Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d'amore per il web [PARTE 1]

Una dichiarazione d'amore per il web le nuove tesi del Cluetrain Manifesto

Foto da cluetrain.com

Il Cluetrain Manifesto fu pubblicato nel 1999 come manuale di utilizzo del web. Una serie di 95 tesi che hanno cambiato il nostro modo di intendere la rete.

Agli albori del web, prima di Facebook e dei social network, Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger hanno voluto donarci una chiave di lettura rivoluzionaria per quei tempi e differente da quella in uso per gli altri mass media: le conversazioni sono alla base dei mercati!

Oggi le considerazioni espresse nei clues sono di una disarmante attualità (come nella recente riflessione di Marco Fongaro), ma Searls e Weinberger hanno da poco pubblicato 121 nuove tesi, che offrono nuovi spunti di riflessione. Questa volta le tesi non somigliano a un manualetto d’istruzioni, ma a una lettera d’amore nei confronti di Internet, inteso come una rete libera.

Analizziamo qual è il messaggio che racchiude questa nuova release del Cluetrain.

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L’amore ai tempi della rete

Una dichiarazione d'amore per il web: le nuove tesi del Cluetrain Manifesto

Il nuovo Manifesto non è rivolto alle aziende e a chi vuole utilizzare il web a fini commerciali, ma vuole essere una guida per tutti: per prendere consapevolezza delle potenzialità della rete e dei rischi connessi a un cattivo utilizzo di quest’ultima perché, secondo i due autori, il web è sotto attacco da più parti. Ma la minaccia più pericolosa siamo noi!

Amare la rete vuol dire amare la libertà, perché il web permette una partecipazione democratica che gli altri media non consentono.

Noi siamo internet e internet non è niente

Una dichiarazione d'amore per il web le nuove tesi del Cluetrain Manifesto

“We, the People of the Internet, need to remember the glory of its revelation so that we reclaim it now in the name of what it truly is“.

Noi, il Popolo di Internet, dobbiamo ricordare la gloria della sua rivelazione, per poterlo rivendicare in nome di ciò che è veramente.

Con un tono nostalgico, si parte dall’inizio (Un tempo eravamo giovani nel Giardino…) per affermare che Internet siamo noi, connessi.

“Noi abbiamo Internet in comune, e non la possediamo”. (clue 4) Non sono i provider o i governi a governare la rete, e nemmeno noi, perché Internet non è niente, e non ha scopo.

Un insieme di protocolli che non hanno un utilizzo specifico, solo uno scopo generico: “Questo significa che Internet non è fatta per niente in particolare. Non è fatta per i social network, né per i documenti, né per la pubblicità, né per il business, né per l’educazione, né per il porno, né per nulla. È progettata specificamente per fare tutto”. (clue 13)

La rete non è contenuti, non è un medium, è un mondo

“Ci sono incredibili contenuti su Internet. Ma, perdiana, Internet non è fatta di contenuti”. (clue 16)

“La Rete non è un medium più di quanto non lo sia una conversazione”. (clue 19)

Tutto ciò perché siamo noi ad essere la rete, con la nostra forza vitale, i nostri vissuti. E noi dobbiamo essere l’unità di misura della rete: “Tenerci — contare qualcosa — è la forza motrice di Internet”. (clue 24)

Internet è un mondo di cui noi siamo artefici: Il Web ricrea il mondo in un’immagine — la nostra — emergente e collettiva. (clue 32)

La conversazione come arma

Una dichiarazione d'amore per il web le nuove tesi del Cluetrain Manifesto

La Rete ci offre un posto comune dove possiamo essere chi siamo, insieme ad altri che apprezzano le nostre differenze. (clue 42) Ecco cos’è un’Internet libera. Sono state combattute guerre per molto meno. (clue 44)

Quando abbiamo perso la nostra innocenza? Quando siamo usciti dall’Eden e ci siamo ritrovati in una selva oscura?

“Ogni link da parte di una persona che ha qualcosa da dire è un atto di generosità e altruismo, che invita i lettori a lasciare la pagina, per guardare come appare il mondo agli occhi di qualcun altro”. (clue 31)

Però non necessariamente troviamo generosità e altruismo, l’odio si diffonde in rete più facilmente che nel mondo reale: “L’odio è presente in Rete perché è presente nel mondo, ma la Rete lo rende più facile da esprimere e da sentire”. (clue 37)

“Se la guardiamo freddamente, la Rete è solo tecnologia”. (clue 41), “Nessuno possiede quel posto. Tutti possono usarlo. Chiunque può migliorarlo”. (clue 43)

E la ricetta per riprendere possesso della rete è semplice: “Essere accoglienti: ecco un valore che la Rete ha bisogno di imparare dalle nostre migliori culture del mondo reale”. (clue 51)

Che ruolo assume il Marketing in questo contesto? Che valore hanno in rete la nostra privacy e i nostri dati? Troverete le risposte nella seconda parte di questa analisi dei nuovi indizi del Manifesto.

Hits, il primo film che verrà distribuito tramite BitTorrent

hits bittorrent

Anche gli ultimi Golden Globe lo hanno confermato: l’universo dell’online video (anche a pagamento) è ormai una realtà in grado di competere ad alti livelli con le più importanti produzioni televisive e cinematografiche, come testimoniano gli indici di ascolto e i globi d’oro collezionati da “Transparent” e “House of Cards“, prodotti rispettivamente da Amazon e Netflix. Non è poi così strano dunque che qualcuno abbia pensato di distribuire il proprio film tramite BitTorrent Bundle.

Stiamo parlando di “Hits“, il film che vede il debutto alla regia di David Cross e la cui data di rilascio è prevista per il prossimo 13 febbraio. Hits guarda con occhio ironico al fenomeno della fama data da YouTube tramite la storia di una famiglia di ceto medio-basso il cui padre diventa un personaggio di fama nazionale dopo che il video di un consiglio comunale al quale ha partecipato diventa un virale sul web.

In cosa consiste dunque l’innovativo metodo di distribuzione tramite BitTorrent? In sostanza l’utente scarica un intero pacchetto di contenuti audio, video e testuali, tramite protocollo p2p: parte di essi sono sempre gratuiti, mentre per accedere ad altri dovrà pagare una somma di denaro (esistono anche altre opzioni di “acquisto”, come il “pay with a tweet” o l’iscrizione ad una newsletter).

Una tecnologia completamente legale, lanciata nel maggio del 2013, e che ha suscitato la curiosità di artisti e fan (e soprattutto numerosi davvero interessanti). Secondo quanto dichiarato a The Verge, l’attore sarebbe stato ispirato dalle simili scelte distributive intraprese da Thom Yorke e Louis C.K., che hanno rispettivamente lanciato gli ultimi lavori tramite BitTorrent e Humble Bundle.

L’industria culturale sembra adottare sempre più spesso scelte di questo genere, in grado di generare numeri e riscontri che possono competere con le grandi produzioni musicali, televisive e cinematografiche e, allo stesso tempo, dimostrano di essere una valida alternativa a streaming e download illegali. Voi cosa ne pensate?

5 lezioni di digital marketing dal passato

5 lezioni di digital marketing dal passato

Ogni marketer che si rispetti dovrebbe interrogare il passato per avere una risposta utile al presente.  La costruzione di un piano di marketing digitale è diventata oggi l’opportunità migliore per chi vuole rendere il proprio business vincente. Continua a leggere

I testimonial ultracentenari di una compagnia assicurativa [VIDEO]

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Solo ieri vi abbiamo parlato dell’ultimo spot di Thai Life Insurance, compagnia asiatica che negli ultimi anni ha collezionato virali di successo uno dietro l’altro. Oggi vi proponiamo un video di un’altra compagnia assicurativa, questa volta occidentale: Beagle Street adotta un approccio comunicativo ancora lontano da quello socialmente orientato del brand asiatico, ma allo stesso tempo prende le distanze da una comunicazione eccessivamente razionale che per anni è stata lo standard per la pubblicità di questi servizi.

Protagoniste di “Happy Momentstre coppie di anziani, alcuni dei quali ultracentenari, che condividono con noi le loro storie, i momenti felici di una vita della quale hanno condiviso parecchi decenni. Maurice e Helen Kaye, sposati da 80 anni; Doug e Betty Hale, sposati da 73 anni; e William e Maureen Norman, che lo sono da 60.

beagle street compagnia assicurativa

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Dal primo incontro al matrimonio, dalla nascita del primo figlio a quella dei nipoti. Questi adorabili testimonial raccontano allo spettatore quali sono i momenti che hanno reso speciale la loro storia e quali sono i segreti della loro lunga vita. O meglio, il segreto: che a quanto pare, questo lo spot suggerisce, sarebbe quello di essere felici.

Dal blog ufficiale di Beagle Street leggiamo:

“Vogliamo che i nostri clienti siano felici. Come mai? Perché è scientificamente provato che le persone felici vivono più a lungo, godono di una qualità di vita migliore e ridono di più.”

Beagle Street ha effettuato un sondaggio tra 1000 cittadini inglesi ultra settantenni sugli stessi temi trattati nel video. Ne risulterebbe che per più del 12% l’avvenimento più gioioso di tutti sia la nascita del primogenito, seguito dal giorno del matrimonio per l’11,5% e quindi l’arrivo dei nipoti per il 10%.

Cosa ne pensate di questo approccio? Lo trovate interessante ed efficace per una compagnia assicurativa?

Il 2015 sarà l'anno dello storico sorpasso della TV in streaming rispetto a quella tradizionale, e di molte altre novità legate ad Internet of Things. Scopriamo insieme quali sono le principali novità, tramite l'analisi annuale effettuata dal ConsumerLab di Ericsson!

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Il 2015? Sarà l'anno della TV in streaming (e dell'Internet of Things) [INFOGRAFICA]

 Da quattro anni, l’indagine globale del Consumer Lab di Ericsson dedicata ai desideri dei consumatori evidenzia quali saranno le 10 tendenze tecnologiche nel prossimo anno (e oltre).

Quest’analisi, oltre a soffermarsi sul fatto che la tecnologia ha ormai raggiunto livelli altissimi e con un grado di crescita esponenziale, mostra come siano proprio i consumatori stessi ad auspicare e immaginarsi autonomamente una vita sempre più connessa, in cui gli oggetti di uso quotidiano possano fra di loro integrarsi e comunicare in tempo reale.

Una vera e propria consapevolezza a livello di vision, sicuramente favorita dagli smartphone e dal loro mondo, potenzialmente infinito, di app a disposizione.

LEGGI ANCHE: iBeacon e Internet Of Things: come cambieranno le nostre vite?

Il report ha una base dati globale, ricavata focalizzandosi sugli utenti con uno smartphone dai 15 ai 69 anni provenienti dalle città di Johannesburg, Londra, Città del Messico, New York, Mosca, San Francisco, San Paolo, Shanghai, Sydney e Tokyo. Queste città, dal punto di vista statistico, rappresentano circa 85 milioni di utenti, utilizzatori di Internet su base giornaliera.

Quali sono quindi le macro tendenze che caratterizzeranno il prossimo anno (e quelli successivi)? Scopriamo insieme le 5 più importanti!

#1 – Il futuro in streaming

Il primo posto lo merita, senza alcun dubbio, il mondo dei contenuti televisivi. Questo settore sta subendo un cambiamento radicale: accanto infatti al tradizionale modello “via cavo“, è ormai consolidata in molte parti del mondo l’abitudine di guardare la televisione in streaming e, soprattutto, in un sistema multipiattaforma (smartphones, tablet, PC).

Tutto questo permette di usufruire dei contenuti potenzialmente ovunque nel mondo e nel momento stesso in cui l’utente decide di farlo. Naturalmente, secondo la logica on-demand, allontanandosi così dalle imposizioni del tradizionale palinsesto TV.

I dati del report Ericsson confermano questa tendenza, portando il 2015 ad un risultato storico: il superamento dei contenuti in streaming rispetto a quelli della TV tradizionale. Già durante il 2014, nella fascia di età 16-45 anni, la TV in streaming aveva superato quella tradizionale.

Il prossimo anno invece sarà un risultato globale e trasversale, condiviso dalla maggior parte dei telespettatori di tutte le età.

#2 – Le case intelligenti

Nonostante la complessità raggiunta dal mondo degli smartphones, sempre connessi alla rete, l’era degli elettrodomestici intelligenti non è ancora completamente una realtà consolidata. Telecamere IP, impianti di climatizzazione, termostati intelligenti sono solo alcuni dei numerosi oggetti presenti sul mercato, ma manca ancora la possibilità di utilizzarli tutti nella maniera ottimale e più integrata possibile.

L’indagine di Ericsson però, a precisa domanda, mostra come più della metà delle persone siano davvero interessate ad un forte cambiamento in questo senso: è infatti elevata l’aspettativa della presenza di sensori che li avvertano di problematiche all’impianto idraulico o all’elettricità, piuttosto che degli avvisi al rientro/uscita dei loro familiari da casa.

Insomma, la casa dovrebbe comunicare ed essere utile anche quando non è possibile essere presenti fisicamente, tenendo sotto controllo che cosa accade durante la nostra assenza.

#3 – Le città smart

Una mentalità “in rete” consente alle persone di diventare cittadini più efficienti. Per questo, l’analisi ha evidenziato come i possessori di smartphone coinvolti abbiano definito delle linee guida per le città connesse del futuro. In particolare, il 70% si aspetta mappe del traffico cittadino aggiornate in tempo reale e la possibilità di comparare, rapidamente, le varie tariffe domestiche di acqua, gas ed elettricità.

Insomma, è opinione comune che l’intelligenza collettiva e collaborativa diventerà uno dei trend che ci accompagneranno nei prossimi anni, con il 2020 come anno della consacrazione definitiva.

#4 – Il portafoglio digitale

Come precedentemente analizzato, avere praticamente sempre in tasca uno smartphone è un elemento disruptive per il mondo del mobile payment. Apple e Google in primis stanno proponendo soluzioni funzionanti e molto semplici. Ma gli utenti avvertono questa esigenza? La risposta è, senza dubbio, SI.

LEGGI ANCHE: Apple Pay è la vera One More Thing?

Il 48% degli utilizzatori di uno smartphone, infatti, lo utilizzerebbe per pagare beni e servizi, mentre ben l’80% di loro crede che nel 2020 questo tipo di pagamento diventerà mainstream. Dimenticare il portafoglio a casa potrebbe quindi non essere una soluzione così tanto lontana ed irrealizzabile!

#5 – I robot domestici

Questo è uno degli aspetti più ricercati e forse dibattuti da molto tempo, anche prima dell’avvento della rete: è possibile creare ed utilizzare in maniera intelligente i robot per aiutare l’uomo nella vita di tutti i giorni? L’analisi Ericsson mostra che il 64% degli intervistati si aspetta che i robot diventino parte della loro quotidianità entro il 2020, aiutando in compiti pratici quali la lavanderia, la cucina di piatti semplici, la scelta dell’alimentazione e diventando persino una compagnia quotidiana.

Questi sono gli aspetti più rilevanti dell’analisi annuale del ConsumerLab di Ericsson. Degni di nota sono anche l’aspettativa di nuove forme di comunicazione tramite wearable (ci si spinge anche oltre, immaginando una comunicazione tramite il pensiero), lo sviluppo di una sharing economy (che possa condividere con altri, in maniera efficiente, risorse non utilizzate) e l’aiuto della tecnologia per vivere una vita migliore e più duratura, tramite oggetti ed app intelligenti.

L’analisi completa la trovate qui, mentre la presentazione riassuntiva la potete trovare a questo indirizzo.

E voi Ninja, siete d’accordo con questa analisi? Avete altre aspettative da realizzare con la tecnologia?

Scrivetecelo, come sempre, nei commenti!

Digital copyright: su Facebook esplode la protesta dei vignettisti

Tutti sappiamo cosa sia capitato a Charlie Hebdo e quanto Facebook, Twitter e gli altri social network abbiamo svolto un ruolo fondamentale per veicolare la notizia durante le tragiche ore degli attentati e la protesta che da essi è scaturita (indicizzata grazie all’hashtag #JeSuisCharlie).
Ed è proprio su Facebook che in queste ore un’altra protesta sta montando, indirettamente legata agli attentati di Parigi di una settimana fa.

Tutto nasce da un’iniziativa editoriale del Corriere della Sera, “Tutte le matite del mondo”, una raccolta di vignette tematiche sui fatti di Parigi e venduta a 5 euro allo scopo di aiutare, anche economicamente, le vittime degli attentati e la stessa testata giornalistiaca Charlie Hebdo.

Come sono state selezionate le vignette? Su Internet. Il problema è che il Corriere della Sera procede senza chiedere alcuna autorizzazione agli autori stessi, e secondo alcuni anche con un risultato abbastanza svilente per il lavoro degli stessi illustratori, come sottolineato ad esempio da Roberto Recchioni, autore fra gli altri di Dylan Dog, sul suo blog:

Per realizzare questo volume, che è arrivato in edicola oggi, quelli del Corriere pescano le vignette dal web e le impaginano alla bene e meglio. Con immagini a bassa definizione.” (dal blog prontoallaresa.blogspot.it).

Tanti sono i nomi del fumetto italiano coinvolti che hanno scelto Facebook per protestare: da Leo Ortolani, disegnatore di Ratman, a Manuel Fior, autore di graphic novel che vive e lavora a Parigi. Moltissimi sono stati i commenti a sostegno dei fummettisti e illustratori e di condanna per il quotidiano di via Solferino, tacciato di non aver rispettato il diritto d’autore e di aver svilito il loro lavoro, prelevando senza permesso dei contenuti nati per interpretare un sentimento ed esprimere vicinanza a un popolo ed alle sue vittime.

Il Corriere della Sera, dal canto suo, ha risposto con un post scriptum sull’articolo che presentava l’iniziativa poche ore fa:

Post Scriptum (dopo le polemiche): Il ricavato di questa operazione, è bene ribadirlo, sarà devoluto interamente a favore delle vittime della strage e del giornale Charlie Hebdo. Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione. Comunque sul libro, in seconda pagina, c’è scritto con chiarezza che «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire».

 

Eppure, le polemiche ancora non si placano.
Per tempi e modi pare che la redazione del più grande quotidiano nazionale abbia toppato alla grande: sono tanti infatti i casi in cui non viene rispettata la proprietà intellettuale di ciò che è residente in Rete (un tema che avevamo già affrontato anni fa, e per cui ci eravamo confrontati con uno dei massimi esperti italiani di diritto digitale, l’avvocato Massimo Sterpi.

LEGGI ANCHE: Copyright e nuove normative: il parere dell’Avvocato Massimo Sterpi [INTERVISTA]

Un errore fatale, che sta costando molto considerando la portata virale che i social network stanno garantendo al fatto.

Il disclaimer in seconda pagina proposto nel post scriptum che vi abbiamo citato basterà per placare la protesta virale che in queste ore intasa i newsfeed di tutti gli utenti italiani? Voi che ne pensate?

Articolo scritto in collaborazione con DANIELA ODRI MAZZA AKA KIKYO

Le 5 skill fondamentali dei migliori eCommerce Manager [VIDEO]

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Il nuovo anno accademico Ninja inizia il 20 gennaio con il Corso Online di eCommerce Management con Roberto Fumarola, Francesco Varuzza e Gabriele Taviani come docenti. Le principali tematiche che saranno affrontate nel corso sono: mercato, strategie e piattaforme per vendere online; customer care e social commerce e eCommerce Marketing.

Venerdì 9 gennaio si è svolto il free webinar di presentazione del corso, una lezione gratuita durante la quale i docenti del corso hanno presentato le tematiche e le case history che verranno affrontate nel percorso formativo. Se vi siete persi la diretta, non preoccupatevi, qui di seguito trovate la registrazione:

Vantaggi del Corso Online

✔ Puoi seguire i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
✔ Nessuno spostamento né viaggio da intraprendere
✔ Un costo decisamente inferiore e più vantaggioso rispetto ai corsi in aula
✔ Question Time in diretta per esporre dubbi e domande e interagire con i docenti
✔ Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on-demand
✔ Attestato di partecipazione

PREZZO: 349 €

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change.
BE NINJA.

Talkitt, l'app che darà voce alle persone con disturbi del linguaggio

 

Abbiamo già avuto modo di mostrare qui su Ninja Marketing quanto la tecnologia mobile si stia dimostrando utile in materia di salute: abbiamo parlato di applicazioni per non vedenti come Ariadne, per bambini ipovedenti come Math Melodies e persino di EdiTouch, il tablet per bambini con problemi di dislessia realizzato in Italia.

La tecnologia mobile nasce in primo luogo per permettere alle persone di comunicare: oggi vi presentiamo il progetto per Talkitt, un’applicazione pensata dalla startup Voiceitt e che ha proprio lo scopo di aiutare le persone con disturbi di linguaggio a ritrovare la voce. Vediamo insieme come lavora questa app!

LEGGI ANCHE: Le app più buone e solidali del 2014

Quanto detto appare piuttosto scontato, ma non per tutti lo è. Il National Istitutes of Health, punto di riferimento statunitense nella ricerca biomedica, mostra come negli Stati Uniti sono circa 7,5 milioni le persone che presentano difficoltà ad utilizzare il linguaggio.

Sono persone di tutte le età (bambini, adulti e anziani) che vivono quotidianamente con disturbi, quali: autismo, Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), paralisi cerebrale, morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson e altri problemi ancora.

Talkitt potrebbe dunque cambiare la vita a molte persone.

Talkitt: vediamo come funziona

L’app, infatti, attraverso una tecnologia di riconoscimento vocale riceve le parole poco comprensibili dell’utente e le riproduce in un linguaggio comprensibile, permettendo loro di comunicare in modo chiaro e facile con chiunque, ovunque e in qualsiasi lingua. Il servizio è disponibile su qualsiasi dispositivo: smartphone, tablet e computer.

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Come ci racconta Danny Weissberg, co-fondatore e CEO di Voiceitt, il progetto è nato quando sua nonna ha avuto un ictus: “È stato davvero difficile per la mia famiglia e questo è quello che mi ha spinto a creare questo prodotto”.

I primi di dicembre 2014, grazie alla sua straordinaria efficacia ed utilità, Talkitt è stato nominato il vincitore annuale del concorso Philips Innovation Fellow, riconoscendo la società e la tecnologia come la prossima innovazione significativa in materia di salute e benessere. Questa vittoria ha concesso alla startup un premio di 60.000 dollari, oltre ai 25,235 ottenuti grazie ai contributi raccolti dalla piattaforma Indiegogo, durante la fase di crowdsourcing.

L’organizzazione della startup ha reagito alla vittoria con grande sorpresa e soddisfazione. Come ha affermato Jessica Eisenberg, Marketing Manager di Voiceitt: “Siamo onorati che Philips e i suoi dipendenti – che si sforzano di creare innovazioni significative nel settore della salute e della tecnologia ogni giorno – hanno riconosciuto i nostri sforzi per aiutare le persone a vivere una vita più piena”.

Grazie ai finanziamenti ottenuti e alla collaborazione di Philips sarà possibile ora per la startup trasformare questo progetto in realtà, al fine di renderlo effettivamente utilizzabile per tutti. Il grande successo è dovuto alla capacità del servizio di offrire un aiuto e un supporto non solo alle persone con disabilità ma soprattutto ai loro familiari, agli operatori sanitari e agli amici che quotidianamente interagiscono con loro. Attraverso questa applicazione sarà ora possibile colmare il divario tra essi, eliminando ogni possibilità di esclusione sociale.

Il successo di Talkitt, però, non si ferma qui! E’ si perché, da pochi giorni, è stato annunciato che la startup VoiceItt si è posizionata anche tra i candidati del Verizon’s 2014 Powerful Answer Award nella categoria “salute”.

Insieme a lei altre due protagoniste (Aldatu Biosciences e ORGANIZE) si contendono il premio finale per questa sezione, che verrà annunciato il 27 gennaio 2015, durante un evento che si terrà a New York.

Aspettiamo con ansia il verdetto e nel frattempo gli auguriamo buona fortuna!

La necessità di cambiare: la sfida del Digital Darwinism

#AdaptOrDie

No, non si tratta di cyberbullismo o di una nuova sfida social in stile Ice Bucket Challenge. “Adapt or die”  è l’hashtag che lega, come un fil rouge, alcune delle riflessioni più interessanti di Brian Solis sul futuro che è già realtà. Il digital analyst, antropologo e, come lui stesso si definisce, futurologo ci invita a riflettere, tra i post del suo blog e con il suo ultimo libro in uscita “Digital Darwinism”, sull’importanza del mutamento.

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Panta rei…

In un mondo, soprattutto quello digitale, che si muove veloce e nel quale il cambiamento è l’unica costante, non tutti sopravvivono.

La tecnologia modella sempre più la nostra quotidianità, il nostro modo di comunicare, condividere, scoprire, apprendere e il vero protagonista indiscusso della social revolution diventa il consumatore. All’interno di questo scenario in continua evoluzione, infatti, non tutte le aziende riescono a tenere il passo adeguando le proprie strategie e modelli di business alle nuove condizioni che si creano sul mercato. Nel processo di adattamento, la customer experience diventa il vero carburante che alimenta e genera il cambiamento.

Il richiamo alle teorie evoluzioniste di Charles Darwin diventa evocativo ed efficace applicato al mondo del business. Il processo di mutamento costante che coinvolge l’intera società costringe anche le aziende, di grandi o piccole dimensioni, a “mettersi in gioco”. Adeguarsi diventa la vera sfida per non essere schiacciati dal processo selettivo innescato dal darwinismo digitale.

Smartphones, laptops, tablets, smart watches, Google Glass, wearable technology e molti altri dispositivi non fanno altro che accelerare il cambiamento sociale. Solis, però, ci ricorda che la tecnologia è sì una parte indissolubile di ogni cambiamento, ma resta comunque un mero strumento nelle mani del vero protagonista del processo evolutivo: il consumatore.

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La customer experience e la sua mutevolezza diventano la chiave per comprendere le sfide e le opportunità imposte dal digital darwinism.

Cos’è il Digital Darwinism?

Il Darwinismo Digitale può essere definito come quel processo evolutivo che rende gradualmente obsolete e poco competitive le aziende che non sono in grado di cogliere il mutamento e si verifica quando il comportamento del consumatore evolve, di pari passo con la tecnologia e la società, molto più rapidamente rispetto alla capacità di adattamento di un’azienda al cambiamento stesso. Le compagnie che non sanno rinnovarsi, per allinearsi alle esigenze e le aspettative del cliente, diventano anelli deboli di una catena evolutiva che vede sopravvivere soltanto i brand e le aziende in grado di ascoltare il proprio cliente ed i suoi bisogni primari.

Nel processo di selezione del darwinismo digitale, sistemi e processi nel sistema economico e nella società cambiano e si evolvono più rapidamente di quanto le aziende stesse riescano ad adattarsi ed è proprio in questo scenario cangiante che ognuno diventa potenzialmente vulnerabile.

Lo stesso Brian Solis, infatti, ci ricorda che:

“Nessun business è troppo grande per fallire o troppo piccolo per avere successo.”

Ma come possono sopravvivere le aziende ai mutamenti nel mercato e nella società? La parola d’ordine diventa “adattamento“, apertura alla trasformazione imposta dallo scenario nel quale si opera, fare dell’empatia la propria strategia risolutiva di CRM. In un’unica parola: attuare una trasformazione digitale.

Digital Transformation is the key

Anche se, di primo acchito, può sembrare una semplice buzzword, la trasformazione digitale diventa la possibile risposta al darwinismo digitale sulla quale puntano quelle aziende che investono nelle nuove tecnologie e tentano di rinnovare modelli e strategie d’impresa per evolvere la propria competitività nell’era digitale.

Digital transformation non è sinonimo di uno step conclusivo di un processo, indica invece una continua scommessa per poter sopravvivere sul mercato evitando la minaccia di obsolescenza che la digital revolution porta con sè. Non basta essere presenti sui social ed amministrare brand pages su ogni piattaforma per poter rendere efficacere la propria customer relationship management. La tecnologia da sola non basta ed è questo uno dei punti cruciali delle riflessioni di Solis. La tecnologia è considerata un catalizzatore per non lasciarsi travolgere in modo inerme dal cambiamento, ma non rappresenta una soluzione definitiva. La vera anima dell’evoluzione è rappresentata dalle persone che ruotano intorno all’ecosistema aziendale, dipendenti e clienti.

Ma cosa significa davvero avviare una digital transformation?

L’impatto dei nuovi device, network, app, internet of things e tutto ciò che ruota intorno ad essi suggerisce l’idea di un futuro ricco di risorse per tutte le aziende in grado di sfruttarle al meglio per poter aumentare la propria brand awareness e stimolare un engagement sempre più profondo con il consumatore.

Recepire il cambiamento e non diventare un semplice follower del trend di turno diventa il carattere distintivo delle aziende in grado di consolidare la propria presenza sul mercato. Rinnovarsi, investendo nelle nuove tecnologie e in nuovi modelli di business, si traduce in un miglioramento della customer experience.

La trasformazione digitale pone, finalmente, al centro di tutto il consumatore.

Generation C

Il cambiamento, secondo Brian Solis, è dettato dall’evoluzione del digital customer. Un consumatore con sempre più potere, sempre più interconnesso ed iper-informato.


Social network, smartphones, tablets, gamification (da non perdere il nostro recente articolo sulla Gamification 3.0), siti comparativi, geo-location e molto altro diventano risorse che arricchiscono l’esperienza del consumatore attuale, un vero e proprio prosumer (così come Alvin Toffler lo ha definito in “The third wave” negli anni ’80) in grado di partecipare attivamente nei processi di produzione rivelandosi, quindi, il protagonista del cambiamento, la bussola alla quale brand e aziende devono rivolgersi per non perdersi nell’onda dell’evoluzione.

Volendo parafrasare il protagonista de “La Grande Bellezza” di Sorrentino, potremmo dire che il consumatore di oggi è in grado non solo di partecipare al cambiamento, ma ha anche il potere di farlo fallire, ovvero di diventare la variabile discriminante del successo di un brand e uno dei più importanti inibitori o catalizzatori della sopravvivenza di un’azienda.

La generation C, come la definisce Solis, è la nuova generazione digitale dei connected customers.

“The customer becomes a master of communication.”

Il digital customer esige un cambiamento nei modelli di business tradizionali, scegliendo tempistiche, canali e modalità di comunicazione in grado di rendere l’interazione tra azienda e cliente sempre più flessibile e pervasiva, all’insegna del “tutto e subito”. Una trasformazione già visibile nello stile di vita veloce e compulsivo del digital customer sempre più multitasking e “always on”, con una linea di confine tra sfera privata e professionale ogni giorno più labile.

Fattore C: il consumatore e il cambiamento

Lo scenario delineato dal futurologo Brian Solis suggerisce la necessità di un mutamento all’insegna dell’ empowerment di una filosofia centata sul consumatore. Rinnovarsi diventa la strategia vincente per migliorare la customer experience e i processi di brand positioning e competitività dell’azienda.

Alcune strategie in grado di generare valore per il business aziendale e la customer experience, menzionate nel recente report “The 2014 State of Digital Transformation“, possono convertirsi in vere e proprie leve strategiche di trasformazione digitale, come:

  • il miglioramento della presenza digitale (attraverso, ad esempio, costanti aggiornamenti della pagina web aziendale e delle piattaforme social)
  • l’integrazione tra social, mobile, web, ecommerce e servizi offerti per garantire una customer experience integrata
  • il miglioramento dei servizi di customer-facing technology, ovvero quei sistemi dedicati e utilizzati direttamente dai clienti
  • l’ottimizzazione dei digital touch points (i DTP di comunicazione, servizio e relazione con il cliente rappresentano un efficace punto di contatto tra cliente e azienda nel mondo digitale)
  • il rinnovamento del customer service in grado di comprendere le aspettative del digital customer (nel tentato di allineare le aspettative dell’utente con gli obiettivi di business e comunicazione dell’azienda)

E’ tempo di cambiare

Quali saranno le implicazioni del Digital Darwinism e la reale portata innovativa della digital transformation sul futuro del business è difficile comprenderlo. Ciò che sembra certo, però, secondo Brian Solis, è che nessuno può sfuggire al cambiamento.

Vi suggeriamo di dare un’occhiata al suo blog, per approndire il pensiero di Brian Solis.

In sostanza, la trasposizione delle teorie evoluzioniste di Darwin nel mondo digital diventa una metafora suggestiva. Brian Solis riesce ad evocare con forza la necessità di un rinnovamento, dettato dall’evoluzione e dall’impatto che essa può avere su consumatori e imprese, ricordandoci le parole pronunciate da Leon Megginson (Docente di Management e Marketing alla Louisiana State University), parafrasando l’ “Orgine delle specie” di Charles Darwin:

“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.”

E voi, Ninja, cosa ne pensate?

Miti e misteri del logo di Apple: come un frutto diventa il logo più famoso del mondo

Semplice, essenziale, pulito, senza fronzoli e, allo stesso tempo, ricco di fascino e mistero, il logo Apple – la mela morsicata – è l’icona del colosso mondiale di informatica fondato da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne nel 1976, a Cupertino, in California.

Per me, uno dei misteri più grandi è il nostro logo, simbolo del peccato e della conoscenza, morsicato, attraversato dai colori dell’arcobaleno in ordine sbagliato. Non si potrebbe sognare un logo più appropriato: peccato, conoscenza, speranza e anarchia

È con queste parole che Jean-Louis Gassée, manager della Apple in Francia, definì quello che sarebbe diventato uno dei loghi più iconici e riconoscibili della storia.

Non è una sorpresa, quindi, che il logo della casa di Cupertino sia stato sottoposto a diverse interpretazioni, molto spesso anche errate.

Il logo Apple tra miti e leggende

Diverse leggende metropolitane sono associate alla spiegazione del morso della mela Apple.

C’è chi vede nella scelta del logo un omaggio di Jobs all’etichetta musicale Apple Records, il cui logo è una mela verde, di proprietà dei Beatles; chi lo interpreta biblicamente leggendo la mela come frutto dell’albero della conoscenza e chi sostiene che sia un simbolo omosessuale e, indirettamente, un tributo in onore ad Alan Turing, il pioniere dell’informatica, che durante la seconda guerra mondiale venne arrestato per omosessualità e sottoposto a castrazione chimica.

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Turing, a seguito di questo triste episodio, si suicidò mordendo una mela che aveva avvelenato iniettandovi del cianuro. Bastò un solo morso ad ucciderlo e, da qui, l’ipotesi che il logo Apple fu disegnato in suo onore. Fu proprio Steve Jobs a negare questa ipotesi in un’intervista alla BBC dichiarando: “Non è vero, magari fosse questo il motivo!“.

Nessuno di questi miti, però, è veritiero. Tutte le leggende legate alla creazione del logo Apple hanno contribuito, nel tempo, a conferire un’aurea di fascino e mistero al brand, ma bisogna sottolineare che la mela più famosa al mondo non è un talismano complesso e carico di significati nascosti, anzi.

L’unica verità – che scopriremo a breve – fu svelata nel 2009 da Rob Janoff, il designer incaricato di realizzare quello che oggi è uno dei loghi più famosi al mondo.

L’origine e l’evoluzione del logo Apple

La mela Apple è nata quando Steve Jobs decise che il logo originale dell’azienda – un’illustrazione creata a mano con la china dal co-fandatore Ronald Wayne raffigurante Isaac Newton – fosse troppo complesso per essere ricordato e riprodotto e, nel 1977, decise di rivolgersi all’agenzia di Regis McKenna.

“Don’t make it cute”: fu l’unica restrizione imposta all’art director, Rob Janoff, che si occupò dell’ideazione e della realizzazione del logo Apple.

Janoff cercò l’ispirazione nella materia prima stessa del logo: acquistò delle mele al supermercato, le tagliò e le osservò a lungo. Dopo solo due settimane di lavoro, presentò a Jobs due versioni di logo: con e senza morso. Preoccupato che le persone avrebbero potuto confondere la mela con una ciliegia, si optò per la mela con il morso.

Al di là delle numerose interpretazioni e teorie che sono state attribuite, Janoff ha dichiarato che quel famoso morso fu aggiunto per un motivo puramente “visivo”, senza voler celare alcun significato nascosto o da interpretare.

Il creatore del logo Apple, in una serie di interviste, ha dichiarato che il morso è stato una scelta naturale e spontanea che fa riferimento all’atto comune di mordere la mela.

“Mordere una mela è un gesto iconico: è qualcosa di cui tutti abbiamo esperienza. Il morso sulla mela attraversa le culture: chi ha mai avuto una mela tra le mani le ha probabilmente dato un morso. Ecco tutto”.
Rob Janoff

Perchè il logo Apple nasce colorato?

La scelta di aggiungere i colori alla mela fu dettata dall’esigenza di umanizzare l’azienda e i suoi prodotti, rivolti non più solo ad un pubblico “tecnico” ma a tutti e, soprattutto, ai giovani.

Lo sviluppo del logo fu effettuato in concomitanza con il lancio dell’Apple II e il design con le strisce arcobaleno voleva sottolineare ed enfatizzare l’innovazione del primo personal computer che poteva riprodurre le immagini a colori sul monitor.

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Le bande colorate servivano, quindi, a comunicare la value proposition del prodotto. Fu proprio quando Janoff aggiunse i toni dell’arcobaleno invertiti che creò quello che divenne il logo più famoso di tutti i tempi.

Tra l’altro, la disposizione dei colori non seguì nessun tipo di logica, ma fu del tutto casuale. L’unica osservazione fatta da Janoff è che il verde sta in cima “perché è dove si trova la foglia”.

Questo è quanto è accaduto.
Nessuna influenza biblica, nessun significato recondito e nascosto, nessuna storia segreta o omaggio a personaggi celebri.

Il successo di questo brand va ricercato nell’universo del valori a cui Apple rimanda e non ai miti e leggende legati, erroneamente, all’origine del nome e del logo.

Less is more

Oggi la mela, minimal ed essenziale, non presenta più le bande colorate ed ha acquisito un’identità talmente forte da essere riconosciuta in tutto il mondo.

Il logo di Cupertino è il simbolo della creatività, del design minimalista, della tecnologia intuitiva e dell’essenzialità pura e semplice.

Apple è giovane, fresco, semplice, figo ed è proprio questo che ha generato una vera e propria comunità di fan e di Apple lovers, piuttosto che semplice clienti.

Apple genera emozioni, anticipa i nostri desideri.

Fate attenzione a mordere la mela, crea dipendenza!