Spot e musica: storia di una partnership fruttuosa che arriva da lontano

Descrivere il rapporto tra il mondo della pubblicità e quello della musica è sempre complicato. Innanzitutto perché vengono messi in correlazione due realtà parimenti mutevoli che fondano sull’espressione creativa e la capacità di influenzare il mondo esterno la loro ragion d’essere.

Ciò rende estremamente complesso capire l’influenza che ciascuna delle due forme di comunicazione riesce ad esercitare, prendendole solo una per volta, figuriamoci dibattere su come e quanto siano capaci di impattare l’una sull’altra.

Eppure ciò ci sembra necessario al fine di ricondurre ad un percorso logico e coerente il cambiamento che il mondo degli spot commerciali ha subito tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del ventunesimo; costruire un racconto che espliciti i passaggi cruciali che hanno determinato certe trasformazioni nelle politiche di pubblicitari e musicisti riteniamo sia rilevante per una completa comprensione tra generi.

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Proveremo a costruire una time-line in cui alcuni passaggi hanno determinato l’innesco in un cambiamento di prospettive, focalizzando la nostra attenzione con un baricentro variabile, perché a volte sono stati rivoluzioni nel mondo della musica ad aver impattato su quello della pubblicità ed a volte è successo l’esatto inverso, a dimostrazione di rapporti di causa ed effetto tutt’altro che unidirezionali.

Vediamo innanzitutto di elencare alcune ragioni, di natura semiologica, che fanno del sottofondo musicale un elemento chiave nella comunicazione.

  • Nei richiami mnemonici i suoni hanno maggior potere d’innesco rispetto al testo. Significa cioè che siamo portati a ricordare un determinato evento se questo è in qualche modo connesso ad un suono/rumore/melodia particolare. Anzi molto spesso un suono è capace di richiamare dal nostro sub-conscio ricordi che ritenevamo sepolti nel passato. Di conseguenza in ambito pubblicitario l’espediente musicale è perfetto affinchè uno spot rimanga impresso.
  • Un messaggio che abbia musicalità e sia bello da sentire, o scritto per essere eseguito in musica è percepito con favore rispetto ad uno magari più tecnico ma meno eufonico.
  • Nel quotidiano siamo portati a fornire alla nostra giornata un sottofondo musicale, in relazione agli stati d’animo o per riempire silenzi e vuoti. Riuscire ad abbinare un messaggio alla giusta musica può aiutare in un rimando indiretto tra un certo evento ed il prodotto o brand collegato ad un determinato brano.

Se pensiamo quindi quale ruolo rivesta la componente sonora nella nostra vita diventa piuttosto intuitivo capire il valore delle musiche negli spot ed il loro ruolo nella massimizzazione della eco sul pubblico.

#1 Gli spot alla radio e la tv degli albori sino all’avvento della rete, musica di serie A e musica di serie B

Saremmo voluti partire da molto lontano nel descrivere l’intreccio tra musica e pubblicità, anche solo per il piacere di una discussione in merito. Alcuni tratteggiano come uno dei primi esempi di jingle musicali la canzone Funiculì Funiculà del 1880. Scritta per celebrare l’inaugurazione della prima funicolare vesuviana avvenuta un anno prima, è una forma archeologica di call-to-action. Un invito ad usufruire di quel mezzo al tempo così innovativo è pubblicità musicata nella sua forma più classica.

Per ragioni di sintesi ed opportunità però, siamo costretti a compiere un salto temporale sino alla diffusione della radio prima e della tv poi. In questa grande fase i due mezzi di comunicazione di massa sono stati utilizzati in maniera molto schematica, pur trovandosi davanti ad un processo creativo.

A compositori ed autori venivano richiesti adattamenti da canzoni in voga in quel periodo o produzioni ex novo di melodie che potessero catturare l’attenzione. Un jingle di successo avrebbe garantito piena ed immediata riconoscibilità nei passaggi televisivi e radiofonici, un marchio nel marchio da consolidare nel tempo.

Ci troviamo davanti ad una fase in cui le pubblicità sono tanto aggressive ed assertive quanto penetranti nell’immaginario collettivo. E’ una fase che potremmo definire di volantinaggio multimediale, una pratica che non poteva che generare un rapporto di conflittualità con il mondo musicale.

Questo perché da un lato le aziende chiedevano di proposito di modificare in maniera impercettibile le armonie di pezzi esistenti al fine di sfruttarne il successo senza violare le leggi sul diritto d’autore, o più semplicemente per non pagare. Vien da sé che questo stratagemma venisse vissuto con sgomento da parte degli artisti.

A questo si aggiunga un pregiudizio di fondo rispetto al mondo pubblicitario in toto. Giacché gli spot erano la messa in scena di un prodotto commerciale tutto ciò che fosse progettato e creato per quella forma di comunicazione era percepita come una mercificazione di un’espressione artistica.

In questa lunghissima fase in cui la pubblicità ha avuto un approccio intensivo il suo rapporto con il mondo della musica è stato di totale contrasto.

#2 L’abbattimento dei confini di genere: musica e pubblicità si avvicinano al cinema

Arriviamo agli anni 80, l’inizio dell’era Pop, nella quale vi è un sostanziale avvicinamento e mescolamento di genere nelle arti figurative.

Epoca d’oro per le televisioni commerciali (nel resto del mondo come in Italia), assistiamo ad una massiccia quota di investimenti nelle produzioni a scopo televisivo in tutti i settori dell’economia.

Musica e pubblicità non fanno eccezione, ma vi è un cambiamento significativo negli intenti produttivi da distribuire sul mercato televisivo. Delle convergenze parallele che tendono in realtà verso la stessa forma di intrattenimento, il cinema.

Da un lato abbiamo artisti di fama internazionale come Michael Jackson che a partire da Thriller nel 1982 concepiscono il lancio di un nuovo brano come occasione per la messa in scena di un vero e proprio cortometraggio:

Questo nuovo modo di concepire il format del video-clip segnerà un passaggio epocale nella storia delle musica in televisione. Sino a quel momento i video erano di solito registrazioni di live o esibizioni ad hoc, mai prima di allora si era fatta strada l’idea che ad un concept musicale dovesse legarsi un concept cinematografico o televisivo che godesse di vita propria.

Allo stesso tempo anche le aziende capiscono che la pubblicità non è più solo volantinaggio ma deve evolversi verso nuove forme di racconto, avvalendosi di autori di grido se necessario.

Succede con Apple che nel 1984 decide di affidare il rilancio del Mac a Ridley Scott:

Ma al di là delle collaborazioni virtuose è lo spostamento di genere a fare la differenza. L’universo musicale capisce che la rappresentazione statica di un brano non è sufficiente a descrivere quel prodotto e l’artista che lo ha concepito.

Sull’altra sponda gli spot di puro carattere assertivo cominciano a prestare il fianco alla “vecchiaia”. Gli stessi marchi capiscono che non possono più semplicemente presentarsi al pubblico ma hanno bisogno di ancorarsi ad un racconto che caratterizzi vuoi un determinato prodotto, vuoi il brand nella sua totalità.

Esempio di questo cambio di passo può essere considerato lo spot di 50 secondi della Barilla del 1984:

Qui Barilla preme il tasto sul racconto di una storia familiare, prova a colpire facendo leva sul concetto di “casa” e di bontà a tutto tondo, una costante di tutto il marchio che nel recente passato ha però subito qualche contraccolpo, con le dichiarazioni di patron Guido Barrila a la Zanzara su Radio24 di cui ci siamo occupati.

Quanto raccontato però fotografa ancora una fase embrionale rispetto alla compenetrazione tra forme di comunicazione, abbiamo potuto osservare come musica e pubblicità stiano convergendo verso una terza forma espressiva, il cinema, e verso lo story-telling. Gli artisti musicali cominciano ad accettare contratti in qualità di testimonial ma faticano a produrre musiche dedicate al mondo pubblicitario o prestare le loro opere al servizio di uno spot, sarà un altro evento a scatenare la simbiosi come atto necessario.

#3 La 2K revolution: la rete, la generazione Napster e la crisi dell’industria discografica

Siamo giunti all’epoca contemporanea. Musica e pubblictà viaggiano ancora su due mondi distinti ma l’avvento della rete e soprattutto dei programmi di file-sharing mette in crisi in maniera irreversibile l’industria discografica.

Il mostro cibernetico ha offerto a tutti la possibilità di scaricare musica, ha preso un vizio di dimensioni contenute (il registrare su musicassette i brani del nostro autore preferito o versare i 45 giri dei nostri genitori su formati moderni) e lo ha amplificato su scala mondiale. La digitalizzazione della dimensione di ascolto e la possibilità di scaricare gratuitamente diventano in poco tempo un duo mortale.

Le grandi major assistono ad un calo vertiginoso delle vendite, gli investimenti su nuovi artisti scarseggiano ed anche i grandi della musica incassano il colpo. I Metallica provano a contrastare il problema scagliandosi contro Napster ed il suo creatore col risultato che nel giro di mesi i software per il download tra utenti proliferano a ritmo virale.

A quel punto si rende necessario un cambiamento per cercare nuove forme di introiti e nuova vitalità nel settore. Forti del vecchio adagio pecunia non olet, l’universo musicale si avvicina a quello pubblicitario. Del resto abbiamo visto come parte di quella distanza sia stata coperta attraverso l’evoluzione dello stile di rappresentazione sul piccolo schermo.

Dal nostro punto di vista il primo a capire l’importanza di legare un prodotto musicale ad altre forme di intrattenimento è stato il dj Moby, che nel 1999 con l’album Play decide di rivoluzionare il rapporto musica-pubblicità per sempre.

Tutte le tracce del disco vengono concesse in licenza per film o spot, in questo modo quell’album figlio di un artista poco conosciuto al grande pubblico e che si snoda in un genere assai di nicchia come l’elettronica conosce un successo planetario: sono 12 milioni le copie vendute, con i brani che riescono a resistere nelle classifiche di vendita ad anni di distanza dal rilascio.

Non c’è dubbio che sia stato il talento di Moby il motore scatenante del suo successo, la sua capacità di inserire più generi facendoli coesistere come mai prima di allora. Ma in un universo in crisi di vendite aver legato i suoi brani a prodotti e brand di largo consumo hanno permesso ad un pubblico globale di poter ascoltare la sua opera, gli hanno garantito riconoscibilità che i canali tradizionali non avrebbero mai potuto offrire.

Viene finalmente abbattuto un muro, frutto più della necessità magari che di una scelta consapevole, ma gli artisti vedono nella pubblicità un nuovo canale per raggiungere i fan, fare da testimonial non è più considerato mercimonio, così come incidere per uno spot viene inteso come una diversificazione del proprio bagaglio musicale.

#4 Da musicista a Brand, da marchio ad icona, i confini labili dell’advertising contemporaneo

Fase finale di questo nostro excursus rispetto al rapporto tra musica e pubblicità. Una volta “annusatisi” e riconosciuta la rilevanza l’uno per l’altro, stiamo assistendo ad una fase in cui sempre più artisti si legano in maniera indissolubile ad un brand.

Perchè ciò accade ?

Innanzitutto la figura del musicista o della band si è evoluta ed ha ampliato i propri confini. Sempre più star hanno deciso di gettarsi in nuove avventure, moda, beni di consumo, prodotti di bellezza personalizzati etc. etc. Risulta evidente quindi come una Jennifer Lopez non venga più riconosciuta come mera interprete musicale, ma come un brand che si declina uguale a se stesso nei valori diversificandosi di volta in volta in relazione alla categoria merceologica.

Se l’artista non è più “solo” appartenente alla categoria cambia la sua definizione, diventa un brand a tutto tondo, il quale può aprire a partnership con altri brand che ne condividano i valori o che rappresentino, in un determinato momento, un’idea comune sul mondo.

Caso eclatante è stata la collaborazione tra Apple ed U2 i quali, per il lancio del loro ultimo album Songs of Innocence, hanno deciso di offrire gratuitamente su i-Tunes tutte le loro tracce, sovrapponendo il lancio dell’album a quello del nuovo smartphone di Cupertino.

Ma se questo è forse il punto di maggior compenetrazione tra i due mondi, dobbiamo aspettarci sempre di più che i due universi corrano sempre più spesso in aiuto dell’altro. Entrambi possono beneficiare di questo rapporto su più livelli, da quello creativo a quello economico, favorendo una relazione osmotica che, applicata nel modo giusto, non può che giovare ad entrambi.

È possibile guadagnare con le views su YouTube? [INTERVISTA] #ninjavideo

Edoardo Scognamiglio

YouTube, Vimeo, i video su Facebook, ora anche su Twitter. La comunicazione in movimento è sempre più diffusa e sembra proprio che i video pubblicitari, da sempre strutturati per andare in onda come spot televisivi, oggi siano destinati ai nuovi canali digitali pronti a una nuova era del video marketing.

Ma esiste un video perfetto? C’è un modo per far esplodere di viralità i propri contenuti? A queste e altre domande ci risponde Edoardo Scognamiglio, autore de “Le Iene”, co-founder ComboCut Film e docente del Corso Online in Video Marketing della Ninja Academy.

Veniamo subito al sodo: esiste la ricetta del video perfetto?

Non esiste il video perfetto, tantomeno una ricetta precisa da seguire passo passo. Esistono però dei modelli con cui costruire una video strategy e un racconto, una sorta di griglia da riempire per darsi una direzione. C’è tanto lavoro di ricerca, in due sensi: prima di sviluppare un video bisogna conoscere a fondo il brand e le persone a cui comunica. C’è creatività. Infatti la sfida, in un gioco di insiemi, è quella di inventare un video di valore sia per cliente e che per la sua audience. Quello che non deve mai mancare, per il successo di un video, è l’utilizzo nella storia di una leva emotiva.

video marketing

Un video virale può davvero far guadagnare soldi alla mia azienda?

Da solo raramente. Una clip virale, o Hero Video per usare il linguaggio di Google, farà da apripista alla popolarità di un brand poiché conferirà alta visibilità in tempi brevissimi. È però necessario che il video sia affiancato da una solida azione di marketing in termini di “raccolta”. La strada per trasformare una visualizzazione in un cliente esiste, va però strutturata.

Cosa hai imparato di utile per il video marketing lavorando a Le Iene?

Ho imparato a non accontentarmi mai di un’idea e a spingerla al massimo. Il programma è realizzato da autori di altissimo livello, bisogna quindi “competere” sulla creatività. Non essendoci nella redazione gerarchie o favoritismi, il valore di un servizio è valutato esclusivamente dalla qualità del contenuto.

D’altra parte in tv quello che conta è lo share: si realizzano prodotti video di intrattenimento che devono avere successo. Pena: lo zapping, perché se la gente cambia canale il tuo programma è spacciato. Questo know how l’abbiamo portato in ambito pubblicitario. Se ci pensate anche per una campagna su YouTube contano parametri similari: in quanti hanno visto il video, ma soprattutto, per quanto tempo?

Video star, youtuber famosi, virali… qual è lo stato attuale del video marketing in Italia?

Siamo in un momento di cambiamenti epocali. Forse è la prima volta negli ultimi dieci anni che i media tradizionali guardano al web con interesse e anche timore. Sono esplosi gli Youtuber, Netflix sta entrando nel mercato italiano, Facebook ha dichiarato guerra a YouTube come piattaforma per la fruizione di video. Succederà di tutto quest’anno.

E’ quindi fondamentale, prima che sia tardi, capire perché un trend sta avendo successo e portarsi a casa delle dritte per costruire il prossimo. Ad esempio: tutti dicevano che un video virale doveva durare poco. Allora come li spieghiamo i 6 minuti medi di Favij? Perché proprio lui ha raggiunto più di 1 milione di iscritti e non un altro dei centinaia gamers in Italia? Oppure: perché quel video caricato nel 2007 improvvisamente nel 2015 esplode e diventa popolare? C’è una regola dietro?

Ho il “video perfetto”. E ora come faccio a farlo vedere ai miei clienti e prospect?

Devi iniziare a lavorare prima di avere il “video perfetto”. Parlo di tempo impiegato per far crescere un’audience sui canali social aziendali, tempo per costruire un database di contatti, tempo per coltivare il tuo pubblico. Tutta questa macchina di marketing servirà a diffondere il video presso chi ti conosce e ti segue già. Parallelamente saranno necessari investimenti in adv (che sia Facebook, YouTube o un network) e la pianificazione di post sponsorizzati per raggiungere chi ancora non ti conosce.

Gangnam Style, Harlem Shake o Happy: quale tormentone ti ha fatto ballare di più?

A parte che ballo da schifo, l’azione di marketing che mi ha più colpito è stata quella di “Happy”. Ha generato un’enorme catena di video spontanei a livello planetario. Anche “Harlem Shake” ha avuto seguito, credo però che “Happy” si porti dietro una serie di valori molto più universali. Magari ci ho visto troppa poesia, ma è stata un’iniziativa fatta da popoli diversi sotto l’insegna di essere felici (contro le guerre, contro la violenza, ecc.).

Qual è la campagna di video marketing che avresti voluto firmare?

Old Spice, per come sono riusciti a combinare ironia ed effetti speciali.

Il Crowdsourcing Summit 2015 parla italiano

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Crowd economy chiama Italia e Zooppa risponde. Dopo anni di conferenze di successo organizzate in tutto il mondo, la Crowdsourcing Week approda nel Belpaese e il porto ideale non poteva che essere Venezia.

Il risultato è il primo summit italiano sulla crowd economy, che si terrà il 5 e 6 marzo nella splendida cornice della laguna veneta, presso l’incubatore e accelleratore di startup italiano H-Farm.

Insieme a Singapore, Bruxelles, Giacarta, il Circolo Artico e Manila, la tappa italiana sarà parte dell’edizione 2015 dell’evento itinerante internazionale che si offre come punto di incontro di esperti, influencer, aziende e tutti gli interessati all’evoluzione del business verso l’esternalizzazione del lavoro a più persone: in una parola, al crowdsourcing.

Crowdsourcing Summit: chiedere alla folla

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Il crowdsourcing nasce come possibilità di utilizzare i contributi spontanei di un gruppo di persone più o meno vasto, in vista di un determinato scopo.

L’accezione più conosciuta è quella che fa di questa pratica un modello di business, per il quale un’azienda affida un compito ad un ampio gruppo di persone, esterne alla stessa, di modo da ottenere una moltitudine di possibili soluzioni, anche estremamente eterogenee tra loro.

La formulazione è dunque quella di una gara, al termine della quale la proposta vincente verrà adottata e pagata dall’azienda promotrice. Quest’ultima ottiene pertanto un ottimo risultato a costi ridotti, ottenendo peraltro una serie di preziosi spunti sull’argomento oggetto del contest.

Alcuni esempi più comuni di lavori riguardano la creazione di servizi fotografici, video promozionali e loghi aziendali.

A rispondere al brief, ossia alle indicazioni lasciate dal committente, sono spesso freelance, che mirano non solo alla controparte economica ma soprattutto al ritorno di immagine. I partecipanti possono dunque essere professionisti di vario livello, che genenereranno opere di qualità proporzionale alla loro esperienza.

La concorrenza, come è facile immaginare, è agguerrita, per cui non è facile arricchirsi con il crowdsourcing, ma sono invece notevoli l’amplificazione mediatica e la possibilità di stringere alleanze strategiche con altri esperti, che magari presentano competenze complementari alle proprie.

La community di Zooppa

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Elemento essenziale per il crowsourcing è la rete. La quasi totalità delle gare viene indetta attraverso il supporto di piattaforme specializzate. Esse promuovono il contatto tra persone e aziende, stimolando la partecipazione e la creatività delle persone, che possono portare il proprio contributo in varie forme, a seconda dell’incarico.

Un esempio tutto italiano è Zooppa, leader internazionale con più di 285.000 iscritti attivi provenienti da tutto il mondo e oltre 450 campagne concluse con successo. Attraverso Zooppa vengono prodotti video, grafiche e concept in grado di rispondere alle esigenze delle società-clienti, aiutandole a raggiungere i loro obiettivi di marketing.

È comunque la community ad avere l’ultima parola, decretando i vincitori delle gare.

Le aziende cambiano

Il Crowdsourcing ha investito tutti i business attuali: dalla creatività ai viaggi, passando per i trasporti e il design. Le persone hanno oggi la straordinaria opportunità di entrare in contatto con realtà fino a poco tempo fa difficilmente avvicinabili e di mettersi in gioco su scala globale. – Dichiara Matteo Sarzana, General Manager di Zooppa – È un grande onore collaborare all’organizzazione del primo Crowdsourcing Summit in Italia: l’evento sarà un’occasione unica per entrare in contatto con le realtà più importanti in questo settore e scoprire come è possibile sfruttare queste nuove opportunità per migliorare il proprio business.”

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Il Crowdsourcing Summit, sarà una due giorni di conferenze in cui discutere di come il crowdsourcing stia cambiando le aziende e la loro organizzazione.

Non mancheranno nomi importanti e volti noti del panorama italiano e internazionale: sono sul sito ufficiale dell’evento, insieme a tutte le informazioni per partecipare.

La smaterializzazione di Internet nelle parole di Eric Schmidt

“I will answer very simply that the internet will disappear”

A pronunciare questa frase non è stato un critico della rete, o un nostalgico dei bei tempi andati, ma l’ex CEO dell’azienda che più di tutte ha rivoluzionato il modo in cui internet viene percepito e utilizzato da quasi due decenni ormai; stiamo parlando di Google e del suo Presidente del Consiglio di amministrazione Eric Schmidt, che durante il panel “The Future of the Digital Economy” al Word Economic Forum di Davos, in Svizzera, ha così risposto a chi gli chiedeva di delineare gli scenari futuri del web.

Purtroppo, come spesso (troppo spesso!) accade in alcune aziende di “giornalismo acchiappa click”, la frase è stata estrapolata dal suo contesto e riproposta all’ignaro lettore come una provocazione, un sensazionalismo: ma come, l’uomo alla guida di Google dice che internet scomparirà?

In realtà basterebbe una lettura che vada oltre al titolo per comprendere il senso delle parole, lucidissime, di Schmidt:

“Ci saranno così tanti indirizzi IP… così tanti device, sensori, cose che potrete indossare e con cui potrete interagire che non ne avrete più nemmeno la percezione. Saranno parte di voi stessi tutto il tempo. Immaginate di camminare in una stanza, e che questa sia dinamica. E di interagire – grazie al vostro permesso – con gli oggetti presenti.”

Cosa ha detto, quindi, di preciso il CEO dell’azienda di Mountain View? Non ha fatto altro che confermare un’idea già molto diffusa nel mondo del web e del digital, ovvero che la presenza di un numero sempre maggiore di dispositivi connessi alla rete avrà come principale effetto la “smaterializzazione di internet”.

Oggi quando ci connettiamo al web, che sia da pc o da mobile, lo facciamo in maniera consapevole, anche se con naturalezza; clicchiamo sull’icona del browser o utilizziamo app che necessitano dell’accesso a internet, ma scegliamo di farlo. Quello a cui fa riferimento Schmidt, invece, è la cosiddetta Internet Of Things, un argomento ricco di spunti, a cui anche noi prestiamo molta attenzione; si tratta di tutti quegli oggetti tradizionali che, evolvendosi, hanno integrato le potenzialità di internet per spingersi al livello successivo.

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Rivoluzione silente

Senza voler cadere nel cliché da film di fantascienza, dove le macchine, divenute intelligenti, si ribellano e dichiarano guerra all’umanità, l’Internet Of Things, con la domotica, gli smartwatch e le varie applicazioni concrete che registriamo da qualche tempo a questa parte, non può non essere analizzata per quello che è: una rivoluzione silente, ma rapida.

Silente perché, riprendendo il discorso di prima, noi “accogliamo” questi dispositivi nella nostra vita quotidiana senza comprendere veramente di cosa si tratta: compriamo lo smartwatch e ci appare come l’evoluzione in chiave 3.0 dei vecchi orologi della Casio, quelli con l’organizer e mille mila funzioni che all’epoca apparivano fichissime, ma con ci rendiamo conto che si tratta di qualcosa di diverso, di un oggetto che non può nemmeno più essere definito con questo termine, perché implicherebbe qualcosa di inanimato e di passivo, mentre qui parliamo di uno strumento che interagisce con l’essere umano.

L’idea di una dimensione eterea e immateriale di Internet è affascinante, ma porta con sé anche una serie di interrogativi etici, sull’invadenza della tecnologia e sul rischio che si possa diventare insensibili alle esperienze umane.

Anche se è giusto e doveroso discutere delle implicazioni della tecnologia sulla nostra vita, contrastare questo processo è una donchisciottesca lotta contro i mulini a vento, perché l’evoluzione non si può arrestare, al massimo si può provare a influenzarla. Ma al momento siamo già in uno stato avanzato, quindi sarebbe forse il caso di capire in che modo l’uomo può trarre un vantaggio da tutto questo.

D’altronde in ogni epoca c’è stata una innovazione tecnologica che ha stravolto l’ordine costituito delle cose: il cinematografo era considerato uno strumento diabolico capace di rubare l’anima delle persone, prima di assurgere a forma d’arte; l’invenzione delle radiografie fu snobbata e sbeffeggiata per anni, per poi cambiare la diagnostica e la medicina; i telefoni cellulari erano oggetto di scherno, eppure rappresentano il dispositivo con la più ampia diffusione nel lasso di tempo più breve della storia dell’umanità.

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Insomma, anche se all’inizio la prima reazione è quella di storcere il naso, l’IoT è una realtà con la quale fare i conti, consapevoli che ogni evoluzione porta con sé vantaggi e svantaggi per l’umanità.

Al momento, ad essere sinceri, i vantaggi sembrano vincere 3-0 a tavolino.

Nixie: il primo drone indossabile del mondo

Se sentite parlare di droni, vi vengono in mente immagini spettacolari di vedute aeree, panorami mozzafiato, fotografie inedite di un mondo visto dall’alto, da devices leggeri e scattanti.

Bene. Avete mai pensato a un drone portatile? Christoph Kohstall sì.

Kohstall è il ricercatore americano, proveniente dalla Stanford University, che ha inventato Nixie, il primo drone indossabile del mondo. Per la precisione, il primo drone da polso.

Il prototipo è stato studiato come un braccialetto e si trasforma in un piccolo elicottero a quattro eliche con un semplice gesto del polso. Una volta che Nixie decolla, è in grado di geolocalizzarsi istantaneamente, scattare foto e girare video, per ritornare come un piccolo boomerang ad avvolgersi intorno al polso, proprio come un orologio.

Il primo selfie drone, la prima macchina fotografica portatile in grado di volare.
Basta un gesto e Nixie decolla, scatta (o riprende) e torna indietro. Per il momento è stata rilasciata la prima modalità di utilizzo, chiamata appunto Boomerang: altre modalità sono in via di sviluppo.

La qualità fotografica e video di Nixie è straordinaria. Inoltre, è possibile avere le mani libere e compiere l’azione che vogliamo immortalare in totale concentrazione e spensieratezza. A catturare il momento ci pensa Nixie, in maniera completamente autonoma.

Per il momento è un prototipo avanzato, ma arriverà sul mercato molto presto. Potete tenervi aggiornati qui sulla sua uscita e sulle ultime novità.

Vi piacerebbe un drone portatile per essere ancora più ninja?

McCafé, Ducati, Fedex: i migliori annunci stampa della settimana

Come ogni lunedì che si rispetti abbiamo confezionato la classifica con gli annunci stampa pubblicati nella settimana appena trascorsa.
Date un’occhiata e decidete chi è stato il più creativo!

Ducati: No time for delays

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Chi guida una Ducati, non ritarderà mai!
La motocicletta che fu di Borgo Panigale, si infila nel caotico traffico cittadino evitando l’ingorgo stradale.

Advertising Agency: McCann, Lima, Peru
Executive Creative Directors: Mauricio Fernández Maldonado, Nicolás Romanó
Head of Art: Giovanni Macco
Copywriter: Alvaro Soto
Art Director: Luigi Rissi
Ilustrator: Plan B

Ed’s Easy Diner: Eat the 50s

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Gli anni ’50 tutti da mordere nella catena britannica di ristoranti a tema Ed’s easy dinner! 

Advertising Agency: JWT, London, UK
Executive Creative Director: Russell Ramsey
Creative Director: David Masterman
Creatives: Bill Hartley, Giles Hepworth
Designer / Illustrator: James Keane
Business Leader: Anthony Hill
Senior Account Manager: Emma Bass
Project Manager: Ian Hughes

FedEx: Express

Spedizioni intercontinentali espresso FedEx. Partenza e destinazione, tutto molto veloce e concentrato nel copy dell’annuncio. Smart!

Advertising: ESA Saint-Luc Liège, Belgium
Copywriter / Art Director: Maxime Damo

Orquesta Sinfónica Nacional: Summer symphony

L’orchestra sinfonica nazionale del Costa Rica ha eseguito per voi la sinfonia d’estate!

Non chiedetevi che tipo di melodia si possa ottenere con un corno francese gonfiabile, e fermatevi ad ammirare cosa può fare un art director in stato di grazia!

Advertising Agency: Garnier BBDO, Costa Rica
Chief Creative Officer: Manuel Travisany
Creative Director: Alan Carmona
Art Director: Yoshua León
Copywriter: Randall Vega
Client Representative: Guillermo Madriz

McCafe: Heavy night

Giornata pesante? Prova McCafé.

Quante volte sentiamo dire: Non riesco a tenere gli occhi aperti!

A mio avviso la migliore della settimana. Voi che dite? Siete d’accordo?

Advertising Agency: Leo Burnett, Sydney, Australia
Creative Director: Andy Dilallo
Art Directors: Bruno Nakano, Vince Lagana
Copywriter: Grant Mcaloon
Illustrator: Bruno Nakano

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Come si progetta una Facebook strategy? [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

Come si progetta una Facebook strategy

Come si progetta una Facebook strategy

Facebook è il social network più popolare al mondo e, se utilizzato nella maniera giusta, riesce a ridurre le distanze tra aziende e consumatori e ad avvicinare i potenziali clienti (leggi persone con cui conversare e instaurare un rapporto di fiducia).

Ma come si pianifica e implementa una buona Facebook strategy? Quali sono i contenuti più adatti per creare engagement? Come si gestisce una fanpage? Lo abbiamo chiesto a Valentina Rossetti, docente del Master Online in Social Media Marekting della Ninja Academy, che ci fa luce nel mare magnum di informazioni su Facebook e sul community management.

1. Cosa fa un Community Manager? Il Social Media Manager non bastava?

master social media marketing

A livello teorico, Community Manager e Social Media Manager sono due figure distinte, proprio perché al primo spetta l’ingaggio, la relazione e la moderazione della community, mentre al secondo è richiesto un approccio più strategico per ottenere traffico e conversioni.

Il Community Manager dovrà, quindi, avere forti doti relazionali e un’ottima capacità di scrittura; al Social Media Manager sarà, invece, richiesta una buona competenza di marketing e comunicazione e una forma mentis di tipo strategico.

Nella realtà delle agenzie italiane con le quali ho avuto a che fare, le due figure spesso combaciano o si susseguono nel percorso di crescita. Si inizia con il ruolo di Community Manager e, grazie all’esperienza e alla continua formazione, è possibile poi fare “il salto” verso una posizione come Social Media Manager con una visione più ampia e strategica.
D’altra parte, credo sia difficile essere dei Social Media Manager competenti senza un’esperienza di relazione con la community. Come puoi ideare una strategia per le persone, se non hai mai veramente parlato con queste?

2. Perché serve una strategia per postare un paio di link su Facebook?

strategia facebook

Facebook è a tutti gli effetti un media e, come tale, necessità di un approccio efficace per generare risultati soddisfacenti. Le modifiche dell’algoritmo volte a ottimizzare la visualizzazione dei contenuti più ingaggianti e la pressione costante dell’adv che “riempie buchi liberi” sul nostro schermo, ci obbliga ad un approccio strategico “community first” e fortemente analitico.

3. Qual è il modo migliore di raccontare la mia azienda su Facebook? Mi parli di qualche esempio di successo?

Il punto di vista con il quale creo la strategia deve essere target oriented, il linguaggio deve essere quello del mezzo.
L’errore che spesso si commette è di voler utilizzare Facebook come un media “tradizionale”. Niente di più sbagliato. Facebook è il luogo delle persone e come tale va trattato. Un’azienda che vuole avere successo su questa piattaforma dovrà avere un approccio “community first”, volto a raccogliere le storie e i feedback dei propri utenti. All’interno di questo scenario c’è posto anche per il prodotto/servizio, che dovrà essere proposto in modo coerente rispetto al tono di voce utilizzato in quel contesto.

Aziende su facebook

Casi di successo sono certamente Birra Moretti e Birra Ichnusa (gruppo Heineken) che hanno saputo lavorare per creare una relazione forte con la community e rendere questa ambasciatrice della marca.

Un caso di successo internazionale è certamente Oreo che, attraverso un approccio creativo e innovativo, ha saputo sviluppare meglio di chiunque altro – e prima di chiunque altro – il concetto di real time marketing: il racconto di ciò che accade nel mondo in tempo reale.

4. Qual è la differenza tra content creation e content curation?

content creation e content curation

Nell’ambito di Facebook, la content creation è la creazione di contenuti di marca a partire da un’idea creativa.

La content curation è la proposizione di contenuti contestuali, che si riferiscono ai mondi valoriali che la marca ha deciso di sposare.

5. La community si è rivoltata contro l’azienda: panico. Che faccio?

gestione crisi con facebook

Durante il master avremo modo di vedere tutte le azioni da mettere in campo nell’ambito del crisis manangement. L’approccio sarà: No Panic!
E’ fondamentale avere sempre bene in mente un concetto: per ogni crisi c’è sempre una soluzione adeguata!

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Il guerrilla marketing di GAP contro Tinder

Invadere territori inconsueti con un’iniziativa di Guerrilla Marketing è ciò che ha fatto GAP. La multinazionale americana, in occasione del lancio della collezione estiva di abbigliamento denim, ha deciso di sfruttare la popolarità dell’App Tinder per stupire e catturare la curiosità dei clienti. “Siete invitati al Pants Party. Vi offriremo 30% di sconto sulla linea Denim”: questo il messaggio dell’iniziativa Guerilla di GAP. Continua a leggere

Senza Di Caprio la notte degli Oscar sui social è triste

Si è conclusa nella notte la cerimonia annuale più attesa dagli appassionati di cinema.

Gli Oscar sono l’evento di cui tutti parlano da una settimana prima a una settimana dopo l’assegnazioni dei premi. Ne parlano persino quelli che al cinema non ci vanno dall’uscita di Ben-Hur!

Perché oltre che premiare il meglio della cinematografia mondiale, gli Oscar sono anche una vetrina eccezionale per parlare di vip, moda e per spettegolare! E dove lo si fa meglio, se non su Twitter?

Chi si aspettava una replica del colpaccio social realizzato l’anno scorso, rimarrà deluso, ma ecco una selezione dei tweet più divertenti della notte delle stelle!

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Patricia Arquette, Miglior Attrice Non Protagonista per il film Boyhood, si è presentata sul red carpet con un vestito – e una forma fisica – che ha fatto scattare malignità assortite…

 

Qualcun altro ha poi notato la tensione, tutt’altro che leggera, tra mamma Melanie Griffit e figlia Dakota Johnson – in questi giorni sugli schermi con 50 sfumature di grigio – costrette a finti sorrisi davanti agli obiettivi di fotografi e giornalisti.

Tra i tanti presenti, un’assenza ingombrante si aggirava sui social di tutto il mondo…

Quella di Leonardo DiCaprio, eterno secondo degli Oscar e Re degli sbeffeggiati anche in un anno in cui non aveva film in gara.

Iniziato lo show, il conduttore Neil Patrick Harris si è esibito in un mini musical che ha stregato la platea e il pubblico di tutto il mondo, avvalendosi della preziosa collaborazione di Anna Kendrick e Jack Black.

Poi è iniziato il solito valzer delle statuette dorate che sono andate, come al solito, a tutte le figure più importanti che stanno dietro alla realizzazione di un film (qui la lista completa dei premiati).

Quest’anno però, gli Oscar avevano una particolarità: erano montabili!

La statuetta di mattoncini è stata distribuita ad alcuni dei vip in sala, durante l’esibizione del brano Everything Is Awesome, punto di forza della colonna sonora di The Lego Movie.

Come dicevamo, l’anno del selfie da milioni di retweet è stato lo scorso, ma anche in questa edizione qualcuno non ha voluto mancare il momento con l’autoscatto!

Jennifer Lopez ha postato sul suo profilo Instagram (jlo) una foto con Meryl Streep che ha ottenuto 255.970 Mi piace.

Tanti, ma non tantissimi e qualcuno coglie subito questo tentativo di imitazione

 

E la notte è passata così, senza grandi colpi di scena, tra premi e momenti di spettacolo (Neil Patrick Harris in mutande come il Michael Keaton di Birdman, la richiesta della Arquette affinché ci siano pari diritti per le donne sul lavoro, la standing ovation per l’esecuzione del brano Glory del film Selma, eseguita da Common e John Legend).

Per concludere, un tweet di Bansky ci riporta alla normalità delle nostre vite e toglie un po’ di grandeur dalle spalle delle tanti star – e sedicenti tali – presenti ieri notte al Kodak Theatre

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iBeacon e NFC: nuove tecnologie innovative per l'Event Management

Cari Ninjas, abbiamo spesso parlato di come iBeacon (introdotto da Apple con iOS 7), RFID e la sua evoluzione, l’NFC, siano delle  modalità di intendere l’esperienza della “prossimità” (spesso tramite lo smartphone) in continua evoluzione.

Retail Marketing, Proximity Marketing, Internet Of Things sono tutti ambiti in cui questi sistemi possono dire la loro in maniera approfondita, andando ad inventare nuove maniere e modalità per assistere e coinvolgere.

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Anche il settore dei pagamenti sta vivendo una nuova era, grazie all’RFID (alla base dei pagamenti con carta di credito contactless) e all’NFC (con Apple Pay novità assoluta nel panorama delle transazioni via smartphone).

Insomma, la quantità di utilizzi è potenzialmente elevatissima, ed in grado di spingere i marketers a creare nuove forme di interazione e sviluppo della base utenti.

Per quanto riguarda il mondo degli eventi invece, cosa è stato fatto fin’ora? Quali sono i case studies più importanti che hanno iniziato ad esplorare le potenzialità di iBeacon ed NFC/RFID anche nell’Event Marketing? Scopriamolo insieme!

iBeacon: nuove vie interattive di partecipazione

NorthSide Festival

Durante il Northside Festival di Brooklyn del 2014 (evento annuale di musica, innovazione e film), Mastercard ha utilizzato iBeacon per la prima volta nella sua storia, al fine di testare nuove forme di marketing e comunicazione. Nella location del festival infatti sono stati dislocati moltissimi Beacon e, scaricando l’applicazione ufficiale, in prossimità di essi era possibile vincere pass per il backstage, la possibilità di saltare la fila, dei biglietti per eventi segreti e vouchers da utilizzare nei ristoranti.

Questo esperimento ha consentito a Mastercard di analizzare importanti metriche nel corso dell’evento, quali i download della app (fondamentale per la comunicazione con i Beacon), gli alert individuati e, di conseguenza, le azioni intraprese. Tutto questo oltre, naturalmente, al grado di social awareness raggiunta durante l’evento.

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SXSW

Ogni anno i maggiori esperti ed appassionati di musica, cinema e comunicazione si riuniscono ad Austin per il South by Southwest. Il tema del 2014 era basato su Wearable, Internet of Things e Real Time Marketing. Ma ad un evento così geek poteva mancare iBeacon? Certo che no, tanto è vero che il protocollo era integrato nell’app ufficiale dell’evento!

I beacon, sparsi per la location, aiutavano i partecipanti ad ottenere un rapido biglietto di accesso ai keynotes, agevolavano il dialogo fra i presenti ai vari talk, mostrando la lista dei tweets relativi all’evento in corso, il tutto all’interno dell’app.

Tutto questo, tramite il protocollo iBeacon, avviene senza necessità di connettività ad internet ma semplicemente tramite Bluetooth LE: gli utenti quindi possono comunicare fra loro, anche in eventi in cui la connettività è assente, rendendo potenzialmente iBeacon un mezzo per la comunicazione targettizzata. Una vera breaking innovation per il mondo degli eventi!

Festival di Cannes

Le potenzialità di iBeacon già esplorate durante il SXSW sono state amplificate durante il festival di Cannes 2014.

Durante l’evento infatti migliaia di persone hanno scaricato l’applicazione ufficiale, anch’essa con iBeacon integrato: questo ha permesso una funzionalità in stile “Around Me“, consentendo ai partecipanti di visualizzare in tempo reale i profili LinkedIn di tutti gli ospiti presenti o che si stavano recando alle proiezioni.

Inoltre, per un maggiore engagement, gli eventi potevano essere memorizzati, a seconda dei propri interessi, all’interno dell’app. Il tutto rendendo il contenuto sincronizzabile fra i vari dispositivi di proprietà dell’utente.

NFC/RFID: il marketing di “contatto” applicato agli eventi!

Uefa Champions Festival

Uefa Champions League è da sempre un evento in grado di coinvolgere un quantitativo di pubblico sempre elevato e proveniente da tutta Europa. Ma cosa succede quando la tecnologia entra in campo durante un evento live promosso da Uefa stessa a Londra? 30.000 persone lo hanno provato tramite la consegna all’entrata di card RFID, che consentivano di accedere ad un mondo di sport interattivo ed incentrato sull’esperienza utente!

Tramite la registrazione della card sul sito internet ufficiale , gli aspiranti sportivi avevano a disposizione moltissime attività: con un tocco della tessere RFID sulle telecamere sparse nella location, potevano registrare foto e selfie in tempo reale, condividendoli immediatamente sui social (e dando così visibilità ai loghi degli sponsor). Inoltre, la presenza di 11 “skill stations” consentiva ai partecipanti di sfidarsi e, conseguentemente, entrare in classifica avendo la possibilità di vincere vari premi.

I risultati di questo esperimento?

  • 13.000 RFID cards registrate.
  • 7.000 foto scattate.
  • 40.000 email inviate.
  • 85.000 interazioni RFID registrate.
  • 1.9 milioni di “like” su Facebook e 1.4 milioni di commenti!

Ryder Cup 2014

Anche durante la Ryder Cup, il torneo biennale di Golf che dal 1927 si svolge fra una selezione di giocatori statunitensi ed europei, la tecnologia di prossimità è stata introdotta in maniera massiva tramite i braccialetti RFID.

Le funzionalità esplorate sono molto simili a quelle dell’UEFA Champions Festival, ma applicate ad un evento di golf per la prima volta: oltre alla possibilità di scattare foto, assistere a mini eventi in esclusiva e ad entrare in località speciali, i braccialetti potevano essere utilizzati, in alcune aree, per effettuare pagamenti contactless. Questo tramite la medesima tecnologia utilizzata per le carte di credito.

Anche in questo caso, le statistiche di engagement ottenute sono molto positive:

  • Il 46% dei visitatori si è presentata all’evento preparata, con i bracciali già registrati
  • 33 RFID social media touch points dislocati lungo il percorso di gara
  • 7 diverse tipologie di attivazioni speciali, tra cui BMW, Standard Life Investments e Sky Sports
  • 59.176 account email collegati ai braccialetti
  • Quasi 10.000 km percorsi dagli spettatori nel corso dello sviluppo delle loro attività

Conclusioni

Gli esempi che abbiamo visto rappresentano solo alcune delle numerose modalità di utilizzo dei sistemi di prossimità nel marketing degli eventi. Possiamo però dire che l’Event Marketing ha subito un’evoluzione importante tramite l’uso della tecnologia? Certamente si, anche se è evidente che siamo solo agli inizi e non è ancora chiaro se ci sarà una prevalenza di una tecnologia piuttosto che un’altra.

Le statistiche relative all’uso di questi sistemi sono infatti molto positive, ed in generale sono stati accolti con entusiasmo e grande partecipazione. La possibilità inoltre di profilare gli utenti, in particolare con iBeacon che, in tempo reale, consente di segmentare gli utenti inviando informazioni precise relative ad un target ed in maniera passiva (non è necessaria un’attivazione del proprio device per funzionare, le informazioni vengono ricevute in background e sono pronte ad essere visualizzate volontariamente o tramite notifica push) può essere un arma vincente.

Il 2015 si prepara quindi ad essere terreno di esplorazione di nuove modalità interattive e siamo pronti a scommettere che, ben presto, recarsi ad un evento con il quale si possa interagire in tempo reale sarà la normalità.

E voi cosa ne pensate? Avete già avuto occasione di testare i vostri sensori NFC ed il protocollo iBeacon in qualche evento? Vi è sembrato intuitivo e utile? Come al solito, vi aspettiamo nei commenti!