Una delle tecnologie maggiormente in voga nel settore mobile, che probabilmente potrà dare una svolta nella modalità e nella concezione di utilizzo dello smartphone offrendo nuovi modi per condividere informazioni, effettuare pagamenti mobili, e interagire con l’ambiente circostante, è l’NFC. Molto spesso se ne è sentito parlare sui blog e testate che trattano l’argomento, ma cos’é?
L’NFC o Near Field Communication (in italiano letteralmente Comunicazione di prossimità), è una tecnologia di connettività senza fili bidirezionale a breve distanza: quando due apparecchi NFC vengono accostati entro un certo raggio viene creata una rete p2p grazie alla quale possono scambiarsi informazioni di vario tipo.
Molti smartphone moderni di ultima generazione sono stati dotati di questa particolare tecnologia che ci consentirà di usare il nostro dispositivo mobile per le attività più disparate, dalla guide turistiche interattive a pagamenti d’ogni tipo. Sulla base di queste considerazioni, noi Ninja abbiamo cercato e trovato dunque quelle che ci sembrano le iniziative più interessanti su questo fronte nel Belpaese.
Il primo accordo che ha portato l’NFC per la prima volta in una città italiana risale al 2008 e fu stipulato tra Telecom con l’ATM, società di trasporto comunale di Milano, per lanciare un sistema sperimentale di bigliettazione elettronica tramite NFC: gli utenti che partecipavano avevano in dotazione un telefono Samsung NFC-enabled e un’applicazione apposita attraverso i quali potevano accedere alla rete dei trasporti pubblici e acquistare o convalidare i biglietti.
Recentemente Telecom Italia ha annunciato attraverso un comunicato stampa anche il lancio in anteprima nel capoluogo lombardo di nuovi servizi NFC nello svolgimento delle principali attività quotidiane utilizzando il proprio smartphone per un gruppo di oltre 1.000 sperimentatori.
Con questo sistema sarà possibile oltre che pagare il biglietto sui mezzi di trasporto anche acquistare con la carta di credito presente sulla SIM in un migliaio di esercizi commerciali della città e fare esperienze turistiche evolute e in luoghi di interesse culturale sul territorio grazie all’interazione con le paline informative turistiche.
PosteMobile
Tra i primi in Italia a rendere l’NFC disponibile sul mercato nazionale c’è anche Poste Italiane che in un comunicato ha annunciato il 17 ottobre l’apertura a questa nuova tecnologia.
Il servizio di Poste Italiane, integrando i servizi di comunicazione di PosteMobile e quelli di pagamento di BancoPosta, consentirà non solo di fare shopping nei negozi abilitati pagando gli acquisti direttamente via smartphone, ma anche e soprattutto di usufruirne negli uffici postali per il pagamento di bollettini, raccomandate o pacchi.
Per gli importi inferiori ai 25 euro non sarà nemmeno necessario digitare il PIN, rendendo dunque lo smartphone un portafoglio a tutti gli effetti. Il servizio sarà operativo a partire dal prossimo dicembre e i primi uffici postali a commercializzarlo saranno quelli di Milano.
Vodafone: Smart Pass NFC
Circa un mese fa anche vodafone ha annunciato il lancio di Smart Pass NFC, un sistema di pagamento integrato nello smartphone con tecnologia NFC: partirà da Milano a metà ottobre la fase di sperimentazione del servizio che consente di acquistare beni e servizi.
Smart Pass NFC, sviluppato in collaborazione con CartaSi e Mastercard, potrà essere utilizzato dai clienti che già dispongono della card prepagata Vodafone Smart Pass, integrandola nella SIM del loro cellulare dotato di tecnologia NFC.
In occasione dell’evento Smau 2012 tenutosi lo scorso 24 ottobre, Alessandro Magnino, Head of Mobile Apps, Corporate Marketing di Vodafone ha spiegato l’utilizzo della Near Field Communication e i dettagli della iniziativa in questo video:
Intesa San Paolo è stata la prima banca ad impegnarsi per un diffusione su larga scala della tecnologia NFC in Italia: nel febbraio del 2012 ha infatti annunciato grazie alla collaborazione con Noverca, l’inizio del test di tale tecnologia per circa 600 tra dipendenti e clienti delle sedi di Milano e Torino fornendoli di SIM card dotate di tecnologia NFC per eseguire pagamenti contactless in circa 3000 negozi delle due città.
Varese SmarCity
Varese SmartCity è un progetto di sperimentazione della tecnologia NFC applicata ai processi di pagamento e di marketing territoriale, portato avanti dal laboratorio LAB#ID dell’Università Cattaneo – LIUC con il supporto della Camera di Commercio di Varese, per trasformare la città in una delle prime realtà europee NFC-enabled a favore di imprese artigiane, commerciali, turistiche e per il marketing territoriale.
Lo scorso 20 settembre si è svolto un evento che aveva proprio lo scopo di sensibilizzare imprenditori artigiani e utenti sull’importanza di questa tecnologia. Sul sito troverete tutte le informazioni per poter aderire a questo progetto.
Milano in pole position
La città di Milano si può definire come la prima realtà italiana ad aver scommesso sul fronte NFC e si può davvero parlare negli ultimi mesi di un boom del settore ad opera della maggior parte degli operatori.
Non a caso è proprio a Milano che dal 22 al 25 ottobre si è tenuto l’NFC & Mobile Money Summit, un evento, rivolto ad un pubblico internazionale composto non solo da operatori mobili, ma anche ad attori dell’ecosistema come le banche, i trasporti e i negozi, che è totalmente focalizzato sulla tecnologia NFC e sui servizi ad essa collegati.
Tuttavia i sistemi NFC sono sicuro che brevemente travolgeranno anche il resto del mercato italiano dato che come abbiamo visto offrono grandi potenzialità sia per i servizi che può offrire al cittadino quotidianamente sia per le opportunità di conseguire un vantaggio competitivo per le singole imprese.
Voi invece avete uno smartphone NFC-enabled? Lo usereste per pagare le vostre bollette?
Con il ricordo di Londra 2012 ancora vivo è già tempo di parlare della prossima edizione delle Olimpiadi, Rio 2016. Il logo lo aveva già introdotto Aiko, ma oggi approfondiremo il discorso parlando del font usato, una componente fondamentale del marchio.
Iniziamo partendo dal suo creatore, Dalton Maag, uno studio con base a Londra e Sapiranga (Brasile), che traccia subito una linea diversa da quella dell’edizione passata, che era molto rigida e precisa, a favore di un tratto curvo e morbido. Ma attenzione la sinuosità non vuol dire che non ci sia uno studio dettagliato e minuzioso nella creazione, inoltre come dalle dichiarazioni del Comitato Organizzatore, ogni lettera rappresenta la gente e i luoghi del Brasile. Ovviamente altra fonte di ispirazione non può che essere la gioiosità della popolazione brasiliana ritrovabile nella varietà di curve delle diverse lettere, da notare che non ci sono spazi fra le lettere ed ogni parola è un unico tratto riconducibile alle movenze rapide e fluide degli atleti in azione.
Non meno importante ma, a torto, meno seguite e discusse sono le Paralimpiadi con il loro logo, sempre con lo stesso stile delle Olimpiadi, ma che invece delle tre figure che si abbracciano abbiamo una forma impossibile che si chiude con se stessa a dare un senso di completezza, di unione, con le varie tonalità di arancione a richiamare sia la solarità brasiliana che la passione e la forza degli atleti. Concludiamo dicendo che entrambi i loghi riescono a trasmettere il messaggio “Passion and Transformation” (passione e trasformazione), slogan portante delle future edizioni dei Giochi Olimpici e Paralimpici che si terrano in Brasile, a Rio nel 2016.
00focahsukefocahsuke2012-11-02 11:33:142012-11-02 11:33:14Rio 2016: analizziamo il font del logo delle prossime Olimpiadi
Ecco quattro risposte ingegnose ad una delle domande più antiche della storia dell’umanità: “come faccio a non farmi beccare dal mio capo mentre faccio altro durante l’orario di lavoro“?
Certo, le pene per chi infrangeva questa regola qualche centinaio di anni fa potevano essere ben più severe di quelle inferte oggi, ma una cosa è sicura: una lavata di capo dal proprio boss non è mai un piacere. Ecco quindi come fare per sfuggire agli occhi indiscreti del vostro capo (ma anche di colleghi “spioni”) mentre si naviga allegramente invece di lavorare.
StealthSwitch
Il primo gadget è StealthSwitch, un bottone collegato al computer tramite presa USB, molto discreto perché può essere azionato con i piedi. Appena sentite rumori sospetti potete premere il pulsante, che nasconderà le finestre che avete aperto, riprtandovi ad una schermata “di lavoro”.
Il bottone aggiunge anche varie funzioni avanzate, come la possibilità di disattivare l’audio, nascondere la taskbar e le icone del desktop. Ovviamente quando tutto è tranquillo potete premere nuovamente il pulsante e tornare alle vostre attività preferite.
I privacy screen
Come secondo gadget ho selezionato i cosiddetti “privacy screen“, che sono pellicole o cover simili a quelli che si utilizzavano una quindicina di anni fa per proteggersi dalle radiazioni dei monitor. Sono discreti perché le pellicole sono difficili da individuare, mentre le cover sembrano dispositivi per evitare l’affaticamento della vista. Questi “privacy screen” impediscono alle persone di vedere cosa state facendo, a meno che non siano direttamente di fronte allo schermo.
Se invece possedete un tablet ed amate navigare sui vostri social preferiti anche durante riunioni o altri eventi, ci sono anche pellicole su misura per iPad e iPhone. Se usate questo metodo sarete comunque esposti a dei rischi, ma guadagnerete del tempo prezioso per chiudere le finestre proibite e tornare al lavoro.
Specchietto retrovisore
Il terzo gadget è uno specchietto retrovisore per computer, disponibile sul sito “ThinkGeek“, da porre strategicamente sullo schermo per monitorare una porta o un corridoio dalla quale potrebbero provenire delle minacce. Rispetto al dispositivo precedente, questo specchietto rappresenta una soluzione meno avanzata, ma può essere utile per chi non vuole dare nell’occhio voltandosi continuamente per capire se viene osservato.
Vanishd
L’ultimo prodotto selezionato in realtà non è un gadget, ma un software chiamato Vanishd, che permette di nascondere la pagina che si sta visualizzando con una mascherina predefinita, che può essere un qualsiasi documento o un’altra pagina Web. Muovendo il mouse sopra la webpage che funge da copertina si possono vedere i contenuti della pagina sottostante, ma anche interagire con la copertina stessa, qualora sopraggiunga l’odiato boss.
Si tratta forse del sistema più sofisticato, particolarmente adatto a chi non riesce proprio a fare a meno di “farsi i fatti suoi” sul posto di lavoro ma è sottoposto ad un rischio costante. Di seguito trovate il video di Vanishd, che spiega velocemente tutte le funzioni, sia quelle principali sia quelle più avanzate.
Ora che avete un’idea di quali strumenti avete a disposizione per godervi una tregua sul posto di lavoro fatene buon uso… e chiedetevi se non vale la pena cercarne uno meno noioso 😉
00Massimiliano BrunelliMassimiliano Brunelli2012-11-02 10:30:062012-11-02 10:30:06Come non farsi beccare dal capo mentre si naviga su Internet! [GADGET]
Abbiamo intervistato Bruno Ballardini, copywriter di successo e di notevole esperienza, docente universitario e scrittore di diversi saggi universitari e non, con l’intento di entrare nel mondo di un pubblicitario e descriverne sensazioni, dubbi, emozioni, successi, fallimenti, idee geniali e applicazioni alla realtà.
Un modo di raccontare la vita in agenzia ed i suoi ruoli, in particolare quello del “copy”, un lavoro sognato un po’ da tutti.
Ci descriva il suo ruolo quando era in agenzia e cosa fa tuttora
Sono stato junior copywriter in BBDO, copywriter in Compton, senior copywriter in Saatchi & Saatchi e Young & Rubicam, direttore creativo in Interwork e Nautilus e infine mi sono stufato di fare il semplice creativo e ho cominciato ad occuparmi di strategie come consulente per grandi aziende. È molto più creativo fare strategie (con tutto quello che ne consegue) piuttosto che mettere solo la ciliegina su una torta che è stata confezionata da altri.
Come era composto il suo team?
Inizialmente i team creativi cui ho partecipato erano composti da un art e un copy junior (io ero il copy junior), un art e un copy senior e due assistant. Ovviamente in stanze diverse ma comunicanti. Poi col passare degli anni siamo rimasti in due, un art senior e un copy senior (sempre io). Infine, negli anni della crisi, alla formazione classica art-copy si è aggiunto stabilmente un terzo elemento: il cliente. E, come si sa, il cliente ha sempre ragione…
Come avveniva la riunione creativa?
Ci sono sempre stati quattro livelli di riunione creativa: uno era con il direttore creativo che dopo aver ripassato il brief con le varie coppie coinvolte nel lavoro dava il via libera ad un brainstorming collettivo in cui tutti erano autorizzati a tirar fuori le più immani cazzate. Poi si passava ad una seconda riunione che ciascuna coppia faceva nell’intimità della sua stanza senza tirar fuori niente di diverso dalle cazzate che aveva tirato fuori poco prima ma sviluppandone alcune. Poi c’era la presentazione al cliente che dopo un po’ si trasformava in riunione creativa perché il più delle volte anche il cliente si metteva a fare il creativo. E infine il quarto livello di riunione che si faceva tornando in agenzia e cercando di coniugare gli “input” (ma sarebbe meglio chiamarli dictat) del cliente con la dignità creativa dell’agenzia.
Quale “procedura” seguivate per il brainstorming?
C’erano i brainstorming condotti dai clienti internazionali, con tanto di rotolo di carta su cavalletto o slides di Power Point, e noi dovevamo subire tutte le regole inventate da qualche guru di serie B su “come si conduce un brainstorming”, poi tornavamo nelle nostre stanze e ricominciavamo daccapo alla maniera nostra. Oppure alla maniera nostra, cioè bevendo birra, ascoltando musica a tutto volume e sfogliando annual fino a quando qualcuno non lanciava un’idea. A quel punto iniziava un ping pong rapido dal tavolo del copy a quello dell’art fino a quando qualcuno non entrava in schiacciata con l’idea definitiva o un’illuminazione improvvisa che sparigliava tutte le carte in tavola.
L’art che ruolo aveva?
L’art senza nemmeno leggere il brief cominciava subito a sfogliare annual per vedere di farsi venire qualche idea che regolarmente non c’entrava nulla.
Mentre il copy che compiti aveva?
Il copy aveva il compito principale di arginare le “fantastiche” idee dell’art che in genere non si riferivano mai al brief ma ad alcune pubblicità viste la sera prima, ad esempio: “Senti, ma perché non facciamo uno spot tipo quello che è appena uscito per XY però girato al contrario, capito come? Raccontando la storia in flashback con il prodotto che compare alla fine cioè adesso…” Dopo di che volavano i pennarelli…. Oltre a questo, il compito del copy era anche quello di tirar fuori delle idee.
Un esempio di campagna in cui c’è sintonia tra copy e visual ?
Un esempio di eccellente sintesi nel rapporto fra copy e visual può essere quella realizzata dall’Agenzia Richter7 di Salt Lake City, commissionata dallo Utah Commission on Marriage. Questa campagna realizzata nel 2010 dice esattamente quello che deve dire coinvolgendo il pubblico in un semplice gioco visivo. Di norma è preferibile non far compiere al pubblico nessun “lavoro” mentale affinché il messaggio arrivi in modo diretto prevenendo così la possibilità di un brusco cambio di pagina o di canale alla minima difficoltà di comprensione. Ma qui il messaggio si propone sotto forma di gioco e il minimo “lavoro” che occorre per scoprire la soluzione è parte integrante del messaggio stesso: perché un’unione sia durevole, occorre lavorarci. Insieme.
Ci racconta un aneddoto sulla realizzazione di qualche campagna a cui ha partecipato?
Per dare un’idea dell’assurdità delle richieste di certi clienti (perfino durante l’epoca d’oro della pubblicità) citerò un passaggio del mio libro “La morte della pubblicità” che sta per uscire in edizione aggiornata.
“Dovevamo girare un commercial in stile slice of life per una nota marca di prodotti per l’infanzia. Questo genere di format prevede l’utilizzo di testimonial reali in presa diretta durante le loro abituali attività quotidiane. Quello che se ne deve ricavare, a detta del cliente, è un senso di “verità”. In realtà questi film sono costruiti con un abile montaggio di scene in presa diretta alternate a scene in cui il protagonista parla fuori campo. Per ottenere un testo aderente allo schema imposto dal marketing dell’azienda, sarebbe bastata una psicologa intervistatrice che avrebbe bombardato di domande le donne fino a quando non saremmo riusciti a ottenere le risposte che volevamo. Il vero problema è che si trattava di insegnanti d’asilo nido vere con bambini veri. E il cliente, per motivi di convenienza, aveva deciso di girare il commercial con una casa di produzione olandese. Così, partimmo per Amsterdam. In aereo, l’unica parola che disse il tv producer della nostra agenzia fu: «Mah». Era disorientato. In tanti anni di carriera non gli era mai capitato di scontrarsi con l’irragionevole pervicacia di un cliente come questo. Si poteva girare benissimo in Italia, invece… Quando arrivammo, il progetto si rivelò in tutta la sua assurdità.
L’asilo nido era stato ricostruito dagli scenografi all’interno della casa di un giornalista olandese, e poiché fuori la temperatura era parecchi gradi sotto zero, anche la porta d’ingresso dell’asilo nido era stata realizzata all’interno dell’appartamento con un telaio che la reggeva in piedi in mezzo al salotto. L’intervistatore doveva bussare “da fuori” e la donna avrebbe dovuto aprire la porta… E tutta questa messa in scena, in mezzo al salotto, sarebbe dovuta apparire il più “naturale” possibile! I manager dell’azienda presenti mostravano segni d’inquietudine per quella che a loro appariva come incapacità da parte nostra nel cercare di ottenere dalle donne un comportamento spontaneo… Uno di loro, una specie di guru della comunicazione che con le sue guidelines andava in tournée per tutte le sedi internazionali dell’agenzia, osservava cinicamente i nostri insuccessi lontano dal set, dentro un pullman attrezzato con monitor, fumando un sigaro avana. Come si poteva pretendere che da una situazione così stupida avremmo ricavato un commercial intelligente? Dopo due giorni di tentativi andati a vuoto, tutti i membri dell’agenzia si aggiravano per il set come belve inferocite”.
Ci fa un esempio di “campagna intelligente” ?
Il BETC, laboratorio per i new media creato dalla storica agenzia Euro RSCG di Parigi (quella di Séguéla, per intenderci), ci indica una via per la pubblicità del futuro. Per il lancio della Peugeot 208 ha realizzato uno dei primi spot interattivi. La storia si sviluppa in modo lineare ma, nei nodi cruciali in cui occorre fare una scelta, lo spettatore viene invitato a immedesimarsi nel protagonista e a scegliere al suo posto, istintivamente. Il claim “Let your body drive” (lascia che sia il tuo corpo a guidare/guidarti) contiene la strategia di comunicazione: la Peugeot 208 oggi è la scelta più istintiva e naturale per chi ama la guida, un’auto che sa interpretare meglio di qualunque altra il tuo istinto, quasi un’estensione del tuo corpo. Lo sviluppo del sito è di Anonymous. Fateci un giro: www.208.peugeot.it
Ad impulso, ci può dire le sue sensazioni, le sue emozioni ed esperienze sul lavoro vissuto?
È un lavoro da ragazzini. Ti dà la tua dose quotidiana di adrenalina e all’inizio è eccitante per questo. Ma nessuno si augura di continuare a “farsi” di adrenalina dopo i 40 anni. A parte i drogati, intendo.
Ci descriva la sua giornata tipo “9/24”
Dalle nove? No no, si arrivava tutti in agenzia intorno alle 10 (a meno che non ci fosse una riunione fissata prima, ma le fissavano apposta alle 10). Si leggevano un po’ di riviste, si ricevevano nuovi brief dagli account, dopo di che si andava a pranzo in uno dei tanti posti vicini all’agenzia, dove spesso si incontravano i creativi di altre agenzie e tutti, in presenza degli altri colleghi, facevano finta di essere stanchi morti, stressati dall’ iper lavoro e dagli stipendi troppo bassi (questo per dissuadere psicologicamente chiunque avesse la minima tentazione di fare un colloquio nella propria agenzia col rischio che fosse più bravo di noi e che venisse preso).
Per quanto riguarda la sobrietà in comunicazione?
Ecco un esempio di sobrietà. Per fare della buona comunicazione, non occorre cercare a tutti i costi soluzioni eclatanti ma è necessario invece far arrivare il messaggio in modo diretto, come la linea della metropolitana. In questo caso si fa coincidere anche visivamente l’idea di vicinanza (o di facile raggiungibilità) della struttura ospedaliera con il fatto che la soluzione a questo problema chirurgico è più vicina di quanto si pensi. Il doppio senso si realizza fra copy e visual, e non banalmente come spesso si fa, soltanto nel titolo. Sono questi piccoli accorgimenti tecnici che fanno la differenza.
Un consiglio per i giovani pubblicitari?
Scappate finché potete. Oppure, se rimanete, sappiate che lo fate a vostro rischio e pericolo.
00Haran Kun BanjoHaran Kun Banjo2012-11-02 10:00:412012-11-02 10:00:41Bruno Ballardini: l’esperienza e i consigli di un copy [INTERVISTA]
Inizia qui la mia collaborazione con Ninja Marketing. E inizia con questa rubrica che, come comunicato loro, ha come titolo “The dark side of Inspiration Point”. 10 punti a chi coglie la citazione; 100 a chi la coglie senza usare Google; 1000 a chi la capisce davvero. Sarà spiegata ufficialmente nel terzo articolo di questa minitrilogia.
Questo articolo non vuole essere una riflessione semiseria, benché il titolo semiserio lo sia. E’, anzi, un pensiero che mi affligge da quando le mie amicizie su Facebook si sono spostate dalle 120 fisse alle attuali – fatemi controllare – 754.
Tempo fa ho letto che una persona può ritenere di conoscere personalmente 1.200 persone (includendo il panettiere, il postino, il portinaio, la ragazza che si è tacchinato senza successo in vacanza, la ragazza che si è tacchinato con successo in vacanza). Comprensibilmente i miei nonni, che pure conosco bene, non hanno un profilo, né ce l’hanno i miei nipoti. Toby, il mio cane, ha una pagina fan – ma non conta. Quindi: molte delle persone che si annoverano tra le mie amicizie o sono attività, anche in virtù del mio lavoro, o non le conosco.
Se le incontrassi per strada non le saluterei – spulcio spesso tra le loro foto, ma non sempre hanno profili chiari. Alcune, addirittura, se m’incontrassero e citassero sorridendo il loro nome (“Ma come! Siamo amici su Facebook da, fammi dare un occhio alla mia timeline, da marzo 2007!”) incontrerebbero solo la vacuità del mio sguardo. Ecco il motivo per cui il mio sospetto nei confronti del concetto di amicizia su Facebook, peraltro supportato da menti ben superiori alla mia (Zygmunt Bauman, per intenderci, al FestivalFilosofia di Modena 2012 ma anche qui), si è acuito. E ne ho tratto, per i Ninja, un bel decalogo diviso in due articoli sul perché, in fin dei conti, vi dovrei cancellare dalle mie amicizie.
1) Vi nascondete dietro un nick
C’era un tempo l’era del nick; c’era – ricordi del mio ’95 – l’eccitazione nell’aver chattato tramite dominii pressoché impossibili da ricordare. Di essersi fatti passare per donna, per adulto, per sposato.
(Ricordo anche, con vergogna, di aver chattato tra me e me, autoflirtandomi ed essendo di volta in volta Paolino Paperino e Eva Kant, sulla chat di Clarence. Gioventù bruciata).
Ora la cosa, nel momento in cui Internet in Italia è attorno alla maggiore età, sa essere fastidiosa. Lo è. Tantopiù perché spesso – stavo scrivendo sempre – chi si firma con un nick ambisce a quello status, non lo possiede. “Kurt Cobain Fumagalli” probabilmente non ha un briciolo di talento né sa suonare in maniera decente altro che non siano le prime note di Wish you were here, “Gattina solitaria” lo è perché ha la puzza sotto il naso; “Amedeo Gandhi” imbraccerebbe un fucile a pompa in un centro commerciale pur di saltare la fila e andarsi a vedere i preliminari di Champions. Già dato, grazie.
2) I commenti sono brevi o insignificanti
Alle Olimpiadi di Atene, se non sbaglio durante la finale dei 10.000, un cronista – credo Franco Bragagna –, durante la fuga di un corridore sconosciuto partita a 150 metri dall’inizio, disse “Ecco il solito Ciao mamma”. Dopo 200 metri il gruppo lo acciuffò e ne lasciò i brandelli ad ansimare nel fosso delle siepi. Ciao mamma: commento breve e salace che accosto volentieri ai micro commenti. “Ahahahahahah!” non vuol dire niente, se non che sapete sincronizzare rapidamente indice e indice. Cliccare “Mi piace” sullo status in cui dico “Mi è morto il cane” non è carino. Le emoticons erano divertenti (non erano divertenti) nei siti web primordiali, quelli pieni di gif animate, testi viola su sfondo écru, immagini di Candy Candy, ricordi di Doraemon e di Ralph Malph.
Mi piace parlare con gente seria o gente divertente, non con persone che mi danno l’impressione di non aver nient’altro da fare che commentare ogni singola cosa scritta da tutti i loro 2.324 contatti per dire “Ehi! Ci sono anche io!”. Per fare il loro Ciao mamma.
3) Postate solo foto di gatti
Ok, i gatti sono belli. Oh, i vostri sono bellissimi, hanno un bel pelo, in quel cestino son tanto carini da far invidia alle foto di Anne Geddes. Oh, il tuo assomiglia addirittura a Bucky Katt!, con quel canino. Ma quando sono andato a vedere The tree of life la cosa più fastidiosa della visione sono stati i commenti in sala durante l’ostensione del bambino; le signore che dicevano “Ma che piedini!”.
Bambini e gatti sono bellissimi, ma teneteli per voi. Per favore. A meno che non vogliate fare la figura delle zie che mostrano a tutti la foto del figlio solo per farsi fare i complimenti. Non volete, vero?
4) Non so chi siete, non sapete chi sia io – e mi chiamate amico
Non pretendo che ci si dia del lei – a me piace, ma io son fatto a modo mio, e i miei amici lo sanno -, ma considerare che il termine [amicizia] su Facebook è come assegnare un nome esistente a un concetto nuovo non è fare un pensiero particolarmente irraggiungibile. Se entrate in casa di un altro chiedete permesso, vi pulite le scarpe, vi togliete l’impermeabile se fuori pioveva. Perché in casa di un altro sì e nella mia intimità no?
Ergo: se chiedete l’amicizia a qualcuno, prima mandate un messaggio e spiegate il perché. Che sia “Eravamo compagni di banco, tu facevi l’imitazione della prof, ricordi?” o “Ho letto il tuo libro. Fa schifo”.
5) Offendete me o il mio pensiero
Una cosa che, ammetto, trovo carina e utile su Facebook è la pagina delle informazioni, quella degli amici, quella dei Mi piace. Carina e utile perché scorrendole riesco a farmi un’idea indicativa della persona che mi trovo virtualmente davanti – come l’abbigliamento, il comportamento, lo sguardo mi darebbero un’idea della persona che mi trovo sull’uscio. Ma se lo faccio io non capisco perché non lo debbano fare gli altri con me. Postarmi in bacheca foto del Duce col testo “Molti nemici molto onore”, video non richiesti di Vanessa Paradis, dichiarazioni contro i gay non è carino se date una scorsa (è lì, perdiana! E’ lì!) al mio orientamento politico, a ciò che mi piace musicalmente parlando, alle foto di quando sono andato al Gay Pride e alla marcia di Se non ora quando. Non è proprio carino.
Ecco dunque la prima parte del decalogo dedicato alle principali ragioni che guidano alla rimozione forzata dalla lista dei contatti Facebook. Nella seconda parte dell’articolo – in uscita la prossima settimana – scoprirete gli ultimi 5.
00IvankoIvanko2012-11-02 09:30:062012-11-02 09:30:0610 motivi per cui dovreste essere immediatamente cancellati dai contatti Facebook [PARTE 1]
Da Google a Facebook gli impiegati guadagnano un salario base annuo di 125 mila dollari, a cui vanno aggiunti i benefits, i contributi pensione e le stock options.
Tutti sanno il perché: basta chiedere a chiunque nella Valley e vi risponderanno che i buoni ingegneri sono difficili da trovare. Cosi, la domanda è arrivata alle stelle, l’offerta è rimasta stagnante e i prezzi ovviamente sono saliti. Economy 101.
Perchè quelli bravi sono pochi?
Ma perchè ci sono pochi buoni ingegneri a detta delle major? Stiamo parlando di un lavoro che, in teoria, potrebbe essere fatto da chiunque e soprattutto dovunque con un computer semi-decente e una buona connessione ad Internet. Si pensi agli strumenti di sviluppo, mai come in questa era di smartphone Android da 100 euro, e di piattaforme open-source, sono stati facilmente accessibili.
Tutti sanno che gli esperti di software guadagnano tanto, il perchè è semplice, il software sostanzialmente sta mangiando il mondo, e forse anche distruggendo posti di lavoro con più facilità di quanta non gli serva per crearne di nuovi.
Tutti vi starete chiedendo: ma perchè pagare 125 mila dollari per un programmatore quando con la stessa cifra in una nazione in via di sviluppo si può pagare un intero team di programmatori?
Durante il primo boom dot-com già si prevedeva che i programmatori americani ed europei sarebbero stati velocemente lasciati senza lavoro dai cugini indiani e brasiliani.
Ad oggi, però, non c’è nessun segno di un fenomeno simile. Perchè no? E se mai dovesse accadere, quando?
Passione e denaro vanno di pari passo
A questo punto una premessa è necessaria, mi riferisco ai programmatori eccellenti, in sostanza quelli di serie A.
Innanzitutto bisogna avere una buona istruzione di base, il che significa nascere in una famiglia abbastanza agiata, avere una certa esposizione alla tecnologia e soprattutto avere la possibilità di scegliere tra più opzioni. Sulla base di questa prima constatazione, già 2/3 della popolazione mondiale viene esclusa dal calcolo. Inoltre, è necessario avere sia interesse per lo sviluppo, sia talento per il coding.
Il talento, soprattutto, è merce rara, basti pensare che tra il 30% e il 60% di tutti gli studenti di informatica al primo anno non supera il primo corso di programmazione.
Ma se è vero che oggi anche le più importanti università al mondo offrono online, e for free, i propri corsi, sarebbe come imparare il francese attraverso un libro e poi in Francia e rendersi conto di non riuscire a parlare la lingua: fidatevi, questa è esperienza personale!
Si possono imparare i rudimenti dai libri, ma per essere abili e riuscire a padroneggiare una materia con maestria, occorrono anni di pratica.
Dopo aver conseguito buone competenze di programmazione, non bisogna fermarsi, sono necessarie migliaia di ore per diventare davvero bravi. Ciò non significa fare la stessa cosa migliaia di volte, significa gareggiare se stessi con nuovi tools, nuovi linguaggi e soprattutto nuovi obiettivi.
La legge della domanda e dell’offerta
Il vero motivo del perchè nel campo non ci sia molta più gente motivata dal semplice interesse è semplice.
Quando si è poveri o in crisi, come gran parte del mondo, il denaro, e quindi la sopravvivenza, è più importante della passione. Solo nel cosiddetto “Primo Mondo” inseguire le proprie passioni piuttosto che sfuggire alla fame è una cosa ammirevole.
Quindi, con l’avanzata delle nazioni in via di sviluppo e i grandi flussi migratori, la teoria di cui abbiamo parlato all’inizio dovrebbe ridimensionarsi: l’offerta aumenterà, cosi come la domanda diminuirà e di conseguenza anche il prezzo disposto a pagare per ottenere quel bene scenderà.
In sostanza, si può prevedere che tra circa un decennio, gli ingegneri del software e i programmatori di alto livello guadagneranno sempre meno.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/11/computercash.jpg575835MiyakoMiyako2012-11-01 18:16:032012-11-01 18:16:03Perchè gli ingegneri del software guadagnano tanto?
Il successo di un account socialnon si misura dal suo numero di fan, follower e di utenti che seguono un determinato profilo. Sembra una banalità, ma – soprattutto con gli ultimi fattacci sulla presunta compravendita di follower – non lo è affatto!
Molti brand ricercano affannosamente di raggiungere più persone, si concentrano sui fan da acquisire anziché sugli utenti che hanno già – faticosamente – conquistato. Perché? Probabilmente per un costante bisogno di approvazione. Più fan si hanno su Facebook, più la pagina va bene. Ma non è così…
Come suggerisce Pr Daily, se il vostro focus non si è spostato dalla ricerca spasmodica di nuovi utenti alla creazione di una vera e propria esperienza e di un dialogo diretto con gli utenti, bisogna che la strategia venga aggiornata.
Ci sono infatti molti casi di profili social con poche migliaia di fan o di follower che svolgono già un eccellente lavoro dedicandosi all’ascolto e al dialogo con la loro community. E’ ovvio che, nel caso di nuovi profili, il primo obiettivo resta la conquista di una certa fan base. Qui parliamo di profili social già avviati da tempo e che hanno già un numero ragionevole di ‘seguaci’.
I social media sono un ottimo strumento per instaurare rapporti durevoli con gli utenti, per trasmettere una personalità del brand e per far vivere delle emozioni ai propri fan. Alcuni studi dimostrano che in media si hanno circa 2.7 secondi per trasmettere un messaggio memorabile agli utenti. Se non ci si concentra su questo brevissimo lasso di tempo, si perde l’occasione di engagement.
Ecco allora alcuni semplici consigli, da seguire per imparare a concentrarsi di più sulla propria community che sul numero di fan.
1. La community prima di tutto!
Se non si ha bene in mente cosa vuol dire parlare e scrivere sui social, il primo errore che si compie è quello di porre il brand al di sopra degli utenti. Bisogna sempre ricordarsi che il brand non deve parlare a sè stesso ma è al centro di un network. Ricordate il Cluetrain Manifesto? Per poter coinvolgere la community è sempre buona norma porsi allo stesso livello degli utenti, essere uno di loro.
2. I social sono canali sociali per definizione
In secondo luogo, i social media sono un canale per aggiungere valore al marchio e non un posto per negoziare o per convincere gli utenti a comprare un prodotto. L’obiettivo deve essere quello di apportare valore ed emotività al marchio. Il brand acquista umanità e personalità proprio attraverso i social media: se volete un bel manuale che vi parli del branding ai tempi del web 2.0, consigliamo assolutamente Wiki Brands!
3. Non copiate
Non provare a fingersi qualcun altro. Solo perché la strategia social e il modo di interagire con gli utenti di un brand ha funzionato, non vuol dire che sia una formula magicaone size fits all, da poter replicare su qualunque profilo. Meglio essere sè stessi e cercare di conoscere il proprio pubblico. Ciò vale anche per i contenuti: solo perché un contenuto ha avuto molti like e commenti non bisogna fossilizzarsi su quella tipologia, ma variare e sperimentare continuamente altre formule di engagement.
4. Pay per click
Come abbiamo detto il successo di un brand non si misura dai like, ma ciò non significa che una campagna di pay per click sia superflua. Anche se sia il lancio che il contenuto di un post è perfetto, non si avrà mai lo stesso risultato raggiungibile da una campagna adv. Essa però non deve essere indirizzata a conquistare altri fan e follower, ma a ‘toccare’ i fan che già si hanno.
Una volta seguiti questi pochi e semplici consigli e superata la febbre da ricerca dei fan, la crescita della pagina non si arresterà. Semplicemente si convertirà in incremento organico e di maggior valore!
00KimuraKimura2012-11-01 17:00:162012-11-01 17:00:164 consigli di Social Media Strategy per dare la giusta importanza ai fan già acquisiti
Hai Bisogno di una App per iPhone, Android, iPad, BlackBerry o Windows Phone per la tua Impresa, il tuo Marchio, il tuo Nuovo Prodotto?
E’ ora il momento di lanciarsi nel settore delle mobile apps phone nonostante i venti di crisi?
Noi di Ninja Marketing pensiamo che la crisi si vince diventando delle Tigri d’Oriente. L’ideogramma cinese Wej.jis composto dalle parole pericolo ed opportunità per noi significa solo opportunità
E’ nei periodi di crisi che avviene una selezione naturale, sempre nella crisi serve saper prendere le decisioni per superare i pericoli, cogliere le opportunita, ma sopratutto essere pronti a cavalcare l’onda della ripresa. Non esistono aziende di successo senza uomini di successo!
La risposta definitiva se fare o non fare ora una app dipende molto dal tipo di azienda e di prodotto dal target di riferimento e del ruolo che si vuole avere nel nuovo scenario (canale) comunicativo/produttivo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2011/06/mobile-app-business-ninjamarketing-cover_kunai.jpg8001000KunaiKunai2012-11-01 16:47:572012-11-01 16:47:57Sviluppare una Applicazione Mobile per Sviluppare il Business? [INFOGRAFICA]
In fatto di social media siete anche voi degli early adopters come noi Ninja? Curiosi, sempre alla ricerca di nuovi trend e con la voglia di sperimentare e rimanere sempre aggiornati? Se la risposta è si, questo articolo alla scoperta del nuovo (almeno per l’Italia) social network apparso nel panorama social internazionale e ribattezzato il “Facebook Spagnolo” è sicuramente pane per i vostri denti! 😀
Il suo nome è Tuenti ed è nato in Spagna nel 2006 dalla mente di un gruppo di amici, fra cui l’americano Zaryn Dentzel, attuale CEO del social network. Dalla terra del flamenco, dove oggi conta 14,5 milioni di utenti registrati ed ha ormai superato Facebook, Tuenti ha iniziato quest’estate la sua espansione a livello internazionale, arrivando non molto tempo fa anche in Italia.
L’occasione è stata il primo TechCrunch Italy che ha avuto luogo a Roma lo scorso 27 settembre, durante il quale Zaryn ha presentato ufficialmente il nuovo Tuenti disponibile in versione Beta per il web e il mobile e in applicazioni originali per Android e BlackBerry (non preoccupatevi, arriverà presto anche per iPhone e Windows phone ;-)).
Ma cosa è e come funziona questo nuovo social network? Si tratta davvero del “nuovo Facebook” o andrà ad occupare un posto completamente nuovo all’interno del panorama social? Non ci rimane che scoprirlo insieme! 🙂
Tuenti: chattate con tutti, condividetelo solo con i veri amici!
Tuenti è una piattaforma social per una comunicazione semplice, sociale e privata. Riprendendo il payoff ufficiale è il social network in cui è possibile “chattare con tutti, ma condividere i fatti personali solo con i veri amici”.
L’idea che ha ispirato i suoi fondatori, infatti, è stata proprio quella di consentire alle persone di mantenere separati i veri amici dalle persone con cui si vuole semplicemente entrare in contatto e questo perché, come ha spiegato il CEO Zaryn Dentzel nell’intervista “Tuenti, l’anti-Facebook arriva in Italia” rilasciata a Wired, la gente ha un engagement superiore con poche persone ed è portata a condividere più cose con una ristretta cerchia di amici.
Lo stesso nome – “Tuenti” – racchiude in sé l’essenza del social network: l’identità delle persone e la loro privacy. Tuenti deriva infatti dalla contrazione delle parole spagnole “Tu Entidad”, in italiano tua identità, ossia ciò che ognuno di noi è. Ma c’è di più: la sua pronuncia ricorda infatti la parola inglese “Twenty”, in italiano venti, il numero massimo di rapporti stretti di vera amicizia che ognuno di noi riesce ad avere sulle reti sociali secondo i suoi fondatori. Il comunicato stampa ufficiale “Introducing Tuenti in Italy” spiega difatti come:
“Analizzando centinaia di milioni di messaggi, la società ha scoperto che la maggior parte degli utenti comunica solo con 20 persone, con il 90% dei messaggio inviati agli stessi amici. Tale conoscenza ha costituito la base per il modello unico di privacy di Tuenti. Come detto da Zaryn Dentzel, il CEO di Tuenti:” Perchè chiamare tutti “amici” quando solo 20 persone lo sono veramente ed il resto sono solo contatti?”
Proprio per questo Tuenti ha fissato a 500 il numero massimo di amici che si può avere, incoraggiando però gli utenti ad averne il meno possibile per garantire quel livello di privacy ed “intimità” che da sempre lo contraddistingue. Ciò perché, come riportato nell’intervista a Wired, le persone hanno bisogno di controllare con chi condividere le proprie informazioni. La privacy è sempre stato uno dei punti di forza Tuenti e uno degli aspetti che il social spagnolo ha più a cuore. Come si legge nella sezione “Our Philosophy” del sito corporate:
“La Privacy è fondamentale. Siamo determinati a diventare il social network più sicuro, acconsentendovi di condividere le vostre informazioni senza preoccuparvi di chi le potrebbe vedere. La nostra politica di privacy è fra le più restrittive sul mercato.”
E così sembra esserlo davvero. Il social network spagnolo utilizza infatti un rigido modello di privacy che protegge automaticamente le informazioni personali, non le indicizza nei motori di ricerca esterni (Google, Yahoo, Bing ect.) ed utilizza, per le sue app, il protocollo SSL che garantisce sicurezza e privacy anche nelle conversazioni real-time.
Inoltre sono permessi solo profili reali: per iscriversi è infatti necessario inserire il proprio numero di telefono per poter ricevere un SMS di verifica (in Europa tutti i numeri di telefono sono verificati ;-)) e le impostazioni sulla privacy sono impostate di default per tutti gli utenti, così da non doversene preoccupare 😉
Tuenti Social Messenger: un’unica applicazione, molteplici funzioni
Tuenti sembra però sapere bene che il mondo social non si può fermare al ‘solo’ web. Durante la presentazione ufficiale a TechCrunch Italy, Zaryn ha infatti evidenziato la crescente importanza del mobile nella comunicazione 2.0:
“Il traffico mondiale di dati è raddoppiato dall’anno passato e di conseguenza l’accesso alle reti sociali continua a crescere inarrestabilmente soprattutto dai dispositivi mobili. Così, per esempio, in Tuenti abbiamo 6 milioni di utenti che provengono da applicazioni mobili, con una crescita del 600% nella versione di Tuenti per Android ad esempio. Per questo stiamo cambiando il modello, mettendo il mobile al centro della strategia.”
Ed è proprio da qui che nasce l’evoluzione di Tuenti in Tuenti Social Messenger: un’unica applicazione, disponibile a livello globale (per il momento in versione Beta), che unisce un servizio di messaggistica istantanea con gli strumenti e le potenzialità di un social network, contraddistinta da un’elevata privacy e sicurezza.
Si tratta dunque di un’applicazione multi-piattaforma e compatibile con molteplici dispositivi, in modo tale da poter iniziare una conversazione sul vostro PC, riprenderla sullo smartphone e, perché no, continuarla da un dispositivo di amici semplicemente loggandovi. In questo modo gli utenti possono continuare a condividere status ed esperienze ovunque essi siano, così come continuare a partecipare alle conversazioni, grazie al fatto che i messaggi sono sempre sincronizzati mediante la tecnologia Cloud.
Con la nuova applicazione potrete conversare non solo con i vostri amici ma con qualsiasi contatto presente nel vostro telefono. Tuenti Social Messenger permette infatti di importare i contatti direttamente dalla vostra rubrica del telefono e chattare, comunicare con loro senza dover per forza condividere i vostri profili e status. E come non confondersi? E’ semplice: di fianco al loro nome vedrete l’apposita icona che vi indicherà che si tratta di un contatto e non di un amico.
Funziona come qualsiasi servizio di messaggistica istantanea, ad esempio Whatsapp, con le chat individuali, quelle di gruppo, l’invio di foto e video… ma con qualcosa in più: la netta distinzione fra amici e contatti.
Attualmente disponibile con le applicazioni originaliAndroid e Blackberry, il nuovo Tuenti Social Messenger lo sarà presto anche per iPhone e Windows Phone.
Tutte le app condividono un design comune caratterizzato da tre finestre principali:
Tu, la finestra che mostra il vostro profilo.
Chat, dove si possono vedere tutti i vostri amici, i contatti e le conversazioni recenti. Tutti i messaggi sono inoltre segnalati tramite notifiche push: una comunicazione istantanea anche se non avrete l’applicazione aperta ;-).
Momenti, è essenzialmente un “news feed” con tutti i contenuti che hanno condiviso i vostri amici. Da qui si possono direttamente commentare e “likare” attraverso l’icona a forma di cuore.
Gli elementi di Tuenti
Tuenti si caratterizza per un design ed una grafica molto basic, a cui quasi non siamo più abituati visto gli standard ormai raggiunti dai social più famosi e i loro continui aggiornamenti e miglioramenti: dal diario di Facebeook ai nuovi profili Twitter, all’ultimissimo nuovo profilo LinkedIn (se ancora non lo avete visto date un occhio a “Tutto ciò che dovete assolutamente sapere sui nuovi profili LinkedIn“… a breve arriveranno anche Italia;-).
Fin dal primo sguardo, se la grafica lascia un po’ a desiderare, si nota invece una notevole semplicità d’uso data da una serie di elementi e caratteristiche che lo costituiscono:
Amici e Contatti: come accennato prima Tuenti distingue due tipologie di utenti con cui relazionarsi. Da un lato ci sono gli “Amici”, le persone che vi stanno davvero a cuore, i veri amici, quelli a cui più tenete. Con loro potete chattare, vedere il loro profilo e gli status che condividono (i cosiddetti “Momenti“), i contenuti, le foto ed i video. Dall’altro ci sono invece i “Contatti“, ossia i conoscenti, le persone con cui volete rimanere in contatto ma che non fanno parte della vostra cerchia ristretta di amici. Con loro si può chattare ma non è possibile vederne né il profilo né i contenuti che condividono: rientreranno ad esempio fra i contatti tutte le persone che importerete dalla rubrica del vostro smartphone, e potrete poi decidere a posteriori quali aggiungere ai vostri “amici” e quali invece rimarranno solo “contatti”.
Momenti: gli status, i vostri aggiornamenti, le vostre esperienze di vita che condividerete con i vostri Amici. Condividete frasi, racconti, foto, video dal vostro PC o smartphone per far sapere cosa vi sta succedendo. Questi potranno a loro volta scrivervi e commentare o “likare” (attraverso il simbolo a forma di cuore) i vostri Momenti.
Profilo: è la vostra pagina personale dove sono raccolti tutti i “Momenti” che condividete, i commenti e i like dei vostri amici, la vostra foto profilo e tutte le foto e/o video che caricate e condividete. Proprio per l’alto livello di privacy di Tuenti, il vostro profilo sarà visibile solo ai vostri amici e non ai contatti, quindi potete stare tranquilli: il vostro capo (se rimarrà un semplice contatto) non potrà vedere nulla della vostra vita social ;-).
Bacheca: è lo spazio pubblico sui profili (ed in Spagna anche sulle pagine degli eventi e delle organizzazioni) dove potete commentare, condividere link e comunicare con chiunque altro può vedere quella determinata bacheca.
Notifiche: anche in Tuenti è attivo il sistema di notifiche in tempo reale che vi permette di rimanere aggiornati su tutte le attività (commenti, like, tag, menzioni) che riguardano i vostri Momenti, le vostro foto, le vostre bacheche, nuove richieste di amicizie accettate o inviate. Le notifiche sono segnalate e visibili attraverso il “button notifiche“, un’icona quadrata con tre linee orizzontali situata nella barra superiore dello schermo. Ogni volta che ci sarà una nuova notifica, il button diventerà verde mostrando il numero delle notifiche in attesa.
Foto, video e tag: anche in Tuenti è possibile caricare foto e/o video, dal button “carica” o direttamente dall’aggiornamento del proprio status (Momento). Anche Tuenti offre la possibilità di taggare gli utenti, ma solo quelli che sono vostri amici e non i semplici contatti.
Chat e Video Chat: sono un altro elemento fondamentale all’interno di Tuenti. Posizionato nella parte destra dello schermo, permette di rimanere sempre in contatto con amici e contatti (in questo caso un’apposita icona vi mostrerà che si tratta di contatti e non di amici ;-)) ovunque voi siate, sia che lo stiate usando dal vostro smartphone o dal vostro PC, e ricevere messaggi in tempo reale. Un’opzione della chat di Tuenti é la Video Chat che permette a voi e ai vostri amici di vedervi e conversare in tempo reale: basta avere una webcam e un microfono.
Chat di gruppo: grande novità del social network spagnolo è la possibilità di creare chat di gruppo e parlare con più persone (fino a un massimo di 14) in tempo reale; introdotta solo qualche mese fa, in Spagna ha registrato fin da subito un grande successo: in soli due mesi sono state ben 750.000 le conversazioni di gruppo avviate, secondo il blog ufficiale Tuenti. Tutti i partecipanti possono invitare amici e contatti, ma solo il creatore del gruppo può modificarne il nome e la foto. Anche nelle chat di gruppo, come in quelle individuali, è possibile condividere foto private e aggiungere persone nuove al gruppo senza che siano effettivamente collegati in quel momento alla chat, grazie alla possibilità di ricevere i messaggi a posteriori. Le chat di gruppo aperte, come quelle individuali, sono visibili in basso a sinistra nella schermata.
Messaggi privati: come abbiamo appena visto, in Tuenti potete chattare con tutti i vostri contatti e amici e potete farlo anche con le persone che non sono connesse; in quest’ultimo caso vedranno il vostro messaggio la prossima volta che si connetteranno come messaggi privati. Ovviamente lo stesso vale per il caso contrario, quando siete voi a non essere connessi ;-).
I valori chiave di Tuenti
Tuenti si presenta così nel panorama social italiano e internazionale come una piattaforma di comunicazione social di nuova generazione focalizzata su 4 valori chiave, alcuni dei quali che abbiamo già indirettamente introdotto:
Privacy: attraverso un unico semplice modello basato sulla distinzione fra amici e contatti, un protocollo di sicurezza, controlli continui e l’accettazione solo di persone reali.
Mobilità: grazie a Tuenti Social Messenger e le sue app originali Tuenti ha creato un servizio mobile-centric con cui sta abbracciando la crescente importanza del mobile.
Semplicità: Tuenti punta sull’essenzialità a livello grafico, di contenuto, di privacy e di utilizzo per un’esperienza d’uso altamente intuitiva e rilevante.
Identità reale: fin dalla sua nascita quando ci si poteva iscrivere solo su invito Tuenti è sempre stato, e continua ad essere, per le persone e le identità reali. Come il suo CEO ha dichiarato a Wired: “Facebook è per tutte le persone che incontri nella vita, mentre Tuenti solo per quelle di cui veramente ti interessa qualcosa. Siamo più intimi rispetto a Facebook”
Tuenti: anti-Facebook o nuovo Facebook? Niente di tutto ciò!
In rete sono diversi gli appellativi con cui Tuenti è stato ribattizzato: da “Facebook Spagnolo”(nome cognato da El Pais nel 2009) per la somiglianza grafica, di contenuti ed elementi costitutivi) ai più attuali “nuovo Facebook” e “anti-Facebook”, vedendolo come il primo possibile rivale del colosso di Zuckerberg.
In realtà, secondo le parole dello stesso CEO nell’intervista rilasciata a Wired, Tuenti non si sente per niente in “guerra” con Facebook:
“Facebook è una grandissima applicazione per comunicare con tutti quelli che conosci. Noi vogliamo creare un’applicazione migliore per farti comunicare solo con le persone di cui ti importa davvero. Penso che possiamo coesistere. Non vedo Facebook come un rivale, siamo diversi e proprio per questo siamo riusciti ad avere successo nel lungo periodo.”
Non si può però negare che, man mano lo si utilizzi, sia facile trovare delle somiglianza, dei rimandi ad altri social network e servizi di messaggistica. In primis Facebook e Facebook Messenger – basti pensare alle attività che si possono svolgere (condividere foto, video e post con gli amici, mettere like o commentare, chattare con i contatti) – seguito dal famoso sistema di messaggistica Whatsapp, dal quale però si differenzia perché funziona non solo su mobile ma anche su Web senza il rischio di perdere nessuna conversazione. Fino ad arrivare a Google+ e l’idea della cerchia di amici. Si potrebbe così superficialmente concludere che Tuenti è ‘semplicemente’ un mix dei principali social media.
In realtà non è così, Tuenti è unico nel suo genere: la prima piattaforma di comunicazione sociale ad offrire in un’unica soluzione alti livelli di privacy e sicurezza, semplicità, mobilità ed identità reale, un servizio di messaggistica istantanea insieme all’engagement di un social network fruibile su molteplici dispositivi e piattaforme. L’immagine qui sotto ben mostra visivamente tale prospettiva:
Curiosi dell’opinione di noi guerrieri Ninja? Questa volta vi lasciamo con un po’ di mistero ;-). Siamo infatti in fase di studio: “smanettando”, sperimentando, cercando di “viverlo” realmente per non trarre conclusioni troppo affrettate e farci un’opinione sbagliata. Quello che vi resta da fare quindi è avere un po’ di pazienza e continuare a seguirci 😉
E voi? Eravate già a conoscenza di Tuenti? Siete già iscritti e lo utilizzate? Se sì, cosa ne pensate? Fateci sapere!
00AkariAkari2012-11-01 13:00:392012-11-01 13:00:39Tuenti, il social network che ha a cuore la vostra privacy!
La fortissima concorrenza tra Android e Apple attraversa prima i consumatori e poi i brand, dando vita a vere e proprie tifoserie pronte a valorizzare il proprio device o screditare l’altro. Nel confronto e nello scontro Android VS iOS gli utenti generano una quantità di buzz e views notevole; chi sa incanalare bene questo flusso riesce ad ottenere un guadagno monetario e di immagine.
E’ per questo che non conta per quale Mobile OS fate il tifo; la visione dei due video che vi mostriamo oggi è fondamentale per almeno quattro motivi:
Il fatto che solo gli Apple lover siano delle vittime della moda è ormai un luogo comune: esistono tantissimi Android fan altrettanto insistenti;
Avete sicuramente almeno un amico che si comporta proprio così! (i miei sono Lorenzo Muro e Marco Garofalo);
Gli Apple lover e gli Android fan hanno più cose in comune di quanto si pensi;
La storia che vi racconteremo oggi mette insieme tutti e tre questi elementi per creare una strategia virale, dimostrando che dal confronto e dallo scontro possono nascere nuove connessioni.
Il primo video caricato il 4 Settembre su YouTube proprio da un fan di lunga data di Apple (fonte @idownloadblog.com), Scott Rose, coautore con Andrew Baird e regista della clip, ha tutti i presupposti della viralità (ha infatti totalizzato quasi 2 milioni di views ad oggi, ed esiste già anche la seconda parte).
Viene rappresentato un Apple fan alle prese con le sue situazioni quotidiane. Riprendiamo le battute più divertenti (e tipiche):
“You get what you pay for!” (“Hai quello che paghi”)
“Gestures… gestures!”
“Nope! 4g comes with the next iPhone!” (” No! il 4g arriva con il prossimo iPhone”)
“Best customer service… EVER!” (“miglior servizio clienti… DI SEMPRE”)
“I wish Apple made condoms!” (beh, qui la traduzione la lasciamo a voi… )
Il video non è andato giù a qualcuno, ed è arrivata puntuale la controrisposta!
Così come iOS, anche Android ha le sue “victim”. Non più t-shirt blu ed occhiali da intellettuale, ma look trasandato e camicie dalla dubbia fantasia; i modi di fare, però, sono esattamente gli stessi. Il video è in rete dal 22 Ottobre ed ha già collezionato quasi 700.000 views ad oggi: un risultato relativo migliore del video precedente. Non mancano i divertenti clichè; eccone alcuni:
“How did you even get there using Apple Maps?” (“Come hai fatto ad arrivare fin qui usando le mappe di Apple?”)
“I can hold it Any way, and I still get full reception” (“Posso tenerlo da qualsiasi lato, e riesco ancora a ricevere il segnale!”)
“It’s not copying if it’s better!”
“Aww. shame. Pity it’s not a standard micro usb cable” (alla ragazza che cerca il cavo per caricare il suo iPad “Peccato, non è un cavetto usb standard”)
“Even the (Apple) magazine is twice the price” (“Anche la rivista Apple costa il doppio”)
Tra i due litiganti…
Quello appena descritto è il processo ideale per la creazione di un video virale: proporre un video di risposta coerente, di alta qualità e ben targettizzato, che rielabora in modo alternativo o innovativo una situazione reale o possibile.
Ed ecco svelato un particolare interessante: dietro il video di risposta c’è la firma di Mobile Phone Finder, un portale australiano per comparare i piani telefonici o i mobile devices, che sul confronto ha posto il suo modello di business.
In questo senso, Mobile Phone Finder ha adottato una scelta vincente, solcando la cresta della storica rivalità Mobile ed evidenziando un lato in comune di tutti i mobile fan (anche oltre la diatriba Android/iOS): il voler vedere caratteristiche uniche ed insostituibili nel proprio Device!
E voi? Se vi chiedessi per chi tifate, scatenerei un putiferio? Allora vi pongo una domanda più intelligente: se non esistesse il vostro Mobile OS, quale prendereste? Potreste scoprirvi Blackberry o Symbian fan! 😀
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/10/Senza-titolo-1.jpg9921440Francesco PiccoloFrancesco Piccolo2012-11-01 12:26:172012-11-01 12:26:17Android vs Apple: in due video tutte le manie dei fan
Our Spring Sale Has Started
You can see how this popup was set up in our step-by-step guide: https://wppopupmaker.com/guides/auto-opening-announcement-popups/
Our Spring Sale Has Started
You can see how this popup was set up in our step-by-step guide: https://wppopupmaker.com/guides/auto-opening-announcement-popups/