Hai problemi a parlare ad un pubblico? Segui la teoria degli Einstein

Avete mai parlato di fronte ad un grande pubblico? La sfida non è semplice: bisogna trovare il giusto equilibrio tra il trasmettere un messaggio semplice che non sia troppo semplice.

In un’intervista per il New York Times , il CEO di Guidewire, Marcus Ryu, ha cercato di fare chiarezza sull’argomento con ciò che il suo intervistatore, Adam Bryant, definisce “La teoria degli Einstein per parlare in pubblico”.

“Mi sono reso conto che non importa quanto sia intelligente la gente con cui stai comunicando, più ce ne sono e più stupido diventa il pubblico nel suo insieme. Così si potrebbe avere una stanza piena di Einstein, ma se ci sono 200 o 300 persone, allora bisogna parlare con loro come se fossero persone nella media. Più il pubblico diventa grande, più il tuo messaggio deve essere semplice, e la lista dei punti da affrontare più breve”, rivela Ryu.

Il trucco è immaginare una stanza piena di Einstein, e più cresce il loro numero più il quoziente d’intelligenza collettivo scende.

In una normale conversazione è possibile ottenere dei feedback in tempo reale che ci rivelano il livello di interesse della persona con cui si sta parlando. Ma quando si parla ad un pubblico è difficile ottenere informazioni di questi tipo, quindi si corre il rischio di essere pedante, confuso o noioso, cosa che si può facilmente evitare in una normale conversazione.

Inoltre, Ryu ci ricorda che quando le persone si siedono attentamente senza parlare, di solito sono guardano uno schermo ideato per intrattenerli, e se si annoiano possono semplicemente spegnerlo. Quindi non è semplice chiedere ad un grande gruppo di sedersi e ascoltare un discorso.

La prossima volta che devi parlare ad un pubblico, assicurati di seguire queste regole: capisci l’audience, padroneggia il tuo materiale e parla con passione. E ricorda di essere semplice, perché le persone intelligenti con cui stai parlando possono diventare in qualche modo sempre meno intelligenti man mano che la stanza si riempie.

Tutti quegli Einstein tra il pubblico lo apprezzeranno!

Foto: iStockphoto

 

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy [GADGET OF THE WEEK]

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy

Terzo appuntamento con la rubrica “Gadget of the Week“, appuntamento dedicato alla scoperta di curiosità e innovazioni tecnologiche per voi ninja-lettori!

Anche oggi raccontiamo una storia italiana: nata da un’idea di Daniele Cappello Riguzzi ed Emanuele Falabella, la collezione iShirtech è prodotta e firmata da Anna Marchetti, storica casa di moda italiana. Un brand riconosciuto in tutto il mondo grazie a linee di abbigliamento fondate sull’attenzione allo stile e gli elevati standard di rifinitura.

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy

Photo Credits @simonecinelli on Instagram

Il Concept

iShirtech è una linea innovativa di camicie e t-shirt studiata per far dimenticare il peso e le dimensioni del proprio iPhone o del proprio smartphone. Per custodirlo in modo invisibile, preservarlo dalle cadute. E per proteggere dalle onde elettromagnetiche la salute di chi porta il cellulare sempre con sé.

La Salute

Ogni capo è progettato anche per proteggere la salute di chi lo indossa dalle onde elettromagnetiche emesse dai cellulari. La tasca interna in cui si inserisce lo smartphone è realizzata in uno speciale tessuto costituito da nanofilamenti schermanti, che riduce drasticamente l’esposizione alle onde elettromagnetiche senza interferire con il funzionamento del cellulare.

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy

Photo Credits @simonecinelli on Instagram

La Qualità sartoriale

Ogni capo è il risultato di una ricerca stilistica e di una produzione completamente made in Italy, caratterizzata da elevati standard di rifinitura sartoriale.

La speciale tasca interna che rappresenta il cuore di iShirtech, è studiata in ogni particolare per rendere invisibile il proprio smartphone. Grazie al taglio e al posizionamento esclusivo della tasca, la presenza dello smartphone non modifica il look esterno delle camicie e delle t-shirt, valorizzandone l’eleganza.

iShirtech: camicie e t-shirt con stile e innovazione Made in Italy

L’inclinazione e il posizionamento della tasca interna, in prossimità della spalla, permettono di scaricare il peso dello smartphone lungo il fianco della camicia o della t-shirt.

Le camicie (sia da uomo che da donna) possono essere acquistate a 99 euro, mentre le t-shirt hanno un prezzo di 69 e 79 euro a seconda che abbiano maniche corte o maniche lunghe (approfittate della spedizione gratuita in tutta Italia).

TakemeFishing.org: l'annuncio a Times Square contro le altre pubblicità

Non restate ancorati nelle grandi metropoli e…andate a pesca. Questo, in sintesi, il messaggio della nuova campagna pubblicitaria messa a punto da Colle + McVoy per TakeMeFishing.org e presente tra i maxi schermi della nota Times Square.

La pubblicità interattiva è semplice, composta da due singoli passaggi. Il primo presenta lo slogan “Get Away from all of this”, ovvero l’invito a stare lontani da tutti gli altri annunci pubblicitari, e il secondo illustra semplicemente il logo dell’iniziativa.

TakeMeFishing.org nasce nel 1998 grazie alla Recreational Boating & Fishing Foundation (RBFF) per incoraggiare attivamente la partecipazione dei cittadini americani alla pesca aumentando la loro consapevolezza sulla necessità di proteggere, conservare e ripristinare le risorse acquatiche americane.

Dal sito TakeMeFishing.org potrete conoscere in dettaglio le diverse specie di pesci, le tipologie di imbarcazioni, gli attrezzi specifici per la pesca e la legislazione vigente all’interno dei diversi Stati del Paese. Interessante è anche il canale Youtube dell’iniziativa con filmati dettagliati su norme di sicurezza e tecniche di pesca. La proposta allettante di TakemeFishing ha dato il via alla stagione estiva della pesca invitando i passanti ad evadere dalla routine quotidiana per dedicarsi ad un’attività rilassante e ricreativa come la pesca. La campagna rimarrà a Times Square per tutta l’estate.

Gli abitanti di New York ci faranno un pensierino?


Come fare personal branding grazie a Flipboard

Poco tempo fa vi abbiamo aggiornato sulle ultime novità di Flipboard, l’app che è più di un semplice aggregatore di RSS perché vi permette di creare i vostri magazine con el notizie per voi più rilevanti e interessanti. Vi avevamo soprattutto suggerito come Flipboard potesse essere un ottimo strumento per la content curation: questo perché l’app unisce due fattori importanti, personalizzazione e mobilità.

Dal momento che questa app ci sta sempre più incuriosendo, abbiamo considerato un altro uso strategico importante di questo strumento, quello di generare contenuti importanti per sviluppare il personal branding. Come? Ecco i primi passi per curare la vostra strategia di personal branding su Flipboard.

Primo passo: individua le tue fonti

Il primo passo su Flipboard è cercare gli argomenti che più vi interessano attraverso il motore di ricerca interno dell’app. Avrete una panoramica dei contenuti condivisi del resto della community, inclusi quelli provenienti dai loro profili social associati al loro account, ordinati secondo il tasso di condivisione, la pertinenza e la provenienza (se dall’Italia o se dall’estero).

L’obiettivo è quello di aggiungere fonti relative ai contenuti che stai promuovendo: provate ad indovinare dalle mie iscrizioni quali sono gli argomenti che hanno a che fare con la mia professione dallo screenshot del mio account:

Secondo passo: crea la tua rivista

Ora siete pronti per creare la vostra rivista!

La procedura è davvero semplicissima: cercate un contenuto che vi interessa e fate Flip, cioè fate touch sul simbolo + in alto: vi si aprirà una finestra che vi permetterà di creare la vostra rivista, come vedete dallo screenshot:

Vi consiglio di iniziare da un vostro articolo o da un vostro tweet: dovete autopromuovervi, ricordate?

Non preoccupatevi di partorire un nome fantasioso per la vostra rivista ma attenetevi piuttosto all’argomento principale dei contenuti che volete promuovere: nel mio caso infatti ho scelto Mobile Marketing per quanto riguarda la rivista che dovrò promuovere la mia attività di web editor, mentre My Cinema Paradiso per quella che raccoglie gli articoli di una delle mie passioni principali, cioè il cinema.

 Terzo passo: aggiungi i tuoi contenuti, ma non solo…

Eggià, non è sufficiente aggiungere alla tua rivista i contenuti provenienti dai tuoi profili social o dal tuo blog. Occorre anche intrattenere il vostro lettore con articoli di altra provenienza così che possa evincere da quelli anche gli argomenti che vi interessano e dunque le vostre competenze.

Inoltre utilizzate i vostri profili social associati a Flipboard per trovare contenuti interessanti da inserire nella vostra rivista: prendete spunto anche da Youtube, per creare così un mix di contenuti multimediali che renderanno la vostra rivista più divertente da sfogliare.

Ed ora condividete!

Flipboard farà la sua parte per inserire la vostra rivista nelle ricerche correlate, ma anche voi dovete metterci un po’ di impegno nel far sapere ad amici, colleghi e anche clienti futuri che siete su Flipboard.

E’ sufficiente toccare il pulsante Condividi per promuovere il vostro nuovo magazine tramite qualsiasi account che avete associato a Flipboard: LinkedIn, Tumblr, Google+, Twitter, Facebook, ecc. Cercate di invitarli alla lettura con un messaggio unico e originale.

Come per tutti i social network la costanza è fondamentale ma vedrete che questa app è così semplice che non sarà un peso aggiornare i contenuti, anzi, vi troverete presto a creare molte riviste. Buon lavoro!

Jobs: il trailer del film è un Instagram video

Se n’è parlato sui vari tabloid, cinguettato su Twitter tramite l’hastag ufficiale #JobsMovie e il 16 Agosto uscirà nelle sale cinematografiche. Di cosa stiamo parlando? Dell’attesissimo film dedicato alla vita di Steve Jobs: JOBS!

Pensavate vi annunciassimo la nascita del Royal Baby? Invece no, andiamo oltreoceano e precisamente in California dove la storia di Apple ebbe inizio.

Vi avevamo già parlato di come l’introduzione dei video su Instagram potesse aumentare le possibilità di creare legami emozionali tra brand e community. In questo caso è la prima volta che il grande schermo utilizza la funzione video del social network per celebrare l’evento cinematografico creando appositamente un profilo Instagram “jobsthefilm“.

Steve Jobs rivive nelle sale interpretato da Ashton Kuthcer in un film che ripercorre la sua carriera dagli albori. Per promuoverlo il buzz online sfrutta i vari canali social per creare la giusta attesa, integrando la presenza sulle diverse piattaforme da Instagram a Facebook.

 

Qui il trailer completo di sottotitoli in italiano su YouTube:

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=ALctx4kPmXs&feature’]

Cosa ne pensate? Vi sembra una social media strategy vincente?

Daily Dishonesty: le bugie quotidiane diventano poster di design

Quante volte avete detto o vi siete sentiti dire frasi di questo tipo?

“Scendo subito” (traduzione: sono sotto la doccia, mi sembra un ottimo compromesso)

“La dieta la inizio lunedì” (di quale anno, non si sa)

“Sono quasi pronta” (sottotitolo: sì, puoi passare a prendermi tra un’ora)

“Domani mi alzo presto”  (punti di vista: le 11 sono molto vicine all’alba)

“Il tuo messaggio mi è arrivato solo adesso!” – (il concetto di “adesso” è legato a un presente storico)

“Questi tacchi sono comodissimi” – (piaghe? quali piaghe?)

Bene. La designer Lauren Nicole Hom ha deciso di dare colore e personalità a queste bugie universali con il suo blog Daily Dishonesty.

In Daily Dishonesty la designer ci racconta tutte le nostre piccole bugie quotidiane, rendendole ancora più divertenti con una veste grafica davvero cool.

Un graphic makeover di tutte le frasi tipiche del day by day, condite da tanta ironia, commenti esilaranti e una qualità grafica notevole, con un gusto tra il vintage e il naïf e un design in cui colori brillanti e scelta del font sono protagonisti.

Lauren Hom ha creato una collezione di pillole di design che ricordano dei mini copy-ad in cui il copy è rappresentato dalle piccole, perdonabilissime bugie dette almeno una volta da ognuno di noi.

Il payoff del blog parla da sè: “Lovely little lies from a hungry graphic designer

Lanciati nell’ottobre nell’ottobre 2012, gli artworks di Lauren Hom hanno raccolto quasi 6000 likes sulla fanpage di Facebook. Inoltre, la designer si è guadagnata un People’s Voice Webby Award nel 2013.

 

Show, don’t tell: 5 consigli sulla comunicazione online

Di Jessica Malfatto

“Show, don’t tell!” è per molti una delle regole basilari della scrittura creativa: mostrare, non raccontare, lasciare che siano i personaggi e le azioni a portare avanti una trama, eliminare le lunghe spiegazioni, rendere visibile ciò che è scritto agli occhi di chi legge e osserva.

“Show, don’t tell!” è uno dei volti della comunicazione e può essere legato anche alle modalità di comunicare – ad esempio, attraverso i social media – un brand, come se quest’ultimo fosse una storia da raccontare, un romanzo, con personaggi, stile, ambiente e una trama da seguire.

Il tutto sotto lo sguardo attento dei lettori, o meglio, degli utenti.

Ecco cinque punti – in comune con un testo narrativo – da prendere in considerazione nel momento in cui si comunica un brand seguendo la regola Show, don’t tell.

#1 I personaggi

Chi c’è dietro il progetto che si vuole raccontare? Quali sono i veri protagonisti del brand? Come lavorano? Gli utenti amano conoscere il backstage, le figure che si spostano dietro le quinte, quelle che danno vita a ciò che loro vedono. Mostrarglielo è un modo per avvicinarsi a loro, per dire all’utente: “Hey, eccomi, ti faccio vedere cosa stiamo facendo, non mi nascondo”, attraverso parole, foto, video, immagini. L’utente, infatti, è più portato a fidarsi di ciò che sta imparando a conoscere, scavalcando per un attimo quella facciata aziendale della quale in molte situazioni non si può fare a meno.

Comunicare senza dire a chi legge e guarda “Siamo i migliori”, “Lavoriamo più di chiunque altro per offrirti il meglio”, ma mostrandoglielo, facendogli vedere, ad esempio, uno scorcio di una riunione che prosegue anche dopo l’orario di cena o presentargli un nuovo membro del team di lavoro, pubblicando una foto che lo riguarda alle prese con il nuovo posto.

#2 Lo stile

“Lo stile è una voce” scriveva William Strunk jr (1869 – 1946), professore di letteratura inglese alla Cornell University. E ogni marchio ha la propria voce, così come ogni comunicatore. Rendere la comunicazione riconoscibile è un must al quale non è possibile sottrarsi e saper mostrare lo stile di un brand attraverso parole e contenuti visuali rappresenta un altro punto di forza.

L’obiettivo è riuscire a mostrare ciò che un marchio o un prodotto rappresentano attraverso una modalità di comunicazione che non sia anonima: e per farlo non è il tono della voce che conta, ma il modo in cui lo si fa, tenendo presente che lo stile non può sostituire il contenuto, ma rappresenta un ingrediente di valore che completa la strategia comunicativa.

#3 L’ambiente

Ambiente interno e ambiente esterno, quando si parla di comunicazione, sono due lati da prendere in considerazione. I protagonisti del brand che si vuole mostrare e far conoscere si muovono all’interno di uno spazio, nel proprio ufficio, magari partecipano a conferenze, convegni, fiere del settore, viaggiano, prendono treni, aerei, mezzi per raggiungere altri luoghi di lavoro. Perché non rendere queste informazioni visibili anche all’utente utilizzando contenuti visuali oppure attraverso dei tweet relativi alla situazione e, inevitabilmente, al luogo in cui ci si trova?

Nella scrittura narrativa, infatti, le descrizioni dell’ambiente sono utili per permettere al lettore di camminare insieme ai propri personaggi, spostandosi all’interno delle scene, rendendo la situazione più credibile e più vicina alle sue emozioni. L’utente, allo stesso modo del lettore, ha bisogno di sentirsi coinvolto e potrebbe rivelarsi importante renderlo partecipe anche dell’ambiente che circonda il marchio o il prodotto che si sta comunicando.

#4 La trama

Ogni marchio ha una storia alle spalle, un passato che l’ha portato a essere quello che è, e un percorso presente, proiettato nel futuro. Una storia in continuo cambiamento. Ad esempio, prendendo in considerazione la storia della nascita e della crescita di una startup, le tappe saranno molteplici e mostrarle agli utenti, condividendo le fasi iniziali della vita di una nuova impresa (dalla ricerca di un nuovo ufficio, magari più ampio, ai primi tentativi di crowdfunding), è un modo per ridurre le distanze.

Inoltre, mostrare cosa si sta facendo, chiedendo anche aiuto agli utenti, dei suggerimenti (ad esempio, chiedere al proprio pubblico attraverso i social media Vi piace la nostra nuova landing? Se avete consigli per migliorarla, scriveteci!”) è una modalità per fare un passo verso di lui, dimostrando di prenderlo in considerazione per le scelte importanti e per il proseguimento della propria “trama”.

L’obiettivo, infatti, è coinvolgere chi è dall’altra parte dello schermo e per fare questo è necessario renderlo concretamente partecipe di ciò che sta accadendo.

#5 Il target

Ai più giovani? Alle ragazze? A uomini in carriera? Il target di riferimento di un marchio è uno dei parametri principali per capire con quali modalità studiare una strategia di comunicazione. “Come comunicare il nostro marchio al pubblico, mostrando ciò che siamo?” è un quesito che percorre tutta la strategia comunicativa, poiché il modo di recepire una comunicazione, ad esempio, può variare se ci si rivolge a un pubblico di giovanissimi, oppure se ci si interfaccia con un target più maturo.

“Che genere di foto e di video mostreremo? Divertenti, serie, professionali? Che genere di messaggi, post e tweet scriveremo? Con quale linguaggio? Formale, colloquiale? Entrambi?” sono domande che accompagnano inevitabilmente una buona dose di sperimentazione, poiché è fondamentale imparare a conoscere i gusti e le preferenze del proprio pubblico, per essere in grado di creare una strategia efficace.

E perché questo avvenga può essere utile sperimentare diversi modi di interfacciarsi, sempre tenendo ben presente il contesto in cui si opera.

Perché, come scriveva Flannery O’Connor in una lettera, “Show these things and you don’t have to say them”.

I 4 migliori siti per il Personal Branding

Nell’arte di promuovere e vendere sé stessi online ormai, ogni canale sembra sia stato sfruttato al massimo: a partire dai social network, passando per il portfolio online, digital cv, social cv, canali video etc. Il biglietto da visita sembra ormai aver perso davvero colpi. E allora la pratica più gettonata in alternativa, pare essere il ricorso a siti di personal branding, grazie ai quali poter costruire la propria personalità professionale online. Il problema  a questo punto risulta essere la scelta del portale migliore per promuovere sé stessi.

Questi sono i 4 migliori siti di personal branding, valutiamone i pro e i contro suggeriti da Rob Lammle in un suo articolo per Mashable.

1) About.Me

Il portale About.mepartendo dal livello design, offre funzioni drag-and-drop, caratteri semplici, facile selezione del colore dello sfondo e dell’immagine personale. Tra i diversi siti in rete, è il più semplice nell’utilizzo. Inoltre, presenta la possibilità di collegare diversi social network, link HTML ed è possibile controllare il numero di visite ricevute in tempo reale sul proprio profilo.

Unica pecca: l’immagine del profilo (che dall’altro verso della medaglia, potrebbe essere considerata come punto di forza), non per tutti è semplice scegliere la giusta immagine che sia professional. In alternativa, è possibile utilizzare qualche sfondo predefinito ma in questo caso il profilo perderebbe in creatività.

2) Flavors.Me

Flavors.me  offre numerosi layout, più di 200 caratteri, e una gamma completa di colori per modificare il proprio profilo. Come About.Me, c’è spazio per una grande immagine di sfondo, ma anche per una immagine secondaria, magari per un logo. Il sito permette una buona personalizzazione come cambiare la forma dei pulsanti di social network, l’aggiunta di ombre, angoli arrotondati e visualizzazione dei contenuti in più di una colonna. A seconda della quantità di lavoro che si desidera caricare, il profilo personale su Flavors.Me può davvero distinguersi.

L’unico lato negativo di Flavors.Me è che molte caratteristiche sul sito non sono disponibili a meno che non si esegua il passaggio ad un account a pagamento. Ad esempio, un account gratuito consente solo cinque servizi, come Facebook , Twitter o Dribbble, che sono visualizzabili direttamente sul profilo personale. Se si pagano $ 20 annuali è possibile aggiungerne tanti altri. E’ possibile avere inoltre accesso alle statistiche del sito, maggiori layout, un profilo mobile ottimizzato, un modulo di contatto e la possibilità di utilizzare una URL personalizzata. La versione basic è abbastanza fornita, è ovvio che se si è disposti a spendere un po’ di più è possibile usufruire di un ottimo servizio completo.

3) Zerply.com

Se LinkedIn è un ottimo modo per sfruttare i contatti esistenti per spingere la vostra carriera ma senza possibilità di personalizzazione, entra in gioco Zerply offrendo molte delle stesse caratteristiche, ma rendendo il profilo molto più accattivante. In realtà, è anche possibile importare semplicemente il proprio profilo LinkedIn (ma non i contatti!) per rendere la configurazione del profilo Zerply un gioco da ragazzi, ma non sfruttare le possibilità che offre per personalizzare la propria pagina sarebbe uno spreco.

Il portale però presenta alcuni problemi. Si riducono ad una manciata i temi gratuiti tra cui scegliere e il numero aumenta solo passando all’account premium.

4) BrandYourself.com

Le pagine di BrandYourself non sono sicuramente le più belle in circolazione. Si può scegliere solo tra quattro opzioni di personalizzazione base.
Inoltre, non è possibile incorporare i feed dei social network, solo una foto, e si possono inserire solo tre link del proprio lavoro online. A meno che non si desideri aggiornare.
L’asso delle pagine profilo di BrandYourself è l’ottimizzazione dei motori di ricerca. Invia i tuoi primi tre link – tra Twitter, Facebook, e il sito web – e  BrandYourself contribuisce ad aumentare la capacità di Google di indicizzare tali legami. Anche se non si utilizza una pagina di personal branding come se fosse un biglietto da visita, non sarebbe male per compilare un profilo BrandYourself in modo da far vedere al mondo nei risultati di ricerca i propri lavori. Con un account a pagamento, è possibile accedere poi alle statistiche del proprio profilo.

Basta gatti: i nuovi testimonial di O2 sono i cani! [VIDEO]

La diatriba cane/gatto sull’animale domestico preferito è da sempre oggetto di discussione tra due vere e proprie correnti di pensiero: meglio il tenero, silenzioso e pigro atteggiamento dei gatti o la continua voglia di giocare, correre ed entusiasmarsi tipico della razza canina??

O2 gioca su questo alterco, impostando su di esso la sua campagna di comunicazione milionaria, per raccontarci come vorrebbe che i suoi consumatori si approcciassero al mondo della tecnologia mobile nell’era social. Protagonista della campagna è un gatto che è stanco di essere un gatto, così distaccato, freddo, indifferente, decide di essere molto più simile ai suoi coinquilini cani. Da qui il claim della campagna: Be More Dog.

Il video verte sul paradosso del gatto che vuole vivere come un cane, idea molto divertente, ma che nasconde un messaggio difficile da accostare ad un concept di una campagna pubblicitaria di una compagnia telefonica.

L’agenzia VCCP London volutamente gioca con questo messaggio rimandando ad un website creato ad hoc, all’interno del quale un video racconta meglio l’idea “Be More Dog” plasmata sul consumatore finale: il mondo in cui viviamo è sorprendente e abbiamo tutto a portata di touch, ma perché siamo così “lazy” e annoiati? Bisognerebbe essere meno “cat-like” e vivere la tecnologia con l’entusiasmo e la curiosità tipica dei cani.

La campagna tramite bemoredog.com diventa engaging: i visitatori possono giocare (a fresbee) con il gatto protagonista del video o creare un “dog bomb” ovvero un video che ha protagonista un gatto che fa cose da cani.

O2 ha l’obiettivo di spingere i propri clienti ad essere aperti alle nuove tecnologie, non intimoriti dal cambiamento e curiosi, quasi un’iniziativa volta ad abbattere le barriere del digital divide, in ottica di una sempre crescente diffusione dei device di ultima generazione e di spingere sempre più sull’offerta internet veloce 4G.

Emergenza gioco d'azzardo: gli effetti economici e sociali

E’ inutile negarlo, gli Italiani hanno sempre avuto un buon rapporto con il gioco d’azzardo e con il rischio in generale, siamo un popolo di grandi giocatori.
Lo confermano i numeri del volume di gioco, che secondo il report Azzardopoli dell’associazione Libera, ammonta a circa 90 miliardi di euro facendo del gioco d’azzardo la terza industria nazionale e che rappresenta il 4% del PIL.

Fin qui apparentemente non c’è nulla di strano, si tratta di un fenomeno legale gestito direttamente dallo Stato per mezzo di autorizzazioni concesse ai privati.
I problemi sorgono nel momento in cui si analizza il fenomeno più approfonditamente perché si scopre che sono ormai in crescita esponenziale i casi di famiglie distrutte dai debiti di gioco procurati da padri, madri o figli che sono caduti nella morsa delle slot machine.

Ludopatia e costi sanitari

Per quanto le pubblicità recitino lo slogan scarica coscienza “Gioca responsabilmente” nella realtà si sta diffondendo questa grave forma di dipendenza da gioco chiamata ludopatia che richiede delle cure specialistiche per aiutare i soggetti che ne sono colpiti.
E proprio qui si apre un altro capitolo, quello della spesa sanitaria per curare queste persone.

Il dossier Azzardopoli quantifica in circa 6 miliardi di euro i costi sociali e sanitari che il gioco d’azzardo patologico comporta per la collettività, una cifra enorme! Pensate che per evitare l’aumento dell’IVA al 23% lo Stato ha bisogno di 2 miliardi.
Inoltre se li rapportiamo al gettito statale previsto nel 2012 per il gioco d’azzardo, pari a circa 8 miliardi, ci rendiamo conto come in fondo questo affare non sia poi così conveniente, senza contare l’evasione fiscale fortissima in questo settore.

Il coinvolgimento della criminalità organizzata

Al vertiginoso aumento del volume di gioco negli anni non è corrisposto un aumento delle entrate fiscali passate dal 29% del fatturato nel 2004 all’8% del 2012.

Di converso oltre 41 clan della criminalità organizzata sono attivi nel business che gli ha reso nel 2012 ben 15 miliardi di euro!

Quali possibili soluzioni?

A fronte di un quadro così allarmante, quali misure attendersi per tentare di attenuare gli effetti economici e sociali di questo business?
Certamente il proibizionismo non è la strada giusta, mentre potrebbe avere senso regolamentare il fenomeno con una serie di misure per controllare ad esempio l’accesso dei minori alle sale slot; per impedire che i dispositivi vengano scollegati dalla rete telematica generando evasione fiscale; evitando che le sale slot fioriscano a pochi metri dalle scuole e tutta un’altra serie di iniziative tese a rendere meno selvaggia la diffusione del fenomeno, sperando che il “Gioca responsabilmente” non resti un semplice slogan scarica coscienza.