senso il modello italiano è diverso dal modello anglosassone o da quello dei paesi dell’Europa continentale d’oltralpe. Secondo me i due modelli anglosassone ed europeo non si sono ancora liberati del pensiero della società industriale di massa che prevede produzione e vendita in serie.

I creatori italiani sono determinati e tenaci nel senso della capacità di creare un’impresa da idee originali e nel riuscire a realizzare redditi tali da potersi permettere un elevato livello di vita e un consumo di qualità da cui deriva, in un circolo virtuoso, la capacità di produrre beni ancor più raffinati.

L’aspetto culturale riveste un’importanza capitale nella comprensione degli italiani. alla base di tutto si trova il pensiero rinascimentale della civiltà mediterranea. una vita consacrata all’arte e a dimensione d’uomo sono valori riconosciuti. In questo contesto, il lavoro, facendo parte della cultura, deve essere a sua volta bello e umano. Ne consegue che i prodotti devono essere disegnati bene basandosi su criteri estetici e di funzionalità.”

Infine Kobayashi conclude così:

Io credo che il modello italiano sarà nel XXI secolo un modello di sviluppo pari al modello anglosassone.”

Personalmente credo che Kobayashi abbia ragione: abbiamo qui in Italia un approccio alla creazione dei prodotti che è sicuramente unico al mondo, capace di demassificare, deindustrializzare, elevare i prodotti in termini di qualità. Basti pensare ad esempio a Brunello Cucinelli, che con questo tipo di pensiero ha creato un grande caso di successo nel campo del cashmere.

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Le strategia di retroinnovazione

Non vorrei che il concetto di retroinnovazione rimanesse soltanto un vago richiamo autocelebrativo all’eccellenza italiana: vorrei qui definirlo in modo più tecnico, descrivendolo come una vera e propria strategia di marketing.

La retroinnovazione si basa certamente sui concetti espressi da Kobayashi, su di un certo modello culturale, ma è anche una serie di azioni concrete che devono essere chiare per essere praticate.

Allora, in primo luogo definirei la strategia di retroinnovazione utilizzando la Curva del Ciclo di Vita del Prodotto: cosa c’è alla fine di questa Curva?

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Ci sono i prodotti nella fase di Declino. Verrebbe di immaginarsi una sorta di cimitero degli elefanti dei prodotti usciti dal paniere ISTAT: le camiciole di lana, le caffettiere alla napoletana (a casa dei miei ce n’era una, soppiantata dalla più moderna moka), le lucidatrici, la cera per i pavimenti e le pattine.

In realtà, in fondo a quella Curva, c’è un tesoro, il patrimonio a cui dobbiamo attingere. Questo patrimonio lo definisco Configurazioni Pre-Industriali di Prodotto.

Cosa intendo con questa espressione? Se ci pensiamo bene, ad esempio, il sapone che utilizziamo oggi per lavarci viene ancora chiamato sapone, ma in realtà è qualcosa di molto diverso dal sapone pre-industriale.

Un tempo il sapone era realizzato con grassi animali; poi si passò a quelli vegetali, e infine si è arrivati all’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi. Oppure prendiamo il pane: quello che noi oggi chiamiamo pane e ingeriamo in quanto pane ha molto poco a che vedere con il pane del passato.

Quello che è successo infatti, è che praticamente tutte le categorie merceologiche esistenti prima dell’avvento della Rivoluzione Industriale sono state profondamente modificate nei loro processi di produzione e nelle loro materie prime. E molto spesso il risultato è stato un peggioramento qualitativo: per assecondare i bisogni del produttore, sono stati inseriti nei prodotti conservanti, coloranti, additivi; le produzioni sono state meccanizzate; le aree di produzione sono state delocalizzate. Ma non basta: i prodotti sono stati standardizzati, si è arrivati ad una omologazione dei consumi mai avvenuta prima nella storia umana.

Insomma, qualcosa si è perso: sull’altare della riproducibilità tecnica abbiamo ottenuto riduzione di prezzo e affidabilità costante del risultato, ma abbiamo sacrificato, spesso anche se non sempre, qualità, originalità, variabilità, identità di ciò che oggi produciamo e consumiamo.

Per quanto mi riguarda, la prima volta che ho sentito parlare di retroinnovazione è stata alla fine degli Anni Novanta: sul settimanale femminile “Amica” un articolo parlava del Pain Poilâne, il forno del XIV arrondissement di Parigi nel quale era stato reintrodotto il lievito madre, i forni a legna, le farine macinate a pietra: il successo era enorme, si formavano le file fuori dal negozio, e si diceva che la televisione sovietica, si era ancora nella fase precedente alla caduta del Muro di Berlino, mostrasse queste file per motivi propagandistici, a sottolineare il declino dell’Occidente decadente.

Potremmo continuare, ma credo che abbiate già capito: si tratta di ripensare i processi produttivi dei prodotti che già esistono per riportarli alla loro configurazione originaria.

Questa strategia di retroinnovazione di prodotto può anche essere vista come una strategia di Trading-up, ovvero la modalità di riposizionamento verso l’alto, o neo-lusso come lo definiscono i due autori, descritta appunto da Silverstein e Fiske in Trading up. la rivoluzione del lusso accessibile (ETAS):

Qualunque categoria in cui i prodotti si assomiglino tra loro e non riescano in nessun caso ad assicurare una scala di benefici che spicchi su tutte le altre rappresenta un’opportunità per l’ingresso di un player del neo-lusso”.

Sono tante le categorie di prodotti che rispondono a questa descrizione, ad esempio il settore della birra è già stato interessato da questa strategia di de-industrializzazione, grazie al fenomeno delle birre artigianali.

Retroinnovazione nelle PMI italiane: i due livelli, culturale e direttamente materiale

Sintetizzando, direi quindi che esistono due livelli di retroinnovazione realizzabili strategicamente dalle aziende italiane: il primo livello è quello culturale, consistente nel modo di affrontare il processo produttivo e la configurazione del prodotto improntato alla ricerca della qualità che è propria del modello italiano come descritto da Kobayashi. Si tratta di un modo di operare che può, e direi deve, essere adottato in qualunque settore, anche nel settore BTB, anche ad esempio nella meccanica fine, dove le aziende italiane sono già così forti a livello mondiale. Qui siamo di fronte ad un surplus di cura, attenzione, microinnovazione che permea tutto il processo produttivo e che conduce ad una qualità superiore. Strategia di nicchia, forse, ma anche un posizionamento conquistabile e difendibile sui mercati globalizzati.

Il secondo livello, quello della vera e propria retroinnovazione materiale, è quello descritto in precedenza: sul substrato della retroinnovazione culturale produttiva si innesta il progetto di recupero di una configurazione di prodotto pre-industriale, che consiste nel recupero di logiche produttive artigianali, attualizzate nel contesto produttivo e di consumo contemporaneo.

Il ruolo dell’Innovazione Digitale nelle strategie di retroinnovazione

Nel campo delle strategie di retroinnovazione, il contributo della nuova cultura digitale può essere visto in duplice senso: da una parte, la nuova cultura digitale è portatrice di una nuova cultura di marketing, che si è sviluppata in gran parte fuori dal paradigma del marketing industriale. Chi opera nella cultura digitale è certamente più libero mentalmente e culturalmente da questo paradigma e il suo contributo può essere altrettanto liberatorio all’interno dei progetti in cui è chiamato ad operare.

Dall’altra parte, il contributo delle nuove competenze digitali è fondamentale per le strategie di diffusione, oltre che di commercializzazione, dei prodotti retroinnovativi: siamo di fronte a processi di diffusione sociale dell’innovazione e quindi il ruolo della Rete è determinante. Il paradigma digitale, nel corso di questi ultimi anni, ha molto approfondito il tema del word-of-mouth e del buzz marketing per arrivare poi al social media marketing.

Siamo quindi di fronte al paradosso per il quale, per lanciare prodotti legati al nostro passato e alla nostra tradizione possiamo e dobbiamo ricorrere alle frontiere più avanzate e innovative del marketing.

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Il nuovo Branding Digitale

La nuova cultura di marketing digitale ha avuto e sta avendo un impatto molto forte nell’innovazione del branding, per due ragioni principali.

La prima consiste nel fatto che nell’ambito del marketing digitale il consumatore non è soltanto un target da convincere all’acquisto di un prodotto, perché diventa invece l’attore principale del processo sociale di diffusione dell’innovazione.
Questo significa che il consumatore deve essere coinvolto dal brand fino a farlo diventare un alleato volontario per la sua crescita e la sua diffusione: vedi ad esempio tutto il fenomeno della viralità in Rete, per ottenere la quale sono stati creati nuovi strumenti e nuovi approcci di marketing. Oltre la viralità, c’è anche tutta la potenzialità offerta dalla creazione e gestione delle community: il marketing digitale ha portato molto più in là le frontiere del marketing tribale e più in generale della partecipazione del pubblico alla vita e alla crescita dei brand.

La seconda ragione, personalmente, la vedo nella maggiore raffinatezza richiesta dalla comunicazione digitale, in particolare dalla sua strutturazione su più target.

Più precisamente, le campagne digitali, a differenza delle campagne sui media classici che sono rivolte generalmente ad un solo target principale, possono essere invece rivolte a più segmenti di mercato contemporaneamente, vista la possibilità che la Rete offre di indirizzare in maniera puntuale ed esclusiva i messaggi. In pratica, si è chiamati a strutturare campagne di lead generation che portino i consumatori dalla condizione di Unaware a quella di Most Aware: questo significa la possibilità di strutturare campagne che siano non soltanto multisoggetto ma anche multisegmento in base al diverso stato del prospect.

Qui entrano in campo gli strumenti dello storytelling, ed in particolare The Customer Journey, il viaggio del cliente, che si basa sulla struttura narrativa archetipica del Viaggio dell’Eroe.

Entriamo adesso in un campo davvero nuovo della comunicazione: l’esplorazione degli archetipi dell’inconscio collettivo, che possono diventare non soltanto uno strumento di comunicazione ma di guida nella strategia di marketing e di branding nel loro complesso.

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Dall’archetipo industriale a quello post-industriale: le PMI come frontiera del marketing e branding più avanzati

Siamo quasi arrivati al termine di questa cavalcata che ci ha portato dall’analisi di fattori tecnici di marketing conosciuti a nuovi elementi di marketing molto meno conosciuti.

Per noi di Create! Group infatti, l’approccio archetipale è quello che crediamo possa meglio essere utilizzato per capire olisticamente, nel suo insieme, il grande cambiamento del marketing, il salto di paradigma cui siamo tutti chiamati, soprattutto se dobbiamo svolgere azioni di marketing per le PMI.

Tutto quello che abbiamo descritto in precedenza parlando del paradigma del Marketing Industriale è in definitiva la definizione di un archetipo: una grande struttura composta da una parte razionale emergente, cioè le strategie definite in termini di variabili di marketing, e da una parte inconscia, le immagini che ci affascinano e soprattutto i desideri collegati a questo grande archetipo produttivo, di consumo ed esistenziale.

L’archetipo industriale si nutre del desiderio di crescita infinita, di opulenza senza fine, di perfezione standardizzata, di modelli cui aspirare e ai quali conformarsi, di benessere materiale. Si tratta di un archetipo che esprime un desiderio di grandezza: è titanico, ci parla del nostro desiderio di superare limiti, anche i limiti stessi della condizione umana. Si nutre delle risorse ambientali in modo infinito perché non si preoccupa di ciò che lo circonda. La metafora profonda che può descriverlo è la mitica cornucopia: il problema è che la cornucopia stessa cresce per produrre sempre di più e per crescere si nutre di tutto ciò che le sta intorno.

Se andiamo veramente ad analizzare questo archetipo titanico in profondità scopriamo che la sua radice è il desiderio. Il desiderio è archetipicamente Eros, la forza, il dio che esiste prima della nascita dell’universo: tutto nasce dal desiderio. Tutto ciò che esiste, da questo post al device su cui lo stai leggendo, è nato perché qualcuno lo ha desiderato.

E nell’archetipo industriale quello che è successo è stata la liberazione del desiderio: dopo millenni in cui il desiderio era stato regolamentato, in effetti ben due dei Dieci Comandamenti riguardano direttamente il desiderio, questa forza è stata infine liberata. Desidera e compra è stato il nuovo metamessaggio dell’archetipo industriale.

Adesso stiamo invece entrando in un nuovo paradigma ed un nuovo archetipo sta emergendo: si basa sul concetto di limite, di equilibrio, di rispetto, di contenimento, di armonia, di orientamento ai bisogni umani più profondi e non semplicemente materialistici. Il desiderio viene indirizzato non più direttamente ed esclusivamente alla crescita quantitativa ma anche a quella qualitativa. Il desiderio prende sempre maggiore consapevolezza della necessità di essere indirizzato più che alla crescita delle aziende, dei volumi e delle produzioni, al miglioramento della condizione umana e alla soddisfazione dei bisogni umani.

Stiamo passando quindi dall’archetipo dominato dalla macchina-azienda all’archetipo rivolto ai bisogni umani.

Detto tutto questo, capite bene perché abbiamo tanta fiducia nelle PMI: perché sono entità non titaniche, che conservano al loro interno dinamiche più vicine alla dimensione umana e che per questa ragione possono davvero diventare in migliori interpreti di questa nuova epoca post-industriale, di questo nuovo paradigma orientato maggiormente ai bisogni umani.

Come Create!Group abbiamo molto lavorato per cercare di capire quali fossero i bisogni umani, fino a crearne una mappa: noi crediamo che questa mappa sia anche il progetto di ogni brand che voglia davvero indirizzare la propria azione al soddisfacimento di bisogni umani.

Il brand non è soltanto un’immagine o una percezione. Il brand è veramente paragonabile a una città. Infatti, come le città, nasce per soddisfare bisogni umani: richiede denaro per essere costruito e genera flussi di denaro, è fatto per ospitare persone, è una comunità. E come ogni città vuole durare nel tempo.

Ma come certe città, un brand può nascere e crescere giorno dopo giorno disordinatamente, senza un piano preciso, creando agglomerati nei quali le persone vivono male, dove i loro bisogni non sono soddisfatti, baraccopoli e periferie esistenziali dalle quali le persone desiderano andarsene, prima o poi. Oppure un brand può essere progettato avendo gli occhi su di una mappa precisa; essere fondato guardando non soltanto al presente ma anche al futuro; fatto crescere tenendo conto dei bisogni delle persone.

Ma per fare questo occorre conoscere bene e a fondo i bisogni umani.

Occorre sapere fin dal principio quali saranno i suoi quartieri, le aree dove i bisogni umani profondi saranno soddisfatti dal brand, e solo poi gettarne le fondamenta e cominciare a costruire, ordinatamente, pietra su pietra, anno dopo anno. Solo in questo modo non si sprecano energie e si fanno meno errori, si crea qualcosa che resiste al tempo e destinato a durare, si creano brand che soddisfano veramente i bisogni umani e aggiungono gioia di vivere e migliorano il mondo di oggi e di domani.

Anche una PMI può creare un brand che sia veramente una città che soddisfa i bisogni umani: una piccola città, ma nella quale è bello vivere e dove molti vorranno andare a vivere.

Perché Create! Group partecipa a Digital for Italy

Come a questo punto risulterà evidente, crediamo moltissimo nelle potenzialità delle PMI italiane. E non soltanto per i mille motivi che normalmente si riconoscono ad esse: il patrimonio di saper fare, di artigianalità, di qualità, di creatività.

Noi crediamo che le PMI italiane siano l’avanguardia dell’emersione di un nuovo paradigma produttivo, di consumo ed esistenziale. Crediamo che proprio in queste aziende ci sia terreno fertile per la nuova cultura digitale e per il nuovo paradigma di marketing. Le PMI italiane sono il nuovo archetipo del futuro, l’ambito migliore in cui innestare gli strumenti e le tecniche più avanzate del marketing.

Come sempre, ciò che è più vero e reale si presenta sotto forma di paradosso: e per noi questo è un paradosso che ci entusiasma e ci stimola moltissimo.

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Un Social Media Planning efficace? Mai perdere di vista l’obiettivo di comunicazione

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Nella comunicazione moderna i Social Media stanno assumendo un’importanza sempre più elevata nella formulazione di un piano integrato di comunicazione, così è importante saper scegliere lo strumento corretto attraverso cui far sentire la propria voce, individuare il target adatto, creare una campagna completa ed efficace, senza però mai dimenticare l’obiettivo di comunicazione prefissato.

Le regole per un perfetto Integrated Social Media Planning ce le illustra Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Maxus Italia, a GroupM company, intervistato speciale perché docente del Master in Social Media Marketing di Ninja Academy.

Gli ingredienti di una pianificazione efficace: target, contenuto e costi. Nella pianificazione sui social network che importanza hanno?

Sui Social Network così come in ogni altro contesto pubblicitario, gli elementi da tenere in considerazione sono sempre gli stessi: qual è il target a cui vogliamo rivolgerci? Quali obiettivi vogliamo raggiungere? Con quali contenuti e attraverso quali modalità possiamo colpire l’attenzione dei nostri interlocutori? Quanti soldi possiamo permetterci di spendere?

È una sequenza di molto buon senso ma molto spesso, ancora, sui social network si pianifica secondo un piano editoriale, o contenuti ritenuti attuali, e il successo dipende da logiche di engagement (quante interazioni ho ottenuto, quanti utenti ho raggiunto, quanti costi ho sostenuto) spesso trascurando il legame con l’obiettivo iniziale di comunicazione.

Ci troviamo di fronte un vasto panorama di strumenti paid, ci consigli come scegliere al meglio quello più adatto a noi?

La scelta degli strumenti, come anticipato prima, deve essere fatta in funzione degli obiettivi: se voglio farmi conoscere e raggiungere un’ampia audience dovrò usare strumenti di awareness e branding; se desidero ottenere risultati immediati in termini di conversioni (dal semplice accesso al sito alla raccolta di Lead fino ad arrivare alle vendite) potrò utilizzare strumenti di Direct Response.

Se il mio obiettivo è il coinvolgimento degli utenti potrò usare i “tradizionali” strumenti di Engagement.

Nel primo caso, soprattutto per i brand con elevati budget, Facebook propone sempre di più strumenti complementari alla TV e la stessa pianificazione ne replica le logiche: pensiamo alle modalità di acquisto “Reach&Frequency” (copertura del target e frequenza di contatto) o Target Rating Point che permettono di raggiungere milioni di persone controllando la frequenza di contatto (cosa che, con i post tradizionali, non si può impostare).

Sempre in tema di Awareness, mentre Reach&Frequency e TRP sono disponibili solo per grandi aziende e agenzie, le pianificazioni che ottimizzano i costi per click o costi per visualizzazione sono quelle più diffuse per tutti gli advertisers, grandi e piccoli, che possono pianificare una inserzione con pochi euro su Facebook, Twitter, YouTube, fino a spenderne migliaia.

In termini di Direct Reponse, ormai tutte le piattaforme prevedono l’utilizzo di pixel di tracciamento per valutare quanto il traffico generato dai social network si riversa sui siti aziendali e quanto gli utenti concludono le azioni ipotizzati dagli advertisers: accessi, download, iscrizioni, fino ad arrivare alle vendite.

Il panorama di strumenti è articolato, ma la scelta viene agevolata se gli obiettivi sono chiari. Prima di iniziare una pianificazione occorre riflettere attentamente sul perché delle attività che si desidera raggiungere.

Come avviene il passaggio da Reach a Conversion?

Non è detto che le due dimensioni debbano essere per forza messe in relazione: possiamo gestire campagne che ottimizzano la copertura, come visto in precedenza, oppure tendere immediatamente alla conversione e ottimizzando di conseguenza questo parametro.

Anche Facebook dichiara chiaramente questo approccio all’interno della piattaforma di gestione degli annunci: dimmi cosa vuoi e ottimizzerò il costo di conseguenza.

Per gli utenti più evoluti è possibile ragionare con logiche di remarketing, andando a ricontattare (remarketing positivo) o escludere (remarketing negativo) gli utenti che abbiamo già visto la pubblicità o compiuto un’azione. In questo modo si riescono a ottimizzare entrambi gli obiettivi di massimizzazione della reach e ottenimento dei risultati di conversione.

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Passiamo dalla teoria alla pratica: come si converte un planning preciso in una campagna efficace?

L’efficacia di una campagna dipende da quanto tempo desideriamo investire una volta che l’attiviamo.

In fase iniziale sarà utile avere molteplici annunci con diversi target e vedere che risultati ottengono una lanciati: il lavoro di test e ottimizzazione è fondamentale. Solamente quando saremo “live” capiremo se le scelte di target, contenuti e strumenti da noi ipotizzate sortiranno gli effetti desiderati. Campagna dopo campagna inizieremo ad avere i nostri “benchmark” e capiremo se stiamo andando meglio o peggio del previsto.

Quindi, in pratica, occorre definire diversi parametri ed essere pronti a modificarli per ottimizzare i costi, da un lato, e migliorare gli obiettivi che ci siamo prefissati, dall’altro.

Appare fondamentale affiancare a una buona creatività una ottima gestione della campagna, corretto inserimento dei pixel di tracciamento, lettura degli analytics delle pagine sui siti (quando abbiamo obiettivi di Direct Response): la pianificazione sui social network sta diventando sempre più trasversale ai mezzi ed è necessaria una gestione che sia anch’essa trasversale al mezzo.

Uno sguardo al futuro: come immagini il socia media advertising tra qualche anno? Quali sono le tendenze verso cui stiamo andando?

Nel mondo social è già difficile descrivere cosa succederà tra qualche mese… praticamente impossibile immaginare uno scenario a lungo termine. Stiamo assistendo al consolidamento di Facebook che, con i suoi quasi 1,5 miliardi di utenti, continua a essere il punto di riferimento nell’ambito social, sia per lo svago dello persone che per le opportunità di contatto delle aziende.

La crescita di altri social newtork con profili sempre più circoscritti è un dato di fatto (per es: Pinterest per un pubblico più femminile, Snapchat per un’audience più giovane).

Nel lungo termine quello che possiamo immaginare è che il trend di automazione degli acquisti pubblicitari attraverso piattaforme automatiche, il cosiddetto Programmatic Buying, riguarderà sempre di più anche i social network: gli spazi pubblicitari di tutti i social network, con audience più o meno ampie, non potranno prescindere dal transitare all’interno dei grandi bacini di spazi pubblicitari (adexchange).  Gli advertiser potranno così definire e gestire in modo centralizzato e sempre più ottimizzato campagne trasversali ai social media, al web o mobile legati alla display, incrementando le opportunità di targetizzazione e, quindi, il ritorno economico.

Un’intervista, un’introduzione a quello che sembra un panorama in continua evoluzione come quello della strategia Social Media Planning integrata.

Per approfondire il tema non perderti il Master in Social Media Marketing powered by Ninja Academy.

LEGGI LE ALTRE INTERVISTE AI SUPEREROI DEL MASTER NINJA ACADEMY:

I trend 2016 nella comunicazione digitale? Social Caring e Social Shopping
Social Media Strategy: il vero segreto è saper ascoltare. I consigli di Simone Tornabene
LinkedIn: dal piano editoriale all’advertising, i consigli di Leonardo Bellini
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Come avere un’identità su Instagram e conquistare follower?
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Snapchat e WhatsApp non hanno nulla da invidiare ai social media

Le icone della cultura pop trasformati in copertine di libri per bambini

Game of Thrones

Game of Thrones

L’artista americano Joey Spiotto ha trasformato i personaggi delle serie tv del momento e dei film più amati dal grande pubblico in copertine di libri per bambini, rendendo immediatamente comprensibile la caratteristica o il dettaglio che li rende speciali.

Da Game of Thrones a Breaking Bad, passando per Harry Potter, Resident Evil, Orange is the New Black, Kill Bill, Venerdì 13 ed il Pianeta delle Scimmie, ma anche personaggi famosi come Lady Gaga. Non importa se si tratta di film dell’orrore o di serie tv dall’ambientazione gotica o di personaggi che amano dare scandalo con outfit clamorosi, il tratto di Joey fa emergere la vera essenza di ogni protagonista con dolci illustrazioni adatte anche ai più piccoli.

 

Breaking Bad

Breaking Bad

 

Harry Potter

Harry Potter

 

Hunger Games

Hunger Games

 

Batman - Joker

Batman – Joker

 

Gods of War

Gods of War

 

Godzilla

Godzilla

 

Lady Gaga

Lady Gaga

 

Venerdì 13

Venerdì 13

 

Orange is the new black

Orange is the new black

 

Assassin Creed

Assassin Creed

 

Edward mani di forbice

Edward mani di forbice

 

Kill Bill

Kill Bill

david bowie

Addio a David Bowie, ecco i suoi video più amati

La notizia ha già fatto il giro del mondo e di tutte le bacheche social: David Bowie ci ha lasciati, all’età di 69 anni, dopo una carriera di quasi 50, che ne ha fatto uno degli artisti più apprezzati e amati al mondo.

Proprio come fu qualche mese fa, quando si diffuse la notizia della morte dell’amico e collega Lou Reed, le conversazioni dell’universo digitale si sono catalizzate tutte attorno alla commemorazione del grande Duca Bianco.

Chi ama la musica, chi ama l’arte, i coinvolgenti lavori di un animo nobile come quello di Bowie, stamani ha probabilmente condiviso un ricordo, un video, una canzone sul proprio profilo Facebook o Twitter. La nota dolce di un evento tanto amaro sta forse in questa condivisione collettiva delle emozioni, che restituisce la dimensione della grandezza di questo artista e dell’importanza della sua musica nella vita dei suoi fan.

Noi vogliamo commemorare David Bowie nel modo che ci è più consono, attraverso cioè i suoi video più belli, amati e significativi.

Life on Mars

https://www.youtube.com/watch?v=v–IqqusnNQ

I’m afraid of Americans

Be my wife

Blue Jean

Heroes

https://www.youtube.com/watch?v=Tgcc5V9Hu3g

Space Oddity

Love is lost

Ashes to ashes

The Stars (are out tonight)

Lazarus

Ferrari in pole position: il bilancio delle IPO 2015 e i nomi del 2016

Borsa Italiana in tricolore? Ci siamo, si parte con il Rosso Ferrari.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci, ma mai come in Borsa elaborare numeri è tanto importante. Già il 2015 è stato l’anno di quotazione di Poste Italiane, OVS e Banzai su tutte, eccellenze italiane che hanno aperto la loro offerta pubblica iniziale.

Il 2016, secondo indiscrezioni tutte da verificare, sarà l’anno di Eataly e Ferrovie dello Stato, mentre una azienda leader si è già guadagnata il podio: Ferrari.

Insomma, i nomi interessanti sembrano non mancare ed è solo l’inizio.

Ferrari sul podio delle quotazioni 2016

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4 gennaio 2016, l’anno è appena iniziato, ma la campanella delle quotazioni IPO alla Borsa Italiana si fa sentire, Ferrari, storico marchio del cavallino, si quota per la prima volta in Italia.

L’avventura inizia alle 9 e le contrattazioni non si fanno attendere, mentre il premier italiano annuncia “una straordinaria occasione per gli investitori”.

Il passo italiano del cavallino segue lo sbarco americano dell’azienda dell’ottobre 2015 e anche lo scenario milanese si presenta con Piazza Affari in rosso Ferrari, bandiere alte su Palazzo Mezzanotte ed esposizione dei nuovi modelli all’ingresso.

Ferrari sembra voglia festeggiare la sua quotazione IPO  a Piazza Affari come il ritorno a casa di un marchio di eccellenza: quale Italiano non associa alla Ferrari un vero simbolo del Made in Italy?

I primi nomi IPO 2016: Eataly e Ferrovie dello Stato

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Ferrari sembra essere solo il primo nome delle IPO 2016: Eataly e Ferrovie dello Stato dovrebbero essere le prossime.

Eatalyeccellenza del food italiano, aveva già annunciato tramite il numero uno della società di investimento Tip, Giovanni Tamburi, la sua volontà di quotarsi a Piazza Affari tra il 2016 e il 2017. E la notizia non era nuova, dato che già il fondatore Oscar Farinetti aveva dichiarato la sua voglia di Borsa Italiana nel marzo 2015. Si parla quindi di doppia conferma e non ci resta che aspettare il suono della campanella.

Ferrovie dello Stato, in viaggio verso IPO 2016, potrebbe avere qualche difficoltà nella quotazione principalmente perché la scelta più importante da prendere è su cosa quotare: la linea dell’alta velocità con i treni Freccia Rossa, o la rete tradizionale con i suoi mezzi, senza contare il dubbio sull’infrastruttura?

Il percorso verso la quotazione sembra essere ancora lungo e l’attesa potrebbe riservare altri colpi di scena.

LEGGI ANCHE: H-Farm si quota in borsa, parla Riccardo Donadon [INTERVISTA]

Wall of Fame IPO 2015: Poste Italiane, OVS e Banzai

IPO 2015

Momento di bilanci per IPO 2015 con il podio composto da Poste Italiane, OVS e Banzai, tre realtà del Made in Italy che guardano al 2016 come un anno di svolta o di crescita nel mondo di Piazza affari.

Poste Italiane, azienda di servizi postali, assicurativi e finanziari, si è quotata nell’ottobre 2015 con uno dei lanci più seguiti dal mondo finanziario. La società italiana, infatti, ha aperto la strada alle quotazioni IPO anche delle grandi big italiane con il coinvolgimento di diversi fondi di investimento nonché di banche d’affari.

I primi mesi di quotazioni si chiudono con il segno più.

OVS, brand italiano dell’abbigliamento casual, si è lanciata in Piazza Affari nel marzo 2015 e, a quasi un anno di distanza, ha registrato un guadagno di più del 50% del suo valore. Ma l’ascesa non sembra arrestarsi con le proiezioni trimestrali che segnano un ulteriore incremento della performance di vendita.

Il risultato? Avere tutti gli occhi addosso.

Banzai, società leader nella produzione media ed eCommerce, ha partecipato alla chiamata di IPO nel marzo 2015. Il suo percorso in Piazza Affari non ha mai preso davvero quota, ma un piccolo segnale di ripresa si è registrato nell’ultimo trimestre. Nulla è perduto!

L’anno nuovo è cominciato, IPO 2016 aperte, Piazza Affari pronta. E l’inizio sembra già promettere bene.

Da grande voglio fare il freelance: vantaggi per lavoratori e aziende

Mentre lo stereotipo dell’uomo di un tempo che “da grande voglio fare il posto fisso” impazza nelle sale cinematografiche di tutta Italia con record di incassi, il mondo del lavoro si muove nella direzione opposta.

I giorni della settimana lavorativa di 40 ore sono finiti da un pezzo, fatta eccezione per alcuni lavori in via d’estinzione; al loro posto crescono e si espandono i lavori da freelance, gli spazi di co-working e i gruppi di lavoro che si coordinano con i nuovi e potenti strumenti del web.

Lavorare come freelance è divenuta la norma. Lavoro con partita Iva e collaborazioni sono i termini più usati dalle nuove generazioni di lavoratori.

Secondo un recente articolo di Techcrunch la maggior parte delle startup europee e non, sta iniziando a utilizzare i freelancer per le mansioni più disparate.

I motivi sono da ricercare in alta preparazione accademica e lavorativa e in uno scontato interesse nei confronti della carriera, in altri termini: lavori per te stesso o per obiettivi per cui sei obbligato ad essere produttivo!

I numeri dimostrano che la generazione dei freelance è in piena espansione, soprattutto negli Stati Uniti.

Il lavoro da freelance, numeri alla mano

Da grande voglio fare il freelance: i vantaggi per i lavoratori e le aziende

Recenti ricerche affermano che ci sono più di 53 milioni di liberi professionisti negli States, dato che ci permette di asserire con estrema facilità che i freelance stanno rapidamente divenendo una delle più grandi forze lavoro della postmodernità occidentale.

Più di un terzo di tutti i lavoratori americani hanno partecipato o partecipano ad attività di lavoro autonomo; rispetto all’anno precedente ci sono circa 700.000 nuovi liberi professionisti in più.

Diversa la situazione italiana. Non esiste, ad oggi, un Jobs Act per la categoria, anche se qualcosa all’orizzonte inizia a muoversi. Nuovi regimi fiscali, la possibilità di accedere a bandi pubblici e fondi europei e un pacchetto di tutele previsto dallo Statuto del lavoro autonomo. Il 2016 dovrebbe, e si spera, essere l’anno della svolta. L’obiettivo è quello di semplificare la vita alle partite Iva e ai liberi professionisti, ma per questo bisognerà ancora aspettare.

LEGGI ANCHE: Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università – Parte I

La crescita del lavoro da freelance deve il suo successo ai tanti progressi fatti nella tecnologia che permettono il lavoro a distanza, la possibilità di gestire al meglio i propri orari di lavoro e, soprattutto, la facilità con cui si possono promuovere attraverso gli strumenti pubblicitari messi a disposizione dal web.

A breve queste peculiarità potrebbe obbligare gli imprenditori a non avere opzioni di scelta nella ricerca dei talenti.

Freelance: i vantaggi per le aziende

Da grande voglio fare il freelance: i vantaggi per i lavoratori e le aziende

I liberi professionisti sono una risorsa importantissima per le aziende perché offrono una vasta gamma di benefici che la maggior parte dei dipendenti non possono offrire. Per cominciare hanno una certa familiarità con tutto ciò che riguarda il sistema impresa: contabilità, fatturazione, branding, marketing e coinvolgimento del pubblico sui social media.

I freelance, a differenza di molti lavoratori dipendenti, hanno molta più esperienza riguardo al pagamento di tasse, l’invio di fatture, la costruzione e il mantenimento di un marchio.

Un ulteriore vantaggio, per nulla trascurabile, è che gran parte dei freelance sono esperti nei loro rispettivi campi; hanno anni di esperienza, un portafoglio clienti e possono utilizzare le proprie esperienze pregresse per ripetere il successo di un lavoro andato a buon fine.

Che si tratti di un copywriter, un graphic designer, un addetto al servizio clienti o un social media strategist, i freelance sono professionisti esperti in grado di tuffarsi a capofitto su tutti i tipi di progetto.

Vantaggi anche sul fronte costi. Utilizzare un freelance può essere una soluzione più conveniente rispetto all’assunzione di un dipendente a tempo pieno. La convenienza non è solo economica ma anche di tempo: non bisogna formarli, accettano tipologie di lavoro diverse tra loro, non hanno costi diretti in termini di tasse o piani di pensionamento per l’azienda.

Myo, il braccialetto capace di muovere il mondo

Ricordi la sequenza iniziale di Minority Report, in cui Tom Cruise utilizzava i computer della Pre-Crime attraverso i movimenti di mani e braccia? Ora puoi finalmente farlo anche tu grazie a Myo, il Gesture Control Armband di Thalmic Lab. Noi di Ninja Marketing ve lo avevamo già annunciato in un articolo del 2013, anno della sua prima uscita sul mercato. Ora Myo ha un nuovo look, è più potente e ha un Marketplace online dedicato. Lo ho provato per voi nella sezione Tech di Ninja Marketing, ed ecco il risultato.

Leggi anche: MYO: la fascia da braccio tecnologica per gestire i device!

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Unpackaging

Il dispositivo viene fornito in un elegante box/teca insieme ad un piccolo ricevitore bluetooth, un cavo usb e 10 sizing clips, utili a regolare la misura del braccialetto. Un bigliettino rimanda al sito myo.com/start dove è possibile scaricare il software di gestione e configurazione.

Myo si indossa come un normale braccialetto, ma va tenuto poco più sotto del gomito, sulla parte più grande dell’avambraccio. Può essere indossato sotto i vestiti ma non sopra, perché il funzionamento è basato sul rilevamento dell’attività muscolare attraverso i sensori miografici (da cui prende il nome Myo), che appoggiano sulla pelle.

muscoli

Giroscopio e sensori dell’attività muscolare

I gesti preconfigurati sono 5: double tap, fist, spread fingers, wave left and wave right, da combinare con il movimento e la torsione dell’avambraccio, ma il dispositivo è completamente personalizzabile a secondo dei propri gusti ed esigenze.

Il software di gestione “Myo Connect” è richiamabile in ogni momento attraverso un menù a tendina che compare sulla parte alta del desktop compiendo una sequenza precisa di movimenti. Nel menù trovi i link per l’accesso rapido ai programmi per i quali il mio dispositivo è stato già configurato (altri se ne potranno aggiungere), e soprattutto i pulsanti per attivare il controllo del mouse e della tastiera virtuale.

Gestures

 

Possibili applicazioni e Marketplace

L’utilizzo del mouse risulta, ad un primo approccio, un po’ difficoltoso: la sensibilità è regolabile ma a volte la dimensione del cursore e dei punti cliccabili rende ardua l’impresa, soprattutto perché è difficile tenere il braccio fermo durante il movimento legato al click (fist). Ma il mouse è soltanto uno dei numerosi utilizzi possibili. Myo è stato infatti progettato principalmente per essere utilizzato in 3 modalità: Present, Connect, Play. Per farlo, basta connettersi al Myo Market, un app store online dallo scorso 3 Novembre (prima era ancora in fase Beta), dedicato esclusivamente al dispositivo e sul quale sono presenti numerose applicazioni che permettono di ottimizzarne l’utilizzo con programmi e dispositivi vari. Le app sono disponibili per più piattaforme: Windows, iOS, iPhone/iPad, Android e Linux.

Myo Market Connect

Myo Market: Connected Things

La sezione relativa i connected things presenta molte applicazioni interessanti: con il Myo si possono controllare Droni, Smartwatch, GoPro, Google Glass, ma anche robots, televisori e smartphones. Basta scaricare l’app e configurare il proprio dispositivo. C’è addirittura un’applicazione che permette di inviare informazioni a una scheda Arduino

Myo Market Connect MyoDuino

Myo Market: Presentations

La sezione relativa ai tool per le presentazioni contiene ancora poche proposte, ma non mancano i programmi più famosi: Prezi, PowerPoint, KeyNote, Google Slides, Acrobat Reader. Nel video sotto, ecco un esempio con il file di prova fornito sulla pagina ufficiale.

Myo Market: Games & Multimedia

Le due sezioni relative ai giochi e alle applicazioni multimediali sono le più consistenti. Una menzione speciale va fatta per l’utilizzo del Myo in campo musicale. La possibilità di comandare virtualmente strumenti musicali e consolle sembra davvero appetibile per tutti gli appassionati. Per loro esiste, ad esempio, un’app dedicata che permette di collegare l’Armband a Garage Band, o a Leviathan, il famoso software di produzione musicale.

Per approfondire l’argomento rimando a questo articolo e al video sottostante.

Per quanto riguarda il gaming, una delle applicazioni più interessanti è quella che ti permette di giocare a titoli come Counter Strike, dove si può simulare con il braccio l’utilizzo delle armi per un’esperienza davvero immersiva, soprattutto se si utilizza in concomitanza con dispositivi quali gli Oculus Rift o simili. Molte delle app richiedono che l’utente possieda già il gioco o il software al quale si vuole associare il Myo, ma non mancano i freeware scaricabili.

Qui sotto provo Aircraft Maniac.

La sezione relativa al Multimedia propone invece tutta una serie di soluzioni per trasformare in un remote personalizzato il proprio Myo, connettendolo ad applicazioni come Youtube, Spotify, iTunes, Netflix, Vlc, etc… Tra le varie pagine del Market, si può trovare anche una Diagnostic Page online, che permette di visualizzare dati e grafici in tempo reale mentre si indossa il Myo, per controllarne l’efficenza.

Developer Tools & Myo Mapper

La parte più interessante è però quella che riguarda la possibilità di interagire con il dispositivo da developer. Una sezione apposita è presente infatti sull’homepage, dedicata a chi vuole cimentarsi con la programmazione di nuove funzionalità per il Myo, o semplicemente per sviluppare nuove App da caricare sul Marketplace. Il sito contiene un blog, una sezione per guide e documenti e una per il download. Basta scaricare l’SDK e si può cominciare. Ma esiste una soluzione anche per i meno esperti che permette di personalizzare in maniera approfondita il proprio dispositivo e configurarlo per l’utilizzo di qualsiasi programma: si chiama Myo Mapper.

Myo Market Mapper

Con questo utilissimo programma potrai associare un gesto ad un comando e creare profili ad hoc per ogni programma o applicazione vorrai. Si possono registrare azioni nuove, diverse dalle cinque di default, o azioni combinate tra gesto e movimento. Il prezzo per una chiave di licenza è di 14.95$, in offerta a 7.95$ in questo periodo, ma si possono ottenere 10 giorni di prova gratuiti registrandosi sul sito. Quello che segue è uno dei video ufficiali prodotti da Thalmic Lab, in cui si può vedere come il livello di personalizzazione e le possibilità di utilizzo siano altissimi.

Il mio parere

Dalla mia personale esperienza con il Myo, ne ricavo l’impressione di avere a che fare con un dispositivo potente e performante che necessita, però, di un certo ‘allenamento’ prima di riuscire ad utilizzarlo al meglio, soprattutto con le funzioni relative al puntamento e lo scrolling. Una menzione speciale va fatta alla batteria, che permette un utilizzo continuato di 14 ore e fino a una settimana in stand-by.

Posso affermare che gli utilizzi più interessanti del dispositivo sono (al momento) riservati agli utenti più esperti, grazie all’alto livello di personalizzazione che i tool e la piattaforma di sviluppo e programmazione permettono di raggiungere. Per loro, il costo del Myo (199$ al momento in cui sto scrivendo), è un prezzo che potrebbe davvero valere la pena affrontare. Per l’utente ‘medio’, invece, che non vuole spingersi oltre la configurazione di base, resta comunque un buon dispositivo, ma forse i gesti preconfigurati sono troppo pochi per garantire un’esperienza soddisfacente in termini di good value for money.

Sono però convinto che, grazie all’apertura del Marketplace e al lavoro dei sempre più numerosi developers, la tecnologia del Myo arriverà presto ad ottenere risultati importanti, nei campi più svariati.