Quanto cibo puoi comprare con 5 dollari [VIDEO]

Soprattutto in tempi di crisi è sempre bene rimanere aggiornati su questioni economiche come l’inflazione o il cambio della valuta. Ma certo, c’è modo e modo per farlo. Se volete sapere cosa potete acquistare con 5 dollari, in giro per il mondo, vi basterà guardare questo video.

Creato da BuzzFeed, “How Much Food Can You Buy For $5 Around The World?” vi indicherà dove trovare a buon prezzo il vostro piatto preferito, o la bibita della quale non potete fare a meno. Ghiotti di banane? Considerate l’Etiopia! Dipendenti dal caffè? C’è l’India.

Working Capital 2013: questo è l'anno d'oro delle startup [INTERVISTA]

In quello che è stato definito l’anno d’oro delle startup, il Working Capital Accelerator ha lanciato la sua edizione 2013 lo scorso 19 aprile, aprendo la Call for ideas che si chiuderà il 30 settembre 2013, mentre il 30 maggio scadrà il termine per candidarsi alla selezione per il programma di accelerazione.

Telecom Italia quest’anno ha introdotto numerose novità, a partire da tre nuove sedi del suo acceleratore – Milano, Roma e Catania (quest’ultima verrà inaugurata il prossimo 7 maggio) – partnership con investitori di peso – vedi Principia SGR ed Innogest SGR, oltre che l’acceleratore Nana Bianca e le piattaforme di SiamoSoci ed Eppela – ed un nuovo strumento di raccolta degli oltre 4000 business plan revisionati dalla prima edizione ad oggi, per dare visibilità a tutti i progetti a livello internazionale tramite la Kauffman Society.

Abbiamo intervistato Salvo Mizzi, Project Leader del Working Capital oltre che Corporate Fellow alla Kauffman Society. Poche domande per scoprire di più sull’opportunità offerta quest’anno da Telecom agli startupper e non solo.

Entità e ragioni del successo del Working Capital Accelerator

Rispetto agli altri programmi di accelerazione, vedi il Mind The Bridge, qual è la marcia in più del Working Capital di Telecom Italia e qual è il punto di debolezza?

Salvo Mizzi: “La marcia in più è la concretezza, la forza di un grande gruppo, la capacità di rinnovarsi e migliorare di anno in anno. Dal 19 aprile abbiamo creato un Albo Veloce che certifica le startup di Wcapital come fornitori Telecom Italia, con un budget a sei zeri che incentiva l’adozione delle soluzioni e dei prodotti nati da Wcapital da parte delle Business Unit di Telecom Italia, con un discount fino a 100mila euro sul primo contratto (il cliente zero!) delle nostre startup. Questi sono fatti. Che cambiano profondamente il modo in cui si fa innovazione in Italia.

Provate a immaginare l’impatto di una misura del genere se venisse adottata dalla Pubblica Amministrazione. Punti deboli? Qualcuno, forse il principale è dato dal non avere un fondo corporate di seed capital da agganciare alla vastissima community di Wcapital. Ma ci lavoriamo. Mind the Bridge è un ottimo progetto e Marco Marinucci un vero innovatore, sincero e appassionato”.

Avete fatto una fotografia delle startup incubate a distanza di un anno dall’incubazione? Quante realmente hanno conquistato una posizione sul mercato?

S.M.: “Dal 2009 ad oggi, circa 100 sui 4000 business plan ricevuti. Di alcune siamo molto fieri. Con i tre nuovi acceleratori Wcapital appena aperti a Milano, Roma e Catania, contiamo di intensificare ulteriormente i casi di successo, offrendo oltre ai 30 Grant percorsi di coaching e mentoring ad hoc per trasformare le idee in imprese innovative tout court.

Lo sguardo al panorama internazionale

Avete avviato delle importanti partnership con VC e piattaforme di crowdfunding italiane. Avete valutato l’opportunità di attivare una rete con investitori stranieri? Se sì, come mai non è ancora partita una collaborazione concreta?

S.M.: “Dissento, la collaborazione è super concreta: con Kauffman Society abbiamo aperto il Repository, il registro con dentro tutti i nostri business plan rivolto agli investitori internazionali, Dpixel e Principia hanno investito più volte sui winner di Wcapital. Axel Johnson, tra i maggiori fondi PE americani, ha investito 15M di dollari su Ecce Customer/Decisyon.

In merito al crowdfunding: abbiamo spinto sin dall’inizio, portato qui in Italia l’autore del Crowdfunding Act di Obama, Jason Best, siglato adesso l’alleanza con SiamoSoci ed Eppela. E siamo solo all’inizio”.

Guardando ad ulteriori soggetti finanziari internazionali, quali siete più propensi ad attrarre in Italia?

S.M.: “Quelli che comprendono il valore del nostro “made in Italy” oltre la facile retorica del lifestyle e del fashion. Siamo ancora il 4° o 5° paese manifatturiero nel mondo, ricco di imprese interessanti alle quali mancano scala e volume per estendere la leadership del nostro Paese anche in campo innovazione e tecnologia. Per questo guardiamo a USA, mondo arabo e Cina, giusto per fare qualche esempio”.

Si parla tanto della realtà startup israeliana ed oggi si parla anche molto delle startup russe, cosa dovrebbero apprendere, se c’è qualcosa da apprendere, gli startupper italiani da loro?

S.M.: “Nulla, presto saremo noi da esempio per loro. E poi qui non sono gli startupper a dover apprendere, bensì il nostro sistema Paese, la politica e i policy-maker. La domanda è: cosa devo fare per rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono ai nostri imprenditori innovativi di competere su scala globale? In Italia tutto quello che vuoi intraprendere è vietato, a meno che tu non abbia attraversato la procedura necessaria per ovviare al divieto. Occorre una profonda trasformazione della nostra PA e della cultura burocratica che troppo spesso esprime.

Cosa aspettarsi per il futuro

Non si corre il rischio che con la proliferazione sfrenata di startup e business competition – ma un ammontare di capitali comunque limitato ed un interesse degli investitori a supportarle finanziariamente non sempre concreto – si arriverà ad una bolla in cui saranno troppi i progetti e le startup registrate e troppo pochi i sogni imprenditoriali realmente realizzati da parte di giovani startupper?

S.M.: “Sulle startup innovative l’Italia ha compiuto una straordinaria rimonta: quando Telecom Italia ha lanciato Working Capital, nel lontano 2009, il tema era esoterico. Tra la prima generazione Internet dei primi 2000 e quella successiva c’era un deserto. La proliferazione attuale? Basta avere le idee chiare: se i programmi di incubazione o accelerazione, o altro, garantiscono effettivamente risorse concrete alle startup, vanno bene. Altrimenti è “fuffology”.

In ogni caso, realizzare i sogni d’impresa è compito dei team e del mercato. Gli strumenti del Venture Capital richiedono una selezione estrema, se a farcela è uno su 100 è normale. Infine: i capitali coraggiosi in Italia non abbondano, ma la situazione migliora: alcuni fondi VC hanno stazza adeguata (come Principia o Innogest) e la sensibilità dei fondi istituzionali è adesso più elevata. Certo, da soli anche qui non ce la caviamo.

Per avere capitali di rischio all’altezza delle potenzialità serve networking globale, capacità di attrarre soggetti internazionali, presenza costante in Europa. Su questi temi Working Capital è impegnato al massimo, a partire dal network della Kauffman Society”.

Che ne pensa di un futuro corso di laurea in “Startup e project financing”, lo riterrebbe utile per formare meglio ed in un’ottica più operativa e meno concettuale gli startupper di domani?

S.M.: “Sono a favore del superamento del valore legale del titolo di Laurea; l’innovazione si fa con gli imprenditori, nuovi, giovani, determinati e veloci. L’Università è fondamentale per la costruzione dell’ecosistema e per una formazione permanente. Ma non serve un ennesimo corso di laurea per seguire con decisione la strada della crescita. Piuttosto, sarei felice di ospitare qui in Italia la presenza europea della Kauffman Society o di programmi con focus sull’imprenditorialità e l’innovazione: servono nuove imprese italiane globali.

Ognuno faccia la sua parte: il 19 aprile si è aperta la nostra Call per 30 Grant d’Impresa da 25mila euro ciascuno per idee in ambito digital, green e mobile. Lo scorso anno ci hanno risposto in 1000, aiutateci a diffondere questa opportunità tra gli innovatori italiani”.

Cosa ci si potrebbe aspettare di nuovo dai Wcap del futuro?

S.M.: “Una straordinaria spinta europea e internazionale. Noi vogliamo davvero fare sistema. Dobbiamo ricostruire lo spirito italiano raccontato da Giuliano da Empoli in “Canton Express”. L’Italia è un paese meraviglioso e dobbiamo darle il futuro che merita”.

Grazie Salvo!

Star Wars in 60 secondi [VIDEO]

La serie “Speedrun” degli animatori di 1A4 STUDIO sta quasi diventando un appuntamento periodico per appassionati di cinema ed estimatori delle grafiche alla stickman.

Dopo “Ritorno al Futuro in 60 secondi” e “Matrix raccontato in 60 secondi“, è il turno di uno degli episodi delle saghe più amate di tutti i tempi, Star Wars.

E ora, che altri film dovremmo aspettarci? Voi cosa preferireste?

Il Piccolo Principe, la favola rivive nelle foto di Matej Peljhan

Una serie di scatti, tanto è bastato a Matej Peljhan, fotografo sloveno, per avvicinare il dodicenne Luka affetto da distrofia muscolare al sogno di potersi vedere finalmente come tutti i suoi coetanei.

Proprio come il Piccolo Principe dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry Luka, forzato dalle circostanze vive nel suo piccolo mondo. Questa però non è una favola, ma la vera storia di un ragazzino di dodici anni  che soffre di distrofia muscolare, una malattia che porta il suo corpo ad indebolirsi rapidamente. La sua forza ed i movimenti di cui è capace sono limitati ed anche attività scontate per la maggior parte delle persone come lavarsi, vestirsi e mangiare sono possibili sono con l’aiuto di qualcuno.

Nella serie di immagini ‘The Little Prince’, Matej ritrae Luke mentre pratica sport, balla e nuota. Attività a lui precluse a causa della sua malattia create sovrapponendo vestiti ed oggetti di vita quotidiana sul terreno e scattando le foto da una prospettiva differente.

Il Piccolo Principe tiene uno specchio nelle sue mani, potete riconoscere la vostra immagine in esso?

Chiunque può essere localizzato con i social media in 12 ore

Nel 1967 Stanley Milgram (1933-1984), un sociologo americano e uno dei più creativi psicologi sperimentali, s’interessò con particolare attenzione alla rete di relazioni interpersonali che uniscono i componenti di una stessa comunità.

In particolare Milgram propose un ingegnoso esperimento: inviò a 160 individui scelti a caso negli stati del Nebraska e del Kansas un pacco, pregandoli di inoltrare quello stesso pacchetto ad un suo amico residente a Boston. L’esperimento prevedeva una sola e semplice regola: i destinatari dovevano inviare il pacco ad un loro conoscente (nello specifico una persona che conoscessero sufficientemente bene da poterlo chiamare per nome di battesimo) che fosse “socialmente” quanto più vicino possibile al suo amico di Boston.

L’ipotesi formulata era che data una vasta rete sociale, ognuno dei suoi membri è connesso ad un qualunque altro membro tramite una catena più o meno lunga di relazioni intermedie. In particolare, Milgram scoprì che il pacco arrivò a destinazione passando anche solo da due mani. In media, però, ai pacchi occorrevano circa cinque passaggi di consegna per giungere a destinazione, da qui l’espressione “sei gradi di separazione” (che comunque non fu coniata dal Milgram ma solo negli anni 90).

Infatti, il lavoro di Milgram è stato ripreso in molti ambiti, tra cui il web: nel caso di Microsoft, ad esempio, è stato calcolato che i contatti sul suo (ormai desueto) Messenger sono mediamente separati da “6,6 gradi di separazione”, mentre per Facebook sono stati calcolati in media 4 gradi.

Ma oltre ai gradi di separazione, il lavoro di Milgram è interessante anche in relazione al tempo che un messaggio impiega per viaggiare attraverso la rete (quindi per trovare il suo destinatario). Se nell’esperimento di Milgram un pacco impiegava dai 4 ai 10 giorni per giungere a destinazione, quanto velocemente è possibile attraversare la rete sociale prodotta dai nuovi media per trovare una specifica persona?

Oggi, grazie al lavoro di Alex Rutherford del Masdar Institute of Science and Technology di Abu Dhabi, possiamo dare una risposta. In particolare con il suo team ha dimostrato, seppur teoricamente, che ogni individuo è rintracciabile tramite i social media in appena 12 ore.

Lo studio proviene da un gioco-esperimento chiamato Tag Challenge, in cui l’obiettivo era quello di trovare cinque persone da cinque diverse città del Nord America e dell’Europa, sfruttando come unico indizio una foto segnaletica del soggetto, il nome della città di appartenenza ed il fatto che essi avrebbero indossato una specifica maglia legata alla sfida.

Rutherford e la sua squadra hanno vinto la gara individuando tre dei cinque individui in appena 12 ore. 

“Abbiamo dimostrato che la separazione tra gli individui nella società si basa essenzialmente sulla capacità delle reti sociali di mobilitarsi in modo mirato, partendo da un semplice dato geografico.”

In pratica, individuare una persona tramite i social network diventa semplice non perché vengono contattate molte persone, bensì le persone giuste attraverso opportuni incentivi. Saranno poi queste ultime tramite le loro reti sociali a fare il resto.

Questa è un’osservazione estremamente interessante, soprattutto per le implicazioni che potrebbe avere questo tipo di atteggiamento nel modo in cui i politici e le aziende potranno in futuro mobilitare il proprio consenso nelle reti sociali. Tutto questo, però, al netto dei falsi positivi (tantissimi) che esistono sui social network, tra profili falsi e doppie e triple identità, che non sono stati considerati da Rutherford nella sua analisi.

Annunciati i vincitori dei Webby Awards 2013

Annunciati i vincitori dei Webby Awards 2013

Annunciati i vincitori dei Webby Awards 2013

Come vi avevamo anticipato qualche settimana fa, il 30 aprile è stato il grande giorno per i Webby Awards. Sono usciti i nomi dei vincitori del più autorevole premio che riconosce l’eccellenza in Rete, che verranno svelati nella serata del 21 maggio.

Inoltre sono state premiate alcune persone per i loro risultati e le loro iniziative. I premi speciali vanno a:

Person of the Year – Frank Ocean
Outstanding Comedic Performance – Jerry Seinfeld
Artist of the Year – Grimes
Special Achievement per Kevin Spacey e Dana Brunetti (House of Cards)
Athlete of the Year – Chris Kluwe
Breakout of the Year – Obama for America Tech team
Special Achievement per Burning Love team
Lifetime Achievement Award per Mr. Steve Wilhite e la sua invenzione, il formato GIF

Non perdetevi la gallery con i vincitori delle varie edizioni dei Webby Awards, in attesa dei Webby People’s Voice Award, ovvero i vincitori nelle varie categorie (Siti Web, Interactive Advertising & Media, Online Film & Video, Mobile & App e Social Web) che vengono determinati grazie ai voti della community online.

La cerimonia avrà luogo martedì 21 maggio e sarà disponibile per la visione online (su richiesta) il 22 maggio. Non vorrete perdervi uno spettacolo pieno di sorprese, performance e personaggi illustri?

Fare le scarpe alla crisi: le PMI del calzaturiero italiano

Qualche giorno fa abbiamo letto dell’esperienza di Zalando, la società di e-commerce fondata in Germania e specializzata nella vendita on-line di scarpe, vestiti e accessori. Il successo di questa realtà è basato su un attento lavoro di customer satisfaction e su un forte focus sul cliente, che hanno permesso all’azienda europea una rapidissima crescita in pochi anni. Qual è invece la situazione del settore calzaturiero delle PMI in Italia?

I numeri della crisi nel calzaturiero

Accanto alle grandi realtà realtà societarie, che fanno dell’export il loro punto di forza, rivolgendosi all’estero col fascino del made in Italy, e accanto ai marchi di lusso che sfruttano il mercato delle passerelle e della moda, ci sono le piccole e medie imprese che, avendo registrato una importante flessione del mercato interno, sono costrette a cercare soluzioni nuove per superare la generale crisi economica.

Come riportato dal Sole 24 Ore, nel solo anno 2012 la produzione è diminuita per un valore pari a 7,1 miliardi di euro,  e anche il numero degli addetti è calato del 2,1%. Le piccole e medie imprese, spesso basate su una conduzione familiare e su una tipologia di produzione spiccatamente artigianale, sebbene di ottimo livello qualitativo, non riescono a reggere la contrazione del mercato interno già saturo di offerta straniera di qualità inferiore ma a costi decisamente più contenuti.

Puntare sul Made in Italy

Se le imprese con marchi forti e storici hanno compensato le perdite in Italia ed in Europa con una crescita delle vendite in Russia e Asia, per le PMI la situazione è decisamente più complessa: rivolgersi all’estero ha costi fuori misura e insostenibili, è perciò necessario guardare a differenti possibilità.

Una risposta concreta è quella mutuata dal settore del turismo, come già suggerito da Mirko Ferrari: dato che l’Italia è ancora vista come un mito in tutto il mondo, per il lifestyle, la moda, la cultura e le bellezze paesaggistiche e artistiche, in un binomio perfetto con i piaceri della tavola, il divertimento e l’idea della “dolce vita”,  portare i buyers direttamente in patria, attraverso una forte strutturazione di fiere a tema, mostre, eventi,  è il modo più proficuo per creare terreno fertile per l’export con costi certamente più sostenibili.

L’unione delle PMI fa la forza

Altra via percorribile per migliorare le prospettive di ripresa del settore è quella di creare rete tra le aziende, attraverso la formazione di consorzi e filiere che mettano insieme  competenze, risorse e innovazione, per valorizzare l’eccellenza della produzione e ottenere una ricaduta positiva in termini di competitività, efficienza e immagine.

Anche se la produzione di scarpe e borse “made and styled in Italy” si concentra prevalentemente nelle regioni del centro e sud Italia, come Toscana, Marche e Campania, il rilancio su scala nazionale e internazionale di questo settore, frutto di una tradizione artigianale attenta ai particolari,  di un design universalmente apprezzato e riconosciuto e di una qualità e ricercatezza nei materiali e nel processo produttivo, è uno dei modelli da seguire con interesse per creare un vero e proprio “effetto traino” per l’economia complessiva del Paese.

 Il made in Italy sembra essere davvero il modo giusto per “fare le scarpe alla crisi“, grazie anche alle possibilità di innovazione garantite dai numerosi finanziamenti disponibili dedicati proprio alle piccole e medie imprese.

Credits immagini: Thinkstockphotos.it

Dal benefit marketing all'emotional marketing: le connessioni emotive

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“Un profumo, un formaggino e un’ automobile sono tre prodotti-discorso diversi. O meglio: sono  tre  diversi  argomenti di discorso […]. Tutti noi consumiamo prodotti in parte per quello che sono e in parte per quello che significano. Un formaggino è novanta calorie di grassi animali, acqua e sali minerali. Un’automobile è un marchingegno che permette di spostarsi senza fatica.

Un profumo è un cocktail di essenze volatili sciolte in alcol. Ma ai concetti economici di valore d’uso (novanta calorie, spostarsi senza fatica e due ore di odore di bergamotto) e di valore di scambio (espresso nei tre casi in centinaia, migliaia e milioni di Lire) può essere opportuno accostare un concetto estraneo all’economia: quello di valore percepito.”

Queste le parole di Annamaria Testa in La parola immaginata.

In un mondo in cui il mercato è conversazione, condivisione, le aziende devono toccare il nervo giusto per creare coinvolgimento ed entusiasmo.  Tutto ciò che facciamo, pensiamo o sentiamo è pronto per essere confezionato e messo “là fuori”. Quanti amici o follower ho? Riceverò retweeted? Quanti “like” ha la mia foto Instagram?

In questo mondo, siamo al centro della conversazione, siamo in perenne modalità “for sale” che ce ne rendiamo conto o no.
Ed è qui che il nodo arriva al pettine: è sbagliato pensare di poter semplicemente coprire in maniera capillare tutti i canali disponibili e aspettarsi automaticamente un ritorno sugli investimenti. I clienti hanno superato tale approccio.

Non c’è mai stato un momento migliore di quello attuale per raggiungere i clienti, ma bisogna essere  in grado di utilizzare tutte le tecnologie ed i canali a disposizione non solamente amplificando i messaggi, fino al punto di rumore. Possiamo usare questi strumenti  per “accendere emozioni“.

Oggi infatti più che al benefit marketing, i clienti sono sensibili ad un appeal emotivo: il cliente ha bisogno di riconoscersi nel prodotto, vuole attraverso l’acquisto, riflettere  le proprie credenze, i propri valori, il significato che egli stesso dà alla vita. E’ così che l’emotional marketing  punta oggi alle connessioni emotive, agli archetipi che risiedono nell’inconscio collettivo.

E allora mi piacerebbe che la chiusa (in chiave emotional nemmeno a dirlo) di questo post, possa indurre alla riflessione:

“I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo”.

 

Vine per videomaker: esercizi video e mecenatismo digitale

Prima di Vine c’erano il kinetoscopio di William Dickson che realizzava video di cinque secondi,  le installazioni di video arte in un loop infinito, e, tuttora ci sono, le Gif su 4chan : simpatiche, volgari e irriverenti.

In Vine c’è la storia, il ciclo continuo e la voglia di sorprendere: ci sono anche tantissimi adolescenti, gattini e bambini (basta dare un’occhiata a Vinepeek o Vineroulette), ma qualche stranezza qui e là ogni tanto emerge. In questo marasma di egocentrismo manovrato da cheerleaders occhi azzurri e capelli biondi, ricette in 6 secondi e cani coccolosi c’è anche spazio per la creatività.

In Vine la vena artistica  non si dimostra andando oltre le regole imposte, bensì servendosi degli stessi limiti del mezzo (basti pensare al limite temporale dei 6 secondi) per creare qualcosa di diverso o, perlomeno, spettacolare.  Per rimanere su questa linea vi elenchiamo alcune opportunità date da questo mezzo, a cui magari non avete mai pensato.

La Stop-motion a portata di mano

Così per come è ideata la piattaforma, l’utilizzo della stop-motion è quasi d’obbligo per sottolineare i momenti salienti per cui vale la pena offrire testimonianza. Inoltre Vine ti permette di ricorrere facilmente a questa tecnica, quindi perché non sperimentare e provare  effetti semplici come questo?

Esercizio di sintesi: il tweaser

Prendete esempio dal canale Retweaser. Riprendere i classici del cinema e condensarli in piccolissimi frammenti: Pulp FictionLo Squalo, Il Grande Lebowski, ecc. Dite che potreste creare un canale tutto vostro e rimaneggiare il passato un po’ sulla scia dei Corti di Elio e le Storie Tese? In fondo c’è da dire che anche il teaser da sei secondi (ribattezzato tweaser) non è del tutto da sbeffeggiare, considerato il fatto che Wolverine è stato sponsorizzato in questo modo.

Trovarsi un mecenate grazie ad un hashtag

Basta un hashtag e il tuo video su Vine potrebbe essere comprato da un mecenate dell’arte digitale.  Bisogna solo caricare il video, usare #SVAES (ossia  Shortest Video Art Ever Sold) e potresti essere riconosciuto a livello internazionale come artista Vine (peraltro guadagnando 200 dollari).

Per darvi un’idea degli artisti premiati, la prima è Angela Washko che, in Tits on Tits on Ikea si inerpica in un’acida riflessione sul mondo elettronico legato alla sessualità, il secondo video premiato invece è di Yung Jake, per cui non sembra esserci una particolare dietrologia, infatti l’atto rappresentato è molto semplice: la scoperta di un quadrifoglio. Kiara Ellis l’avrà comprato per assicurarsi una fortuna eterna?

Intanto è bene guardarsi intorno e vedere cosa i nostri concorrenti VINEomakers combinino! Ad esempio il Tribeca Film Festival, organizzato da Robert De Niro, ha riservato una fetta del festival proprio agli appassionati di Vine: infatti caricando video con l’hashtag #6secfilms si entrava a far parte, a pieno titolo, della competizione. Vine quindi non può essere un ottimo strumento per pubblicizzare i nostri lavori?

Voi avete in mente altre opportunità che Vine potrebbe offrire? Tenete ben in caldo le domande, il prossimo post sarà sui nostri consigli per il VINEomaking!

Memevertising: la nuova frontiera del marketing virale

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In principio fu il Gangnam Style: grandi brand come Red Bull, Abercombie, Vodafone e M&M’s capirono al volo che la straordinaria viralità del meme poteva essere sfruttata per ottenere grande visibilità con poco sforzo creativo. E così nacquero pupazzetti lego ballerini, eventi Red Bull, magliette M&M’s con il faccione del cantante coreano, fino ad arrivare allo spot degli pistacchi ballerini trasmesso durante il Super Bowl 2013.

Adesso siamo nel pieno dell’era Harlem Shake: Pepsi, Axe, Google e Facebook hanno già sfornato la propria originale declinazione del fenomeno virale del momento.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=fnoTvK6weCg’]

Come si vede da questi esempi la tendenza in atto nel marketing virale è quella di cavalcare l’onda lunga dell’ultimo meme. Una strategia che è stata già ribattezzata memevertising. I meme di Internet offrono ai brand l’opportunità di inserirsi in un discorso ad alto tasso di partecipazione ed emotività col minimo sforzo creativo ed economico.

La conferma viene da Kevin Mathers, Managing Director della divisione UK di YouTube:

“Chi fa marketing è interessato a stabilire un contatto emotivo col proprio pubblico e questo significa toccare temi che hanno molta risonanza. I brand che hanno preso parte al meme dell’Harlem Shake sono stati capaci di esporsi ad un pubblico molto ampio”.

Qualche voce critica però inizia già a levarsi. Tom Fishburne, cartoonist e CEO di Marketoon Studios, l’agenzia di content marketing del Wall Street Journal, considera la maggior parte dei memevertising come dei timidi tentativi di inserirsi in ciò di cui tutti gli altri stanno già parlando. Niente intraprendenza, solo gioco di rimessa.

Secondo Fishburne non sempre è opportuno per un brand intervenire nella conversazione. Non tutti i meme sono indicati per un brand. C’è poi da considerare il fattore tempo: esiste una finestra di tempo limitata per cavalcare il meme e molti brand arrivano fuori tempo massimo. In ogni caso Fishburne pensa che, anche nel caso del memevertising, i brand dovrebbero apportare qualcosa di nuovo, un valore aggiunto. Non è abbastanza piantare la bandierina “Il brand è stato qui”.

Bisogna fare la differenza e la differenza la fanno il tempismo, l’autenticità e soprattutto la creatività.