Neuromarketing: le nuove frontiere del business

Meglio Pepsi o Coca-Cola? Qualunque sia la risposta, non è detto che il vostro cervello sia d’accordo.

Creare un prodotto per la tua impresa o comunicare un messaggio che attragga il  pubblico non è facile come bere un bicchier d’acqua.
Non basta creare qualcosa di utile e interessante; un’azienda, per avere successo, deve puntare in alto ed emergere nel mercato.

Come realizzare tutto questo? Commercianti, guru ed esperti del settore non sempre tengono a mente un elemento che, in diversi casi, si è dimostrato una strategia vincente. Il neuromarketing.
Disciplina che deriva dalla neuroetica, adotta gli assunti tipici delle neuroscienze per capire e prevedere l’impatto che l’attività di marketing ha sulle diverse aree cerebrali dell’uomo.

Neuromarketing: l’esperimento Coca-Cola vs Pepsi

Neuroetica e marketing, se applicati al business, possono portare in alto la tua azienda: il neuromarketing dimostra che il più delle volte il nostro comportamento è guidato da processi automatici che avvengono al di fuori della nostra consapevolezza.
Un tipico esempio è quello dell’esperimento diretto dal ricercatore Read Montague: “Coca-Cola vs Pepsi”.
Risalente al 2004, mette a confronto le due note aziende con l’obiettivo di capire se e quanto gli aspetti culturali influenzano il giudizio degli utenti.
Sessantasette erano i soggetti sottoposti al test, il cui unico compito era quello di degustare un bicchiere di Coca Cola e uno di Pepsi in due situazioni sperimentali differenti: la prima senza conoscere la marca di entrambe le bibite; la seconda, invece, conoscendone solo una.

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Il risultato di questo test fu tanto interessante quanto inatteso: quando i soggetti non conoscevano i brand, manifestavano una chiara preferenza per la Pepsi e si riscontrava il loro un’attivazione della corteccia prefrontale ventromediana. Al contrario, quando essi erano a conoscenza della marca, il 75% sosteneva di preferire la Coca Cola. Inoltre si notava un incremento dell’attività cerebrale che riguardava regioni legate all’autostima e alle emozioni positive.
I ricercatori arrivarono dunque alla conclusione che l’essere a conoscenza della marca aveva una grande influenza sulle risposte comportamentali e sull’attività cerebrale degli individui.
Il giudizio dei partecipanti era, dunque, guidato da ciò che essi avevano condiviso con il brand e dalle aspettative associate all’immagine che le due bibite si erano create attraverso anni di campagne pubblicitarie.

NeuroMarketing: un esempio di business vincente

Coca Cola è riuscita a costruirsi nel tempo, un logo, un immagine e uno storytelling aziendale in grado di garantire grandi promesse. Questo è stato il centro della loro strategia business per molti anni, non solo ottimi ingredienti quindi, ma realizzare delle promesse. Promesse che hanno coinvolto un gran numero di consumatori e che hanno generato in loro un sentimento positivo verso il marchio. Coca-Cola si è così trasformata, agli occhi degli utenti, in un lovemarks.

Neurobusiness, spingi il tuo brand verso nuove frontiere

Il caso Coca-Cola vs Pepsi è solo un esempio di come il binomio marketing/business sia approdato su nuove frontiere, prima del tutto sconosciute.
Il successo del neuromarketing è garantito dal fatto che numerose aziende investono tempo e denaro al fine di adottare i principi tipici delle neuroscienze per progettare e realizzare le proprie strategie e i piani di azione. Infatti il loro contributo non è per niente da sottovalutare data la grande capacità che hanno di influenzare le scelte di consumo.

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Per un’azienda investire in questi strumenti non significa solo dover sostenere un costo, ma anche e soprattutto ottenere un ritorno, a livello affettivo ed economico, non indifferente da parte dei propri clienti. Che sia questa la strategia migliore di business per ottenere ottimi risultati economici e di fedeltà da parte dei clienti?

La formula magica non esiste, ma noi impariamo e conosciamo il mondo attraverso le esperienze e ci comportiamo di conseguenza. Comprendere questi processi fornisce un utile punto di partenza per ogni strategia di branding.

Sottotitoli su YouTube: 4 cose da sapere per i tuoi video

sottotitoli su youtube

I sottotitoli di YouTube sono uno strumento molto importante che la piattaforma mette a disposizione sia per migliorare l’esperienza di fruzione dei video sia per l’ottimizzazione di quest’ultimi.

Abbiamo già parlato di come i sottotitoli su YouTube:

  • rendono i video accessibili ad utenti con handicap uditivi;
  • migliorano l’esperienza dell’utente grazie ad un livello di comprensibilità dell’audio maggiore; lo spettatore di conseguenza sarà più propenso a visionare il filmato per un lasso di tempo più ampio, con conseguenze positive sul ranking del video;
  • si comportano come metadati aggiuntivi e contribuiscono all’ottimizzazione SEO del video.

Esistono diverse modalità per caricare sottotitoli su YouTube.

Una prima possibilità è creare da zero nuovi sottotitoli direttamente all’interno della piattaforma: come spiegato nel vidoe qui sotto, basterà riprodurre il video e metterlo in pausa quando volete inserire un nuovo sottotitolo, trascinandone poi i margini per regolare il punto di inizio e di fine.

Oppure si può scegliere di caricare un file di sottotitoli, che contengono sia la parte testuale (il testo di ciò che viene detto nel video) sia i codici temporali di riproduzione (il momento in cui il sottotitolo deve essere visualizzato). Qui trovate informazioni sui formati supportati da YouTube.

Potete infine fare affidamento ai sottotitoli automatici, creati tramite la tecnologia di riconoscimento vocale. Tenete presente però che la resa finale dipenderà da molti fattori, quali la lingua scelta e la qualità dell’audio del video (anche se è possibile intervenire in un secondo momento per correggere manualmente il testo).

Dopo questo piccolo riepilogo, vediamo insieme quattro piccoli accorgimenti da tenere in considerazione per migliorare la qualità del canale attraverso i sottotitoli.

LEGGI ANCHE: YouTube: i video che vedremo nel 2015

1. Tradurre i sottotitoli dei video

Tradurre i sottotitoli dei video in più lingue vi aiuterà a raggiungere un pubblico significativamente più ampio. Potete scegliere di farlo in autonomia oppure utilizzare Google Translator ToolKit per richiedere il supporto di un traduttore esperto dietro compenso (con un costo che dipende sia dalla durata del filmato che dalla lingua selezionata) o la collaborazione gratuita di altri utenti tramite condivisione.

Attualmente YouTube consente di tradurre i sottotitoli dei video in oltre 300 lingue. Per capire quali dovreste tenere in considerazione potete aiutarvi con Google Analytics e insistere sugli idiomi dei paesi dai quali provengono le visite al vostro canale.

A partire dalla traccia di sottotitoli principale, YouTube offre anche un servizio di auto-traduzione (ma, come nel caso del riconscimento vocale, il risultato non sarà perfetto).

2. I contenuti tradotti non sono contenuti duplicati

Fornire una traduzione dei sottotitoli può essere molto utile anche in ottica SEO, poiché Google non considera duplicati (e quindi penalizzabili) i contenuti tradotti. Al contrario, proprio perché caption e trascrizioni sono testi indicizzabili e ricercabili, se un video è sottotitolato per più lingue, avrà maggiori possibilità di posizionarsi più in alto nelle SERP delle varie lingue.

3. Come forzare l’apertura dei sottotitoli

Se volete che i sottotitoli compaiano ad ogni riproduzione del video, vi basterà aggiungere “yt:cc=on” tra i tag.

Se desiderate che lo stesso comportamento si ripeta quando incorporate il video su siti esterni, dovrete aggiungere in coda all’url presente nel codice html “cc_load_policy=1“.

Inoltre, se avete già inserito sottotitoli tradotti, potete scegliere quale sarà la lingua di visualizzazione di default: in questo caso prima della stringa “cc_load_policy=1” aggiungerete (ipotizzando di utilizzare sottotitoli in inglese) “&hl=it&cc_lang_pref=en” (dove hl indica la lingua principale del video e cc_lang_pref la lingua scelta per i sottotitoli).

4. Inserire anche le trascrizioni dei video

Le trascrizioni differiscono dai sottotitoli poiché non compaiono nella finestra del player e non richiedono i codici temporali. Si può scegliere di crearle in alternativa ai sottotitoli attraverso lo strumento automatico di YouTube (qui trovate tutte le info).

Se invece avete caricato un file di sottotitoli, lo stesso verrà utilizzato per generare le trascrizioni, che si rivelano utili allo spettatore che voglia approdare su un punto specifico del video: essendo infatti interattive, cliccando su una precisa riga il video salterà al punto in cui è presente quella particolare porzione di testo.

Quello dei sottotitoli su YouTube è un aspetto da non sottovalutare. Molti tra gli YouTuber più seguiti si stanno attrezzando per internazionalizzare i loro video e renderli più accessibili in questo senso. Tyler Oakley, youtuber americano con all’attivo più di 6 milioni si iscritti, ha recentemente dedicato un video proprio a questo tema.

App of the Week: Con Vine Kids solo video a prova di bambino!


Cari mamme e papà se ogni giorno dovete stare attenti al vostro bambino quando gioca col vostro smartphone, aggiornatevi subito con l’ultima novità di Vine! Parliamo di Vine Kids, l’app di video sharing fatta apposta per i più piccoli!

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A due anni dall’acquisto di Vine da parte di Twitter, la piattaforma dei 6 secondi di videosharing in loop, ha annunciato in questi giorni la sua nuova app standalone. Finalmente un’app pensata per i bambini, che permetterà loro di divertirsi guardando i video, vines appunto, appropriati all’età, senza incorrere in spiacevoli e fastidiosi contenuti vietati ai bambini.

Ecco una testimonianza del successo di questa app (fonte @elcomercio):

Ma da dove nasce l’idea? Come afferma Carolyn Penner, responsabile Comunicazione e Marketing di Vine, tutto nasce da una conversazione d’ufficio avvenuta agli inizi di gennaio, in cui il suo collega Andre Sala racconta di quanto la figlia di due anni (sì, proprio la bimba del video sopra 😉 ) ami Vine, e di quanto sarebbe bello poter avere un’app separata, controllata appositamente e fornita di post appropriati ai più piccoli.

Perfetto, il caso ha voluto che quella conversazione  fosse avvenuta proprio durante la Hack Week, lo spazio di una settimana durante il quale i dipendenti dell’azienda promuovono attivamente l’innovazione, attraverso la sperimentazione di progetti e lo sviluppo di idee alle quali sono appassionati. Un’occasione in cui si prende distanza dai progetti quotidiani lavorativi e si mettono insieme le teste per lanciare nuovi prodotti, caratteristiche e idee da realizzare.

6 secondi per far divertire i bambini…e gli adulti!

Proprio in questo modo è nata l’app Vine Kids, dalla grafica molto colorata e simpatica, che attraverso adorabili animali e personaggi animati, si propone come l’app kid-friendly in grado di proporre contenuti perfettamente in linea con le esigenze di bambini e che siano allo stesso tempo una sicurezza per i genitori.

Per adesso, le clips scelte per l’app vedono protagonisti per la maggior parte cani e gatti, uova che cantano, il simpatico muppet rosso Elmo from Sesame Street, alieni animati, e un piccolo riccio che suona il piano.

L’app è gratuita e per il momento è stata resa disponibile per i dispositivi iOS, declinando qualsiasi risposta agli interrogativi che la richiedono su Android.

Appaiono già i primi commenti positivi dei clienti-genitori sull’iTunes store dell’app, entusiasti del nuovo metodo escogitato da Vine per tenere al sicuro i più piccoli dai contenuti inappropriati di cui la rete è piena.

In un mondo fortemente orientato al videosharing e alle modalità di comunicazione online, dovremmo sempre più difenderci e difendere i nostri figli dai cattivi contenuti nei quali si può spiacevolmente incappare ogni giorno?

Intanto siamo curiosi di conoscere l’opinione dei vostri bambini, cuginetti, fratellini… Fateci sapere, siamo curiosi di conoscere le loro mobile experience!

Quanto conosci i Social Media? Scoprilo con noi, segui il Free Webinar

master social media marketing free webinar

Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, LinkedIn, Pinterest, Google Plus… i social network sono parte integrante della nostra vita e rappresentano il cuore dello scenario comunicativo. È fondamentale saperli gestire nella maniera più efficace ed efficiente possibile e riuscire a pianificare ed implementare una social media strategy in grado di sfruttare tutte le opportunità di business offerte dai social.

Free Webinar del Master Online in Social Media Marketing

Cosa fai lunedì 16 febbraio in pausa pranzo? I ninja ti inviano a conoscere 6 dei 13 docenti del Master Online in Social Media Marketing: Claudio Gagliardini, Filippo Giotto, Luca La Mesa, Tommaso Sorchiotti, Orazio Spoto, Simone Tornabene.

Il menù del pranzo virtuale sarà rigorosamente a base di Social Media Management e ogni #SocialSuperHero ci proporrà un piatto diverso: Google+, Facebook, Mobile Marketing, Instagram, Social Media Strategy ed organizzazione social.

Il FREE Webinar di presentazione del Master Online in Social Media Marketing è una vera e propria lezione gratuita: “Le 6 cose che non sapevi sui social media“.

I docenti offriranno ai partecipanti del FREE Webinar una competenza approfondita e specialistica di tutti i social network più utilizzati, ci spiegheranno come organizzare al meglio il social media management a livello aziendale, come costruire e coinvolgere una community attraverso i social, qual è il ritorno sugli investimenti, come misurare i KPI sui Social Media e tutto ciò che serve, concretamente, per sviluppare un “DNA sociale” all’interno della propria realtà professionale.

Iscriversi è semplicissimo! A partire da questa pagina, cliccando su “Iscriviti, é Gratis!” si aprirà il form di iscrizione, da compilare in tutte le sue parti. Una volta registrato, ti arriverà una mail di conferma con tutte le indicazioni.

I posti disponibili sono solo 500: quindi “chi prima arriva meglio alloggia”! 😉

Ricapitoliamo:

FREE WEBINAR Master Online in Social Media Marketing
con Claudio Gagliardini, Filippo Giotto, Luca La Mesa, Tommaso Sorchiotti, Orazio Spoto, Simone Tornabene
Lunedì 16 febbraio, dalle ore 13 alle 14

ISCRIVITI AL FREE WEBINAR

E non dimenticare di dare un’occhiata ai nostri prossimi corsi in programma!

Il team Ninja Academy resta a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Puoi scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change!
BE NINJA.

Reebok, può lo sport renderci persone migliori?

“Mens sana in corpore sano”, si diceva; fitness e sport all’aria aperta sono stati i trend del 2014 e diventeranno uno dei grandi protagonisti del 2015. Non importa che tu sia un agonista o uno sportivo solo nel tempo libero; la parola d’ordine è una, benessere.

Diversi brand sportivi hanno creato linee di prodotto specifiche per queste attività amatoriali: l’ascesa di questi nuovi consumatori ha fatto nascere sia un nuovo target sia nuove forme di comunicazione specifiche, dagli eventi, ai prodotti fino ad arrivare ai contenuti sui social network, rivisitati in chiave sportiva.

La nicchia di mercato più interessata è quella dei runner: sono stati coinvolti in attività ad hoc, tralasciando però un aspetto rilevante: Lo sport è sacrificio, ma aiuta a migliorare anche se stessi, nel profondo.

Reebok, con l’agenzia creativa, Venables Bell & Partners, ha saputo cogliere questa sfumatura, ideando una nuova campagna di comunicazione: Be More Human ha come mission quella di insegnare ad essere se stessi ma, soprattutto, a migliorarsi attraverso lo sport.

Il focus su ogni tipo di attività ha dato al brand il vantaggio di allargare il suo pubblico, rivolgendosi non solo ai runners, target ricercato e molto specifico, ma ad ognuno di noi dando importanza ad ogni sport.

Be More Human è stata lanciata durante il Super Bowl attraverso in video Freakshow. Il messaggio chiave è il seguente: ogni sportivo compie dei sacrifici, supera e accetta i propri limiti per amare se stesso e migliorare anche nell’approccio alla vita quotidiana.

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LEGGI ANCHE: Super Bowl 2015: i migliori e i peggiori spot

L’attività di comunicazione di Reebok, sviluppata all’interno della nuova piattaforma, integra al suo interno diversi elementi differenti tra loro ma perfetti per creare un’esperienza completa, adatta ad ogni tipo di target scelto.

The Human Score

Per capire noi stessi dobbiamo metterci sempre alla prova. L’obiettivo chiave di questa sezione è quello di capire chi siamo e qual è il nostro approccio alla vita.

The Human Score aiuta a scoprire il nostro livello di umanità: obiettivo forse insolito per uno sportivo abituato a doversi superare ogni giorno? La sfida è ancora più ardua: non tutti sono in grado di ammettere una sconfitta dimostrando a se stessi di essere umani. Ma solo così lo sport può davvero insegnare a vivere la propria vita e a conoscersi, come illustra il risultato del test.

Target: l’attività The Human Score è un’esperienza pensata per chi occupa la maggior parte del suo tempo al fitness.

Lo strumento utilizzato è perfetto perchè strutturato come una vera e propria challenge. I consumatori sono attratti dal loro risultato, senza pensare che esso determinerà il loro livello di umanità, portandoli a riflettere su loro stessi.

“Grey Matters”

L’esperienza proposta da questa attività, ci mostra attraverso un’animazione 3D interattiva come le diverse attività possono influire sulle diverse aree del nostro cervello, diminuendone l’attività oppure stimolandola.

Se stai preparando un esame, per avere una marcia in più, lascia i libri sul tavolo per qualche ora; potrebbe sembrare un invito a distrarsi, in realtà un’attività fisica coinvolge un numero di cellule cerebrali in più rispetto ad una semplice lettura.

Target: Grey Matters è indicata per le persone ancora dubbiose sui benefici dell’attività sportiva, a causa dei sacrifici che comporta. Illustrando in modo preciso e coinvolgente i benefici, indica come Reebok può andare a diventare il brand di quei consumatori ancora un po’ pigri, puntando sulla motivazione.

#Breakyourselfie

Ogni giorno vengono scattati 93milioni di selfie. Reebok non poteva che cavalcare questo trend, in continua evoluzione e non ancora destinato a rallentare.

Il brand lo fa però in un modo innovativo: il selfie non è più un modo per mettersi in mostra, fomentando l’ansia di voler apparire della nuova società; può, invece, diventare un modo per vedere i nostri limiti, i nostri sacrifici accettandoli e vivendoli in modo positivo.

La sfida lanciata è quella di mostrare a tutti sia il percorso fatto per arrivare ad un risultato sia l’esperienza vissuta. Immortalando un momento vero, privo di qualsiasi filtro.

Target: un consumatore giovane è la persona cui si rivolge quest’attività. Il punto di forza è dato dall’originalità di mostrare al mondo se stessi e non un’immagine filtrata di quello che vorremmo essere.

Reebok, attraverso Be more Human mostra la sua vera brand identity, mettendo in primo piano le sue idee e lasciando in disparte prodotto e performance, creando la percezione di un brand autentico che punta su persone vere, con valori e umane.

Ora alzatevi dal divano, praticate sport e iniziate a scoprire voi stessi!

3000 anni di icone di bellezza femminile in 3 minuti

Tutti noi abbiamo un’idea abbastanza precisa di quale siano i canoni che definiscono la bellezza ai nostri giorni. Ma era così anche nell’Antico Egitto? E nell’Antica Grecia?

Buzzfeed risponde a questi interrogativi con un incredibile video di soli 3 minuti che ripercorre oltre 3.000 anni di storia del costume e della bellezza femminile, mettendo in evidenzia come i corpi e i canoni estetici siano cambiati nel corso della storia, a partire dall’Antico Egitto per arrivare fino ai nostri giorni.

Il video si concentra particolarmente sulle ragazze, non sugli elementi tipici di ciascuna epoca come vestiti o gioielli. Ognuna delle modelle infatti indossa un semplice costume da bagno bianco, capace di mettere in risalto le differenze tra i corpi.

Il messaggio che Buzzfeed vuole comunicare è semplice: non c’è un modo giusto per interpretare la bellezza femminile. Ogni donna, si sa, è belle così com’è!

Ecco il video ed alcune delle più belle immagini!

Con Horus gli ipovedenti ascoltano l'invisibile

Prendi un foglio bianco, una penna ed inizia a scrivere. Magari bendato, prova a disegnare il Signor Rossi, come fa Bruno Bozzetto nel video qui sotto. Qual è il risultato?  Horus aiuta gli ipovedenti nella vita di tutti i giorni, non trasforma in un genio della matita ma assiste le persone con disabilità visiva nelle azioni quotidiane: un dispositivo elettronico che esamina e comprende il mondo attorno a chi lo indossa.

Fornendo informazioni utili riguardo a testi e oggetti, è in grado di riconoscere volti e, sfruttando la conduzione ossea, può fornire i dati utili in modo discreto e senza penalizzare l’audio del soggetto come accadrebbe con un auricolare.

Indossare la vista e ascoltare l’invisibile è possibile con Horus

Fantascienza? Ma no, e i Google Glass, allora?

Per più di 300 milioni di persone nel mondo, operazioni semplici come attraversare la strada sono pieni di ostacoli. Non siamo più tanto all’alba dei wearable device, direi invece che ci troviamo in una mezza mattinata, che precede l’esplosione della diffusione dei dispositivi indossabili già a partire da quest’anno.

Horus, tra le altre cose, non ha bisogno di una connessione per funzionare a pieno regime. Dovremmo pensare ad un massivo utilizzo della tecnologia indossabile non come omologazione al prodotto di punta della blasonata azienda, invece come l’applicazione del concetto di internet delle cose alle reali esigenze quotidiane.

Strumenti personali e personalizzabili in grado di interagire con le singolari esigenze di chi  ne fa uso. In pratica, Horus. Studiato specificamente per agevolare la soluzioni di problemi strettamente legati al calo o all’assenza della vista, si trasforma in un vero e proprio assistente personale, con cui è possibile interagire attraverso comandi vocali e pulsanti, memorizzare dati e informazioni. Aggiornabile, implementabile,  tramite sensori l’assistente perfetto riconosce gli attraversamenti pedonali meglio dell’addestratissimo fido, che da oggi in poi si occuperà solo delle feste al rientro a casa.

Un bel cambiamento nello stile di vita delle persone ipovedenti: versatilità, certo, informazioni. Ma c’è di più. Horus più delle informazioni fornisce indipendenza, sicurezza nei propri mezzi, sensazioni sopite e spesso dimenticate da chi ha bisogno di assistenza costante.

LEGGI ANCHE: Social Media per startup: dieci domande sul loro utilizzo

Crowdfunding reward-based,l’innovazione anche nella raccolta fondi

Il crowdfunding sulla piattaforma di #WCap permetterà di raccogliere i fondi necessari per lo sviluppo del prototipo attraverso un sistema di reward-based crowdfunding, la modalità di raccolta dei fondi che prevede forme varie di ricompensa, omaggi e piccoli regali, per i finanziatori.

Premesso che privarci davvero di poco o nulla per donare è cosa sana, dato per scontato che lo spirito innovativo di Benedetta Magri, Saverio Murgia e Luca Nardelli va sostenuto anche indipendentemente dall’evidente valore sociale che resta il cuore del progetto, ricevere un dono, dal gadget a tema al proprio nome in Brail o al “concerto al buio”, rappresenta l’ideale ringraziamento per una azione virtuosa. Insomma, giovani, innovativi e anche educati!

Innovativi nel progetto così come nella raccolta dei fondi, i ragazzi di Horus (ragazzi sì! Il più anziano ha 24 anni) si sono aggiudicati la Startup Revolutionary Road 2014 e ora spingono sulla visibilità attraverso i media, per raccogliere i capitali necessari alla realizzazione del sogno di milioni di persone: tornare ad essere indipendenti.

Non passano inosservati al grande pubblico quando le Iene, programma Mediaset senza bisogno di presentazioni, realizza un servizio per diffondere la campagna di raccolta fondi ed invitare alle donazioni.

I video e la tv, anche le Iene al buio per Horus

 

La semplicità con cui è possibile dimostrare i tanti gap causati da una capacità visiva limitata colpisce per la sua immediatezza: una benda sugli occhi e anche il simpatico Maccio Capatonda è incapace di bere un bicchiere d’acqua, Rosita Celentano combina un disastro mettendosi lo smalto, Rudy Zerby ha problemi perfino scartando un pacco. In tanti, sensibili al problema, hanno partecipato invitando a “donare una view ai non vedenti”, guardando e condividendo il video con l’hashtag #view4theblind.

Raccogliere fondi permetterà la realizzazione dei primi prototipi e la fase di sperimentazione su ipovedenti e volontari, per costruire il prodotto ed i servizi offerti sulle reali esigenze quotidiane di chi utilizzerà il servizio.

Via la benda da quegli occhi, corri a donare.

Le startup accelerano il Sud: le storie di successo in TIM WCAP Catania [INTERVISTA]

Tim #WCAP

Questo articolo è stato scritto da Carmine Vittorio Esposito. 

TIM #Wcap Accelerator è il programma di Telecom Italia che dal 2009 aiuta talenti e idee a trasformarsi in imprese innovative pronte a entrare sul mercato. Ninja Academy ha scelto proprio gli acceleratori WCAP per ospitare le Ninja Social Factory, i percorsi Learning by Doing collegati al Master Online in Social Media Marketing.

Per l’occasione abbiamo chiesto a Dario Vincenzo Maccarrone, responsabile del TIM WCAP di Catania, di raccontarci qualcosa in più sul fare startup al Sud.

social media startup

Alcuni affermano ancora che il Sud non è adatto per fare business. Come risponde la Sicilia?

Si dice che alcune delle startup fra le più grandi imprese al mondo di oggi siano nate in un garage. In Sicilia e al Sud Italia abbiamo splendidi garage.
Per rispondere fuor di metafora, per avviare una startup digitale non servono grandi infrastrutture, cosa di cui la Sicilia ed il Mezzogiorno in genere sono carenti, servono invece talento, creatività intraprendenza e grandi determinazione e abnegazione. Tutte doti di cui siamo invece molto ricchi.

In più abbiamo, amplificata dalla profonda crisi che attraversa l’intero Paese e che ha riguardato e riguarda in particolare la fascia dei più giovani, una grandissima voglia di riscatto che può essere la marcia in più. Così da anni ormai in Sicilia e nel Sud sono nate tante realtà imprenditoriali e associative che dal basso hanno iniziato a creare un ecosistema lanciando una sfida che i mondi accademico e delle istituzioni stanno dimostrando di voler raccogliere.

team

TIM #WCAP è parte di questo processo, ci crede fin dai suoi albori, e lo ha dimostrato organizzando proprio a Catania nel 2009 il suo primo barcamp, l’anno successivo Gli Stati Generali dell’Innovazione nel Sud d’Italia e inaugurando nel 2013 il suo Acceleratore del Mezzogiorno.
Nel 2014 siamo stati anche partner del primo Code 4 Catania, un’iniziativa volta a sensibilizzare e coinvolgere la Pubblica Amministrazione sui temi dell’innovazione digitale ma non solo.

Crediamo sia utile individuare delle best practice e che sia possibile alleggerire, ancor più di quanto sia stato già fatto, la burocrazia che a volte rappresenta il vero ostacolo alla nascita e alla crescita di nuove imprese non solo al Sud. Questo ecosistema sta maturando rapidamente ed i primi casi di successo fanno già parlare di sé anche a livello internazionale. È il caso di Eco4Cloud, startup calabrese, fresca trionfatrice del prestigioso Tech Trailblazer.

La miglior risposta rimangono però i fatti. Nel 2014 abbiamo raccolto, solo per l’acceleratore TIM #WCAP di Catania, oltre 340 application da tutto il Sud d’Italia e anche dall’Estero. Una delle startup vincitrici ha sede a Londra e questa credo sia la dimostrazione di come il Sud e la Sicilia siano oltre che adatti anche attrattivi.

startup team

Cosa significa far crescere la propria azienda in un acceleratore come #WCAP?

Significa in primo luogo crescere a livello personale. Con il programma di accelerazione, fatto di workshop e mentorship, non seguiamo solo il progetto ma soprattutto il team nel tentativo di fortificare le soft skill, migliorare le doti di public speaking e storytelling, insegnare loro delle metodologie lean attraverso cui sostenere la crescita esplosiva cui si spera che le startup vadano incontro, offrire un’opportunità di confronto continua con i mentor e con le altre startup.

I team acquisiscono maggior sicurezza nei propri mezzi, si rendono conto delle aree in cui è necessario fortificarsi, costruiscono un network che gli permette di far crescere la propria impresa più rapidamente e hanno poi opportunità concrete di attrarre, attraverso gli eventi e la rete di TIM #WCAP, l’attenzione di fondi di investimento o business angel.

Naturalmente non ci prendiamo cura solo delle persone ma anche dell’idea che nel corso dei mesi di accelerazione viene accuratamente analizzata e affinata assieme ai team che in alcuni casi si ritrovano a metterla in discussione, rimodularla o persino stravolgerla. E, infine, anche della startup intesa come impresa.

Telecom Italia infatti, attraverso gli strumenti dell’Albo Veloce – che comporta l’accesso immediato all’albo fornitori di Telecom Italia senza passare per le procedure di accreditamento richieste, solitamente molto lunghe nelle grandi aziende come Telecom Italia – e del Basket Innovazione – un fondo di 1.000.000 € messo a disposizione delle business unit di Telecom Italia a copertura del 50% dei costi nel caso in cui queste acquistino servizi o prodotti delle startup in albo veloce – è nelle condizioni di essere il primo cliente importante per delle aziende appena costituite per le quali iniziare a fatturare è la cosa più importante e che gli consente di crescere e stare in piedi da sole.

Le startup investono sui social media? Quanto?

Spesso le startup tecnologiche o digitali sottovalutano l’importanza della comunicazione sui social media e a volte non posseggono le competenze adeguate. Durante il percorso di accelerazione imparano quanto sia importate, vengono formati anche su questi aspetti e se necessario ampliano il team inserendo delle professionalità in questo ambito.

Quantificare il valore dell’investimento è pressoché impossibile in quanto molto, molto variabile e dipende dal grado di maturità del servizio, dal mercato di riferimento e dalla strategia di comunicazione che intendono mettere in campo. In alcuni casi investire sui social media è cruciale alla riuscita del progetto e costituisce, assieme allo sviluppo, un’area importante cui destinare risorse.

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Raccontaci una storia di successo legata a TIM #WCAP Catania

Sono tante le storie di successo legate a TIM #WCAP Catania, lo sono tutte le startup che creano lavoro, che fatturano e che crescono in contesti a volte estremamente competitivi. Vorrei però citarne due.

La prima è Orange Fiber, una startup che realizza tessuti vitaminici e sostenibili a partire dagli scarti agrumicoli, ovvero tutto quello che resta dal processo di spremitura. Un progetto tecnologico e green molto complesso. Nel 2014 hanno realizzato il loro primo filato ed il primo prototipo di tessuto. La strada è ancora lunga ma il loro obiettivo, e sono in tanti ormai a credere in loro, è quello di aprire un primo stabilimento di trasformazione degli scarti degli agrumi in tessuto proprio qui in Sicilia. TIM #WCAP continua a stare al loro fianco e stiamo ospitando la loro campagna di crowdfunding sulla nostra neonata piattaforma con l’obiettivo di raccogliere i fondi necessari a perfezionare la ricerca.

La seconda storia è quella di Ganiza, una startup accelerata qui a Catania nel 2013, i cui founder, dopo mesi di duro lavoro, si sono resi conto che era necessario ridisegnare il prodotto, rivedere il modello di business e la user experience. Hanno avuto il coraggio di ripartire da zero e hanno lavorato ancora più duramente per arrivare a pubblicare ad inizio 2015, contemporaneamente sui tre application store (iOS, Android e Windows Phone), la loro app che rivoluziona il modo in cui organizziamo il nostro tempo libero. Dopo soli 5 giorni dal lancio la redazione dell’app store di Apple li ha selezionati fra le migliori app sviluppate in Italia e dato loro grande visibilità sullo store! Un primo grande riconoscimento che premia il coraggio e la determinazione dimostrati nel loro percorso nonostante abbiano ancora di fronte tantissime sfide da affrontare e vincere.

Statistiche, casi e consigli per progettare una strategia vincente di WhatsApp Marketing

Il 21 gennaio scorso ho pubblicato su LinkedIn Pulse un mio vecchio post di Socialmediacoso dedicato alle strategie di marketing via WhatsApp. Con mia enorme sorpresa l’argomento ha prodotto una serie di commenti, alcuni a favore e altri contro, tutti ben argomentati.

Chi ha bocciato l’utilizzo di WhatsApp per realizzare campagne di marketing ha messo in evidenza tre elementi:

  1. scarsa praticità nell’utilizzo;
  2. policy dell’App;
  3. ridotte possibilità di profilazione.

A pensarci bene non sono delle critiche campate in aria, anzi, hanno una logica a tratti condivisibile, anche se non mi hanno convinto pienamente, in particolare per un motivo: il confronto con l’Sms.

LEGGI ANCHE: Non solo WhatsApp. Lo scenario dell’instant messaging è sempre più in crescita

Stando a quanto scritto nei commenti da un paio di utenti, l’Sms è più efficace, perché chi lo riceve presta maggiore attenzione a un messaggino ricevuto sul cellulare rispetto ad altre forme di direct marketing, come l’email; inoltre, la necessità di avere una connessione dati per utilizzare WhatsApp lo renderebbe meno adatto ad una campagna di marketing.

Bisogna ammettere che gestire l’invio di messaggi via WhatsApp può essere molto scomodo, ma la conversazione, e il post che l’ha generata, sono nate prima del lancio della versione web del servizio IM, e questo cambia tutto, almeno in prospettiva.

L’idea che il vecchio Sms possa produrre risultati migliori rispetto al messaggio su WhatsApp non la condivido, e lo dico da consumatore e non da Social Media Manager. Quando ricevo Sms promozionali li cancello subito, perché sono costruiti seguendo un modo di fare marketing obsoleto, che non mi appartiene.

A sostegno, invece, delle campagne di WhatsApp marketing si sono schierati diversi utenti, esprimendo un parere o raccontando un’esperienza personale.

Come Elisa, che mi ha spiegato come ha impiegato WhatsApp per un salone di acconciature. Ecco cosa ha scritto:

Crei un gruppo in cui i clienti sono frutto di una scelta targettizzata specifica e definita, nel mio caso il gruppo ” colore” o il gruppo “piega” e quando vuoi fare un regalo anziché inviare massivamente sms a tutto il tuo database scegli testo, promozione e immagine in base all’esigenza di quel determinato cliente e sei certo di fare cosa gradita. Es.: cara amica in esclusiva per te una colorazione omaggio se ti prenoti entro 1 settimana. Lei prenota contenta perché le hai dato valore rispondendo ad una sua specifica esigenza, che risulta diverso dallo scrivere “mercoledì e giovedì sconto 20%”. Lei viene in salone, riceve un regalo e allo stesso tempo usufruirà di un servizio a pagamento (la piega in questo caso), quindi per te è un doppio successo. Lei sarà contenta che hai pensato “proprio a lei”. E lo stesso puoi fare per qualsiasi altra promozione mirata.

Non so voi, ma io la trovo una strategia molto interessante, e rispecchia perfettamente la mia idea di WhatsApp Marketing, ovvero di un’azione volta a fidelizzare il cliente facendolo sentire parte di una élite, un gruppo di persone meritevoli di ricevere attenzioni speciali da parte di un brand.

Utilizzare WhatsApp per vendere un prodotto o un servizio non è la scelta migliore, perché l’obiettivo deve essere un altro, quello di (passatemi il termine) “antropomorfizzare” l’azienda, umanizzarla, trasformandola da un’entità interessata esclusivamente alla conversione economica dell’azione da parte del cliente ad un nome, un volto, una persona con la quale costruire una relazione sociale.

Il caso di Absolut Argentina

Umanizzare il brand, ecco cos’ha fatto Absolut Argentina poco più di un anno fa per promuovere il party esclusivo di lancio della nuova Absolut Unique, una versione della famosa bottiglia di vodka in versione limitata.

Il party era aperto solo a un numero ristretto e selezionato di ospiti, tutti vip, eccetto due persone che avrebbero potuto vincere l’ingresso.

Il team marketing di Absolut Argentina ha pensato bene di creare una campagna su WhatsApp in una finestra temporale ridotta, appena tre giorni, durante i quali gli utenti avevano la possibilità di inviare dei messaggi attraverso l’app ad un numero dedicato per cercare di convincere il “buttafuori” a metterli in lista per il party.

Il buttafuori era Sven – in realtà il Community Manager – che per la durata del contest ha ricevuto più di mille contenuti originali, nei quali i circa 600 contatti hanno messo in campo una creatività non da poco, avendo solo due possibilità da giocarsi.

Due giorni, una scheda telefonica e un community manager. Ecco di cosa ha avuto bisogno Absolut per realizzare una delle campagne di marketing più originali degli ultimi anni.

Numeri da capogiro

Che piaccia oppure no, “snobbare” questo canale così diffuso per fare marketing è un errore, e negarlo vuol dire “mentire sapendo di mentolo”.
Tanto per capirci, quando parliamo di WhatsApp parliamo di un servizio di messaggistica istantanea capace di passare in un anno e mezzo da 200 a 700 milioni di utenti attivi – 200 solo tra aprile 2014 e gennaio 2015.

Statistic: Number of monthly active WhatsApp users worldwide from April 2013 to January 2015 (in millions) | Statista

Se il trend seguisse questo andamento, WhatsApp raggiungerebbe il miliardo di utenti entro la fine dell’anno: non proprio quattro gatti.

Volendo continuare con i numeri da capogiro, sempre statista.com ha stimato che ad aprile 2014 il volume di messaggi inviati equivaleva a 64 miliardi. Non milioni, miliardi!

Statistic: Daily mobile message volume of WhatsApp messenger as of April 2014 (in billions) | Statista

A rendere WhatsApp uno strumento prezioso per i marketer è la sempre crescente percentuale di accesso a internet da mobile.

La diffusione di smartphone e tablet e la presenza di connessioni 3G e 4G che consentono una navigazione abbastanza fluida e veloce (anche se in Italia la copertura non è presente ovunque) hanno contribuito all’evoluzione del modo in cui si fruisce dei contenuti online.

Questo è ancora più evidente tra i giovani, che si stanno allontanando sempre di più dai social generalisti, come Facebook, al quale preferiscono WhatsApp e simili. Il perché è presto detto: tutto quello che visualizziamo nell’app di IM è generato apposta per noi, è privato, non è il contenuto pubblicato dall’utente sulla sua bacheca e destinato a tutti e a nessuno.

… e in Italia?

In Italia siamo sempre lenti a recepire i trend che si sviluppano all’estero, ma qualcosa inizia a muoversi.

Repubblica.it ha annunciato lo scorso 9 gennaio l’introduzione del servizio di notifica delle notizie via WhatsApp, attraverso un numero dedicato. Per attivare la funzione è necessario inviare un messaggio via WhatsApp con scritto NEWS ON e si viene inseriti nella lista broadcast.

Una iniziativa molto interessante, che segue di poche settimane l’introduzione del pulsante di condivisione degli articoli via WhatsApp, da aggiungere a quelli social. Inizialmente pensato per un utilizzo da mobile, essendo l’app disponibile solo su smartphone e tablet, adesso con la nascita della versione web la sua diffusione potrebbe aumentare.

A volte le idee migliori si scovano nelle piccole realtà, quelle che nemmeno conoscevi. In fase di ricerca mi sono imbattuto in una notizia molto interessante riguardante la Cooperativa Radio Taxi Genova, che ha introdotto lo scorso 15 novembre 2014 la prenotazione del taxi via WhatsApp.

Come funziona? La centrale Radio Taxi Genova riceverà la richiesta da parte dell’utente tramite un messaggio Whatsapp al numero dedicato (+39) 392 5966 123. Il taxi più vicino prenderà in carico la richiesta e non azionerà il tassametro al momento della partenza ma solo quando giungerà al punto richiesto dall’utente.

Che dire? Complimenti a chi ha avuto questa brillante idea, che ha avuto subito un riscontro molto elevato. Come ha dichiarato a Repubblica Stefano Benassi, presidente della Cooperativa «risultano mille le chiamate attraverso WhatsApp nel mese di dicembre, il primo in cui il servizio è entrato a regime».

Insomma, ha sicuramente dei limiti, soprattutto strutturali, ma pensare di ignorare WhatsApp da un punto di vista del marketing può anche rivelarsi un rischioso boomerang.

Video Marketing: com'è cambiato dagli anni '40 ad oggi [INFOGRAFICA]

video marketing

Instagram ha appena introdotto il loop automatico nei filmati in timeline, Twitter i video nativi da 30 secondi. Facebook “fa la guerra” a YouTube concentrando i suoi sforzi per trasformarsi in una piattaforma adatta anche alla visione e condivisione di video, mentre il servizio di Google continua a macinare milioni di views al giorno. Come avrete capito, il video marketing è una delle leve più importanti nelle strategie di business e di comunicazione promosse dai principali social network, così come dalle media company.

Online ed offline, in rete così come in televisione, i marketer investono capitali elevati in campagne video. I motivi sono svariati: il livello di coinvolgimento maggiore dei video rispetto ad altri linguaggi, l’elevata velocità con la quale il cervello processa informazioni in forma audiovisiva, una maggiore potenzialità nella differenziazione e nella possibilità di esprimersi creativamente.

Ma qual è la storia del videomarketing? Ce la mostra questa infografica di Conductor, a partire dal primo spot trasmesso in tv fino ai fenomeni virali e alle YouTube star di oggi.

Modern Marketers Kill It With Video [Infographic] – Conductor

Source: Modern Marketers Kill It With Video [Infographic], Conductor.com