Notify: in arrivo la nuova app firmata Facebook

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Facebook, aggiornamento dopo aggiornamento, personalizza sempre di più l’esperienza dell’utente, sviluppando feature all’avanguardia per rispondere alle nuove esigenze.

L’ultima novità, però, non riguarda il social network, ma una sua indipendente applicazione: Notify.

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Ancora non è stata rilasciata alcuna nota ufficiale da Menlo Park, ma l’applicazione dovrebbe essere lanciata a giorni negli USA.

Cos’è Notify?

Notify è un aggregatore di notizie tradizionali che consentirà di leggere news di testate diverse dalla stessa applicazione, ma anche di commentarle e condividerle. Il tutto grazie a Istant Articles, il sistema lanciato nel maggio scorso che permette da mobile di interagire con articoli e video senza dover uscire dall’applicazione di Facebook, rendendo più rapido e pratico l’accesso alle informazioni.

Un gran risparmio di tempo e simbolo dell’indipendenza che le app si stanno ritagliando dal web.

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Molti gli interessati che già al momento del lancio riempiranno l’app di contenuti: Vogue, Washington Post, CBS, New York Times, Spiegel, Bild, BBC, Mashable, CNN, Comedy Central e Billboard. Ce ne sarà per tutti i gusti.

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Notify darà quindi la possibilità di iscriversi ai canali dei magazine, detti Station, e permetterà di ricevere, tramite notifiche, le notizie che più interessano l’utente in tempo reale.

Questo cambierà il modo di interagire con le informazioni e con le riviste online, che potranno beneficiare della visibilità che offre Facebook – più di 1, 5 miliardi di iscritti.

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Gli utenti, oltre il risparmio di tempo, avranno la possibilità di conoscere nuovi magazine che si occupano dei loro topic preferiti, confrontarsi con altri appassionati e non perdersi nemmeno una breaking news sul tema.

Ogni novità a portata di smartphone.

Questa operazione punta a trasformare la company di Zuckemberg da luogo in cui si dibattono opinioni, a luogo in cui si discute di notizie, senza nemmeno compiere lo sforzo di uscire dalla nuova applicazione.

Cosa ha spinto Facebook a creare questo tipo di app?

Probabilmente fare concorrenza a Twitter, che recentemente ha lanciato Moments: un servizio che dà la possibilità di accedere ai contenuti testuali e video in un formato diverso da quello a cui siamo abituati dal social network, una storia multimediale nata dalla combinazione di tweet e video degli utenti, per approfondire le informazioni.

Nel business delle informazioni, però, i competitor sono tanti e sempre più agguerriti. Da Snapchat e la sua modalità Discover, a Apple che ha lanciato a settembre un nuovo aggregatore di news.

Senza dimenticare Google, che ha stretto accordi con molti editori per il lancio di  Accelerator Mobile Pages: una feature che consente il caricamento istantaneo delle news, dei video e delle grafiche nei dispositivi mobile – anche la pubblicità si caricherà immediatamente.

Non vedi l’ora anche tu di conoscere Notify? Quale servizio di news userai?

Aspettando Star Wars: 5 app per ingannare l'attesa

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“Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…”, queste le parole con cui George Lucas, nel 1977, presentava Guerre Stellari, un prodotto che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Oggi a 38 anni di distanza i fan di Star Wars,  diventati ormai adulti, attendono con ansia il 16 dicembre, giorno in cui Episodio VII- Il risveglio della Forza debutterà nelle sale cinematografiche.

LEGGI ANCHE: Serie TV, le top app Android per i telefilm addicted

Come far volare questo periodo di attesa? Scaricando una delle seguenti app di giochi a tema Star Wars. Sono tutte gratuite e disponibili per dispositivi Android, iOS e Windows Phone. Che cosa aspetti, che la guerra abbia di nuovo inizio.

Star Wars (Android / iOS)

Con l’applicazione ufficiale di Star Wars, giochi e sei sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla galassia. Ricevi le notifiche in tempo reale su annunci importanti, quali trailer o notizie sul film; accedi a contenuti esclusivi, come i video del “dietro le quinte”; scatta e condividi su i tuoi social un selfie con i costumi e le ambientazioni riprese dal film; ottieni le previsioni meteo a tema Star Wars, con disegni ed effetti speciali; impugna la spada laser e testa le tue abilità; accedi con il tuo ID Star Wars e unisciti alla community: scegli un avatar, crea il tuo username e costruisci un profilo connesso; con un timer sempre attivo, fai il conto alla rovescia per le uscite più importanti, come il tanto atteso Episodio VII- Il Risveglio della Forza e molto altro ancora.

Star Wars: Uprising (Android / iOS)

Star Wars: Uprising è il primo gioco per dispositivi mobile ambientato nell’universo Star Wars tra l’Episodio VI – Il Ritorno dello Jedi e l’Episodio VII – Il Risveglio della Forza. Crea il tuo personaggio, scegliendo: nome, cognome, sesso, taglio di capelli, fisionomia e colore della pelle. La personalizzazione non si esaurisce qui perché, salendo di livello, il tuo personaggio cambierà anche in base all’attrezzatura e alle abilità acquisite. Adesso sei pronto ad unirti ai giocatori di tutto il mondo e a combattere battaglie all’ultimo sangue contro l’Impero. La galassia ha bisogno di un nuovo eroe. E se fossi proprio tu?

Waiting for Star Wars: 5 app per ingannare l’attesa

Star Wars: Commander – Worlds in Conflict (Android / iOS / Windows Phone)

La Guerra Galattica è scoppiata. Ti schiererai con l’Alleanza Ribelle o con l’Impero Galattico? Addestra le tue truppe e partecipa alla battaglia, costruisci le unità e veicoli con potenziamenti multipli e difendi la tua base dalle forze nemiche, combattendo in diversi mondi dell’universo Star Wars. Man mano che completi le missioni avrai accesso al livello successivo e potrai rendere sempre più forte la tua squadra, unendo amici e alleati.

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Lego Star Wars: The Complete Saga (Android / iOS)

Più di centoventi personaggi (tra i quali Luke Skywalker, Darth Vader, Han Solo e molti altri) accompagnati da ben trentasei livelli da superare (la saga completa). Finalmente i mattoncini Lego sono sbarcati nella Galassia per offrirti un’esperienza senza precedenti. L’app è ottimizzata per i seguenti dispositivi: Galaxy S3, Galaxy S4, Galaxy S5, Galaxy Note 2, Galaxy Note 10.1, Nexus 4, Nexus 7, Nexus 10, HTC One, LG G Pad 8.3, Xperia Z e Xperia Tablet Z. Trattandosi di un gioco che non fa sconti in termini di contenuti, l’applicazione necessita di 1,44 GB di spazio. È inoltre consigliabile riavviare il dispositivo dopo l’istallazione, per evitare problemi di stabilità.

Waiting for Star Wars: 5 app per ingannare l'attesa

Angry Birds Star Wars II (Android / iOS / Windows Phone)

Dopo le battaglie epiche in Angry Birds Star Wars, il gioco torna con un sequel Angry Birds Star Wars II e tante novità. La battaglia da combattere è sempre quella tra il bene e il male ma sarai tu a scegliere da quale parte schierarti. L’applicazione è fedele alla Saga per ambientazione, musica, personaggi, spade laser, pistole e persino missili utilizzati per sconfiggere il nemico. Come con tutti i giochi Angry Birds, anche questo è estremamente facile da utilizzare. Clicca sul personaggio, tira indietro la fionda, mira e rilascia per colpire i tuoi nemici. Inoltre, ogni personaggio è dotato di alcune caratteristiche distintive, come il modo di usare la forza per abbattere i blocchi, i razzi fuoco e la possibilità di rimbalzare nelle pareti. Se sei un fan di Star Wars e ti sei divertito a giocare ad Angry Birds, questa è l’applicazione che fa al caso tuo.

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Se dopo aver letto l’articolo stai ancora contando le ore che mancano all’uscita del celebre film, armarti di smartphone o tablet e scarica l’applicazione che più ti si addice. A  noi non resta che augurarti: che la forza sia con te!

Il Social Media Manager di Gianni Morandi? Ecco 5 indiziati (se esiste)

Gianni Morandi e i social network sono sempre andati a braccetto. Invece, oggi, il “fattaccio”: il suo account Instagram pubblica una foto con una nota tipica tra Social Media Manager.

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“Mettila alle 13 o 14”: sembra proprio un’indicazione di piano editoriale, data a/da un social media manager.

Ad attirare l’attenzione sulla questione ci ha pensato Selvaggia Lucarelli, sempre pronta dalla sua pagina Facebook a polarizzare l’interesse.


Sappiamo che Gianni ha già dichiarato che è Anna l’unica collaboratrice che lo aiuta a gestire i suoi canali social, ma noi pensiamo ancora che possa esserci lo zampino di qualche professionista. Noi rilanciamo cinque ipotesi: chissà se magari, fra queste, ci sia quella giusta? 😉

BCube

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Sono stati definiti i social media manager più bravi d’Italia, grazie allo splendido lavoro fatto con Ceres.
Potrebbero esserci i ragazzi di BCube dietro agli “abbracci” e alle risposte pacate del Gianni Morandi che abbiamo conosciuto su Facebook e sugli altri social network? Si dovrebbero controllare post e foto di Gianni a tema birra per carpire qualche indizio in più!

LEGGI ANCHE: Ceres: tutto quello che avreste voluto chiedere ai loro Social Media Manager [INTERVISTA]

Ogilvy & Mather


Insieme a Ceres, la miglior creatività premiata agli Italian Festival Gran Prix è stata quella di Wind, pensata da Ogilvy & Mather.
Per costruire un personaggio, il Gianni Morandi dei social network, di creatività ne serviva parecchia.
Che ci sia proprio una delle più grandi agenzie al mondo, dietro al mito?

LEGGI ANCHE: All’Italians Festival trionfano Cères e Wind premiate dall’ADCI

Yam112003

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Un’agenzia già affermata nel panorama digital, conosciuta fra l’altro per aver supportato altri artisti dello showbiz italiano come Aldo, Giovanni e Giacomo.
L’idea di Yam112003 non sembra azzardata: Gianni Morandi avrebbe potuto seguire soltanto le orme di altri “colleghi”, famosi in egual misura ma di altro settore. La possibilità che a inventarsi la formula “un abbraccio” come formula di commiato per i fan rissosi sia farina del sacco di Manfredi Perrone e del suo team c’è e le voci circolano da un po’.

I Fantastici 4

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La Marvel fa fumetti. Magari ha deciso di aprire una business unit nuova, che si dia alla comunicazione. O magari, semplicemente, ha deciso di supportare il possibile quinto Fantastico, Gianni Morandi appunto. Certo è che per essere sul pezzo sempre, ovunque e comunque, con la pazienza di Giobbe e la gentilezza del maggiordomo Alfred, Gianni Morandi un po’ supereroe lo è. E considerando che per gestire bene un social network uno talvolta non basta, ecco che di supereroi ne possono servire di più!

Mourinho

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La più classica delle teorie complottistiche. E se lo Special One abbia deciso, nel tempo libero, di riversare tutta la tensione accumulata in anni di partite di calcio giocate sui nervi sempre ai 1000/h in un esperimento? Aiutare un noto cantautore italiano a diventare simbolo di pacatezza.
Lo yin e lo yang, si direbbe: l’alfa e l’omega nel modo di comunicare.
Ci sarebbe anche la scusa per i risultati scadenti del Chelsea: “Abramovic, scusati, ma mi son fatto prender la mano e ho lavorato troppo su Instagram e poco sulle diagonali in difesa”.
Certo, Mourinho è uno dei migliori e probabilmente saprebbe anche far questo.

Scherzi a parte, l’idea – ormai, forse, certezza – che Gianni Morandi sia stato supportato in tutto questo tempo ci lascia incuriositi. Se veramente con lui ha lavorato un’agenzia, è ovvio che il lavoro fatto sia stato eccelso. Così come è altrettanto ovvio che, d’ora in avanti, il “mito” degli abbracci e della pacatezza risulterà diverso, perché proprio dell’autenticità ne traeva la sua forza.

Gianni Morandi, infatti, sembra essere in una situazione paradossale: cosa potrà fare, ora, per far ricredere quei fan acquisiti con le foto di Anna, delusi dal suo esser stato, per certi versi, artificioso?

Se fra le prime tre agenzie qui proposte c’è la “consulente” del cantautore, beh: intanto complimenti per il lavoro svolto fino ad oggi.
In seconda battuta, se volete, siamo qui per una bella intervista sul tema.

eCommerce e storytelling: come raccontare il tuo prodotto online

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

Costruire un eCommerce di successo in un contesto così competitivo come l’online oggi richiede più di un sito web attraente, una vetrina-prodotto piacevole e di facile usabilità. Un cliente che raggiunge il carrello spesso lo fa dopo aver incontrato più volte il tuo brand, in un percorso fatto di fermate, bivi e deviazioni. Per questo diventa importantissimo il rapporto tra eCommerce e storytelling.

Se in passato gli utenti seguivano un percorso lineare per i loro acquisti, oggi si è decisamente passati al fatidico ZMOT. Ma oltre lo Zero Moment of Truth, i consumatori sono abituati a confrontarsi con le aziende in un ambiente multicanale, su più piattaforme. Il cliente passivo è solo una figura leggendaria del passato, e oggi la narrazione di brand diventa vitale per distinguersi in un mercato affollato.

Ecommerce e storytelling, ottimizza la tua affinità col cliente

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

Molti retailers online fanno l’errore di concentrarsi solo sulla funzionalità dello shop online. Magazzino sempre aggiornato, transazioni sicure, prezzi competitivi, promozioni convenienti e consegna rapida sono certamente tutti aspetti fondamentali per il successo del tuo eCommerce, ma non dimenticare l’importanza di creare un legame emotivo con i clienti, perché è questo l’aspetto che ti permetterà di raggiungere i veri obiettivi di vendita dell’azienda.

LEGGI ANCHE: Tre domande sullo storytelling ad Alessandro Baricco [INTERVISTA]

Legare il tuo marchio all’aspetto emozionale dell’acquisto è una sfida per molti rivenditori del web, in particolare quando i prodotti in vendita non lasciano troppo spazio alla fantasia. Immagina di dover vendere attrezzi elettrici. Riusciresti a narrare i tuoi prodotti, o ti concentreresti solo sulla fase finale del viaggio del cliente, vale a dire “buy, bye”?

Che tipo di narrazione vuole il tuo cliente?

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

La risposta spesso sta proprio nelle abitudini di acquisto e nelle preferenze, che vanno per questo esaminate e valutate.

Per tornare all’esempio degli attrezzi da elettricista, probabilmente a prima vista potrebbe non esserci nulla di particolarmente esaltante in una pinza o in un paio di forbici da elettricista, ma quando si ascoltano con attenzione i propri clienti, l’opportunità per la narrazione emerge sempre.

Un cliente ad esempio può scegliere un certo tipo di pinza perché è lo stesso che usava con il padre quando era bambino. Un altro acquirente, invece, potrebbe essere un aspirante elettricista che ha appena iniziato la sua attività e vive per questo ogni acquisto con un entusiasmo differente.

Ascolta con attenzione i tuoi clienti e scopri le loro motivazioni, paure e aspirazioni. Allineando il tuo marchio con le emozioni che spingono i clienti, potrai trovare il giusto legame affettivo per collegare i tuoi prodotti con la loro vita.

Varia il tuo approccio e concentrati sull’autenticità

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

Un buon narratore deve saper variare il suo approccio per mantenere il pubblico attento e impegnato. Non basta rimasticare la stessa storia più e più volte. Anzi, questo può addirittura essere controproducente, causando una perdita di credibilità per il tuo brand.

L’autenticità dovrebbe essere il tuo obiettivo principale in ogni fase della tua narrazione, ancor più che seguire una tendenza o una moda. I contenuti infatti sono produttivi solo quando vi è una ricompensa finale per  il tuo pubblico, vale a dire che la tua storia deve essere rilevante, interessante, informativa o divertente.

Quando programmi i tuoi contenuti, guarda ogni storia attraverso gli occhi dei tuoi clienti e valutane la qualità. C’è un vantaggio per chi ti ascolta? O si tratta di una semplice ripetizione della qualità e dalla storia dei tuoi prodotti? La tua storia è rilevante, interessante e autentica? I clienti ormai sono molto consapevoli e riconoscono subito i brand interessati solo alla vendita e la maggior parte delle volte li evitano.

Le aziende che invece offrono un reale valore, in cambio di un momento di attenzione del cliente, forniscono un buon motivo per tornare, ed è qui che l’autenticità fa la differenza.

eCommerce e storytelling: mostra, non raccontare

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Storytelling sì, ma senza parlare a vanvera o subissare i tuoi clienti con lunghissimi racconti sulla storia della tua azienda. Guardando ai brand di successo è facile capire che la narrazione non è una semplice tattica di marketing, ma è alla base di ogni comunicazione.

Non fermarti nel tentativo di raccontare al mondo quanto sei bravo e quanto sei fantastico, o di quanto tu sia affermato in un certo mercato. Così non crei una vera relazione con il consumatore, ma rischi di annoiarlo e allontanarlo.

LEGGI ANCHE: Comprare in negozio con i vantaggi dell’online? Ecco Papèm [INTERVISTA]

I marchi che hanno fatto della narrazione il loro successo non dicono alla gente quanto siano meravigliosi i loro prodotti e i loro servizi. Li mostrano. Dimostrano una comprensione dei veri problemi del cliente e fanno emergere il modo in cui i loro prodotti possano aiutare a risolverli.

Ogni tipo di comunicazione – visiva, sonora e scritta – dovrebbe rendere chiaro in che modo i tuoi prodotti arricchiscono la vita delle persone, aiutandole a superare le sfide di ogni giorno.

Nessuna bacchetta magica, ma tanto esercizio

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

Una buona narrazione non è una abilità che si apprende dalla sera alla mattina. Per questo devi scoprire giorno per giorno cosa funziona e cosa no per il tuo eCommerce, testando diversi tipi di contenuto, analizzando i risultati e seguendo i mutevoli interessi dei consumatori.

Lo abbiamo già ripetuto mille volte, i brand che sfruttano la potenza della narrazione nel modo giusto godono di un ritorno concreto in termini di vendite, ma come fare in concreto a comunicare il tuo valore attraverso lo storytelling? Ecco alcuni esempi di successo.

Dal blog all’eCommerce, Deliciously Ella

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Deliciously Ella è un brand che ha iniziato la sua storia come un blog di food e lifestyle, ma che si è velocemente trasformato in un eCommerce di successo. Ella Woodward, alias Deliciously Ella, ha documentato il suo percorso di ripresa da una malattia cronica, aiutata da una nuova dieta. La food blogger britannica, che inizialmente pubblicava solo tre nuove ricette a settimana, ora può vantare 150.000 visite ogni giorno sul suo blog.

Inventa tutte le ricette (compresi i suoi famosi biscotti di patate dolci), scrive tutti i post e scatta tutte le foto del suo sito. Ma riesce comunque a trovare il tempo per rispondere personalmente alle centinaia di commenti postati sul suo sito ogni settimana.

L’interesse per la storia della sua guarigione e per Ella come nuova icona di un sano stile di vita ha avuto una tale risonanza da far comprendere le possibilità di business dietro la storia di una ragazza di appena ventitré anni e ha portato al lancio di una sezione eCommerce sul blog.

Qui Ella vende prodotti di bellezza (creme per il viso, shampoo e dentifricio naturali), libri, attrezzature da cucina come spremiagrumi, robot da cucina e centrifughe, ma anche gli ingredienti suggeriti per realizzare le sue ricette. La Woodward ha lanciato anche un’app, salita nella top ten in Gran Bretagna e in America in una sola notte sull’App Store, con oltre 70 mila download. Ma non finisce qui, perchè Ella ha anche scritto un libro di ricette che mira diventare un best seller e gestisce due volte al mese corsi di cucina a Londra.

Hiut Denim, quando la storia di una città diventa storytelling

Ecommerce e storytelling come raccontare il tuo prodotto online

Un altro ottimo esempio di eCommerce e storytelling è quello che offre Hiut Denim, azienda di una piccola cittadina del Galles che produce jeans.

Il sito eCommerce è ricco di racconti sulla sua storia, ma anche di riflessioni sulla vita, che ben si coniugano con il messaggio che può comunicare un paio di jeans nella vita quotidiana. Il sito è stato creato due anni fa da David e Chiara Hieatt, marito e moglie, per cercare di far avere nuovamente un lavoro a centinaia di persone della loro cittadina. Le storie raccontate, da Davide, ex copywriter per Saatchi, documenta come, nel suo momento migliore, ben il 10% degli abitanti della piccola cittadina hanno dedicato la loro vita a realizzare jeans, prima che con la crisi del 2011 la produzione fosse trasferita in Marocco, lasciando senza lavoro 400 famiglie.

Hiut Demin è rinata grazie a una nuova identità online, in grado di ritagliarsi una buona nicchia nel mercato con il suo brand. La vera novità è stata quella di dare la possibilità ai clienti di condividere le proprie storie, legate al numero di serie unico del jeans acquistato. I clienti sono invitati a registrarsi con il loro numero al sito di History Tag per caricare immagini o raccontare storie su ciò che fanno mentre indossano i loro jeans.

L’eCommerce si è così trasformato in un luogo in cui i ricordi vengono salvati e tramandati negli anni a venire, anche quando il jeans va a finire in un negozio dell’usato.

Ecommerce e storytelling si trasformano così in memoria, con istantanee e fotografie destinate a loro volta a raccontare storie diverse.

A tu per tu con l’uomo più influente dell’advertising, ma anche con il più provocatore: Chris Clarke [INTERVISTA]

A tu per tu con l'uomo più influente dell'advertising, ma anche con il più provocatore [INTERVISTA]

Il 6 novembre, in occasione dell’IF! Italians Festival, il festival dedicato al mondo della creatività, è stato a Milano Chris Clarke, Chief Creative Officer International di DigitasLBi e noi non potevamo perdere l’occasione di intervistarlo.

In virtù della tua opinione Internet ha trasformato tutto in merda. Tu cosa stai facendo, dato che lavori per una agenzia digitale?

Quella che facevo in realtà era una domanda: “Internet ha trasformato tutto in merda?”. Stavo usando la diffusissima tecnica del “link bait” con un titolo provocatorio, ma sinceramente credo che il digital sia così pervasivo che non abbiamo più bisogno di “vendere Internet”.

Nella cultura digitale ci sono molti lati oscuri, accanto a quelli, ovviamente, positivi. Per essere un buon consulente digitale devi capire tutti gli aspetti e gli impatti della tecnologia. Ci sono ottimi motivi per sostenere che quest’ultima venga ampiamente usata nelle economie mature per sostituire le persone nell’industria, ma non abbiamo ancora visto creare dei posti di lavoro che rimpiazzino quelli perduti.

La tecnologia in Occidente può essere considerata un elemento che ha accentuato le diseguaglianze, mentre a livello globale ha certamente contribuito a far uscire un gran numero di persone da uno stato di povertà. Si tratta di una questione complessa, in un mondo a cui piace fare finta che sia tutto bianco o nero!

Come può la creatività sopravvivere ed evolversi attraverso la tecnologia?

Questa è una grande domanda. Negli ultimi anni abbiamo visto una forte tendenza all’eliminazione dei “guardiani della cultura”. Nel mondo degli e-book e dei Kindle, chiunque può pubblicare un libro, anche se non ha alcun valore culturale. Gli editor sono scomparsi. Le cose salgono in superficie se sono popolari.

Il mondo online, com’è strutturato ora, è una gara di popolarità; ciò significa che a emergere sono contenuti semplici, non problematici. Non è una buona notizia per il progresso culturale, perché è necessario un underground per nutrire il mainstream. Detto questo, la creatività è dappertutto: le persone sono più creative di quanto non fosse mai accaduto prima, anche grazie a nuovi strumenti utili a raccontare storie.

Siamo solo all’inizio di una rivoluzione cognitiva resa possibile dalla tecnologia digitale, emergeranno nuovi modelli e cambierà inevitabilmente la nostra idea di cosa voglia dire essere creativi e di come i creativi possano essere retribuiti per il proprio lavoro.

Con il programmatic buying, matematici ed esperti di marketing automation stanno dirompendo la scena, come possiamo evitare di diventare schiavi di un algoritmo?

Il programatic non fa altro che impadronirsi di quel genere di direct response advertising noioso e basato sui messaggi su cui nessuno vuole più lavorare in ogni caso. Mi sembra un’ottima notizia. Risparmiate le energie per fare qualcosa di più trasformativo.

All’ If! Italians Festival, hai proposto uno speech intitolato”Burn Down Adland”. Come sarebbe un mondo senza pubblicità?

Parecchio costoso! La pubblicità è indispensabile per finanziare molte delle cose che ci piacciono di più. Dico solo che il modello attuale è evidentemente inadatto al proprio scopo. L’Italia è stata più lenta di altri mercati ad accettare questo fatto, da cui il titolo.

A tu per tu con l'uomo più influente dell'advertising, ma anche con il più provocatore: Chris Clarke [INTERVISTA]

Tu hai ispirato molte persone: chi o cosa ispira te?

I pensatori lucidi che non hanno paura di rifiutare lo status quo: Jaron Lanier, Evgeny Morozov, Mark Earls nell’ambito della tecnologia e del marketing. Credo però sia anche importante esplorare il più possibile il mondo al di fuori del nostro settore.

Al momento mi affascina molto il libro di Tom Holland “Dynasty”, che parla di quello spettacolo dell’orrore che è stata l’epoca giulio-claudiana nell’antica Roma. Leggo quasi tutti i giorni le poesie di Tomas Tranströmer. E poi mia moglie: è una delle persone più brillanti e intelligenti che abbia mai incontrato. Con lei se non stai ridendo, di solito, è perché ti sei perso qualcosa.

Edoardo Scognamiglio: "Progetta una video content strategy efficace" [GUEST POST]

Edoardo Scognamiglio
Questo articolo è stato scritto da Edoardo Scognamiglio, Founder Combocut e docente del Corso On Demand in “Video Marketing” della Collana Digital Business.

Appena arrivo da un cliente ci tengo sempre a sottolinearlo: non si inizia un video girandolo. Mai. Sembra un manifesto del video marketing e in effetti per me lo è.
È fondamentale riuscire a trasmettere da subito l’importanza di una marketing strategy dietro una campagna video fatta bene. Tutto quello che facciamo nasce da mosse ben precise, tutte pianificate prima di pensare all’idea.

È stato proprio così con il nostro cliente Wanderio, il portale che semplifica l’organizzazione del viaggio, consentendo di pianificare ogni tratta e prenotare l’intero itinerario in un solo click.
L’obiettivo di Wanderio era incrementare brand awareness e lead generation creando interesse verso il proprio servizio e traffico verso il proprio sito per convertire più coupon.
La nostra proposta? Un video, certo, e una strategia di lead generation collegata.

Ecco le fasi:

E il video:

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Avete appena guardato il video e intrapreso la via del “potenziale cliente”, gli step successivi sarebbero:
2. atterrare sul mini-sito;
3. giocare;
4. loggarvi con Facebook;
5. ottenere il voucher.

Quello che ci tengo a farvi notare è che tutto il percorso è stato ipotizzato per andare oltre la visione del filmato e il numero delle visualizzazioni: il video introdotto nel marketing mix del brand aveva la funzione di avvicinare l’utente agli obiettivi di business che Wanderio si era prefissato.

Come ogni buona strategia, ha dato i suoi risultati: il video esce sulla Fan Page di Wanderio e, nell’arco di una sola settimana, totalizza oltre 1,2 milioni di views e oltre 8.200 di condivisioni. Ma è un meccanismo destinato a triplicare i numeri perché i commenti più frequenti sono di persone che hanno visto il video, sono andate a fare il test sul minisito e sono tornate su Facebook per taggare la loro dolce metà e avvertirla del proprio rischio alce più o meno elevato.

Il primo quotidiano a parlare della clip realizzata è Corriere.it, seguito da altre testate online.
Questo processo ci fa registrare un numero di accessi al sito importante (> 20.000), ma, soprattutto, vi faccio notare che i log effettuati per scaricare voucher > 2.000.
Pensateci, è questa l’azione che risulta preziosissima: il brand ha fatto fare un’esperienza completa e molto engaging all’utente (guarda il video, va sul sito, gioca, si logga, ottiene il voucher).


Come leggere il dato dei loggati? Il brand ha ottenuto l’email di 2.000 persone e ora può attivare verso di loro le proprie attività di remarketing: DEM e display adv per trasformarli in clienti.

Che vantaggi hanno il remarketing e l’utilizzo delle DEM?
Si otterranno delle performance più alte perché nello specifico ci si rivolge a persone che:
A. conoscono il brand;
B. hanno riso con il brand;
C. sono andati sul sito;
D. si sono loggati, dimostrando interesse per il servizio.

Per concludere, la strategia è una sorta di visione d’insieme e richiede lungimiranza. E se non sapete dove state andando, come fate ad arrivarci?

Data Storytelling: come si raccontano i dati?

Data Storytelling: come si raccontano i dati?

Esiste un’espressione molto buffa, utilizzata da Avinash Kaushik, che definisce tutti quelli che si occupano di report e presentazioni di dati, e che con ammirevole perseveranza realizzano presentazioni e lavori caotici, chiassosi, poco chiari e molto poco efficaci: il termine è reporting squirrel, e probabilmente, se stai leggendo questo articolo, è perché sai che il rischio di presentare male i dati agli interlocutori che dovranno ascoltarti è sempre dietro l’angolo, e perché conosci la sensazione di sentirsi un raccoglitore vorace di informazioni incapace di comunicare un messaggio preciso.

La buona notizia è che esiste l’alter ego dello scoiattolo inconcludente, e guarda un po’, è l’Analysis Ninja, che poi altro non è che colui che riesce in poche mosse, in un documento, ad arrivare al punto senza annoiare (quasi) nessuno. La differenza tra i due è molto semplice: il primo si occupa di fornire i dati, il secondo si occupa di comprenderli ed estrapolare le informazioni chiave: in una parola, il Ninja è bravissimo a lavorare con gli insight.

Raccogliere i dati è soltanto l’inizio del lavoro

Data storytelling: come si raccontano i dati?
La vignetta di Tom Fishburne racconta un fenomeno molto frequente, quando si tratta di assistere a una presentazione in contesto aziendale: chi ci segue non farà mai realmente attenzione al dato in sé che gli stiamo presentando, perché, in realtà, sta ascoltando noi attraverso le slide, non viceversa.
Chi illustra un report, una serie di grafici, una ricerca riassunta in tabelle o in colorate e divertenti infografiche, sta parlando attraverso le slide: sono le slide che supportano noi, non noi che supportiamo le slide.

Il nostro pubblico non capirà quasi mai l’enorme, mastodontico lavoro che c’è dietro una presentazione, a meno che non siamo noi per primi a impostare la presentazione in modo corretto. Come? Come un Analysis Ninja!

E prima di illustrare la rapida guida a come diventare un vero Ninja dei report, specifichiamo che il problema non è quasi mai lo strumento che utilizziamo, ma il modo in cui stiamo ragionando: Powerpoint non è un nemico, il nemico è il modo sbagliato di usare gli strumenti.

1. Non essere didascalico

Molte presentazioni sono piene di slide letteralmente ricolme di informazioni: un grafico con didascalie infinite, un’immagine con sette/otto riquadri di testo esplicativi, frasi infinite per descrivere il ragionamento alla base del lavoro: è tutta fatica inutile. Presentare un lavoro non significa proiettare su un muro una lunga serie di ragionamenti, questo significa, semplicemente, annoiare l’interlocutore (che avrebbe preferito di gran lunga ricevere tutto in formato .pdf per leggerlo comodamente in treno dal tablet…)

2. Taglia tutto ciò che non è essenziale

Ammettiamolo: non è semplice presentare un report annuale in poche slide – e se fosse facile, chi ci riesce non sarebbe un Ninja! – ma un report non è il racconto dettagliato di tutto quello che è accaduto, poteva accadere e probabilmente accadrà: un report è la forma che diamo a una serie di risultati conseguiti, per cui concentrati sui dati essenziali ai fini della storia.

3. Rinuncia alle presentazioni complicate

Va bene, realizzare presentazioni in Powerpoint può raggiungere livelli di ripetitività stellari, e quindi la soluzione che ci viene spesso in mente è quella di abbellire con palloncini, intersezioni di forme, foto in trasparenza e infografiche realizzate con SmartArt. Sbagliato! Molte, moltissime volte, da una slide molto bella si capisce molto poco. Certo, probabilmente il collega grafico ci strizzerà l’occhio con fare compiaciuto perché abbiamo seguito i suoi consigli, ma più probabilmente l’interlocutore – che spesso è un cliente – resterà interdetto da tanti elementi grafici e non capirà nulla di quello che gli stiamo raccontando.

4. L’arte di confrontare i risultati

Il classico grafico a barre è onnipresente in tutti i report periodici, e in generale nelle presentazioni aziendali: bene, se il messaggio risulta chiaro a primo impatto.
Eppure molto spesso non è affatto così. Se proviamo a fare un piccolo sforzo e rinunciamo ai grafici a barre – nessuno sospetterà che non siamo in grado di realizzare un grafico, garantito! – quando non necessari, soprattutto quando richiederebbero più di una slide per esporre una serie di dati, semplificheremo la vita a chi ci ascolta, a noi stessi, e spesso anche ai rispettivi oculisti.

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Non strafare: Less is More!

Data Storytelling: come si raccontano i dati

5. Converti le parole in immagini

Torniamo a quanto detto prima: perché scrivere, se stiamo già parlando? Un’immagine è già di per sé più potente di un testo; se poi la usiamo durante una presentazione in cui la nostra voce accompagnerà i nostri interlocutori, perché scrivere frasi intere per esprimere i concetti?

6. Resisti alla tentazione di inserire icone ovunque

Le icone sono utilissime, chiariamoci: la foto rimpicciolita di un laptop piazzata in bella mostra in una slide può essere un pugno in un occhio, un’icona flat è decisamente più carina. Ma questo non significa che si possa abusarne, perché spesso accade che l’interlocutore si soffermi involontariamente sugli elementi grafici di accompagnamento, come sono appunto le icone, e non sulle informazioni principali.

7. Non usare immagini di photostock

Nessuno naviga sul proprio laptot in un completo perfettamente stirato, e non esistono bellissime coppie ventenni che vivono in attici luminosi. Gli stock di photo sono archivi di fotografie che non aiutano a raccontano storie, aiutano a urlare slogan un po’ posticci. Se puoi, evitali.

8. Esponi i dati nella giusta proporzione

Questo punto è importantissimo: trovati i dati essenziali da presentare, e trovato il giusto stile grafico, resta il problema di unire le due cose. Alcune slide vanno quasi disegnate per spiegare in modo chiaro e immediato l’importanza dei dati presentati. Altrimenti, non esiste alcun risultato miracoloso che tenga, la presentazione non avrà il giusto impatto.

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Va’ dritto al punto!

Data storytelling: come si raccontano i dati?

9. Get to the point!

Get to the point: arriva al punto. Semplificare significa semplicemente mettersi nei panni di chi ci ascolta e dargli ciò che gli interessa. Una rappresentazione grafica, anche se di pochi dati, può nascondere in ogni momento l’insidia dell’ambiguità. Evitare l’ambiguità è molto più semplice da realizzare di quanto si immagini: basta esprimere semplicemente uno o due dati che ci interessano più di altri.

10. Troppi dati? Basta dare le giuste priorità

Capire in prima persona quello che si sta spiegando è, chiaramente, la prima cosa che dovremmo fare prima di cominciare il lavoro. Se proprio non possiamo rinunciare a riempire di numeri e grafici la presentazione, usiamo l’astuzia e diamo priorità e rilievo alle informazioni più importanti. Basta molto poco!

E tu, come te la cavi con il data storytelling? E cosa aspetti a diventare un vero Analysis Ninja?

Legge e social media: cosa devi sapere per essere un buon cittadino digitale [INTERVISTA – PARTE 2]

Legge e social cosa devi sapere per essere un buon cittadino digitale

La scorsa settimana, nella prima parte dell’articolo sul rapporto fra legge e social network, abbiamo pubblicato le risposte di Ernesto Belisario e Valentina Frediani.

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In questa seconda parte, ecco pubblicate le risposte di altri due professionisti della giurisprudenza italiana: gli avvocati Roberta Rapicavoli e Andrea Lisi.

L’argomento? Le nostre responsabilità, diritti e doveri come cittadini digitali, per capire se I social media e, più in generale, il web e internet siano, come alcuni utenti ritengono, terra di nessuno, un territorio fuori dalla giurisdizione di qualsiasi legge.

Andrea Lisi

Avvocato, si occupa di diritto dell’informatica da più di 15 anni. È coordinatore del Digital&Law Department dello Studio Legale Lisi (www.studiolegalelisi.it), Presidente della Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione digitale dei documenti (ANORC), Segretario Generale di AIFAG (Associazione Italiana Firma elettronica Avanzata e Grafometrica), Fondatore e Coordinatore degli Stati Generali della Memoria Digitale.

Andrea Lisi

Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
Assolutamente sì. Internet, pur essendo una risorsa dai meccanismi incredibili che si estrinseca in uno spazio “transnazionale”, rimane uno strumento di comunicazione, non una nuova dimensione! O almeno non lo è e non lo potrà mai essere dal punto di vista giuridico. Quindi i tentativi di regolamentarla con normative ad hoc, slegate dal diritto vigente, sono destinati inesorabilmente a scontrarsi con questa premessa e quindi a fallire. Anche la recente “Dichiarazione dei diritti IN Internet”, pomposamente sviluppata e approvata in Parlamento, è e rimane un goffo tentativo di definire l’Internet in ambiti che non le sono propri e si presenta come un’accozzaglia illeggibile che mai potrà davvero avere un’applicazione sovranazionale, come questo strumento di comunicazione invece pretenderebbe. Aspetti più lineari presenta invece la mozione di Davide Caparini approvata nella stessa data.
Bisogna applicare all’Internet i principi generali del diritto, la nostra Costituzione, le norme e i principi del commercio internazionale, ovviamente riadattati e reinterpretati in una nuova chiave e guardati con le lenti di giuristi attenti ai nuovi fenomeni digitali (che sono senz’altro prima di tutto culturali e sociali). Quindi più che di nuove leggi c’è bisogno di nuove teste pensanti che siano preparate a rileggere il diritto (già esistente) per riadattarlo a una realtà che si trasforma ogni giorno grazie a nuovi, innovativi strumenti di comunicazione.

L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
No, servono semmai delle specificazioni tecniche (e la verifica attenta di standard internazionali) per definire gli strumenti di digital forensics, i modelli di formazione delle prove digitali e di corretta archiviazione e conservazione delle stesse, i formati documentali adatti e così via. Ma diciamo davvero basta a nuove leggi. Di leggi ne abbiamo già troppe e sono anche aggrovigliate tra loro. Il legislatore già soffre di schizofrenia normativa quando regolamenta queste materie, proviamo ad arginarlo piuttosto che chiedergli ancora di definire altri principi generali (che già ci sono), altrimenti rischiamo di minare irrimediabilmente la sistematicità e la coerenza del nostro ordinamento.

Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
È impossibile rispondere a questa domanda. Il diritto dell’informatica investe ormai ogni ambito (penalistico, civilistico, amministrativo, industriale e così via). È normale che nei vari ambiti ci siano differenze di vedute. Di certo alcuni giuristi si dimenticano qual è il loro ruolo: essere interpreti attenti di una realtà che si trasforma. Quindi sbagliano sia coloro che sonnecchiano, ignorando queste nuove tematiche (è incredibile, ma ci sono ancora giuristi che sanno poco e niente di queste materie), ma anche coloro che ormai si sono trasformati in informatici travestiti da giuristi, ribaltando le regole del diritto e inseguendo la chimera della regolamentazione dettagliata di ogni processo tecnologico. Il giurista deve analizzare con curiosità e conoscere con attenzione la realtà che ha davanti per poter poi, su un piano più astratto, congiungerla con la normativa. Un avvocato esperto di telecomunicazioni non deve saper smontare e rimontare uno smartphone, così come un avvocato esperto di diritto previdenziale non si deve trasformare in un medico per comprendere la patologia rispondente a un determinato tipo di disabilità. Il giurista deve possedere soprattutto delle chiavi di lettura e ricordarsi di essere anche un visionario. Aldo Moro ci diceva: “Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani”. Ecco qual è il delicato compito che spetta a noi giuristi (se vogliamo rimanere giuristi).

Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
Partiamo dal presupposto che il diritto non muta online: se un soggetto pone in essere una condotta criminosa nella “vita reale” come la diffamazione, tale reato è configurabile anche nella “vita virtuale” quando, ad esempio, la diffamazione avviene attraverso un social network. Gli Internet Service Providers (ISP) possono essere definiti responsabili solo se partecipano all’illecito. Spesso, però, si tende a capovolgere il diritto anche su questi principi fondamentali, coinvolgendo e responsabilizzando soggetti del tutto estranei, magari gli ISP o i motori di ricerca quanto meno quando (ed è la maggioranza dei casi) sono soltanto degli intermediati passivi, di mero transito delle informazioni altrui. È fondamentale, invece, individuare correttamente l’identità digitale di chi commette un reato online, ma, altresì, è necessario preservare, soprattutto in alcuni contesti, il diritto all’anonimato informatico. Inoltre, se si vuole rendere la Rete anche un luogo sociale di interazione con effetti giuridici, come nei vari mercati di e-gov ed e-com, allora, l’identificazione corretta dell’utente appare essenziale, anche per responsabilizzarlo, come preteso dalla stessa Unione Europea.

Da cosa dipende la competenza ad agire di un giudice italiano?
Stabilire la competenza di un giudice in un luogo “non luogo” come internet può risultare decisamente complesso ed è certamente ancora per molti aspetti una materia controversa.
Fortunatamente ci sono le regole del diritto commerciale internazionale, che ormai da tempo cercano di garantire un po’ di certezza e, quantomeno per quanto riguarda il “consumatore”, regole nazionali e sovranazionali chiariscono che la competenza spetta al giudice del luogo di residenza o domicilio del consumatore. Diversamente, invece, non esistono regole precise a livello sopranazionale per quanto riguarda le controversie civili che possono sorgere tra imprese o professionisti o in caso di illeciti penali compiuti attraverso l’uso della rete. Probabilmente sarebbe meglio dire che ci sono troppe norme, nazionali e internazionali, che non riescono sempre a trovare un giusto compromesso tra loro. Per questo motivo, i “non consumatori” ovvero i professionisti che utilizzano per scopi lavorativi e commerciali la rete, devono prestare moltissima attenzione alla corretta redazione dei contratti che regoleranno i loro rapporti. In tale sede, infatti, è possibile stabilire con certezza la futura competenza di un giudice, nazionale o straniero, o, come spesso conviene in questi casi, di uno o più arbitri esperti in ICT.

Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
Recentemente è stato oggetto di revisione l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori per adeguare la disciplina sui controlli a distanza all’evoluzione tecnologica, sempre nel rispetto delle disposizioni in materia di privacy. Praticamente, se i mezzi di controllo fanno parte degli strumenti che il lavoratore utilizza per il regolare svolgimento della sua attività lavorativa (compresi gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze), viene meno l’obbligo di raggiungere l’accordo o ottenere l’autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro. Inoltre, se lo strumento affidato al lavoratore viene considerato quale mezzo che serve allo stesso per effettuare la sua prestazione professionale, il datore di lavoro potrà utilizzare i dati raccolti tramite questi controlli indiretti, non solo per le finalità connesse al rapporto di lavoro, ma anche a fini disciplinari nei confronti del lavoratore “infedele”. Ciò ovviamente a patto che venga diffusa un’adeguata informazione su questi processi all’interno dell’organizzazione aziendale e vengano rispettate le norme sulla “privacy” a presidio della riservatezza. Ovviamente, nel momento in cui tale strumento dovesse essere modificato – ad esempio, con l’aggiunta di appositi software per controllare il lavoratore – si uscirebbe dall’ambito della disposizione dell’art. 4 (da strumento che serve al lavoratore per rendere la prestazione, il device utilizzato diverrebbe strumento che serve al datore di lavoro per controllare la prestazione del dipendente e questa attività resta vietata).

Chi, come e con quali limiti, può raccogliere elementi per provare un reato monitorando un account social?
Il controllo posto in essere dal datore di lavoro sull’account social di un dipendente, finalizzato alla raccolta di prove di reato, se prescinde dalla sorveglianza sull’esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed è, invece, diretto ad accertare eventuali comportamenti illeciti, può risultare sicuramente legittimo (soprattutto se ha lo scopo di verificare un comportamento che pone in pericolo l’immagine dell’azienda). Si tratterebbe in questo caso di un controllo difensivo occulto che viene ammesso anche dalla recente giurisprudenza: il datore di lavoro pone in essere, in questi casi, un’attività di controllo che non ha ad oggetto l’attività lavorativa propriamente detta, ma l’eventuale perpetrazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente, magari poi effettivamente riscontrati. Dall’altro lato, però, il datore di lavoro deve trattare i dati nella misura meno invasiva possibile e le attività di monitoraggio devono essere svolte solo da soggetti preposti (possibilmente devono essere mirate, in prima battuta, sull’area di rischio), tenendo conto della normativa sulla protezione dei dati. Pertanto, alla luce dei principi privacy di necessità, pertinenza, indispensabilità, proporzionalità e garantendo adeguata informazione al lavoratore, deve essere chiaro che in queste situazioni è sempre opportuno effettuare un bilanciamento di interessi fra la protezione dei dati personali del lavoratore e le finalità di controllo del datore di lavoro (che ha tutti i diritti di verificare che la prestazione lavorativa dei propri dipendenti non arrechi danni – anche nell’immagine – alla sua attività).

Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
Ormai è noto, contenuti e dati vengono ceduti in modo automatizzato e spesso anche inconsapevole. Quando “l’utente medio” decide di iscriversi a un social network, stipulando un contratto con il social stesso, non presta molta attenzione al contenuto dei termini di servizio o della privacy policy del social network, accettando tutte le condizioni, talvolta anche senza leggerle. È chiaro, però, che il diritto all’autodeterminazione informatica di ogni utente deve essere sempre preservato. Fondamentale è anche garantire una protezione adeguata dei dati personali; allo stesso modo, consumatori e/o destinatari dei servizi devono essere sempre idoneamente informati delle conseguenze derivanti dall’uso del social network e delle implicazioni privacy. È importante, perciò, che l’utente legga attentamente i termini di servizio del social e tutte le condizioni presenti nel contratto, prima di iscriversi alla piattaforma e concedere, così, l’uso dei propri dati e contenuti. Ma la prima difesa è l’uso consapevole di ogni strumento social.

Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
Quando si utilizza il termine di “testamento digitale”, ci si può riferire sia ad un testamento espresso in modalità digitali, lasciando così le proprie ultime volontà “sigillate” in un documento informatico (con o senza firma elettronica) oppure (addirittura) in una e-mail e/o pec, sia (e più propriamente) alle problematiche – piuttosto attuali – relative alle disposizioni testamentarie in merito alle nostre attività on line, espresse e portate avanti dalle nostre “identità digitali” (account email, profili social, informazioni e documenti presenti su strumenti IT e protetti da processi di autenticazione informatica etc.). Per quanto riguarda queste tematiche, c’è da premettere che ancora non c’è stato adeguato approfondimento dal punto di vista sia dottrinale e sia normativo (e questo sia in Italia e sia a livello internazionale).
In ogni caso, per quanto riguarda la forma testamentaria, in Italia almeno ad oggi difficilmente potrebbe essere ritenuto ammissibile un testamento espresso in modalità digitali (pur utilizzando firma digitale e marca temporale per la redazione del documento informatico che conterrebbe il testamento), questo almeno alla luce del rigido formalismo espresso nel nostro codice civile. Certo, si può senz’altro affermare che la ratio delle riforme normative in materia sul documento informatico potrebbe portare la giurisprudenza ad ammettere la validità di un testamento digitale se effettive ragioni di urgenza ne abbiano reso indispensabile la redazione con quella forma. Di certo, oggi dovrebbe ritenersi ammissibile invece un testamento espresso in forma di atto pubblico digitale.
Per quanto riguarda invece i dubbi su come disporre del proprio patrimonio digitale post mortem e sulla possibilità di gestire così account e dati non solo attraverso gli strumenti di autoregolamentazione messi a disposizione dei provider, ma anche attraverso disposizioni testamentarie, posso dire che senz’altro oggi c’è una maggiore consapevolezza del problema e senz’altro in un testamento (espresso in forma olografa, in atto pubblico o eventualmente in forma digitale) si può anche decidere chi e in che modo potrà accedere ai nostri account e utilizzare le nostre identità digitali.

Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha emanato diverse guide per informare l’utente su come tutelarsi nell’era dei social network. Alcune delle regole più rilevanti sono: pensare bene a cosa inserire in un profilo social prima di pubblicare i dati personali, non essere troppo sicuri dello strumento utilizzato e prendere opportune precauzioni per tutelare la propria riservatezza, rispettare gli altri utenti e astenersi dal pubblicare foto o video in assenza di un loro consenso, aggiornare gli antivirus degli smartphone e utilizzare password sicure, fare attenzione alle false identità, informarsi su chi gestisce il social network e quali garanzie offre rispetto al trattamento dei dati personali, pubblicare notizie utilizzando forme di anonimizzazione dei dati di terzi, disattivare le funzioni di geolocalizzazione presenti sulle “app” dei social network, impostare idonei livelli di privacy sul profilo social.

Roberta Rapicavoli

Avvocato, esercita l’attività professionale nel settore della privacy e del diritto di internet e delle nuove tecnologie. Partecipa quale docente e relatrice a corsi ed eventi organizzati in tutto il territorio nazionale su tematiche attinenti alla privacy e sulle questioni di maggior interesse riguardanti il rapporto tra diritto e ICT.

Roberta Rapicavoli

Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
La normativa vigente trova applicazione anche nel mondo del web.
Così la responsabilità per la commissione di un reato sussiste sia nel caso in cui la condotta perseguibile penalmente avvenga off line sia nell’ipotesi in cui sia svolta on line (si pensi ad esempio – solo per citare alcune delle fattispecie di reato più diffuse e note rispetto ai social media – al caso di diffamazione, al trattamento illecito di dati personali, alla pubblicazione non autorizzata di opera d’ingegno tutelata dal diritto d’autore…).
Ugualmente, gli obblighi e le responsabilità derivanti da un contratto non variano nel caso di sua conclusione attraverso le modalità tradizionali piuttosto che tramite tecniche di comunicazione a distanza, né mutano gli obblighi prescritti da singole normative di settore rispetto ad attività svolta nel mondo reale o virtuale (come nel caso degli obblighi imposti dal D. Lgs. 196/2003 nel caso di trattamento di dati personali o degli adempimenti prescritti dl DPR 430/2001 in materia di manifestazioni a premio).

L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
La normativa tradizionale, pensata per il mondo off line, trova in effetti talvolta alcune difficoltà nel disciplinare anche il mondo del web 2.0 e quindi, in alcuni casi, sarebbe necessario intervenire con leggi ad hoc.
Penso ad esempio alla materia dei concorsi a premio, regolamentata dal DPR 430/2001, normativa ancorata a canoni tradizionali del diritto, quale quello della territorialità, che, richiedendo di svolgere il concorso a premio – a prescindere se off line oppure on line – solo nei confronti di chi risiede in Italia e di utilizzare server allocati nel territorio italiano, crea oggettivamente alcuni problemi in ordine all’organizzazione di social media contest.
Penso anche alla normativa in materia di diritto d’autore che, nonostante gli interventi, anche recenti, tesi ad aggiornare una legge del 1941, continua a non trovare le giuste risposte alle sfide poste dall’era digitale, che probabilmente richiederebbero un ripensamento dell’intero sistema.

Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
Esistono alcuni comportamenti che possono essere commessi dall’utente iscritto ad un social e sono certamente perseguibili penalmente.
Così, solo per fare un esempio, nel caso di pubblicazione di un post su Facebook di contenuto diffamatorio, il suo autore è certamente perseguibile per diffamazione (peraltro aggravata).
Si discute invece sull’eventuale concorso nel reato di diffamazione per l’utente che si sia limitato ad esprimere il proprio “like” ad un messaggio di tale natura.

Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
La circostanza di poter reperire informazioni e dati di vario genere in rete (quali immagini, numeri di telefono, indirizzi mail …) non giustifica il loro libero impiego.
In generale, infatti, a differenza del comune convincimento, il dato rinvenuto sul web non può, per ciò solo, essere ritenuto “pubblico” e liberamente utilizzabile. Questo anche nell’ambito dei social.
Si tratta di un argomento spesso trascurato, ma che può generare conseguenze di rilievo se si pensa che la diffusione non autorizzata di dati personali, unitamente agli altri elementi costitutivi della fattispecie, configura il reato di trattamento illecito dei dati previsto dall’art. 167 del codice privacy e che è altresì sanzionata penalmente, ai sensi dell’art. 171 della legge sul diritto d’autore, la diffusione di un’opera altrui.

Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
L’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, recentemente modificato dal D. Lgs. 151/2015, pubblicato in Gazzetta il 23 settembre, disciplina la materia dei controlli a distanza dei lavoratori, termine con cui si deve intendere non solo il “dipendente” ma anche il soggetto legato al datore da un rapporto contrattuale di lavoro (non invece il freelance o il consulente o il professionista esterno).
In seguito alla riforma del citato articolo 4 è prevista la possibilità di utilizzare le informazioni e i dati raccolti tramite gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori (il cui impiego deve essere previamente autorizzato da sindacati o DTL) o gli strumenti che servono al lavoratore per rendere la prestazione, quali pc o cellulari (per il cui impiego non occorre invece alcuna autorizzazione) per “tutti i fini connessi al rapporto di lavoro”, quindi anche per fini disciplinari.
Un’apertura non da poco se si pensa che, ad oggi, i dati acquisiti tramite gli strumenti idonei ad effettuare un controllo a distanza potevano essere utilizzati solo per l’accertamento di eventuali fatti illeciti.
L’utilizzo di tali informazioni incontra però dei limiti, essendo infatti richiesto che il datore di lavoro fornisca ai lavoratori adeguata e preventiva informazione sull’uso degli strumenti e sulle modalità di effettuazione dei controlli e che comunque l’attività avvenga nel rispetto delle norme sul trattamento dei dati personali.
Proprio l’applicazione del Codice Privacy e, in primis, dei principi di liceità, finalità, proporzionalità e necessità costituisce certamente un limite fondamentale anche in ordine alla prassi di esaminare i profili social personali di candidati o dipendenti. Prassi che peraltro incontra un altro limite – spesso trascurato – costituito dall’art. 8 dello Statuto dei lavoratori, che vieta al datore di lavoro, sia ai fini dell’assunzione che nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore – facilmente presenti all’interno di un profilo social – nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
L’utente che aderisce alla maggior parte dei social network mantiene la proprietà sui contenuti inseriti ma concede al gestore della piattaforma social una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere rilasciata come sublicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi contenuto pubblicato.
Ciò concretamente comporta una perdita di controllo sul materiale inserito all’interno della piattaforma, che potrebbe anche essere trasmesso a terzi e da questi essere utilizzato.
Il consiglio per cercare di limitare la diffusione del materiale ai terzi è di prestare attenzione al livello di visibilità dei contenuti pubblicati. Infatti, come ad esempio previsto nei Tos di Facebook, l’utente che inserisce all’interno della piattaforma dati o informazioni usando l’impostazione “Pubblica”, concede a tutti, anche alle persone che non sono iscritte al Social, di accedere e usare tali informazioni e di associarle al suo profilo (ovvero al suo nome ed alla sua immagine).
La licenza concessa in fase di iscrizione – come si legge nei TOS dei social più diffusi – termina quando l’utente elimina il suo account o i contenuti pubblicati.
Se tuttavia, nonostante l’eliminazione dell’account o del contenuto, il Social continuasse ad esercitare diritti sui contenuti dell’utente, quest’ultimo potrebbe agire per richiedere espressamente la cessazione di comportamenti che non sarebbero più autorizzati, valutando le opportune vie legali da percorrere a seconda della condotta posta in essere e delle conseguenze negative subite.

Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
L’argomento legato alla gestione dei contenuti e delle informazioni digitali alla morte del titolare dell’account social (piuttosto che dell’indirizzo mail o di servizi cloud di archiviazione) è certamente di notevole interesse.
Oggi esistono alcuni strumenti, messi a disposizione dai Social, che consentono agli utenti di gestire l’“eredità” del profilo sul social network dopo la propria morte, scegliendo se mantenere l’account attivo oppure se cancellarlo.
Non si tratta però dei soli strumenti che consentono di decidere della propria eredità digitale.
Più in generale, infatti, è possibile definire gli aspetti legati alla propria vita ed eredità digitale attraverso gli strumenti successori previsti nel nostro ordinamento.
Così sarà possibile definire le proprie volontà in un testamento, evitando in tal modo le difficoltà che potrebbero incontrare altrimenti gli eredi, dopo l’apertura della successione, nella gestione di rapporti ed averi digitali a loro magari sconosciuti o cui potrebbe essere vietato l’accesso.

Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
I social rappresentano straordinari strumenti di condivisione e comunicazione ma nascondono, allo stesso tempo, insidie e rischi che possono essere evitati solo attraverso un loro uso consapevole e responsabile.
Alcuni consigli: evitare di condividere informazioni riservate e dati personali che potrebbero costituire un rischio o danneggiare la propria immagine (giusto per fare qualche esempio: l’indirizzo completo della propria abitazione sul social potrebbe essere acquisito da malintenzionati e utilizzato per un furto; foto con cui si è ritratti in scene imbarazzanti potrebbero circolare all’interno del social e poi in rete ed incidere in termini di web reputation).
Evitare di pubblicare dati e contenuti altrui in assenza di autorizzazione o altra ipotesi che ne giustifichi e legittimi la diffusione.
Evitare di esprimere opinioni o tenere atteggiamenti che già nel mondo reale potrebbero essere perseguiti penalmente (penso alle offese che possono configurare reati di ingiuria e diffamazione, ma anche ad atti persecutori idonei ad integrare il reato di stalking on line), ricordando sempre che il web e i social non rappresentano una zona franca per il diritto.

 

16 milioni per MoneyFarm: è record per il FinTech italiano [BREAKING NEWS]

moneyfarm

Buone notizie per il FinTech italiano: 16 milioni di euro di investimento per MoneyFarm da Cabot Square Capital e United Ventures.

L’operazione, già approvata dalla Banca D’Italia e dall’authority britannica, rappresenta un vero record per il FinTech italiano e permetterà, oltre al consolidamento della leadership sul mercato italiano per cui si prevede una crescita del 20% su base mensile, di sviluppare progetti di internazionalizzazione.

FinTech italiano: ancora troppo poco!

Se è vero che  il settore è ancora poco finanziato in Italia (ammontano a soli 7 milioni di euro i finanziamenti per startup attive nell’innovazione in questo campo nel 2014), la fiducia dell’investitore londinese esprime un fermento che, nel caso di MoneyFarm, la società di consulenza finanziaria indipendente  fondata nel 2011 da Paolo Galvani e Giovanni Daprà, punta alla conquista della leadership europea dei servizi di Digital Wealth Management.

La strategia di MoneyFarm si basa sull’utilizzo degli ETF, sulla diversificazione dei portafogli e su un approccio a medio-lungo termine.

MoneyFarm, infatti, alloca gli investimenti di ogni portafoglio su diverse Asset Class (azioni, obbligazioni, materie prime, ecc.), diverse aree geografiche (Italia, Europa, Stati Uniti, Paesi Emergenti, ecc.) e valutarie (Euro, Dollaro, ecc.) per comporre un portafoglio in linea con gli obiettivi del cliente.

“Siamo particolarmente orgogliosi di aver ottenuto un così importante finanziamento che ci sosterrà nei nostri ambiziosi piani di sviluppo futuro. Siamo pronti e motivati ad affrontare i prossimi importanti passi: ulteriore consolidamento del mercato italiano e scalata alla leadership europea, tenendo bene a mente la nostra storia e soprattutto le migliaia di clienti che ci hanno sostenuto fino ad oggi”

Paolo Galvani e Giovanni Daprà

Grazie alla sinergia tra finanza e tecnologia, si stima che questo mercato amministrerà oltre 5.000 miliardi di dollari di asset under management entro il 2025 e l’’Europa è la regione che ha registrato la crescita più consistente di investimenti nel 2014.

SMX Milan 2015: l’eccellenza del digital marketing da tutto il mondo [EVENTO]

SMX

Mancano pochi giorni al SMX, Search and Social Media Marketing Expo, l’imperdibile appuntamento dedicato al marketing digitale organizzato da Business International. Dall’11 al 13 novembre, a Milano, i massimi esperti del settore si confronteranno su Search Marketing, Social Media, Mobile, Content Marketing, Visual Storytelling, Web Analytics, Customer Experience.

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Il programma

Quest’anno l’evento ospita, tra gli appuntamenti da non perdere, i keynote di Jeffrey K. Rohrs, ex VP di Salesforce, Maile Ohye e Johannes Müller da Google, Andrea Lai da Facebook, Andre Alpar, CEO di AKM3 GmbH, Chris Bennett, CEO di 97thFloor, Lin Huang, Group Data Scientist Manager di Microsoft.

Tra gli interventi in programma, “Advanced Winning Strategies With Facebook Ads” è la sessione in cui verranno discusse le più avanzate strategie di Social Media Marketing, con il contributo di Gian Caprini, Global Senior Consultant Digital Marketing di Expedia

Keywords Are Dead – Long Live Concepts, Entities & Audiences!” è invece la sessione a cui parteciperà Gianluca Fiorelli, SEO e Inbound Marketing Strategist di Italiaseo.  

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Il bootcamp

Se cerchi un’esperienza a 360°, dai un’occhiata all’Official SMX Bootcamp, in programma l’11 novembre, un laboratorio di formazione con ben 5 sessioni parallele su SEO, Social Media, Local & Brand Visibility, Adwords e Analitycs dedicato a studenti e neoassunti per fornire anche a meno esperti e principianti le basi essenziali per intraprendere o continuare con successo un percorso lavorativo in ambito Digital.