6 motivi per cui l'eCommerce non può fare a meno di un blog

Obiettivo dichiarato di NinjaMarketing è proporre, attraverso approfondimenti, case study, analisi ed interviste, un approccio nuovo al modo di fare business in Italia; lo facciamo interfacciandoci con la realtà più prossima e con quelle che trainano il mondo della comunicazione e del marketing nel resto del mondo.

Questo nostro modo di proporvi contenuti fonda la sua ragion d’essere sul tentativo di veicolare le macro-discussioni a partire da situazioni conosciute al fine di migliorare quanto più possibile la qualità del lavoro svolto dai professionisti di ogni settore, stimolare le PMI ad investire sull’innovazione e la digitalizzazione del marketing per ritrovare competitività in campo internazionale.

Non di rado quindi ci capita di sottolineare quanto le nuove forme di commercio digitale, l’universo eCommerce, possa essere uno strumento efficace per la salvaguardia di tutte quelle aziende medio-piccole che in questi anni di crisi economica hanno subito un duro attacco del loro monte affari, con la perdita di migliaia di posti di lavoro e di opportunità economiche.

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La splendida analisi di Rosanna illustra come gli operatori italiani abbiano capito l’importanza dell’eCommerce come strumento di sopravvivenza e rilancio dei prodotti e servizi italiani.

Ciò non di meno sentiamo l’esigenza di aiutare le aziende a comprendere meglio come utilizzare al meglio l’online, sia da un punto di vista della produzione dei contenuti, sia della gestione più tecnica degli stessi.

Si stanno instaurando infatti, dinamiche di saturazione con aziende che aprono siti d’acquisto diretto su tutte le piattaforme disponibili nella convinzione che più punti vendita virtuali possano garantire maggiori opportunità d’acquisto da parte degli utenti.

Una sorta di digitalizzazione dell’agricoltura estensiva. Questo non genera affatto valore aggiunto alla vostra attività, il proliferare di punti vendita on-line facente capo alla stessa azienda genera più che altro dispersione di interesse.

Come fare quindi a convogliare l’attenzione dei cyber-shopper verso il nostro sito di eCommerce ?

Oggi ci occuperemo di uno strumento molto utilizzato dalle grandi aziende, di solito in partnership con i siti web istituzionali delle stesse ma, come avremo modo di spiegarvi, può produrre risultati sorprendenti anche per i siti di puro eCommerce: il blog aziendale.

La nostra analisi verterà su 6 paragrafi di approfondimento, una combinazione di aspetti tecnico/informatici e di content marketing al fine di una esposizione esauriente (speriamo) riguardo l’efficacia di un blog per incrementare le vendite.

#1 Blog e SEO: massimizzare l’indicizzazione con la creazione di contenuti

Proviamo a spiegare con un linguaggio comprensibile come funziona un motore di ricerca al giorno d’oggi. La possibilità di comparire in alto nella SERP (search engine results page n.d.R.) viene determinata da come lo spider di Google ad esempio si comporta nell’analisi di tutte le pagine web del nostro sito.

Vulgata vuole che una pagina prodotto piena di keywords rispetto alla categoria merceologica di riferimento faccia tutto il lavoro. In realtà questa operazione è assai più complessa di così e la semplicità di contenuto è, di norma, assai più remunerativa.

Vediamo quindi di spiegare quale funzione i blog aziendali possano svolgere: da cassa di risonanza e di aggregazione tale da aumentare esponenzialmente l’indicizzazione dei contenuti del nostro sito di eCommerce.

Un blog strutturato affinché rimandi attraverso i link a pagine prodotto, con approfondimenti ricchi e ben strutturati, viene percepito dai motori di ricerca come un generatore di interconnessioni di documenti. Vengono valutate tutte queste connessioni come generatori di contenuto indicizzando ogni nuovo post di rimando al sito di eCommerce.

In questo modo il traffico di utenza viene veicolato con naturalezza verso il sito di vendita utilizzando il blog come ricettore di interesse da un lato, e come generatore di link e connessioni dall’altro, col risultato di trovarsi più in alto nelle pagine di ricerca quando vengono digitate le keywords di interesse della vostra attività.

Questa valutazione dei motori di ricerca è però soggetta all’impatto qualitativo dei contenuti proposti del blog, vedremo più avanti come creare post che soddisfino i parametri dei motori di ricerca ottimizzandone gli effetti.

#2 Il Blog come intermediario tra web e vendita: gli approfondimenti

Veicolare l’utenza sul proprio blog aziendale prima e cercare di portarla all’acquisto di un vostro prodotto/servizio è un’operazione molto delicata. Spesso i blog aziendali sono farciti di post che riescono nell’intento di attrarre attenzione ( e quindi letture) ma che poco hanno a che fare con la nostra attività e quindi non generano transazioni.

Ne deriva come vengano messi online post molto graziosi da leggere o da condividere ma che non generano traffico sul sito di eCommerce. Se un lettore arriva sul blog ma il contenuto dello stesso non spinge ad alcun approfondimento è in linea di massima inutile. Dobbiamo quindi concepire ogni post come un ponte che stiamo gettando tra la nostra piattaforma di vendita ed il pubblico.

Il Blog ha senso nel momento in cui i contenuti generano valore aggiunto su argomenti di interesse aziendali ed accompagnino la curiosità dei lettori verso ciò che abbiamo loro da offrire. Un post deve quindi soddisfare una curiosità, accenderne di nuove ed incanalare questo desiderio di approfondimento affinché venga smistato attraverso l’approdo al nostro sito.

#3 Illustrare un problema ed individuarne la soluzione: un blog “racconta” i suoi utenti

Un buon blog aziendale utilizza sempre post che si aggancino alla problematiche che i nostri possibili clienti affrontano ogni giorno. Ogni lettore deve poter individuare in un case study ad esempio una situazione in cui incappa sovente, una difficoltà nella quale può immedesimarsi.

In questo senso, raccontare una storia che possa essere vista come la SUA storia, un racconto che possa poi trovare una degna soluzione attraverso un prodotto o servizio che abbiamo da offrire nel nostro sito di eCommerce.

Facciamo un esempio concreto: sono un’azienda che vende sistemi di sorveglianza e voglio cercare di vendere telecamere occultabili.

Nella pagina prodotto sul sito di vendita non posso dilungarmi sulle possibilità di utilizzo, devo essere conciso sulle caratteristiche tecniche, le specifiche di produzione, il prezzo etc. etc.

Sul blog però posso essere assai più creativo. Posso raccontare la storia di un mio committente precedente che ha deciso di acquistare una telecamere occultata nel suo negozio perché subiva furti da parte della clientela.

In questo modo, un lettore può immedesimarsi in quel racconto, trovare in quel racconto anche il suo problema, ed al contempo gli sto suggerendo una possibile risposta attraverso l’acquisto di un determinato prodotto sul mio sito.

L’esempio qui riportato indica l’importanza di concepire un post sempre dalla parte degli utenti, che si basi sulla vita di tutti i giorni, sulla condivisione di un’esperienza diretta, solo così possiamo avere una chance affinché quel contenuto attecchisca.

#4 Veicolare la discussione e rispondere alle necessità: il Blog come customer care service

Una delle difficoltà maggiori nel vendere è quella di risultare operatori credibili. Questo vale per l’off-line ma ha un valore maggiore quando parliamo delle vendite on-line.

Dobbiamo sempre tenere a mente che gli utenti, specie i non nativi digitali, tendono ad essere diffidenti rispetto a nuove forme di acquisto. Questo può succedere perchè magari hanno avuto cattive esperienze con aziende concorrenti in passato.

Come instaurare quindi un rapporto fiduciario ?

Il blog in questo senso può essere utilizzato come servizio di customer care service. Possiamo concepire un post affinchè risponda a tutte quelle domande che ci vengono fatte rispetto ad un determinato prodotto via mail, sui profili social dell’azienda, o in fase di acquisto.

Così facendo stiamo dimostrando quanto sappiamo essere ricettivi rispetto alle sollecitazioni esterno, stiamo mostrando che teniamo ai nostri clienti e che siamo in grado di fornire le risposte giuste a tutti loro. Ricordiamo sempre il principio secondo cui vendere un prodotto non è il passo finale per l’affiliazione di un cliente, è la messa in essere di un percorso nel quale quel prodotto ci lega a quel cliente per quella transazione e per tutte quelle future.

#5 L’editing corretto per una presentazione ad hoc della nostra azienda

Abbiamo descritto nei primi quattro punti quanto importante sia il contenuto e la proposizione dello stesso affinché catturi l’attenzione dei lettori.

Ma la giusta sostanza ha successo se e solo se la forma è tarata sugli obiettivi che ci siamo prefissati.

Un blog aziendale è uno strumento di lettura che si presta ad un utilizzo poco professionale se non è curato da personale formato. Chi vi scrive molto spesso ha dovuto metter mano a blog aziendali scritti come se fossero diari personali, con errori di formattazione e presentazione tali da risultare repellenti per i lettori.

Ricordate quindi di concepire un blog come se voi foste gli editor di un magazine, necessitano di post chiari, schematici quanto basta, precisi e mai ridondanti

Una veste grafica intuitiva e che smisti i lettori, occasionali e fidelizzati, verso le tematiche sulle quali vogliono approfondimenti rappresenta un must per ogni blog aziendale che si rispetti.

Un blog deve catturare l’attenzione e convogliarla nella maniera giusta, deve informare e formare l’utenza.

#6 Superare i confini della distanza: il Blog per mostrare anche se stessi

Ultimo aspetto da considerare rispetto all’importanza di un blog aziendale.

Spostare la propria attività da un punto vendita fisico ad un punto vendita on-line ampliai confini di mercato, ma provoca l’aumento a dismisura anche dei nostri concorrenti. Non possono essere solo ragioni di natura economica (prezzi scontati, offerte, coupon etc. etc.) a garantirci il successo.

Il blog aziendale a questo punto svolge una ulteriore funzione di messa in scena. Serve per portare metaforicamente noi stessi nell’universo digitale. Per essere credibili ed accessibili i nostri prodotti dobbiamo essere credibili ed accessibili noi, per farlo è utile mostrarsi sul proprio sito.

Post che illustrano le riunioni aziendali, lo staff, che raccontano le storie personali e professionali dei dipendenti aiutano il lettore a stabilire un rapporto diretto con noi. Dobbiamo far sì che loro possano dire di conoscerci nonostante abitino a mille miglia di distanza. Sapremo distinguerci da tutti gli altri perché avremo i prodotti migliori, perché sapremo ascoltare le esigenze degli utenti fornendo le giuste risposte e perché avremo mostrato loro chi siamo.

Quelle che vi abbiamo proposto sono solo sei delle moltissime ragioni per le quali un blog aziendale è uno strumento utilissimo per chi fa eCommerce, in futuro vi mostreremo alcune tecniche per la realizzazione di contenuti ottimizzati, raccontando quali blog secondo la nostra opinione svolgono a pieno le funzioni appena elencate.

Stay tuned !!

3 motivi per cui il tuo e-commerce B2B ha bisogno dei social media

e-commerce B2B e social media

La straordinaria importanza dei social media nelle moderne dinamiche di mercato è fuori discussione.

Casi di successo, dati storici e la nostra esperienza d’uso quotidiana da privati consumatori ci insegnano che sempre più i nostri acquisti, le nostre preferenze e le nostre abitudini sono influenzate dai social network e dai contenuti di cui fruiamo ogni giorno proprio su questi canali.

Un’influenza talmente vasta che non può più essere limitata al solo canale business to consumer, ossia alle aziende che propongono i loro prodotti o servizi ai consumatori finali. Anche il settore del B2B è ormai completamente coinvolto in queste nuove dinamiche di mercato ed ignorarle potrebbe essere un errore fatale per il proprio business.

B2B e social media

La direzione “social” del marketing B2B emerge chiaramente all’interno del “Social Media Benchmarking Report 2014“, uno studio prodotto da B2B Marketing con Circle Research che elenca alcuni dati estremamente significativi. In particolare, emerge sulle aziende del settore che:

– il 94% ha un profilo LinkedIn regolarmente aggiornato;

– l’89% è su Twitter;

– il 77% sceglie ed utilizza canali come Facebook e YouTube;

– il 61% ha aperto un profilo Google+.

b2b e social media

Tra le altre cose, cambia anche il paradigma con cui le aziende del B2B si approcciano ai canali social.

Non più soltanto per i classici motivi dell’acquisizione di visibilità ed incremento del traffico, ma anche e soprattutto per la Lead Generation, ossia per l’acquisizione di nuovi contatti da convertire in vendite e fatturato.

LEGGI ANCHE: E-commerce e social media: 3 idee per aumentare le conversioni

In pratica, i social media sono ormai una parte fondamentale per il successo commerciale delle aziende del B2B, che utilizzano i canali sociali per rilasciare informazioni sui loro prodotti e contenuti coinvolgenti per i loro clienti. E l’importanza di questo canale diventa ancora maggiore quando l’azienda in questione ha attivo un canale di e-commerce B2B.

In particolare, possiamo riassumere 3 motivi essenziali per cui un e-commerce B2B ha bisogno del supporto dei social media:

1. Social media come strumento di vendita

Secondo uno studio della Gartner Research, entro il 2015 il 50 % delle vendite on-line avverrà attraverso i social media.

Nonostante si possa discutere sulla visione – forse – eccessivamente ottimistica di questo studio, è fuori di dubbio che i social network siano ormai un traino fondamentale per le vendite di tutte le aziende commerciali che decidono di investire su questo canale.

I social media, per caratteristiche intrinseche, sono il contatto più diretto e personale possibile che si può creare con un proprio cliente, anche in ottica B2B. Non solo in ottica acquisizione di nuovi contatti, ma anche e soprattutto per consolidare il rapporto con quelli abituali con un impatto diretto sui risultati di vendita.

2. Social media come strumento di customer service

L’immediatezza con cui un cliente può rivolgersi ai social media in caso di lamentele o domande alle aziende è ormai un fenomeno che tutte le organizzazioni aziendali devono gestire. Nessuno può permettersi di sottovalutarne l’importanza che, inevitabilmente, tocca anche le aziende del settore B2B.

Attivare un servizio di e-commerce senza sviluppare un servizio di social care può diventare una leggerezza che rischia di avere un prezzo troppo alto.

b2b social customer care

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Nell’epoca di Facebook e Twitter, un cliente soddisfatto è un cliente che vede risolto il suo problema il più rapidamente possibile, e nessun canale telefonico o contatto e-mail potrà mai avere l’efficienza, la freschezza e l’immagine di una customer care curata tramite i canali social.

Inoltre, sarà possibile contare su una continua rete di feedback che potranno essere un volano di crescita e miglioramento costante per la propria attività commerciale e relazionale.

3. Social Media come strumento di customer engagement

Esattamente come avviene nel mercato B2C, anche per un e-commerce B2B è necessario impostare le proprie strategie attorno a risultati definiti e misurabili. In quest’ottica, l’attività di comunicazione con i clienti potenziali diventa fondamentale.

I social media sono lo strumento principe per creare un dialogo costruttivo con i clienti, così da portare ad un aumento significativo del valore che questi ultimi sono capaci di veicolare all’azienda. Grazie alla customer engagement generata dai social media, obiettivi specifici come il miglioramento dell’identità aziendale, l’acquisizione di nuovi contatti e il consolidamento del rapporto con i clienti già esistenti diventano misurabili e concreti.

Poter comprendere il grado di miglioramento che, rispetto ai target fissati, il proprio e-commerce B2B raggiunge nel tempo è un valore aggiunto inestimabile rispetto ai competitor che può trovare riscontri immediati nel successo dell’attività.

I nuovi domini Web: tra identità online e rilancio dell'economia locale

Nelle diramazioni infinite del web, in cui ogni angolo di mondo è a portata di clic ma anche sempre più affollato, sembra diventata stringente la necessità di differenziarsi ed essere identificati rapidamente, quasi a voler scacciare la paura di perdersi in arterie anonime del mondo digitale.

Questione .cloud e Aruba a parte, non è difficile infatti considerare la recente nascita di due nuovi domini web come legati da una sorta di strategia comune, espressione di un mondo multiculturale che cerca di dare voce e spazio ad identità, culture e business locali, per stare al passo con un mondo sempre più globalizzato.

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L’America latina esprime la propria identità online con “.soy”

Accolto con ironia da qualche internauta, Google ha recentemente annunciato la nascita di “.soy”; un dominio ideato, pensato e dedicato ad un’audience latino-americana e al mercato spagnolo presente sul territorio USA. Un indirizzo che si rivolge ad un target specifico, una comunità bilingue e multiculturale. Il verbo “soy” si trasforma, così, anche sul web in una keyword in grado di riunire servizi, imprese e tutti gli utenti che sceglieranno “.soy” per identificarsi in un’unica voce comune.

Come spiegato dal gigante di Mountain View all’interno della pagina ideata per la ricerca dei domini disponibili, “.soy” esprime l’identità e la voce latina sul web, offrendo “un luogo per costruire, creare e condividere contenuti”; uno spazio pensato per brand e imprese, così come per utenti che vogliano esprimere le proprie idee. A pochi giorni dal suo lancio, il nuovo dominio è stato adottato già da numerose organizzazioni, come Hispanic Heritage Fund ed Ella Institute (compagnia di supporto per le carriere professionali delle donne latine negli Stati Uniti e all’estero).

L’ironia di utenti e imprese per la scelta del verbo “soy” per il nuovo dominio

L’economia locale e la nuova risorsa “.nyc”

L’iniziativa di Google muove i suoi primi passi insieme ad un altro dominio recentemente varato dall’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers). Dopo alcune città, come Berlino e Londra, anche New York, infatti, conquista dopo anni di attesa il dominio dedicato alla propria città. Con il nuovo top level domain (TLD) “.nyc, nella Grande Mela diventa possibile identificare online qualsiasi attività locale.

Presentazione del nuovo dominio disponibile per i cittadini e le imprese di NYC

La città più popolosa degli Stati Uniti offre, in questo modo, un nuovo tool di geo-localizzazione delle imprese locali, rendendo immediata la comunicazione al cliente della presenza della propria sede. Una vera e propria risorsa che strizza l’occhio all’economia autoctona, nella continua ricerca spasmodica di visibilità tra i domini generici (ad esempio “.com”), o nazionali (country code top-level domain o ccTld), ma anche per privati e cittadini che posso scegliere di incentivare economie locali o al di fuori dell’area della Grande Mela.

I domini suddivisi per aree geografiche sembrano donare nuova linfa digital alle aziende di NYC, che strizza l’occhio ad una customer relationship più diretta e stuzzicando in particolare il settore turistico (hotel, locali, ristoranti e bar) alla ricerca di una visibilità sul territorio facilmente identificabile anche online. Per registrare un dominio “.nyc” serve fornire un indirizzo valido nella città di New York.

Cosa cambia con i nuovi domini?

Strumenti di geo-marketing e city branding, volano per la promozione del territorio e delle sue economie locali, luogohi di ritrovo e identificazione culturale di una comunità: sembrano essere queste le caratteristiche dei nuovi domini generici di primo livello (gTld), come “.nyc” e “.soy”.

Nuove opportunità e possibili fall out dei domini che fanno capolino nelle pagine web ci parlano di un mondo online sempre più affollato, semplificato e categorizzato, che crea nuovi strumenti per dare visibilità a servizi, comunità, imprese ed ogni altro tipo di esperienza online, legati a target ed aree geografiche specifiche.

Un web che rivitalizza il tessuto locale, rendendo la navigazione online un’esperienza sempre più personalizzata, adattata alle esigenze dell’utente, facendo appello ad un’identità definita, visibile e riconoscibile. Dominio diventa sinonimo di identificazione e appartenenza per gli abitanti di una grande città, un punto di ritrovo di un’intera cultura.

Recentemente Tim Berners-Lee, il papà del web, ha dichiarato:

“You affect the world by what you browse.”

E presto saranno disponibili molti altri gTld sul web, come “.church,” “.taxi”, “.kids”, “.art” e “.gay.”. Credete che questi nuovi domini possano facilitare o delimitare la vostra esperienza di navigazione sul web?

L'Oréal, YSL e il futuro degli acquisti beauty online: casi di successo di tecnologia al servizio della bellezza

Vorreste comprare un ombretto o un rossetto, ma non avete tempo o voglia di passare in negozio (perché sapete già che ne uscireste con molto più di quello che vi serviva). D’altro canto però gli acquisti beauty online vi sembrano… impersonali. Perché se è vero che l’e-commerce sta rivoluzionando il nostro modo di comprare, per acquistare determinate categorie merceologiche cedere alla virtualità è sempre un po’ più difficile.

In un mondo in cui si tende ad affidarsi sempre di più all’e-shopping la difficoltà nel restare al passo con questa tendenza potrebbe essere un problema per le case cosmetiche e per i beauty store, che fanno della customer experience una componente fondamentale capace di garantire l’acquisto, nella maggior parte dei casi.

Se non si è già consapevoli di cosa si andrà a comprare, quanto è facile portare comunque a termine l’acquisto di una crema, un fondotinta o un profumo senza avere però la possibilità di toccare e annusare il prodotto? Insomma, provate ad immaginare: se non posso sapere se quel bel rossetto mi farà sembrare o meno i denti gialli (eh già) o se quell’ombretto così carino mi spegne lo sguardo, il rischio che io utente abbandoni il carrello prima di aver terminato l’acquisto è senza dubbio piuttosto alto.

I beauty brand però possono fortunatamente contare sulle tecnologie più innovative, che in questo caso si trasformano in alleate preziosissime di un segmento di mercato che vede le sensazioni ed il touch&feel come elementi indispensabili per il cliente.

L’Oréal Makeup Genius: la beauty app che sfrutta l’augmented reality

Per rispondere alla domanda “questo trucco mi starà bene oppure no?” L’Oréal ha lanciato l’app Makeup Genius, che utilizzando l’augmented reality permette di provare i prodotti in tempo reale usando lo schermo del proprio device come se fosse uno specchio.

Dal momento che non potevamo non testare un prodotto così interessante, abbiamo passato una mezz’ora piacevole e divertente in cui, senza scollarci dal divano abbiamo (virtualmente) indossato ombretti viola, blu elettrico e verdi, rossetti dai colori shocking ed i blush che più mi intrigavano. Verdetto: l’app è pienamente promossa, segue fedelmente i movimenti del viso – ho provato a fare le boccacce, sbattere gli occhi, girare la testa – e si adatta a oltre 400 differenti tipi di illuminazioni. Come funziona? L’algoritmo utilizzato è lo stesso de “Il Curioso Caso di Benjamin Button”: una volta fatta una foto del volto Makeup Genius ne riconosce le forme attraverso una mappatura che tocca 64 punti differenti.

Questo fa sì che il trucco sembri davvero applicato sul volto, permettendo all’utente di capire se il prodotto soddisfi o meno le sue necessità per poi, ovviamente, acquistarlo; perché sì, l’obiettivo è spingere gli acquisti beauty online. Si prevede che l’app, attualmente disponibile per iOS in Usa e Francia, verrà presto distribuita in altri Paesi.

Google Glass al servizio della bellezza con YSL Beauty

Non è detto che la tecnologia non possa essere amica della bellezza anche all’interno dei negozi fisici: una partnership di tutto rispetto vede infatti YSL beauty collaborare con Google Glass, che sembra trovare sempre nuove applicazioni, dal campo medico fino a quello della bellezza. Questa unione risolve un’altra delle problematiche che, spesso, affligge chi in effetti make-up artist non è e teme di non avere la manualità sufficiente per riprodurre il look realizzato dal MUA in negozio.

Una volta terminata una sessione di trucco realizzata indossando i Google Glass infatti, il truccatore invia il filmato al cliente che potrà così ripetere i movimenti adottati e ricreare a casa propria un look professionale e personalizzato; un approccio “consumatore-centrico”, come è stato definito da Stephan Bezy, International General Manager di YSL beaute.
Inoltre il cliente potrà vedere i prodotti usati dal MUA ed ordinarli dallo store online di YSL; un ulteriore incentivo ad uno spostamento verso l’online shopping.

Acquisti beauty online: come compreremo nel 2020?

In definitiva, i dati parlano chiaro: si prevede che, entro il 2020, l’87% delle persone acquisteranno online, ed il 45% delle operazioni verranno effettuate utilizzando uno smartphone. Di conseguenza i settori merceologici sanno che si devono evolvere in questo senso: pena, il rischio di restare indietro rispetto agli altri.

Secondo una ricerca condotta da Google/Millward Brown, circa metà degli utenti intenzionati ad acquistare dei beauty products su internet non sanno da quale brand iniziare a comprare, ed il 43% delle persone consulta almeno 5 differenti siti prima di prendere una decisione. Solo un’utente su quattro sceglie di comprare online dei prodotti di bellezza. “Store e multistore online si basano sui dati del consumatore, prestandosi di conseguenza ad una maggiore possibilità di offrire un’esperienza personalizzata e coinvolgente” ha spiegato a CosmeticDesign.com Glenn Lalich,VP, Research & Analysis presso PM Digital, che non manca di sottolineare come la possibilità di immagazzinare i dati di un determinato cliente possa offrire agli online store l’opportunità di presentare i prodotti nel momento in cui questo ne ha davvero bisogno.

Staremo a vedere!

L'economia mondiale sta rallentando, in calo l'indice PMI

I produttori di tutto il mondo hanno confermato che l’attività economica sta rallentando ovunque. Gli indici preliminari dei responsabili degli acquisti di novembre, o indice PMI (Purchasing Managers Index), riflettono tutti una decelerazione o addirittura una contrazione delle attività in tutta Europa. L’indice PMI indica il ritmo con cui i direttori degli acquisti delle imprese acquistano per i loro magazzini e solitamente valori superiori a 50 indicano una espansione, mentre valori inferiori a 50 indicano recessione. L’indice composito dell’Eurozona è sceso a novembre al 51,4, in calo rispetto al 52,1 di ottobre.

L’indice PMI in Francia e Germania

Nello specifico, in Francia il PMI manifatturiero è sceso a 47,6, da 48,5 di ottobre, mentre per la Germania l’indice degli acquisti del manifatturiero è sceso a 50,0, anche qui in calo rispetto al 51,4 di ottobre. “In due parole: ancora una prospettiva nera per la Francia”, ha detto il giovane economista danese Claus Vistesen di Pantheon Macroeconomics. “La moneta unica sta lottando per guadagnarsi un po’ di crescita, con il PMI che indica che il PIL è aumentato di appena 0,1-0,2% nel quarto trimestre“, ha sottolineato Chris Williamsondi Markit. “Una quantità così risicata di nuovi ordini per la prima volta in quasi un anno e mezzo, suggerisce che la crescita potrebbe rallentare ulteriormente nel mese di dicembre”. “La Francia rimane una delle maggiori preoccupazioni, con una flessione per il settimo mese consecutivo e una diminuzione sempre più veloce della domanda di beni e servizi. La crescita in Germania intanto ha rallentato ai ritmi più bassi dall’estate dello scorso anno e la domanda resta stagnante”.

L’indice PMI in calo anche in Cina e Giappone

E le cose non vanno meglio per l’Asia. In Cina l’indice PMI è sceso a 50,0 a novembre, in calo dal 50,4 di ottobre ed anche in Giappone è sceso più di quanto previsto. Gli economisti sono preoccupati per il rallentamento della crescita della Cina già da qualche tempo e ora che gli ultimi dati PMI sono scesi ulteriormente, le previsioni sono ancora più incerte. “Le pressioni disinflazionistiche rimangono forti e il mercato del lavoro ha mostrato ulteriori segnali di indebolimento”, ha detto Qu Hongbin di HSBC. I politici cinesi potrebbero rispondere con una sorta di alleggerimento della politica sugli investimenti. Jian Chang di Barclays ha dichiarato: “Pensiamo che gli sforzi del governo per aumentare gli investimenti in infrastrutture e ridurre i vincoli di finanziamento, impediscano un crollo degli investimenti e dell’attività solo nel breve termine, con una crescente preoccupazione per molti investitori”.   Articolo originale: businessinsider.com

KLM porta in aereo un appartamento di Airbnb

KLM Royal Dutch Airlines, la compagnia di bandiera olandese, ha creato in collaborazione con Airbnb una accommodation davvero esclusiva.

Si chiama “Spacious Airplane Apartment” e si trova su un aereo, ovviamente.
Un aereo arredato per sentirsi a casa.

Sì, esatto, avete letto bene. KLM ha trasformato un MD-11 parcheggiato all’aeroporto di Schiphol ad Amsterdam in un appartamento per 4 persone, con 2 camere da letto, un salotto e 8 bagni.
Ah, e ci sono il Wi-Fi, toast, la macchina per il caffè, poltrone da prima classe e non manca anche una gradevole vista panoramica.

Il 28, 29 e 30 novembre chi vuole avrà la possibilità di passare la notte dentro questo appartamento con ali. Basta scrivere a KLM.

Certo, come in tutti gli appartamenti Airbnb ci sono delle regole della casa da rispettare:
– niente fumo (ma solo quando è accesa la spia di divieto).
– vietato arrostire i marshmallow sulle turbine.
– niente consumo di alcol.
– ricordarsi di bagnare le piante e dare da mangiare al pesciolino.
– vietato volare.
– niente scivolo gonfiabile di emergenza.
– trattare l’aeroplano come se fosse il proprio.

(sì, se anche voi avete colto un tono nonsense, non sentitevi soli)

A voi, ninja frequent flyers, piacerebbe passare una notte in una accommodation come questa?

Pizza Hut, la margherita non è più di moda

La vera pizza è davvero solo quella napoletana? Forse non più. Pizza Hut vuole dimostrarci come la nostra amata margherita non sia più un cibo di moda, ma definitivamente cambiato. Almeno oltreoceano.

La nota catena americana, dopo due anni di vendita in negativo, ha scelto di puntare su una nuova generazione di consumatori: un target più giovane ed in linea con Pizza Hut. Per farlo, ha deciso di inserire all’interno dei suo menù 11 nuove pizze, 10 nuove spezie, 6 nuove salse, un nuovo logo e nuovo packaging, per cui è diventata famosa in America, ma non solo.

Un vero e proprio cambio di rotta, dunque; ma come comunicarlo?

Pizza Hut lancia la pizza più “odiata” dagli italiani

il noto brand americano è partito dall’idea di pizza e, insieme, dallo stereotipo preferito dai consumatori d’oltreoceano per identificare gli italiani. Ma la nuova pizza americana sarà in grado di superare anche l’unica, originale ricetta napoletana. Come dimostrarlo? Andando là dove tutto è nato: nel sud Italia.
Con #Flavorofnow Pizza Hut ha lanciato una simpatica campagna di comunicazione, portando i suoi consumatori direttamente a Sorrento, dove la pizza viene ancora fatta secondo la tradizionale ricetta. Il brand americano desidera mostrare ai propri futuri clienti i motivi per cui scegliere, invece, i loro nuovi ingredienti e sapori, più originali ed innovativi.

Una nuova ricetta per Sorrento

I creatori delle nuove ricette, partiti per Sorrento, patria del tradizionale piatto italiano, scelgono di proporre alcune delle nuove idee ad un gruppo di anziani. Ma, già a prima vista, si domandano se quella davanti ai loro occhi sia davvero… una pizza!

Pizza o non Pizza?

Ai vari componenti del gruppo vengono poste alcune domande, come in una vera e propria ricerca di mercato; si domanda loro se quella che vedono è creata seguendo la ricetta tradizionale, se possono considerarla una pizza e perchè non cambiare ingredienti, per dare a tutto un nuovo sapore. A tutte le domande ognuno risponde però con un perentorio “NO”.

Troppo restii dunque a queste novità perchè, secondo la catena americana, ancora legati alle tradizioni e a idee sorpassate, tanto da non comprendere nemmeno i nuovi ingredienti proposti.

L’associazione casuale

Ad ogni personaggio viene chiesto di collegare a queste nuove pizze, il primo oggetto che gli viene in mente.
Maria, ad esempio, ha in mano un nuovo paio di “Jegging”, simbolo dei giovani e di una nuova cultura, slegata dal tradizionalismo che si respira in questo piccolo paesino del Sud Italia.

Alla fine dell’intervista uno degli anziani del villaggio riesce ad assaggiare la nuova pizza e ammette, in modo sincero la bontà ma che,purtroppo, non è una pizza a tutti gli effetti!

Pizza Hut: lo spin-off

Il marchio americano non si è però fermato qui: ha infatti creato un piccolo spin off, coinvolgendo ognuno dei protagonisti, nel tentativo di convincerli della bontà dei nuovi ingredienti.
Tra questi, la signora Maria: l’intervistatore chiede se è davvero pronta per assaggiare una nuova ricetta; ma lei, dopo averle dato solo uno sguardo, declina l’invito, in modo deciso.

La nuova campagna marketing ha scelto di lanciare il sul mercato nuovi sapori, sfruttando il concetto di Made in Italy, da sempre simbolo di qualità, ma facendolo, questa volta, in modo contrario ed originale.
I creatori delle nuove pizze sono partiti dall’analisi del target cui hanno scelto di rivolgersi: i giovani. Essi vanno contro, per indole e per età, a tutto quello che viene imposto dagli anziani; anche se si tratta di una semplice pizza. Hanno successivamente creato una serie di contenuti semplici, ma efficaci proprio perchè aderenti alla realtà, riprendendo in modo reale lo stereotipo italiano, presente in tutto il mondo.

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Il successo che sta avendo #flavorofnow è davvero notevole e certamente riscuoterà approvazioni tra i giovani statutintensi, sempre colpiti dalle rivisitazioni di alimenti tipici italiani.
Attenzione però: funziona perchè studiata per un mercato americano. Quanti italiani, infatti, sarebbero d’accordo con gli anziani di Sorrento?

La rivincita dei Chromebook: la rivoluzione Google nel settore education parte dalle scuole di New York

Quando nel giugno del 2011 fece il suo ingresso sul mercato il primo Chromebook, il mondo dei computer e dell’informatica pensò di trovarsi di fronte ad una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il settore, un po’ come fatto dalla Apple prima con l’iPod e – successivamente – con l’iPhone e l’iPad.

L’idea di avere un portatile con sistema operativo sviluppato da Google, ma diverso da Android, pensato per un utilizzo prevalentemente online e sul cloud, effettivamente appariva molto suggestiva, perché significava la fine del duopolio Microsoft/Apple. E poi si trattava di Google, l’azienda che nel 1998 ha trasformato il web in quello che conosciamo oggi, quindi di una realtà estremamente autorevole.

Flop commerciale

Nonostante le premesse, il successo commerciale non c’è stato; anzi, è stato un vero e proprio flop. La joint venture con un produttore di tutto rispetto come Samsung non è riuscita a far superare un gap evidente, ovvero che l’utente medio è abituato a una determinata impostazione grafica, a un certo modo di intendere il sistema operativo e ad una struttura dei software ormai consolidata. Inoltre, non tutti lavorano perennemente connessi al web.

Non a caso lo scorso anno la Microsoft ha realizzato, nell’ambito della campagna anti-Google denominata “Scroogled”, uno spot molto scorretto, ma estremamente divertente, nel quale ridicolizza proprio il laptop marcato Big G. I protagonisti dello spot sono i gestori del Banco dei Pegni più famoso d’America, il Gold & Silver Pawn Shop, la cui attività è al centro della trasmissione televisiva “Affari di famiglia”. Un cliente entra nel negozio con l’intenzione di vendere un Chromebook, e finisce con l’essere umiliato da Richard, Rick, Corey e Austin, i quattro membri della famiglia Harrison.

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Chromebook e New York City

Non sempre le rivoluzioni si traducono in un successo commerciale, ma possono svilupparsi in ambiti magari più settoriali, di nicchia, ma dal valore sociale elevato.

Lo scorso 18 novembre, il popolare sito americano Mashable ha pubblicato un articolo nel quale si illustra il progetto, ambizioso, della città di New York di dotare le scuole pubbliche di un Chromebook per ogni studente e professore.

Il Dipartimento dell’Educazione di New York City (NYC DoE) ha infatti approvato l’utilizzo del laptop e di Google Apps for Education (GAFE) per convertire le scuole da analogiche in digitali.

Sia chiaro: questi strumenti erano già diffusi in alcune strutture, ma si trattava dell’iniziativa di una singola scuola e di docenti particolarmente illuminati e avvezzi alle nuove tecnologie. Con questo accordo, invece, si parla di raggiungere un bacino di utenza molto ampio, 1 milione di studenti in 1800 scuole, numeri che fanno presagire uno sviluppo futuro anche in altre grosse città degli Stati Uniti.

L’incontro tra Digital ed education

Eric Sheninger, responsabile dell’International Center for Leadership in Education, ha pubblicato un post sul blog ufficiale di Google For Education, sottolineando come l’impiego dei Chromebook nelle scuole possa aiutare a sviluppare un’idea di istruzione diversa, più moderna e flessibile.

Nello specifico, Sheninger ha evidenziato i “7 modi per diventare digital leader con il supporto di Google Apps e Chromebooks”:

  1. I Chromebook sono dispositivi economici, che si avviano in pochi secondi e hanno una durata della batteria di circa otto ore. Essi consentono all’utente di riprendere un progetto avviato su qualsiasi altro dispositivo semplicemente accedendo al proprio profilo Google, e di avere l’accesso alla suite di strumenti forniti da Google Apps for Education;
  2. Google Docs consente la collaborazione in annunci, newsletter e documenti condivisi, sui quali lavorare con gli studenti di una classe, in maniera agevole, senza dover inviare file via email a tutti e perdersi nelle varie modifiche;
  3. I Moduli Google aiutano gli insegnanti e i dirigenti scolastici a raccogliere rapidamente e facilmente dati e condurre indagini. Questo strumento consente anche ai ragazzi di effettuare dei sondaggi a persone e membri della comunità e di analizzarne i risultati, che possono poi essere mostrati ai docenti attraverso grafici semplici e facilmente comprensibili;
  4. I Google Hangout sono un potentissimo supporto per attività di networking, per realizzare video conferenze, progetti di e-learning e webinar che possono essere visualizzati anche in un secondo momento. Inoltre, possono essere utilizzati come luoghi di ritrovo per gli insegnati e gli studenti con colleghi che vivono nel resto del mondo;
  5. Google Sites facilita lo sviluppo professionale del personale scolastico, che può utilizzarlo per realizzare tutorial, video e note di sessione.
  6. Google Blogger è un ottimo strumento per la condivisione di risultati scolastici e per raccontare la storia della scuola attraverso parole, video e immagini.
  7. Le estensioni di Google Chrome sono piccoli programmi che aggiungono nuove funzionalità al browser, consentono di personalizzare l’esperienza di navigazione e forniscono una grande quantità di funzionalità avanzate agli educatori.

Un nuovo modo di intendere l’istruzione

Come accennato in precedenza, il Dipartimento dell’Educazione di New York City ha sviluppato una collaborazione con Google Apps for Education che va ben oltre la semplice fornitura di beni e servizi, realizzando un sito che fornisce informazioni e risorse per le scuole che partecipano al progetto.

Altro partner fondamentale in questo processo di digitalizzazione delle scuole newyorkesi è New Vision for Public Schools, che con CloudLab lavora a stretto contatto con i dirigenti e i docenti delle scuole della città per sviluppare app, strumenti e risorse dedicate, che vanno ad integrare le estensioni già presenti in GAFE.

L’intero progetto, molto complesso e vasto, è stato sintetizzato in un video pubblicato su YouTube, della durata di appena 101 secondi.

Hal Friedlander, Chief Information Officer del NYC DoE, in un post pubblicato sul blog ufficiale di GAFE, ha così commentato  la decisione del Dipartimento da lui guidato di introdurre nelle scuole i Chromebook:

«La gente dice che le cose non possono muoversi rapidamente nel settore pubblico, ma io non ci credo. Se ci si impegna ad ascoltare le scuole, a scoprire di cosa hanno bisogno e a fissare degli obiettivi da raggiungere, le cose possono accadere.»

E in Italia? Quando accadrà? Voi cosa ne pensate? Scrivetecelo nei commenti e raccontateci la vostra opinione.

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Il segreto del successo su Facebook? A lezione da ScuolaZoo

ScuolaZoo

Mi piace, condivisioni, visualizzazioni, persone che ne parlano… se questi numeri sono diventati il vostro chiodo (e incubo) fisso vi sarete chiesti più volte quale sia il segreto per avere successo su Facebook.

Quale metodo migliore se non imparare dai migliori? ScuolaZoo logo

Secondo l’analisi condotta da Blogmeter sui Facebook Top Brands, ScuolaZoo si conferma per il sesto mese di fila al 1° posto nella classifica per engagement su Facebook, leadership confermata anche dal dato sugli autori unici.

Con un panel di riferimento delle Top Brands composto da più di 3.000 pagine Facebook italiane, ScuolaZoo ottiene, infatti, una media giornaliera di 256,9 attività degli utenti sulla pagina Facebook per ogni 1.000 fan e 120.560 commenti/post unici in un mese.

ScuolaZoo Topbrand Blogmeter

ScuolaZoo engagement Blogmeter

ScuolaZoo authors Blogmeter

La pagina Facebook del network dedicato agli studenti nato nel 2007 ha superato i 1.950.000 fan, e per la fine dell’anno è previsto che arriverà alla cifra tonda.

Quali sono, quindi, i “segreti” di questo successo? Essenzialmente due, i più importanti per una strategia di social media marketing ottimale:

  1. Conoscenza del target
  2. Qualità dei contenuti

 

ScuolaZoo infografica engagement

Conoscenza del target 

ScuolaZoo è un canale di comunicazione per gli studenti italiani e si schiera al loro fianco nella dura lotta alla sopravvivenza – e alla crescita – durante gli anni della scuola. La community sostiene gli studenti con contenuti divertenti e irriverenti, ma non solo.

Vengono, infatti, dispensati consigli e approfondimenti utili nella vita studentesca: dalle informazioni sull’esame di maturità alla scelta del percorso scolastico più adatto ad ognuno, dallo scambio di tesine alle versioni di latino, dai sondaggi alle inchieste sulla scuola.

La community, inoltre, non si ferma solo al web: merchandising, convenzioni con le cartolerie, viaggi ed eventi targati ScuolaZoo fanno sì che il network si tramuti in veri e propri amici e compagni di scuola.

Qualità dei contenuti

Come già detto, i post pubblicati da ScuolaZoo su Facebook sono tanti e vari ma soddisfano sempre la regola d’oro: content is the King.

I contenuti condivisi hanno la duplice caratteristica di non essere mai banali ed essere altamente virali. Contenuti che gli studenti reinterpretano e condividono proprio perchè vi si riconoscono.

8 consigli per rendere il tuo eCommerce competitivo come Amazon

8 consigli per rendere il tuo ecommerce competitivo come Amazon

Se lavori con l’eCommerce sei pienamente cosciente che non potrai mai ottenere lo stesso fatturato, gli stessi risultati e le stesse visite che ricevono i grandi megastore della rete. Amazon e gli altri big sono inavvicinabili per il tuo piccolo business, ma ciò non vuol dire che la tua attività non possa competere con loro.

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I punti di debolezza del tuo eCommerce

Ci sono alcuni aspetti del tuo business che fanno la differenza nell’impetuoso confronto con i giganti della vendita online:

  • Non potrai influenzare il costo delle spedizioni e nemmeno potrai offrire sempre la spedizione gratuita per tutti i tuoi prodotti;
  • Non potrai proporre tariffe inferiori al prezzo raccomandato dal produttore;
  • Non avrai grandi budget da destinare al marketing;
  • Non avrai un team di persone che rendano il tuo sito user friendly;
  • Non potrai usufruire di un canale distributivo dedicato.

Con i seguenti consigli potrai però differenziarti da Amazon e ottenere risultati di tutto rispetto!

1. Diventa un esperto nel tuo settore

I supermercati della rete hanno tutto, ma sono focalizzati sul massimizzare le vendite. Col tuo negozio eCommerce dovresti concentrarti su un determinato settore o su una nicchia di mercato, così da apparire agli occhi degli acquirenti come un negozio specializzato nel tuo settore di competenza. Molte persone preferiscono pagare anche un prezzo superiore per comprare da venditori di cui si fidano.

2. Crea una community

Concentrandoti su una determinata categoria merceologica potrai facilmente creare una community con cui potrai interagire con gli acquirenti e fidelizzarli.

3. Offri consulenza e supporto di persona

Ormai siamo abituati a comprare di tutto online, ma in caso di difficoltà o di acquisti importanti preferiamo avere un contatto diretto con il venditore. I negozi come Amazon non possono offrire assistenza di persona a tutti gli acquirenti, mentre con un piccolo sito di eCommerce è più facile comunicare personalmente con la propria clientela.

4. Abbi uno scopo benefico

Le ricerche mostrano che i consumatori prediligono i brand che perseguono scopi benefici. Sostenere una causa non è complicato, si può aggiungere un badge di supporto al sito o si possono raccogliere donazioni durante il check-out.

5. Offri prodotti di nicchia o esclusivi

I giganti dell’eCommerce non vendono tutto. Ci sono piccoli produttori che producono beni di ottima qualità e destinati a nicchie di mercato, oppure produttori locali che non possono avvalersi della grande distribuzione. Offrendo i loro prodotti ai tuoi clienti potrai vendere beni che non sono reperibili sui grandi portali.

6. Personalizza il tuo sito web

Se vendi beni ad un determinato target, puoi personalizzare il tuo sito per andare incontro ai loro gusti. Ad esempio potresti inserire dei video con approfondimenti, tutorial e informazioni sui prodotti che sono presenti nel tuo store. Amazon ha un target molto esteso e non può andare incontro alle preferenze di tutti i suoi acquirenti.

7. Consegna a domicilio

Se la tua attività di vendita si concentra in un’area geografica ristretta puoi offrire la consegna a domicilio: i tuoi acquirenti ordinano sul sito e tu puoi gestire di persona le consegne, garantendo rapidità, precisione e rapporto con i clienti.

8. Offri abbonamenti

Se i tuoi clienti hanno bisogno di riacquistare frequentemente i tuoi prodotti, offri loro delle sottoscrizioni. Sarà più comodo per loro ricevere i beni senza ripetere il processo dì acquisto e la fidelizzazione ti permetterà di avere un flusso di cassa costante.

Davide contro Golia: la strategia annulla il gap

Un piccolo negozio online non potrà mai battere i big dell’eCommerce, ma non avrà certo bisogno di fare lo stesso fatturato dei giganti del commercio in rete: i costi di gestione di un piccolo portale sono differenti rispetto a una multinazionale del settore. Come il biblico Davide, bisogna agire d’astuzia e di agilità per poter concorrere ad armi impari.

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La pianificazione strategica di una piccola compagnia si può personalizzare in maniera più efficace e si può adattare alle esigenze della propria clientela. Un business a misura d’uomo può essere molto più user friendly e portare a grandi risultati!