Vittima degli eventi, storia e successo del fan movie su Dylan Dog [INTERVISTA]

vittima degli eventi

Vittima degli eventi è un web film ispirato a Dylan Dog e distribuito su YouTube. Tra i suoi creatori ci sono nomi di alcuni tra i più talentuosi, seguiti ed apprezzati vlogger e videomaker del tubo italiano: a sceneggiare il film è stato infatti Luca Vecchi (The Pills), a dirigerlo Claudio Di Biagio (Non aprite questo tubo), il tutto in collaborazione con The Jackal.

Abbiamo intervistato per voi Valerio Di Benedetto, l’attore che ha vestito i panni dell’investigatore privato più intrigante del mondo dei fumetti in “Vittima degli eventi“.

Si chiama “Vittima degli eventi”, molti per fare prima lo chiamano direttamente “Il film su Dylan Dog”; ma cos’è in realtà questo progetto di cui si è parlato a lungo e che ha fatto impazzire il web?

È un mediometraggio dalla durata di 50 minuti, scritto e diretto da professionisti come Claudio Di Biagio (della famiglia Freaks!) e Luca Vecchi (dalla famiglia dei The Pills), si autodefinisce Film NOprofit perché è un prodotto nato dal  crowdfunding ed è riuscito a prendere vita grazie al contributo economico dei suoi fan.

In Italia ha stupito tutti perché questo prodotto ha per l’ennesima volta aperto il discorso web VS grande schermo, e di quanta professionalità viva tra le giovani leve internettiane. Infatti oltre a Di Biagio e Vecchi nella produzione ci sono anche i The Jackal, perchè si sa, l’unione fa la forza!

E la fiducia dei fan verso questi volti noti del web e alla loro capacità creativa e di produzione ha permesso di realizzare quello che prima in Italia era un miraggio, ottenere soldi dal crowdfunding e realizzare il proprio progetto. Un metodo che  oltreoceano ormai sta diventando una prassi per sviluppare idee di giovani che non hanno fondi per realizzarle, qui in Italia forse questo sta per arrivare e Vittima degli eventi potrebbe essere stato l’ariete che ha sfondato un portone ben serrato fino a poco tempo fa.

Oggi vediamo come la televisione stia iniziando ad accettare crew e prodotti nati su Youtube perché capaci di linguaggi innovativi che arrivano ad un pubblico sempre più esigente; i produttori di Vittima degli eventi, i The Jackal, partecipano a un programma televisivo e Milano Underground, vincitore del Roma Web Fest, è arrivato in chiaro.

dylan dog youtube

Siete considerati “quelli che ce l’hanno fatta”. Nati su Youtube, continuate a viverci ma siete lo stesso arrivati al grande pubblico; qual è stata la chiave del vostro successo?

Credo che il successo, se così lo si vuol chiamare, sia figlio di una professionalità mischiata alla passione e alla voglia di fare. Non mi sento affatto uno di “quelli che ce l’hanno fatta”, perché essere conosciuti dal grande pubblico non è direttamente proporzionale a un ritorno economico, ma spesso, specie in questo periodo storico è il contrario. E siamo perciò costretti a fare altro per poter vivere! Il mio “altro” è sempre in ambito recitativo e di questo sono contento e posso considerarmi “uno di quelli che ha fatto della sua passione il suo lavoro!”

Nel 2010 Kevin Munroe ha tentato di portare al cinema Dylan Dog senza successo. Pensi che i tempi non fossero maturi, che il pubblico sia più pronto ora di 4 anni fa per un progetto dedicato al noir?

Non penso sia una questione di tempi, maturi o non, perché il genere noir è sempre esistito, e Dylan Dog è sulla scena da molto tempo. Il film americano non rispecchia quei canoni che sono specifici del prodotto Bonelli, e che non appartengono alla loro cultura! La loro visione dell’eroe è chiara e netta: alto, grosso e muscoloso. Dylan è più un antieroe.

I progetti per cui hai lavorato (come Spaghetti Story) sono il risultato di quello in cui molti credono, ovvero che il passaparola sia la migliore pubblicità per il successo.

“Successo” è una parola che mi stride molto ma se proprio la vogliamo usare… I progetti che hanno successo sono quelli che hanno un’idea alla base. Se poi si è onesti col pubblico senza millantare cose che nel film non vedranno, cosa che succede spesso in molte promozioni, allora il pubblico apprezza e ripaga spargendo la voce.

vittima degli eventi dylan dog

Youtube è il futuro di Vittima degli eventi?

Vittima degli eventi è, e rimarrà su Youtube. Non so se ci sarà un futuro diverso, per ora noi ci concentriamo sul presente.

In attesa della seconda parte (incrociamo le dita!) ecco a voi il film! Buona visione!

Digital marketing: tre errori da non compiere

Digital, Adwords e SEO; termini spesso utilizzati, a volte poco conosciuti. Le campagne digital marketing stanno diventando il focus principale di numerose imprese e brand di successo.

La prima domanda che ci si potrebbe porre è la seguente: perchè puntare sul digital? La diffusione di strumenti come smartphone e l’interesse crescente verso i social media sta portando le grandi aziende ad indirizzarsi in questo ambito, con notevoli budget stanziati a beneficio di progetti online.

Il digital marketing ha il vantaggio, infatti, di raggiungere quattro volte gli utenti rispetto ad una forma di comunicazione più classica e offline. Stimola inoltre la creatività dei consumatori, sfruttando meccanismi di viral marketing e buzz marketing.

Pur essendo uno strumento innovativo, il digital ha una gestione complessa; in generale, il pensiero comune è quello che basti un banner o un post sui social media per ottenere ottime visualizzazioni. Nella realtà, esistono tre errori, comuni e molto frequenti, da evitare per avere un grande successo.

LEGGI ANCHE:5 strategie di digital marketing per far crescere il tuo business

“Mai pianificare una campagna di digital marketing”

Ogni attività di comunicazione, classica o innovativa, necessità di un’accurata pianificazione; maggiore sarà l’attenzione al dettaglio, migliore sarà il risultato.

Quali dunque le regole per un ottimo piano d’azione? In primo luogo è necessario conoscere in modo approfondito il mercato; dai competitor, fino ai trend dell’anno e alle tendenza sviluppate in una determinata area geografica. Mai dimenticare che non tutti i mercati presentano le stesse dinamiche.

In secondo luogo è importante definire il proprio obiettivo: qual è il target cui ci rivolgiamo, quale sarà l’aspetto da comunicare e quali risultati andranno considerati e analizzati per questa attività.

Da ultimo: mai dimenticarsi di stanziare un budget! Fissati gli obiettivi, bisogna essere a conoscenza di quanto si potrà investire a livello aziendale. Quanto l’impresa ha come obiettivo la comunicazione digitale?

“Se non ora, quando?”

“Perchè non siamo la prima voce nella pagina di Google?” Alzi la mano a chi non è mai stata posta questa domanda. Spesso si trascura il fatto che sia il mondo digital sia quello dei motori di ricerca, è un ambiente in continuo cambiamento.

Diventa determinante dunque il miglioramento della propria campagna digital, ottimizzando i contenuti, migliorando i post in ottica SEO, monitorando i successi su Adwords.

Lato impresa, è necessario avere chiare le tempistiche per misurare i propri successi. Se si desidera raggiungere un risultato nel più breve tempo possibile, puntare sui social media può essere la chiave del successo.

Prima di tutto mai commettere l’errore di guardare la folla: delineare un target cui rivolgersi, localizzando i post ad esempio, permette di avere una misurazione dei risultati veritiera e una valutazione puntuale dell’efficacia sul mercato. Il periodo ideale per iniziare a considerare i risultati? 30 giorni dopo l’inizio della campagna.

Giocano un ruolo molto importante anche i contenuti: in poche, semplici ma efficaci parole devono essere in grado di catturare l’attenzione. Mettere sempre l’accento prima sul brand e, successivamente, sul prodotto o servizio da comunicare.

Se siamo interessati ad ottenere successo nel medio-lungo periodo: una campagna pay per click o ottimizzazione website in ottica SEO, ci permetterà di vedere il nostro successo dopo circa tre mesi.

Bisogna sempre prestare molta attenzione ai copy delle campagne pay per clik: molto spesso si notano messaggi poco accattivanti, che puntano più sulla quantità rispetto alla qualità dei consumatori. Se si desidera un risultato ottimale, è molto importante tramutare un contatto in un potenziale cliente.

“Digital marketing, l’illustre sconosciuto”

La chiave vincente è una sola: interesse. Tante imprese delegano la parte digital alle agenzie di comunicazione, mostrando disinteresse nello scambio costante di feedback. Conoscere ciò che si sta facendo è determinante, non importa se le competenze digital si fermino ad un post su Facebook.

La parola d’ordine deve essere informazione; osservare l’andamento giornaliero sui motori di ricerca, controllare le pagine social e l’incremento del numero di visitatori, notare le sfumature nei copy e, infine, creare un account adwords. Ciò non significa solo controllare ma soprattutto imparare a gestire e a migliorare le proprie attività.

Da ultimo, alcuni consigli. Il primo è quello di diversificare; mai rimanere troppo legati alla sola advertising online o ad un classico hashtag su Instagram. Anche la stampa può essere un ottimo supporto per una campagna digitale.

Essere su ogni canale a 360° permetterà al vostro brand di essere notato da tutti i consumatori che desiderate raggiungere.

Infine, mai trascurare l’analisi: la comunicazione non è fatta solo di contenuti, ma anche di risultati. Valutare, con cadenza settimanale, l’andamento delle vendite e comparandole con accessi ai canali digital, aiuta a comprendere se la direzione intrapresa è quella corretta.

La forza del digital…sia con voi!

LinkedIn: news inside e intra-office le novità per professionisti

 

Che i social network siano ormai alla base delle relazioni sociali non è una novità, come non lo è il fatto che il social network LinkedIn stia apportando delle modifiche per migliorare il proprio servizio ed in particolare le interconnessioni tra colleghi. Nonostante sia “solo” un social network, a Wall Street vale più di 200 dollari per azione. Il volume d’affari continua ad aumentare grazie al numero crescente degli utenti e delle pagine visitate.

LinkedIn, quale social network dei professionisti e servizio web di rete sociale, nasce nel 2002 dall’idea di Reid Hoffman. Ad oggi conta circa 161 milioni di soci in oltre 200 paesi, il che lo rende il più grande network professionale al mondo su Internet. Viene principalmente utilizzato per lo sviluppo di contatti professionali, consentendo agli utenti registrati di mantenere una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo.

LEGGI ANCHE: LinkedIn: quando la ricerca di lavoro si fa social

Mentre la crisi economica morde e i disoccupati aumentano, il lavoro è in continua evoluzione. Come testimonia la ricerca condotta dalla società londinese Link Humans, soprattutto nei Paesi dell’eurozona ancora alle prese con un alto tasso di disoccupazione, il numero degli iscritti a LinkedIn è in crescita. Nonostante questa tendenza non possa rappresentare di per sé la prova che attraverso i social network le persone riescano poi a trovare effettivamente un’occupazione, la ricerca segnala un orientamento quantomeno indicativo.

 

E’ superfluo sottolineare come le relazioni e le interconnessioni tra persone e mondo del lavoro siano cambiate, non ci stupisce infatti che il social network stia avendo sempre più successo e stia modificando e apportando novità per migliorare il suo servizio.

News inside: intra-office di LinkedIn

Le ultime due novità inserite da LinkedIn riguardano gli strumenti che aiutano gli utenti a connettersi con i propri colleghi. La piattaforma infatti sta sviluppando due prodotti in grado di migliorare i collegamenti tra datori di lavoro, dipendenti e collaboratori, quindi connessioni non solo orientate verso l’esterno del confine aziendale, piuttosto all’interno di esso. Gli strumenti riusciranno a ottimizzare e facilitare l’accesso alle informazioni dei dipendenti, condividendo in maniera quasi istantanea contenuti pertinenti al posto di lavoro.

InMail

La prima novità, che negli ultimi tempi è stata già provata da una manciata di clienti per testarne l’efficacia e l’efficienza, è quella che consente agli utenti di inviare InMail. Precedentemente la versione di posta elettronica di LinkedIn consentiva di inviare messaggi solo a persone tra le quali esisteva una connessione e quindi già collegate, ora la novità risiede proprio in quella di mandare mail a colleghi anche se non collegati tra loro. Il nuovo strumento dovrebbe permettere agli utenti di caricare tutte le informazioni sul contatto, come numero di telefono, mail, rendendo così più semplice per i colleghi accedere agli stessi.

Sharing

Condividere contenuti è la chiave alla base della seconda novità apportata dal social network. Questa permetterebbe agli amministratori aziendali di inviare le informazioni a più gruppi di lavoratori interessati. Inviare e condividere idee e lavoro con un sottoinsieme di dipendenti specifici, che a loro volta potrebbero condividerlo in rete. L’intra-office è il concetto chiave delle due innovazioni che saranno introdotte nella piattaforma: i gruppi di dipendenti potranno accedere a queste novità tramite app mobile, o direttamente dal desktop.

Expedia acquisisce Travelocity per 280 milioni di dollari [BREAKING NEWS]

Expedia ha acquistato Travelocity da Sabre Corp. per 280 milioni dollari, le aziende lo hanno annunciato oggi.

“Travelocity è uno dei marchi di viaggio più conosciuti in Nord America. Offre migliaia di destinazioni a più di 20 milioni di viaggiatori al mese“, ha dichiarato Dara Khosrowshahi, Presidente e CEO di Expedia.

“L’accordo di marketing strategico in atto è un matrimonio tra il marchio forte di Travelocity, la nostra piattaforma best-in-class di prenotazione e il servizio clienti. L’evoluzione di questo rapporto rafforza la capacità della famiglia Expedia Inc. di continuare a innovare e fornire le migliori esperienze di viaggio possibili per il più ampio numero di viaggiatori, in tutto il mondo”.

Travelocity ed Expedia, le storie di due successi

Creato nel 1996 come il primo sito che permetteva ai consumatori di prenotare voli on-line, Travelocity era una divisione della Sabre Holdings, prima di American Airlines, poi scorporata nel 2000. Sebbene Expedia sia stato il suo principale concorrente, un accordo del 2013 permetteva proprio ad Expedia di gestire le prenotazioni di Travelocity. Expedia è stata lanciata lo stesso anno di Travelocity come divisione di Microsoft.

L’acquisto arriva nella stessa settimana in cui Bloomberg ha riferito che Orbitz, altro rivale nell’ambito travel in America, sta “esplorando una vendita”.

Secondo esperti del settore alberghiero, ciò che sta accadendo nel settore dei viaggi online è un “classico scenario di consolidamento“. Nel momento in cui “ci sono troppi canali, siti e fornitori che forniscono servizi molto simili, non tutti possono sopravvivere”. Il consolidamento aiuta, invece, a creare economie di scala, mettendo in comune le funzioni di marketing e reparti IT.

Ma si può anche intuire un altro tipo di strategia, dato che dovrebbe concludersi presto anche un altro accordo tra la Sabre Inc. e la svizzera Bravofly, per l’acquisizione di Lastminute.com, spesso definita come la Travelocity europea.

Facebook va a caccia di bufale. Più o meno

Facebook world

È finita la pacchia! Facebook ha annunciato sul suo blog ufficiale l’inizio della battaglia contro le pagine che pubblicano notizie false, che hanno come unico obiettivo quello di attirare utenti e spingerli a cliccare sul link presente nel post per dirottarli sul proprio sito web.

Nel post pubblicato lo scorso 20 gennaio da Erich Owens, uno degli ingegneri di Facebook, si parla di “hoaxes”, che in italiano potremmo tradurre con il termine “bufale”, ovvero notizie inventate ma costruite e confezionate in modo da sembrare vere.

Cosa cambia

Con questo aggiornamento vedremo meno notizie false nel nostro NewsFeed? Si e no, perché affinché la bufala venga analizzata è necessaria la segnalazione da parte degli utenti, che potranno cliccare sulla freccetta in alto a destra nel riquadro del post incriminato e selezionare, tra le varie opzioni, la voce “It’s a false story”, un po’ come già avviene con lo spam e il materiale pornografico.

L’obiettivo di Facebook è quello di ridurre al minimo, o almeno contenere, l’utilizzo della piattaforma per perpetrare truffe ai danni degli utenti, in particolare con quei post che invitano a compiere un’azione, per approfittare di una super offerta o di fantomatici coupon omaggio, e così via.

Un esempio recente è la bufala che ha coinvolto Zara, il noto marchio di abbigliamento spagnolo, al centro dell’attenzione nei giorni scorsi a causa di un account non ufficiale che prometteva un bonus di 500 euro da spendere nei negozi della catena.

Limiti

Riusciranno i vertici del social network creato da Mark Zuckerberg a contrastare le pagine che pubblicano questo tipo di post? Beh, staremo a vedere, ma il modo in cui approcciano il problema presenta non pochi limiti.

Il più evidente è il fatto che la fase di controllo e verifica è affidata all’utente che, segnalando il contenuto falso, può contribuire alla sua eventuale rimozione.

Ma se l’utente non lo segnala? Se non se ne accorge? Se non è interessato a fare da “poliziotto” per il bene comune?

In alcuni post l’intento truffaldino è palese, ci sono pagine che vivono di click baiting e di sensazionalismi, ma altri sono fatti così bene che non è sempre facile capire che si tratta di una notizia falsa.

Chi stabilisce se una notizia è falsa oppure no? Il ragazzino di 13 anni può giudicare vera o falsa una notizia su, ad esempio, la scoperta di una forma di vita aliena?

Inoltre, alcune pagine sono create con intenti ludici, per puro intrattenimento, inventano notizie assurde col solo scopo di strappare una risata all’utente. Pensiamo a Lercio, ad esempio, che è diventato famosissimo e seguitissimo proprio pubblicando questo tipo di notizie.

Se qualcuno, non capendo l’obiettivo finale di Lercio, segnalasse i suoi post, cosa accadrebbe? Sarebbero giudicati allo stesso modo di pagine gestite con intenti criminali, oppure verrebbe fatta un’analisi approfondita, caso per caso?

Conclusioni

La verità è che la strategia di Facebook per contrastate gli editor che violando le policy è molto debole, perché si basa interamente sull’intervento da parte degli utenti.

Nel post si legge, inoltre, che se un contenuto riceve più segnalazioni il sistema ne ridurrà la diffusione, mostrandolo meno nei News Feed, ma non dice che verranno eliminati completamente. In pratica verrebbe inviato un messaggio al gestore della pagina in questione e il post segnalato continuerebbe ad essere mostrato ma con la dicitura “many people on Facebook have reported that this story contains false information”, scritto piccolo nella parte superiore.

Se solamente un utente si prendesse la briga di segnalare un contenuto considerato falso, gli effetti sarebbero minimi. Inoltre, quel post potrebbe essere sponsorizzato, e siamo sicuri che Facebook rinunci all’inserzione per amore della verità?

C’è anche un altro problema che in pochi hanno sottolineato. Facebook consente, in fase di pubblicazione di un link, di modificare immagine, titolo e descrizione; mettiamo il caso che un sito voglia mettere in atto una truffa, e che voglia sfruttare Facebook per veicolare traffico. Può, senza particolari difficoltà, inserire foto, titolo e descrizione “normali” e non rischiare di essere segnalato dall’utente. Certo, quest’ultimo potrebbe rientrare in Facebook e segnalarlo in un secondo momento, ma nel frattempo il sito lo ha visitato, e l’eventuale truffa potrebbe averla subita.

Facebook At Work: il social network nel social network

Facebook at work

L’uso dei social network sul posto di lavoro è sempre un argomento delicato: in alcuni uffici è consentito, in altri è vietato direttamente con l’applicazione di filtri al firewall, e spesso i dipendenti per primi provano soggezione a farne uso, poiché potrebbe essere percepito come una perdita di tempo. Ciononostante, i social media sono ormai parte integrante della nostra vita quotidiana e, mentre usarli sul posto di lavoro può costituire una perdita di tempo, evitarli può invece rappresentare un limite, soprattutto se si prende in considerazione il loro potenziale per la produttività.

La comunicazione, all’interno di un ufficio è necessaria e a questo scopo molte aziende fanno uso di piattaforme a pagamento dedicate allo scopo. Se ci pensiamo, però, un social network come Facebook potrebbe costituire un potente strumento per la comunicazione e la produttività di un’azienda, ed è per questo che un intero team, guidato da Lars Rasmussen (già sviluppatore di un’altra piattaforma enterprise, Google Wave), si è impegnato a costruire una piattaforma specificamente rivolta a questo obiettivo.

La piattaforma si chiama semplicemente Facebook at Work ed è appunto una versione del social network pensata apposta per le aziende, dotata degli stessi strumenti e dello stesso aspetto, con una sottile differenza: al posto del classico blu, a dominare l’interfaccia c’è un nuovo bianco, che permette a colpo d’occhio di distinguere se i dipendenti sono su Facebook per piacere o per dovere. (Sono finiti i tempi in cui passa il capo e la prima azione che si compie è ridurre il browser a icona)

Facebook at work

Facebook At Work sarà completamente separato dalla sua iterazione dedicata alla vita personale; si accederà alla piattaforma da un indirizzo dedicato e da un’app separata da quella che usiamo tutti i giorni (la versione per iOS è già disponibile sull’App Store americano). Le aziende potranno registrarsi sulla piattaforma, dopodiché i dipendenti avranno la possibilità di creare il loro profilo aziendale, che potrà essere legato a quello personale (ma che rimarrà separato nell’uso).

Le utilità di Facebook At Work sono numerose: prima di tutto costituisce un mezzo per far sì che i colleghi interagiscano in maggior misura, inoltre è uno strumento di comunicazione interno che favorisce la privacy dell’azienda (parlare di progetti aziendali con un account personale potrebbe rivelarsi poco sicuro). Infine favorisce la collaborazione tra dipendenti che, attraverso i profili e le descrizioni dei colleghi, sapranno trovare la persona adatta ad un lavoro in fase di avviamento.

Al momento Facebook At Work è in fase di test in alcune aziende che si sono offerte di provare la piattaforma. Molte cose ancora non sono chiare, per esempio ancora non si sa come sarà trattato in termini di monetizzazione. Alcune voci dicono che potrebbe essere a pagamento come tutte le suite enterprise o che in alternativa potrebbe essere gratuito, ma con la presenza di pubblicità.

Intanto siamo fiduciosi che il team sia al lavoro su uno strumento in cui crede, d’altronde lo stesso Rasmussen ha dichiarato che Facebook at Work è in fase di sviluppo da quasi 10 anni e che si tratta della piattaforma utilizzata per comunicare all’interno di Facebook stessa.

Che ne pensate di questa nuova piattaforma? Secondo voi potrà giovare all’ambiente lavorativo l’utilizzo di un social network interno? Fatecelo sapere nei commenti!

Influencer nel social media marketing: come sceglierli e soprattutto come coinvolgerli

Chi vi scrive aveva già individuato negli influencer il ruolo chiave per i SMM per assicurarsi la maggiore resa in termini di risonanza dei contenuti pubblicati per le piattaforme digitali. In un universo in via di definizione era già chiaro come accattivarsi l’attenzione di coloro i quali determinano, con le loro opinioni, i gusti e le scelte degli utenti, rappresentasse un strumento volto alla massimizzazione degli investimenti (e relativa resa) sui social.

Partendo da questo assunto vogliamo provare a fare un bilancio su quanto successo in questo anno per gli influencer e i marketer che si interfacciano con loro, vedere quale sia lo stato di questa relazione e dedurre, per quanto possibile, le linee guida che dovrebbero essere i cardini sui quali fondare un buon lavoro per un social media manager.

Marketer & Influencer: il bilancio di Andrew Coate

Ciò che ci ha spinto in questa direzione è un articolo pubblicato di recente su Kapost a cura di Andrew Coate, un professionista che svolge questo ruolo già da molto tempo.

Andrew nel corso 2014 ha focalizzato la sua attenzione sull’influencer marketing perchè come molti, ne aveva capito le potenzialità.

Giacché oltre che un percorso creativo ci troviamo di fronte ad aspetti industriali, ha elaborato, nel corso del suo lavoro, un piano editoriale per le aziende di cui si occupava ben preciso, nel quale la collaborazione con gli influencer veniva quantificata attraverso dati concreti (condivisioni medie di un post, call to action generati da contenuti proposti dall’azienda, contenuti creati dall’influencer e l’impatto indiretto generato etc. etc.).

LEGGI ANCHE : Consigli per il successo online: il ruolo degli influencer nella costruzione di una community

Questa schematizzazione era un meccanismo di controllo che egli stesso aveva dato al proprio lavoro. In questo modo poteva capire come aggiustare il tiro anche con i super-utenti, quali risultati gli garantissero, quali erano quelli giusti in relazione ai brand di cui si occupava.

Ad inizio anno però questa visione industriale dei rapporti non era da considerarsi soddisfacente. Si era reso conto che il suo modo di interagire con loro era man mano divenuto asettico, impersonale, non creava valore aggiunto, erano diventate interazioni quantitative che di lì a medio termine non avrebbero più funzionato.

Così ha pensato bene di chiamare in causa quegli stessi influencer coi quali collaborava e porre una domanda tanto semplice e diretta quanto spinosa :

Sei stanco di svolgere il tuo ruolo di influencer?

Nel porre questa domanda Andrew riteneva di aver commesso un errore di fondo. Del resto noi italiani siamo soliti dire che non si chiede mai all’oste se il vino è buono perchè ti risponderà sempre di sì. Da un certo punto di vista quindi si aspettava questo atteggiamento e quindi ricevere feedback a senso unico ed invece è rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere come le risposte che ha ricevuto siano state le più varie e tutte estremamente sincere.

Possiamo sintetizzare le argomentazioni inserite in due filoni, da un lato si è dibattuto sul rapporto Collaborazione vs Utilizzo e dall’altro sul fatto che non tutti gli influencer vestono su tutto, e che a volte un influencer è tale senza saperlo.

L’influencer è un brand ed un soggetto, non un tool

Premettendo che come ovvio, in molti gli hanno risposto che erano ben felici di essere considerati influencer per ragioni di natura professionale e personale, il quesito di Andrew ha portato a galla una certa frattura in termini di rapporto tra i primi e le aziende.

In molti hanno sottolineato come vengano approcciati solo perchè è noto quale sia il ruolo di opinion leader che possono svolgere. Molte aziende neanche conoscono le loro pubblicazioni o il complesso delle loro attività.

Immaginate di essere intercettati da qualcuno che, sapendo che potete spostare l’opinione pubblica su una determinata questione, vi avvicina dicendo “Sai adoro il tuo lavoro !!! Ah a proposito io mi occupo di questo ti andrebbe di parlarne ?” e poi scoprire che quella determinata persona di te e del tuo lavoro non sa niente. Vi sentireste lusingati o sfruttati ?

Pare quindi che in molti non abbiano alcun interesse a sviluppare un rapporto di conoscenza con gli influencer, considerandoli dei megafoni e non delle persone in carne ed ossa. Forzando un coinvolgimento rispetto ai propri prodotti e servizi senza sapere se questi siano di interesse per loro.

Inutile dire che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio paradosso, un’azienda che attraverso il suo smm cerca di intercettare l’attenzione di una comunità, o creare una comunità ex novo, attraverso un soggetto in vista senza creare un rapporto di conoscenza e stima diretto con quell’utente !!!

Altro aspetto che è venuto sistematicamente fuori dalle risposte che Andrew ha ricevuto è stato quello relativo alla natura della collaborazione che le aziende pensano di porre in essere.

Non di rado i brand credono che per spingere un influencer a pubblicare sui suoi profili una recensione o opinione su un determinato prodotto/servizio basti offrire quel determinato prodotto o servizio in prova gratuita.

Ma questi professionisti non lavorano o esercitano la propria influenza avendo come scopo primo ed ultimo l’accumularsi di beni. Sono ben consapevoli di essere loro stessi personal-brand e piano piano stanno cambiando approccio verso uno stile qualitativo degli interventi.

In altre parole scelgono con accuratezza a quali proposte dire di sì perchè vogliono accrescere la loro popolarità attraverso la bontà di ciò di cui si occupano. E’ in un certo senso un ribaltamento di prospettive.

Se in linea di principio un brand sceglie un influencer la cui audience sia il target di mercato dal quale attingere, adesso gli influencer stanno cominciando a scegliersi i brand giusti tali da rendere più solida la propria posizione ed aumentare la propria credibilità rispetto ai propri seguaci.

In un rapporto divenuto così paritario la collaborazione non è più di tipo unilaterale ma di tipo simbiotico. Brand ed influencer devono scegliersi al fine di crescere assieme affinchè quel rapporto sia proficuo.

Trova il tuo influencer, anche quando non è ancora tale

Veniamo al secondo grande soggetto di discussione nello scambio di mail tra Andrew e gli Influencer con cui ha la fortuna ed il piacere di lavorare.

Abbiamo visto come in molti abbiano lamentato un approccio basato sulla quantità di contenuti e non sulla qualità. Lavorare in termini quantitativi rispetto alle relazioni produce un altro effetto spiacevole.

Molti influencer vengono chiamati in causa senza che ce ne sia effettivo bisogno, senza che la loro specificità possa produrre risultati.

Scegliere il partner giusto sui social è essenziale, cercare una collaborazione con il più ampio numero possibile di soggetti in vista non sempre è la scelta migliore. Innanzitutto perchè la percezione indiretta che si da è che dal punto di vista di un’azienda sono tutti uguali, in secondo luogo perchè questo significa non aver compreso il target di riferimento rispetto alle attività alla quale vogliamo far sì che sia dato risalto sulle piattaforme digitali.

Tener conto della specificità di entrambi è la base sulla quale si può ottenere il massimo della produttività.

E questo significa a volte anche cercare un influencer che non sia percepito come tale al grande pubblico ma che nei fatti svolge questo ruolo nella maniera di cui abbiamo bisogno.

Facciamo un esempio che forse può chiarire al meglio il concetto.

Revolve Clothing : un Natale a caccia di influencer

Revolve Clothing è un’azienda che si occupa di e-commerce per prodotti di moda. Lo scorso Natale ha deciso di aprire un temporary-store in un centro commerciale a Los Angeles e cercando l’esposizione massima sui social per incrementare le vendite ha scelto un approccio inusuale.

Il reparto marketing piuttosto che puntare su testimonial o influencer già noti ha stilato un elenco di 100 consumatori abituali i quali avessero profili attivi con molti follower.

Ha identificato profili di utenti “normali” che fossero in relazione continua e costante con coetanei o comunque persone dai gusti simili (tarati sui gusti dell’azienda) ed ha offerto loro tutta una serie di benefit. Ha garantito spostamenti gratuiti dalle loro abitazioni al negozio, un corposo buono spendibile per prodotti che erano già sull’e-store.

Risultato ? A fronte di un investimento minimo hanno visto selfie coi prodotti Revolve retwittati 12 mila volte partendo da una sola cliente. Hanno accresciuto la loro presenza sui social media in termini esponenziali “creando” degli influencer che non erano tali ma che in realtà questo ruolo erano perfettamente in grado di svolgerlo per l’azienda.

Cosa possiamo dedurre dall’esperienza di Revolve ?

Che le aziende hanno bisogno di dragare la rete cercando di individuare i possibili influencer anche e soprattutto quando sono dei perfetti sconosciuti. Trovare utenti con largo seguito che hanno dedicato la propria presenza sui social rispetto ad una particolare attività, verificare se vi è una corrispondenza rispetto alla propria ed a quel punto stimolare la loro rete di relazioni minimizzando gli investimenti e massimizzando il ritorno di immagine.

Vine Facts: i migliori brand sulla piattaforma di instant video [INFOGRAFICA]

vine

Abbiamo parlato diverse volte dell’utilità di inserire Vine nel proprio piano di social media marketing. Oggi condividiamo con voi un’interessante infografica che presenta alcuni dati rilevanti riguardanti i brand che utilizzano in modo più efficiente i sei secondi della piattaforma di condivisione di instant video.

Ecco alcune considerazioni che emergono dal grafico di The 7st Chamber:

  • Un Tweet ogni cinque contiene il link ad un video Vine;
  • Un branded Vine ha 4 volte più possibilità di essere visto rispetto ad altri formati di branded video;
  • Utilizzare hashtag istituzionali aiuta a coinvolgere il pubblico (es. #6secondscience di GE)
  • Gli How To video sono molto efficaci per presentare nuovi prodotti, promuovere contest e coinvolgere i fan (come fa spesso Urban Outfitters);
  • Pianificare una buona strategia di distribuzione è importante (l’esempio vincente riportato è di Lowe’s);
  • I contenuti dovrebbero essere progettati in base a specifiche call to action (come quelli di Oreo);
Vine Videos Facts

Le foto stock patinate hanno i click contati con The Stock Photobomber!

Ogni giorno, nel mondo, un creativo si sveglia. Sa che dovrà affrontare il dramma che puntualmente si consuma nella vita di chiunque si ritrovi di fronte a un progetto d’agenzia: trovare l’immagine giusta senza ricorrere a uno shooting fotografico ad hoc. In poche parole, usufruendo di uno dei tanti siti di foto stock presenti online.

Ora, se almeno una volta nella vita vi è capitato di cercare un’immagine in un sito di foto stock saprete perfettamente di cosa sto parlando: infatti, potrete anche inserire l’inequivocabile parola chiave “idraulico” nella barra di ricerca e premere ottimisticamente invio, ma sappiamo tutti perfettamente che vi aspettano lunghe mezz’ore di scrolling tra innumerevoli foto di fin troppo sorridenti giovanotti col WC sulle spalle e i pollici insù prima di trovare una foto quanto più vicina all’individuo che la gente comune si immagina quando pensa alla parola “idraulico”.

Questo perché, diciamolo, capita spesso che le foto stock traspirino un finto realismo patinato che nulla ha a che fare con la realtà; e questo lo sa bene Matthew Vescovo, che dalla sua ventennale esperienza in art direction ha appreso la cruda verità e ha deciso di porvi rimedio: nasce così il suo Tumblr The Stock Photobomber, per condire con un po’ di realismo le foto stock inserendovi una versione di sé tutt’altro che patinata, ribilanciando così le sorti del verismo fotografico, semplicemente a colpi di Photoshop.

Il risultato? Dire comico è dire poco!

La vera rivoluzione? Il progresso tecnologico al servizio della disabilità

La storia dell’umanità è sempre stata segnata, nel bene e nel male, dal progresso tecnologico, che ci ha permesso di esprimere a pieno quello che ci differenzia dagli altri animali: la creatività e la ragione.

Dalla ruota in poi, con il passare degli anni il processo evolutivo tecnologico è diventato sempre più veloce e incessante; basti pensare a quello che siamo riusciti a creare nell’arco di un ventennio, e il merito è in buonissima parte di Internet e della connettività dei dispositivi a quella che, a tutti gli effetti, è una rete fatta di intelligenza condivisa.

Nell’articolo di oggi vogliamo parlare del rapporto tra tecnologia e disabilità, un tema spesso snobbato ma che merita attenzione. Quando pensiamo alle persone disabili tendiamo a concentrarci sulle patologie, sulle condizioni fisiche e psichiche, sullo stato di salute insomma. Non riusciamo a capire che quello di cui hanno bisogno non sono solo le cure mediche e il sostegno di personale adeguatamente preparato – sicuramente fondamentali – ma di tecnologie capaci di rendere meno complessi gesti e azioni che per tutti gli altri sono normalissimi, come mangiare, bere, leggere un libro, parlare con una persona.

Da quando la scienza medica si è aperta a nuovi scenari e ha iniziato a introdurre nelle terapie strumenti tecnologici più o meno sofisticati, molto è stato fatto in questo senso. Con l’avvento delle tecnologie digitali, poi, si è riusciti a raggiungere obiettivi che apparivano impossibili, pura fantascienza, fino a pochi decenni fa.

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Stephen Hawking: un esempio per tutti

Nell’immaginario collettivo un esempio di persona disabile capace di andare oltre, molto oltre, i limiti che la sua condizione impongono, è Stephen Hawking, fisico britannico, uno degli scienziati più famosi al mondo, complici anche i Simpson, The Big Bang Theory, e il film biografico attualmente nelle sale, La teoria del tutto.

Hawking soffre di una malattia neuro-degenerativa, simile per certi versi alla Sclerosi laterale amiotrofica, che l’ha reso completamente paralizzato; la sua disabilità, però, non gli ha impedito di diventare un’icona della scienza mondiale, insegnando in prestigiose università e cambiando, con le sue scoperte, il modo in cui concepiamo l’universo.

A rendere tutto questo possibile, oltre alla sua mente geniale, è stato l’utilizzo di un sintetizzatore vocale dotato di un sensore a infrarossi collegato agli occhiali, che lo scienziato riesce a controllare tramite un muscolo della guancia. Attraverso il sensore, Hawking digita sulla tastiera il testo e una voce digitalizzata lo pronuncia per lui.

Lo scorso dicembre la società che produce il sintetizzatore utilizzato dallo scienziato, la SwiftKey, in collaborazione con Intel, ha rilasciato una nuova versione del sintetizzatore, basato sui cosiddetti software predittivi, capaci di prevedere quello che la persona connessa al dispositivo intende dire, riducendo di parecchio i tempi di reazione. Ora Hawking, le cui condizioni di salute sono peggiorate nel corso degli anni, dovrà scrivere solo il 15-20% di una parola, dopodiché sarà il software a capire le intenzioni e suggerire alcune parole tra le quali scegliere.

Stephen Hawking è senza dubbio il personaggio più famoso a fare uso di un sintetizzatore vocale per superare il gap generato dalle sue condizioni di salute, ma non è certamente l’unico. In Italia, ad esempio, veniva utilizzato da Piergiorgio Welby, ex co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, che ha combattuto una lunga battaglia contro l’accanimento terapeutico e in favore dell’eutanasia.

Il ruolo delle app

Essere disabili non deve per forza significare l’esclusione totale da ogni genere di attività sociale, lavorativa o sportiva, anzi, dovrebbero essere incentivate, laddove possibile, sfruttando al massimo quello che la tecnologia digitale ci mette a disposizione.

Funzioni all’apparenza banali come la dettatura vocale, i parametri W3C per l’accessibilità dei siti web, gli SMS, la videochiamata, il lettore di codici a barre per l’identificazione del prodotto nei supermercati, la possibilità di leggere e scrivere in Braille con i dispositivi mobile, l’utilizzo dei Qr per il riconoscimento degli oggetti, l’assistente vocale tipo Siri, fino alle app per smartphone e tablet di ultima generazione, è tutto finalizzato a migliorare la vita delle persone con handicap fisici, motori o psichici.

Era il 2012, più precisamente l’11 giugno, quando il compianto Steve Jobs presentava al mondo intero le novità della Apple al WWDC 2012; durante l’evento fu proiettato un video nel quale fa la sua apparizione un giovane sviluppatore italiano, Giovanni Luca Ciaffoni.

Nel video si parla di una sua app, sviluppata presso l’Istituto dei Ciechi di Bologna, che si chiama Ariadne GPS. Un navigatore per non vedenti e ipovedenti che ti consente di esplorare il luogo che stai visitando; grazie al voice over, infatti, si accede a una mappa parlante, che pronuncia i nomi delle strade semplicemente toccando lo schermo dello smartphone.

Per mostrare un’app realizzata da un piccolo e sconosciuto sviluppatore italiano ci sarà stato un motivo. Evidentemente, anche il visionario fondatore dalla Apple aveva capito che con un’applicazione gratuita, o acquistabile con pochi euro, si può offrire a un disabile uno strumento che, diversamente, costerebbe migliaia di euro.

Robotica e stampanti 3-D

Il settore della robotica ha fatto passi da gigante negli ultimi 40 anni, ritagliandosi un ruolo fondamentale nella progettazione e realizzazione di device destinati a disabili, in particolare a tetraplegici e persone affette da handicap motori agli arti superiori o inferiori. Anche un colosso come Google sta cercando di dare il suo contributo, grazie ai Google Glass, che possono diventare uno strumento molto utile per, ad esempio, i non udenti, oppure la Self driving Car, per chi ha disabilità motorie.

Altro esempio degno di nota è HAL, acronimo di Hybrid assistive limb, un esoscheletro motorizzato sviluppato dall’Università giapponese di Tsukuba e dalla azienda Cyberdyne che consente a chi è affetto da disabilità motorie di camminare e muovere gli arti. Per ora è ancora un prototipo, che è possibile noleggiare dall’azienda produttrice giapponese, ma l’obiettivo è che quello di avere uno sviluppo e una diffusione capillare in tutto il mondo.

Negli ultimi anni si stanno facendo strada nell’ambiente medico anche le stampanti 3-D, utilizzate per progettare e realizzare tessuti, ossa, vasi sanguigni, addirittura organi artificiali, e protesi per mani, braccia, gambe e piedi. Il futuro della medicina passa anche attraverso queste nuove tecnologie, che potrebbero davvero cambiare il modo in cui vengono eseguiti interventi chirurgici.

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La speranza è che in futuro si possa lavorare sempre di più alla realizzazione di prodotto e strumenti in grado di rendere più agevole la vita di chi vive un disagio reale, insormontabile se non fosse per le tecnologie digitali.