Le migliori università in Italia per chi intende fare impresa nel futuro


Sujan Patel, founder e CEO di Single Grain, una delle principali agenzie di Digital Marketing con sede a San Francisco, in un post apparso sul sito Business2Community prova a delineare l’identikit del perfetto imprenditore. “I’m not sure if there are any other occupations out there that require as many skills and abilities as it takes to be an entrepreneur” dichiara il CEO.

Per delineare la figura del manager di successo, Patel infatti attinge alle skills di alcuni tra i grandi imprenditori della storia. Quali sono, quindi, le competenze indispensabili per essere un buon imprenditore?

Never Be Satisfied

Come Milton Hershey, fondatore della Hershey’s, oggi una delle più grandi aziende statunitense nella produzione del cioccolato, il quale, nonostante il successo raggiunto con la sua prima attività imprenditoriale, non si accontentò dei risultati raggiunti ma puntò a migliorare e innovare se stesso e il proprio business.

Be Ambitious

Secondo Patel, i grandi imprenditori non cambiano il mondo attraverso piccole azioni ma attraverso progetti ambiziosi. Pensano in grande e scuotono lo status quo con idee oltraggiose che alterano radicalmente il modo in cui le persone interagiscono con il mondo intorno a loro. È il caso di Mark Zuckerberg, fautore del cambiamento di tutto il mondo delle interazioni sociali su internet, che è stato capace di trasformare il suo piccolo social network in un colosso mondiale della comunicazione.

Be Fearless

Patel consiglia di non ignorare la paura quando si incomincia un’attività ma di trovare un modo per gestirla, infatti, ignorarla o lasciare che questa prenda il sopravvento può seriamente impedire al business di decollare. E a questo punto riporta l’esperienza di Sara Blakely, founder di Spanx, azienda di successo che ha rivoluzionato il mercato dell’intimo femminile. Agli albori della sua attività Blakely non sapeva nulla di manifattura tessile, processi produttivi o di retail. Ma non ha lasciato che la paura la fermasse ed oggi è la più ricca e giovane imprenditrice nella storia.

Take Risks

Inutile dire che il rischio è una componente naturale di chi fa impresa, ciò che Patel consiglia è di valutare la situazione per calcolare i rischi e massimizzare il loro successo, riducendo al minimo l’esposizione del proprio business a rischi inutili. Mark Pincus, founder di Zynga, famosa social gaming company milionaria: prima di fondare Zynga,si è assunto il rischio di rifiutare un finanziamento garantito per la sua prima azienda, la Freeloader, perché, acconsentendo, avrebbe dovuto assumere un CEO scelto dall’investitore. Il founder ha preferito rinunciare mantenendo il controllo sul suo business; riuscendo comunque ad ottenere un finanziamento da un’altra fonte per Freeloader che ha poi venduto per finanziare la startup Zynga.

Follow Your Intuition

“We all have a certain amount of in-born “gut instinct,” but only those entrepreneurs who choose to hone this sixth sense and rely on it to guide their business decisions will be truly successful” dichiara Patel ispirato dalla figura di Steve Jobs che, in un’intervista rilasciata per il New York Times, attribuiva lo sviluppo del suo intuito ad un viaggio in India all’età di 19 anni: “The people in the Indian countryside don’t use their intellect like we do, they use their intuition instead … Intuition is a very powerful thing, more powerful than intellect, in my opinion. That’s had a big impact on my work.”

Know Your Vision

Imparare a vedere ciò che ancora non c’è: è probabilmente la più importante tra le skills che un imprenditore deve possedere per arrivare al successo.Ovvero, la capacità, secondo Patel, di avere una propria visione del mondo e la voglia di trasformare la realtà secondo questa visione. Un esempio di tutto questo è Bill Gates, ammirato e criticato ha comunque creato un impero economico praticamente dal nulla, fondando insieme a un amico la Microsoft Corporation.

Quale università scegliere?

È chiaro che l’identikit di un imprenditore di successo rimanda all’idea di una figura poliedrica e probabilmente indefinibile in termini assoluti ma speriamo che i consigli di Patel possano essere utili a quanti studenti neo-diplomati, ad esempio, si trovano in questo momento a dover scegliere l’università giusta per loro. Per questo ci siamo chiesti quali fossero le migliori università in Italia per chi intende fare impresa nel futuro.

Ci viene in aiuto la recente classifica de Il Sole 24ore sulla qualità delle università italiane.
La classifica mette a confronto 77 università tra statali e private, e si legge sul Sole che “sono complessivamente dodici gli indicatori sui quali si è calcolato il risultato finale: ad ogni ateneo è stato poi attribuito un punteggio basato sulla posizione conseguita. Gli indicatori sono: sostenibilità, borse di studio, attrattività, stage, mobilità internazionale, dispersione, efficacia, voto degli studenti, occupazione, qualità scientifica, competitività nella ricerca e qualità dei dottorati.

Si è proceduto dunque alla stesura di due classifiche parziali: didattica e ricerca. Il punteggio, calcolato sommando il risultato totale, è stato poi diviso per gli indicatori presi in considerazione per l’area didattica (nove) e per l’area scientifica (tre). La media dei punteggi ottenuti nella due classifiche ha determinato il formarsi della classifica generale, sulla quale didattica e ricerca hanno influito, ciascuna, per il 50% del punteggio complessivo.”

L’Università di Trento è capofila negli indicatori relativi alla didattica, mentre nel settore della ricerca fa da padrona l’Università di Verona. Un gradino più in giù troviamo il Politecnico di Milano e l’Alma Mater di Bologna. Positivi anche i risultati di Padova, Politecnico delle Marche e dell’università veneziana Ca’ Foscari, in tutti e tre i casi molto positivi sono i dati della ricerca. A Milano, la Bicocca guadagna qualche punto in più rispetto alla Statale.

A Roma, La Sapienza, prima fra le università pubbliche della capitale, si colloca però solo a metà classifica. Per quel che riguarda gli Atenei privati la triade composta dal San Raffaele, seguita da Luiss e Bocconi riconfermano le loro posizioni alte in classifica, come ogni anno.

Il confronto fra gli indicatori (didattica-ricerca) permette di individuare da un lato gli atenei eccellenti quanto a struttura, docenza, piano di studi e dall’altro le performance più brillanti sui progetti di ricerca o sulla qualità dell’alta formazione.

Sotto la classifica generale, qui il dettaglo:

Nello specifico, se siete orientati per l’ambito economico, sarà utile buttare un occhio anche alle classifiche Censis 2014 sui migliori atenei italiani, divisi per dimensione e per ambito didattico.
Il Gruppo Economico-Statistico comprende Scienze dell’economia e della gestione aziendale, Scienze economiche e Statistica.

Ecco la top ten delle università pubbliche:

1. Trento – 107.0
2. Modena e Reggio Emilia – 106.5
2. Padova – 106.5
4. Bologna – 105.5
5. Pavia – 100.0
6. Trieste – 99.5
7. Venezia Ca’ Foscari – 97.0
8. Bergamo – 96.5
9. Marche – 94.5
10. Ferrara – 92.5

Buona scelta alle neo matricole!

Ninja social oroscopo dal 4 al 10 settembre

Tremate, tremate, le astrologhe ninja sono tornate e che nessuno si azzardi a dire che l’estate è finita perché se pur qualcuno ricomincerà il suo tran tran quotidiano, questi primi giorni di settembre avranno ancora molto da raccontare.

Protagonista assoluta sarà la voglia di fare, dettata non solo dagli astri, Sole in primis, ma anche dal “back to school” perché settembre segna sempre un nuovo inizio. Per alcuni come Gemelli e Acquario il desiderio di concretezza prevarrà su tutto e tutti, per altri, come Toro e Bilancia, sarà forte il desiderio di rivoluzionare tutto: un classico intramontabile post vacanza! Scorpione, Sagittario e Vergine si culleranno nel romanticismo di gesti semplici, attenzioni inusuali  e sentimentalismi, spinti da Venere e dai colori del tramonto estivo, colori ai quali l’Ariete, disperato, proprio non vorrà rinunciare; ridategli subito una settimana di ferie, tanto a sostituirlo al lavoro ci penserà l’entusiasmo di un guerriero del Cancro o la necessità di darsi da fare di uno del Leone. L’importante sarà non contare troppo sulla presenza del Capricorno al quale Venere farà perdere la testa e dei Pesci, tutti presi a chiarire questioni in sospeso con il partner prima che sia troppo tardi.

Musica: come i trend tecnologici influenzano la filiera commerciale [INTERVISTA]

Continuiamo il discorso iniziato sul business musicale, iniziato con una panoramica sul rapporto tra musica e tecnologie a confronto con la “generazione internet” e i nuovi modelli di distribuzione in cloud. Si è visto come cambia il business musicale ai tempi dello streaming e in che modo i nativi digitali abbiano ucciso il vecchio modello dell’industria musicale, permettendo a nuovi modelli di business discografico di emergere, primo tra tutti quello legato allo streaming e al self-publishing delle proprie produzioni artistiche, persino quelle casalinghe.

Dalla prospettiva dell’impresa e della produzione musicale

In un secondo momento, invece, si è aperto un confronto tra i vari protagonisti di questa evoluzione in atto, per permettere una riflessione il più oggettiva e critica possibile: il punto di vita dell’impres è stato espresso grazie all’esperienza con Deezer, il primo servizio di streaming musicale mondiale, da Laura Mirabella, che ha parlato non solo di modelli di business, ma anche di home entertainment e human curation, concetti innovativi per chi intende investire in questo settore, alla base di un nuovo marketing musicale definito sulla base della stretta personalizzazione delle preferenze dell’utente.

Tra l’altro già con Federico Ferrandina, musicista e produttore, avevamo aperto una prima riflessione sulla musica a metà tra l’antico e il futuro, definendo la produzione musicale e discografica nel secolo dei social media e del crowdfunding come qualcosa di molto alterato rispetto al passato.

Alla prospettiva del commercio


Per offrire la prospettiva specifica di un operatore del settore, che di professione tratta strumenti musicali, prodotti per audio e home recording, interviene oggi l’esperienza di Mogar Music, azienda familiare italiana per la distribuzione di strumenti musicali nata alla fine degli anni ’80 e che, in meno di trent’anni, ha saputo ingrandirsi e internazionalizzarsi, investendo soprattutto nelle nuove tecnologie. A rispondere alle nostre domande è Roberto Ragazzo, Responsabile Marketing & Comunicazione.

Associazioni libere: se ti dico che la prima canzone incisa è una registrazione del 1878, cosa ti viene in mente?

Ecco, non ne avevo idea (si tratta del fonografo di Thomas Edison, grazie Google)!
Direi che non è trascorso moltissimo tempo da allora, se pensiamo che pittura, scultura o letteratura erano già riuscite nei secoli precedenti a “registrare” l’esecuzione di un gesto artistico a futura memoria. Kandinsky ammetteva di invidiare la musica, poiché unica forma d’arte slegata dalla rappresentazione della realtà. Credo avesse ragione.

La musica è femmina, eterea, presente ma irraggiungibile: non c’è da meravigliarsi che sia stata l’ultima a farsi “catturare” e imprigionare in un oggetto materiale per essere riprodotta in seguito.

Quali sono i trend che influenzano i nuovi modi di produrre musica attraverso la tecnologia?

Domanda difficile, ma credo che la musica sia condizionata da molti degli stessi trend che dominano il mondo delle nuove tecnologie in generale – mi riferisco in particolare a “democratizzazione” della produzione e tendenza alla mobilità e alla condivisione.
In termini di ricerca e sviluppo, gli investimenti più rilevanti attuati negli ultimi anni dai colossi del mercato mondiale degli strumenti musicali e dell’audio hanno spesso riguardato non a caso hardware, software e più in generale soluzioni per far dialogare i propri strumenti con tablet e smartphone.

Gli stessi fatturati del settore hanno seguito questa tendenza, evidenziando anche in tempi di crisi un lieve incremento per i prodotti dell’home recording, quali software per la registrazione, interfacce audio, microfoni USB o registratori digitali portatili. Un caso a parte è poi rappresentato dalle cuffie, che da prodotto tecnico destinato a un uso domestico o professionale si sono trasformate in accessorio fashion da esibire in pubblico, anche per condividere musica con gli amici.

Segno negativo, al contrario, per il comparto degli strumenti musicali puri, da chitarre e bassi elettrici alle percussioni passando per gli amplificatori, tutti messi a dura prova dagli studi casalinghi con PC e dalla sempre maggior difficoltà a trovare spazi adeguati per esibirsi dal vivo.

Aggiungiamo poi che il prezzo medio di vendita in questi ultimi segmenti è diminuito in modo rilevante grazie al miglioramento della qualità di molte produzioni orientali, che ha reso accessibili strumenti di qualità professionale a una porzione molto più larga di consumatori rispetto a qualche anno fa.
Una fortunata eccezione al trend negativo è rappresentata dalle chitarre acustiche, che conoscono da qualche anno un periodo di seconda giovinezza. I motivi? La praticità e l’economicità per chi si avvicina allo strumento, senza dimenticare la diffusione capillare di contesti live “unplugged” che consentono spazi, volumi e budget ridotti.

Self management della musica: tra i tanti modelli di distribuzione 2.0, quello ormai divenuto “mito” è l’esperimento DIY dei Radiohead con “In Rainbows”. C’è qualche esperienza italiana che meriterebbe essere confrontata a questa?

Tra i tanti, mi piace ricordare l’esempio di Elio E Le Storie Tese, dove milita il buon Cesareo, chitarrista amico di Mogar Music e storico alfiere ed endorser delle chitarre Ibanez in Italia.

Hukapan è il nome della casa discografica fondata dalla stessa band per gestire in toto le attività del gruppo. Credo sia l’esempio migliore di un perfetto dialogo tra i musicisti e il proprio pubblico, in cui è la band stessa che si occupa di abbonamenti al fan club e vendita di merchandising, accessori e discografia. Come non ricordare il celeberrimo CD Brulé, primo caso di “Instant CD” registrato live, prodotto in tempo reale e venduto agli spettatori al termine del concerto stesso? Giusto per dare un’idea di quanto fossero avanti, stiamo parlando del 2004.

Cosa danneggia di più chi lavora nel mondo della musica: la pirateria o la SIAE? Quale riforma urgente andrebbe fatta?

Credo che il termine “pirateria” sia in un certo senso superato, in un settore ormai dominato dallo streaming in contrapposizione al concetto stesso di “proprietà privata” di un brano.
Quanto alla SIAE, personalmente credo sarebbe opportuno procedere a una riforma su vasta scala del diritto d’autore, che punti in primis a una de-burocratizzazione dell’ente: potrebbero essere sufficienti iscrizioni una tantum, modulistica online e rapidità nel versamento dei compensi agli autori, sul modello di organizzazioni simili già operanti all’estero (V/PRS in Inghilterra).

Resta tuttavia il problema sostanziale della mancanza di una vera educazione musicale in Italia, che fa sì che anche paesi come la Francia, simili al nostro in termini culturali e demografici, si distinguano per una spesa pro-capite molto più alta dedicata all’acquisto di strumenti musicali.
Dove intervenire? Sicuramente dalle fondamenta, ossia dal sistema scolastico obbligatorio, ma senza tralasciare l’importanza della famiglia e degli insegnanti di musica nel trasmettere fin da piccoli il concetto di “bellezza” e dignità della musica. E perché non rendere le spese per corsi di musica detraibili, come sostiene la brava Anna Maria Dalla Valle (vera autorità in materia SIAE e affini) nel suo blog?

Il crowdfunding aiuta o danneggia il settore della musica?

C’è chi lo ritiene una forma di colletta o peggio di elemosina, chi un valido strumento per mettere in comunicazione l’artista con la propria base e fungere in prevalenza da prevendita. Credo possa essere entrambe le cose.
Come sempre, il crowdfunding è un mezzo: dipende da come viene utilizzato. Pensiamo al caso dei Foo Fighters, che hanno inserito Richmond in Virginia tra le tappe del tour dopo aver assistito al successo di una campagna di raccolta fondi sul web organizzata da un fan che voleva vederli tornare dal vivo nella propria città dopo molti anni.

Tenendo conto della crisi congenita della discografia e della necessità delle band di organizzare tour come principali fonti di reddito, penso si possano immaginare i concerti in crowdfunding “a richiesta” come una futura interessante evoluzione del panorama.

Libertà vs pragmatismo: i servizi streaming aiutano la discografia? Il monopolio delle major ha ancora vita lunga nonostante le innovazioni abbiano aperto opportunità a tutti?

I servizi streaming (da Spotify a Deezer) hanno l’indubbio vantaggio di offrire librerie sterminate di musica in streaming a costi nulli o ridottissimi. Lo stesso Youtube, usato fin dagli albori come lettore musicale, ha accelerato la tendenza e costretto i nuovi players del settore a differenziare i propri servizi. Piattaforme come Soundcloud sono diventate un mezzo irrinunciabile per un musicista o una band che voglia far conoscere la propria musica, favorendone la condivisione sui social network.

In questo quadro, credo che le major tenderanno a rivestire una funzione diversa, entrando in gioco solo in caso di artisti consolidati che richiedano budget di spesa e promozione molto più elevati di qualsiasi band emergente.

Tra editore, produttore, artista, sponsor e tutti gli altri attori coinvolti in questa filiera, chi guadagna di più in assoluto?

Questa è facile: in questo momento, nessuno! Scherzi a parte, lo scenario non è rassicurante e prefigura un inevitabile accorciamento della filiera e una considerevole riduzione della distanza tra “produttore” (in questo caso musicista) e consumatore, come sta d’altra parte avvenendo in ogni altro settore. Vincerà chi riuscirà a instaurare un canale diretto e privilegiato di comunicazione con i propri fans, “dimenticandosi” o quasi degli introiti derivanti dalla vendita della propria musica e puntando sulla diversificazione dell’offerta, con merchandising, gadget, VIP packs per concerti con la possibilità di accedere al backstage, brani singoli o interi album in edizione limitata e chissà cos’altro ancora.

Google cancella l'authorship, ecco cosa cambia: nulla!

Fine Google Authorship

Fra i tanti progetti che Google ha partorito ed abortito (ecco una lista più completa) c’è quello dell’authorship. L’authorship, implementando correttamente il rel=author nelle proprie linee di codice e collegando i vari account alla propria pagina G+, consentiva a Google di attribuire la paternità dei post al singolo autore e lo premiava mostrando sulla SERP la foto (con l’aggiunta della schiera di follower su G+, dapprima).

Poi in rapida successione e dopo varie fasi di aggiustamento (per un periodo di tempo venivano “premiati” con la foto solo alcuni autori) è prima sparita la foto a giugno e poi è arrivato l’annuncio dell’attuale portavoce di Google John Mueller che ha decretato la chiusura dell’esperimento.

Cosa cambia ora sulle SERP, ossia nelle pagine dei risultati della ricerca organica?

Nulla, se non il fatto di non vedere più l’immagine accanto al proprio post. In realtà la fotina la vedi nelle serp ma solo dalle persone che hai accerchiato con G+.

Occorre rimuovere il rel=author ? No. (Al momento no)

Ma perché allora Google ha spinto tanto su questo progetto per poi abortirlo? Nel post di Search Engine Land oltre alla storia del progetto ci sono le presunte spiegazioni alla base della decisione: basso tasso di adozione da parte di webmaster ed autori;
scarso valore aggiunto in fase di ricerca.

google plus authorship

Secondo altri tutta la storia dell’authorship sarebbe stata un escamotage per spingere ad una maggiore diffusione ed utilizzo di Google Plus. Le dissertazioni sul sesso degli angeli non ci interessano: Google è un’azienda privata che decide autonomamente cosa fare o non fare e cosa e come mostrare sulle Serp e se portare avanti o interrompere i propri esperimenti. I suoi algoritmi (anche se a volte per semplicità parliamo dell’algoritmo) vengono aggiornati centinaia di volte l’anno e nessuno può prevedere con esattezza in anticipo i risultati di un aggiornamento o di una variazione.

Che suggerimento puoi trarre dall’esperienza dell’Authorship?

Persegui i tuoi obiettivi indipendentemente da quello che ti dice Google tramite i suoi portavoce: chiediti se fare una scelta è utile o no per la tua attività e per la user experience che offri al tuo pubblico. Naturalmente, se puoi, devi cercare di progettare un sito che sia Google Friendly e cercare di seguire quando scrivi un post le regole dell’on page SEO, considerati gli enormi benefici conseguenti da un’ottima visibilità sulle SERP, ma per il resto fai ciò che è giusto per il tuo business.

Avere un sito responsive ti è utile o no? Avere una versione mobile? Usare un indirizzo https invece di http ti serve? Avere una larga base di follower ti è utile oppure no? Un guest post di valore può dare un beneficio al tuo blog? Linkare ad un articolo con un’ancora ti pare giusto o no?

Fatti sempre queste domande e non incorrerai in spiacevoli penalizzazioni, non sarai sopraffatto dall’ansia da prestazione ed alla fine verrai premiato anche da Big G!

Il "Made in China" diventa "Innovated in China"


Il made in China è sempre stato sinonimo di innovazione. Le invenzioni dei cinesi hanno influenzato la storia dell’umanità: dalla carta alla stampa a caratteri mobili, dalla bussola alla polvere da sparo. Nell’attuale epoca della produzione globale la Cina si è contraddistinta per la capacità di produrre rapidamente e a basso costo, spesso a discapito della qualità dei prodotti.

Se da una parte la Cina è il luogo di assemblaggio di prodotti d’eccellenza Package and Product Designed in Occidente, dall’altra lo è anche per quei prodotti low-cost che vengono realizzati localmente sfruttando un basso costo del lavoro, che hanno pian piano portato a screditare il “Made in China” agli occhi di consumatori sempre più informati.

La sfida dal Made in China all’Innovated in China

La Cina è uno dei mercati più importanti al mondo, ma questo non le basta, e così si è posta un obiettivo preciso: diventare Innovation Nation entro il 2020. Come raggiungere tale risultato? Abbandonando il concetto di “Made in China” per sostituirlo con “Innovated in China“.

Il paese dispone di una massiccia forza lavoro ed il governo offre forti finanziamenti per l’innovazione. Tuttavia le grandi scoperte tecnologiche continuano ad avvenire nei centri Ricerca & Sviluppo delle grandi imprese straniere. Le aziende cinesi stesse sono convinte che per crescere abbiano bisogno di integrare al proprio interno uno specialista straniero, come ha fatto Xiaomi nel 2013 soffiando Hugo Barra a Google.

Da cosa ripartire?

La maggior parte delle compagnie cinesi ritiene che innovazione sia la capacità di riprodurre gli stessi prodotti dei competitors, ma più semplici ed economici: la ricerca è focalizzata su prezzi, produzione e distribuzione. Ma i tempi stanno già cambiando, e con l’altissimo livello di competitività del mercato alcune aziende cominciano ad investire in un ciclo di Ricerca & Sviluppo a medio-lungo termine.

Le case histories dell’eccellenza “Innovated in China”

Nella lista The World’s Most Innovatives Companies stilata da Forbes troviamo ben sei società con Head Quartet in Cina: Henan Shuanghui Investment (al 24° posto in classifica), Tingyi Holding (25°), Hengan International Group (26°), Baidu (31°), Tencent Holdings (37°) ed Inner Mongolia Yili (80°).

Le firme tecnologiche come Xiaomi, Tencent e Baidu hanno trovato il loro punto di forza non nel replicare i prodotti dei competitors occidentali ma nel partire dalle idee di questi per costruirvi sopra innovativi business model.

L’applicazione WeChat, fondata dalla cinese Tencent nel 2011 e competitor di WhatsApp, non si è limitata alla messaggistica istantanea ma ha creato una piattaforma mobile in grado di offrire contenuti e servizi, in aggiunta ad un sistema di comunicazione all-in-one. Tra i primati di questa App vi è quello di essere stata la prima ad inserire nella propria piattaforma il tasto push-to-talk.

La rivoluzione digitale alla base del processo di “Innovated in China”

La Cina vanta 632 milioni di utenti online, attivi su 700 milioni di smart devices. Nel 2013 le vendite e-tailing hanno raggiunto quota 300 miliardi di dollari. Ogni giorno l’e-commerce Taobao effettua transazioni per un valore superiore ai 36 milioni di RMB (circa 6 miliardi di dollari), su Baidu vengono effettuate circa 5 miliardi di ricerche mentre centinaia di miliardi di comunicazioni avvengono su WeChat.

La conseguenza diretta di questa rivoluzione digitale è la creazione di nuovi mercati cui destinare sia prodotti che servizi, ampliando l’offerta di lavoro per chi possiede le competenze digitali. L’aumento della produzione digitale guiderà la Cina attraverso una rapida crescita economica.

Un’economia che si genera online

L’economia generata online nel 2013 ha costituito il 4,4% del PIL della Cina (un valore percentuale superiore a quello di Stati Uniti e Germania) e gli esperti prevedono che entro il 2025 la produttività derivata da internet possa raggiungere il 25% del PIL.

I settori su cui la rivoluzione digitale andrà ad impattare maggiormente sono:

l’elettronica di consumo, attraverso la creazione di nuovi mercati per smart devices e l’implementazione della banda larga  

l’industria automobilistica, un mercato che sta ancora prendendo forma e che già si interfaccia col web. Skoda e Volkswagen stanno sperimentando la vendita delle auto attraverso i loro portali ufficiali e sono già nate piattaforme come BitAuto e AutoHome, dedicate al commercio verticale delle vetture

l’industria chimica, in questo settore internet è in grado di veicolare la catena del valore ed ottimizzare i processi produttivi al fine di sviluppare prodotti sofisticati in modo rapido e con costi contenuti

i servizi finanziari, la scelta di usare il web comporterà per le aziende una riduzione dei costi associata all’espansione in nuovi mercati. Come ? Attraverso l’invio di un’ingente numero di dati in tempo reale alle banche che saranno così in grado di valutare gli investimenti riducendo assai il margine di rischio

il settore immobiliare“dal mattone al click”, un passaggio obbligato non solo per chi cerca casa ma anche per costruttori ed agenti immobiliari. Le nuove tecnologie impatteranno anche nel settore alberghiero: i viaggiatori saranno sempre più in grado di mettersi in contatto con privati che affittano le proprie abitazioni a discapito degli hotel.

l’assistenza sanitaria – internet renderà il sistema sanitario più efficace fornendo tecnologie in grado di migliorarne la gestione, la telemedicina ed il monitoraggio remoto. La qualità delle cure migliorerà anche grazie alla possibilità che verrà data agli utenti di votare e revisionare ospedali e medici.

Perché tutto ciò sia possibile il governo e le aziende dovranno però affrontare questioni di rilievo quali la tutela della privacy, la gestione della condivisione dei dati, la liberalizzazione dei mercati, lo sviluppo di forza lavoro altamente qualificata e l’espansione della rete di infrastrutture internet.

Sfoglia, condisci e inforna: ecco il ricettario design tutto da gustare!

Se siete cresciuti a pane, lettering e design ma non si può dire altrettanto della vostra abilità ai fornelli, lo studio tedesco Korefe ha una piccola chicca pensata proprio per voi: The Real CookBook, il primo ricettario commestibile realizzato al 100% con pasta fresca!

Racchiuso all’interno di un packaging estremamente minimale, l’innovativo libro di cucina vi insegnerà passo dopo passo a preparare una gustosissima lasagna in un modo che dire immediato è dire poco!

Lo apri, lo leggi, lo sfogli, lo condisci con gli ingredienti necessari, lo richiudi e lo inforni: ed ecco che la cottura trasformerà il vostro ricettario in una lasagna non-conventional con tanto di decorazione omaggio alla typography!

Avete già l’acquolina in bocca? Saziate intanto la vista con questi scatti niente male!

Macchianera Awards 2014: si parte con le votazioni!

Macchianera Awards 2014

9 edizioni di successo crescente, 35 categorie in gara, oltre 170.000 voti singoli ricevuti nella prima fase di selezione del “red carpet”, il meglio della rete (e non solo) racchiuso in un’unica kermesse: i MIA (“Macchianera Italian Awards“) rappresentano senza dubbio i premi più prestigiosi del web e per il web italiano.

E ad assegnarli siete proprio voi! Potete votare (anche alla fine di questo post) i vincitori dei #MIA14 fino a giovedì 11 settembre. Dalla rivelazione dell’anno al miglior sito cinematografico, passando per la miglior community fino alla “polemica dell’anno” e al miglior hashtag. Senza dimenticare, ovviamente, la migliore pagina social del 2014.

La premiazione dei 35 vincitori avverrà durante un grandissimo evento: la Festa della Rete (meglio nota in passato come BlogFest), che si terrà a Rimini dal 12 al 14 settembre. In particolare, il gran galà del web è fissato per il 13 settembre alle 21 al Teatro Ermete Novelli di Rimini (l’ingresso è gratuito).

Per quest’anno una piccola novità sui premi: accanto ai 35 premi ufficiali, decretati dagli utenti che voteranno online, si affiancano 22 categorie che simboleggiano i premi che la rete assegna agli altri media. Anche in questo caso i nominati sono stati scelti dagli utenti del web, ma i vincitori saranno decretati da una speciale ”Academy” composta dai vincitori delle precedenti edizioni dei Macchianera Awards.

Attenzione alla votazione: per far sì che il voto risulti valido è necessario scegliere un nickname (il vostro nome reale o uno di fantasia), un indirizzo email valido e accettare l’unica condizione di votazione (ossia votare per almeno 10 categorie diverse).

E ora scatenatevi! I #MIA14 attendono i vostri voti!

3 libri su social e digital media da leggere al rientro dalle ferie estive

Mentre per molti il rientro dalle ferie coincide con momenti di panico e tristezza nostalgica, altri lo vedono piuttosto come un periodo per riorganizzare forze e risorse e ripartire al meglio anche in ambito professionale. A proposito, sicuramente libri e manuali possono diventare fedeli alleati per crescere e aggiornarsi.

Ecco allora una lista di 3 tra i libri in ambito social e digital media a nostro avviso più interessanti in circolazione, di recente pubblicazione e da non lasciarsi sfuggire.

Li elenchiamo in ordine sparsi, senza una classifica anche per via delle differenti tematiche trattate: pronti? Iniziamo!

1. Branded Content. La Nuova Frontiera della Comunicazione d’Impresa

Cosa sono i branded contents, e perché diventano fondamentali per la comunicazione di marche e aziende? Di questi temi (ma non solo!) tratta “Branded Content”, il manuale scritto a quattro mani da Joseph Sassoon e Paolo Bonsignore. Ricco di stimoli teorici e casi pratici, il libro si rivela una guida molto efficace per i marketer più innovativi, che desiderano saperne di più di questa prospettiva di frontiera che integra al meglio storytelling e content marketing. Imperdibile! 

 

2. Web Usability. Guida Completa alla User Experience e all’Usabilità per Comunicare e Vendere Online

Se nel primo manuale consigliato si parlava di storytelling aziendale e strategie di content marketing innovative, qui si tratta il tema (forse più tecnico) della user experience delle piattaforme/interfacce web. Quando è che un sito web ‘funziona’? Quali azioni, accorgimenti e strategie occorre implementare al meglio per fare in modo che i progetti digitali non si trasformino in un vero boomerang? Se siete del settore o anche solo appassionati del tema Web Usability, il manuale scritto dagli esperti Jacopo Pasquini (aka Doctor Brand) e Simone Giomi, si trasformerà ben presto nel vostro migliore alleato professionale. Da studiare!

3. Generazione 2.0. Chi Sono, Cosa Vogliono, Come Dialogare con Loro

Ve ne avevamo già parlato a inizio estate, ma lo ripetiamo volentieri: “Generazione 2.0” di Federico Capeci è un libro molto interessante, che attraverso una ricca mole di ricerche e spunti chiarisce i principali tratti della nuova generazione di utenti e consumatori. Non sveliamo nulla, se non che il quadro sulla Net Generation delineato nell’opera è molto più ottimista e roseo rispetto ai tanti luoghi comuni che, causa anche la crisi, si stanno diffondendo con insistenza tra i più e non solo in Italia. Il resto è da scoprire: molto utile!

3 libri per un rientro ricco di idee e stimoli!

In questo articolo di fine estate ne abbiamo approfittato per consigliarvi alcune letture dedicate ai social e digital media. Non vi resta che leggere le recensioni, farvi un’idea e correre ad acquistarli.

Knowledge for change: be Ninja!

Instagram Hyperlapse: ecco come funziona realmente

Hyperlapse Instagram

Per rendere meno doloroso il rientro dalle vacanze, Instagram ci ha fatto trovare un nuovo giocattolino: Hyperlapse.

L’app è disponibile da meno di una settimana – per ora solo su dispositivi iOS – e promette di trasformare il vostro iPhone in una macchina fotografica professionale con cui realizzare time-lapse, potendo contare sulla stabilità di una steadycam. Facciamo un po’ di chiarezza in mezzo a tutti questi termini tecnici! Da Wikipedia, la definizione di time-lapse:

“Dall’inglese ‘time’: “tempo” e ‘lapse’: “intervallo”, quindi fotografia ad intervallo di tempo, o semplicemente time-lapse, è una tecnica cinematografica nella quale la frequenza di cattura di ogni fotogramma è molto inferiore a quella di riproduzione. A causa di questa discrepanza, la proiezione con un frame rate standard di 24 fps fa sì che il tempo, nel filmato, sembri scorrere più velocemente del normale.”

Se ancora non ci siamo, ecco qui come molti di voi hanno scoperto questa tecnica: Madonna, Ray of Light, 1998.

(Lo sappiamo, avremmo anche potuto mettere il video di quattro anni prima di Biagio AntonacciNon è mai stato subito – a cui pare che Madonna si sia ispirata, ma questa è un’altra storia!)

La steadycam invece è il celebre corpetto con braccio reggi macchina da presa inventata a metà degli anni settanta dall’operatore Garrett Brown – sul set di Shining di Stanley Kubrick – per rendere i movimenti della camera più fluidi, senza i classici tremolii e vibrazioni di una ripresa a mano.   Garrett Brown Illustrate le caratteristiche di questa nuova app, non ci rimane che domandarci se Hyperlapse fa davvero quello che dice.

Non esattamente.

Ci spieghiamo meglio: come lo stesso Instagram suggerisce, questa applicazione è solo una sorta di time-lapse che anziché realizzare degli scatti fotografici riproposti poi a 24 frame al secondo, realizza video velocizzati con camera in movimento. L’effetto è simile, ma non il medesimo. Se sperate inoltre di poter catturare l’arco di nascita e morte del sole durante l’arco delle 24 ore, sappiate che non potrete farlo a causa della durata massima di ripresa di 45 minuti.

Una volta catturata la vostra sequenza, non vi rimarrà che scegliere a che velocità riprodurla – da 1x (come l’avete girata) fino a 12x – e poi condividerla subito su Instagram o Facebook, oppure salvarlo sul telefono per condividerlo in un secondo momento sui canali video più famosi (Vine, Vimeo, Youtube).

I video che possono essere realizzati sono comunque molto divertenti, a patto che troviate situazioni interessanti da riprendere 😉

La funzione stabilità, invece, funziona in modo splendido e garantisce un tocco di professionalità ai vostri filmati (ma pare che questa opzione diverrà obsoleta non appena uscirà l’iOS8 di Apple).

La nuova creatura di Instagram è, quindi, di certo un bel giocattolino, ma poco di più, e dubitiamo possa diventare un’app tra le più utilizzate. Rimaniamo ovviamente in attesa di essere smentiti dalla creatività degli utenti, vero effetto speciale in più che potrebbe farci affezionare a Hyperlapse.

Per il Made in Italy è un momento d'oro… negli Usa

L’export per il made in Italy in Usa cresce nel 2014

Per quanto si continui a parlare e scrivere di mercati emergenti e soprattutto dell’inarrestabile crescita della produzione made in China, che si appresta a diventare la prima al mondo, ci si riferisce ad una fascia di consumatori di massa, che scelgono il risparmio nel breve periodo alla vita utile degli acquisti. Cina è anche consumo  e turismo di lusso, ma mai quanto quest’anno il mercato trainante per la nostra produzione nazionale sembra essere l’America.  Nel 2014 infatti l’export a stelle e strisce di prodotti made in Italy segna un +20% nel mese di giugno, se comparato all’esercizio precedente, arrivando a sfiorare i 29 miliardi di vendite.

Il target su cui puntare negli Stati Uniti

Non si tratta solo di lusso made in Italy, dei cosiddetti High net worth individuals, con patrimoni superiori al milione, si tratta anche di quel segmento di mercato a cui Federico Rampini ha dedicato un libro per le nuove generazioni “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. Manifesto generazionale per non rinunciare al futuro.” La visione di un italiano in America, di come siano trattati diversamente i baby boomers al di là dell’oceano, visti in Italia come i responsabili della crisi che non si schiodano dalle proprie poltrone. Visioni diverse per portafogli diversi, in Europa l’1% della popolazione possiede l’11% della ricchezza, negli Stati Uniti è più del triplo, il 36%.

Investimenti diretti in made in Italy

L’interesse degli americani verso il made in Italy non è solo relativo alla nostra produzione, a volte arriva ad investire nella sua tutela, e nel suo processo di digitalizzazione, come testimoniato dall’iniziativa di Google per l’eccellenza nel web in collaborazione con Unioncamere. E non solo gli americani investono nella  nostra formazione , la coreana Samusung ha infatti un progetto analogo con il programma Maestros academy, per supportare la nuova generazione di artigiani.  Non che gli italiani non siano da meno, anzi, è proprio grazie all’iniziativa privata del gruppo Tod’s e della famiglia Fendi che due importanti monumenti romani come il Colosseo e la Fontana di Trevi sono in corso di restauro. I simboli della Dolce Vita felliniana che continuano ad affascinare il pubblico del nuovo mondo, tanto da riconoscerci la tanto agognata statuetta d’oro per la Grande Bellezza.

Made in Italy e start up

Gli imprenditori europei sono sempre attenti alle idee di successo americane,  le startup in particolare sono spesso incoraggiate a realizzare delle copie di business già validati, i cosiddetti copycat. Proprio gli investitori sono più rassicurati dalle idee di successo a stelle e strisce, rispetto a business completamente inesplorati, si è praticamente esortati a dire che si sta copiando qualcun altro. Ma i copycat possono essere realizzati da chiunque in qualunque parte del mondo, adattandoli al proprio mercato, magari con l’auspicio di essere acquisiti.

Conviene quindi puntare sul made in Italy, come la maggior parte dei programmi di accelerazione degli incubatori italiani suggeriscono ?  Fare leva sulla nostra risorsa chiave per  essere più credibili all’estero presentandosi con un biglietto da visita tricolore. Senza pensare solo a moda e food, valutando tutte le singole eccellenze come segnalato dalla campagna di comunicazione Italia Caput Mundi ed approfondito con puntate di storytelling dedicate al genio italiano.

Del resto, se “made in Italy” fosse un brand riconosciuto, rientrerebbe nella famosa classifica Interbrand, e si piazzerebbe tra le prime posizioni con Coca Cola, Apple  Google.