Inglese Abbigliamento, quel made in Italy che piace alla Royal Family [CASE HISTORY]

Quando si scoprono storie come quella di Angelo Inglese, a capo di una sartoria italiana tipica e frutto di un’attività di famiglia che risale alla nonna, sembra di vivere un pezzo di storia italiana che ci appartiene ma che, oggi, fatichiamo a riconoscere come nostra: quella legata al made in Italy.
Ho avuto la fortuna di conoscere Angelo durante il TEDxMatera, in quanto uno degli speaker invitati ad intervenire sul tema dell’ossimoro antico-futuro grazie al quale si può parlare di recupero della tradizione e slancio all’innovazione in un rapporto di sostenibilità di cui l’Italia ha sicuramente molto bisogno.
Non è stato un caso, quindi, che oltre a professionisti italiani famosi nel mondo come Federico Ferrandina, Alex Giordano, Barbara Serra o Takoua Ben Mohamed, proprio Angelo Inglese venisse chiamato a portare il suo punto di vista in merito.

Inglese Abbigliamento, che Angelo Inglese porta avanti, infatti, è un’impresa artigiana originaria di Ginosa, un comune che si trova in un confine periferico del nostro Paese, tra le regioni Basilicata e Puglia, che è riuscita a portare il suo lavoro nel luxury internazionale senza stravolgere le regole della conservazione artigiana del lavoro fatto a mano, su misura, così come insegnato dai suoi fondatori.

La storia di Angelo Inglese


Nata nel 1955 per opera di Giovanni Inglese, con una mamma sarta, è con il subentro del figlio Angelo Inglese, giovane caparbio e ambizioso, che la sartoria di famiglia viene fatta conoscere a tutto il mondo. Nella sartoria del padre, Angelo ha imparato sin da piccolo i segreti primari dell’antica arte di creare camicie “hand made”, cioè che nessuna macchina al mondo saprà mai sostituire il vero lavoro sartoriale che l’uomo ha fatto, fa e farà anche in futuro con le proprie mani.

Così Angelo inizia il lavoro di comunicazione, quando Internet era ancora molto poco usato, costoso e lento: seguito dalla moglie, Graziana D’Alconzo, durante il giorno girava dei piccoli video in sartoria, riprendendo tutte le singole fasi della lavorazione, dal disegno dei modelli, il taglio a mano dei tessuti fino alla cucitura a mano delle rifiniture, e di notte li inviava ai clienti più importanti del mondo. Incoraggiato dal suo maestro, Antonio Ribiecco, a realizzare qualcosa di suo proprio nel momento in cui Angelo era meno sostenuto, e il marchio rischiava di essere venduto, la sua convinzione era che proprio questi clienti avrebbero saputo apprezzare un lavoro così curato e realizzato non in una grande azienda, bensì in una piccola bottega del sud Italia, che ha rinunciato a spostarsi nelle grandi aree industriali e commerciali del mondo, per restare invece fedele al territorio.

Partendo dalla consapevolezza che l’artigianato sta scomparendo, grazie al recupero e al restauro delle pratiche e degli utensili artigianali, l’idea di Angelo Inglese è creare direttamente qui in Italia la filiera di grandi imprese artigiane che, insieme, fanno grande il made in Italy.
Mettendo in connessione le vecchie botteghe dei maestri sarti, con le nuove dei designer, Angelo prova a tenere in vita l’artigianato dando l’opportunità ai giovani di imparare un mestiere.

Il marchio creato da Angelo rappresenta tutta la sua vita, così come il centro da cui partire per realizzare le sue idee più grandi: i primi a rispondere positivamente al lavoro di sensibilizzazione su Internet sono stati i clienti giapponesi che iniziarono ad acquistare i capi spinti dalla passione con cui venivano comunicati.
Una volta fidelizzati grazie all’effettiva qualità che constatavano ricevuti i prodotti, hanno cominciato ad organizzare veri e propri “shopping travels” per vedere con i propri occhi con quale arte venivano realizzati i capi che avrebbero indossato.

Famoso divenne l’episodio del premier giapponese, noto cliente della sartoria, a cui capitò di indossare una camicia, che non ebbe successo di critica, e che fu riferita erroneamente al marchio di Angelo Inglese, che nel dimostrare invece poi quali fossero le camicie prodotte dalla propria azienda, ottenne un momento di grande visibilità mediatica, esattamente come poi è accaduto nel caso del principe William d’Inghilterra. Proprio la curiosità che ha destato l’interesse del principe, infatti, rimasto affascinato da una tradizione tramandata di generazione in generazione con tanto amore per il proprio lavoro, ha determinato la sua volontà di farsi confezionare la camicia per il Royal Wedding proprio da Angelo Inglese.

Progetto molto interessante è l’apertura di una scuola di formazione, il cui intento è tramandare l’arte artigiana alle nuove generazioni.

Digitalizzazione, internazionalizzazione, una comunicazione autentica mista alla pura curiosità verso tutti gli strumenti di networking sono stati i punti determinanti del successo di Inglese Abbigliamento: alla luce di questa bellissima escalation, ho avuto il piacere di scambiare qualche opinione con Angelo e queste sono state le risposte ad alcune mie domande.

Cosa significa, oggi, recuperare gli antichi mestieri?

Angelo Inglese e sua madre in sartoria

Parlare di antichi mestieri oggi non significa solo cercare di rinnovare una tradizione artigianale che rischia di andare perduta per sempre, ma anche realizzare una sintesi concreta e contemporanea dell’esperienza secolare dell’ingegno e del lavoro degli uomini, che hanno reso i manufatti e lo stile di vita italiano, celebri in tutto il mondo.

Artigianato e made in Italy: come vivi questo rapporto considerata la panoramica di crisi economica che mette in ginocchio sempre più imprese tipiche italiane?

L’artigiano sarà l’ingegnere del futuro: dovrà acquisire un ruolo sempre più importante e difficilmente sostituibile nello scenario competitivo, sicuramente cercando di aggregarsi ad una filiera, raccontando quello che realizza, affascinando il consumatore.

Personalmente, sto puntando su un percorso di turismo sartoriale: un luogo, un’idea per poter esprimere al meglio il lavoro, la filosofia, i progetti e l’ospitalità. Abbiamo inziato eseguendo un restauro conservativo della nostra futura sede, nel pieno rispetto dei canoni storico-architettonici, risaltando e non alterando gli aspetti naturalistici e paesaggistici del centro storico del nostro paese, inoltre stiamo cercando connessioni con territori simili per caratteristiche a quelli della Puglia, come per esempio la Basilicata.

Cosa significa, dal tuo punto di vista, far eccellere in digitale un’impresa artigiana?

Noi italiani siamo conosciuti nel mondo in maniera generica per la creatività, i tanti prodotti artigianali, lo stile di vita e la cultura dei luoghi.
Attraverso il web, tante piccole e medie aziende, ma anche le piccole botteghe, potrebbero far conoscere il proprio sistema di lavorazione, le proprie peculiarità, il territorio da cui provengono questi manufatti.

Se potessi proporre politiche attive, in che modo aiuteresti l’internazionalizzazione del marchio made in Italy?

Proporrei la promozione dei valori e delle risorse del territorio, mettendo insieme giovani web-marketing e maker, artigiani e piccole imprese. Lanciando continui massaggi e storie imprenditoriali attraverso il web, mettendo a disposizione un pacchetto di servizi e informazioni per presentare i propri prodotti ai mercati internazionali.

Qual è il rapporto della promozione del tuo lavoro e i social network?

Il profilo Instagram di Angelo Inglese

I social hanno un’importanza fondamentale, ci offrono quotidianamente la possibilità di instaurare un dialogo diretto con il mondo, raccontare quello che accade in tempo reale nella nostra sartoria, pubblicare foto di modelli appena realizzati, interagire o ricevere immediatamente apprezzamenti o critiche: un’invenzione fantastica.

Qual è il messaggio che ci tenevi restasse in eredità al TEDxMatera?

Si tratta di un’idea che ebbi circa quindici anni fa, quando presi le redini della sartoria di famiglia e decisi di aprirmi al modo esterno, internazionalizzando questa attività puramente artigianale e tradizionale, usando anche i pochissimi mezzi digitali a disposizione, con l’unico intento: mai trasformare il metodo di lavorazione.

La chiamata alle armi di Second Life: back to the future

Philip Rosedale, fondatore Linden Lab

Di Ivonne Citarella – Sociologa e Second Lifer

Il 15 maggio si è tenuto un meeting organizzato in Second Life da Giulio Prisco dal titolo Back to the future in the Metaverse, per discutere di rinascita virtuale e di iniziative future come conferenze, eventi in realtà virtuale o mista e di progetti educativi. Con lui, a presenziare il meeting, Philip Rosedale, Ben Goertzel, Stephen Larson, Christopher Benek, Natasha Vita-More e David Orban.

Questa conferenza rappresenta un balzo in mondi futuristici così tanto vicini quanto anche lontani dalla nostra quotidianità. Pura “possibile” fantascienza!

Si sente nell’aria che siamo davanti ad una svolta epocale e la stessa Second Life così com’è, compresa o mal compresa per le sue potenzialità, sarà probabilmente soppiantata da un nuovo futuristico mondo virtuale, forse alla portata di tutti in termini di approcci intuitivi, costi e quant’altro.

Ma proprio davanti a questo immaginario futuristico, peraltro molto affascinante, ho formulato una riflessione, anche alla luce di un filmato che gira su Facebook, in netta contrapposizione con l’oggetto del meeting, che esalta la tecnologia, in cui si afferma che essa al pari dei social network contribuisca all’isolamento dell’individuo dal resto del mondo, illudendolo con relazioni sociali non vere.

Ciò può essere vero nella misura in cui, io, per fare un esempio, usassi Facebook, al solo scopo di collezionare un gran numero di amici, senza ricercare con essi alcun tipo di relazione/interazione.

Ben diverso, invece, è per tutti quelli che come me, grazie a Facebook, hanno rincontrato o sono stati ben lieti di riabbracciare, non solo virtualmente, vecchi amici persi di vista. L’avere loro notizie mi ha reso contenta.

Da qui, quindi, la mia domanda: che impatto ha avuto questa tecnologia sulla mia vita in termini di relazioni sociali? In che modo essa è stata utile a me stessa e a chi mi sta vicino?

Ebbene, ripensando ai miei timidi passi nel web e nel mondo dei social network, la mia natura molto socievole ha fin da subito condizionato l’introduzione del loro uso e quale di essi usare nella mia vita quotidiana. Infatti, secondo me è proprio nella tecnologia intrisa di socialità che a mio avviso si può dare un senso ad essa, e non diversamente. Naturalmente, differente è quando si parla del mondo del lavoro nel quale la formalità è esplicitamente ricercata.

La mia scelta, quindi, mi ha posto incondizionatamente ad una distanza abissale con quanto il video, di cui sopra, asseriva.

Tutti gli strumenti tecnologici mi sono serviti e li ho utilizzati come mie estensioni arricchendomi di valori, oltre che, di informazioni che, in verità, possono anche restare sterili se fini a se stesse. La conoscenza, a mio avviso, è bella se condivisa.

Ogni strumento o luogo ha valore se mi riconduce al fine che mi appartiene come essere umano che è quello di socializzare.

Ad esempio, a lungo si è discusso sulla questione di Second Life se esso sia o non sia un social-network. Di sicuro è nato come un investimento fruttuoso nel mondo degli affari ma ciò che ha tenuto, più dei ritorni economici, a undici anni dalla sua nascita, è stato l’avere creato al suo interno una comunità forte e coesa.

Non a caso, nel meeting Go back to the future in the Metaverse, Philip Rosedale ha accennato agli esperimenti tecnologici che si stanno conducendo al fine di animare l’avatar emotivamente con l’uso di espressioni facciali.

Si sa che la comunicazione si basa anche sulla gestualità del nostro corpo e emotivizzare gli avatar la dice lunga in termini di socializzazione nei mondi virtuali e… credetemi è così ed anche di più!

Nel prossimo post vi parlerò della seconda edizione del Salerno in Fantasy!

Stay tuned!

A Napoli "Pizzaioli vs StartUpper" si sfidano nel food [EVENTO]

Mercoledì 28 maggio, in concomitanza con il Pizza Festival di Napoli, avrà luogo “Pizzaioli vs StartUpper“, il primo evento per promuovere la creatività e l’innovazione “made In Naples” in maniera non convenzionale e trasversale del mondo food.

C’era una volta la Napoli della Pizza Margherita, la nostra tradizione più conosciuta nel mondo. Oggi Napoli conserva, tutela e trasmette la sua tradizione, ma è anche cucina d’innovazione, di nuove idee che diventano tendenze attraverso percorsi e storie innovative e trasversali che vedono sfidare tutti i talenti del Made in Naples.

Cosa prevede il format

Pizzaioli contro StartUpper è un’idea, del progetto ComArtUp, lanciata da Antonio Prigiobbo e Luigi Carbone, raccolta dagli organizzatori di Pizza Festival, per far incontrare mondi produttivi diversi che contaminandosi possono collaborare per rafforzare i loro talenti e le loro imprese e, così, contribuire a promuovere la città.

Pizzaioli contro StartUpper è un’occasione unica per un pubblico di affamati e folli di vedere a confronto 5 Pizzaioli e 5 Startupper, innovatori made in Naples, che si sfidano in scontri 1 to 1 con Elevator Pitch: una presentazione con proiezione di 10 schermate della durata di 5 minuti.

Giudica un Gran Giurì composto da food blogger e esperti food e innovazione, ma gli assaggi di pizze e app sono per tutti.

Perché partecipare

Antonio Prigiobbo, coautore del progetto, esperto di design e marketing dell’Innovazione, ideatore di VulcanicaMente e coautore di NAStartUp, afferma che “Napoli da sempre è la metropoli della creatività e della solidaritetà, con Pizzaioli vs StartUpper vogliamo promuovere che gli innovatori di qualsiasi provenienza si sentano più connessi e della stessa famiglia, perché tutti possano scegliere liberamente di sviluppare sfide nel nostro territorio, senza dover sognare necessariamente di portare la propria pizzeria o idea in America, quando qui siamo nella creative valley!”

Luigi Carbone, coautore del progetto, assessore della seconda municipalità aggiunge a queste parole che “Pizzaioli vs StartUpper è una contaminazione culturale, con scopi non agonistici, ha come obiettivo la diffusione di idee che meritano di essere condivise; serve a collegare le community (in questo caso di Pizzaioli e di Startupper, ma non solo) di persone che credono nella possibilità di creare un futuro migliore, particolarmente sensibili e attente ai temi della creatività e dell’innovazione. Sempre di più i vecchi mestieri devono sviluppare nuove strade del futuro”.

Presenta l’iniziativa Claudio Silvestri, giornalista esperto d’innovazione e cronaca, con lui ci saranno diversi ospiti. Tutti i partecipanti Pizzaioli, StartUp e Ospiti nei successivi comunicati.

Il Festival della Pizza, la pizzeria più grande del mondo, a Napoli

Come partecipare

L’ingresso è gratuito ma per farne parte occorre prenotarsi.
Per info segui Pizzaioli vs StartUpper su Twitter o su Facebook, oppure contatta gli organizzatori:
Antonio Prigiobbo, cell. 338 6866456 – antonio.prigiobbo@gmail.com
Luigi Cardone, cell. 393 6499913 – luigicarbone@hotmail.com

Appuntamento quindi il 28 Maggio in Piazza Dante alle 11:30.

Un sito Internet da ascoltare: Chrome sperimenta Croacia Audio

Un sito Internet da ascoltare: Chrome sperimenta Croacia Audio

“Jingle, three, go back, tracks… one!”
“Feli ma con chi stai parlando?”
“Con un sito internet… Ele”
La mia coinquilina sgrana gli occhi, mi guarda perplessa e scoppia a ridere.
“Smettila… eri in call, ti sei fidanzata con un musicista! Confessalo!”
“No, lo giuro: stavo sperimentando l’ultima genialità su Google: Croaciaaudio.com”.

Veramente originale l’idea avuta dall’agenzia brasiliana Loducca e sperimentata da Chrome: creare uno spazio web dove fruire dei prodotti audio in maniera interattiva utilizzando la voce e l’orecchio. Già, perché l’azienda ha come core business la produzione musicale e con Croaciaaudio.com ha individuato un tipo di comunicazione che si basa sull’ascolto, il principale senso che permette di comprendere e apprezzare le sue musiche.

Un sito Internet da ascoltare: Chrome sperimenta Croacia Audio

A che servono immagini e testi se ciò che creiamo si basa sull’ascolto, non coinvolge la vista ma esclusivamente l’orecchio? Si saranno chiesti i creativi brasiliani. E la risposta è stata “sovvertiamo le regole della comunicazione web” e creiamo Croacia Audio. 
Come riportato da Adweek, una volta approdati sul sito Internet sarete accolti dalla voce guida di Derrick Green dei Sepoltura e abilitato il microfono potrete ‘esplorare vocalmente’ le produzioni audio di Loducca in maniera interattiva e ascoltare facilmente musiche, jingle e molto altro.

Fa uno strano effetto trovarsi a ‘parlare con il pc’ e a interagire con ‘un famoso estraneo’. A volte la sintesi vocale non funziona e per certi versi l’esperienza ricorda quella dei menù telefonici automatici. Di certo però l’idea è assolutamente innovativa perché l’utente può concentrarsi veramente sul prodotto senza essere disturbato da altri contenuti.

In un epoca in cui il visual è tutto, forse Loducca e il browser di Google hanno individuato un nuovo modo per avere successo? L’occhio non vuole più la sua parte? Voi che ne pensate?

Beatles, bici e piedi: i migliori annunci stampa della settimana

Ben trovati cari guerrieri ninja con la rubrica con i migliori annunci stampa pubblicati in tutto il mondo la scorsa settimana!

Talidant: Lamb/Cow

Una mucca che fa bungee jumping nel nostro sistema digerente! L’elastico, presto in tensione, ci fa immaginare l’esito della scena: gli animali torneranno su in bocca in un baleno. Con il prodotto farmaceutico Talidant si evita tutto ciò. L’alito ringrazia!

Advertising Agency: Grabarz & Partner, Hamburg, Germany
Art Director: Matthias Preuß
Copywriter: Jakob Eckstein
Illustrator: Therese Larsson

Cultura Inglesa: Mistake

Che cosa ci fa il rapper americano Snoop Dogg fra i baronetti di Liverpool? E che fine ha fatto John Lennon? La stonatura è presto spiegata: un singolo errore può rendere il tuo inglese senza senso.

Advertising Agency: Script, Rio de Janeiro, Brazil
Creative Director: Ricardo Real
Creative Supervisor: Fábio Penedo
Art Director / Illustrator: Fabio Mota
Copywriter: Thiago Morales

City of Buenos Aires: Bike

La nuova campagna della città di Buenos Aires per incentivare l’uso della bicicletta: better by bike!

Advertising Agency: La comunidad, Argentina
Chief Creative Director: Joaquín Molla
Executive Creative Directors: Ramiro Raposo, Fernando Sosa
Art Directors: Fernando Sosa, Dante Zamboni
Copywriters: Ramiro Raposo, Nicolas Larroquet, Adrian Rey, Aaron Zimroth
Illustrator: Guillermo Muñoz

Exoderil: Bad Smell/Irritating itch

Se persino i tuoi tatuaggi alle caviglie non sopportano più prurito e fetore, è ora di affidarti alla crema anti micotica.

Advertising Agency: TBWACentral Asia & Caucasus, Kazakhstan
Creative Director: Jakub Mraz
Art Director: Doniyor Mamanov
Account Director: Ekaterina Beliyashina
Tattoo artist: Anatoliy Drozdov
Illustrator: Marat Kumekov

Volkswagen Park Assist: Refrigirator

Genialità assoluta in forma di annuncio stampa! Come promuovere la funzione di assistenza al parcheggio delle automobili Volkswagen? Con la visione di un frigorifero strapieno di cibo. Rimane solo un piccolo spazio (il parcheggio).

Advertising Agency: DDB, Buenos Aires, Argentina
Executive Creative Directors: Lisandro Grandal, Fernando Tchechenistky
Art Director: Jose Lopez Ariñez
Copywriter: Natalia Carrara
Photographer: Kohler Studio
Producer: Martín Dimasi

Salsa A1, anche i condimenti fanno amicizia su Facebook [VIDEO]

Cosa accade quando la coppia più famosa della cucina attraversa un periodo “complicato”? Lo si comunica su Facebook! La Salsa A1, originariamente A1 Steak Sauce, è considerata la salsa perfetta per le bistecche alla griglia e non può mancare sulle tavole degli americani. Ma non tutte le storie d’amore hanno un lieto fine e così l’azienda della salsa A1 decide di promuovere l’incontro con nuovi piatti.

Ma come comunicare a tutti questa “relazione complicata”? Attraverso Facebook ovviamente! La salsa diventa quindi la protagonista che comunica questo cambiamento di “gusti”.

Spinta dalla regola dei food lovers dove una buona bistecca non ha bisogno di condimenti aggiuntivi, la salsa decide di comunicare il suo addio all’amica di sempre per nuovi e interessanti incontri.

Una valanga di richieste d’amicizia arrivano all’ormai amata salsa: dal salmone ai crostacei, dall’hamburger al wurstel. Le foto delle serate insieme rendono ormai ufficiale la rottura della storia d’amore con la bistecca, che gelosa di questi nuovi incontri cerca di tornare alla normalità, inutilmente.

Eventi, cene con amici o incontri romantici hanno ormai segnato la svolta per la salsa A1 che decide di cambiare una volta per tutte il suo look rivolgendosi al passato con la copertina “For almost everything. Almost” diventando “A.1. Original Sauce”.

Che dire… Bon appétit!

Pubblicare foto di successo? Un algoritmo ce lo dirà in anticipo

foto successo algoritmo

Diciamoci la verità: quel che ci affascina di più dell’evoluzione tecnologica, è la sensazione di essere partecipi di una magia.

Chi non ha un’istruzione scientifica, percepisce come miracolosi alcune delle innovazioni che fanno parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di tornare indietro nel tempo di 600, 100, 50 o anche solo 20 anni con le innovazioni di oggi: rischieremmo di essere guardati in modo bizzarro, come minimo, e nella peggiore delle ipotesi… sentiremmo un’inquietante innalzamento di temperatura!

Ma come non pensare a un sortilegio se qualcuno vi dicesse che potreste prevedere il successo di una vostra fotografia prima ancora di pubblicarla?

A dircelo è Aditya Khosla, giovane dottorato di ricerca al MIT Computer Science and Artificial Lab di Cambridge, che ha da poco concluso uno studio dal titolo tanto semplice, quanto complicata è l’analisi che racchiude: “Cosa rende un’immagine popolare?”.

prevedere immagine popolare

Khosla – e i colleghi Atish Das Sarma e Raffay Hamid – hanno analizzato 2,3 milioni di fotografie su Flickr e hanno sviluppato un algoritmo che ne comprende la popolarità e il numero di visualizzazioni e apprezzamenti che raccolgono, il tutto al netto della popolarità delle persone che scattano la foto.

È pacifico che anche la più brutta foto postata da un VIP o da un influencer otterrà più consensi del nostro migliore scatto, ma c’è un modo per capire se quel che abbiamo inquadrato otterrà il consenso del pubblico?

Come si legge su Entrepreneur, l’algoritmo sviluppato tiene conto di alcuni valori come i colori e le temperature presenti nelle immagini (il giallo, il rosso, il rosa riscuotono consensi, mentre i colori freddi lo fanno meno) e gli oggetti che vengono immortalati.

Cosa piace di più? Sì, avete indovinato…

immagini positive successo

E c’era bisogno di uno studio del MIT, direte voi?

Se la presenza di immagini sexy era scontata, e la pistola può essere facilmente compresa, stupisce invece la quantità di like raccolta da tazze e tazzine (e in maniera leggermente inferiore: profumi, animali vari e immagini dal mondo del basket).

Cosa piace meno invece al popolo della rete?

immagini negative

Spatole, sturalavandini e computer (seguiti a ruota da stufette e golf cart).

Che non vi venga mai in mente di farvi fotografare con questi oggetti, eh?! 😉 (Ma perché dovreste, poi?)

L’algoritmo è ancora grezzo, ma può essere già utilizzato ed è in grado di assegnare un valore alle proprie fotografie da 1 a 10.

In futuro sarà perfezionato per poter diventare uno strumento fotografico utile per chi lavora con l’advertising online, e potrà così mettere sul mercato immagini che sapranno intercettare il gusto di un bacino di utenza assai più ampio che in passato.

Come si legge sul New York Times, l’interesse di Aditya Khosla per il legame insito tra uno scatto e la sua popolarità non è nuovo: ha infatti fatto parte di un team di ricerca che ha sviluppato un algoritmo in grado di modificare i nostri primi piani, in modo tale che la foto risulti quanto più perfetta e difficilmente dimenticabile.

Khosla e il suo team stanno lavorando sodo per regalare al mondo della fotografia un tool che li renderà amati da chi usa le immagini per vendere o per raccogliere consenso, e detestati da chi ancora considera la fotografia un’arte basata sull’istintività di chi sa cogliere la poesia di un istante irripetibile.

E voi, da che parte state?

KFC celebra la sua storia nell'ultimo spot [VIDEO]

KFC celebra la sua storia nell'ultimo spot [VIDEO]

In un momento in cui tutti parlano di startup, quei brand che hanno più di qualche dozzina di primavere sulle spalle puntano ed emozionare e fidelizzare i fan facendo leva sulla loro storia comune: ultimo in linea temporale è KFC con il suo video “Stairs“.

Rendendo omaggio alle origini rurali e popolari dell’azienda, lo spot cerca di assimilare la storia di quest’ultima all’evoluzione storica della società americana e a quella personale dei suoi consumatori, qui rappresentata da una tipica famiglia statunitense degli anni ’30-’40.

Come diversi altri marchi hanno già fatto (ricordate il virale 100 YEARS / STYLE / EAST LONDON oppure The Kiss di Vodafone?), KFC sfrutta l’espediente narrativo dell’evoluzione temporale per dimostrare la propria, longeva permanenza sul mercato. Qui vediamo il piccolo di casa scendere di fretta le scale all’arrivo del padre con una busta di pollo fritto KFC.

Nel percorso dal piano superiore a quello inferiore vediamo il bambino diventare un ragazzo, quindi un uomo, riflettendo stili e mode delle epoche successive: quando arriverà alla sala da pranzo, sarà lui stesso a servire la cena ai suoi stessi figli e nipoti.

Credits:

Agency: BBH
Producer: Chris Styring
Creative Director: Hamish Pinnell
Creatives: Chris Clarke, Matt Moreland
Production Company: Pulse Films
Director: Thirty Two
Producer: Shirley O’Connor

Dove nasce la famiglia secondo Ikea?

Un vero e proprio albero genealogico, assolutamente inusuale, quello presentato per la nuova campagna Ikea in Germania.

Complementi d’arredo che si rivelano complici di un concepimento ed entrano a pieno titolo nella genealogia, perché è da lì che “inizia la famiglia”!

La campagna mostra diverse generazioni, sin dagli anni Quaranta e include per ogni immagine la dicitura “Where family starts” (Dove inizia la famiglia) claim degli annunci.

 

L’agenzia pubblicitaria tedesca Thjnk, che ha creato la campagna, sottolinea il fatto che il 10% degli europei è stato realmente concepito su uno dei complementi d’arredo del colosso svedese. Che sia un lavabo, un letto o una cassettiera, è chiaro che l’importante è che tutto abbia inizio da un mobile Ikea!

 

CREDITS

Cliente: Ikea
Agenzia: Thjnk
Chief Creative Officer: Armin Jochum
Direttori creativi: Torben Otten, Georg Baur, Bettina Olf
Art Director: Niko Auf dem Berge
Copywriter: Karl Wolfgang Epple
Account Manager: Björn-Thore Bietz, Constanze Frink, Svenja Gollmer, Meike Freymuth
Art Buyer: Lina Eggers
Freelancer fotografia: Kerstin Lakeberg

App of the week: con Marco Polo chiami il tuo iPhone e lui ti risponde

Avete mai sentito nei film americani parlare del gioco Marco Polo? Gli italiani di nome Marco che si trovano a vivere in USA avranno forse fatto esperienza di questa simpatica tradizione ludica per bambini: Marco Polo è una specie di mosca cieca che i bambini giocano in piscina.

Banalmente, funziona così: un bimbo tenendo gli occhi chiusi a bordo piscina, chiama “Marco” e i compagnetti di gioco rispondono “Polo”. A quel punto il bimbo seguendo le voci degli amici cerca di prenderli. Appena ne prende uno, questo lo sostituisce nel gioco. Se volete scoprire di più sul gioco trovate qui le istruzioni; noi invece oggi vi parliamo di un’app (statunitense ovviamente) che si chiama appunto Marco Polo e che serve a ritrovare il vostro iPhone chiamandolo! Ovviamente chiamandolo col nome  Marco!

Tu chiami Marco, l’iPhone ti risponde Polo!

L’applicazione Marco Polo iOS è stata specificamente progettata per aiutare a localizzare il vostro iPhone quando non riuscite a trovarlo… E per perderlo intendiamo quei casi emblematici in cui stai per uscire di casa e perdi 20 minuti a cercare il tuo iPhone fino a quando con i nervi a fior di pelle implori il tuo coinquilino di farti squillare il cellulare, per scoprirlo proprio lì, in borsa, disperso tra portatrucchi, portafoglio, portamedicine, ecc ecc!

Con Marco Polo ti basterà semplicemente gridare “Marco”, e il tuo smartphone risponderà “Polo”,  propriocome nel gioco!  A quel punto ti basterà seguire la voce! L’app funziona silenziosamente in background sul vostro iPhone, non vi disturba fino a quando non lo chiamate.

Marco Polo funziona solo con la tua voce e completamente offline, senza connessione Wi – Fi o cellulare necessaria. L’applicazione è in grado di rispondere persino da una stanza diversa da quella dove vi trovate. Inoltre può registrare fino a 30 tonalità di voce!

Inoltre potete anche cambiare la parola con cui chiamare il vostro iPhone ma purtroppo la risposta resterà sempre Polo: questo in effetti è una funzione che ci sarebbe piaciuta trovare in questa app. Marco Polo resta comunque una simpatica alternativa a Find my Phone quando ovviamente non l’avete perso fuori casa o ve l’hanno rubato!

Potete scaricare l’app a 0,89 euro cliccando l’immagine qui sotto: