Adesso il marketing dei detersivi vorrebbe convincerci che esistono le macchie invisibili

Detrattori e sostenitori del marketing dovrebbero esser tutti daccordo su un punto: purtroppo o per fortuna, nel mercato contano di più le percezioni che la realtà. Perché è nell’ambito delle percezioni che si costruiscono brand, posizionamenti, motivazioni all’acquisto ed al consumo.

Ma se il concetto di percezione è qualcosa di sfocato, soggettivo ed arbitrario, succede un corto circuito tra bisogni e desideri. Si sa – ma forse lo si dimentica troppo spesso – che il marketing lavora sui desideri e non crea bisogni. Lo si dimentica perché nella consumer economy succedono cose strambe come la penna Bic rosa per donne, oppure la linea di deodoranti Go Sleeveless di Dove – specializzata nel migliorare l’estetica delle ascelle femminili (?) e renderle pronte per la cosiddetta “stagione smanicata”. Uno sguardo all’esplosione del fenomeno casual friday svela molte più ragioni legate al marketing (dell’abbigliamento hawaiiano, dei pantaloni Dockers e dei detersivi P&G) che quelle legate al morale delle risorse umane.

 

 

L’ultimo aberrante tentativo di competere sul mercato appartiene al detersivo Wisk, che nel più recente spot ci mette in guardia – con una buona dose di senso di colpa instillato a botte di comicità – dalle macchie invisibili. Viene ampliato l’elenco di vantaggi ricercati in un detersivo, che fino a ieri doveva essere ipoallergenico, profumato (ma senza additivi nocivi), ecologico, delicato con i bianchi, vivace con i colori ma speciale con i capi neri, spietato contro le macchie.

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No, attenzione, le macchie possono anche essere invisibili. Potrebbero esserci, o anche no. Lora Van Velsor, direttrice marketing di Wisk, ha dichiarato: “con una così scarsa differenziazione nella categoria, bisogna andare oltre le macchie per farsi breccia nella concorrenza”. Ma non si è fatta sfuggire dichiarazioni sul vociferato product placement nel remake cinematografico de I vestiti nuovi dell’imperatore.

Crollano così le certezze millenarie delle massaie: se per loro il pulito è essenziale, oggi l’essenziale diventa invisibile agli occhi. Mai più fidarsi di quei detersivi che non promettono di togliere solo le macchie visibili. Perché le macchie, prima e fondante ragion d’essere di un detersivo, le ha eliminate la pubblicità.

Le 10 domande da fare prima di assumere un avvocato

Le 10 domande da fare prima di assumere un avvocato

Per una piccola medio impresa il consulente legale è una figura di rilievo che dovrà gestire molte informazioni sensibili ed affrontare questioni delicate, talvolta scomode. Il processo di selezione per assumere un avvocato deve essere dunque accurato ed oltre la professionalità, infatti altri sono gli elementi da giudicare, tra cui la familiarità con il settore dell’azienda, la modalità lavorativa e, non per ultimo, l’affidabilità.

Ma come scegliere il legale più adatto alle proprie esigenze? Quali domande porre in sede di colloquio? Alcuni CEO e avvocati hanno stilato una lista delle 10 domande da fare prima di assumere un avvocato.

Quanta esperienza ha nel mio settore di rifermento?

Alcuni settori, come ad esempio quello dei brevetti, del franchising o dei contratti di servizio, richiedono una conoscenza specifica che si acquisisce solo a seguito di un’esperienza lavorativa. E’ importane dunque accertarsi se l’avvocato abbia lavorato in società simili alla propria, per avere in caso la possibilità di contattare i suoi precedenti clienti ed avere delle referenze. Sebbene possa sembrar offensivo chiedere se si ha esperienza in un determinato settore, al contrario, il candidato avrà meno resistenze nel citarvi qualche cliente.

Qual’è il suo approccio nel risolvere le controversie?

Passa più tempo a discutere in aula o preferisce meditare sulle carte e raggiungere una mediazione prima di arrivare davanti la corte? Non c’è una risposta giusta o sbagliata, un meglio o un peggio. Semplicemente un’approccio diverso. Decidete quale orientamento volete dare alla vostre azioni legali. Un unico consiglio: “A volte gli avvocati battaglieri fanno fatica a modificare il loro atteggiamento nel momento in cui si scende a compromessi”.

Le 10 domande da fare prima di assumere un avvocato

Affiderete il lavoro a qualche aiutante?

Molti avvocati sono soliti delegare parte de loro lavoro ai loro asssitenti. Deborah Sweeney, CEO di My Corporation, una società di consulenza che aiuta le piccole medio imprese, avverte di diffidare dei legali che si affidano molto agli assistenti. Spiegare il lavoro a terzi comporta un aumento dei costi e una maggiore possibilità di fraintendimento. In ambito legale delegare delle mansioni è normale, ma fate attenzione a chi si delega e soprattutto cosa.

Avete dei clienti con cui potremmo entrare in conflitto?

Affidarsi ad un legale che sta curando gli interesse del vostro principale concorrente può essere una sorpresa spiacevole. Niente di più imbarazzante e difficile da gestire che un conflitto di interessi.

Quanto tempo in media impiega a rispondere?

Potrebbe sembrare una domanda superflua, ma se cercate un avvocato che sia sempre disponibile e reperibile, meglio non sottovalutare questo aspetto. Non di rado è più facile entrare in contatto con gli assistenti piuttosto che con il legale stesso.

Come preferisce comunicare con i sui clienti?

Ennesima domanda personale. Potreste urtare la sensibilità del candidato ma, come dire, non se ne avrà male se indagate sulla sua modalità di lavoro, dal momento che state per affidargli uno degli aspetti più importanti della società. Comunicazione telefonica o telematica, o attraverso riunioni programmate con largo anticipo. Fatevi chiaro che avvocato cercate e decidete quale modalità di comunicazione corrisponde alle vostre esigenze.

Scusi, ma quanto mi costa?

Domanda fatidica ma fondamentale per evitare svenimenti o malori davanti la prima fattura. Alcuni legali sono soliti chiedere una parcella per una consulenza di soli 10 minuti, memtre altri, più clementi, chudono un occhio se la loro consulenza è inferire ad un’ora.

Come possiamo risparmiare?

Non lasciatevi scoraggiare da una parcella troppo alta. C’è sempre un modo per tagliare le spese, assicura Fred Steingold, avvocato della società Ann Arbor, Mich., e autore del libro, “Guida legale per avviare e gestire una piccola impresa” (Nolo, 2011). Ad esempio alcuni dcumenti potranno essre forniti e/o redatti dall’azienda stessa, risparmiando, così sulle spese. Se il candidato nicchia, punto a sfavore.

Le 10 domande da fare prima di assumere un avvocato

Si tiene aggiornato?

Una volta preso il titolo e iscritto all’albo, la formazione è conclusa. State alla larga dagli avvocati che non si aggiornano o che al contrario a coloro che studiano solo, diventando degli “asceti “. L’ago della bilancia come sempre sta nel mezzo. Informatevi dunque se il vostro candidato è iscritto alla camera di commercio, o a qualche associazione legale per le piccole medie imprese e se dunque si tiene aggiornato sulle ultime novità in materia di legislazione.

Chiede consiglio se in difficoltà?

Il legale è disposto a mettervi in contatto con qualche suo collega in casi specifici di cui non ha una conoscenza approfondita? Alcuni avvocati non vedono di buon occhio rivolgersi a dei colleghi perchè temono possano perdere il cliente. Altri interpellano volentieri terzi avvocati per supplire a qualche carenza Umiltà contro cattiva fede? La scelta sta a voi.

Non c’è ovviamente un decalogo del buon avvocato e stabilire un meglio e un peggio è complesso perchè oltre la professionalità ci sono delle qualità umane da giudicare. Un consiglio? Delineate prima un modello di legale che vorreste per la vostra azienda e servitevi di queste 10 domande per assumere un avvocato che più corrisponda alle vostre esigenze.

Un suggerimento per gli avvocati! Leggete questo articolo e avrete la vita più facile. Forse!

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Sapete cos’è lo urban knitting (trad. lavoro a maglia urbano)? Detto anche yarn bombing (cioè “bombardamento di filati”) è una delle ultime frontiere della street art, nata negli USA, ma che ormai impazza in tutto il mondo. Si utilizza la tecnica della maglia o dell’uncinetto “riappropriarsi” degli spazi e degli elementi urbani in modo collettivo – e sicuramente divertente – rivestendo angoli metropolitani di uno strato di lana o altri filati coloratissimi.

Abbiamo conosciuto un gruppo italiano di urban knitting, le Knitting Relay, che ci hanno raccontato chi sono, cosa hanno fatto (tra cui le collaborazioni a sfondo sociale come quella a favore dell’Emilia terremotata o L’Aquila) e sopratutto cosa stanno organizzando, un nuovo evento collettivo, tutto in rosa, previsto a Maggio 2013 in Italia, a Faenza. Ecco cosa ci hanno detto:

Quando è nato Knitting Relay?

Il gruppo KR “KNITTING RELAY” (in italiano: “la staffetta del lavoro a maglia”) nasce nel 2011 in seguito ad un progetto collettivo di knitting itinerante, che ha visto la realizzazione a più mani di un “manufatto” che ha girato l’Italia durante 8 mesi di viaggio. Un progetto che ha coinvolto 30 donne che si sono conosciute attraverso la rete e che è culminato nel marzo 2012 nella giornata di presentazione del manufatto avvenuta presso il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza.
Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Da chi è composto?

Il progetto è curato e gestito da Andrea Kotliarsky, Lauraluna Ceccolini e Mariapia Gambino. In totale 30 sono le donne che hanno costituito il gruppo KR, mentre oltre 23.000 sono i fans che seguono le nostre iniziazive attraverso la pagina Facebook Knitting Relay.

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA) 1

Perché amate quest’arte?

L’esperienza di questo lavoro collettivo non si è conclusa con la realizzazione del manufatto, ma prosegue oggi attraverso una serie di attività gestite dall’Associazione Culturale E.spazio23 e mirate a valorizzare l’importanza dell’arte tessile. Crediamo infatti nel knitting come forma espressiva di un linguaggio nuovo, ma con radici antiche, capace di “fare rete” come dimostrano le ormai numerose iniziative collettive che circolano nel web.

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Quali sono le iniziative che avete svolto?

Diverse sono le iniziative da noi promosse dal 2011 ad oggi: staffetta intinerante KR 2011, workshop sull’arte tessile realizzati con i bambini e gli adulti, eventi di Urban Knitting (Emilia Romagna, Sicilia e prossimamente Calabria), collaborazioni in progetti a sfondo sociale (Mettiamoci una pezza, una città ai ferri corti, L’Aquila 2012, Scaldainverno con il cuore: il nostro contributo per i terremotati di Emilia), ideazione della Staffetta FingerKnitting e attività mensile di arte tessile presso il MIC, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, esposizione del manufatto Knitting Relay (MIC Faenza, Castello Aragonese Taranto, Creativity Galleria d’Arte Torino, Museo del Tessuto Canicattini Bagni (SR)); coinvolgimento degli utenti che seguono il nostro progetto in rete, realizzazione della Bandiera Unesco al Mic con la partecipazione dei fans di KR, Knit&Wine: incontri serali presso i locali dove si lavora a maglia, etc..

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Ci raccontate l’evento Total Pink?

L’ultima iniziativa da noi promossa come Associazione Culturale e patrocinata dal Comune di Faenza, (con la collaborazione del MIc, Faenza per Ravenna 2019 e Associazione di volontariato Con..tatto di Forlì) è l’evento Total Pink – Urban Knitting a Faenza in programma per l’11 e 12 maggio di quest’anno.
Quello che faremo: coinvolgeremo diverse realtà, dai singoli cittadini e gli utenti della nostra pagina facebook, alle associazioni, i gruppi che si occupano di knitting, alle scuole, alle attività commerciali, alle cooperative..etc..in una grande azione di urban knitting che vedrà protagonista: la donna. Sarà richiesta la realizzazione di tante pezze di colore rosa e di cuori di colore rosso, che utilizzeremo domenica 12 maggio (festa della mamma) per ricoprire gli elementi urbani selezionati nel centro storico della città di Faenza. Parleremo di donne attraverso le donne, senza perciò escludere l’altro sesso.

Racconteremo l’universo femminile attraverso lo sguardo di tutti i partecipanti e le realtà coinvolte e lo faremo senza retorica. Molti sono già coloro che stanno aderendo all’iniziativa, diversi gruppi che operano in tutta Italia nel campo del knitting, tantissimi cittadini appassionati di maglia, diverse associazioni e molte persone che ci seguono dall’estero. Ci sarà un ampio coinvolgimento delle diverse fasce di età dall’auser alle scuole. Abbiamo anche una speciale collaborazione, quella offerta dalla sezione femminile del carcere di Forlì. Ritorneremo ad intrecciare il nostro percorso con l’Associazione Culturale Animmersa della città de L’Aquila, con la quale collaborammo nel 2012 per l’evento Mettiamoci una pezza, una città ai ferri corti. E poi tanto altro, inclusa la serie di appuntamenti itineranti che si svolgeranno dal 19 febbraio a fine aprile presso alcuni locali della città di Faenza dove ci troveremo a realizzare le pezze.

Urban Knitting: arriva il Total Pink a Faenza (RA)

Tutto ma proprio tutto su Total pink e Knitting Relay lo trovate qui: www.knittingrelay.blogspot.com

Il Cinema Impossibile 2.0: La rassegna cinematografica di film indipendenti [EVENTO]

Domani, martedì 19 febbraio ore 20.30, ritorna – tutta rinnovata – la rassegna del MARTE Mediateca Arte Eventi – C.so Umberto I, 137, Cava de’Tirreni (SA) – Il Cinema Impossibile 2.0“!

Clicca qui per ingrandire la locandina

La seconda edizione prevede un ciclo di film indipendenti in anteprima nazionale!

Quest’anno il format cinematografico marziano è interamente dedicato al circuito “Distribuzione Indipendente, teso a stabilire un nuovo percorso che si svilupperà anche con seminari e incontri d’autore in collaborazione con l’Ateneo di Salerno, Università degli Studi di Salerno.

Il primo film in proiezione sarà “Vietato Morire” del regista Teo Takahashi; un film dalla valenza sociale, in cui si incrociano quattro storie costrette ad affrontare l’insormontabile muro dell’abbandono sociale all’ interno della comunità di recupero per la tossicodipendenza di Villa Maraini.

Teo Takahashi commenta così il suo film, ora in concorso al premio “David di Donatello”:

Con “Vietato Morire” spero di essere riuscito a far trapelare la celata bellezza che si trova dietro ogni esistenza, anche in quelle più difficili e drammatiche. Spero, con tutto me stesso, di essere riuscito a donare, a chi ci onora nello spendere un’ora del proprio tempo, tutte quelle emozioni che io stesso ho provato; odiando e amando, piangendo e ridendo.

Gli appuntamenti successivi si terrano:
– martedì 19 Marzo con W Zappatore di Massimiliano Verdesca;
– martedì 23 Aprile con Bomber, di Paul Cotter;
– venerdì 17 Maggio, Beket, di Davide Manuli;
– venerdì 7 giugno, P.O.E. Poetry of Eeire.

Il grande boom degli orti fai da te: la campagna conquista il grattacielo

Cosa pensereste se il vostro migliore amico, carrierista incallito, giacca e cravatta, iniziasse un bel giorno a zappare la terra? E’ forse impazzito? Avrà perso il lavoro? Starà tardivamente seguendo a distanza d’anni il tedioso monito del suo odiato professore di matematica liceale: “le tue sono braccia sottratte all’agricoltura, vai a zappare!”.
Quella che una volta sarebbe stata presa come un’offesa, potrebbe essere oggi un complimento. Coltivare la terra, soprattutto per “passione” e nel tempo libero è diventato incredibilmente cool e di grande fascino. Scoprireste così che il vostro amico voleva semplicemente fare colpo su….una donna. Cos’è meglio di un uomo in carriera dal pollice verde e con sensibilità bucolica?

Moda o crisi?

Sarebbe riduttivo ricondurre l’esplosione degli orti fai da te, o anche “urban farming” (per gli amanti degli inglesismi) ad una semplice trovata di una corrente di modaioli. Anzi, questi rappresentano forse la minoranza dei “nuovi contadini”. Come ogni boom, le radici sono probabilmente da ricercare in una fortunata convergenza di fattori sociali ed economici, indipendentemente poco significativi, ma rilevanti e visibili in concomitanza.

Moda o crisi? Moda e crisi, molto probabilmente. Le ristrettezze economiche hanno certamente portato una razionalizzazione delle politiche di acquisto dei beni di prima necessità, soprattutto lato generi alimentari. Ecco crescere gli acquisti di farina e lievito per la panificazione domestica, di frutta e zucchero per confetture. Di semi e piantine per l’autoproduzione di ortaggi. Ma c’è una concomitante e pervasiva ondata green che riporta la gente a contatto con la terra, con le attività manuali. Un senso di salute e benessere sempre più lontano dalle mura domestiche e che rende attività e spazi aperti vere e proprie isole di benessere, soprattutto per le generazioni nate e cresciute in città. E se il tutto rende anche “fighi”, tanto di guadagnato (soprattutto per i più giovani).

Quanto mi costi?

I rendimenti degli orti domestici sono spesso tutt’altro che esaltanti. Capita così che gli improvvisati coltivatori vengono frustrati da zucchine malformi, fragole striminzite e pomodori che al più soddisfano il palato di voraci eserciti di formiche spuntate dal nulla. Ed è così che alla terra si mischia torba e concime granulare, si creano i sostegni per le specie rampicanti, e si acquistano sofisticati sistemi di irrigazione a goccia che penseranno a dissetare l’orto anche nelle giornate più calde, naturalmente quando il proprietario sarà impegnato nelle mansioni lavorative abituali. Se è vero che semi e piantine hanno prezzi assolutamente abbordabili, un orto fatto “come si deve” (o come il tuo negozio di agro enotecnica comanda) ha spesso costi assolutamente sproporzionati rispetto al valore di prodotto finito che si riesce a ricavare. Questo vale in particolare per gli orti da balcone, dove la terra deve essere acquistata (o asportata) da altro luogo, e si rendono necessari appositi vasi e pensiline per ricavare un pezzo di campagna al quinto piano vista tangenziale.

I nuovi coltivatori

Ma chi sono alla fine i nuovi pionieri dell’agricoltura fai da te? La CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) parla di oltre 4,5 milioni di persone, con un giro d’affari di oltre un miliardo di euro. I pensionati sono probabilmente la categoria dominante (grazie alla combinazione di tempo libero, ristrettezze economiche e spesso una tradizione campagnola nel passato della propria famiglia) ma sorprende il crescente numero di giovani alle prese con zappa e rastrello. Questi ultimi sono spesso appartenenti a ceti sociali medio-alti, con un buon livello di istruzione e non necessariamente in ristrettezze economiche. Sono questi i famosi “salutisti” alla ricerca di senso di benessere ed affascinati dalla moda green.

Quale futuro?

Gli orti “fai da te” stanno sempre più spesso travalicando la dimensione individuale, promuovendo la socialità e la collaborazione all’interno di quartieri e paesi. Sono centinaia i comuni che mettono a disposizione piccoli appezzamenti pubblici,che vengono dati in cura a gruppi di cittadini agricoltori, promuovendo la socializzazione unita alla manutenzione di aree altrimenti abbandonate ed alla produzione di alimenti sani per autoconsumo. Sono talvolta i cittadini stessi ad appropriarsi degli spazi pubblici abbandonati, reclamandone l’affidamento da parte dei Comuni. E’ ad esempio il caso dell’orto sociale creato accanto alla ex chiesetta abbandonata di San Francesco, a Catania, a cura del movimento cittadino “Gruppo Azione e Risveglio”, ormai punto di riferimento dell’intero quartiere. Dalla Romagna arriva invece la storia di Paola Peron, imprenditrice agricola che ha deciso di riportare attuale la formula della mezzadria, dividendo il prodotto della propria terra con gli agricoltori che vorranno coltivarla. Cosa ci riserverà adesso questo affascinante filone in piena espansione? Non ci resta a questo punto che aspettare il primo Social Network popolato da zucchine e pomodori fatti in casa.

BlackBerry può tornare a competere con Apple e Samsung?

Seppur siano lontani i tempi in cui Blackberry era il brand leader della telefonia per l’utenza business,vi sono degli interessanti trend da analizzare per la company canadese che ha recentemente abbandonato lo storico nome RIM (Research In Motion).

L’agenzia americana YouGov tiene sotto controllo le conversazioni positive e negative dei consumatori attorno alle marche tramite il suo BrandIndex*. Attraverso un analisi del Buzz nel mercato degli smartphone, sembra che in queste ultime settimane l’azienda stia ricevendo più feedback positivi che negativi, dopo aver vissuto 14 mesi con risultati piuttosto allarmanti, poiché “la diritta via era smarrita”.

Il passaparola

Il grafico evidenzia che da dicembre sino a metà gennaio, il BrandIndex score stazionava attorno allo zero prima di aumentare fino ad un massimo di 7. La gente parla in modo positivo della marca e la reputazione sembra avere guadagnato parecchi punti.

Per quanto riguarda la concorrenza vi sono altre riflessioni da fare. Il marchio Galaxy di Samsung ha visto la percezione del suo brand muoversi in maniera equilibrata verso l’alto sin dall’inizio del 2012. Nel Gennaio 2013 totalizza uno score pari a 16, con una crescita di oltre 10 punti rispetto all’anno precedente.

L’acerrimo rivale iPhone del company brand Apple ha raggiunto l’apice della perception positiva in concomitanza con l’uscita dell’ultimo modello, ma non è riuscita a rimanere su quei livelli, tanto che dall’inizio del 2013 è in caduta libera. Da un picco di 38 al 1° Ottobre 2012 (iPhone 5 day) è arrivato a perdere più di 20 punti in termini di buzz positivo arrivando ad uno stentato 17.

Ciò significa che i due giganti hanno ridotto il gap in termini di brand reputationChe questo sarebbe avvenuto lo avevamo ipotizzato già qualche mese fa. Il Word-Of-Mouth sembra evidenziare un sostanziale pareggio nel valore che i consumatori attribuiscono ad entrambe le marche. Dopo le battaglie legali dei mesi scorsi il verdetto è questo. Si trovano all’ultima curva, gomito a gomito. E BlackBerry sembra stia sul punto di recuperare terreno, nonostante la distanza risulti notevole.

La fedeltà dei clienti

Ad alzare ancora di più le pretese di rivincita dell’azienda canadese, vi sono sondaggi sulla fedeltà dei possessori di smartphone. Il grafico evidenzia le stesse tendenze del Word-Of-Mouth. Galaxy riduce la distanza da iPhone, con BlackBerry che avanza prepotentemente.

Sei mesi fa, solo il 18% dei clienti BlackBerry avrebbe riacquistato uno smartphone. Al primo bimestre del 2013 tale dato è aumentato al 43%. Anche Galaxy ha osservato un aumento della fedeltà dal 46% al 53%, mentre per il “melafonino” vi è stata una diminuzione dal 92% al, tuttavia ancora alto, 85%.

La comunicazione

Ma come vengono spiegati questi cambiamenti sostanziali dei trend per BlackBerry? Il suo nuovo modello Z10 ha monopolizzato l’attenzione del mercato nelle ultime settimane. C’è la farà il suo nuovo sistema operativo BB10 a mettersi al passo del duo Android-iOS? Era questa la domanda che i tech-addicted si ponevano. A prescindere dalle caratteristiche del prodotto, che per molti ha fatto fare passi in avanti all’azienda nordamericana, la battaglia si combatte sulla comunicazione.

Durante il Super Bowl uno spot ha mostrato all’America ciò che il nuovo cellulare non potesse fare, lasciando immaginare all’utente tutte le funzionalità integrate nel dispositivo. Un commercial sicuramente poco convenzionale e assai ambizioso, che in verità non sembra essere piaciuto molto agli user a stelle e strisce.

Azzeccata risulta essere stata la scelta di Sua Maestà Alicia Keys, la quale è entrata come Creative Designer nel team BB. Risale invece a due settimane fa il rilascio di un simpatico video in cui Rachelle Wilde (una delle più famose playmate) presenta il nuovo smartphone. Viralità garantita tra il pubblico di genere maschile.

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L’andamento del titolo in borsa

La sensazione è che per BlackBerry, questo del 2013 sia davvero l’ultimo treno. Quello da non perdereIl recente crollo in borsa del titolo, che ha perso l’8% scendendo sotto i 14 dollari, sembra segnalare che il mercato azionario non valuti possibile un rilancio dei canadesi.

Ha influenzato questo tonfo la notizia che un numero crescente di grandi aziende stia sostituendo con iPhone i vecchi BlackBerry dati in dotazione ai propri dipendenti. La notizia segna in sostanza una bocciatura sancita dal BTB della nuova piattaforma BB10. Lo stesso co-founder Jim Balsillie ha venduto nelle ultime ore le sue quote azionarie, uscendo definitivamente dalla compagnia e, così, rompendo gli ultimi ponti con il glorioso passato.

Un solo risultato possibile

Dopo la brillante partenza in UK e Canada, si toccheranno la maggior parte dei mercati da marzo in poi. Staremo a vedere se Blackberry riuscirà a capitalizzare con questo nuovo prodotto quanto il passaparola sembra promettere. Qual è la vostra opinione a riguardo? La gara si è messa in salita e non è più possibile sbagliare. O si vince o si esce fuori pista.

 

 

* BlackBerry, iPhone e Galaxy sono stati misurati con il  BrandIndex’s Buzz score di YouGov, che chiede “Se hai mai sentito qualcosa sul brand nelle ultime due settimane, attraverso la pubblicità, le notizie in genere o il passaparola, si trattava di cose positive o negative?”. Il campione è formato da individui over 18 anni.

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Se siete dei blogger o avete un sito Web andrete spesso in cerca di immagini con cui arricchire i vostri contenuti.

Pochi sono coloro che richiedono il permesso di utilizzo al proprietario dell’immagine, soprattutto se la foto è sotto licenza CC (Creative Commons). La CC è nata per fare in modo che le opere d’ingegno possano essere pubblicate e condivise in maniera semplice, senza bisogno di negoziazioni dirette fra autore e licenziatario. L’obiettivo di questa licenza è infatti tutelare i creativi e semplificare la vita a coloro che vogliono utilizzare le loro opere.

Il fatto che un’opera sia sotto licenza CC non significa però che sia riutilizzabile o modificabile in maniera incondizionata. Esistono infatti diverse tipologie di licenze CC, ognuna delle quali permette di copiare, distribuire o mostrare le foto secondo i vincoli imposti dall’autore.

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Iniziamo col dire che ci sono caratteristiche comuni a tutte le licenze Creative Commons. Tutte si applicano “worldwide”, sono irrevocabili, non esclusive e durano per tutta la durata del diritto d’autore connesso all’opera.
Ogni licenza ha l’obiettivo di preservare il diritto d’autore e prevede diversi obblighi per il licenziatario:

  • Ottenere il permesso dell’autore per fare una qualsiasi delle cose che ha scelto di limitare (usi commerciali, opere derivate);
  • Mantenere l’indicazione di diritto d’autore intatta su tutte le copie del lavoro;
  • Non alterare i termini della licenza;
  • Non usare mezzi tecnologici per impedire ad altri licenziatari di esercitare uno qualsiasi degli usi consentiti dalla legge.

Ogni licenza permette al licenziatario di:

  • Copiare l’opera;
  • Distribuire l’opera;
  • Comunicare al pubblico, rappresentare, eseguire, recitare o esporre l’opera in pubblico, inclusa la trasmissione audio digitale dell’opera;
  • Cambiare il formato dell’opera.

Tutto ciò a patto che il licenziatario rispetti le istruzioni dell’autore.

Nell’infografica sottostante trovate le quattro condizioni applicabili alle licenze CC. La combinazione di queste quattro condizioni genera diverse configurazioni (che potete vedere schematizzate nella infografica seguente).

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Il grado di libertà con cui il licenziatario può copiare, distribuire o modificare l’opera dipende dalle diverse configurazioni della licenza, dette anche “attribuzioni”. Ci sono 6 diversi tipi di attribuzione, ognuno dei quali prevede vincoli crescenti per il licenziatario.
La prima, quella più “libera”, prevede per il licenziatario il diritto di modificare e utilizzare l’opera per ogni scopo, anche commerciale, con l’unico vincolo di menzionare l’autore originale. La sesta, la più restrittiva, prevede solamente la possibilità di copia e di condivisione, sempre a condizione di nominare nei “credits” l’autore originale.

In questa infografica trovate riassunte le 6 configurazioni previste dalla licenza CC:

Immagini e licenze Creative Commons: facciamo chiarezza!

Attualmente, si stima che il 90% delle foto che circolano sul Web tramite la CC license non abbiano alcun genere di attribuzione, e che il 99% di quelle che hanno un’attribuzione non utilizzano la forma corretta di licenza.
Per questo motivo è stato recentemente diffuso un video che spiega in breve cos’è la licenza CC e quali sono le diverse forme di tutela previste per l’autore.

Per chi si è posto la fatidica domanda: “e ora dove vado a prendere le foto che mi servono? c’è una soluzione. Si chiama PhotoPin ed è un sito Web dedicato alla ricerca di immagini protette da licenza Creative Commons. Esiste anche un servizio simile per la musica, si chiama Jamendo. Entrambi i servizi offrono un ampia scelta di opere, utilizzabili senza ledere i diritti altrui. 🙂

Veronica Diquattro presenta Spotify [INTERVISTA]

Spotify in Italia: ecco perché è già un successo [INTERVISTA]

Veronica Diquattro presenta Spotify [INTERVISTA]

C’è un direttore bolognese a dirigere l’orchestra italiana di Spotify, anzi meglio: una direttrice.
Ve l’abbiamo promesso il giorno del lancio ed eccoci qua: un aperitivo con Veronica Diquattro, Market Lead per l’Italia, per scoprire Spotify da vicino.
E’ un treno che non si ferma Veronica, bolognese classe ’83, ci parla in diretta dalla Spotify Lounge di Sanremo!

Ciao Veronica! Allora, che giornate stai vivendo?

Paz-zes-che! Siamo felicissimi ed entusiasti, è da mezzanotte (martedì, ndr) che la gente si è accorta di Spotify online e attivo qui in Italia e devo dirti che abbiamo registrato da subito un ottimo riscontro.
Su Facebook e soprattutto Twitter si è creato un grande tam-tam e a essere onesti meglio di così non potevamo partire.
Ora siamo qui a Sanremo, l’abbiamo scelto come battesimo di fuoco sia per promuovere Spotify tra gli appassionati di musica che per educare artisti e fan ad una nuova concezione di diffusione e fruizione di contenuti musicali.
Ci siamo riservati una vera e propria postazione in galleria, la nostra Spotify Lounge, che sarà un crocevia di attività, contenuti e momenti esclusivi insieme agli artisti in gara.

Veronica Diquattro presenta Spotify [INTERVISTA]

Stop, Rewind: uno sguardo indietro, come sei arrivata in Spotify?

Arrivo a Milano, sede di Spotify Italia, da Dublino, headquarter europeo di Google, dove ho partecipato in prima persona al lancio in Italia di Android Market e Google Play.
Sempre per Google mi sono occupata di online advertising e prima ancora di online marketing in Sudamerica.

Un background frizzante. E ora… un’azienda scoppiettante, hai conosciuto il management di Spotify?

Sì e dici bene: è un’ambiente esposivo.
Età media molto bassa e voglia di fare inversamente proporzionale, spirito di squadra, grande passione ma anche competenza e attenzione ai particolari; c’è un entusiasmo speciale a fare sempre meglio.
E poi ci sono Daniel e Martin, i co-founder di Spotify, incredibili!

Qual’è la tua mission e che aspettative hai?

Lanciare Spotify qui in Italia significa innanzitutto replicare il successo ottenuto in tutti gli altri paesi, che erano diciassette prima di oggi e insieme a noi, Portogallo e Polonia diventano la bellezza di venti.
Vogliamo che diventi in fretta il miglior servizio di streaming musicale disponibile e far percepire agli italiani l’opportunità di un servizio legale che funziona.
Ovvero la migliore alternativa alla pirateria musicale, che in Italia fa registrare numeri davvero impressionanti.
Provatelo, quando ci si prende gusto non ci si ferma più!

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Spotify nasce in Svezia nel 2008, arriva in Italia solo oggi. Perché?

C’è un insieme di motivazioni, ovviamente, ma prima di tutto perchè abbiamo imparato osservando il lancio sugli altri paesi e ci siamo resi conto che finché non esiste attesa, desiderio e fame di novità non è il momento giusto per cominciare.
Detto questo, il fattore determinante per innescare Spotify è la completezza degli accordi con le etichette discografiche di ogni livello e con la Siae perché come ben sai il nostro catalogo è del tutto legale e questo significa rispetto dei diritti d’autore e guadagno per gli artisti.
Completezza a livello economico ma anche operativo, tecnico, organizzativo.
A monte di tutto questo, non meno importante, c’è una strategia complessa studiata e ponderata in tutti i dettagli e questo credo sia un argomento che voi conosciate bene.

Il modello di business di Spotify è rodato. Che reazioni ti aspetti dal mercato italiano?

Per ora posso dirti solo che abbiamo una certezza: ci basterà un anno per parlare già di risultati importanti.
Questa è l’esperienza che abbiamo riscontrato in tutti gli altri paese e ti farò avere un po’ di dati* per rendere l’idea e farvi venire ancora più acquolina in bocca.
*li trovate a fine intervista 😉

Spotify è un concentrato di user experience. Quali sono le feature preferite della Veronica utente?

Bella domanda, finalmente una diversa!
Diciamo che qui ti concedo una piccola anticipazione: la mia preferita è la funzione Follow, che qui in Italia ancora non c’è; come per Twitter, è possibile seguire il profilo personale di un artista e rimanere aggiornati non solo sugli ultimi album o sulle ultime canzoni ma anche su tutto ciò che vorrà condividere della sua vita.
Questo perché Spotify è decisamente social!

E quanto è mobile?

Luca, Spotify da il meglio di sè sui dispositivi mobili!
La user experience piena è stata concepita per la vita in mobilità, “la musica giusta per ogni momento”, come recita uno dei nostri claim.
Pensa che abbiamo più di 5 milioni di utenti registrati con un profilo a pagamento e l’85% di questi ha scelto il profilo Premium, che consente di utilizzare Spotify ovunque e anche in modalità offline: è possibile ascoltare più di diecimila tracce anche senza connessione, un’intera libreria musicale.
E’ molto più di un servizio di streaming.

Ok Veronica. Prima di lasciarti scappare ci proviamo: un’anticipazione segretissima per la community Ninja?

Niente da fare, ma prendetela così: Spotify è appena arrivato e quello che avete scoperto è solo l’inizio 😉

E allora in bocca al lupo e complimenti! Grazie, a presto!

Grazie a voi, ciao!

Che dire Ninja, a giudicare dalle bacheche Facebook, Spotify sta davvero spopolando. Ora che l’avete cominciato ad utilizzare, diteci: che ne pensate? State provando il profilo Premium (gratis per i primi 30 giorni)? Lo confermerete?
Raccontateci la vostra esperienza. Proprio qui sotto, non siate timidi. Io vi anticipo che un piccolo bug l’ho trovato… o forse sono solo troppo abituato ad iTunes!

Ecco i link promessi da Veronica per capire il fenomeno Spotify:
Crescita dello streaming vs. altre forme di consumo musicale;
Spotify (Svezia) vs. pirateria musicale;
Le parole di una major (Universal).

Per ora è tutto! Stay tuned 😉

La prima (buona) impressione? Il laureato, Snatch e Thank you for smoking come archetipi

Proseguiamo il viaggio alla scoperta delle prime (buone) impressioni che l’inesauribile mondo del cinema ci ha regalato nella sua storia, e che abbiamo iniziato qualche giorno fa con “La prima (buona) impressione? Detective Shaft, zombie e i signori della guerra come archetipi“.

“The Graduate”, (1967)

Si apre la sequenza. Sguardo fisso, verso il futuro. Tutto attorno: una moltitudine di sconosciuti.

L’inserimento della famosissima colonna sonora di Simon & Garfunkel ci regala una connotazione di spaesamento che prima non c’era: il nostro esploratore (figura archetipica) non sa minimamente che cosa lo aspetterà nel suo cammino, e questo un po’ lo (e ci) turba.
Il piano sequenza sul nastro trasportatore è funzionale ad amplificare quest’ultima sensazione, noi come spettatori, nel momento in cui siamo ancora seduti a guardare mentre il protagonista esploratore afferra la sua valigia da viaggio, decidiamo di proseguire questo viaggio verso l’ignoto con lui: cosa ci spinge a farlo?

La fiducia? No, la curiosità.
Pensateci quando decidete come strutturare un sito di e-commerce o una campagna di advertising, non sempre è strettamente necessario instaurare una relazione interamente basata sulla fiducia con i vostri potenziali clienti.

“Snatch”, (2000)

Si apre la sequenza ed il regista Guy Ritchie ci svela subito il “vaso di Pandora” dei protagonisti del suo film, tutti vengono connotati abbastanza rapidamente in relazione ad un filo rosso che sembra unirli dal primo all’ultimo, ma attenzione perché ognuno di loro avrà una sua storia personale e lo intuiamo dal fatto che quasi ad ogni stacco di personaggio corrisponde un’inquadratura in camera completamente diversa..

L’effetto è quello della completa assenza di controllo, dell‘anarchia. L’unico con cui possiamo stringere un accordo come spettatori è il regista, e Guy Ritchie sembra in questa transazione porsi come un giullare (archetipo) certo di far divertire il suo pubblico grazie alle numerose carte da gioco che ci ha precedentemente mostrato. E noi, già affascinati dal ritmo musicale e dall’alternarsi delle situazioni, non possiamo che fidarci di questo contratto: la chiave di volta è.. la promessa di divertimento.

Metto sul piatto tutto quello che ho: sono sicuro che vi divertirete!”

“Thank You for Smoking”, (2005)

Con l’ultimo esempio proveremo ad analizzare una situazione contestualizzata e piuttosto spinosa.
Thank you for smoking si apre con una sequenza video dal gusto vintage: sia per la scelta musicale sia per la parte grafica. Perché questa scelta?

Perché il regista Jason Reitman sa che le sigarette, per non essere percepite come causa di malattie e di menomazioni respiratorie, devono essere presentate come rassicuranti e inoffensive? Quale miglior scelta, allora, se non quella di affidarsi ad una musica vintage da Cotton Club modello Proibizionismo e far passare i titoli di apertura su una grafica che riprende le vecchie marche di sigarette dei decenni passati? Il messaggio è che le sigarette ci sono sempre state, ci sono familiari e quindi non possono essere un veleno mortale.

Personalmente non riesco a pensare un miglior modo per disinnescare il potere intimidatorio di una bomba ad orologeria se non quello di sedermici sopra.
Si tratta di disinformazione? Certamente sì, ma il nostro obiettivo è quello di smontare pezzo per pezzo le strategie comunicative, evidenziandone le componenti fondanti da un punto di vista “simbologico”. Sono proprio questi simboli archetipici e familiari che innescano in noi delle reazioni automatiche ed innate.

Non vi sentite già più consapevoli?

I vincitori del World Communication Forum 2013 [EVENTI]


World Communication Forum vuol dire tanto per chi si occupa quotidianamente di comunicazione, ed è qui che materialmente i migliori professionisti nel campo nonchè leader delle teorie più interessanti sull’universo della global communication, si riuniscono. Dall’ Europa, Stati Uniti, Russia, India, Cina, Brasile li ritroviamo tutti a Davos, in Svizzera per il Forum mondiale della comunicazione.

Il Forum si propone di riunire l’elite mondiale degli esperti di comunicazione in grado di pronosticare i prossimi passi nello sviluppo del settore e nella creazione di nuovo valore di business “

ha detto Yanina Dubeykovskaya, Co-fondatore e Direttore Contenuti al WCF.

“La quarta edizione è dedicata allo scontro tra le comunicazioni globali e locali, ai nuovi meccanismi di fiducia e di impegno, alla creatività come competenza chiave, alla crescente influenza del linguaggio visivo, allo stato della realtà sui social media e al cambiamento portato dal virale. “

Il C4F (Communication for Future) Davos Awards svolge un ruolo fondamentale, operando previsioni sul futuro della comunicazione, il suo motto è “Guarda al futuro, e il futuro ti vedrà”. Questa speciale cerimonia di premiazione si tiene ogni anno con l’intenzione di dare un riconoscimento a tutti quei comunicatori eccezionali che, con approccio creativo, rivoluzionano le visioni sul futuro impattando sullo sviluppo dell’industria delle comunicazioni.

Ecco i vincitori di quest’anno nelle seguenti sei categorie:

Image of the futureAlfred Koblinger, CEO of BBDO Holding (Austria)

Media of the futureJason Ng, Blogger, Twitter activist, COO of geekpark.net, Founder of Twittalk.net, Start-Upper (China)

Idea of the futureEvgeny Kuznetsov, Director Development & Communications Department at Russian Venture Company

Relations of the futureAnne Villemoes, Director of Corporate Communications at Danish Crown company (Denmark)

Titan of the futureGianni Catalfamo, Founder at cc:catalfamo (Italy)

Grand Davos AwardsDr. Leandro Herrero, CEO The Chalfont Project Ltd. & Managing Partner Viral Change Global LLP, (UK)

Quest’anno al WCF c’è stato per la prima volta in febbraio il primo Creative Class Global Meeting. L’idea principale è stata quella di unire i creatori innovativi con idee brillanti, che condividono gli stessi valori e sono in qualche modo collegati attraverso i social network. Provocarli e riflettere sulla possibilità di un nuovo “manifesto” e a come cooperare per cambiare il mondo.

Il Forum Mondiale delle Comunicazioni è stato sostenuto da un gran numero di Associazioni Partner Internazionali e da organizzazioni provenienti da circa 40 paesi in tutto il mondoIAB Europe, The Holmes Report (USA), International Communications Consultancy Organisation (ICCO), Public Relations Consultants Association (PRCA) in Gran Bretagna, Association of PR Agencies in Svizzera (BPRA), Trans-Arabian Creative Communications (TRACCS), PRORP – The Mexican Association of Public Relations, Russian Public Relations Association (RPRA), Armenian Public Relations Association (APRA), Association of Business Communicators of India (ABCI), Brazilian Association of Communication Agencies – ABRACOM e molti altri. 

Il Forum è stato trasmesso in diretta ed è stato attivamente “frequentato e discusso” sui social network durante l’evento stesso.

A questo link troverete un’intervista al vincitore del premio “Grand Davos” Dr. Leandro Herrero.