Coca-Cola riporta la felicità in Thailandia [CASE HISTORY]

La premessa

Il mercato thailandese dei soft drink è da sempre uno dei più competitivi al mondo. Qualche anno fa la solita Coca-Cola risultava tuttavia alle spalle di Pepsi che comandava con il 40% di quota di mercato. Il terzo incomodo era rappresentato dall’ outsider Big-Cola che aveva rosicchiato il 10% in 5 anni, con un tasso di crescita addirittura superiore alle company americane.

Interbrand considera Coca-Cola come il marchio dal valore più alto al mondo ed in Thailandia non risultava neanche tra i top of mind. Qualcosa bisognava essere fatto.

La tragedia

A peggiorare la situazione negativa arriva l’ annus horribilis. Nel 2011 il paese fa i conti con una delle alluvioni più disastrose che la storia ricordi. Almeno due terzi della popolazione rimangono isolati. Bangkok è paralizzata per giorni e Coca-Cola è costretta ad interrompere la produzione.

Finita l’alluvione, un’enorme possibilità si presenta dinanzi alla marca made in USA. La lunga estate calda e secca. La comunicazione globale di Coca-Cola punta da 65 anni sul concept di Happiness che si trasforma in Summer Fun durante la stagione calda. Sembrava terribilmente inappropriato proporre questo tema in un modo convenzionale. I thailandesi stavano ancora spalando fango fuori dalle loro case.

L’azienda si propone di trovare un nuovo modo di connettere il brand ai consumatori. La felicità rimane la chiave di volta dell’operazione. Coca Cola non lo sa. Sarà la sola beneficiaria dell’emergenza.

L’idea

Si decide di rivitalizzare la brand image e dare finalmente un nuovo impulso alle vendite. Il paese asiatico è conosciuto da sempre come “Terra dei Sorrisi”. La catastrofe aveva messo la nazione in ginocchio e per i suoi abitanti c’era veramente poco da sorridere.

Sebbene solo una parte del paese aveva vissuto direttamente il dramma, ogni thailandese si sentiva coinvolto dal punto di vista emotivo. Nel gennaio 2012 il tasso di felicità medio nelle case si era abbassato ulteriormente del 10%. Contribuire a riportare il sorriso sul volto delle persone è la sfida giusta per gli ambasciatori della felicità.

L’operazione

Gli americani per primi notano un trend che oggi risulta essere incontrovertibile. Le notizie corrono sui social media più velocemente che i mezzi tradizionali. Durante il primo giorno di alluvioni il numero di tweet supera i 3,3 milioni. Così come le rivoluzioni in Medio Oriente, tutto viene raccontato su Twitter in tempo reale.

A quella gigantesca mole di notizie negative Coca Cola decide di opporre una serie di messaggi e storie positive. Nasce così la campagna “Un milione di ragioni per credere nella Thailandia”. L’azienda incoraggia i thailandesi a diventare ambasciatori della felicità (e quindi di Coca-Cola) tramite la condivisione di storie positive e messaggi di supporto.

L’intera iniziativa è accompagnata da una mastodontica installazione luminosa e sonora piazzata su uno dei grattacieli più alti della capitale. Un faro a disposizione dell’intera città per poter “contemplare” la felicità e non perdere la speranza. Uno schermo manda in onda senza sosta messaggi di speranza. Coca Cola si fa carico di un compito importante. Unisce quella parte fortunata del paese a quelli che vivevano l’angoscia della distruzione.

La conclusione

L’orgoglio nazionale si risolleva. La marca destina svariati milioni di dollari a due organizzazione umanitarie. Un numero elevato di storie e messaggi sprigionano il loro potenziale viral sui social network e la pagina Facebook di Coca-Cola diventa il punto focale della campagna.

I principali programmi TV e radio si interessano alla vicenda, dedicando una rubrica fissa alle buone notizie giornaliere. L’operazione si conclude con un’ ulteriore azione di Ambient Marketing. Teatro dell’installazione è un famoso centro commerciale, il cui tetto diventa la più grande bottiglietta di Coca-Cola al mondo.

All’interno della struttura viene anche aperta la “stanza della felicità”. Così come in un museo d’arte, ogni messaggio condiviso durante quel periodo viene messo in esibizione. Quell’ azione dimostra al mondo e agli stessi thailandesi che il paese era caduto, ma si era rialzato più forte e fiero di prima. Ed una bottiglietta gigante “a gonna stretta” contenente milioni di storie felici aveva catalizzato questo processo.

I risultati

In questo caso l’azienda riesce a lavorare sulla propria brand equity e brand awareness cogliendo una situazione negativa e trasformandola in opportunità. Raggiunge il suo scopo sociale e, in un secondo momento, anche il suo scopo economico. Coca-Cola dimostra di “vivere” nel mondo in cui opera. Interagisce con la realtà locale e senza snaturarsi si impegna per migliorarla.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=3se-37j07hg’]

D’altronde i brand sono come dei partiti. E le persone esprimono il loro voto a questi attraverso il processo d’acquisto. Non ci dilunghiamo poiché la potenza dei numeri è incontestabile.

– A fine marzo 2012 il 92% dei thailandesi era venuto a conoscenza della campagna “Un milione di ragioni per credere nella Thailandia”.

– Un milione di thailandesi ha partecipato attivamente alla campagna, la quale ha generato 137 milioni di contatti sui social network.

– Nonostante il PIL thailandese fosse in picchiata, Coca-Cola ha contato vendite di fine campagna per la cifra record di 29 milioni di unità in un mese.

– La quota di mercato ha sfondato il 30% riducendo interamente il gap con Pepsi ferma ad un 32% che continua a scendere.

– Alla fine della campagna il tasso di felicità domestica era salito al 75%. Non è un’esagerazione affermare che la Thailandia è di nuovo “Terra del Sorriso” e Coca-Cola ne è lo “sponsor” principale.

Google Project Loon: palloni e follia contro il digital-divide

Google Project Loon: palloni e follia contro il digital-divide

Google Project Loon: palloni e follia contro il digital-divide

L’atlante raffigura anche città di cui né Marco né i geografi sanno se ci sono e dove sono, ma che non potevano mancare tra le forme di città possibili.

Google Project Loon ha richiamato alla mia mente “Le città invisibili” di Italo Calvino. In questo libro i dialoghi tra Marco Polo e il Gran Kan portano alla luce svariate e inimmaginabili città che simboleggiano il caos della realtà e le parole dell’esploratore diventano il tentativo di dare ordine al disordine.

L’obiettivo del progetto è quello di portare Internet anche nelle zone più impervie, rurali e inesplorate dell’atlante. Internet nasce come rete di connessione mondiale, ma in realtà per alcune aree è inaccessibile a causa di problematiche economiche o di collocazione geografica.

La soluzione c’è ed molto più romantica di una connessione cablata: una  rete di palloni che fluttuano nell’aere porterà il WiFi nei posti più nascosti del mondo.

La tecnologia è ancora in fase di sperimentazione e se tutte le funzionalità saranno verificate, questo progetto rivoluzionerà il modo di connettersi a Internet.

Google Project Loon: palloni e follia contro il digital-divide

Tecnologia

Il nome del progetto racchiude in sé la mission e la tecnologia utilizzata: loon. Ovvero un progetto “folle” che utilizza i “balloon” per abbattere il digital-divide.

Stratosfera
Google Project Loon si basa su un network di palloni che galleggiano a  20 km dalla superficie terrestre e grazie al vento vengono trasportati per tutto il globo. Una speciale antenna collocata nella abitazioni consente di  connettersi a questa rete di palloni.

Com’è fatto un pallone?
Ogni pallone  misura 15 m di diametro, 12 m di altezza e 0,077 mm di spessore. Al suo interno contiene una batteria a energia solare, dei sensori di controllo dell’altitudine e un computer per il controllo da remoto.

Controllo da remoto
Speciali algoritimi e software consentono a Google di controllare e gestire la posizione e il volo dei palloni. Il lancio del pallone è seguito da un team di 6 persone:  un comandante e un gruppo di coordinamento

Velocità e copertura
La velocità di connessione è paragonabile a quella di una rete 3G e ciascun pallone è in grado di coprire un’area di 40 km.

Sperimentazione

L’area scelta per la sperimentazione è la Nuova Zelanda dove montagne, deserti e foreste rappresentano il contesto ideale per testare e perfezionare la tecnologia. La prima persona al mondo a connettersi a Internet tramite un pallone aerostatico è stata l’imprenditore Charles Nimmo di Leeston.

Google consente ai cittadini neozelandesi di candidarsi come tester sul sito di Google Project Loon.

Ecco il video che presenta il progetto.

Giovani + Innovazione, la formula vincente di CNA presentata ad Impresaduezero


Venerdì 5 Luglio 2013, il nostro Alex Giordano, sarà a Rovigo per parlare di Social Media Marketing nell’ambito del doppio panel organizzato dalla locale CNA Giovani Imprenditori.
Il format dell’evento prevede due distinti panel, il primo maggiormente attento ai temi del digital business, il secondo più incentrato su case history e best practice.

Alle ore 17 presso la sala della Pescheria Nuova, in Corso del Popolo 140, gli organizzatori daranno il benvenuto ai partecipanti, per poi iniziare con gli speech del primo panel in cui interverranno Alex Giordano, Direttore del Centro Studi Etnografia Digitale e Docente di Societing e Società delle Reti presso l’Università IULM di Milano, Andrea Bedendo di Growing Ideas e Eduard Roccatello di 3DGIS. Il secondo round di interventi vedrà la partecipazione di Francesco Zanarotti (Diginess), Emiliano Fabris (Rawfish) e di una tavola rotonda di startupper composta da Samuele Frigato, Filippo Dalla Villa, Paolo Crepaldi e Antonio Gonella.

L’intervento di Alex Giordano verterà sul tema del tramonto del marketing tradizionale, affrontando l’evoluzione dell’agenzia di comunicazione in agenzia di mediazione simbolica. Secondo Giordano, il web 2.0 non può continuare ad essere considerato l’ennesimo mezzo di comunicazione, ma andrebbe visto come un ecosistema di tecnologie e strumenti in simbiosi con le persone che lo popolano e lo animano. Per fare ciò è necessario un approccio antropologico, la cosiddetta Netnografia (etnografia della rete), che ci aiuta a considerare questo ecosistema non solo uno spazio dove vendere ed infastidire le persone, affollando le loro menti con messaggi pubblicitari, ma anche un luogo dove poter imparare tanto dai nostri pubblici, coinvilgendoli nei processi di co-creazione e di co-innovazione.

Seguiranno gli interventi di Andrea Bedendo, graphic designer e musicista che parlerà di App Economy e di come gli smartphone stanno cambiando il modo di fare business e di Eduard Roccatello, esperto di Sistemi Informativi Territoriali che spiegherà come le città possono diventare social. Nella seconda parte Francesco Zanarotti, imprenditore nel campo del web marketing, parlerà di rischi ed opportunità per gli e-commerce, mentre Emiliano Fabris darà qualche consiglio su come essere startupper nel Polesine e in Italia. La serata si concluderà con una startup night dedicata a case history locali e con un utile spazio di live networking.

La crescente attenzione, posta sui temi del digital business, da parte degli enti tradizionali del nostro tessuto economico, fa si che eventi come questo si diffondano a macchia d’olio in tutta Italia e che rappresentino uno spazio ideale dove confrontarsi e scoprire nuovi trend da cogliere per sviluppare la propria idea di impresa. Gioventù e innovazione possono contribuire a creare l’Italia 2.0 a patto che esista uno sforzo concreto in questa direzione da parte di tutte le istituzioni.

Social network e soglia dell'attenzione: come cambia la fruizione del contenuto?

Immagine di SocialNewsDaily.com

Avevamo già affrontato lo scorso anno nel post Social Network e contenuto: verso la saturazione? il tema del rischio di overload dato dall’ampia offerta di risorse offerte dalle nostre reti digitali.

Un problema, se consideriamo come oggi, più che mai, senza una reale strategia di content marketing che valorizzi la produzione di contenuti di qualità, i brand rischino di disperdere tutto il lavoro di comunicazione relativo ai loro prodotti. Certamente un segnale che qualcosa sta cambiando anche nell’uomo in quanto animale sociale che interagisce con lo spazio e gli elementi che lo circondano: vediamo perché.

Siamo abituati da sempre ad avere a che fare con mass media. TV, radio, giornali e libri che veicolano messaggi più o meno corposi, e che richiedono una concentrazione da parte del fruitore che ne garantisca la comprensione. Pensate a un film complesso come Inception di Christopher Nolan, o un libro come A la Recherche du temps perdu di Proust: opere di primo piano nelle rispettive forme, che per essere apprezzate chiedono uno sforzo non indifferente a chi si mette comodo in poltrona a guardare o leggere.

Immagine di Ezgi Sisman

Bene. Da qualche anno si osserva come sui new media il tempo richiesto per la fruizione di un contenuto si sia notevolmente ridotto. Come scrive Farhad Manjoo nell’incipit di un articolo pubblicato su Internazionale:

“Sarò breve, perché non resterete qui a lungo. Ho già perso un bel po’ di lettori. Su 161 persone che sono finite su questo articolo, circa 61 (il 38 per cento) sono già andate via”.

Una discesa costante di fruitori che, se da un lato testimonia come sia necessario un “ingaggio” immediato ed efficace nel contenuto che si va a proporre, segnala anche una trasformazione sempre più marcata, dettata dall’incapacità di dedicare troppo tempo a uno stesso messaggio.

Ci stiamo assuefacendo ai 140 caratteri? Una misura che segna in qualche modo tutti i social media manager del mondo, abituati ormai a misurarsi con spazi sempre più stretti di espressione, soggiogati da ritmi sempre più serrati di produzione. Se vuoi esserci devi colpire il bersaglio in maniera immediata, secca, come – passateci il brutto esempio – un colpo di pistola.

In molti osservano, è vero, che ad esempio su Facebook un post “lungo” risulti essere più ingaggiante rispetto a uno corto. Ma in quanti si soffermano a leggere un testo pubblicato su uno status senza conoscere l’emittente (pensiamo ad esempio a uno status condiviso)? Quanto c’è di affiliazione e fiducia nel brand/utente che diventa publisher?

Ad un’analisi per lo meno sommaria, il senso del contenuto troppo corposo – se questo risulterà essere proposto da una fonte cui non ci si è precedentemente legati – sarà troppo laborioso da digerire da parte del fruitore, e per questo potrebbe verificarsi quella discesa di cui parla Manjoo nell’articolo citato poc’anzi.

Il problema è tutto di ciò che si propone? No. E’ chiaro che sono gli stessi utenti che stanno trasformando la loro capacità di rimanere concentrati rispetto al contenuto, in maniera impercettibile e costante.

Si può svolgere un semplice esercizio per capire il senso del discorso: se siete utenti molto attivi ad esempio su Twitter, provate a constatare quanto tempo riuscite ad ascoltare la stessa canzone sul vostro iPod, oppure leggere un libro. Potrete notare come, a forza di essere stimolati da un bombardamento di contenuti massivo e continuo, tutti fruiti in tempi rapidissimi, diventerà più faticoso completare il processo di fruizione laddove il tempo richiesto per la comprensione aumenta.

Un grafico in questo senso è abbastanza esemplificativo: realizzato nel 2010, mostra e raffronta le forme di contenuto con – appunto – la soglia dell’attenzione umana:


Curioso, non trovate?

Il legame fra “volume” del contenuto e tempo di fruizione scende (prevedibilmente) in maniera direttamente proporzionale alla soglia dell’attenzione che si presta ad esso.

Ciò che però il grafico non può mostrare è l’assuefazione alla stessa quantità di informazioni che riusciamo a fruire in maniera attenta, andando così a determinare delle trasformazioni nella sfera cognitiva che, necessariamente, implicano degli effetti nella vita di tutti i giorni.

Non esistono al momento (se sì, segnalatelo nei commenti!) studi approfonditi per capire come cambia la percezione dell’esistente per utenti abituali dei social network e in generale del web. L’idea è però che più si frammenta la presenza sul web e l’esperienza social, più gli utenti diventino rapidi nella fruizione ma, allo stesso tempo, incapaci di soffermarsi: tesi già sostenuta da Alessandro Baricco ne I Barbari nel 2005 ma che con i social network e la facilitazione nella produzione di contenuti è divenuta più concreta.

Una fase ancora tutta in divenire, ma che necessariamente va tenuta da conto se si vuole lavorare in contesti dove è necessario sviluppare contenuti ingaggianti e trasmettere al contempo messaggi efficaci e che colpiscano il bersaglio.

In particolare, in un periodo che vede sempre più affacciarsi nella progettazione di campagne di comunicazione strategie basate su tecniche di comunicazione transmediale e che pongono al centro principi di crossmedialità, è necessario capire come stia cambiando l’utente.

Un messaggio che sia, come detto prima, laborioso nella trasmissione rischia di disperdersi e, peggio, diventare per l’utente fattore d’allontanamento dall’emittente. Allo stesso modo, è necessario performare il contenuto al media senza piegarsi necessariamente ai linguaggi convenzionali, semmai determinare la creazione di forme strutturate di senso che vadano incontro all’utente, lasciando che il completamento cognitivo richiesto sia minimale.

Ricordate l’incipit del famosissimo video di Volkswagen per la campagna Passat 2011? In pochi secondi l’utente comprende subito il contesto della storia che si va a raccontare, grazie all’unione del primo fotogramma (la figura del bambino vestito da Darth Vader) e la colonna sonora che accompagna la scena (la soundtrack della saga di George Lucas): un ingaggio efficace che permette, per il tempo restante dello spot, di godersi letteralmente la storia che viene raccontata (e fruire così il messaggio pubblicitario collegato).

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=R55e-uHQna0′]

Un esempio calzante per capire quali, in futuro, saranno i contenuti più efficaci per colpire un pubblico che sta disperdendo, inconsapevolmente, la propria capacità di concentrarsi. Viviamo in un mondo che si sta velocemente saturando di informazioni e stimolazioni: chi saprà leggere e interpretare questa trasformazione sarà in grado di produrre una comunicazione efficace, friendly, ingaggiante.

Che ne pensate, amici lettori?

Chi non studia è premiato: il Decreto Lavoro boccia i laureati?

Ieri il Consiglio dei Ministri del Governo Letta si è riunito per discutere la bozza del Decreto Lavoro. Repubblica per prima ha diffuso le indiscrezioni sul contenuto del documento dai risvolti delicati per un mercato decisamente in crisi: quello dei milioni di giovani italiani inoccupati che non sanno se fare le valigie ed emigrare o restare, sperando di non alimentare solo vane speranze.

Nella bozza del Decreto Lavoro varato sono previste misure a sostegno dell’occupazione giovanile: incentivi alle imprese che assumono con contratti stabili a tempo indeterminato giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni in possesso di determinati requisiti – tra cui l’inoccupazione da almeno 6 mesi – e per un massimo di 650 euro mensili per lavoratore e per un periodo di non oltre dodici mesi.

Tra i requisiti richiesti perchè i giovani possano essere validi beneficiari dell’agevolazione – l’azienda che li assume, nello specifico – suscita già polemiche quello che impone che gli stessi siano privi di un diploma di scuola media superiore e professionale, o devono vivere soli e con una o più persone a carico.

I Neet – Not in employment, education or training – sono i reali destinatari della misura che il Governo si appresterebbe a votare come Legge. Giusto o sbagliato? Le posizioni al riguardo sono dicotomiche.

E’ di ieri la lettera su Repubblica.it di una professoressa di scuola media superiore in cui è evidente lo sbigottimento del docente rispetto alla richiesta di un genitore di non fare andare avanti negli studi il figlio.
La ragione della richiesta controcorrente? I proprietari del ristorante dove il figlio del genitore in questione lavora sarebbero adesso disposti ad assumerlo, grazie agli incentivi previsti dalla nuova bozza di legge sul lavoro.

La lettera si è poi scoperto essere un falso e a svelarlo è stata La Stampa tramite Massimo Gramellini, che ha riportato la reale firma della lettera, un’agenzia di comunicazione.
C’è chi approfitta della mossa del Governo per attaccarlo, tramite trucchetti e mezzucci, ma lo scenario potrebbe non essere del tutto “fantastico”, bensì proiezione di una realtà che potrebbe verificarsi, per allarmismi, o mancata informazione, o con fondatezza, ancora non lo sappiamo.

Il decreto in esame rischia di incentivare l’abbandono scolastico? Per non parlare delle apparentemente inutili iscrizioni ai corsi di studio universitari alla luce del valore nullo che il decreto attribuisce alla formazione superiore per trovare lavoro.
E allora chi sta studiando, cosa lo sta facendo a fare?
E’ questa la domanda che i giovani dovrebbero porsi leggendo le notizie che impazzano sul web e sulla carta stampata in queste ore e, si presume, nei giorni che verranno? Era questo lo scopo di un intervento del Governo in materia? Certo che no.

La bozza del decreto consiste per ora solo in un testo di circa una decina di articoli che prevedono misure volte ad arginare i confini del problema in attesa di ulteriori provvedimenti, soprattutto attraverso il ricorso alle risorse comunitarie previste dalla programmazione 2014-2020.
Attenzione a non demonizzarla.

La riflessione

Certamente si sta diffondendo un messaggio distorto e pericoloso per i risvolti che potrebbe avere, ma potrebbe fornirsi una lettura alternativa delle proposte del Governo, che potrebbe mirare al sostegno ai più deboli, coloro che le risorse per studiare non le hanno, o non sono mai riusciti ad ottenere un’occupazione stabile e che, quindi, risultano svantaggiati perchè sempre non in grado di assicurarsi una stabilità professionale e la relativa esperienza che faccia curriculum per future opportunità.

E’ anche vero che se le aziende, piccole o grandi che siano, sulla base delle agevolazioni previste dal Decreto dovessero da ora in poi orientarsi solo verso queste categorie, mortificando chi sui libri ha “perso” tempo, denaro, e sogni, forse che i nuovi “deboli” diventeranno gli studiosi, i presunti “avvantaggiati” di oggi. Si invertiranno le categorie, quindi, ma non scompariranno i penalizzati.

Un cane che si morde la coda? staremo a vedere cosa succederà, intanto è bene riflettere e confrontare le opinioni per lo scopo comune: uscire dall’empasse dell’assenza di prospettive per i giovani italiani.
E’ proprio il caso di citare il film della Wertmüller: “Io, speriamo che me la cavo!”.

Startup e PR: le 10 regole per non fallire


Essere una startup (da notare la scelta non casuale del verbo essere e non avere) nell’era delle startup è un’impresa non facile, contrariamente a quanto si possa immaginare. Pericoli, insidie, difficoltà sono sempre in agguato e basta una mossa sbagliata per cadere nell’oblio.

Startup e PR, uno degli ambiti più spinosi, in cui anche una sola mossa sbagliata può rivelarsi letale. Farsi conoscere è fondamentale, ma la regola del fare qualsiasi cosa per farsi notare non sempre si rivela essere la via giusta.
Quindi startupper alle prese con la Public Relation, soprattutto quando il budget è limitato, se state per compiere solo una delle seguenti mosse, non fatelo! Ecco le 10 cose da non fare se volete che la vostra reputazione decolli.

Fare una festa di lancio degna del Grande Gatsby

Chi non è rimasto affascinato dallo sfarzo, gli effetti scenici delle feste megalomani del Grande Gatsby? Ma appunto, quanti di voi si ricordano di Gatsby? Basta rispondere a questa domanda per capire che organizzare una mega festa di lancio non sia proprio una trovata geniale. Semplicemente perchè distogliereste l’attenzione di giornalisti, blogger e invitati dal vostro servizio o prodotto, dirottandola sulla festa. Il giorno dopo vi trovereste articoli sui vostri cocktail, sulla location di lusso, sugli abiti sfoggiati e il nome della vostra startup relegato in un angolo. Festa di lancio si, ma lasciamo a Gatsby ciò che è di Gatsby!

Startup e PR le 10 regole per non fallire

Evitare di cliccare il tasto “Invia” due volte

Avete spedito milioni di mail e nessun giornalista vi ha risposto? Se la tentazione è quella di inviare nuovamente la mail ai medesimi destinatari, non fatelo. Se non avete ancora cliccato sul tasto invia avete appena evitato un disastro. Non c’è niente di più irritante che ricevere la stessa mail un imprecisato numero di volte. Non è compito dei giornalisti, blogger rispondere alle mail. Lo scopo della mail con il comunicato stampa sulla vostra startup è quello di lasciare un seme, suscitare interesse nello scrittore. Ma se questo seme non germoglia? Purtroppo una parte di questo processo è fuori dal vostro controllo. Se la vostra startup non ha avuto fortuna nella festa di lancio, la potrà avere in futuro, chissà magari proprio in occasione del party di lancio del vostro peggior nemico!

Orrori grammaticali e sintattici

Prima di premere il tasto anche la prima volta, fate attenzione che non ci siano i seguenti orrori:
Errori grammaticali, ortografici e di battitura
– L’utilizzo di un format o un font diverso per redigere un piccolo messaggio personalizzato, che precede il corpo della mail che avete tranquillamente copiato e incollato
– Iniziare la mail con “Caro [nome e cognome]
Inviare mail con allegati pesantissimi. Non solo finirete nello spam in un batter d’occhio ma, mettiamo il caso che la vostra mail arrivi nella cartella posta in arrivo, il passaggio nel cestino sarebbe comunque immediato.

Nascondere la sezione contatti sul vostro sito

Il tempo è denaro e quello dei giornalisti lo è nel vero senso della parola. Se la sezione contatti non è visibile e facilmente raggiungibile nel giro di 15 secondi, avete perso la vostra occasione! Blogger, giornalisti non hanno intenzione di intraprendere una caccia al tesoro per potervi contattare. Altro errore da evitare: la contact form da compilare. Risulta informale e da l’idea che il messaggio non verrà mai letto. Meglio un indirizzo mail visibile! Se lo fa la Apple, perchè non dovreste farlo voi?

Startup e PR le 10 regole per non fallire

Inviare la stessa storia a tutte le testate giornalistiche

Se pensate di inviare la stessa storia a tutte le testate giornalistiche, a prescindere dalla loro importanza e rilevanza nel vostro settore di riferimento, ecco, cambiate idea! Non potete sperare che una testata importante pubblichi la vostra breve storia, magari già pubblicata da un giornale minore.

Giocare d’anticipo (da fare, no da evitare)

Sebbene per una startup sia difficile pianificare con esattezza le mosse future, per un giornalista è altrettanto difficile scrivere di qualcosa che è già avvenuto e che, dunque, non è più di interesse. Quindi, una mossa consigliata è quella di giocare d’anticipo, prevedere in qualche modo le strategie e fornire uno scoop alla stampa.

Uscire nel momento sbagliato

Lanciare la propria startup lo stesso giorno in cui la Apple sta presentando l’ultimo iPhone non è proprio la strategia più efficace! Tenere sotto controllo gli eventi nazionali ed internazionali che potrebbero avere grande risonanza nel proprio settore può essere molto utile per programmare il giorno in cui dichiarare al mondo la propria esistenza.

Parlare male di propri competitor

I giornalisti sono meno pettegoli di quanto si pensi. O almeno lo sono solo se non vengono indotti a parlar male. Un grande errore è quello di focalizzarsi su cosa i competitor stiano facendo e parlarne male piuttosto che cercare di valorizzare la propria startup. Questa strategia ha due risvolti negativi. Il primo è attirare l’attenzione sui propri “avversari” piuttosto che su di sè e il secondo è di farsi dei nemici. Mai dire mai: un competitor nella fase inizale della vostra attività può diventare un alleato in un momento successivo! Quindi focalizzatevi su voi stessi, valorizzatevi e lasciate perdere polemiche e gossip. In questo ambito non funziona!

Startup e PR le 10 regole per non fallire

Lasciarsi travolgere dall’entusiasmo

Avete appena finito un pitch, quando in ascensore vi imbattete in Luca Cordero di Montezemolo che, sorridendo, vi fa i complimenti per la vostra presentazione. Saltare a conclusioni del tipo: “Ha apprezzato la mia idea, quindi mi darà 10 milioni”, è un atteggiamento degno di un gruppo di quindicenni piuttosto che di un fondatore di un astartup. Un eccessivo entusiasmo può frenare eperfino gli investitori o possibili business angel perchè, con la facilità con cui si accende così tende a spegnersi. Inoltre, startupper siate cauti nell’annunciare una partnership o una collaborazione quando ancora non è stata formalizzata. Un “Si potrebbe lavorare insieme” non è ancora una notizia, ma una supposizione.

Commentare fra le righe

Nell’epoca del web 2.0 qualsiasi cosa venga detta può essere usata contro di te, anche quando pensi nessuno ti abbia ascoltato. Se non sono presenti giornalisti, non vuol dire che un vostro commento fra le righe non venga registrato e pubblicato su qualche social network. Quindi, acqua in bocca ed evitate commenti di troppo che possono tornare indietro come un boomerang!

BeMyEye, l'app per le rilevazioni in crowdsourcing [INTERVISTA]

Gian Luca Petrelli, Founder & CEO BeMyEye

Chi l’ha detto che bisogna necessariamente inventare qualcosa per creare valore? A volte basta un’idea, un’intuizione, per rivoluzione qualcosa che già c’è, per dargli una nuova destinazione d’uso, per creare nuove opportunità e valore. Così è in ogni settore, dall’industria al design, dalla medicina all’architettura, e vale anche per il marketing.

Lo sa bene Gian Luca Petrelli, Founder e CEO di BeMyEye, che è riuscito a trasformare in realtà la sua intuizione, rispondendo ad una delle esigenze più tradizionali del marketing. E lo ha fatto nella maniera più innovativa e attuale che si possa pensare.

BeMyEye: uno strumento innovativo per le aziende…

BeMyEye (“sii il mio occhio”, tradotto alla lettera) è un’app con potenzialità enormi, che nasconde molteplici vantaggi, sia per le aziende che decidono di avvalersi di tale strumento, sia per gli utenti utilizzatori finali dell’app, gli eye (“occhi”), che in questo caso non usufruiscono di un servizio ma lo svolgono, guadagnando… Interessante vero!? Scopriamo di più.

BeMyEye consente alle aziende di controllare la propria merce nei negozi tramite una capillare rete di migliaia di rilevatori, dotati appunto di questa applicazione  che è al momento disponibile  per il download gratuito per iPhone e compatibile con iPod Touch e iPad. App che, in questo caso, svolge un ruolo prettamente strumentale, e dove  è più giusto parlare di creazione di contenuti piuttosto che di fruizione.

BeMyEye permette all’azienda di commissionare agli utenti registrati lo svolgimento di tutta una serie di attività (chiamati job) per poter valutare una determinata situazione nei retail di interesse: dall’esposizione da un billboard, alla disposizione di un prodotto nello scaffale di un supermercato, alla conferma di un allestimento di vetrina concordato, e così via… e tutto quasi in tempo reale e, potenzialmente, contemporaneamente in decine/centinaia/migliaia di località differenti.

… e un’occasione di guadagno per gli Eye

Gli utenti che completano un job guadagnano, in media dai 5 ai 10 euro, ma possono anche guadagnare di più. Tutto dipende dalla complessità delle task richieste e dalla tempistica necessaria per compierle. L’utente può richiedere da subito il pagamento che avviene con accredito della somma su un conto Paypal precedentemente aperto, al netto della ritenuta di acconto del 20% che BeMyEye Srl come previsto dal contratto di prestazione occasionale.

Quando un job viene caricato nel raggio di 5-10 km dal punto segnato come “base” da ogni eye, gli utenti vengono avvisati e possono prenotarne l’esecuzione. Si recano nel luogo indicato e confermano con un check-in dall’app la loro posizione, e procedono con lo svolgimento delle task: scattano la foto richiesta, registrano il prezzo richiesto o il codice a barre di un prodotto, verificano l’allestimento della vetrina e così via. Poi sempre  tramite l’app fanno l’upload della scheda completata. Dopo poche ore già l’azienda committente può verificare i primi risultati, singoli ed aggregati e se necessario intervenire prontamente ad iniziativa in corso!

Abbiamo raggiunto tramite Skype per un intervista Gian Luca Petrelli, che ci ha parlato del valore aggiunto dei servizi di BeMyEye per le aziende:

Il valore aggiunto di quello che facciamo è riuscire a dare un risultato che non ha eguali sia in termini qualitativi (preciso, dettagliato, comprensivo di conferma coordinate GPS e fotografie) che quantitativi, grazia alla capillare diffusione degli utenti registrati che aspettano di poter completare i job per guadagnare.” Prosegue Luca. “Ogni scheda completata dagli utenti viene analizzata singolarmente e viene valutata con un sistema di rating premiante, che attribuendo da 1 a 5 stelle ai job degli eye garantisce vantaggi e priorità a chi svolge i compiti nel migliore dei modi. Un sistema incentivante per garantire all’azienda risultati ottimali“.

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una drastica mutazione della comunicazione aziendale: da una comunicazione di tipo unidirezionale verticale da azienda a consumatori (one-to-many), grazie alla diffusione di internet (soprattutto in mobilità) e i social networks si è passati ad una bidirezionale verticale e orizzontale (many-to-many). Ora ci troviamo di fronte ad un esempio ancora diverso; sono gli stessi consumatori ed utilizzatori finali che indirizzano informazioni ad una sola azienda (many-to-one).

Gian Luca, BeMyEye è una startup fondata nel giugno 2011, ma com’è nata l’idea?

L’idea mi è venuta quando, da piccolo imprenditore nel settore del food, mi sono trovato nella situazione di valutare una campagna di merchandising in corso negli Stati Uniti. Mi sono rivolto ad un’agenzia specializzata, che mi ha preventivato costi proibitivi e tempistiche lunghe; avrei ricevuto un report a campione solo dopo un mese a campagna abbondantemente finita.

Così Gian Luca ha pensato: perché spendere così tanto per avere una cosa che chiunque con uno smartphone può fare?

L’intuizione di base può sembrare banale, ma da lì a lanciare un progetto concreto a forte vocazione tecnologica e con potenzialità di crescita globali, c’è n’è di strada da fare.

Ho iniziato a pensare a ByMyEye nel maggio 2010 e nel luglio dello stesso anno ho depositato il primo brevetto negli stati uniti. Ci ho creduto fin dall’inizio e sono partito subito con la ricerca dei tecnici per iniziare a valutare concretamente il progetto e siamo arrivati a natale 2010 quando sono iniziati i negoziati con la Venture che ci ha poi sostenuto e continua a sostenerci, la 360 Capital Partners. Ci sono voluti 7 mesi per concretizzare un accordo, siglato a luglio 2011. Ad agosto siamo partiti e sono serviti 11 mesi di sviluppo per la prima piattaforma operativa. Gli interruttori si sono accesi a giugno 2012 ma possiamo dire di essere perfettamente operativi da dicembre 2012. La struttura commerciale è in azione da marzo 2013. Attualmente lo staff al lavoro è composto da 13 persone che lavorano giorno e notte weekend compresi, stiamo dedicando veramente anima e corpo al progetto.

In questo periodo di crisi economica, dove non mancano le polemiche e le perplessità sul mondo delle startup, BeMyEye è sicuramente un esempio di come un’idea, unita alla forza di volontà ed al lavoro, sostenuta da capitali di ventura e finanziamenti agevolati può tramutarsi in una realtà aziendale con elevate potenzialità di crescita.

Stiamo lavorando per esportare il progetto in altri paesi. In Italia possiamo già contare su oltre 14.000 collaboratori privati e abbiamo in portfolio una trentita di grandi aziende e marchi. Abbiamo almeno 3 progetti di sviluppo dell’applicazione… ma per ora è tutto top-secret…

In conclusione: Gian Luca, se nascessero altre realtà/app simili alla vostra?

Non puoi pretendere di avere l’esclusiva, il mondo evolve, l’obiettivo è quello di esser sempre i più bravi, di rispondere alle esigenze nel modo migliore. Ciò che conta è essere all’avanguardia con il prodotto. Di fondo è come una sana concorrenza, un sistema efficiente di per sé.”

Ringraziamo Gian Luca per l’attenzione che ci ha dedicato e vi invitiamo a provare quest’app, che siate un’azienda o un Eye!

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

Il videogioco “Asphalt Injection” è stato sviluppato dalla nota casa sviluppatrice francese Gameloft e pubblicato dalla cugina Ubisoft su PlayStation Vita.
Appartiene al genere Racing di corse d’auto “arcade”.

Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di testarlo in maniera davvero approfondita grazie anche ad un apposito sterzo ufficiale PS Vita acquistato per l’occasione, e il divertimento non è certo mancato! 🙂

Ben 45 veicoli disponibili, tra cui: BMWAlfa Romeo, LamborghiniMercedesMcLaren e fiammanti Ferrari.

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

Una volta che riuscirete a completare il gioco nella modalità single player detta Partita Veloce”, potremmo scegliere tra 20 tracciati cittadini, di cui 6 in senso di marcia opposto: Honk Kong, Rio, Detroit, Montecarlo, Chamonix e l’Avana.
A questo punto potremmo optare tra 10 differenti sfide: Gara normaleEliminazione, Gara a tempo, DuelloSotto pressione, 1 contro tutti, Collezionista, Derapata, Furia urbana ed Inseguimento.

Come faremo quindi a sbloccare l’intero numero di tracciati?
Semplice, dovremmo decidere di correre (sempre in single player), nella modalità “Carriera”.
Da veri principianti inizieremo con le prime 5 gare delle Qualifiche con una simpatica MINI Cooper S Coupe, potendola personalizzare esteticamente a nostro piacimento, scegliendo tra 3 diverse colorazioni della vernice e 43 diversi adesivi.
Dopo esserci un minimo impratichiti, potremmo sbloccare le vere corse nei successivi 19 Campionati, per un totale di 95 distinte sfide in aggiunta a quelle iniziali del pre-campionato..

Inizieremo a stringere le cinture a partire dal Campionato Amatoriale, passando in successione per quello Principianti, Astro Nascente e Bronzo.
Progredendo con le sfide, finalmente inizieremo a degustare macchine più potenti come Audi TT RS Coupé, BMW Z4 e M1 Coupé, Ford Mustang GT500 e Focus RS.
L’adrenalina incomincerà a farsi sentire.. faremo forse più attenzione a dosare la nostra preziosa nitro?
Ma neanche per sogno!
Sarà un piacere sprecarla a ricaricarla a piacimento con una serie di continue derapate al limite dell’immaginazione. 😀

E dopo un po’ di ore passate a disegnare in aria stravaganti curve con il nostro piccolo sterzo, facendo opportuna attenzione di non essere osservati da parenti e amici, si sbloccheranno campionati maggiormente impegnativi:  Argento, Oro, Platino, Diamante, VIP.
Le macchine incominceranno a farsi interessanti con la prima Lamborghini Countach e Sesto Elemento, la BMW M3, l’Aston Martin V12, l’Alfa Romeo 8C e l’Audi R8 GT.

Le ambientazioni dei circuiti saranno le medesime di quelle conosciute nelle versioni mobile per smartphone e tablet: dalle Bahamas della città di Nassau, che è la pista urbana meno tecnica, caratterizzata da una galleria sottomarina, dando un tocco futuristico e fantasioso alla nostra gara.
Conosceremo anche la pista di l’Avana a Cuba, riuscendo a trasmettere un eccellente senso di velocità grazie alle sue strette stradine del centro città.
Viaggeremo di notte lungo le strade di Hong KongNew Orleans, Detroit e Tokio, piacevolmente sorpresi dagli inaspettati e spettacolari salti su più livelli.
Particolare il tracciato di Los Angeles per le sue singolari strade dissestate post-terremoto. Sempre affascinante la pista con le colate laviche della capitale islandese Reykjavík.
Molto bella quella di Montecarlo grazie ai suoi leggendari tornanti. Parecchio impegnativa quella di Shangai, mentre tecnica quella di New York, con le sue curve ad angolo.

Quando avremmo superato le “340 stelle” sbloccheremo la penultima autovettura, ossia la Ferrari più potente modello FXX Evolution.

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

E se saremo davvero tenaci potremmo vincere l’ultimo veicolo del gioco: la Bugatti Veyron Super Sport, l’auto più potente del gioco caratterizzata da una forma molto aerodinamica.

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

Personalmente non mi è piaciuta come estetica e suono del motore, rispetto alla bellissima Ferrari 599XX (la mia auto preferita) che grazie ai molteplici potenziamenti è rimasta parecchio competitiva. Potenziamenti al motore, alla manovrabilità e alla nitro, che hanno concesso la possibilità di raggiungere come velocità massima 396 km/h (59 in meno della Bugatti), mentre in modalità nitro fino a 470 km/h (5 in meno della Bugatti) con una fulminea accelerazione da 0-100 km/h in 2,24 secondi (0.09 in più della Bugatti).

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

Per riassumere saranno 10 le splendide Ferrari a disposizione dei focosi appassionati del cavallino rampante: 288 GTO; California; F40; F50; 458 Italia; FF; 599 GTO; Enzo; 599XX; FXX Evolution.

Il Multiplayer online

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

La modalità multi giocatore online tramite account PlayStation Network permetterà di mettere alla prova l’abilità acquisita nel gioco a confronto con altri giocatori, fino ad un massimo di 8 in contemporanea a patto di avere una buona connessione internet.

Potremmo scegliere tra Partita Veloce, Ospita Partita e Partecipa.
Inoltre sarà possibile consultare la Classifica ufficiale per la Posizione Globale, Migliori (per l’esperienza), Migliori (per eliminazioni) e Tempi Migliori.

Si tratta quindi di un’alternativa valida al più “sicuro” single player, in cui sentiremo maggiormente la responsabilità e la tensione di non poter sbagliare curva, facendo attenzione a non sbattere eccessivamente per non perdere un importante vittoria.

Individuazione di possibili Bug nell’end game

Una volta che avremo sbloccato (dopo mesi di intenso divertimento) la macchina più potente, la già sopracitata Bugatti Veyron, potremmo notare chiaramente che poco prima di iniziare la specifica gara di Rio Ritorno, in Coppa Adrenalina, ritroveremo inaspettatamente ancora una volta la finestra-suggerimento per utilizzare la medesima auto, che ci trasmetterà implicitamente quella sensazione negativa di aver subito la sostituzione non gradita della medesima auto con la versione standard.

I migliori giochi su PS Vita: ASPHALT INJECTION

Il gioco evidentemente non è riuscito a riconoscere che abbiamo già sbloccato e acquistato quella stessa auto.
Un palese errore di programmazione che a prima vista potrebbe sembrare irrisorio (Low Level), ma con la reale possibilità di aver penalizzato il gameplay (High Level) e l’effettivo status di campione del gioco, non avendo avuto nessuna certezza durante la gara di utilizzare la stessa macchina in versione “potenziata” (visto che non si tratta di una vettura personalizzabile esteticamente), e quindi più adatta e resistente ad una sfida tanto impegnativa com’è risultata essere questa stessa corsa di Rio Ritorno in Coppa Adrenalina… in assoluto una delle tre gare più difficili.
Infatti allo stesso tempo non essendo spuntata l’opzione per cui si sarebbe potuto scegliere virtualmente l’auto con cui gareggiare, non è stato proprio possibile da semplici utenti capire se si trattava della versione opportunamente potenziata.

Facendo ulteriori test questo problema si è ripresentato anche in tutte le altre prove Inseguimento: Los Angeles in Qualifiche, Mosca in Lega Astro Nascente, New York in Campionato Oro, Reykjavik in Coppa Nitro, Shangai in Serie Nitro All Stars.

E’ bene precisare che non si tratta di un macro bug ai fini della funzionalità dell’intero gioco, dato che ha riguardato una singola tipologia di gara, e solamente dopo aver giocato per tantissime settimane, in modo che fossimo davvero in grado nel riuscire a sbloccare con la nostra assidua perseveranza l’ultima macchina possibile.

Giudizi e voto complessivo

Grafica: 8
Molto buona la definizione grafica mentre si corre.
Gradevoli i riflessi delle luci ambientali sulla carrozzeria, mentre risulta essere eccessivamente sgranata il contorno di alcuni adesivi opzionali.
Si può affermare senza troppi giri di parole che le macchine sono rappresentate fedelmente.

Sonoro: 7.5
L’audio del menù alla lunga risulterà ripetitiva, ma dall’altro canto ci stimola ad accendere subito i motori. La musica trasmette quella giusta dose d’immersione sonora richiesta per dare la giusta carica.
Abbiamo preferito utilizzare la seguente configurazione: Musica al 100%, Effetti al 54%, Voce Copilota 70% e Motore al 59%.
Inoltre, la resa audio risulterà magnifica sia utilizzando le casse stereo della PS Vita e sia con gli auricolari.

Gameplay: 9
Divertente e molto coinvolgente.
La modalità visiva “adrenalina” in blu regala una sensazione unica nel catalizzare l’attenzione del giocatore sul display, trasmettendo una sensazione di velocità davvero particolare.
Molto fluido, nulla da eccepire.

End Game e Rigiocabilità: 8.5
Quando ritorneremo sui tracciati già percorsi con macchine più potenti non sarà mai una sfida banale, gli avversari risulteranno proporzionati alla macchina che decideremo di utilizzare.
La longevità e la rigiocabilità di questo titolo è garantita per molto tempo.

VOTO COMPLESSIVO: 8 su 10
La gaming experience in Asphalt Injection è semplicemente fantastica, un must have per gli appassionati di Racing Arcade, che riesce a distinguersi dai corrispettivi titoli per smartphone e tablet della medesima serie Asphalt grazie all’estrema precisione del giroscopio PlayStation Vita, senza la necessità di essere settato manualmente.
Grande merito dell’esito estremamente positivo del nostro testing va pure a quel fantastico accessorio del volante che regala delle sensazioni interattive uniche, facilitando le sterzate repentine anche superiori di 90°C,  trasmettendo inoltre una piacevole sensazione di leggerezza della stessa console che nell’insieme ne favorisce una più comoda impugnatura.

La corsa più particolare?
Quella Duello di Honk Kong in Coppa Ipervelocità, in cui saremo sempre obbligati a partecipare automaticamente con una mitica DeLorean DMC-12, il medesimo modello del celebre film Ritorno al Futuro!
E grazie agli opportuni potenziamenti abbiamo potuto farle raggiungere una (irrealistica) velocità nitro di ben 316 km/h.

In definitiva, abbiamo assaporato il gusto di macchine indistruttibili contro avversari virtuali altrettanto implacabili in virtù di una specifica intelligenza artificiale che ha reso, per esempio, le macchine della polizia davvero assatanate con continui tentativi di speronamento insieme ai posti di blocco sempre più serrati e fastidiosi per la nostra vittoria finale.

Prima di salutarci ringrazio Gameloft per l’opportunità offerta nell’aver potuto svolgere questo testing ufficiale e Ubisoft per la gentilezza dimostrata nell’averci mandato materialmente il gioco.

Il successo di Art Camp for Women grazie al content marketing

Content Marketing

Copyblogger.com, media company specializzata in copywriting creativo e content marketing, ha intervistato due artiste di Colorado, Lori Wostl e Lorri Flint, che devono il successo del loro business interamente al content marketing.

Le due artiste notarono che quando partecipavano a gradi eventi artistici l’esperienza era più stressante che altro. Così fondarono Art Camp for Women (ACFW) con l’intento di offrire un’esperienza divertente, solidale, rilassante e avventurosa a chi fosse interessato a sviluppare le proprie capacità artistiche.

Iniziarono a scrivere un blog allo scopo di dare visibilità ai loro eventi e con grande sorpresa, pochi anni dopo, un grande magazine nazionale statunitense le contattò per offrire loro una vetrina straordinaria.

Ecco l’intervista che Beth Hayden, Senior Staff Writer di Copyblogger Media, ha fatto a Lorri e Lori per scoprire di più sul loro business e su come il content marketing le abbia aiutate a raggiungere i loro obiettivi di crescita.

Qual è il vostro business?

Siamo Lori Wostl e Lorri Flint di Art Camp for Women (ACFW). Organizziamo eventi artistici e camp cross-mediali per donne e scriviamo online di creatività e arte cross-mediale.

Chi sono i vostri clienti e i vostri lettori e cosa offrite loro?

Abbiamo una piccola ma crescente nicchia di donne interessate alle arti cross-mediali e agli eventi artistici. Il nostro target è formato da donne generalmente sopra i 40 che hanno tempo e soldi da spendere per se stesse. Abbiamo, nella nostra comunità, donne con diversi percorsi di vita – donne in carriera, donne in pensione, donne uscite recentemente dall’esperienza del cancro, donne diventate vedove o divorziate e tutto quello che c’è in mezzo.

C’è stato un problema pressante al quale avete cercato di dare una soluzione con il vostro business?

Il nostro business è iniziato perché volevamo creare un ritrovo intimo e un’esperienza rilassante per chi si interessa di arte. ACFW è all-inclusive: forniamo pasti, alloggi confortevoli e accoglienti, lezioni d’arte, il materiale da lavoro e vino e cioccolata tutti i giorni.

Offriamo un ritrovo artistico che permette ai nostri clienti di incontrare e relazionarsi con chiunque nel camp – inclusi gli insegnanti che sono artisti molto conosciuti.

Abbiamo frequentato personalmente degli eventi in passato con centinaia di partecipanti. Sebbene gli insegnamenti fossero fantastici, l’esperienza complessiva non era il massimo. A meno che tu non andassi con un amico, dovevi vedertela tutto da sola – spesso in un hotel in una città sconosciuta e senza auto.

Abbiamo anche portato con noi i nostri attrezzi da lavoro, il che è significato trascinare borse incredibilmente pesanti attraverso i check in della sicurezza e in aereo. Dovevamo inoltre decidere per i pasti, il che significava il più delle volte mangiare il cibo dell’hotel: pessimo e caro. Nel complesso l’esperienza era estenuante. Siamo donne in forma e in salute, ma dovevamo tornare a casa per riposarci.

Così mettemmo su ACWF perché volevamo organizzare eventi dove le donne potessero ampliare le proprie competenze artistiche, essere ispirate dal paesaggio, incontrare donne di tutto il Nord America ed essere ringiovanite – non diventare esperte nell’organizzazione di viaggi, alloggio e cibo.

Che tipo di contenuti online sono più rilevanti per il vostro business?

Sul blog Art Camp for Women pubblichiamo aggiornamenti sul tema dell’arte, tutorial, interviste e progetti di arte cross-mediale. Usiamo Pinterest per rilanciare opere, consigli per artisti, architettura, viaggio, esibizioni artistiche e foto dei nostri Art Camp. Usiamo la pagina Facebook per indirizzare le persone verso i post del blog e condividere i link e le risorse di altri scrittori e artisti. Inviamo inoltre una newsletter che riporta i contenuti del blog, concorsi per la nostra community e offerte speciali.

Negli ultimi anni, abbiamo partecipato a diversi gruppi d’arte online, cercando di far conoscere il nome di Art Camp for Women in varie comunità. Abbiamo anche letto e commentato molti blog della comunità artistica, il che ha contribuito a costruire relazioni e vendere i nostri corsi.

Quali strumenti o risorse avete trovato più utili quando avete iniziato?

Abbiamo seguito alcuni corsi sul blogging e WordPress e imparato da subito che il content marketing sarebbe stato una decisivo nella nostra strategia di marketing. Abbiamo anche frequentato alcuni corsi di business organizzati dalla Camera di Commercio locale.

Lo scorso autunno abbiamo partecipato al corso di Danny Iny sul Guest Posting. Scrivendo guest post abbiamo registrato un picco nel nostro traffico web e abbiamo incrementato i contatti della nostra mailing list del 200%.

Siete sempre state imprenditrici o avete avuto una carriera più tradizionale prima di metter su un’azienda?

Abbiamo entrambe lavorato in aziende come executive e formatori, e ciascuna ha avuto la sua propria attività prima di iniziare ACFW. Le carriere erano buone, ma adesso non torneremmo indietro. Ci piace prendere le decisioni e cambiare direzione velocemente se serve. La flessibilità è la più grande priorità per noi.

Quali sono stati i momenti di svolta? Come sono arrivati?

Nell’inverno del 2011 stavamo lavorando ai nostri computer quando ricevemmo una di quelle telefonate che ti cambiano la vita. Era l’editor dell’Oprah Magazine. Stavano facendo uno speciale sull’espressione di sé attraverso l’arte e volevano includere Art Camps nell’articolo. Oprah ha 3,8 milioni di lettori al mese, quindi eravamo entusiaste.

Tre mesi dopo la chiamata, Art Camp for Women era nel numero di febbraio 2012 dal titolo “Express Yourself! You from A to Z.” Il nostro traffico web salì da poco più di 100 visite al mese (e a volte anche meno) a più di 500 visite al giorno. Dopo le prime due settimane dall’uscita del magazine avevamo 4.000 visite e un tempo medio di visita di 3 minuti.

Gli editor dell’Oprah magazine ci contattarono perché avevamo un buon sito e perché eravamo visibili nei motori di ricerca. E quando chiamarono, eravamo pronte. Da allora abbiamo visto tantissime donne diverse interessarsi all’Art Camp. Inoltre ci sono più insegnanti e artisti interessati a lavorare con noi.

L’esperienza ha anche accresciuto un po’ la nostra fiducia, sentiamo davvero di aver fatto il salto di qualità.

Il nostro unico rimpianto è che avremmo potuto far fare le foto a dei professionisti – mandammo all’editor le foto che avevamo, ma loro non le usarono.

Come è ora il vostro business e quali prospettive avete?

Siamo sempre stati un business di nicchia e non abbiamo debiti. Nell’autunno del 2012 abbiamo predisposto una campagna online per il 2013 con due obiettivi: prendere contatti con possibili insegnanti e far crescere la nostra mailing list.

Il nostro obiettivo più importante è far crescere il numero di Art Camp che facciamo ogni anno. Siamo anche trovando nuove location e faremo dei camp ai tropici e in Europa. Ci stiamo focalizzando sulla costruzione di un pubblico per il nostro blog e la crescita della nostra mailing list.

Che consigli dareste ai blogger e creatori di contenuti che stanno cercando di costruirsi un pubblico online?

– Costruisci una buona mailing list e usala.

– Aggiorna la tua lista e invia mail regolarmente.

– Accetta sempre un’opportunità e solo dopo pensa a come fare.

– Non avere timore a dare gratis informazioni, tutorial e regali. È un modo low-cost per costruirti una mailing list e far crescere il tuo pubblico.

– Sii disposto ad eliminare ciò che non funziona, anche se è la cosa che ti piace di più.

– Dopo ogni evento, o con regolarità, fai un bilancio di cosa ha funzionato e cosa no. Assicurati di fare la tua valutazione in termini di entrate economiche e non solo in termini emotivi.

– Fai foto professionali. Non sai mai quando Oprah potrà chiamarti!

Appunti di VINEomaking: Vine ed esempi di racconto

Mentre Vine aumenta il numero di condivisioni e scala le posizioni nella classifica di Google Play, Instagram offre la possibilità di realizzare video da 15 secondi. I video hanno acquisito una sempre maggiore rilevanza nell’interazione sui social network, con adeguate reinterpretazioni rispetto ai classici trailer o spot.

A questo punto diamo un’occhiata all’evoluzione strutturale dei video analizzando alcune “opere Vine”, |SPOILER ALERT| :

Presentazione dei protagonisti, Azione, Effetto dell’azione

Uova sorridenti che, per colpa di un malefico soldatino, perderanno la loro serenità.

Presentazione dei protagonisti e Metamorfosi

E’ l’estrema sintesi del divenire tutt’uno con l’oggetto. Qui inoltre è presente la tecnica di differenziazione delle inquadrature.

Utilizzo di un oggetto quotidiano, Rottura dell’equilibrio e Colpo di scena

Il ribaltamento dei ruoli ha sempre un suo fascino!

Una semplice apparizione

A questo proposito #magic è usatissimo in video simili, tanto da conquistarsi una sua sezione in Vineroulette.

Colpo di scena al contrario con effetto caricaturale

Iniziare la visione con tanta paura e finire con una grossa risata!

La struttura di un racconto non ha il tempo di perseguire tutti i dettami propperiani ma si snellisce e fornisce il minimo contenuto per a) condensare il significato o b) destabilizzare lo spettatore.

L’irriverenza molto spesso è la chiave di volta che, in brevissimo tempo, marcando i tratti fondamentali, colpisce lo spettatore (che nella maggior parte dei casi è anche utente).

A questo punto saremo utenti anestetizzati che cercheranno la perfezione eccedendo nello stravolgimento delle situazioni oppure finalmente daremo pieno sfogo al nostro pensiero divergente, osservando gli eventi da diversi punti di vista?

Ma soprattutto…utilizzeremo più Vine o Instagram?